di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 23 dicembre 2019
Cassazione - Sezione II penale - Sentenza 5 novembre 2019 n. 44854. È compito del giudice, quando la contestazione concerna una delle ipotesi di recidiva contemplate dall'articolo 99 del Cp, quello di verificare in concreto se la reiterazione dell'illecito sia effettivo sintomo di riprovevolezza e pericolosità, tenendo conto, secondo quanto precisato dalla relativa giurisprudenza costituzionale e di legittimità, della natura dei reati, del tipo di devianza di cui sono il segno, della qualità dei comportamenti, del margine di offensività delle condotte, della distanza temporale e del livello di omogeneità esistente fra loro, dell'eventuale occasionalità della ricaduta e di ogni altro possibile parametro individualizzante significativo della personalità del reo e del grado di colpevolezza, al di là del mero e indifferenziato riscontro formale dell'esistenza di precedenti penali.
Ciò perché, spiega la Cassazione con la sentenza 44854.2019, per l'applicazione della recidiva il giudice deve dare conto del concreto rilievo della ricaduta sotto il profilo sintomatico di una più accentuata colpevolezza e maggiore pericolosità del reo.
La sentenza è in linea con i principi espressi dalle sezioni Unite, nella sentenza 24 febbraio 2011, Proc. gen. App. Genova in proc. Indelicato, laddove, in parte motiva, nel ricostruirsi l'istituto, si è affermato che per ritenere e applicare la recidiva il giudice deve motivatamente spiegare, con riguardo alla nuova azione costituente reato, la sua idoneità a manifestare una più accentuata colpevolezza e una maggiore capacità a delinquere, in relazione alla natura ed ai tempi di commissione dei precedenti, così da giustificare l'aumento di pena. Piuttosto, va ulteriormente precisato che la recidiva deve ritenersi "applicata" dal giudice non solo quando viene attivato il suo effetto tipico di aggravamento della pena, ma anche quando se ne tragga, un altro degli effetti che le sono propri e cioè quello di paralizzare un'attenuante, impedendo a questa di svolgere la sua funzione di concreto alleviamento della pena irroganda per il reato: la recidiva, cioè, deve ritenersi "applicata" anche quando il giudice la ritenga equivalente alle riconosciute circostanze attenuanti; mentre deve ritenersi "esclusa" quando le attenuanti siano riconosciute con giudizio di prevalenza (cfr. sezioni Unite, 18 giugno 1991, Grassi).
Da ciò derivando la conseguenza che, se la recidiva, pur contestata, è esclusa dal giudice, non solo non dà luogo all'aggravamento della pena, ma non produce neanche gli ulteriori effetti commisurativi della sanzione costituiti dal divieto del giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti, di cui all'articolo 69, comma 4, del Cp, dal limite minimo di aumento della pena per il cumulo formale di cui all'articolo 81, comma 4, dello stesso codice, dall'inibizione all'accesso al cosiddetto "patteggiamento allargato" e alla relativa riduzione premiale di cui all'articolo 444, comma 1-bis del Cpp; effetti che si determinano integralmente qualora, invece, la recidiva stessa non sia stata esclusa, per essere stata ritenuta sintomo di maggiore colpevolezza e pericolosità. (cfr. sezioni Unite, 27 maggio 2010, Calibè).
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 23 dicembre 2019
Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 22 novembre 2019 n. 47572. È abnorme il provvedimento con cui il Gip rigetta la richiesta di incidente probatorio presentata dal pubblico ministero adducendo la necessità della previa escussione della persona offesa in sede di indagini. Lo ha detto la Cassazione con la sentenza 22 novembre 2019 n. 47572.
L'articolo 392, comma 1-bis, del codice di procedura penale prevede che nei procedimenti relativi a taluni gravi reati (come, ad esempio, quello di violenza sessuale) il pubblico ministero, anche su richiesta della persona offesa, o la persona sottoposta alle indagini possono chiedere che si proceda con incidente probatorio all'assunzione della testimonianza di persona minorenne ovvero della persona offesa maggiorenne, anche al di fuori delle ipotesi del comma 1 dello stesso articolo, e prevede altresì che si procede allo stesso modo, "in ogni caso", vale a dire, indipendentemente dal reato oggetto di indagine, all'assunzione della testimonianza della persona offesa che "versa in condizione di particolare vulnerabilità".
