di Adriano Sofri
Il Foglio, 15 novembre 2019
Undici agenti della Polizia penitenziaria del carcere di San Vittore rinviati a giudizio. La vicenda ricorda la trama di un libro di Marco Malvaldi e Glay Ghammouri.
"Undici agenti della Polizia penitenziaria sono stati rinviati a giudizio con le accuse di intralcio alla giustizia, lesioni, falso e sequestro di persona: tra il 2016 e il 2017, nel carcere di San Vittore, avrebbero intimidito e pestato un tunisino di 50 anni, Ismail Ltaief, che aveva denunciato altri agenti per furti in mensa e percosse, e per impedirgli di testimoniare al processo.
Nel 2011 Ltaief, detenuto per tentato omicidio, aveva denunciato alcuni agenti in servizio nel carcere di Velletri. A San Vittore anche un compagno di cella di Ltaief sarebbe stato intimidito dagli agenti affinché non testimoniasse".
Riferisco testualmente la notizia, aggiungendo, e non pro forma, che bisognerà provare gli addebiti, per ricordare che l'intimidazione violenta ai detenuti che denunciano ruberie penitenziarie fin sul disgraziato vitto (3,60 euro per colazione e due pasti quotidiani a detenuto! Temo che la spesa equivalente per gli agenti penitenziari non sia tanto più generosa) è l'argomento, romanzescamente svolto, del libro pubblicato quest'anno da uno scrittore di talento, Marco Malvaldi, e da un carcerato di talento, Glay Ghammouri, "Vento in scatola", Sellerio.
Malvaldi, frequentando la galera a piede libero (e così sia) da insegnante di scrittura, si è persuaso che "per essere davvero liberi occorre conoscere il carcere". Che truffi o addirittura bastoni un prigioniero chi lo ha in balia e in custodia, è un po' come immaginare un angelo custode che truffi e bastoni il suo custodito, magari per fregare l'avaro padreterno sulla diaria. Brutta cosa.
di Valentina Stella
IL Dubbio, 15 novembre 2019
In esclusiva le lettere del tunisino detenuto nel carcere milanese di San Vittore. Undici agenti di polizia penitenziaria rinviati a giudizio per aver picchiato un detenuto nel carcere milanese di San Vittore. Ismail Ltaief sarebbe stato punito per aver denunciato altri agenti della penitenziaria per furti nelle cucine del carcere laziale di Velletri e per essere stato da loro malmenato. Il caso era stato sollevato dal Partito Radicale in una conferenza stampa tenuta alla Camera da Marco Pannella e Rita Bernardini. Per l'avvocato Alessandro Gerardi che segue il procedimento a Velletri la vicenda di Ismail Ltaief, con la sua appendice milanese, "presenta caratteristiche peggiori rispetto a quella di Stefano Cucchi, l'unica differenza è che Ismail per fortuna è ancora vivo e può raccontarla. La domanda che dovremmo porci di fronte a episodi del genere è semplice: come si possono rieducare i ' delinquenti' se si usano metodi molto simili a quelli usati da chi in carcere sta dall'altra parte delle sbarre?".
Quando Ismail seppe che i due agenti erano stati condannati in primo grado a tre anni di reclusione scrisse una lettera all'avvocato Gerardi: "Finalmente un senso di giustizia che sembrava non arrivarmi. Sono così felice soprattutto perché ho la netta sensazione che almeno quei due non picchieranno più detenuti".
Ecco, in esclusiva, alcuni stralci delle lettere che Ismail ha scritto al gip Laura Marchiondelli del Tribunale di Milano, che loemise il mandato di arresto per il tentato omicidio passato in giudicato, per denunciare i presunti pestaggi a San Vittore: "alle 21: 10 un ispettore e guardie carcerarie entrano in cella, mi saltano addosso, picchiano con arti marziali dicendo che se vado a testimoniare a Velletri ucciderebbero (vi riportiamo fedelmente quanto scritto, ndr) mia moglie visto che, secondo loro, non mi importa della mia vita. Mentre mi pestavano hanno nominato il nome e cognome di mia moglie e la via dove abitiamo. Ho male in tutto il corpo e ho paura di avere delle rotture. La prego giudice aiuto!".
