di Paolo Comi
Il Riformista, 24 dicembre 2019
Intervista a Antonio Leone, presidente del Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria, fino allo scorso anno componente laico del Csm. "Altro che caso Palamara! Quello è servito solo a inchiodare un capro espiatorio. Il problema è una magistratura dove comandano le correnti e domina la smania di allargare la propria potenza".
"Le correnti in magistratura sono sempre più forti. Vuole un esempio? La recente elezione del procuratore generale della Corte di Cassazione. Per una carica tanto importante (il Pg della Cassazione, oltre a tutto il resto, è il titolare dell'azione disciplinare nei confronti delle toghe, ndr) era auspicabile una maggiore condivisione del Plenum.
Invece ci sono stati ben tre candidati, ognuno riferibile a un preciso gruppo associativo. Senza togliere nulla a Giovanni Salvi, magistrato decisamente meritevole e di altissimo profilo professionale e morale, la sua elezione è avvenuta a maggioranza, con 12 voti a favore e ben 5 astensioni. Per una così alta carica, in questo momento, una maggiore condivisione sarebbe stata auspicabile e non avrebbe dato adito a reciproche recriminazioni torrentizie.
Insomma, poteva essere un segnale e invece si è proseguito con lo stesso sistema anche su altre importanti nomine. Quali Torino. Brescia e Salerno". Antonio Leone, presidente del Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria, fino allo scorso anno componente laico del Csm, non crede che dopo le dimissioni forzate di cinque togati sia cambiato, qualcosa a Palazzo dei Marescialli.
Presidente Leone, è scettico?
"Guardi, lo "scandalo" Palamara fino a oggi ha prodotto solo un cambiamento degli equilibri al Csm, con la corrente di Davigo che è passata da due a quattro consiglieri, cinque se vogliamo considerare anche l'indipendente Di Matteo che è stato appoggiato dall'ex pm di Mani pulite. I tanti magistrati italiani che nel 2018 votarono per i cinque consiglieri che si sono dimessi non hanno ora rappresentanza. Le pare normale? Non credo. Sa come si chiama in politica una cosa del genere? Ribaltone bello e buono".
Il problema della magistratura ha un nome e un cognome: Luca Palamara. Concorda?
"Palamara è diventato il capro espiato rio della magistratura italiana. So per certo che molti magistrati fanno addirittura fatica a pronunciarne il nome. È diventato il simbolo della lottizzazione torrentizia. Ma le oltre mille nomine che sono state fatte nella scorsa consiliatura non credo siano solo farina del sacco dell'ex consigliere Palamara. Dove erano tutti coloro che oggi lo attaccano e gridano contro il sistema clientelare della spartizione degli incarichi? E dove sono quelli che avrebbero usufruito della incriminata spartizione? Il fil rouge dell'ultimo congresso nazionale dell'Anm è stato sostanzialmente: "Basta con Palamara!". Ma prima di lui lo strapotere delle correnti non esisteva?".
Che idea ha di questa vicenda?
"Tutto nasce dall'indagine di Perugia. Indagine che era nota a ognuno di noi fin dal mese di settembre del 2018, quando un importante quotidiano nazionale pubblicò in prima pagina i dettagli del procedimento pendente a Perugia che riguardava Palamara. Nessuno allora si scandalizzò o parlò di fughe di notizie. Vedo molta ipocrisia. E poi, la stura all'inoculazione del trojan, avvenuto lo scorso maggio, qual è stata? E poi, se l'immagina cosa sarebbe accaduto se qualche "trojanino" avesse girato nei dintorni del Csm da una ventina di anni a questa parte?".
Quindi al Csm non è cambiato nulla?
"I tre candidati per le ultime suppletive, quelle per eleggere il sostituto del consigliere Paolo Criscuoli, erano tutti riconducibili a una corrente, avendo fatto in passato anche vita associativa con incarichi nell'Anm. Il tanto sbandierato pluralismo delle candidature che fine ha fatto? E anche le nomine di importantissimi uffici giudiziari, Roma in primis, sono al palo. Ma non solo: le nomine in dirittura di arrivo vengono bloccate e rimesse in discussione in ossequio, sembra, alle risultanze trojanesche. Mi riferisco al caso della Procura di Salerno che è tornata in Commissione per valutare che tipo di rapporti avesse avuto l'aspirante con Palamara".
