di Rosalba Miceli
La Stampa, 21 dicembre 2019
Tracciare il profilo psicologico di un aspirante terrorista è sempre molto complesso per gli addetti ai lavori. Tratti di personalità e motivazioni individuali si intersecano con le dinamiche di aderenza all'ideologia politica o religiosa del gruppo di riferimento.
Un terrorista in azione non fa distinzione tra adulti e bambini, uomini e donne, passanti e forze dell'ordine, turisti e residenti del luogo, non distingue tra i volti delle vittime o potenziali vittime. Il volto dell'Altro è ormai svuotato di ogni consistenza e significato. Come è arrivato a tal punto?
Altrettanto difficile è capire perché il futuro terrorista intraprenda il percorso che lo porterà infine ad accettare di morire per uccidere meglio e a morire affinché viva meglio l'immagine che lo rappresenta. È una strada obbligata? Un processo, che una volta intrapreso, non ha vie d'uscita laterali, deviazioni impreviste, e corre vertiginosamente verso l'epilogo finale? I programmi di deradicalizzazione, di riabilitazione e reinserimento nella società possono dare risultati concreti?
Su tali temi, che hanno anche infiammato la recente campagna elettorale, si confronta l'opinione pubblica britannica, dopo l'attacco sul London Bridge ad opera del ventottenne radicalizzato, Usman Khan, che venerdì 29 novembre intorno alle 14.00 locali, ha aggredito i presenti con il coltello, uccidendo due persone e ferendone altre, prima di essere ucciso a sua volta dalle forze dell'ordine.
Usman Khan, cittadino britannico, nato e cresciuto in Inghilterra, già condannato per gravi reati legati al terrorismo, si trovava in libertà condizionale. Appena diciannovenne, Khan era stato arrestato con altri otto simpatizzanti di al-Qaida per aver pianificato attacchi terroristici con ordigni esplosivi contro la Borsa di Londra ed altri obiettivi potenziali della città e per aver cercato di costituire un campo di addestramento jihadista in Kashmir.
Dopo un complesso iter processuale, che ne aveva accertato la pericolosità sociale, Khan era stato condannato a sedici anni di reclusione e, scontata metà della pena, era uscito dal carcere nel dicembre 2018. Da allora era "in libertà condizionale" (on licence). Dopo i grandi progetti terroristici del passato, la parabola di Usman si è conclusa con un piano omicida di facile attuazione: due coltelli e una cintura esplosiva finta che, verosimilmente, gli avrebbe assicurato il martirio per mano degli agenti di sicurezza.
Fin dal 2012, Khan aveva chiesto di partecipare a percorsi di deradicalizzazione ed era stato inserito in un programma di recupero di jihadisti condannati. Il giorno dell'attentato l'uomo si trovava nel centro di Londra proprio per partecipare a una conferenza pubblica sulla riabilitazione dei detenuti. Infatti, poco prima dell'attacco, presso la Fishmongers' Hall, nei pressi del London Bridge, si era tenuto l'evento di celebrazione dei cinque anni di attività di Learning Together, un progetto dell'Istituto di Criminologia dell'ateneo di Cambridge. Nella sala erano presenti diversi docenti, studenti, educatori ed ex detenuti tra cui lo stesso Khan, invitato come delegato dello Staffordshire per parlare della sua esperienza di riabilitazione.
L'azione terroristica è iniziata già all'interno della sede dell'evento. Usman Khan aveva partecipato alla sessione mattutina della conferenza (che aveva esplorato l'importanza dello storytelling e della scrittura creativa nel recupero dei criminali). Come riporta il Guardian, lo scrittore e attivista americano, Bryonn Bain, aveva appena concluso il suo intervento con la frase suggestiva: "without vulnerability there is no courage" quando Khan compì la sua repentina trasformazione da delegato a killer.
Credevano nel recupero e nella riabilitazione dei detenuti le sue giovani vittime: il 25enne Jack Merritt e Saskia Jones, 23enne, due laureati di Cambridge che partecipavano al programma Learning Together. Merritt era cooordinatore del progetto, mentre Jones vi lavorava come volontaria.
Il progetto Learning Together, che prevede incontri tra studenti di legge e detenuti (soprattutto quelli che hanno intrapreso percorsi di riabilitazione), vuole sollecitare nei detenuti ed ex detenuti la capacità di ricostruzione di una dignità personale, un'educazione a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, e in tal modo ridurre il rischio di una recidiva ai danni di nuove vittime potenziali, una volta fuori dalla prigione (secondo dati recenti, la recidiva, nel Regno Unito, riguarda un ex condannato su due).
Diversi ex-offender, che erano presenti alla conferenza, hanno affrontato immediatamente Khan, trattenendolo e disarmandolo fino all'arrivo delle forze di sicurezza. Tra questi, James Ford, un uomo che si trovava in libertà vigilata per aver ucciso, nel 2003, una ragazza con disabilità, e Marc Conway, in precedenza detenuto presso Hmp Grendon (come Ford), poi divenuto agente di polizia.
Le persone possono cambiare? Ne è convinto David Wilson, professore di Criminologia alla Birmingham City University e portavoce de "The Friends of Grendon prison", che afferma: "Io so tramite il mio lavoro che le persone possono cambiare e che il cambiamento è una conseguenza di sistemi di detenzione innovativi, tra cui quello di Hmp Grendon".
Al di là della vicenda emblematica dell'attentato sul London Bridge, con le sue luci e le sue ombre, resta comunque da comprendere appieno quali fattori di resilienza individuale e collettiva entrino in gioco nel determinare il successo di un programma di riabilitazione. Learning Together: https://www.cctl.cam.ac.uk/tlif/learning-together/details
di Fausta Chiesa
Corriere della Sera, 21 dicembre 2019
Prigionieri rilasciati, sentenze che rompono il muro dell'impunità, provvedimenti verso l'abolizione della pena di morte: la selezione di Amnesty International.
Aspettando la verità per Giulio Regeni - Prigionieri rilasciati, rifugiati salvati dal rimpatrio, sentenze che spesso dopo decenni rompono il muro dell'impunità, provvedimenti importanti verso l'abolizione della pena di morte o per il rispetto dei diritti dei minori. "Le dodici buone notizie del 2019 di Amnesty International - commenta Riccardo Noury, portavoce della ong in Italia - sono una selezione, difficile e faticosa, dei passi avanti fatti quest'anno in favore dei diritti umani, grazie all'impegno di attiviste e attivisti, della società civile e anche delle istituzioni. Ne sono rimaste fuori tantissime altre. Soltanto ieri, per esempio, un tribunale delle Filippine ha finalmente condannato, dopo 10 anni, i responsabili del massacro di Ampatuan, in cui vennero uccise 58 persone. E pochi giorni fa un tribunale dell'Honduras ha emesso le prime condanne per l'assassinio della leader ambientalista Berta Cáceres. L'auspicio e l'impegno sono che le buone notizie che abbiamo invano atteso nel 2019 arrivino 2020: che l'intellettuale uiguro Ilham Tohti - che il 18 dicembre non ha potuto ritirare il premio Sakharov del Parlamento europeo, perché condannato all'ergastolo - torni in libertà e che lo stesso accada al blogger saudita Raif Badawi, che sta languendo in carcere per reati di opinione. E che vi siano verità e giustizia per Giulio Regeni".
Ungheria, 19 gennaio - Ungheria: il 19 gennaio torna in libertà Ahmed H., un cittadino siriano che nel settembre 2015 era stato incriminato per "complicità in un atto di terrore", ovvero il lancio di pietre per protestare contro la chiusura del confine tra Serbia e Ungheria. Condannato ai sensi delle leggi antiterrorismo a dieci anni, poi ridotti a sette e infine a cinque, era stato dichiarato idoneo al rilascio anticipato.
Somaliland, 25 febbraio - Somaliland: il 25 febbraio viene rilasciato il poeta Abdirahman Ibrahim Adan. Era stato arrestato il 12 gennaio dopo aver declamato una poesia in cui denunciava violazioni dei diritti umani tra cui la brutalità della polizia e il trattamento degradante dei prigionieri.
Egitto, 4 marzo - Egitto: il 4 marzo torna in libertà il fotogiornalista Mahmoud Abu Zeid, detto "Shawkan". Arrestato il 14 agosto 2013 mentre stava documentando per conto di un'agenzia fotografica la repressione delle forze di sicurezza contro due manifestazioni al Cairo, ha trascorso in carcere cinque anni e mezzo.
Iran 16 aprile - Iran: il 16 aprile viene rilasciato dopo quasi otto anni di isolamento Mohamed Ali Taheri, maestro del movimento mistico Erfan e-Halgheh (Circolo dei mistici) condannato a morte in primo grado nell'agosto 2017 per "corruzione sulla Terra" e poi in appello a cinque anni di carcere.