Tale disposizione esclude qualsiasi potere discrezionale da parte del giudice circa l'opportunità di accogliere la richiesta. Secondo la Cassazione, le uniche valutazioni consentite (oltre a quella generale desumibile dall'articolo 190, comma 1, del codice di procedura penale, che attribuisce al giudice il potere di escludere "le prove vietate dalla legge e quelle che manifestamente sono superflue o irrilevanti") attengono alla sussistenza dei requisiti indicati dalla disposizione, vale a dire che: l'istanza provenga da soggetto processuale legittimato (il pubblico ministero, anche su richiesta della persona offesa, ovvero la persona sottoposta alle indagini); il procedimento penda nella fase delle indagini preliminari ovvero in udienza preliminare (cfr. Corte costituzionale, sentenza 10 marzo 1994 n. 77); si stia procedendo per uno dei reati indicati dalla norma, ovvero quando la persona offesa di altro reato versi in condizioni di particolare vulnerabilità; la testimonianza di cui si richiede l'assunzione riguardi un minore di età (anche se non trattisi di persona offesa) ovvero la persona offesa maggiorenne.
Entro questi limiti, ragiona la Suprema corte, l'obbligo per il giudice di disporre l'incidente probatorio è imposto dal rilievo che il legislatore ha inteso evitare i fenomeni di vittimizzazione secondaria ritenendo detto interesse prevalente sul principio generale secondo cui la prova si forma in dibattimento, e dall'ulteriore rilievo che, proprio con tale disposizione, il legislatore ha inteso, in ossequio agli obblighi internazionali, non conculcare la tutela dei diritti delle vittime.
Alla luce di questi ineccepibili principi la Cassazione ha affrontato il ricorso proposto dal pubblico ministero avverso il provvedimento del giudice per le indagini preliminari reiettivo della richiesta di incidente probatorio: nella fattispecie, il giudice per le indagini preliminari aveva infatti respinto la richiesta di incidente probatorio avanzata dal pubblico ministero ritenendo necessaria la previa escussione della persona offesa in corso di indagini, trattandosi di incombente asseritamente necessario per consentire alle parti, durante l'audizione protetta, di procedere alle contestazioni, e per fornire al giudice elementi di attendibilità della persona esaminata.
Secondo la Corte si trattava di un rigetto arbitrario perché sostanzialmente fondato su un presupposto giuridico - la previa audizione del dichiarante - insussistente e apoditticamente affermato senza peraltro neppure indicare la fonte normativa del supposto obbligo; la Cassazione, quindi, accogliendo il ricorso del pubblico ministero, ha annullata senza rinvio l'ordinanza reiettiva, ritenendo tale provvedimento strutturalmente "abnorme", perché con esso si era "disapplicata", senza alcuna argomentazione, una regola generale di assunzione della prova prevista in ottemperanza a obblighi assunti dallo Stato in sede internazionale: non si trattava, quindi, soltanto di violazione di norme processuali, ma di un provvedimento reso al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste al di là di ogni ragionevole limite, e quindi affetto da cosiddetta "abnormità strutturale".
In termini, sezione III, 16 maggio 2019, Proc. Rep. Tivoli in proc. S., in una fattispecie in cui il giudice per le indagini preliminari aveva respinto la richiesta di incidente probatorio avanzata dal pubblico ministero con la seguente motivazione: "l'assunzione della testimonianza della persona offesa circa i fatti per cui si procede non presenta caratteri di urgenza tali da non consentirne l'espletamento nella sede deputata alla formazione della prova, quale il dibattimento, né appaiono ricorrere ulteriori condizioni che suggeriscano l'adozione del mezzo di prova nelle forme richieste".
ifatti.eu, 23 dicembre 2019
Solidarietà agita, mai sbandierata: è lo stile del Club Rotary di Eboli che, dopo la raccolta di coperte per i meno fortunati, ieri ha voluto festeggiare il Natale insieme ai detenuti dell'Icatt di Eboli e alle loro famiglie. Un giorno speciale di fratellanza e dalle forti emozioni. Baci e abbracci, abbracci prolungati e felici fra i detenuti, i loro figli, le mogli, le compagne.
Abbracci e lacrime di gioia, di speranza, la speranza di tornare presto a casa, di ricominciare prendendo un'altra strada. Un bambino e una bambina si stringono forti alle gambe del giovane papà. Il detenuto mostra ai suoi piccoli la bellezza del luogo che lo ospita. E forse è vero: la felicità non è avere tutto, ma accontentarsi di quello che si ha.