In una seconda lettera Ismail scriveva: "questa notte mi hanno fatto uscire nuovamente di cella. Hanno picchiato di nuovo, uno di loro ha tirato di tasca un aggeggio che si infila nella mano, anelli di ferro. Ho vomitato sangue, se riesco ad arrivare dal medico le dirò sono ' caduto' nelle scale altrimenti saranno ancora più gravi le botte seguenti".
Se tutto ciò sia vero sarà il processo a stabilirlo. Infatti secondo l'avvocato Michele D'Agostino che assiste quattro agenti "ci sono parecchie incongruenze nel racconto del detenuto, ci sono tante cose non dimostrate, noi riteniamo di avere le prove della falsità delle sue dichiarazioni, alcune persone non erano neppure presenti al momento dei fatti denunciati, e l'uomo si è reso protagonista anche di atti di autolesionismo".
Intanto adesso, come ci racconta l'avvocato Matilde Sansalone, Ismail è diventato "un vero talento" nel laboratorio musicale destinato ai detenuti del carcere di Opera, finanziato dall'associazione Xmito e condotto dai maestri Stefania Mormone e Alberto Serrapiglio del Conservatorio "G. Verdi" di Milano. "La vicenda di Ismail - conclude Sansalone ci richiama all'ideale che sorregge l'attività di tutti coloro che si occupano di giustizia: il rispetto della dignità e dei diritti dell'essere umano, che sia innocente o colpevole, libero o detenuto, dinanzi agli accusatori e ai giudici. Così come lo è Ismail che anche in carcere quando suona si sente un uomo libero".
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 15 novembre 2019
Trecentosessanta invece sono i razzi lanciati dal Jihad islami verso Israele dove hanno fatto una cinquantina di feriti. Egiziani e Onu lavorano per un cessate il fuoco. "Ero stato ferito e ho telefonato a mio padre. Stava venendo a trovarmi in ospedale, i miei fratelli erano con lui sulla moto quando sono stati colpiti da Israele". Così Loay Ayyad raccontava ieri la fine di suo padre Raafat, 54 anni, e dei fratelli Islam, 25 anni, e Amir, 7 anni.
A colpirli è stato un missile sganciato da un drone israeliano nei pressi della moschea Ali, nel quartiere al Zaitun di Gaza city. Sui social ieri giravano le foto di Amir che sorride mentre si prepara ad andare a scuola. Civili innocenti fatti a pezzi da un missile ma che, in quanto palestinesi, non fanno notizia. Almeno non quanto i civili israeliani feriti dai razzi palestinesi lanciati da Gaza: una cinquantina hanno ricevuto cure mediche, 23 dei quali sono caduti mentre cercavano di raggiungere i rifugi, due sono rimasti feriti dalle schegge di un razzo, una donna anziana è stata colpita da un vetro andato in frantumi e resta grave una bimba di 8 anni colpita due giorni da infarto al suono delle sirene di allarme. I circa 360 razzi lanciati da Gaza, fino a ieri sera, hanno provocato pochi danni perché, sottolineano gli stessi media israeliani, sono caduti in aree aperte e disabitate o sono stati abbattuti dal sistema di difesa Iron Dome.
A Gaza invece non ci sono sistemi di difesa e rifugi per civili. I raid aerei sono andati avanti per tutto il giorno. Quella di ieri, all'indomani dell'omicidio mirato del comandante militare del Jihad, Bahaa Abu al Atta, ordinato dal premier israeliano Netanyahu, è stata una giornata di sangue e di paura, per adulti e bambini. Una giornata in cui sono stati uccisi almeno 16 palestinesi: gli ultimi due ieri sera a Rafah.