Usa, 9 maggio - Stati Uniti d'America: il 9 maggio il nuovo governatore della California, Gavin Newsom, annuncia la sospensione delle pene capitali per tutta la durata del suo mandato, che scadrà nel 2023.
Grecia, 6 giugno - Grecia: il 6 giugno il Parlamento approva un emendamento che modifica la legislazione in materia di violenza sulle donne introducendo il criterio dell'assenza del consenso per la qualificazione del reato di stupro.
Italia, 8 luglio - Italia: l'8 luglio la prima Corte d'Assise d'appello di Roma commina 24 ergastoli per il sequestro e l'omicidio di 23 cittadini di origine italiana residenti in Bolivia, Cile, Perù e Uruguay all'epoca delle dittature militari degli anni Settanta e Ottanta. Fra i condannati c'è anche Jorge Nestor Troccoli, l'unico attualmente residente in Italia, ritenuto membro dell'intelligence uruguayana legata all'allora dittatura del suo Paese.
El Salvador, 19 agosto - El Salvador: il 19 agosto Evelyn Hernández viene prosciolta dall'accusa di omicidio aggravato. Nell'aprile 2016 aveva subito un intervento ostetrico di emergenza che aveva causato la fine della sua gravidanza. Per questo, era stata condannata a 30 anni di carcere. Nel 2018 un tribunale di secondo grado aveva annullato la condanna ordinando un nuovo processo.
Russia, 7 settembre - Russia: il 7 settembre il regista cinematografico ucraino Oleg Sentsov viene rilasciato nel contesto di uno scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina. Nel 2015 era stato condannato a 20 anni di carcere per "terrorismo" al termine di un processo irregolare, solo per aver espresso opposizione all'occupazione russa della Crimea. Dal momento dell'arresto aveva trascorso in carcere circa sei anni.
Camerun, 5 ottobre - Camerun: il 5 ottobre un tribunale militare rimette in libertà oltre 90 prigionieri, tra i quali il leader del Movimento di rinascita del Camerun Maurice Kamto, l'avvocata Michéle Ndoki e Gaston Philippe Abe Abe, meglio noto come Valsero, rapper di fama internazionale. Arrestati il 28 gennaio, nei loro confronti pendevano accuse che avrebbero potuto portare a una condanna a morte.
Italia, 28 novembre - Italia: il 28 novembre il Tribunale civile di Roma ha dato ragione a 14 ricorrenti, sostenuti da Amnesty International Italia, che nel 2009 erano stati respinti in Libia. La sentenza ha stabilito che le persone ricorrenti hanno diritto al risarcimento del danno e soprattutto il diritto di "accedere nel territorio italiano allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale ovvero di protezione speciale".
Sierra Leone, 12 dicembre - Sierra Leone: il 12 dicembre la Corte di giustizia della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale accoglie un ricorso, presentato da due ong locali e sostenuto anche da Amnesty International, e giudica discriminatorio il provvedimento emanato nel 2015 dal governo che impediva alle ragazze incinte di frequentare le lezioni e di presentarsi agli esami: in quel modo, dichiara la Corte, è stato violato il loro diritto all'istruzione.
La Repubblica, 21 dicembre 2019
Il presidente conferisce per la quinta volta i riconoscimenti al merito della Repubblica agli "eroi del quotidiano". Eroi del quotidiano, ovvero cittadine e cittadini che si sono distinti per l'impegno nella solidarietà, nel soccorso, nella cooperazione internazionale, nella tutela dei minori, nella promozione della cultura e della legalità, per le attività in favore della coesione sociale, dell'integrazione, della ricerca e della tutela dell'ambiente o per atti di eroismo.
Anche quest'anno, è la quinta volta che accade, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha deciso di conferire, motu proprio, trentadue onorificenze al Merito della Repubblica Italiana a persone, tra i tanti esempi presenti nella società civile e nelle istituzioni, che si sono segnalate come casi significativi di impegno civile, di dedizione al bene comune e di testimonianza dei valori repubblicani. L'annuncio è stato dato da una nota del Quirinale che ha quindi diffuso l'elenco dei premiati.
Alessandra Rosa Albertini, 68 anni (Pavia), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per la esemplare generosità con cui ha sostenuto, in prima persona, la ricerca scientifica ribadendo il suo strategico valore per il futuro del nostro Paese". Biologa genetista, ha lavorato all'Università per 40 anni e da gennaio 2019 è in pensione. Dal 2012 è stata direttrice del dipartimento di Biologia e Biotecnologie allo "Spallanzani" di Pavia, dove era entrata nel 1970 con un assegno di addestramento scolastico e scientifico. Nel febbraio 2019, ha donato all'Università 250mila euro da utilizzare per cofinanziare le posizioni di ricercatori a tempo determinato, junior, e di assegnisti di ricerca.
Gaetano Angeletti, 76 anni (Corridonia-MC), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo quotidiano impegno nel sostegno alle famiglie con problemi di disagio giovanile e nel contrasto alla tossicodipendenza". Pensionato, già titolare della tipografia Taf srl e presidente dell'Associazione "La Rondinella" di Corridonia. Nel 2005 il figlio Manolo, di 30 anni, muore per un'overdose di cocaina. Questa tragedia è alla base del suo impegno, insieme alla moglie Gabriella, per la fondazione e promozione dell'Associazione "La Rondinella". La Onlus ha l'obiettivo di sostenere le famiglie con problemi di disagio giovanile legato alla dipendenza da droghe. Nel 2016, a causa del terremoto, la sede dell'Associazione è stata ritenuta inagibile ma le attività di aiuto alle famiglie sono proseguite nella sua tipografia.
Pompeo Barbieri, 25 anni (San Giuliano di Puglia - CB), Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo encomiabile esempio di reazione alle avversità e di impegno sociale". Il 31 ottobre 2002, giorno del crollo della scuola "F. Jovine" di San Giuliano di Puglia, frequentava la classe terza elementare. Estratto vivo dalle macerie è stato ricoverato per gravi danni da schiacciamento e gli è stata riscontrata la lesione del midollo che lo costringe su una sedia a rotelle. Nel 2013, insieme ad altri sopravvissuti di quel tragico crollo, ha fondato l'Associazione di volontariato "Pietre Vive" che "nasce dal desiderio di gratitudine per il dono della vita perché ciò che ci era stato regalato potesse diventare un dono per gli altri". Tramite l'Associazione finanzia progetti di grande rilevanza sociale in Italia e all'estero. Grazie alle terapie riabilitative in piscina ha scoperto la passione per lo sport diventando campione di nuoto paralimpico. Il 4 marzo 2019 ha vinto due medaglie d'oro nei 50 metri e 100 metri stile libero ai Campionati assoluti invernali nuoto paralimpico.
Suor Gabriella Bottani, 55 anni (Milano), Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per la totale dedizione con cui da anni è impegnata nella prevenzione, sensibilizzazione e contrasto alla tratta degli esseri umani". Suora comboniana, per anni in missione in Brasile, è la coordinatrice di "Talitha Kum", una rete internazionale contro la tratta di esseri umani di iniziativa dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali. Talitha Khum opera in 77 Paesi, con oltre duemila suore impegnate in prima linea per realizzare attività di contrasto ai trafficanti, per lavorare nel recupero e reinserimento, anche sociale e lavorativo, delle vittime.
Christian Bracich, 44 anni (Trieste), Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo esemplare contributo nella promozione di politiche aziendali fondate sulla conciliazione tra vita professionale e familiare e sulla tutela del valore della persona anche nel mondo del lavoro". Amministratore Unico della Cpi-Eng, azienda triestina di ingegneria e progettazione meccanica con circa 40 dipendenti. Christian nel 2005 ha dato vita alla Cpi-Eng Srl con l'idea che "per crescere bisogna innovare, investire in nuove idee e proporre servizi innovativi". Nell'aprile 2018 ha trasformato un contratto a tempo determinato di una dipendente in attesa di un figlio in uno a tempo indeterminato con un aumento di stipendio. L'azienda si distingue per una attenta politica di conciliazione. In assenza di un nido, ha stabilito un accordo con una associazione culturale triestina che cura uno spazio di coworking con educatrici dedicate ai bambini. Bracich considera il welfare una importante leva strategica aziendale e il dipendente una risorsa da formare e valorizzare.