Emozionate il discorso del presidente del Club Rotary Francesco Scocozza: "Oggi è il giorno più buio dell'anno, 21 dicembre cade il solstizio d'inverno, e a me piace pensare che abbiamo portato un po' di luce nella vita di tutti oggi.
La luce è quella energia che accompagna la festa degli auguri, evento tradizionale per tutti i Club Rotary tanto da essere con il passaggio del collare e la visita del Governatore annoverata tra gli eventi più importanti per il club nel corso dell'anno rotariano. Questo carica di maggiore valore simbolico la condivisione della festa degli auguri con l'intera comunità dell'Icatt.
Questa è per noi rotariani l'opportunità di condividere i valori fondamentali della nostra istituzione basata sulla famiglia, l'amicizia, la comprensione ed il service". Parole che arrivano al cuore: "Essere qui oggi, per questo particolare evento ci consente di lavorare come rotariani perché incontriamo e conosciamo questa realtà: L'Icatt di Eboli, un Istituto a Custodia Attenuata che rappresenta un modello virtuoso nel nostro territorio. Qui si attua un processo di accompagnamento al reinserimento nella collettività.
Perché con questa festa stiamo compartecipando ad un percorso sancito dalla costituzione italiana nei cui valori ci riconosciamo istituzionalmente e stiamo rispondendo all'appello del Presidente Mattarella che nei suoi discorsi ha invitato alla partecipazione attiva la società civile, gli intellettuali, gli artisti, i mezzi di comunicazione, a moltiplicare le occasioni per stare accanto ai ragazzi impegnati in questo percorso non facile, fatto di privazione della libertà, di lontananza dagli affetti familiari, ma finalizzato a garantire davvero, a loro e alle loro famiglie, un futuro di serenità, di dignità, di appagamento.
Il motto del rotary quest'anno è: il rotary connette il mondo, ecco che stiamo operando una connessione tra la collettività che vive fuori da queste mura, ma che vi entra ed incita questi ragazzi ad essere tenaci e a svolgere al meglio il loro percorso con la fiducia di potere trovare fuori una società pronta al loro reinserimento".
Con questo auspicio formulo i migliori auguri per le festività natalizie e l'augurio di vivere un importante nuovo anno per la vita di tutti noi. Ringrazio quanti si sono adoperati in modo fattivo alla buona riuscita dell'evento ringrazio Francesca spera e attraverso le tutti i soci che hanno collaborato, il direttore e la dott. Caleca che hanno sempre risposto con entusiasmo e con spunti propositivi a tutte le interazioni organizzative agli imprenditori e agli operatori privati che riconoscendo la valenza dell'evento hanno voluti contribuire alla buona riuscita della festa: Donato e Pierpaolo Santimone dell'Hotel Grazia e del ristorante "Aglio, olio e peperoncino", il mago Paolo Fulgione, il caseificio "La Contadina", la Valcarni Srl di Atena Lucana; "Sorrento sapori e tradizioni"; l'azienda agricola semplice di Elio Rocco. Preziosissimi lo chef Mario Taddeo e Loredana.
di Stefano Liburdi
Il Tempo, 23 dicembre 2019
Festa nella torrefazione del carcere di Rebibbia. Brindisi con le note del duo Di Battista-Nicolai.
"Poi d'improvviso venivo dal vento rapito. E incominciavo a volare nel cielo infinito". Nicky Nicolai intona la canzone italiana più famosa al mondo accompagnata dalle note del sassofono di Stefano Di Battista e dei suoi musicisti.
La platea accompagna con battiti di mani e canta insieme alla raffinata artista il ritornello. "Volare oh oh, Cantare oh oh oh, nel blu dipinto di blu. Felice di stare lassù". Sorrisi e voglia di stare bene nella torrefazione del "Caffè Galeotto" all'interno del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso. Qui il caffè viene tostato, pulito, fatto riposare per tre o quattro giorni all'interno dei silos dove finisce di fermentare e, infine, imbustato.