Cambiamo argomento, cosa pensa della riforma "epocale" della giustizia di Bonafede?
"La riforma di Bonafede? E chi l'ha vista? Doveva essere pronta per la fine di quest'anno e invece ci sono stati solo annunci per soddisfare l'elettorato giustizialista. Il blocco della prescrizione provocherà il collasso delle Corti d'Appello e creerà una nuova figura giuridica: quella dell'imputato a vita. Siamo di fronte alla fine dello stato di diritto. Lo stop alla prescrizione annulla completamente la ratio per cui è stato creato l'istituto stesso. E sostanzialmente. un modo per rimediare a un fallimento dello Stato: quello di non riuscire a portare a termine i processi. Il ricorso al "fine processo mai". diciamocelo, diventa sostanzialmente una sostituzione. La sostituzione della condanna. che lo Stato non riesce a comminare, con un processo infinito. Siamo alle prese con uno strisciante ricorso a una ideologia giustizialista, o giacobina che dir si voglia. che valorizza la teoria in base alla quale siamo tutti e sempre presunti colpevoli. Teoria, questa, molto cara anche a qualche alto magistrato. Questa assurdità riesce a mettere al bando due "parole" di non poco conto: umanità e innocenza. Per non parlare, poi, del giusto processo che servirà solo a riempirsi la bocca. Contro questa riforma, ricordo, si sono schierati gli avvocati penalisti, numerosissimi e autorevoli professori di diritto, e anche molti magistrati. Il ministro, invece, continua a usare toni trionfalistici e propagandistici, supportati da argomentazioni - direi meglio spot - prive completamente di verità".
Il Pd sulla riforma Bonafede sembrava aver preso le distanze. Cosa ne pensa?
"Le distanze a mio parere si sono azzerate. Mi meraviglia come il buon Andrea Orlando (ex ministro della Giustizia, ndr) si sia rimangiato le sue posizioni, che sicuramente avevano avuto un maggiore apprezzamento, per compiacere l'alleato di governo".
Cosa andrebbe fatto subito nel tanto "criminalizzato" rapporto politica e magistratura?
"Innanzitutto andrebbe eliminata da parte della politica la sudditanza psicologica nei confronti della magistratura più ideologizzata. Il legislatore deve essere meno pavido nel formare, una volta per tutte, le regole che impediscano le porte girevoli tra magistratura e politica. Tra l'altro, bisognerebbe eliminare immediatamente tutti gli incarichi extragiudiziari dei magistrati. affidati magistrato, con l'incarico anche di giudice tributario, che è stato autorizzato dal Csm a svolgere attività di consulenza per il presidente del Consiglio Conte. Questo magistrato, senza essere fuori ruolo, la mattina scrive le sentenze di due giurisdizioni ed il pomeriggio scrive i pareri sulle leggi del governo. Tale consulenza è retribuita con la modica cifra di 40.000 euro all'anno. 500 euro l'ora per essere maggiormente precisi. Su questo i grillini non dicono nulla: la loro battaglia sulle esagerazioni degli emolumenti è terminato. Il taglio dei vitalizi dei parlamentari ha fatto scomparire la povertà".
La magistratura è sempre più delegittimata. Cosa suggerisce per invertire la rotta?
"La delegittimazione è partita dall'interno stesso della magistratura. così come accaduto per la politica anni addietro. Il populismo si è impossessato di ampie fette della magistratura. Penso. poi. a quella folle ipotesi del sorteggio dei membri del Csm voluto da Bonafede e finito nel cassetto in cambio del via libera dei magistrati allo stop alla prescrizione. Magistrati che, durante lo scorso congresso nazionale dell'Anm, hanno repentinamente fatto inversione di marcia proprio su un argomento così delicato come la prescrizione. E la riforma del Csm qualcuno l'ha più vista? Le toghe, giustamente, rivendicano sempre la loro autonomia e indipendenza. Ma per tornare ad avere il rispetto e la considerazione di tutti devono anche rispettare l'autonomia della politica e, principalmente, del legislatore".
di Adriano Sofri
Il Foglio, 24 dicembre 2019
Non c'è una politica, non c'è una giustizia, ce ne sono di più, dell'una e dell'altra. Prima di tutto colpisce la tenacia dell'impegno di Marco Cappato e di Mina Welby, e delle persone militanti nell'associazione Coscioni. La tenacia va contro l'aria del tempo, che vuole essere leggera ed effimera, e bruciare desideri propositi e giuramenti.