Romolo Carletti (noto come Romano), 84 anni (Montemignaio - FI), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per lo straordinario esempio di generosità e solidarietà che lo ha visto ogni giorno accompagnare a scuola un bambino non vedente altrimenti impossibilitato a frequentarla". Pensionato. Vive in una zona montana, nella piccola frazione della Consuma, nel comune di Montemignaio. Tutte le mattine accompagna e riprende da scuola Xhafer, un bambino macedone di 7 anni, non vedente dalla nascita che vive con la famiglia in una casa vicina. Il padre di Xhafer lavora come taglialegna e già dall'alba è nei boschi, la madre non ha la patente. Lo scuolabus non è utilizzabile senza una specifica assistenza che al momento non è stato ancora possibile predisporre. La scuola è a Pelago, e per Romano sono 60 km al giorno di curve e tornanti tra gli abeti.
Elisabetta Cipollone, 57 anni (Milano), Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo encomiabile impegno, in memoria del figlio Andrea, per garantire l'accesso all'acqua potabile in Paesi disagiati". Nel 2011 ha perso il figlio Andrea, di 15 anni, in un incidente stradale. In sua memoria ha dato vita ad un progetto volto a raccogliere fondi per realizzare pozzi di acqua potabile in Etiopia. L'idea è nata dai disegni di Andrea, da bambino, dedicati al tema dell'acqua. Quando, dopo la morte del ragazzo, entrò in contatto con i salesiani impegnati in Etiopia con il Volontariato internazionale per lo sviluppo (VIS), Elisabetta decise che avrebbe aperto "Un pozzo per Andrea" (da cui ha preso nome il progetto). Dall'inizio del progetto sono stati aperti 24 pozzi e altri sono in cantiere.
Maria Coletti, 50 anni (Roma), Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per l'appassionato e coinvolgente contributo a favore di una politica di pacifica convivenza e piena integrazione" Rappresentante dell'Associazione "Pisacane 0-11", formata da genitori dei bimbi che frequentano la scuola dell'infanzia e primaria Carlo Pisacane, nel quartiere di Torpignattara di Roma, uno degli istituti italiani con il maggior numero di studenti "stranieri" (molti dei quali sono nati in Italia). L'Associazione è nata nel 2013 dalla necessità di supportare la scuola con progetti e attività aperti anche al territorio, alla comunità del quartiere. I volontari dell'associazione, nell'ambito del doposcuola autogestito, si impegnano soprattutto nel supportare nell'apprendimento dell'italiano e nell'aiutare con i compiti i bambini con genitori stranieri che non parlano bene la nostra lingua.
Giovanna Covati, 58 anni (Piacenza), Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per lo straordinario coraggio e altruismo con cui, senza esitazione, ha protetto, con il proprio corpo, una bambina dal violento impatto con un trattore fuori controllo". Nell'agosto 2018, nella località Le Rocche, sulle colline di Bobbio (Piacenza), in occasione della vendemmia, un trattore fuori controllo, senza alcun conducente, sbanda in un vigneto. Giovanna Covati si trovava nel vigneto, vicino a lei c'era una bambina, Caterina. Quando il trattore si avvicina, Giovanna si butta d'istinto su Caterina facendole da scudo mentre il trattore le investe. Caterina si salva mentre Giovanna subisce fratture e lesioni da schiacciamento. In prognosi riservata giunge all'ospedale di Parma, reparto rianimazione. Dopo 50 giorni è cominciata la riabilitazione.
Samba Diagne, 52 anni (Senegalese) Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo prezioso contributo in soccorso di un caporalmaggiore dell'esercito italiano aggredito con delle forbici e ferito dall'attentatore a Milano". Giunto in Italia quasi 30 anni fa. Dopo aver svolto diversi lavori, da circa 4 anni è occupato come addetto alla sicurezza in alcuni negozi milanesi. Padre di cinque figli. Nel settembre 2019 è intervenuto in soccorso del caporalmaggiore dell'Esercito Matteo Toia, aggredito con delle forbici e ferito da Mohamad Fathe in Piazza Duca d'Aosta a Milano. Mentre l'aggressore cercava di darsi alla fuga, Samba è riuscito a fermarlo e disarmarlo. L'aggressore è stato poi arrestato.
Giuseppe Distefano, 70 anni (Riposto - CT), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per la sua dedizione e il suo encomiabile impegno nella divulgazione e promozione della cultura del dono degli organi". Pensionato, già dirigente scolastico in Istituti superiori del vicentino. Trenta anni fa, a seguito di un incidente stradale, ha perso il figlio di 15 anni, Luigi. Insieme a sua moglie decisero di acconsentire all'espianto degli organi. Da allora si è impegnato nell'Associazione Italiana per la Donazione di Organi (Aido), anche in qualità di referente regionale. Organizza incontri nelle scuole con lo scopo di sensibilizzare i giovani sul valore della vita e sulla "cultura del dono".
Emanuela Evangelista, 51 anni, Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo costante impegno, in ambito internazionale, nella difesa ambientale, nella tutela delle popolazioni indigene e nel contrasto alla deforestazione". Biologa, è Presidente di Amazonia Onlus e Vicepresidente dell'Associazione Trentino Insieme. In Amazzonia dal 2000, anno in cui scrisse la sua tesi di laurea, vi si è trasferita nel 2013. Vive in un villaggio della tribù dei Caboclos, regione dello Xixuaù nel cuore della foresta, nello stato brasiliano di Roraima. È impegnata in progetti di cooperazione volti a favorire la conservazione della foresta e il contrasto all'esodo dei nativi. Il suo contributo è stato determinante per la costruzione della scuola e dell'ambulatorio.
Marco Giazzi, 26 anni (Castiglione delle Stiviere - MN), Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo esempio e l'ammirevole contributo nell'affermazione dei valori della correttezza sportiva e della sana competizione nel mondo dello sport". Rappresentante dell'Associazione Sportiva Dilettantistica Alto mantovano e allenatore della squadra "Amico Basket" di Carpenedolo, della categoria Under 13. Durante una partita in casa contro la squadra Negrini Quistello, in seguito a proteste e insulti dei genitori della squadra avversaria nei confronti dell'arbitro (di soli 14 anni), ha chiamato il time out chiedendo ai genitori di smettere di protestare. Non avendo ottenuto i risultati sperati ha ritirato i propri ragazzi nonostante il vantaggio di 10 punti. Ha spiegato "non hanno perso i ragazzi in campo ma il basket, lo sport".
Dino Impagliazzo, 89 anni (Roma), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per la sua preziosa opera di distribuzione di pasti caldi e beni di prima necessità ai senzatetto presenti in alcune stazioni ferroviarie romane". Ex dirigente INPS in pensione. A Roma è conosciuto come "lo Chef dei poveri". Ha cominciato molti anni fa preparando dei panini per i senzatetto della stazione Tuscolana di Roma. La portata del suo impegno sociale è cresciuta, grazie all'aiuto di familiari, vicini e parrocchie, finché nel 2006 ha fondato l'Associazione (che dal 2015 si chiama Romamor) che riunisce circa 300 volontari e garantisce pasti per oltre 250 persone al giorno grazie a prodotti alimentari invenduti o in prossima scadenza, che riceve gratuitamente da negozi, supermercati o dalla grande distribuzione.
Claudio Latino, 59 anni (Aosta), Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per lo straordinario impegno e la dedizione ai valori del volontariato in favore delle persone in condizioni di disagio". Lavora presso la Direzione regionale Valle d'Aosta di Trenitalia. Da sempre impegnato nel sociale: dal 2016 al 2017 è stato segretario nazionale dell'Aido (Associazione italiana per la donazione di organi); dal 2017 è Presidente del CSV (Centro di Servizio per il Volontariato) della Valle d'Aosta. CSV è un'Associazione che riunisce 88 tra le 161 organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale attive in Valle d'Aosta.
Donato Matassino, 85 anni (Ariano Irpino-AV), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo generoso contributo per il sostegno al diritto allo studio per i bambini nei Paesi svantaggiati e per la promozione della ricerca scientifica in Italia" Già Professore ordinario di Zootecnica dell'Università "Federico II" di Napoli. È fondatore e Presidente del Consorzio per la Sperimentazione, Divulgazione e Applicazione di Biotecniche Innovative (ConSDABI). Dal 2007, sempre con fondi propri, finanzia premi per giovani laureati e dottori di ricerca. Ha erogato 140mila euro all'Accademia dei Georgofili e 40 mila euro alla Associazione scientifica di Produzione Animale (ASPA) per il riconoscimento di premi annui.