Tavoli coperti da tovaglie rosso-festa occupano lo spazio centrale della fabbrica, a fare da contorno sacchi di juta colmi di chicchi di caffè e i macchinari per la produzione. Detenuti, camerieri per l'occasione, portano piatti colmi di cibo che loro stessi hanno preparato per l'occasione. Come ogni anno la Panta Coop, titolare dell'attività di torrefazione, si è fatta promotrice del pranzo di Natale occasione di incontro tra società esterna con il mondo del carcere.
"Volare oh, oh. Cantare oh oh oh", si alzano ondeggianti le mani del "parterre" dove siede la dott.ssa Rosella Santoro, che da tre anni a capo di questo Istituto, ha trasformato un luogo di pena e espiazione in un luogo di formazione, occupazione, di recupero e reinserimento con attività produttive. Applaudono e sorridono il senatore Pier Paolo Sileri, l'assessore al Comune di Roma Daniele Frongia, la presidente del IV Municipio Roberta Della Casa.
E ancora sorrisi da Daniela De Roberts, qui in rappresentanza del Garante Nazionale dei diritti delle persone prive della libertà, con lei il Garante Regionale dei diritti dei detenuti Stefano Anastasia e il Garante Comunale Gabriella Stramaccioni. Seduti ai tavoli anche esponenti della polizia penitenziaria, volontari, fornitori, clienti del Caffè Galeotto e i detenuti che fanno gli onori di casa. Hanno lavorato con cura per rendere accogliente il magazzino dove lavorano e in effetti ci sembra di respirare e di riconoscere la vita che qui scorre anche gli altri giorni. Tra sorrisi e strette di mano, tutti sono stati accolti da un prosecco di benvenuto che ha dato inizio al banchetto. Cornetti salati e rotoli di pasta ripieni hanno preceduto una lasagna calda, abbondante e delicata.
Poi polpette alla crema di peperoni prima del gran finale con il tiramisù al sapore di mandorle e la specialità della casa: il caffè. Un detenuto ha il piatto vuoto, sorride e beve coca cola. Ha superato i cinquant'anni e viene dal Senegal: è in carcere da otto anni. Tra pochi mesi sarà fuori. Lui non mangia carne, sorridendo svela il segreto della sua tranquillità davanti alla lasagna: "Ho mangiato prima un piatto di spaghetti alle vongole in sezione".
Ridiamo insieme. Vendeva merce contraffatta nelle vie del centro di Roma quando è stato arrestato. No, i suoi "fornitori" no. Loro sono ancora in giro e lo avranno certamente sostituito con qualche altro che ripercorrerà la sua stessa strada. Il senso alla detenzione lui lo ha trovato qui a Rebibbia, nella torrefazione. Lavora alla macchina che confeziona il caffè alla fine del processo di produzione. Ha un lavoro in mano e una formazione che potrebbe agevolarlo quando sarà fuori di qui e si riaffaccerà al mondo esterno.
La Torrefazione occupa 10 detenuti regolarmente assunti e 4 in formazione. Grazie al progetto del Caffè Galeotto, quest'anno hanno assaporato la libertà accedendo ai benefici di leggi e inserendosi nel mondo del lavoro ben tre detenuti. "Sono piccoli numeri lo so - spiega Mauro Pellegrini che nei primi anni duemila ha fondato la Panta Coop - Ma per noi sono un'enormità e una grandissima soddisfazione. Il coronamento di tutto il nostro lavoro".
L'impegno è quello di far sì che la pena non sia solamente "punitiva", ma sia anche e soprattutto occasione di riscatto personale. Diventa fondamentale dunque fornire i mezzi a chi i mezzi non li ha avuti o non li ha voluti usare. Attraverso la formazione prima e il lavoro poi, il detenuto può recuperare dignità e affrontare l'impatto con il mondo esterno sempre poco propenso a riaccogliere chi ha sbagliato.
Chi non ha beneficiato di attività formative ha un tasso di recidiva superiore al 70% contro quello che sfiora il 5% di chi è accolto in realtà lavorative. Nicky Nicolai e Stefano Di Battista continuano a trascinare il pubblico e con la loro musica contribuiscono a rendere indimenticabile questa giornata per gli ospiti. L'insolito pubblico ascolta e partecipa.
I due artisti hanno sposato da tempo questa causa e a ogni occasione, con sempre maggior entusiasmo, offrono dei momenti di serenità a persone che stanno affrontando un momento delicato della propria esistenza. "Penso che un sogno così non ritorni mai più", ma la voglia è che questa giornata di forti emozioni non finisca con il pranzo, ma che questo spirito prosegua nella vita e nell'impegno di tutti i giorni. Che sia dentro o fuori da queste mura.
di Stefano Liburdi
Il Tempo, 23 dicembre 2019
Festa nella torrefazione del carcere di Rebibbia. Brindisi con le note del duo Di Battista-Nicolai.