Quando questa ostinazione a rivendicare la libertà di ciascuna persona consapevole di decidere della propria vita si leghi all'amicizia e alla frequenza delle persone in carne e ossa, ossa e carne e anima straziate, che invocano d'essere aiutate, il peso umano appare schiacciante e spaventa e respinge.
I militanti di cui parliamo, Cappato e Welby e le altre e gli altri, hanno per giunta scelto sempre più nettamente di rinunciare, almeno in apparenza, al doppio impegno, quello specifico sulle questioni di vita e di morte, dell'inizio e della fine della vita, e quello generale sulla "politica", il governo del tempo che si stende fra quei due punti.
In loro agisce la convinzione che quella apparente "questione singola" sia il rocchetto attorno al quale si svolge e si srotola un'idea del mondo. Lo spettacolo dell'assise milanese - l'amministrazione della giustizia è anche uno spettacolo pubblico, che vuole essere esemplare, qualunque strada prenda la sua esemplarità - è stato a sua volta impressionante.
L'imputato, l'accusatrice pubblica, i giudici, hanno convenuto sul fondo e tutti hanno potuto riferirsi alla sentenza della Corte costituzionale. La Corte aveva dichiarato illegittimo l'articolo del codice penale che equipara l'aiuto all'istigazione al suicidio: "Nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente".
Erano convenuti tutti, tranne il potere legislativo (e il governo), che hanno scelto da un tempo immemorabile di non scegliere. Si può pensare, qualcuno lo pensa schiettamente, che astenersi dal fissare in una norma legale questioni di una tale intima delicatezza e rischiosità sia la cosa migliore che il parlamento possa fare: pensiero che però sbatte contro il fatto che altri organi, altri luoghi intervengono a decidere nel vuoto tra una legge obsoleta e una elusa.
È questo che impedisce di protestare contro l'invadenza dell'amministrazione della giustizia nella vita pubblica e privata. Appena l'altro giorno c'era stato un altro caso, diversissimo e non abbastanza valutato, di quella invadenza, in Olanda, dove la Corte Suprema, dopo due gradi di giudizio, ha definitivamente decretato l'obbligo del governo a ridurre le emissioni di CO2, entro il 2020, almeno del 25 per cento rispetto al 1990; dunque, poiché da allora sono state ridotte così da raggiungere il 17-18 per cento nel 2020, di ridurle di un ulteriore 7-8 per cento entro un anno. Il governo, che aveva tentato tutti i ricorsi, è ora tenuto ad applicare la sentenza: la prima cosa che farà sarà la chiusura delle riaperte centrali a carbone.
La sentenza richiama gli articoli 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, che dichiarano la vita e il benessere delle persone diritti universali e inviolabili. Dunque, se non la si dimostri arbitraria, la sentenza coinvolge logicamente l'azione dei governi e dei parlamenti di ogni altro paese europeo. Nel caso olandese, essa non è stata pronunciata in carenza di un'iniziativa politica. Il governo aveva fondato la sua avversione sulla convinzione che non sia legittimo per un tribunale indipendente "giudicare la politica di un governo e per questa via cambiarne la politica". Il vuoto, in questo caso, non riguarda una pavidità o un astensionismo legislativo, ma il contrasto fra i programmi che governi nazionali e organi internazionali proclamano necessari e urgenti, e la loro elusione di fatto.
Un tribunale indipendente olandese può, in nome di una legge europea (e dei suoi riferimenti universali) obbligare il governo olandese. Non esiste un tribunale indipendente europeo, e tantomeno universale, in grado di ottenere lo stesso. Bel problema, che risuscita in molti il vecchio alibi: che senso ha che la piccola Olanda, la piccola Italia, tagli le sue emissioni di gas serra, mentre il resto del mondo va per la sua strada distruttiva? (Per analogia: che senso ha che io non butti la mia cicca in strada quando tutti gli altri eccetera...?).
L'invadenza della cosiddetta giustizia è un malanno micidiale, ma trova un terreno propizio nella micidiale immunodeficienza della democrazia e dei comportamenti privati. Postilla: in Olanda la causa era stata promossa da un'associazione di centinaia di cittadini, che l'hanno tenacemente perseguita dal 2013, e attraverso due sentenze, del 2015 e del 2018.