Che si aggiungono ai 10 di martedì. In totale sono 26, tra cui tre bambini e una donna. Per Israele si trattava nella maggior parte dei casi di "terroristi". Aprendo la riunione di governo Netanyahu è tornato a minacciare il Jihad: "Credo che il messaggio stia cominciando a passare, continueremo a colpirli senza pietà, siamo determinati a combattere e proteggere noi stessi. Hanno una opzione, mettere fine a questi attacchi o subire ancora più colpo", ha avvertito. Identico il tono del neo ministro della difesa, Naftali Bennett. "Questa mattina abbiamo mandato un chiaro messaggio a tutti i nostri nemici, dovunque si trovino - ha sottolineato - chiunque pianifichi di colpirci di giorno, non può essere mai sicuro di quello che faremo la notte. Eravate e restate nel nostro mirino".
Nel mirino però ci sono finiti anche persone innocenti, scuole ed edifici civili. Il Centro per i diritti umani di Gaza (Pchr) ha documentato la distruzione completa di tre case - due a Khan Younis e una a Rafah - dopo che proprietari e vicini hanno ricevuto chiamate dalle forze armate israeliane che ordinavano loro di abbandonarle prima dei bombardamenti. Anche le scuole e le università di Gaza sono rimaste chiuse, come quelle nelle regioni meridionali di Israele. Chiusi anche gli uffici pubblici per il secondo giorno, così come il valico commerciale di Kerem Shalom, ad est di Rafah, da dove transitano le merci per Gaza, e quello di Erez. Divieto per i pescatori di uscire in mare tranne che nell'estrema parte meridionale di Gaza.
L'escalation innescata dall'assassinio di Abu Al Atta - l'inchiesta svolta a Gaza dice che è stato ucciso un piccolo drone "kamikaze" imbottito di esplosivo ad alto potenziale scoppiato appena dentro la sua abitazione - si trasformerà in una ampia offensiva militare israeliana contro Gaza come nel 2014? L'incertezza è grande.
Il portavoce del Jihad, Musab al Breim, ha escluso un cessate al fuoco al momento, sottolineando che "non è appropriato parlarne, con tutto il rispetto per gli sforzi arabi". Ma il segretario generale dell'organizzazione, Ziad al Nakhla, era atteso ieri al Cairo dai mediatori egiziani che stanno cercando di raggiungere un cessate con l'aiuto dell'inviato Onu, Nikolaj Mladenov. Già nella capitale egiziana, Mladenov ha condannato con forza "il lancio indiscriminato di razzi e colpi di mortaio contro i centri abitati (israeliani) e deve fermarsi immediatamente", senza mostrarsi altrettanto perentorio nei confronti della ripresa degli omicidi mirati di leader palestinesi da parte di Israele.
"È improbabile che si arrivi subito a un cessate il fuoco" dice il giornalista di Gaza, Aziz al Kahlout "il Jihad islami pensa che la sua rappresaglia per l'uccisione di Abu Al Atta non sia ancora finita". Allo stesso tempo, aggiunge, "Ziad al Nakhla sa che lo scontro può sfociare in una guerra aperta che la sua organizzazione non potrebbe portare avanti da sola, senza la partecipazione di tutte le altre fazioni armate e soprattutto di Hamas".