"Poi d'improvviso venivo dal vento rapito. E incominciavo a volare nel cielo infinito". Nicky Nicolai intona la canzone italiana più famosa al mondo accompagnata dalle note del sassofono di Stefano Di Battista e dei suoi musicisti.
La platea accompagna con battiti di mani e canta insieme alla raffinata artista il ritornello. "Volare oh oh, Cantare oh oh oh, nel blu dipinto di blu. Felice di stare lassù". Sorrisi e voglia di stare bene nella torrefazione del "Caffè Galeotto" all'interno del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso. Qui il caffè viene tostato, pulito, fatto riposare per tre o quattro giorni all'interno dei silos dove finisce di fermentare e, infine, imbustato.
Tavoli coperti da tovaglie rosso-festa occupano lo spazio centrale della fabbrica, a fare da contorno sacchi di juta colmi di chicchi di caffè e i macchinari per la produzione. Detenuti, camerieri per l'occasione, portano piatti colmi di cibo che loro stessi hanno preparato per l'occasione. Come ogni anno la Panta Coop, titolare dell'attività di torrefazione, si è fatta promotrice del pranzo di Natale occasione di incontro tra società esterna con il mondo del carcere.
"Volare oh, oh. Cantare oh oh oh", si alzano ondeggianti le mani del "parterre" dove siede la dott.ssa Rosella Santoro, che da tre anni a capo di questo Istituto, ha trasformato un luogo di pena e espiazione in un luogo di formazione, occupazione, di recupero e reinserimento con attività produttive. Applaudono e sorridono il senatore Pier Paolo Sileri, l'assessore al Comune di Roma Daniele Frongia, la presidente del IV Municipio Roberta Della Casa.
E ancora sorrisi da Daniela De Roberts, qui in rappresentanza del Garante Nazionale dei diritti delle persone prive della libertà, con lei il Garante Regionale dei diritti dei detenuti Stefano Anastasia e il Garante Comunale Gabriella Stramaccioni. Seduti ai tavoli anche esponenti della polizia penitenziaria, volontari, fornitori, clienti del Caffè Galeotto e i detenuti che fanno gli onori di casa. Hanno lavorato con cura per rendere accogliente il magazzino dove lavorano e in effetti ci sembra di respirare e di riconoscere la vita che qui scorre anche gli altri giorni. Tra sorrisi e strette di mano, tutti sono stati accolti da un prosecco di benvenuto che ha dato inizio al banchetto. Cornetti salati e rotoli di pasta ripieni hanno preceduto una lasagna calda, abbondante e delicata.
Poi polpette alla crema di peperoni prima del gran finale con il tiramisù al sapore di mandorle e la specialità della casa: il caffè. Un detenuto ha il piatto vuoto, sorride e beve coca cola. Ha superato i cinquant'anni e viene dal Senegal: è in carcere da otto anni. Tra pochi mesi sarà fuori. Lui non mangia carne, sorridendo svela il segreto della sua tranquillità davanti alla lasagna: "Ho mangiato prima un piatto di spaghetti alle vongole in sezione".
Ridiamo insieme. Vendeva merce contraffatta nelle vie del centro di Roma quando è stato arrestato. No, i suoi "fornitori" no. Loro sono ancora in giro e lo avranno certamente sostituito con qualche altro che ripercorrerà la sua stessa strada. Il senso alla detenzione lui lo ha trovato qui a Rebibbia, nella torrefazione. Lavora alla macchina che confeziona il caffè alla fine del processo di produzione. Ha un lavoro in mano e una formazione che potrebbe agevolarlo quando sarà fuori di qui e si riaffaccerà al mondo esterno.
La Torrefazione occupa 10 detenuti regolarmente assunti e 4 in formazione. Grazie al progetto del Caffè Galeotto, quest'anno hanno assaporato la libertà accedendo ai benefici di leggi e inserendosi nel mondo del lavoro ben tre detenuti. "Sono piccoli numeri lo so - spiega Mauro Pellegrini che nei primi anni duemila ha fondato la Panta Coop - Ma per noi sono un'enormità e una grandissima soddisfazione. Il coronamento di tutto il nostro lavoro".
