ecodicaserta.it, 23 dicembre 2019
Una giornata diversa. Un pranzo particolare per festeggiare il Natale con i 550 reclusi del carcere di Carinola. Il presidente di Anci Campania, Carlo Marino, è stato ospite del direttore della Casa di Reclusione "G.B. Novelli" di Carinola, Carlo Brunetti, insieme alla presidente dell'Asi di Caserta, Raffaella Pignetti. Un pranzo organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio, con il contributo di tanti volontari, finalizzato a offrire un momento di svago a persone in una particolare situazione di disagio.
Nel giugno 2013 il carcere di Carinola fu riconfigurato come Istituto a custodia attenuata, con reparto interamente a sorveglianza dinamica, e adibito alla detenzione esclusiva dei detenuti inseriti nel circuito media sicurezza a custodia attenuata. Nel novembre del 2017 è diventato Casa Reclusione a regime ordinario con sezione a custodia attenuata. Per questo motivo, in un futuro prossimo, ma molto ravvicinato, si può immaginare la realizzazione di speciali accordi di Anci Campania con l'Istituto di pena al fine di consentire ad alcuni reclusi di partecipare a lavori di pubblica utilità (Lpu) con i Comuni, peraltro già previsti dal Ministero della Giustizia come sanzioni penali sostitutive.
Lpu, come è noto, consiste nella prestazione di un'attività non retribuita a favore della collettività da svolgere anche presso i comuni o presso enti e organizzazioni di assistenza sociale o volontariato. L'idea è di rendere generale per tutti i Comuni della Campania il Protocollo d'intesa firmato il 5 aprile 2018 tra Anci e Ministero della Giustizia sul programma sperimentale per lo svolgimento di attività lavorative extra-murarie di protezione ambientale e di recupero del decoro di spazi pubblici ed aree verdi da parte dei soggetti in stato di detenzione e di modelli locali di gestione integrata del ciclo di raccolta dei rifiuti nelle comunità penitenziarie territoriali.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 23 dicembre 2019
Preferiamo far finta di niente per non rovinare i rapporti con le potenze che reggono l'economia del mondo. Per la difesa dei diritti umani non c'è più posto. Auguri sentiti, al di là di tutte le confessioni e gli ideali professati, ai perseguitati che vengono vessati senza che noi europei e occidentali, i campioni dell'ipocrisia e della declamazione retorica sui diritti e valori universali, apriamo bocca per denunciare quei crimini. Auguri ai curdi, inseguiti e discriminati dalle feroci milizie turche, dopo che avevano eroicamente fronteggiato l'Isis.
Auguri agli uiguri, la minoranza musulmana in Cina, deportati a centinaia di migliaia nei campi di concentramento nel silenzio di chi non vuole turbare i proficui rapporti con Pechino. Auguri ai morti e rifugiati del popolo islamico Rohingya, massacrato dalla Birmania di San Suu Kyi, incredibilmente Premio Nobel per la pace.
Auguri ai cristiani dell'Arabia Saudita uccisi perché in possesso di un rosario o di un crocefisso, ai cristiani del Pakistan accusati di blasfemia solo perché onorano il loro Dio, ai cristiani della Nigeria sterminati dai fanatici terroristi islamisti. Auguri alle donne che in Iran si strappano in piazza il velo dell'oppressione vengono incarcerate e oppresse. Auguri agli omosessuali russi che a Mosca vengono picchiati con inaudita violenza non appena osano manifestare il loro orgoglio gay. Auguri agli omosessuali palestinesi perseguitati e costretti a riparare nel civile e democratico Stato di Israele.
Auguri ai siriani fatti fuori a centinaia di migliaia dal tiranno Assad, nel silenzio complice della comunità internazionale. Auguri a Ayaan Hirsi Ali, messa al bando dalle università americane prese in ostaggio dai fanatici intolleranti che non sopportano le sue battaglie contro il fondamentalismo islamista. Auguri ai profughi dei campi di concentramento in Libia che scappano dalla miseria più totale, torturati e stuprati nell'assoluta impotenza dell'Onu e dell'Europa che consegna silente la Libia alla Russia e alla Turchia di Erdogan, e che suscitano attenzione solo se a pochi chilometri dalle cose europee.
Auguri ai venezuelani vessati dal regime di Maduro, ai cubani vessati dal regime castrista, al popolo dell'Amazzonia vessato dal regime di Bolsonaro. Auguri a tutti loro, e carbone amaro a vagonate per noi che voltiamo la testa dall'altra parte, che preferiamo far finta di niente per non rovinare i rapporti con le potenze che reggono l'economia del mondo. Per la difesa dei diritti umani non c'è più posto.