Oggi nel mondo sono più di un migliaio i processi intentati per i danni del cambiamento climatico contro governi e grandi compagnie. L'Italia è probabilmente il paese in cui l'invadenza giudiziaria è più grossolana - il Brasile di Bolsonaro e Moro, che del resto le si è ispirato, gioca in un altro campionato. Più realista del re, la politica provvede a regalare alla magistratura anche quello di cui i suoi esponenti più vicini ai problemi veri farebbero a meno, come l'abolizione della prescrizione. D'altra parte, proprio in questi giorni stiamo facendo un bilancio del modo in cui provvedimenti politici disgustosi come i cosiddetti decreti sicurezza sono dimostrati illegali e inapplicabili in un vario numero di tribunali indipendenti.
Non ci sono conclusioni da trarre, se non una: che parlare di "politica" e di "giustizia" e di "conflitto fra politica e giustizia" è una inutile litania. Non c'è una politica, non c'è una giustizia, ce ne sono di più, dell'una e dell'altra.
di Marco Mobili e Giovanni Parente
Il Sole 24 Ore, 24 dicembre 2019
Le mafie fanno sempre più rotta sulle regioni settentrionali. A testimoniarlo sono le richieste di sequestri avanzate dalla Guardia di Finanza. Nei primi 11 mesi del 2019, sono state avanzate per quasi 300 milioni di euro se si considerano quattro grandi regioni del Nord: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia. Si tratta delle aree in cui si è registrato il maggior incremento percentuale delle richieste avanzate dalle Fiamme gialle.
Un incremento che va di pari passo con la crescente penetrazione e ramificazione nel tessuto economico delle regioni del Nord delle mafie e che in Piemonte ha addirittura portato a quadruplicare le richieste tra il 2017 e il 2019, in cui fino a novembre è stata superata la soglia dei 300 milioni di valore.
La presenza della criminalità organizzata al Nord - come fanno notare dalla Guardia di Finanza - è aumentata per fasi e con modalità differenti: si è passati dai primi insediamenti di Cosa Nostra e delle 'ndrine calabresi negli anni Cinquanta e Sessanta, soprattutto in comuni lombardi e piemontesi, fino a una progressiva supremazia della ndrangheta, a partire dagli anni Novanta fino ad oggi. Con la conseguenza che nessun territorio settentrionale può ritenersi immune da infiltrazioni mafiose a causa di una crescente presenza nei clan e di trame di relazioni sempre più fitte soprattutto con gli apparati pubblici e imprenditoriali. Ne sono una testimonianza gli scioglimenti di diversi consigli comunali e gli episodi di corruzione scoperti nella Pa. Più in generale, sono 18 i miliardi (più dell'1% del Pil) sottratti dalla GdF alle mafie dal 2015 tra confische e sequestri.
di Valeria Valente*
Il Riformista, 24 dicembre 2019
Decreto approvato in Consiglio dei ministri rafforza il ruolo dei captatori informatici: gli ascolti acquisiti potranno essere utilizzati anche per reati diversi da quelli per i quali c'è l'autorizzazione a "spiare". Ci sono temi su cui il confronto politico rappresenta il termometro della società, del suo stato di salute e, quindi, anche della sua febbre. La giustizia è uno di questi, ancora di più quando si parla di prescrizione e intercettazioni.
Non deve sorprendere allora che il dibattito di queste settimane, tornato prepotentemente su questi due temi, sia ampio, plurale e franco. Nessuno può considerare la discussione di questi giorni un intralcio al processo legislativo, tanto più quando la richiesta di approfondimento proviene da voci autorevoli della magistratura e dell'avvocatura che ne sono direttamente interessate.
La disciplina sulle intercettazioni, approvata sabato in Consiglio dei ministri e che entrerà in vigore a marzo, dimostra che questo percorso può essere condotto con senso di responsabilità. Troppe volte in questi anni abbiamo denunciato l'uso distorto delle intercettazioni come clava per la delegittimazione pubblica di persone che magari neanche erano coinvolte nelle indagini.
E troppe volte la politica su questo punto è stata ipocrita, perché in quella enorme stortura ci trovava un modo facile per aumentare il consenso. D'altronde, già il fatto che per 18 mesi il precedente governo avesse congelato queste nonne, fa capire che senza il Pd probabilmente oggi avremmo una nuova proroga a non si sa quando. lo resto convinta che quello per cui non può diventare pubblico ciò che non è penalmente rilevante e ha invece a che fare con i contesti, i comportamenti leciti, le idee e i giudizi sia un sacrosanto principio di garanzia liberale.