L'impegno è quello di far sì che la pena non sia solamente "punitiva", ma sia anche e soprattutto occasione di riscatto personale. Diventa fondamentale dunque fornire i mezzi a chi i mezzi non li ha avuti o non li ha voluti usare. Attraverso la formazione prima e il lavoro poi, il detenuto può recuperare dignità e affrontare l'impatto con il mondo esterno sempre poco propenso a riaccogliere chi ha sbagliato.
Chi non ha beneficiato di attività formative ha un tasso di recidiva superiore al 70% contro quello che sfiora il 5% di chi è accolto in realtà lavorative. Nicky Nicolai e Stefano Di Battista continuano a trascinare il pubblico e con la loro musica contribuiscono a rendere indimenticabile questa giornata per gli ospiti. L'insolito pubblico ascolta e partecipa.
I due artisti hanno sposato da tempo questa causa e a ogni occasione, con sempre maggior entusiasmo, offrono dei momenti di serenità a persone che stanno affrontando un momento delicato della propria esistenza. "Penso che un sogno così non ritorni mai più", ma la voglia è che questa giornata di forti emozioni non finisca con il pranzo, ma che questo spirito prosegua nella vita e nell'impegno di tutti i giorni. Che sia dentro o fuori da queste mura.
Il Gazzettino, 23 dicembre 2019
Messa in carcere "La responsabilità vi rende liberi". "Caro vescovo Michele la nostra comunità è fatta di tante nazionalità e culture diverse, ma anche qui dentro, tra queste quattro mura, è possibile vivere in pace. È possibile quando ci sentiamo amati". Le porte della piccola cappella a due passi dalle celle si sono aperte ieri mattina dentro la Casa circondariale di Santa Bona per far prender posto all'altare al vescovo Michele Tomasi che - per la prima volta dal suo arrivo nella diocesi di Treviso - ha celebrato qui la messa.
Inizia in tono confidenziale il saluto di benvenuto rivolto al presule da una trentina di detenuti che ieri hanno partecipato alla celebrazione. Ci si stringe tra i banchi della piccola chiesa. A celebrare la liturgia con il vescovo è arrivato pure don Piero Zardo, il cappellano del carcere che qui è di casa. In chiesa c'è anche il direttore della struttura carceraria, Alberto Quagliotto. Al vescovo i detenuti spiegano senza troppi giri di parole quanto valore abbia la sua presenza. Il saper loro dire: io ci sono. A pochi giorni dal Natale la visita e la prima messa risuonano come un regalo atteso: "Caro fratello vescovo è importante che lei sia qui tra noi oggi legge un detenuto nella lettera di benvenuto al presule Noi ci sentiamo parte della Chiesa. Vogliamo gustarci la vita anche qui dentro". A monsignor Tomasi viene subito in mente quando per la prima volta nella sua vita ha varcato la soglia di un carcere: "È stata una mattina di Natale. Avevo 17 anni. Ero andato con un gruppo di giovani e le chitarre".
Di seguito è il brano del Vangelo dell'ultima domenica di Avvento a far scandire al presule parole come giustizia, obbedienza e libertà. Che nella piccola chiesa del carcere non possono non risuonare con un'eco speciale: "In tutte le forme di giustizia che noi viviamo in questa terra l'obiettivo è rispettare e permettere a ciascuno di vivere il proprio essere umano.
La propria dignità umana. E la dignità passa attraverso la capacità di assumersi la responsabilità di ciò che siamo. La mia vita può diventare nuova attraverso la mia abilità ad assumermi la mia responsabilità. Allora faccio l'esperienza che può sembrare strana, quasi assurda, che se obbedisco divento davvero libero".