Guerra che il principale movimento islamico palestinese, che controlla Gaza dal 2007, non vuole. Perché da mesi è impegnato in trattative indirette con Israele per una tregua di lunga durata che lo rafforzerebbe notevolmente anche nei confronti dell'Autorità Nazionale del presidente Abu Mazen. Non è passata inosservata l'assenza delle Brigate Al Qassam, l'ala militare di Hamas, dall'elenco delle organizzazioni armate che ieri hanno annunciato un'alleanza con le Brigate Saraya al Quds, il braccio armato del Jihad, contro Israele. "Hamas però la guerra potrebbe essere costretto a combatterla ugualmente - spiega al Kahlout - se Israele continuerà i pesanti bombardamenti degli ultimi due giorni e se non si avvierà la trattativa sul cessate il fuoco".
giornaledisondrio.it, 15 novembre 2019
È la quarta volta che il bando viene pubblicato. Il Comune di Sondrio ha pubblicato il nuovo bando per l'elezione del Garante per i diritti delle persone limitate nella libertà personale. Il Comune fa sapere che, ai fini dell'elezione del Garante, i cittadini interessati, che siano in possesso dei requisiti previsti dall'articolo 3 del Regolamento, possono presentare le proprie candidature inoltrando apposita istanza al Presidente del Consiglio Comunale presso l'Ufficio Protocollo del Comune (Piazza Campello n. 1) accompagnata da dettagliato curriculum come da modello disponibile sul sito comune.sondrio.it - sezione Albo Pretorio online - entro il giorno 2 dicembre 2019. È possibile consegnare a mano istanza e curriculum, oppure inviarli per posta ordinaria o raccomandata all'indirizzo: Comune di Sondrio - piazza Campello 1 - 23100 Sondrio.
O, ancora, tramite Posta elettronica certificata alla casella
"Si tratta del quarto bando pubblicato, i primi tre sono purtroppo andati deserti - spiega il Presidente del Consiglio Comunale, Maurizio Piasini. Per riuscire ad individuare finalmente una figura che ricopra questo importante ruolo possiamo contare sulla condivisione da parte di tutto il Consiglio Comunale. Speriamo di ricevere candidature e poter eleggere il nuovo Garante per i diritti delle persone limitate nella libertà personale".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 novembre 2019
L'odissea di Dari, più di 10 anni per essere riconosciuto apolide nel nostro Paese. Difficoltà di accesso ai diritti fondamentali, violazione dei diritti umani, emarginazione e discriminazione. Questo è ciò che emerge da uno studio condotto dall'Ufficio dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Il documento, presentato il 12 novembre scorso, si intitola "L'impatto dell'apolidia sull'accesso ai diritti umani in Italia, Portogallo e Spagna" e nei tre Paesi risulta una violazione sistematica dei diritti. Nel mondo gli apolidi sono 3,9 milioni: una stima, in realtà, calcolata per difetto considerando che in molti Paesi mancano statistiche ufficiali. Grazie, però, all'attività dell'Unhcr e all'iniziativa #IBelong avviata nel 2014, 220.000 apolidi hanno ottenuto una cittadinanza.
Nel rapporto è evidenziato che in Italia, Portogallo e Spagna gli apolidi incontrano diversi ostacoli proprio a causa dell'assenza di documenti di identità, che provoca problemi anche per l'accesso all'istruzione. Stessa situazione per l'assistenza sanitaria che è garantita nei tre Paesi, ma molti apolidi intervistati hanno evidenziato diversi problemi chiarendo che l'assenza di documenti legata proprio all'apolidia impedisce, non di rado, di usufruire dei servizi essenziali. Italia, Portogallo e Spagna sono Stati contraenti di entrambe le Convenzioni sull'apolidia. Tuttavia, Italia e Spagna non hanno ratificato la Convenzione europea sulla nazionalità del Consiglio d'Europa.
Le modalità di acquisizione della cittadinanza nei quadri normativi di riferimento italiano, portoghese e spagnolo trovano fondamento prevalentemente nel principio dello jus sanguinis - per cui la cittadinanza è conferita principalmente per discendenza. In varia misura, tutti e tre i Paesi hanno adottato un approccio inclusivo sull'accesso a cittadinanza e naturalizzazione basato sulla nascita sul territorio, con disposizioni potenzialmente utili per prevenire il protrarsi di casi di apolidia.