Vedremo se con le nuove norme questo rischio sarà scongiurato o servirà proseguire su questa strada. Ad esempio, mi sembra una mediazione equilibrata l'attribuzione al pubblico ministero del controllo affinché nei verbali non finiscano contenuti offensivi e lesivi estranei ai fini delle indagini.
Così come è positiva anche la possibilità per il difensore di accedere alle operazioni captative. Sinceramente, mi sembra molto meno accettabile l'ulteriore estensione dell'uso del trojan. Si prevede che nello stesso procedimento il materiale acquisito possa essere utilizzato anche per reati diversi da quelli per i quali c'è l'autorizzazione all'intercettazione.
Stiamo parlando del più invasivo strumento nei confronti di una persona. E molto spesso se ne parla senza tenere conto del serio problema di bilanciamento tra efficienza investigativa e rispetto delle garanzie. Su questo punto credo che ci sia stato un passo indietro rispetto al testo originario del decreto Orlando del 2017 e immagino che il Parlamento vorrà esprimersi nelle prossime settimane.
Va detto però che sulle intercettazioni il Partito democratico ha dimostrato ragionevolezza e responsabilità, accogliendo le osservazioni espresse da alcune procure e avvocatura. Mi chiedo se su prescrizione e durata del processo stia accadendo lo stesso da parte del Movimento 5 Stelle. Qualcuno, anche nella maggioranza, si è stupito che il Pd sollevi forti criticità sulla prescrizione a firma Bonafede e chieda una soluzione equilibrata sulla giusta durata del processo che quella nonna non garantisce affatto. Io francamente mi stupisco di chi si stupisce.
Nel gennaio 2019, la legge meglio nota come "spazza-corrotti" ha introdotto il blocco del corso della prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado, indipendentemente dall'esito, sia esso di condanna o assoluzione.
Lo ha fatto con uno strano meccanismo "ora per allora", e cioè differendo la sua entrata in vigore al 1° gennaio 2020, in modo tale da poter approvare nel frattempo una revisione di sistema del processo penale in grado di garantirne la ragionevole durata. All'epoca il Partito democratico votò contro quella nonna, per il merito e per il metodo, sollevando persino una pregiudiziale di costituzionalità, con ottime motivazioni che credo rimangano in piedi.
Infatti, aprire di fatto all'imprescrittibilità dopo la sentenza di primo grado, significa dare un colpo fatale agli equilibri di uno stato di diritto, dove la pretesa punitiva dello stato ha dei limiti e non è una cappa a cui siamo tutti sottoposti fino a che non si dimostri la propria innocenza. Ma oltre a ciò, questa riforma non risolverà il problema che dice di voler curare, e cioè i tempi del processo, dato che la grandissima parte delle prescrizioni giungono in primo grado, e di queste molte durante le indagini preliminari.
Così come le richieste di giustizia delle vittime, e i loro risarcimenti, non saranno soddisfatti meglio, come invece sento dire, dato che l'allungamento prevedibile dei processi interferirà anche sulla celerità delle risposte a chi ha subito un reato o patito un danno. Queste erano le ragioni del nostro no di un anno fa, valide ancora di più oggi.
Perché? Semplice. Fra pochi giorni quella nonna diventerà legge senza che nel frattempo da via Arenula sia arrivata una chiara proposta organica sul processo penale. Un anno fa il M5s e il ministro Bonafede avevano spostato in avanti la prescrizione considerando essenziale farla precedere dalla riforma del processo, che ne dovrebbe garantire la durata ragionevolmente breve. Oggi che però sul processo non c'è nulla, la prescrizione resta comunque in piedi. Dove sta la coerenza? Eppure il ministro della Giustizia è lo stesso di un anno fa.