Non tardano a giungere ai detenuti e a tutto il personale della struttura carceraria gli auguri di buon Natale ormai alle porte: "Il Signore non dice mai tu non hai speranza. E continua a dirmelo così tante volte che alla fine mi devo arrendere. Crederci. E dire proviamo a fare nuova questa esistenza. Proviamo a dare un senso positivo a quello che mi hai dato e che sono. Questa è tutta la nostra vita. È così per tutti noi. Se vogliamo essere giusti dobbiamo essere prima di tutto umani. Per poterci sentire perdonati dobbiamo scoprire dov'è la nostra vera dignità".
umbriajournal.com, 23 dicembre 2019
Serata di tensione, ieri, nel carcere Capanne di Perugia dove i detenuti ristretti nella II Sezione Penale hanno inscenato una pacifica protesta, rientrata in tarda serata. "È successo che i detenuti lamentano la precarietà del riscaldamento e del servizio elettrico, che spesso non funzionano e lasciano le celle al freddo", spiega Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l'Umbria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE. "Si è trattato, come detto, di una protesta pacifica, gestita al meglio dal personale di Polizia Penitenziaria dei vari ruoli, ma che ha fatto emergere in maniera chiara ed evidente una criticità significativa che può essere foriera di ulteriori tensioni se ad essa non si pone rimedio con urgenza".
Apprezzamento per la professionalità ed il senso del dovere del personale di Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere Capanne di Perugia arriva anche da Donato Capece, segretario generale del Sappe: "Il personale di Polizia Penitenziaria ha saputo gestire l'evento critico nel modo migliore, tranquillizzando i detenuti ed evitando quindi che le pacifiche lamentele potessero degenerare.
Ancora una volta è la Polizia Penitenziaria, l'unica realtà professionale effettivamente presente 24 ore al giorno in carcere, a dover fronteggiare queste situazioni di tensione ed a farlo, come è successo ieri sera a Perugia, con competenza e professionalità, garantendo ordine e sicurezza in un contesto certamente critico. Alle donne e agli uomini con il Basco Azzurro del Corpo va l'apprezzamento e la vicinanza del Sappe".
ecodicaserta.it, 23 dicembre 2019
Una giornata diversa. Un pranzo particolare per festeggiare il Natale con i 550 reclusi del carcere di Carinola. Il presidente di Anci Campania, Carlo Marino, è stato ospite del direttore della Casa di Reclusione "G.B. Novelli" di Carinola, Carlo Brunetti, insieme alla presidente dell'Asi di Caserta, Raffaella Pignetti. Un pranzo organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio, con il contributo di tanti volontari, finalizzato a offrire un momento di svago a persone in una particolare situazione di disagio.
Nel giugno 2013 il carcere di Carinola fu riconfigurato come Istituto a custodia attenuata, con reparto interamente a sorveglianza dinamica, e adibito alla detenzione esclusiva dei detenuti inseriti nel circuito media sicurezza a custodia attenuata. Nel novembre del 2017 è diventato Casa Reclusione a regime ordinario con sezione a custodia attenuata. Per questo motivo, in un futuro prossimo, ma molto ravvicinato, si può immaginare la realizzazione di speciali accordi di Anci Campania con l'Istituto di pena al fine di consentire ad alcuni reclusi di partecipare a lavori di pubblica utilità (Lpu) con i Comuni, peraltro già previsti dal Ministero della Giustizia come sanzioni penali sostitutive.
Lpu, come è noto, consiste nella prestazione di un'attività non retribuita a favore della collettività da svolgere anche presso i comuni o presso enti e organizzazioni di assistenza sociale o volontariato. L'idea è di rendere generale per tutti i Comuni della Campania il Protocollo d'intesa firmato il 5 aprile 2018 tra Anci e Ministero della Giustizia sul programma sperimentale per lo svolgimento di attività lavorative extra-murarie di protezione ambientale e di recupero del decoro di spazi pubblici ed aree verdi da parte dei soggetti in stato di detenzione e di modelli locali di gestione integrata del ciclo di raccolta dei rifiuti nelle comunità penitenziarie territoriali.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 23 dicembre 2019
Preferiamo far finta di niente per non rovinare i rapporti con le potenze che reggono l'economia del mondo. Per la difesa dei diritti umani non c'è più posto. Auguri sentiti, al di là di tutte le confessioni e gli ideali professati, ai perseguitati che vengono vessati senza che noi europei e occidentali, i campioni dell'ipocrisia e della declamazione retorica sui diritti e valori universali, apriamo bocca per denunciare quei crimini. Auguri ai curdi, inseguiti e discriminati dalle feroci milizie turche, dopo che avevano eroicamente fronteggiato l'Isis.
Auguri agli uiguri, la minoranza musulmana in Cina, deportati a centinaia di migliaia nei campi di concentramento nel silenzio di chi non vuole turbare i proficui rapporti con Pechino. Auguri ai morti e rifugiati del popolo islamico Rohingya, massacrato dalla Birmania di San Suu Kyi, incredibilmente Premio Nobel per la pace.