Stefano Morelli, 42 anni (Roma) Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il prezioso contributo che offre in ambito internazionale operando gratuitamente bambini affetti da labiopalatoschisi, ustioni e traumi di guerra". Laureato in medicina e specializzato in anestesia e rianimazione. Assunto all'ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma come cardio-anestesista pediatrico, ha iniziato contemporaneamente a coordinare le attività Anestesiologiche e di Rianimazione della ONG Emergenza Sorrisi, operando gratuitamente bambini affetti da labiopalatoschisi, ustioni e traumi di guerra. Da dodici anni organizza missioni in: Africa, Medio Oriente, Europa dell'Est, Sud Est Asiatico, Sud America e America Centrale. Nel corso di queste missioni svolge anche attività di formazione ai medici ed infermieri locali.
Alfredo Murgo, 52 anni (L'Aquila), Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo contributo, quale libraio, nella tenuta della coesione sociale della comunità aquilana duramente colpita dai terremoti del 2009 e del 2016". Titolare della libreria "Il Cercalibro" de L'Aquila. È stato il Coordinatore regionale di una distribuzione gratuita di libri per 1.500 studenti in stato di difficoltà nelle aree colpite dal terremoto del Centro Italia. L'iniziativa, che è nata da un accordo tra editori, Associazione librai italiani e Ministero dell'Istruzione, ha voluto riconoscere il ruolo fondamentale delle librerie sul territorio come punto di riferimento per una comunità.
Greta Reinberg Mastragostino, 89 anni (Genova), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per portare avanti con passione e dedizione il servizio dell'associazione, fondata dal marito, Silvano Mastragostino, impegnata nel recupero chirurgico-ortopedico di bambini ed adolescenti in due missioni del Kenya". Presidente dell'Associazione Silvano Mastragostino, già Genova Ortopedia per l'Africa (G.O.A), fondata nel 1996 dal marito, Silvano Mastragostino, all'epoca Primario della 2 divisione di Ortopedia e Traumatologia dell'Istituto Pediatrico Giannina Gaslini di Genova.
Mauro Pelaschier, 70 anni (Monfalcone - GO), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo autorevole contributo nella sensibilizzazione al rispetto e alla tutela degli ecosistemi marini". Tra i nomi più noti della vela italiana, già timoniere (1983) di Azzurra, la prima barca italiana in America's Cup. Il 29 giugno 2018 ha compiuto il periplo d'Italia a vela come ambasciatore della Fondazione One Ocean per testimoniare il rispetto degli ecosistemi marini e diffondere la Charta Smeralda, un codice etico di comportamenti virtuosi per la conservazione dell'ambiente marino. È testimonial Telethon.
Giacomo Perini, 23 anni (Roma), Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per la sua straordinaria testimonianza in prima persona della forza e delle difficoltà proprie dei pazienti oncologici". Atleta paralimpico, è il rappresentante legale dell'Associazione Cresos. Dal primo giorno di ospedale, ha cominciato a scrivere un libro, dal titolo "Gli anni più belli", edito dall'Associazione italiana medicina da cui è nato anche un docufilm. Ha realizzato uno spettacolo teatrale "I fuori sede" che dà voce ai malati di cancro e testimonia il dolore ma anche la forza e l'energia necessarie per affrontare la malattia. Nonostante la malattia lo abbia costretto ad abbandonare l'equitazione, sua grande passione, non ha abbandonato l'attività sportiva ed oggi fa parte della Nazionale paralimpica di canottaggio. Lavora al Coni presso la Federazione Triathlon, settore paralimpico, gira per le scuole per parlare ai ragazzi della propria esperienza e portare loro un messaggio di speranza e resilienza.
Angelo Pessina, 57 anni e Francesco Defendi, 55 anni (Bergamo), Ufficiali dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il coraggio e l'altruismo con cui, a proprio rischio, sono intervenuti in soccorso dei passeggeri del velivolo privato che, nel settembre 2019, in provincia di Bergamo, è precipitato al suolo, prendendo fuoco". Nel settembre 2019, Pessina, già ispettore della Polizia di Stato e Defendi, già dipendente di una società di costruzioni metalliche, hanno visto davanti all'Aeroclub Taramelli il velivolo privato Mooney M-20, appena precipitato al suolo. Nonostante le fiamme e il fumo intenso, hanno aperto le portiere e tirato fuori il pilota, Stefano Mecca, e le figlie Chiara e Silvia. Purtroppo, a seguito delle deflagrazioni, non sono riusciti ad estrarre la terza figlia, Marzia, che, incastrata tra le lamiere, già non dava segni di vita. A seguito delle ferite riportare, il 28 ottobre scorso, è deceduto anche il Signor Stefano Mecca.
Massimo Pieraccini, 56 anni (Firenze), Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo encomiabile contributo, la cura e la costanza con cui da anni è impegnato nelle delicate attività di trasporto urgente connesse a donazione e trapianto di organi". Dal 1993 è il rappresentante legale del Nucleo Operativo di Protezione Civile di Firenze (Nopc), Associazione di volontariato, da lui stesso fondata, che presta servizi in relazione al trasporto urgente di medici per prelievi d'organo, campioni per tipizzazioni tissutali, plasma, midollo osseo e altri materiali biologici e sanitari, nonché farmaci salvavita e pazienti trapiantandi. È un "angelo dei trapianti". Nell'ottobre 2018 il Nopc ha raggiunto il traguardo delle 10mila vite salvate in 25 anni di attività.
Giuseppe Pistolato, 93 anni (Venezia), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per l'impegno profuso, nel corso della sua vita, nella promozione del valore della solidarietà". Pensionato e vedovo, è conosciuto come "Bepi", il diacono operaio. Ha lavorato per 40 anni nel cantiere navale Breda di Porto Marghera, prima come ribattitore e poi come carpentiere. Nel 2018, dopo 21 anni, ha concluso il suo servizio di carità nel carcere maschile di Santa Maria Maggiore. Nella diocesi veneziana, è il primo diacono permanente ad essere entrato in una struttura penitenziaria. Ogni giorno, per venti anni, ha dedicato due ore del suo tempo ai detenuti all'interno del carcere.
Paolo Pocobelli, 48 anni (Milano), Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per la forte testimonianza offerta e l'instancabile contributo alla rimozione dei limiti e alla promozione di una politica di pari opportunità per le persone con disabilità rispetto alle attività di volo". Appassionato di volo, a 22 anni di età, durante un lancio con il paracadute, ha subito un incidente che lo ha costretto su una sedia a rotelle. Nonostante la disabilità, non ha mai rinunciato al sogno di volare: è stato il primo paraplegico in Italia ad ottenere tutte le licenze di volo (sportiva, privata e commerciale) e, nel 1993, ha fondato l'Associazione "Ali per tutti" per permettere ai portatori di handicap di prendere il brevetto per guidare velivoli ultraleggeri o di aviazione generale con piccole modifiche strutturali.
Tiziana Ronzio, 49 anni (Roma), Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per l'impegno e lo spirito di iniziativa con cui si dedica alla riqualificazione strutturale e sociale del quartiere di Tor Bella Monaca a Roma". Operatrice sanitaria, abita nel quartiere di Tor Bella Monaca, a Roma, in una delle torri dell'Ater di 15 piani di Viale Santa Rita da Cascia, per anni uno spazio utilizzato dagli spacciatori. Nel 2015 ha fondato l'Associazione "Tor più Bella" con cui ha realizzato iniziative per riqualificare, dal punto di vista strutturale ma anche sociale, la torre - attraverso piccoli interventi di manutenzione, lavori di giardinaggio, realizzazione di murales nell'androne - e rendere più vivibile e sicuro il quartiere. Grazie all'aiuto del quartiere sono state avviate attività a favore degli anziani e di recupero dell'ambiente circostante come la bonifica di viale dell'Archeologia. Per questa sua attività Tiziana Ronzio è stata più volte minacciata e aggredita.
Rosalba Rotondo, 61 anni (Scampia - NA), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per la sua totale dedizione alla formazione delle giovani generazioni all'insegna della tutela del diritto allo studio e della piena inclusione delle minoranze". Preside dell'Istituto comprensivo di Scampia Ilaria Alpi - Carlo Levi che, tra elementari e medie, conta oltre 250 ragazzi Rom. In un territorio difficile, Rotondo è in prima linea nel contrasto alla devianza giovanile e nella fattiva costruzione di un percorso di reale inclusione sociale. La scuola è conosciuta per la sua esperienza di piani etno-didattici ed educativi per gli studenti Rom. È stata anche riconosciuta dalla Comunità europea e dal Consiglio d'Europa quale sede di una "Legal Clinic JustRom", servizio legale volto a tutelare la popolazione Rom, ed in particolare le donne, in un'ottica di antidiscriminazione razziale.