*Senatrice Pd
blogsicilia.it, 24 dicembre 2019
In serata a Partinico (Pa) si è impiccato Filippo Nania, 91 anni, detto "Fifiddu", boss mafioso condannato in via definitiva per 416bis. Era detenuto in detenzione domiciliare dalla fine del 2016 dopo un periodo di reclusione nel carcere Opera di Milano. Secondo una prima ricostruzione pare che Nania sia salito su una scaletta alta circa mezzo metro e si è attaccato alla corda. Prima si era chiuso dall'interno nel garage. La porta del garage è stata aperta dai soccorritori. Le indagini sono condotte dai carabinieri della compagnia di Partinico.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 24 dicembre 2019
Per Marco Cappato, imputato per aiuto al suicidio del Dj Fabo "il fatto non sussiste". Nel caso ricorrono i quattro presupposti fissati dalla Consulta per la non punibilità. La decisione della Corte d'assise di Milano è arrivata ieri, in chiusura di un processo che per l'esponente dei radicali si era aperto l'8 novembre del 2017 per aver aiutato Fabiano Antoniani a raggiungere la Svizzera per ricorrere al suicidio assistito, un reato punibile con il carcere dai 5 ai 12 anni. A febbraio 2018 era caduta l'accusa di istigazione al suicidio.
Per l'aiuto, invece, la Corte d'assise aveva chiamato in causa la Consulta sollevando dubbi di costituzionalità sull'articolo 580 del Codice penale. Un giudizio che la Corte costituzionale aveva sospeso, invitando il legislatore a intervenire con una norma in linea con le tutele della Carta. Scaduto il tempo i giudici delle leggi, con una sentenza le cui motivazioni sono state depositate il 22 novembre scorso, hanno tracciato la via della non punibilità: l'incriminazione non è conforme alla Costituzione quando l'aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
La Consulta aveva chiarito che le condizioni valgono solo per i fatti successivi al verdetto, e non per quelli anteriori come la vicenda Dj-Fabo Cappato. Casi in cui è necessario verificare che l'aiuto al suicidio sia stato prestato con modalità anche diverse da quelle indicate, ma tali da dare garanzie sostanzialmente equivalenti, in particolare rispetto alla verifica delle condizioni del paziente e dei modi di manifestazione della volontà. E la Corte d'assise di Milano ha ritenuto rispettato il perimetro disegnato dalla Consulta. La Pm Tiziana Siciliano, nella sua requisitoria, nel chiedere l'assoluzione perché il fatto non sussiste, ha affermato che la sentenza della Corte costituzionale al "principio di sacralità della vita sostituisce la tutela della fragilità umana".
Parla di sentenza storica la senatrice del Pd Monica Cirinnà che chiede al Parlamento una legge di civiltà sull'aiuto medico a morire. Partendo dal lavoro fatto in Senato dal Pd con un Ddl del presidente Marcucci e uno a firma della stessa Cirinnà, da integrare con le indicazioni della Consulta per arrivare a una legge in tempi brevi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 dicembre 2019
Almeno cinque i casi denunciati. Indaga la Procura, il Dap avvia gli accertamenti. Le violenze sarebbero avvenute in un contesto già difficile: acqua che cola dai tetti e sezioni del 41bis costruite sotto il livello del terreno.
Modalità dure delle perquisizioni nelle celle, attività di controllo sui reclusi che sarebbero state filmate con uno smart-phone. Parliamo di presunti maltrattamenti che sarebbero stati perpetuati nei confronti di alcuni detenuti del carcere sardo di Sassari, il Bancali. Almeno cinque i casi denunciati e la Procura di Sassari ha affidato il caso al Nucleo di polizia giudiziaria della Polizia penitenziaria per investigare sull'accaduto.
I primi a muoversi sono stati i magistrati del tribunale di Sorveglianza di Sassari, che avrebbero sentito subito le presunte vittime dei maltrattamenti. Quindi le segnalazioni sono arrivate alla Procura e al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. È trapelato che tra le persone sentite nei giorni scorsi ci sarebbero operatori in forze all'Istituto sassarese, soggetti che avrebbero confermato le segnalazioni dei detenuti. Il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria (Dap) in Sardegna, Maurizio Veneziano, conferma di aver ricevuto la delega dal Capo Dipartimento per avviare accertamenti di natura ispettiva e amministrativa sulla vicenda che riguarderebbe episodi segnalati negli ultimi mesi. Verifiche che inizieranno subito dopo le festività, presumibilmente a metà gennaio.