Spesso gli apolidi possono imbattersi in ostacoli nell'adempiere le procedure burocratiche e nel soddisfare i requisiti necessari per acquisire la cittadinanza alla nascita o tramite naturalizzazione oppure, semplicemente, possono non essere al corrente dell'esistenza di tali possibilità. Per esempio, nei casi in cui un bambino nasce da genitori apolidi in Italia, la salvaguardia contro l'apolidia alla nascita acquisisce efficacia solo quando lo status dei genitori è già stato formalmente riconosciuto tramite una procedura di determinazione dell'apolidia, un risultato che solo una minoranza degli apolidi che vivono nel nostro Paese riesce a conseguire. In Italia, gli apolidi possono avvalersi di due differenti procedure, una amministrativa, l'altra giudiziaria.
Tuttavia, i criteri restrittivi che limitano l'accesso alla procedura amministrativa, così come gli oneri finanziari e i passaggi burocratici legati alla procedura giudiziaria, comportano che il numero di apolidi che si vedono riconoscere formalmente il proprio status sia molto limitato. In casi estremi può durare più di dieci anni, come nel caso di Dari, un giovane apolide che ha vissuto in Italia sin dall'infanzia che ha raccontato come ci siano voluti quasi 13 anni per essere riconosciuto apolide.
Secondo i dati ufficiali, attualmente in Italia la popolazione apolide conta 822 persone formalmente riconosciute, ma si stima che vi siano dalle 3.000 alle 15.000 persone apolidi o a rischio di apolidia che al momento vivono nel Paese. Molte di queste sono membri delle comunità rom originarie dell'ex- Iugoslavia stabilitesi in Italia alcuni decenni fa.
Il resto della popolazione apolide è composto principalmente da persone originarie dell'ex Unione Sovietica, dei Territori Occupati palestinesi, della Cina (Tibet), di Cuba, dell'Eritrea e dell'Etiopia. In assenza di un riconoscimento formale dell'apolidia, le salvaguardie contro l'apolidia alla nascita di fatto non trovano applicazione, contribuendo alla trasmissione dell'apolidia alle nuove generazioni. Ciò vuol dire che molte di queste persone, sebbene siano nate e cresciute in Italia e non ne abbiano mai valicato le frontiere, non sono titolari di alcuna cittadinanza.
edizioniallaround.it, 15 novembre 2019
La devianza conduce giorno dopo giorno lentamente e silenziosamente alla perdita dei valori. I valori che qui si vogliono intendere non sono certamente riferiti ai valori monetari o a quelli delle cose, prettamente materiali, bensì quelli, i più importanti e preziosi che possano esistere, come l'amore, il rispetto, i valori spirituali.
I nomi dei protagonisti e il racconto, pur essendo di fantasia, hanno una radice nella realtà e nella storia vissuta dal protagonista che è stato ospite di diverse carceri (comprese quelle del 41 bis) per condanne dovute a reati diversi.
L'obiettivo che spero di avere raggiunto è quello della riflessione sul perché delle mie scelte e su come stia cercando di ribaltare una vita in cui, come ho sempre detto, nessuno mi ha obbligato a fare qualcosa: infatti "nessuno mi ha mai portato per mano". In appendice La carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati.
Giacinto Pino, un passato tra molte vicende di malavita tra Genova e la Calabria e un presente carcerario, trasferisce nella vicenda di Toni Basento molte delle esperienze vissute, intrecciate a quelle di fantasia. Perché in ogni uomo, malavitoso o "regolare", ci sono sentimenti ed emozioni che si trasformano, sino ad arrivare a una presa di coscienza che è quella del diventare pienamente persone, cittadini.
"Nessuno mi ha mai portato per mano. Nascere al sud e perdersi al nord", di Giacinto Pino.