Carlo Santucci, 34 anni (Roma), Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per l'altruismo e l'impegno profuso nel delicato intervento di primo soccorso che, nell'agosto 2019, ha permesso di salvare la vita a una donna in arresto cardiaco su un treno austriaco diretto a Dobbiaco". Medico chirurgo precario. Per molti anni ha lavorato nelle ambulanze e al momento è insegnante di primo soccorso. In vacanza in montagna, il 27 agosto scorso, mentre era in treno è intervenuto, su richiesta dei passeggeri, in soccorso di una donna in arresto cardiaco. In mancanza di un defibrillatore sul treno, ha praticato il massaggio cardiaco tenendola in vita per quaranta minuti, finché non è arrivato l'elisoccorso austriaco che l'ha trasportata in ospedale.
Mons. Filippo Tucci, 90 anni (Roma), Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per aver dedicato tutta la sua vita all'accoglienza e all'inclusione delle persone in condizioni di disagio e di abbandono". Fino al maggio 2019 Primicerio dell'Arciconfraternita di San Rocco all'Augusteo e Rettore della Chiesa di San Rocco. La parrocchia è da mezzo secolo un punto di riferimento per i poveri del centro storico. Le persone assistite sono per lo più senza fissa dimora. L'intervento nei loro confronti si concretizza in assistenza spirituale, sanitaria (inclusa la donazione di farmaci di prima necessità), refezione, docce e servizi igienici, donazione di biancheria nuova, indumenti, coperte.
Angel Micael Vargas Fernandez, 20 anni (Casalmaiocco - LO), Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il suo coraggioso intervento in soccorso di un bambino di 4 anni che stava precipitando da un balcone di un edificio". Padre argentino e madre peruviana, di cittadinanza argentina e da 12 anni in Italia. Di giorno lavora in una stazione di servizio di Casalmaiocco nel Lodigiano, la sera studia informatica ai corsi serali dell'istituto Alessandro Volta di Lodi. Nel settembre scorso ha salvato la vita a un bambino di 4 anni che stava precipitando dal secondo piano di un palazzo sul piazzale davanti alla stazione di servizio. Corso sotto al balcone, è salito sul tetto di un furgone lì posteggiato e proprio mentre il bambino cadeva si è buttato riuscendo a prenderlo al volo. Entrambi sono finiti sull'asfalto ma Angel con il proprio corpo ha attutito la caduta del bambino.
Riccardo Zaccaro, 22 anni (Roma), Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: "Per il coraggio e l'altruismo con cui, a proprio rischio, è intervenuto in soccorso di una coppia di anziani rimasti intrappolati dalle fiamme". Studente alla facoltà di Architettura all'Università La Sapienza. Soprannominato dai giornali "l'eroe seriale": a 22 anni ha già salvato la vita a tre persone, un suicida e due anziani dal rogo della loro casa. Il primo evento risale a due anni fa quando Riccardo ha soccorso un ragazzo che minacciava di gettarsi dal cavalcavia dell'autostrada A1. È stato tra i primi ad arrampicarsi e a cercare di fermarlo, riuscendoci. Il secondo evento risale invece al maggio scorso: in via Alfredo Fusco, nel quartiere Balduina, a Roma, ha salvato dalle fiamme due anziani rimasti intrappolati nell'appartamento situato al piano inferiore al suo.
di Cristina Papitto
retisolidali.it, 21 dicembre 2019
L'esperienza dell'associazione Oltre l'Occidente a Frosinone, che porta la cultura nel carcere, nelle Rems, nel Centro di salute mentale. Incontriamo l'associazione Oltre l'Occidente di Frosinone, ospitata nello spazio della Regione Lazio di Più Libri più Liberi, Fiera nazionale della piccola e media editoria, per presentare il progetto Costruire Memoria, nato per portare la lettura e la scrittura tra le persone svantaggiate e finanziato con fondi del bando "Io Leggo" della stessa Regione Lazio. Incontriamo il presidente, Paolo Iafrate, che ci racconta l'attività della biblioteca di Oltre l'Occidente: una biblioteca privata, ma che rientra nell'Obr (Organizzazione Bibliotecaria Regionale) e svolge attività presso i settori emarginati del territorio di riferimento.
La biblioteca e il territorio. "L'associazione", racconta Iafrate, ha sede nel centro storico di Frosinone, ed è un punto di riferimento da 25 anni per le persone che vogliono trascorrere delle ore insieme o fare attività culturali".
Negli anni l'associazione è diventata una biblioteca con oltre 20.000 monografie, materiale sulle scienze sociali e la storia e un fondo locale di circa 1500 testi, ma è importante il fatto che, "nel corso del tempo, ha sviluppato una serie di relazioni con il territorio: inizialmente con il Centro di salute mentale, in particolare con il centro diurno dell'Asl di Frosinone, con il quale da sempre collabora sia attraverso delle attività, come il cineforum, sia attraverso l'integrazione di alcune persone all'interno dell'associazione, per attuare dei progetti o micro progetti lavorativi. Inoltre nel 2017, quando è stata riconosciuta regionalmente, la biblioteca ha iniziato delle progettualità con la Rems di Ceccano e con la casa circondariale di Frosinone".
I libri in carcere. Nello stesso anno l'associazione ha infatti proposto al carcere di Frosinone di svolgere al proprio interno una parte del progetto Costruire Memoria. "È così, che ci è stato proposto di ricostituire la biblioteca di circa 6 mila volumi, che si trovava nel carcere, ma non era utilizzata. Da lì è nata una collaborazione, continua e valorizzata", continua Iafrate. "L'obiettivo nostro sarebbe di riuscire a realizzare quello che hanno fatto a Roma con la biblioteca del carcere, che è stata riconosciuta all'interno del circuito delle biblioteche romane e in cui ci si può avvalere anche del prestito dello scambio dei libri con l'esterno".
Grande aiuto è stato dato dalle volontarie del Servizio civile nazionale che hanno collaborato sia alla Rems, sia nel carcere, sia nel centro diurno. "L'attività principale nella casa circondariale è stata svolta intorno alla rinascita della biblioteca della struttura stessa", racconta Marta Mancini, volontaria in servizio civile, con competenza in Sociologia della devianza. "Ovviamente con tutte le problematiche alle autorizzazioni che, come potete immaginare, in un ambiente del genere non è semplice ottenere. Abbiamo catalogato i libri presenti all'interno, per arrivare alla fine alla stampa del catalogo. Tutto ciò è stato possibile grazie alla collaborazione di detenuti volontari, che si sono occupati e si occupano tuttora anche del servizio del prestito e di ritiro dei testi. Quello che noi abbiamo fatto, è stato di entrare all'interno della casa circondariale in punta di piedi e cercare di abbracciare una realtà detentiva, che fa riferimento alle persone private della libertà personale. La biblioteca è stata potenziata e oltre a questa, abbiamo riattivato anche altri due punti lettura già esistenti ma non funzionanti, all'interno di altri due reparti. Abbiamo creato un prestito interbibliotecario, affinché tutti i detenuti potessero avere accesso ai libri".
L'attività in carcere prevede anche alcuni laboratori artigianali che, spiega Mancini, "mettono in risalto le qualità artistiche dei detenuti, oltre a un laboratorio di musica, poesia e teatro. Questi laboratori sono per i detenuti momenti di socializzazione, così come la biblioteca". Oltre a questo, le volontarie in servizio civile si sono occupate anche della stesura di libri perché, spiega "in carcere ci sono molti detenuti lettori accaniti, che hanno loro stessi scritto libri, che riguardano proprio la loro vita da detenuti".
La continuità. "Il nostro è sì un approccio volontario, legato a una spinta che coltiviamo all'interno della nostra associazione Oltre l'Occidente", aggiunge Paolo Iafrate, però il valore e il riconoscimento di quello che facciamo è dato anche dalla continuità del lavoro, che abbiamo svolto con queste strutture. Queste sono strutture chiuse: non è semplice farsi aprire le porte e non solo in senso figurato. Vi faccio un esempio: l'unica attività reale è la scuola, che però può accogliere solo una piccola parte dei 700 detenuti e chi richiedere di seguirla, deve superare una selezione da parte del personale. All'interno del carcere, c'è una direzione amministrativa, un'area educativa e un'amministrazione. Quale è stato il riconoscimento che va dato a Marta e alle varie persone che hanno collaborato? il fatto di riuscire oggi ad essere interlocutori della struttura carceraria".
Le attività nella Rems. "Amo questo tipo di lavoro", spiega Marta, "che è in realtà uno stile di vita, in quanto per me è fondamentale la libertà e l'idea di socializzazione e di reinserimento attraverso attività creative". Lei e le altre collaborano anche con la Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems), dove svolgono corsi di rialfabetizzazione per gli adulti ospiti della struttura, italiani e soprattutto migranti.