Il Riformista, 23 dicembre 2019
In merito al nostro articolo dal titolo "Profughi, 5.000 nuovi homeless: grazie Lamorgese", pubblicato nell'edizione cartacea di sabato 21 dicembre e rilanciato sul sito de Il Riformista, il ministero dell'Interno ci ha risposto con una nota che riportiamo integralmente:
Egregio Direttore, in relazione all'articolo "profughi: 5.000 nuovi homeless" pubblicato sul giornale da Lei diretto, è gradita occasione per fornire alcune chiarificazioni.
A legislazione vigente, i titolari dei permessi di soggiorno per motivi umanitari possono rimanere nel nuovo Sistema di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (Siproimi) solo fino al termine dei progetti in corso, la maggior parte dei quali scadrà il prossimo 31 dicembre. La proroga di tali progetti, prevista nel decreto ministeriale adottato lo scorso 18 novembre, non è pertanto applicabile ai titolari di permesso umanitario.
Nonostante questo quadro normativo, nessuno dei 1.428 titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari, attualmente presenti nel Siproimi, comunque finirà per strada. Per dare continuità all'azione di assistenza l'Autorità Responsabile dei fondi europei Fami ha già pubblicato, infatti, due specifici avvisi riservati agli Enti Locali per finanziare iniziative di accompagnamento all'autonomia e all'inclusione.
Al momento, i progetti finanziati sono trentanove ed un nuovo bando verrà a breve pubblicato. Le progettualità avranno inizio dopo una fase accelerata di selezione. La continuità all'assistenza dei titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari potrà essere garantita anche utilizzando le strutture già destinate dai Comuni nell'ambito del Siproimi. Infatti, la possibilità di mantenere la sede di accoglienza attuale rientra nella discrezionalità dell'Ente Locale titolare del progetto ed è consentita dal Fami.
Rimane inoltre confermata la possibilità, qualora ne ricorrano i presupposti, di rilasciare loro un permesso di soggiorno per cure mediche o per i casi speciali previsti dalla legge (es. vittime di tratta). In attesa di definire le modifiche al quadro normativo, in corso di valutazione politica, il Ministero dell'Interno è molto attento, in questa delicata fase, alle condizioni di vita di tutti i soggetti coinvolti e alle esigenze dei Comuni italiani che li ospitano e delle organizzazioni che gestiscono i relativi progetti. Si confida che questa illustrazione puntuale del lavoro che stiamo svolgendo possa fugare le preoccupazioni nate in queste ore attorno a un tema così delicato.
controradio.it, 23 dicembre 2019
Un presepe artistico è stato realizzato dai detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano. L'opera, che sarà esposta all'interno del 'Giardino degli incontri' del penitenziario, sarà inaugurata il prossimo 23 dicembre, alle ore 11, dall'arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, in occasione della messa natalizia.
La realizzazione del presepe ha visto coinvolti, per oltre un anno e mezzo, detenuti di diverse culture, estrazioni e religioni. E così, precisa una nota, da un incontro nato quasi per scommessa nell'estate del 2017 tra la direzione del carcere fiorentino ed i soci di Firenze dell'Associazione italiana amici del presepio, Massimo Pucci e Giuseppe Mazza, si è deciso di dare vita al progetto della costruzione di un presepio all'interno del "Giardino degli incontri" del carcere.
Sotto la guida costante di Pucci e Mazza, i detenuti si sono cimentati per la prima volta con fogli di polistirene, colori acrilici e colla a caldo ed hanno appreso, e nello stesso tempo messo in pratica, le principali tecniche costruttive. L'ambientazione è quella di uno scenario popolare del '400 nel quale i particolari architettonici delle facciate dei vari edifici sono completati dalla cura degli interni delle abitazioni, ove nulla è lasciato al caso. A fare da sfondo all'ambientazione, un cielo azzurro ed una catena montuosa dalla quale le fasi del giorno e della notte si alternano per dare dinamicità all'allestimento. Non manca, ovviamente, la vegetazione ed una fontana centrale, con acqua vera. Il presepio del carcere di Sollicciano resterà esposto, in maniera permanente, perché il suo messaggio sia sempre vivo, in ogni momento dell'anno.
di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 23 dicembre 2019
Il messaggio trovato da una bimba inglese. I negozi Tesco sospendono il fornitore cinese. Penna in mano, l'albero di Natale alle spalle, Florence aveva appena aperto la scatola di bigliettini di auguri solidali. Si stava accingendo a scriverli ai suoi compagni di scuola, quando passandoli in rassegna, magari per scegliere quello da inviare all'amica del cuore, il più bello tra quei teneri gattini con il cappello rosso di Babbo Natale sul capo, ha sgranato i suoi occhioni verdi: "Ehi, ma questo è già stato usato, è già scritto" ha esclamato questa bambina di sei anni con l'aria divertita, rivolgendosi alla mamma che li aveva acquistati a un super Tesco di Londra.