Prefazione di Simonetta Matone, introduzione di Marcello Zinola, Pagg. 128, Euro 13,00.
di Nicolas Lozito
Il Messaggero, 15 novembre 2019
Le carceri italiane nel libro fotografico "Prigionieri", di Valerio Bispuri. Sono tanti, a volte tantissimi, i fotografi che si confrontano con il paesaggio umano del carcere: per molti è un esercizio di stile o un passaggio formativo per provare l'accesso a luoghi e persone inarrivabili e in bilico. Spesso finisce con un fallimento, perché la resa dell'immagine non sa riportare il peso di vite così diverse.
Per Valerio Bispuri, invece, ritrarre carcere e carcerati non è un'esperienza per fare curriculum, ma una vera missione. Da vent'anni, il fotografo romano classe 1971 si concentra sul tema della "libertà perduta" e l'emarginazione: nel 2015 ha pubblicato il suo lavoro decennale su 74 carceri dell'America del Sud (Encerrados), e nel 2017 la sua indagine sulla nuova droga Paco (Paco. A drug story).
È uscito ora Prigionieri (Contrasto, 176pp, 39€): 130 scatti in bianco e nero dall'interno delle carceri del nostro Paese. Da quelle di massima sicurezza, come Poggioreale di Napoli o l'Ucciardone di Palermo, alle storiche Regina Coeli di Roma e San Vittore di Milano; dalle carceri femminili alle colonie penali; e così per dieci istituti diversi, nuovi o vecchi, con i muri scrostati o dall'architettura modello per agevolarne il controllo.
Non è certo uno di quei libri di fotografia da collezionare, senza mai aprire, sul tavolo del salotto. È un lavoro di antropologia fotografica necessario, autentico, da studiare. La comprensione arriva grazie ai dettagli: una piccola stanza con cinque detenuti impilati sui letti a castello, l'abbraccio amorevole e violento di tre donne, l'utilizzo delle casse di acqua da sei come pesi da palestra.
Alcune foto si fissano nella memoria più di altre, sembra di stare lì, mentre Bispuri pranzava con i detenuti per conoscerli meglio: un uomo spadella ai fornelli, e meno di mezzo metro dietro di lui, un altro detenuto è seduto sul water. In un carcere fatto di sbarre, muri e vetri, proprio lì non ci sono divisioni. Intenti manifesti e un manifesto di intenti, verrebbe da dire.
Prigionieri è accompagnato da tre testi complementari: un commento di Edoardo Albinati, premio Strega 2016 e da vent'anni insegnante nel penitenzario di Rebibbia; un contributo di Stefano Anastasia, docente e fondatore dell'associazione Antigone ("70 mila detenuti per 45-50 mila posti detentivi: questo è il primo dato del sistema carcerario italiano"); e il racconto in prima persona dello stesso Bispuri.
"L'idea che ne ho ricavato è di una solitudine sconfinata: i detenuti sono permanentemente a contatto tra loro, eppure sono sempre soli". Un mondo e un'umanità paralleli: per giudicare prigioni e prigionieri bisogna prima vedere.
di Massimo Zilio
Il Gazzettino, 15 novembre 2019
Sculture eseguite in un laboratorio della Casa di reclusione. Anche le opere di cinque detenuti della Casa di Reclusione Due Palazzi sono tra quelle presenti alla trentesima edizione di ArtePadova, che dopo l'anteprima di ieri apre oggi ufficialmente al pubblico dalle 10 alle 20 e che sarà ospitata dalla Fiera di Padova fino a lunedì (biglietto intero 10 euro, ridotto 5 euro, sul sito artepadova.com è possibile scaricare il ridotto speciale a un euro).