"Svolgiamo materie non soltanto relative alla didattica italiana e alla letteratura, ma anche altre di argomenti quali l'inglese la matematica, che sono le materie di cui gli ospiti hanno molto piacere ad interessarsi. È proprio durante il corso di alfabetizzazione, che abbiamo notato il bisogno di un supporto multimediale.
Così, grazie a contributi arrivati su bandi della regione Lazio, abbiamo potuto donare alla struttura strumenti multimediali ed informatici oltre che ludici, come ad esempio una play station, un biliardino, un videoproiettore. Per la socializzazione è importante la fruizione di questi strumenti da parte degli ospiti anche quando i volontari non sono presenti, nostro compito è attivare processi di stabilizzazione delle attività e strumenti proposti, anche se non disertiamo la partecipazione al karaoke mensile".
Conclude Paolo Iafrate: "Una Rems non è un carcere, è una struttura residenziale. In provincia di Frosinone ce ne sono due: una a Ceccano, che ospita almeno 20 uomini, e una a Pontecorvo, che ospita 12 donne. La Rems è una struttura accogliente, diciamo così: non ci sono le guardie penitenziarie, ci sono dei vigilanti privati che svolgono in maniera discreta quelle le attività di sorveglianza, non ci sono eccessivi muri, ma ci sono ovviamente delle recinzioni. Siamo però in presenza di situazioni abbastanza articolate e molto gravi, non solo perché ci sono alcuni reati di un certo rilievo, ma anche perché le persone sono abbandonate in queste strutture da decenni. Abbiamo trovato persone, che hanno vissuto tanta parte la loro vita in queste strutture, che hanno strumenti culturali, ma una capacità di socializzazione ormai molto attenuata".
lanuovacalabria.it, 21 dicembre 2019
Torna anche per il Natale 2019 l'iniziativa solidale "Adotta un'aiuola" che ha già unito lo scorso anno il carcere di Catanzaro e l'associazione Universo Minori, attiva per facilitare i rapporti tra i genitori detenuti e i loro figli. Le persone recluse presso la Casa Circondariale hanno simbolicamente partecipato all'iniziativa dell'Ail (Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma Onlus) piantando giovedì scorso le stelle di Natale, emblema della lotta contro la leucemia, in un'aiuola della Casa Circondariale all'ingresso delle sezioni detentive.
Il valore dell'iniziativa è quello di creare una connessione tra il carcere e la comunità esterna: durante il mese di dicembre 2019 le piantine sono state vendute in tutta Italia a scopo benefico, nelle piazze e nelle strade. Adesso sono arrivate anche qui.
La direttrice dell'Istituto Angela Paravati spiega: "Le stelle di Natale ricordano a chi è in carcere che spesso anche chi è fuori sta combattendo altre lotte: molte persone trascorrono lunghi mesi in ospedale senza poter tornare a casa, e trascorreranno il Natale lontano dalle loro famiglie, senza alcuna colpa, e solo con la speranza di poter vivere ancora. Le stelle di Natale ci ricordano che finché c'è vita le cose possono cambiare, e non si deve mai smettere di crederci".
Anche la presidente dell'associazione Universo Minori Rita Tulelli si è soffermata sul significato della manifestazione: "L'associazione organizza spesso in collaborazione con il carcere di Catanzaro iniziative a favore dei figli di genitori detenuti, perché i bambini sono spesso la motivazione migliore per iniziare una vita migliore. E una vita diversa passa anche dall'attenzione al prossimo e dalla partecipazione a iniziative solidali come la raccolta fondi tramite la distribuzione delle stelle di Natale dell'Ail, manifestazione che permette ogni anno di finanziare progetti di ricerca scientifica e di assistenza sanitaria".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 21 dicembre 2019
I due fronti sono deboli. Ma in campo a riequilibrare le forze ci sono turchi e russi. Due colpi, a forse tre secondi l'uno dall'altro. Secchi, infidi, arrivati dal nulla. Due sibili che fendono l'aria e vanno a sbrecciare il muro dell'abitazione a meno di un metro da noi.
C'eravamo fermati da qualche minuto nella strada deserta del quartiere di Salahaddin in attesa dei volontari della milizia Ghnewa che ci scortassero forse un chilometro più avanti sulla linea delle postazioni contro le forze del maresciallo Khalifa Haftar. Al riparo di un balcone, di fronte ad un negozio di alimentari sventrato dalle esplosioni, avevamo visto alcuni pulcini sporchi, affamati. È la sorte degli animali abbandonati dai civili sfollati di fretta e furia, che sempre si trovano nelle zone di guerra. Avevamo provato a dare loro un poco di biscotti secchi raccolti dalle confezioni sparse a terra. Ed è allora che un cecchino, invisibile, appostato chissà dove, ha premuto il grilletto. Non abbiamo neppure sentito lo sparo quando i calcinacci e le schegge ci hanno sfiorato la testa.
"Che stupidaggine! Morire per due polli", è stato il primo pensiero. Ma per i miliziani non c'è nulla di nuovo. "Avviene tutti i giorni. Qui si combatte soprattutto a duelli tra cecchini dotati di ottimi fucili col binocolo e bombardamenti mirati di piccoli droni. Nostri e loro", hanno spiegato. Dicono che con il dispiegamento a settembre dei cecchini russi il gioco si è fatto più duro.
Dal campo di Haftar replicano che, da dopo l'accordo tra Sarraj ed Erdogan il 27 novembre, ora stanno arrivando i tiratori scelti turchi. "Resisteremo contro i nuovi invasori ottomani", tuona da Bengasi il portavoce militare Ahmed Mismari, minacciando raid su porti e aeroporti della Tripolitania per bloccare i rinforzi. In serata i social di Tripoli mostrano l'arrivo di tank con le bandiere turche da Misurata con i rinforzi turchi che sembrano aver già bloccato l'attacco di Haftar sul quartiere di Tarhuna.
È la battaglia alle periferie di Tripoli, sempre più diretta al cuore della città. A seconda dei simboli e dei numeri disegnati sulle auto mimetizzate in marrone e nero si riconoscono le appartenenze alle cinque maggiori brigate schierate col governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez Sarraj: quella di Eithan Tajuri sulle arterie maggiori, quindi la Ghnewa verso l'aeroporto, la Rada che controlla le prigioni più importanti, la Al Bugra dei guerriglieri del quartiere di Tajura, la Al Nawassi del quartiere di Abu Sitta.
Tra loro spesso nascono contenziosi, specie in queste settimane che Sarraj sta ritardando i pagamenti. Ma anche si ricompattano contro il nemico comune. Come le numerose milizie inviate da Misurata, che dai primi di ottobre erano sempre più divise tra quelle disposte a mandare volontari a Tripoli e le contrarie. Però, da ieri Haftar minaccia apertamente di bombardare la loro città, se entro tre giorni non si ritireranno da Tripoli e Sirte.
Risultato: il fronte è tornato ad unirsi. Vedremo invece cosa faranno gli oltre 300 soldati italiani dispiegati con l'ospedale militare inviato a Misurata nel settembre 2016. Si trovano nell'area della base militare dell'aeroporto, un obbiettivo sensibile già sfiorato dalle bombe di Haftar nell'estate. Ieri dallo Stato maggiore a Roma hanno rifiutato la visita dei giornalisti italiani.
Nel pomeriggio sale sulla nostra auto un ex giornalista 46enne, che tiene i collegamenti tra alcune migliaia di ex militari del vecchio esercito di Gheddafi e giovani volontari armati pronti ad insorgere in città al fianco dei soldati di Haftar. Accetta di farsi fotografare solo col volto coperto. Se fosse catturato rischierebbe la vita. È noto col nome del suo blog, Safuan Trabulsi.
"Noi siamo le cellule dormienti. Attendiamo l'ordine per scendere in piazza. In maggio avevamo provato. Ma decine dei nostri sono stati arrestati o uccisi", dice. Sugli stessi balconi stanno ad asciugare uniformi e camicette da bambini. Nei garage si riparano i pick up con le mitragliatrici montate sul cassone.
Transitiamo nei quartieri di Al Hadba e Al Keisa: a zone ingorgate dal traffico degli sfollati si alternano vie deserte. Indica complesso ospedaliero di Abu Selim, rigorosamente destinato ai miliziani feriti. Quanti siete? "Oltre 4.000. Ma la popolazione è stanca della guerra e di essere derubata impunemente dalle milizie. Quando Haftar arriverà tanti si uniranno a noi", replica. A suo dire manca poco all'ora finale. Eppure, da un paio di giorni la situazione si è fatta stranamente più calma, come se i rinforzi stranieri giunti ai due campi li riequilibrassero, costringendo all'ennesima tregua.
di Monica Cirinnà*
Il Riformista, 21 dicembre 2019
La strumentalizzazione che da destra si fa della coltivazione e della commercializzazione della canapa sativa (cioè non contenente principio attivo stupefacente) è una totale distorsione della realtà giuridica, scientifica, medica ed economico-produttiva. Va detto molto chiaramente - infatti e prima di tutto - che la canapa prodotta e venduta legalmente in Italia nulla ha a che fare con le sostanze stupefacenti.