Un testo di poche righe, tutto in maiuscolo: "Siamo prigionieri stranieri detenuti nel carcere di Qingpu a Shanghai. Siamo costretti a lavorare contro la nostra volontà, per favore aiutateci e denunciate il nostro caso ad un'organizzazione per i diritti umani". Un Sos talmente assurdo da essere scambiato di prim'acchito per uno scherzo anche dai genitori di Florence. All'incredulità è poi subentrato lo choc: si fa beneficenza con i lavori forzati? Pare un ossimoro, e se fosse vero? Un indizio ha aiutato la coppia a fare chiarezza: sul bigliettino c'era anche l'indicazione di contattare un certo Peter Humphrey. Il padre della bambina lo ha cercato su Google scoprendo che si trattava di un giornalista britannico che aveva trascorso due anni nella stessa prigione, a Shanghai, condannato per violazione delle leggi cinesi sulla vita privata mentre lavorava lì come investigatore antifrode per conto della multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline.
È stato lui a raccontare la storia sul Sunday Times. "Quando ho ricevuto via Linkedin il messaggio del signor Widdicombe mi sono ripiombati addosso quei due anni terribili" ha scritto. Poi alla Bbc ha spiegato: "Quando ero recluso io si trattava di lavoro volontario, che tornava utile per le piccole spese. Ma nell'ultimo anno è diventato obbligatorio".
Tesco ha annunciato di aver avviato un'indagine e ha subito sospeso il contratto con il suo fornitore cinese: "Nella nostra catena di fornitori non è ammesso l'uso del lavoro carcerario", ha spiegato un portavoce. La società di Shanghai che produceva i biglietti natalizi è stata oggetto di un audit anche il mese scorso, si difende la multinazionale che quest'anno punta a ricavare 300mila sterline dalla vendita di cartoline benefiche, da devolvere a British Heart Foundation, Cancer Research Uk, e Diabete Uk. Ma a beneficiare dell'operazione pare sia stato in primis il sistema carcerario cinese, il più popolato al mondo dopo gli Usa con 2,3 milioni di detenuti. Non è facile per le società straniere verificare se le catene di approvvigionamento siano collegate al lavoro carcerario. Ma il prezzo (soltanto 1,5 sterline per una confezione da 20 biglietti) e il tipo di prodotti deve mettere in guardia. Senza aspettare un'altra Florence.
lantidiplomatico.it, 23 dicembre 2019
Edward Snowden ridicolizza il tweet festivo della Cia. L'ex contractor dell'Nsa Edward Snowden ha ridicolizzato un tweet festivo della Cia ricordando le sue pratiche di tortura. "È il segreto della neve che amiamo l'inverno", ha twittato ieri sul suo profilo Twitter, in occasione del primo giorno d'inverno negli Stati Uniti. Snowden ha replicato con una arguta risposta che ridicolizzato la Cia. "È segreto della neve che avete torturato Gul Rahman per settimane in un luogo segreto, quindi lo avete incatenato nudo su un pavimento di cemento fino a quando non è morto nel freddo quasi invernale", ha twittato.
Gul Rahman, cittadino afgano, fu rapito da un campo profughi in Pakistan dagli ufficiali della Cia nel 2002, e portato in una prigione segreta vicino a Kabul, conosciuta come la "fossa di sale". Il suo trattamento era un segreto fino alla pubblicazione del rapporto del Comitato di intelligence del Senato sulla tortura della Cia nel 2014.
Secondo il rapporto, Rahman è stato incatenato e costretto a rimanere in piedi per giorni e giorni, sottoposto a privazione del sonno, fatto risvegliare con acqua fredda gelata, picchiato e incatenato al pavimento della sua cella. Morì di ipotermia a meno di un mese dalla sua prigionia, la sua colpa non fu mai accertata. Snowden ha anche asfaltato l'attuale direttore della Cia Gina Haspel, "che allora era a capo di un sito di tortura correlato".