Nella sezione Contemporary Art Talent Show del padiglione 1 sono esposte cinque sculture, realizzate nell'ambito del progetto ScoliAmo, laboratorio avviato poco più di un anno fa nel carcere padovano dagli scultori Claudia Chiggio e Roberto Tonon (in arte Chiton) dell'associazione Area 48. È una selezione di opere (che saranno anche acquistabili in Fiera) presenti anche, assieme ad altre, al Momart di piazza Capitaniato ogni prima domenica del mese. È una piccolissima parte delle 15 mila opere portate da 300 galleristi italiani, danesi, francesi, tedeschi, inglesi, spagnoli, turchi e iraniani ad ArtePadova, una delle principali mostre mercato d'arte moderna e contemporanea in Italia.
Sono 723 gli artisti esposti e tra i padiglioni è possibile trovare nomi come Picasso, Modigliani, Matisse, De Chirico, Fontana, De Pisis, Morandi, Warhol, Haring, Guttuso, Pomodoro, Burri, Vedova, Rotella, Sironi, Manzoni. Non manca nemmeno la nona arte, il fumetto, con la mostra di Fabio Civitelli, noto soprattutto come disegnatore di Tex, una delle cinque personali presenti in fiera con quelle di Giorgio Laveri con le sue sculture giganti e dell'artista della luce Jorrit Tornquist, del cantante Ivan Cattaneo con le sue tecniche miste e del critico musicale Red Ronnie che propone le sue foto dei big della musica internazionale.All'interno della mostra spazio anche alle tecniche anti contraffazione più moderne.
Oggi alle 11.30 lo street artist padovano Alessio B firmerà una sua opera con il dna sintetico realizzato dalla start up Aries, che ha sede a Padova. Anche Noima è una start up padovana, impegnata sullo stesso versante ma con tecnologia diversa.
In questo caso l'azienda, fondata dalla padovana Monica Bortolami e con sede nell'incubatore del Galileo Visionary District, grazie anche alla collaborazione con Ez Lab, utilizza infatti la blockchain (tecnologia alla base ad esempio della valuta digitale Bitcoin) per permettere agli artisti di depositare con un click le proprie opere e certificarle.
isnews.it, 15 novembre 2019
Prima udienza dal Gup ieri mattina del procedimento a carico del 25enne accusato dell'omicidio di Fabio De Luca, deceduto mentre era recluso nel carcere di Ponte San Leonardo, Una nuova perizia per fare piena luce sul decesso di Fabio De Luca, il detenuto morto nel novembre 2014, mentre era recluso nel carcere di Ponte San Leonardo.
Lo ha stabilito il Gup del Tribunale di Isernia. Questa mattina si è tenuta la prima udienza del rito abbreviato a carico del 25enne campano, accusato insieme ad altri due imputati, dell'omicidio del 45enne. Il giudice ha proceduto alla nomina del neurochirurgo Ettore Sannino e nei prossimi giorni provvederà a individuare anche un medico legale a cui verrà affidato il compito di redigere una nuova perizia.
L'udienza è stata quindi aggiornata al 12 dicembre, per il giuramento dei periti. È partito dunque il procedimento scaturito a seguito del decesso di Fabio De Luca. La sera del 5 novembre 2014, il 45enne venne portato d'urgenza all'ospedale 'Venezialè con pesanti traumi alla testa. Si parlò di caduta accidentale. L'uomo, secondo le ricostruzioni della Squadra Mobile di Campobasso, che indagò sul caso, si era recato in un'altra cella per prendere una gruccia quando, alla presenza di due detenuti, avrebbe battuto la testa e sarebbe finito in coma.
L'11 novembre, dopo circa una settimana di agonia in Rianimazione, De Luca morì al Cardarelli, dove nel frattempo era stato trasferito. L'autopsia, eseguita due giorni dopo il decesso, stabilì che le ferite sul corpo di De Luca erano incompatibili con una caduta accidentale. "Trauma cranico multifocale": fu il responso contenuto nella relazione del medico legale Vincenzo Vecchione. Morte indotta, dunque, forse a seguito di un pestaggio in cella.