Che non è stata operata negli anni alcuna modifica alla legge sulle droghe, che sono e restano illegali. Che la regolamentazione del settore, avvenuta con la legge n. 242/2016, è un provvedimento che ha a che fare con l'agricoltura e null'altro. Da queste verità bisogna partire se si vuole parlare di canapa. Non introducendo bugie e mistificazioni che utilizzano - del tutto impropriamente - la parola "droga".
La canapa sativa non è una droga! Punto. O si parte da qui, o si finisce inevitabilmente fuori strada. Ma perché allora tanto discutere su un qualcosa che, alla prova dei fatti, è ben diverso da come viene raccontata dai megafoni della destra? Perché ancora una volta c'è chi pensa soltanto alla becera propaganda, per di più basata su fake-news, invece di aiutare il tessuto imprenditoriale del nostro Paese a crescere e a rafforzarsi. In occasione della discussione sulla manovra di bilancio, ho dovuto ascoltare, appena pochi giorni fa, Matteo Salvini nell'Aula del Senato parlare addirittura di "droga di Stato".
Un intervento che ha dimostrato tutta l'ignoranza del soggetto sulla materia. 0/e la sua assoluta malafede. Uno schiaffo a coloro che faticosamente, con grande passione e con notevoli investimenti, anche in innovazione tecnologica, fanno impresa nell'agricoltura. Perché è proprio questo - e soltanto questo - il tema. Stiamo parlando di una realtà con circa 10mila addetti, 1500 aziende attive e un fatturato annuo di 150 milioni di euro. Aziende agricole di piccole e medie dimensioni, oltre a piccole attività commerciali - per lo più gestite da giovani - che hanno dato nuovo vigore - oltre ad aver creato lavoro - a una produzione storica e tradizionale di tante zone del nostro Paese.
La canapa è, infatti, utilizzata da sempre per i tessuti e ora - sempre più e lecitamente - per un'infinità di prodotti, dalla bioedilizia alla creazione di nuovi materiali, fino all'utilizzo in cucina. Tutto questo sfruttando soltanto le sue fibre. Dalle proprietà fitoterapiche della canapa si ricavano, poi, prodotti che si basano sul cannabidiolo, un principio che ha proprietà rilassanti, anticonvulsivanti, antidistoniche, antiossidanti, antinfiammatorie.
"E quindi? Dov'è il problema?", si chiederà qualcuno. Semplice: non c'è! A corto di argomenti e con una fame quotidiana di propaganda, la destra solleva periodicamente il polverone sulla canapa prendendo a pretesto lo 0,5%: cioè quella percentuale legale di Thc (tetraidrocannabinolo, il principio psicoattivo) che non deve essere superata nella canapa industriale.
Un limite fissato per legge, che tutela i produttori e i consumatori con prodotti sicuramente privi di effetti stupefacenti. Tanto per capire di cosa stiamo parlando: la cannabis terapeutica, prodotta in maniera controllata dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico dell'Esercito di Firenze, ha un contenuto di Thc compreso tra il 13 e i120%. La marijuana illegale ha concentrazioni di thc che raggiungono anche il 30%.
La canapa industriale, come detto, non può andare oltre lo 0,5%. Ripeto: 0,5%. Solo questo basterebbe a dimostrare quanto sia ridicolo e antiscientifico parlare, quindi, di "droga libera" e delle mille altre trovate propagandistiche volte - questo si - a drogare un tema che ha, invece, a che fare soltanto con parole come agricoltura, impresa, innovazione, occupazione e lavoro giovanile.
Continuerò con il Pd e con le varie sensibilità che ho trovato anche nel M5S - a iniziare dal senatore Mantero che ha presentato l'emendamento alla manovra, da me convintamente sottoscritto, poi falcidiato dalla presidente Casellati - a combattere perché nel nostro Paese possano continuare a crescere un'agricoltura avanzata e il relativo indotto. Un'agricoltura sostenibile che porti nuova ricchezza e lavoro nelle nostre campagne. Un'agricoltura che riavvicini i giovani alla natura rendendola anche fonte di reddito.
*Senatrice Pd
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 21 dicembre 2019
I favorevoli all'autorizzazione a procedere sono in teoria 12, contro 11 contrari. Se i tre senatori renziani facessero mancare il loro appoggio il verdetto della giunta del Senato si ribalterebbe. Concedere l'autorizzazione procedere per Matteo Salvini indagato per il caso Gregoretti? "Dal punto di vista umano e politico lo abbiamo già giudicato.
Dal punto di vista giudiziario i nostri colleghi in giunta per le autorizzazioni leggeranno le carte e valuteranno nel merito cosa fare": Davide Faraone, esponente di Italia Viva lancia il sasso nello stagno. Il suo partito tiene il giudizio in sospeso riguardo al processo contro l'ex ministro dell'interno e i numeri necessari per l'autorizzazione a procedere sono ora in bilico.
Se infatti i renziani diranno no, Salvini potrebbe essere "graziato" dalla giunta per le autorizzazioni a procedere. "Non siamo giustizialisti e non siamo abituati ad utilizzare temi giudiziari per trarre benefici nella lotta politica" aggiunge Faraone. Linea ribadita anche dal deputato Marco Di Maio: leggere le carte e solo dopo decidere.
I numeri in campo - La giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato dovrebbe votare sul caso della Gregoretti (nave della Marina italiana con 131 migranti a bordo alla quale, nel luglio scorso, fu impedito lo sbarco per cinque giorni) il 9 o 10 gennaio. I numeri, come detto, sono molto stretti.
In teoria contro Salvini dovrebbero votare l'unica esponente del Pd (Anna Rossomando), 6 grillini, l'ex presidente del Senato Pietro Grasso e l'ex M5S Gregorio De Falco più i tre di Italia Viva. Totale 12 voti. Sul fronte opposto sono schierati Lega (5), Forza Italia (4), Fratelli d'Italia (1, il presidente della giunta Maurizio Gasparri) ai quali potrebbe aggiungersi l'esponente sudtirolese Durnwalder. E farebbero 11. A questo punto se i renziani dovessero farsi da parte, il verdetto verrebbe ribaltato e la giunta non potrebbe dare il via libera al processo contro Salvini.
La Lega: "Palazzo Chigi sapeva" - Quest'ultimo, intanto, ribadisce la sua linea di difesa: la decisione di bloccare la nave Gregoretti fu presa collegialmente dal governo, esattamente come era avvenuto nel caso della Diciotti (quando fu negata l'autorizzazione a procedere).
"Il senatore Matteo Salvini ha conservato copia delle interlocuzioni scritte avvenute a proposito della Gregoretti - fanno sapere fonti della Lega. Si tratta di numerosi contatti anche tra ministero dell'Interno, Presidenza del Consiglio, ministero degli Affari Esteri e organismi comunitari.
Era stata contattata anche la Cei". Si tratta di una risposta a quanto affermato ieri da Palazzo Chigi secondo il quale l'argomento non fu discusso in consiglio dei ministri e nessuna decisione fu quindi condivisa.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 21 dicembre 2019
A inchiodare Matteo Salvini, sia pure con chiodi per ora di carta, sulla croce del processo per sequestro di persona, abuso d'ufficio e non so cos'altro, chiesto dal tribunale dei ministri di Catania per i 131 migranti bloccati a fine luglio nel porto di Augusta sulla nave Gregoretti, della Guardia Costiera, sarebbe una comunicazione già partita da Palazzo Chigi. Della quale si è affrettato a farsi forte nella polemica politica con l'ex alleato di governo il capo ancòra delle 5 Stelle e ministro degli Esteri Luigi Di Maio per contestare a Salvini di aver fatto tutto di testa sua con quel blocco, senza la copertura del governo fornitagli l'anno scorso, in occasione di una vicenda analoga occorsagli con la nave Diciotti, anch'essa della Guardia Costiera. E risolta dal Senato col no al processo.
La giunta senatoriale delle immunità, presieduta di diritto da un esponente dell'opposizione, in questo caso da Ignazio La Russa, avvocato peraltro di lunga esperienza, approfondirà sicuramente la questione prima di votare, il 20 gennaio, e formulare all'assemblea di Palazzo Madama la sua proposta di accoglienza o rigetto dell'autorizzazione al processo. Si vedrà naturalmente con quale tipo di maggioranza, e di sorpresa, essendo peraltro il passaggio finale doverosamente a scrutinio segreto, con tutte le incognite del trasversalismo politico e umorale, per non parlare d'altro.