Le presunte violenze arrivano in un contesto difficile e si aggiunge alla situazione logistica e ambientale già pesante. Acqua che cola dai tetti ogni volta che piove, con i temporali che spesso fanno saltare la corrente elettrica. Sciacquoni dei water nelle celle vuoti da mesi, muffa e infiltrazione nei muri. Problemi nell'area educativa, che non funziona, ma anche per fare una semplice telefonata a parenti o legali.
Mensa, anche della Polizia penitenziaria, sporca con cibi di qualità e quantità inadeguata. Pochissimi mediatori culturali, che nulla possono fare per risolvere i problemi di interazione con le 27 etnie presenti. Come se non bastasse c'è il problema strutturale del 41bis. Relativamente nuovo è l'Istituto di Sassari, che ha sostituito il vecchio "San Sebastiano" di ben triste memoria, caratterizzato però dalla presenza di un reparto detentivo speciale (41bis) sotto il livello del terreno ove sorgono le altre sezioni: una scelta però non dovuta alla tipologia del terreno.
Le cinque sezioni scendono gradatamente, con una diminuzione progressiva dell'accesso dell'aria e della luce naturale, che filtrano solo attraverso piccole finestre poste in alto sulla parete, corrispondenti all'esterno al livello di base del muro di cinta del complesso. Per tale motivo, sia le persone detenute nelle proprie stanze che il personale nei propri locali devono tenere continuamente la luce elettrica accesa per sopperire alla carenza di quella naturale. Ma non finisce qui.
Nonostante la forte presenza di un elevato numero di persone detenute in regime di alta sicurezza o 41bis in Sardegna, non è disponibile un Servizio di assistenza intensiva (Sai) che possa essere utilizzato a tutela della loro salute. Infatti, il Sai dell'Istituto di Sassari - strutturato originariamente per coloro per i quali era disposta una detenzione secondo tali regimi - è stato da due anni trasformato in un Centro di osservazione psichiatrica e l'unico altro Sai della Regione, che si trova nell'Istituto di Cagliari- Uta, è esclusivamente per coloro che sono detenuti in regime di normale sicurezza. E adesso al carcere di Sassari si aggiunge anche un'inchiesta da parte della Procura.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 24 dicembre 2019
L'idea è nata dai professionisti della locale Azienda sanitaria: dare voce ai tanti detenuti del carcere di Pistoia che voce non hanno. Permettere loro di tradurre in lettera, in forma anonima, le idee, le richieste, le emozioni, i desideri inespressi, per poi depositarli in una "cassetta dei pensieri" in occasione delle festività natalizie. Una "cassetta di Babele" dove far confluire i tanti mondi interiori, tutti diversi: per provenienza, per esperienze vissute, per cultura e anche per le tante lingue che nella realtà carceraria si possono ascoltare.
La cassetta - così immaginata dai medici e dagli infermieri che operano all'interno della casa circondariale - è stata collocata vicino all'ambulatorio e si è andata pian piano riempiendo. L'iniziativa però non ha soltanto intercettato i sentimenti dei detenuti: spontaneamente anche gli agenti di Polizia penitenziaria, gli educatori, il personale amministrativo che nel carcere lavora, hanno iniziato a imbucare nella stessa cassetta i loro pensieri di Natale.
Grazie alla sensibilità della direttrice dell'istituto penitenziario e del comandante della Polizia penitenziaria, l'idea ha coinvolto tutti, aprendo una finestra su un mondo che sembra invece fatto di uomini-ombra. Si è inoltre deciso che alcuni di questi pensieri verranno letti durante la Messa di Natale che il Vescovo di Pistoia, monsignor Fausto Tardelli, celebrerà in carcere e che tutte le lettere verranno raccolte in una pubblicazione.
di Lorenzo Balbo
Redattore Sociale, 24 dicembre 2019
L'etichetta "Tanta Roba Label" lancia una raccolta fondi online per acquistare strumenti destinati al laboratorio di musica rap che l'associazione Suonisonori organizza all'interno del Beccaria di Milano. C'è tempo fino al 27 dicembre per donare.
"Una musica può fare, salvarti sull'orlo del precipizio", scriveva Max Gazzè nel 1998. E in effetti sono molte le situazioni in cui una canzone può davvero fare la differenza: ecco perché l'etichetta discografica Tanta Roba Label ha deciso di lanciare una raccolta fondi online per acquistare nuovi strumenti destinati al laboratorio di musica rap per i ragazzi del carcere minorile Beccaria di Milano, organizzati dall'associazione Suonisonori. Per donare c'è tempo fino al 27 dicembre: l'obiettivo è di raccogliere 5 mila euro.