Auguri ai cristiani dell'Arabia Saudita uccisi perché in possesso di un rosario o di un crocefisso, ai cristiani del Pakistan accusati di blasfemia solo perché onorano il loro Dio, ai cristiani della Nigeria sterminati dai fanatici terroristi islamisti. Auguri alle donne che in Iran si strappano in piazza il velo dell'oppressione vengono incarcerate e oppresse. Auguri agli omosessuali russi che a Mosca vengono picchiati con inaudita violenza non appena osano manifestare il loro orgoglio gay. Auguri agli omosessuali palestinesi perseguitati e costretti a riparare nel civile e democratico Stato di Israele.
Auguri ai siriani fatti fuori a centinaia di migliaia dal tiranno Assad, nel silenzio complice della comunità internazionale. Auguri a Ayaan Hirsi Ali, messa al bando dalle università americane prese in ostaggio dai fanatici intolleranti che non sopportano le sue battaglie contro il fondamentalismo islamista. Auguri ai profughi dei campi di concentramento in Libia che scappano dalla miseria più totale, torturati e stuprati nell'assoluta impotenza dell'Onu e dell'Europa che consegna silente la Libia alla Russia e alla Turchia di Erdogan, e che suscitano attenzione solo se a pochi chilometri dalle cose europee.
Auguri ai venezuelani vessati dal regime di Maduro, ai cubani vessati dal regime castrista, al popolo dell'Amazzonia vessato dal regime di Bolsonaro. Auguri a tutti loro, e carbone amaro a vagonate per noi che voltiamo la testa dall'altra parte, che preferiamo far finta di niente per non rovinare i rapporti con le potenze che reggono l'economia del mondo. Per la difesa dei diritti umani non c'è più posto.
Il Riformista, 23 dicembre 2019
In merito al nostro articolo dal titolo "Profughi, 5.000 nuovi homeless: grazie Lamorgese", pubblicato nell'edizione cartacea di sabato 21 dicembre e rilanciato sul sito de Il Riformista, il ministero dell'Interno ci ha risposto con una nota che riportiamo integralmente:
Egregio Direttore, in relazione all'articolo "profughi: 5.000 nuovi homeless" pubblicato sul giornale da Lei diretto, è gradita occasione per fornire alcune chiarificazioni.
A legislazione vigente, i titolari dei permessi di soggiorno per motivi umanitari possono rimanere nel nuovo Sistema di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (Siproimi) solo fino al termine dei progetti in corso, la maggior parte dei quali scadrà il prossimo 31 dicembre. La proroga di tali progetti, prevista nel decreto ministeriale adottato lo scorso 18 novembre, non è pertanto applicabile ai titolari di permesso umanitario.
Nonostante questo quadro normativo, nessuno dei 1.428 titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari, attualmente presenti nel Siproimi, comunque finirà per strada. Per dare continuità all'azione di assistenza l'Autorità Responsabile dei fondi europei Fami ha già pubblicato, infatti, due specifici avvisi riservati agli Enti Locali per finanziare iniziative di accompagnamento all'autonomia e all'inclusione.
Al momento, i progetti finanziati sono trentanove ed un nuovo bando verrà a breve pubblicato. Le progettualità avranno inizio dopo una fase accelerata di selezione. La continuità all'assistenza dei titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari potrà essere garantita anche utilizzando le strutture già destinate dai Comuni nell'ambito del Siproimi. Infatti, la possibilità di mantenere la sede di accoglienza attuale rientra nella discrezionalità dell'Ente Locale titolare del progetto ed è consentita dal Fami.
Rimane inoltre confermata la possibilità, qualora ne ricorrano i presupposti, di rilasciare loro un permesso di soggiorno per cure mediche o per i casi speciali previsti dalla legge (es. vittime di tratta). In attesa di definire le modifiche al quadro normativo, in corso di valutazione politica, il Ministero dell'Interno è molto attento, in questa delicata fase, alle condizioni di vita di tutti i soggetti coinvolti e alle esigenze dei Comuni italiani che li ospitano e delle organizzazioni che gestiscono i relativi progetti. Si confida che questa illustrazione puntuale del lavoro che stiamo svolgendo possa fugare le preoccupazioni nate in queste ore attorno a un tema così delicato.
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