Al tempo della detenzione di Rahman, Haspel era responsabile di un sito nero in Tailandia con il nome in codice "Cat's Eye". Secondo lo stesso rapporto del Senato, i detenuti sul posto venivano regolarmente torturati, con un detenuto, Abu Zubaydah, confinato in una scatola delle dimensioni di una bara. Un ufficiale della Cia citato nel rapporto paragonò la struttura a un "sotterraneo" medievale. Non è la prima freddura di Snowden contro la Cia quando si sforza di apparire vicina ai cittadini statunitensi usando le pubbliche relazioni. Un tweet di Halloween che offriva ai bambini utili consigli di travestimento è stato ridicolizzato, con molti utenti che si sono chiesti se un'organizzazione con una storia così oscura dovrebbe insegnare ai bambini qualcosa in primo luogo.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 23 dicembre 2019
Fayez Sarraj non chiama mai Khalifa Haftar per nome. Per il premier del governo di Accordo Nazionale a Tripoli il capo militare della Cirenaica diventa semplicemente "l'aggressore". È un dettaglio. Ma aiuta a capire la gravità della crisi libica, che sconvolge anche gli equilibri nel Mediterraneo, sempre più esplosiva con il crescente intervento militare straniero. Si chiudono le porte della diplomazia? Ieri i guardacoste di Haftar hanno sequestrato una nave turca e intanto la Grecia manda il suo ministro degli Esteri a dialogare con Abdullah al Thani, premier del governo dell'Est non riconosciuto dall'Europa.
Primo ministro, l'Italia si rifiuta di mandare le armi che chiedete per combattere Haftar. Così le avete ottenute dai turchi. Dopo la visita martedì di Luigi Di Maio qui in Libia sono ormai tanti a parlare di rischio di "irrilevanza" italiana...
"Noi avevamo chiesto le armi a tanti Paesi, inclusa l'Italia, che pure ha diritto di scegliere la politica che più le aggrada e con cui i rapporti restano comunque ottimi. Da Roma, in verità, non sono mai giunte risposte ufficiali. Con Di Maio abbiamo avuto un ricco scambio d'opinioni. Quanto invece alla sua tappa a Bengasi dal nostro aggressore e Tobruk non ho visto alcuna sostanza, oltre a generiche dichiarazioni di amicizia che lasciano il tempo che trovano. Così, la comunità internazionale risulta divisa. Da una parte i Paesi disposti ad armare i nostri avversari-aggressori. A loro si contrappongono altri Paesi, tra cui l'Italia, che credono tutt'ora alla formula per cui l'unica soluzione resta il dialogo politico. Ma si tenga a mente che qui siamo sotto attacco militare, con sofferenze indicibili per la popolazione vittima di bombardamenti, morti, feriti, con centinaia di migliaia di sfollati".
Haftar avanza anche grazie ai soldati russi. Le milizie di Tripoli mostrano i video dei tank turchi sbarcati a Misurata. Alla fine saranno Putin ed Erdogan a dettare le regole del gioco?
"È uno scenario difficile, reso ancora più complesso dagli interventi stranieri. Non credo però che l'intera questione possa venire risolta solo dai colloqui tra Putin ed Erdogan. È un processo caratterizzato da continui contatti bilaterali e multilaterali, in cui non mancano le voci degli Stati Uniti, della Germania impegnata con l'Onu a preparare la conferenza di Berlino e degli altri partner europei. Il nostro aggressore ha già fallito. Al momento del suo improvviso attacco il 4 aprile diceva che avrebbe preso Tripoli entro 48 ore. Nove mesi dopo la guerra continua. Sono certo che saremo noi a prevalere. Alla fine sarà deciso chi ha il diritto di negoziare il futuro della Libia e invece chi è l'aggressore destinato ad essere giudicato dal tribunale internazionale".
Roma e altri Paesi criticano la sua intesa con Erdogan per il controllo delle acque del Mediterraneo. Di Maio ha protestato dicendo che un buon alleato prima avrebbe avvisato...
"Prima di tutto Libia e Turchia sono due Paesi membri dell'Onu, con governi legittimi, indipendenti e sovrani. Quel memorandum è nei nostri diritti. Sinceramente apprezzo i buoni rapporti e la cooperazione che abbiamo con l'Italia e mi auguro s'intensifichino. Però non avevamo alcun dovere nei confronti di Roma. Con la Turchia si negoziava in proposito dal 2004. Chiunque abbia obiezioni può ricorrere alla legge internazionale e in caso all'arbitrato di un tribunale internazionale. Così, del resto, è già avvenuto per i litigi relativi ai diritti sulle acque limitrofe alle nostre coste con Cipro e Malta. C'è stato un arbitrato e i contenziosi sono stati risolti pacificamente. Reputo invece fuori luogo e troppo gridate le proteste greche. Credono davvero che la Libia sia tanto debole? Non accettiamo pressioni o manipolazioni".