Al di là delle precisazioni e smentite già opposte dall'avvocato ed ex ministro leghista Giulia Bongiorno, che si è subito assunta la regìa della difesa di Salvini, una circostanza già appare nella sua assoluta, incontrovertibile singolarità, a prescindere o al netto, come preferite, delle simpatie o antipatie che potrà procurarsi l'ex titolare del Viminale con i suoi abituali atteggiamenti e toni da sfida, di una intensità inversamente proporzionale alle distanze che lo separano dall'appuntamento elettorale di turno. Che stavolta, con le votazioni regionali del 26 gennaio in Calabria e in Emilia-Romagna, rischia di accavallarsi con la fase conclusiva e decisiva del percorso parlamentare della richiesta giudiziaria partita da Catania.
La circostanza è quella rivelata, sullo spinosissimo terreno della gestione degli sbarchi e, più in generale, del fenomeno migratorio, dal presidente del Consiglio in persona Giuseppe Conte. Che, sfiancato dalle continue polemiche col suo allora e ancora per un po' vice presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, in un momento di spontaneità scambiato da qualcuno anche per una gaffe di Stato, si lamentò pubblicamente nella scorsa estate delle ore trascorse al telefono nei week con i suoi omologhi europei. Ai quali chiedeva "il piacere personale" di prendersi in carico una parte dei migranti trattenuti sulle navi di soccorso dal blocco dei porti italiani disposto dal Viminale a tutela dei confini, della sicurezza e quant'altro.
In quel piacere "personale" rivelato, vantato e quant'altro dal capo del governo c'era un po' tutto: non solo la stanchezza, magari anche le preoccupazioni espresse di volta in volta a Conte dal presidente della Repubblica, ma soprattutto l'ammissione di una situazione paradossale e scandalosa, diciamolo pure, di una comunità internazionale, cioè l'Unione Europea, incapace e nei fatti indisponibile, al di là delle parole di apertura apparente, a farsi carico spontaneamente, rapidamente e decentemente di un fenomeno scaricato sulle spalle, e sulle coste italiane, solo dalle circostanze naturali.
Il racconto del presidente Conte vale, anche ai fini del processo che torna a incombere sul collo dell'ormai ex ministro dell'Interno, e ora solo principale oppositore del governo, più di dieci, cento, mille sedute del Consiglio dei Ministri per certificare la natura complessa, multilaterale e quant'altro di una questione maledettamente pasticciata.
Che, codice alla mano, può anche permettere ad un pubblico ministero o ad un giudice delle indagini preliminari, come si configura il cosiddetto tribunale dei ministri, di ipotizzare un sequestro di persone. Ma sarebbe pur sempre un curioso sequestro: di persone regolarmente soccorse, assistite, visitate da curiosi e non, trattenute a bordo di navi sicure solo per il tempo necessario a stabilirne la destinazione, non certo verso i luoghi di prigionia e tortura da cui quella gente proveniva.
Tutto questo credo che possa e debba essere detto con tutta onestà, senza la pretesa - ci mancherebbe - di insegnare ai magistrati il loro mestiere né al governo e a chi lo guida il loro, né di prenotarci al prossimo comizio di Salvini o manifestazione similare, magari all'insegna di diversi - presumo dalle sardine. Basterebbe parlarne, e agire di conseguenza, rinunciando ai soliti interessi di bottega della politica e della campagna elettorale di turno. Cioè, senza specularci sopra.
di Tesfay Afrah Abrahem
Il Riformista, 21 dicembre 2019
Salve prof. Mannino, oggi le vorrei raccontare la mia storia, perché mi ha sempre ispirato fiducia. Da quando sono diventata una sua alunna, lei non ha visto in me solo l'apparenza. Ha visto oltre e questo mi ha aiutato a crescere. Mi presento correttamente. Il mio nome è Afrah, ho 18 anni, sono nata in Sudan, originaria etiope, ma cresciuta in Italia. In Sudan mia madre era proprietaria di un B&B e mio padre lavorava in un ristorante, mia sorella frequentava le medie e io andavo all'asilo. Quando avevo quattro anni, la mia famiglia decise di trasferirsi in Libia, perché ci fu una guerra tra sudanesi: in seguito il Paese si divise in due parti. Non appena arrivati in Libia, ci accorgemmo subito che la situazione era molto pericolosa, perché i libici punivano le donne che non indossavano il velo. Mia madre era ortodossa e mio padre musulmano.
Gli stranieri che vivevano da più tempo in Libia crearono un'area lavorativa a Tripoli per soli stranieri. E così i miei genitori aprirono un ristorante e iniziarono a lavorare diligentemente. Mia sorella li aiutava, io invece passavo il tempo a giocare con i bambini. Non frequentavo la scuola perché la mia famiglia aveva paura che potesse capitarmi qualcosa di brutto: un giorno venni quasi rapita, ma per fortuna quell'uomo fu fermato prima che potesse arrivare al cancello. In quel periodo sequestravano i bambini per poi ucciderli e vendere i loro organi. Col passare del tempo i miei genitori decisero di voler andare in Italia, ma i soldi per pagare lo scafista non bastavano e così ci tirammo indietro. Proprio allora un mio amico partì con la sua famiglia, ma un mese dopo sentimmo che la loro barca si era capovolta. Morirono tutti. Fu uno choc. Frattanto la Libia diventava ogni giorno sempre più pericolosa per gli stranieri. Mesi dopo i miei genitori decisero di voler partire e iniziarono a chiedere informazioni sulla barca. Così a un certo punto decidemmo di andar via. Partimmo a notte fonda, salimmo su un grande furgone e iniziammo il nostro lungo viaggio.
Superato il deserto, fummo catturati quattro volte. I sudanesi ci vendettero ai libici e poi ancora i libici ad altri libici. Per due volte i miei genitori pagarono per essere liberati. La terza volta però restammo senza soldi. Così presero i miei genitori e li misero in una stanza con dei serpenti, minacciandoli che se non avessero pagato sarebbero morti lì. Io e mia sorella eravamo all'oscuro di tutto, ma la paura c'era nel non vedere i nostri genitori. Infine mia madre chiese un prestito a mia zia che stava in America. Fummo liberati tutti e continuammo il nostro viaggio. Arrivati in una villa ci chiesero di nasconderci. Ero nel cortile e mi stavo annoiando, quando uno di loro mi disse: "Sto uscendo, non aprire a nessuno". Io però capii male. Pensai che mi avesse detto di aprirgli non appena fosse stato di ritorno. Sentii qualcuno bussare, mi misi a correre per aprire, e aperto il portone vidi un fucile puntato sulla mia fronte. Per il terrore mi misi a correre verso mia madre. Fummo di nuovo presi, mia madre pagò di nuovo, ma i soldi non bastarono neanche allora. E così mio padre decise di rimanere indietro. Io, mia madre e mia sorella proseguimmo il viaggio da sole. Senza mio padre. Alle 21 cominciammo a correre per raggiungere la riva dove la barca ci stava attendendo.
Cinque ore senza fermarci. Io ero sempre in braccio a mia madre o di qualche ragazzo che si offriva di aiutarla: avevo sei anni, ero piccola per sopportare quel percorso che per giunta era fatto di corsa. Arrivati a riva trovammo la barca e salimmo a bordo. Iniziammo il viaggio in mare. Ma a metà viaggio il motore si fermò. Tutti dal panico iniziarono a urlare dalla disperazione e a pregare, finché dopo qualche ora venne una barca molto più grande della nostra. Erano i libici. Ci chiesero se volessimo tornare in Libia o restare in mare. Tutti risposero di voler morire in mare piuttosto che tornare, mia madre urlando chiese di aiutarci, che aveva due bambine. I libici senza pietà se ne andarono come se non stesse accadendo nulla intorno a loro. Il mattino seguente incontrammo dei pescatori tunisini che ci aiutarono con il motore. Ci dissero che avevamo sbagliato rotta, che stavamo andando verso Malta. E così ci guidarono verso la Sicilia. Chiamarono la guardia costiera. Finalmente dopo tre notti e tre giorni arrivammo in Sicilia.
Sono ormai dodici anni che vivo in Italia, parlo, scrivo e penso in italiano, l'unica cosa che mi manca per completarmi è un pezzo di carta, la cittadinanza italiana. Bacerò sempre questa terra come fece mia madre la prima volta che arrivammo, sono multietnica, Sudan, Etiopia, Italia. Tre terre diverse. Tre culture differenti, ma fanno parte di me e della mia storia.
Cordiali saluti, la sua alunna.
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