"Con questi strumenti musicali i ragazzi potranno studiare ed esibirsi anche fuori dal carcere, diminuendo la loro esperienza detentiva, nonché l'impatto del penitenziario sulle loro vite - affermano gli organizzatori.
Il carcere diventa ogni giorno di più il contenitore sociale di gruppi svantaggiati: dove lo stato non riesce ad abbattere le cause di disuguaglianza, la vulnerabilità avvicina alla criminalità. La musica, e nello specifico il rap, possono quindi svolgere una funzione di primaria importanza, facilitando la rieducazione e dando a questi giovani nuovi strumenti per uscire dalla delinquenza".
Il laboratorio di musica hip hop si tiene tre volte a settimana: il progetto è nato quasi vent'anni fa dall'associazione Suonisonori e in totale ha coinvolto circa 2 mila ragazzi. La raccolta fondi è stata lanciata il 19 dicembre al Puntozero, teatro che si trova all'interno della struttura carceraria, durante un concerto di Gemitaiz e MadMan, due famosi rapper dell'etichetta Tanta Roba Label, fondata nel 2011 dal rapper Gué Pequeno e dal dj Harsh e specializzata in musica hip hop.
Lo spettacolo è stato aperto dai tre brani inediti di El Diamantik, cantante ecuadoregno di 20 anni approcciatosi all'hip hop proprio durante la detenzione al Beccaria. "La musica è la mia arma per guadagnarmi un futuro - ha dichiarato -. Attraverso le mie canzoni ho l'occasione di raccontare a chi è fuori quali sono i sentimenti di un ragazzo che vive qui dentro".
bergamopost.it, 24 dicembre 2019
La cooperativa sociale Aretè è felice di annunciare la nascita di #Dolosa, la prima creazione gastronomica dello staff di Torre Boldone. A un primo sguardo, #Dolosa è una "semplice" crema al peperoncino, creata con materie prime di qualità, biologiche e a chilometro zero. In realtà questo vasetto pieno di bontà e di sapore nasce dalla mission di Aretè.
Cosa significa. Fin dalla sua fondazione, nel 1987, la cooperativa si è posta infatti come principale obiettivo quello di aiutare i detenuti per dare loro, nell'ambito delle misure alternative alla detenzione, la possibilità di vivere un contesto quotidiano differente dal carcere, in un ambiente che fosse "protetto" e che potesse essere d'aiuto nella riabilitazione verso una vita nuova. Nel corso del tempo questa vocazione è stata mantenuta e in parte ampliata con l'inclusione anche di altre tipologie di persone svantaggiate: disabili psichici, ex-tossicodipendenti, disoccupati di lungo periodo, persone in disagio sociale.
Vocazione. #Dolosa vuole essere quindi il racconto semplice, sincero e sorridente della vocazione della cooperativa e delle attività che tutti i giorni vengono svolte. Nasce dal desiderio di parlare di temi come il carcere e il reinserimento lavorativo di ex detenuti con la naturale semplicità che caratterizza il nostro quotidiano, con il sogno di avvicinare il maggior numero possibile di persone al nostro mondo, al nostro lavoro e alla nostra cooperativa che vuole essere sempre più inclusiva. "Per raggiungere questi obiettivi siamo partiti dal nome, #Dolosa, una parola che fa immediatamente ed esplicitamente riferimento a ciò che ha portato qualcuno ad andare coscientemente contro le norme - dicono dalla cooperativa.
Si tratta di un elemento, quella che comunemente chiamiamo "colpa", che fa quotidianamente parte della nostra vita e che spesso spaventa le persone, ma che il lavoro in Aretè vorrebbe aiutare ad accettare e ad accogliere, in tutti. #Dolosa è un modo di portare Aretè nelle case di tutti. Si tratta di un progetto che inizia con questa crema, ma che desideriamo portare avanti anche nei prossimi mesi con altre creazioni grazie alla nostra coltivazione di peperoncini".
Dove comprarla. #Dolosa è acquistabile presso il negozio Aretè in via Imotorre, 26 a Torre Boldone secondo gli orari di negozio (da lunedì a venerdì dalle 8.45 alle 19 e il sabato dalle 8.45 alle 13) ed è presente nei cesti natalizi Aretè.
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