Teme una svolta filo-Haftar dell'Italia?
"Di Maio non è riuscito a bloccare l'aggressione militare contro di noi. Questa sarebbe stata l'unica prova di un suo successo ai colloqui di Bengasi. Ciò non toglie che l'Italia abbia tutto il diritto di comunicare con chiunque ed invitarlo a Roma".
La Libia sempre più come la Siria di qualche anno fa?
"Sono anni che lanciamo l'allarme sul pericolo di interferenze militari straniere. Mettevo in guardia sulla guerra per procura ben prima del 4 aprile 2019 e non importa fossero soldati russi, egiziani o altri. Adesso noi siamo accusati di fare arrivare i tank e droni turchi? Scusate ma cosa vi aspettavate dal nostro governo, che sarebbe rimasto in disparte a far nulla mentre la capitale veniva devastata, insanguinata, occupata? Nessun esecutivo responsabile può restare passivo mentre la sua popolazione viene abusata. Chiunque ci critica si chieda prima cosa avrebbe fatto al nostro posto e scoprirà che non avevamo alternative".
La conferenza di Berlino prevista per fine gennaio resta una via percorribile?
"Ci speriamo. Ne ho parlato a lungo con l'inviato dell'Onu, Ghassan Salamé, e con il ministro degli Esteri tedesco. Si vorrebbe tenere un incontro a Berlino per bloccare le interferenze in Libia e quindi subito dopo organizzare dialoghi diretti tra libici. Non so però con quali possibilità di successo. Il problema è che il nostro aggressore prende tempo, continua a parlare di ora zero della battaglia per Tripoli e credere nell'opzione militare. Ci bombarda, spreca risorse immani e nell'Est non costruisce nulla".
di Mariano Giustino
Il Riformista, 23 dicembre 2019
Il presidente turco Erdo?an non sembra bleffare e si dice pronto ad inviare sue forze militari a Tripoli per consentire al Governo di accordo nazionale (Gna) riconosciuto dall'Onu di Fayez al-Sarraj di difendersi dal suo nemico, il generale Kalifa Haftar dell'Esercito nazionale libico (Lna), che minaccia un'offensiva finale su Tripoli. E giovedì il governo libico di al Sarraj ha accettato l'offerta di sostegno militare e logistico da parte della Turchia. L'annuncio di Erdo?an ha fatto seguito a un protocollo d'intesa firmato da Ankara e Tripoli sui confini delle rispettive Zone economiche esclusive (Zee) nel Mediterraneo orientale.
Ankara vuole uscire dall'isolamento della annosa disputa marittima che la oppone a Cipro e Grecia e che la esclude dallo sfruttamento delle risorse energetiche in corso nella regione a seguito di un accordo tra la Repubblica di Cipro, la Grecia, Israele, Giordania, Egitto e Italia stipulato all'inizio di quest'anno per la costruzione di un gasdotto East Med, un collegamento sottomarino tra Cipro e l'isola greca di Creta, per trasportare gas estratto dai giacimenti scoperti nel Mediterraneo orientale ai mercati europei. La Grecia che si vide già nel 1974 minacciata nei suoi interessi marittimi, si è affrettata a dichiarare la nullità dell'accordo presso le Nazioni unite e l'Egitto ha effettuato manovre militari vicino alla costa del Mediterraneo.
Si riaccende dunque una disputa sulle delimitazioni dei confini marittimi tra Turchia, Grecia e Cipro e ciò presenta il rischio di una escalation delle tensioni nell'area. L'attivismo del leader turco nella regione è instancabile e ha preso in consegna l'aeroporto di Geçitkale nella parte settentrionale di Cipro per dispiegare i suoi droni armati Bayraktar Tb2 che accompagneranno le sue navi da perforazione e le sue forze navali nel Mediterraneo orientale. Gli accordi aprono per la Turchia la possibilità di garantirsi i depositi di scisto bituminoso presenti nel Mar Mediterraneo e ciò dipende dalla permanenza al potere di al-Sarraj. Ankara continuerà quindi a sostenere il governo di Tripoli perché deve garantire alla sua economia in crisi lo sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo orientale e l'unico suo alleato in questa partita è il leader del Gna. Se al-Sarraj dovesse essere sconfitto la Turchia, già esclusa dal progetto East Med sarebbe anche tagliata fuori dalla possibilità di rivendicare suoi diritti assieme a quelli dei turco-ciprioti. Ecco perché Ankara è costretta a difendere in tutti i modi il suo alleato al-Sarraj.