Per quel decesso tre ex compagni di detenzione della vittima vennero accusati a vario titolo di omicidio dalla Procura di Isernia. La svolta nelle indagini ci fu nel novembre del 2015, con l'arresto dei presunti responsabili, ora a giudizio. In Corte d'Appello a Campobasso, nei giorni scorsi, è partito il anche processo con rito ordinario per gli altri due imputati. La famiglia della vittima, assistita dall'avvocato isernino Salvatore Galeazzo, si è già costituita parte civile e continua a chiedere verità e giustizia.
nkvf.admin.ch, 15 novembre 2019
Nel suo rapporto la Commissione nazionale per la prevenzione della tortura (Cnpt) presenta i risultati di un progetto pilota biennale volto a verificare l'assistenza sanitaria nelle strutture carcerarie svizzere. Nel complesso, la Cnpt trae un bilancio positivo per quanto riguarda l'accesso alle cure mediche negli istituti di detenzione svizzeri e la loro qualità. Sono però emerse discrepanze e carenze nell'attuazione delle prescrizioni legali in materia di epidemie e nella ripartizione dei costi.
Attuazione non uniforme delle prescrizioni legali in materia di epidemie - La verifica delle basi legali cantonali ha evidenziato un'attuazione eterogenea delle prescrizioni legali in materia di epidemie, il che in pratica significa che le strutture carcerarie adottano piani di assistenza diversi. Sebbene l'assistenza sanitaria sia risultata adeguata in tutti gli istituti controllati, queste differenze rivelano che occorre intervenire ulteriormente per armonizzare la prassi in materia di prevenzione.
Misure preventive insufficienti - La Commissione ha riconosciuto una particolare necessità d'intervento per quanto riguarda le misure preventive contro le malattie infettive e altre malattie trasmissibili per via sessuale o ematica; occorre soprattutto informare meglio i detenuti. Ha anche riscontrato che la visita medica di entrata, essenziale dal punto di vista epidemiologico, viene eseguita in modo diverso come misura preventiva e non sempre entro i termini prestabiliti. Anche per quanto concerne la distribuzione dei farmaci occorre adoperarsi ulteriormente affinché la somministrazione da parte di personale medico specializzato, già praticata in molte istituzioni, diventi uno standard a livello nazionale.
Armonizzare la ripartizione dei costi - Secondo la Commissione le eterogenee modalità di ripartizione dei costi per i trattamenti sanitari dei detenuti sono contrarie al principio di uguaglianza. Ritiene che una partecipazione ai costi sia ammissibile dal punto di vista dei diritti fondamentali soltanto se è proporzionata e se non impedisce l'accesso a un'assistenza medica adeguata. La Commissione raccomanda pertanto alle autorità competenti di introdurre un'assicurazione sanitaria obbligatoria per tutti i detenuti e di adoperarsi affinché la ripartizione dei costi sia armonizzata su scala nazionale.
Necessità d'intervento in singoli ambiti - La Commissione ha inoltre riscontrato che occorre intervenire nel settore dell'assistenza psichiatrica di base e ha raccomandato alle autorità di garantire un accesso adeguato all'offerta terapeutica. Infine, in molte strutture, la Commissione ha reputato insufficiente l'assistenza sanitaria riservata specificamente alle donne detenute e alle loro esigenze.
Nell'ambito di un progetto pilota biennale, la Commissione ha esaminato il rispetto dei principi internazionali e nazionali fondamentali dal punto di vista dell'assistenza sanitaria, riservando particolare attenzione all'attuazione cantonale delle prescrizioni legali in materia di epidemie. Il progetto è stato seguito da un gruppo di lavoro formato da interlocutori importanti nel settore dell'assistenza sanitaria; i risultati e le raccomandazioni sono stati discussi nel corso dei lavori. A conclusione, le autorità competenti per l'assistenza sanitaria nelle strutture carcerarie e gli istituti sottoposti a controllo hanno ricevuto il rapporto generale affinché prendano posizione in merito.