La Repubblica, 23 dicembre 2019
Scontri a colpi di arma da fuoco e di coltello in due istituti di detenzione. Almeno 36 persone sono state uccise nel week end durante scontri nelle prigioni dell'Honduras di cui l'esercito e la polizia tentano di riprendere il controllo dopo una serie di omicidi legati alle "maras", le bande criminali che infestano il Paese. Domenica almeno 18 persone sono morte durante gli scontri fra detenuti in una prigione del centro del Paese. Gli scontri con "armi da fuoco, coltelli e machete" sono scoppiati nella prigione di El Porvenir a 60 chilometri a nord della capitale Tegucigalpa. La notte precedente, un'altra sparatoria aveva causato 18 morti e 16 feriti nella prigione di Tela.
I due massacri sono stati perpetrati poco dopo che il presidente honduregno Juan Orlando Hernández, aveva ordinato all'esercito di prendere il controllo delle prigioni nelle quali sono detenute 21mila persone. La decisione del presidente era stata presa dopo l'uccisione di 5 membri della gang della Mara Salvatrucha da parte di un altro detenuto nella prigione di massima sicurezza di La Tolva. Questo mentre il giorno prima era rimasto vittima di un colpo di pistola il direttore del principale istituto di massima sicurezza dell'Honduras. Il direttore era stato sospeso perché sotto inchiesta dopo l'assassinio di Magdaleno Meza un grosso trafficante di droga che aveva accusato il fratello del presidente honduregno poi riconosciuto colpevole di traffico di droga da un tribunale di New York ed ora rischia l'ergastolo.
di Simona Verrazzo
Il Messaggero, 23 dicembre 2019
Donne sugli spalti, senza restrizioni, nello stadio di Riad (Arabia Saudita), in occasione della finale della super-coppa italiana tra Juventus e Lazio, vinta dalla squadra romana per 3 a 2. Un incontro segnato dalle polemiche, tra gli appelli di chi avrebbe voluto che l'evento saltasse, come Amnesty International e Usgrai, per il mancato rispetto dei diritti umani nel regno e per l'omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, nell'ottobre del 2018, in cui è coinvolto - per sua stessa ammissione - il principe erede al trono, Mohammad Bin Salman.
Le tifose di calcio come prova delle riforme da mostrare al mondo, ma - paradossalmente - restano ancora in carcere molte attiviste diventate simbolo proprio della difesa dei diritti delle donne. Il caso più noto è quello di Loujain Al-Hathloul, perché tra le più impegnate per la fine del divieto femminile alla guida, torturata in prigione, tanto che sua sorella aveva scritto una lettera al segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, alla vigilia della visita in Arabia Saudita, quasi un anno fa.
Ma Loujain non è la sola a essere ancora detenuta. L'ultimo giro di vite, a fine novembre, ha portato dietro le sbarre una decina di giornalisti, tra loro anche Zana Al-Shahri, che scrive per il magazine Al Asr, e Maha Al-Rafidi, firma del quotidiano Al Watan.
Sulle sorti di Samar Badawi le indiscrezioni si rincorrono. Negli scorsi mesi era stata annunciata, via social network, la sua esecuzione, mentre Amnesty International ha confermato che è viva ma rinchiusa in carcere, dove sta scontando una condanna a vent'anni. Samar è impegnata per la fine del 'sistema del guardiano', la figura maschile, appartenente alla famiglia, che controlla la vita delle donne, inoltre è la sorella dell'attivista scrittore e blogger Raif Badawi, a cui sono state inflitte, oltre alla prigione, anche 1.000 frustate in pubblico.
Ancora non libera, bensì sottoposta a regime di isolamento, è Nassima Al-Sada, scrittrice, membro della minoranza sciita spesso sottoposta a forte repressione. Si stima che gli sciiti sauditi siano circa il 15 per cento della popolazione e le associazioni in difesa dei diritti umani continuano a denunciare le discriminazioni che li colpiscono per il solo fatto di aderire alla corrente islamica che è maggioritaria in Iran, il principale nemico dell'Arabia Saudita nella regione del Golfo.
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