di Patrizia Meringolo
Il Manifesto, 13 novembre 2019
È necessario convocare la Conferenza sulle droghe, rivedere la legislazione attuale e dare segnali politici sia a livello di organizzazione governativa italiana che europea. La valutazione delle politiche pubbliche non è certamente diffusa nel nostro paese. Un caso esemplare è costituito dalle leggi in materia di droghe, dove prevalgono le logiche repressive (anche se la war on drugs ha platealmente mostrato la sua inefficacia) o i principi irrinunciabili.
È stata quindi opportuna la recente iniziativa di Forum Droghe e Società della Ragione, in collaborazione con il Centro per la Riforma dello Stato e l'Associazione Luca Coscioni, di un convegno su Politica, ricerca, valutazione delle politiche pubbliche. Il caso delle droghe.
La questione è complessa, e un incontro, per quanto partecipato e ricco di contributi, non può che essere il primo di futuri appuntamenti. Sono intervenuti nel dibattito operatori, professionisti dei servizi, ricercatori, esponenti di associazioni e rappresentanti politici. Alcuni temi sono emersi con particolare evidenza:
a) l'importanza della valutazione, non solo di esito ma di impatto, e non solo limitata ai "risultati" individuali ma in vista di obiettivi collettivi sostenibili. Finalità come la tolleranza zero, la guerra alle droghe o l'astinenza dalle sostanze sono, infatti, più bandiere ideologiche che prospettive praticabili e appropriatamente misurabili.
Diventa inoltre indispensabile andare oltre l'ambito strettamente legato alle droghe, per porre la questione a livello di politiche sociali, valutando anche le unintended conseguences, a cominciare dalla criminalizzazione dei consumatori. Pensare alla valutazione di impatto, quindi, non come a una misurazione socioeconomica, formale ed eterodiretta, ma come a un ragionamento critico sui dati esistenti. Tuttavia la stessa analisi economica del proibizionismo, ad esempio nel caso della cannabis, ne dimostra l'impatto negativo sulla civic society, come i costi dei procedimenti penali e amministrativi o i proventi che ne derivano per la criminalità organizzata. Potrebbe quindi essere il momento adatto per prefigurarne modelli di regolamentazione legislativa;
b) le politiche pubbliche (comprese quelle sulla droga), che non possono prescindere dagli effetti della crisi del welfare, in cui per i cittadini "normali", "perbene" esiste la possibilità di affrontare le restrizioni imposte, mentre per i "residuali", quelli che non ce la fanno, gli interventi penali tendono a sostituire il supporto sociale. Le politiche pubbliche si saldano quindi alle costruzioni ideologiche, quali lo stigma dei possibili aggressori per garantire la sicurezza dei cittadini "perbene", o un'idea predeterminata di famiglia, o l'astinenza dalle droghe basata sul concetto di sanità e non di benessere;
c) quale ricerca per la valutazione? oltre alla necessità basilare di usare la ricerca, ne andrebbe promossa una "utile", con indicatori fruibili. Una ricerca "situata", che parta dai setting dove le prassi diventano luogo di conoscenza e di produzione del sapere, attenta al come dei fenomeni più che al quanto (la prevalenza, cioè, dei comportamenti a rischio), o al perché (la storia familiare e individuale del consumatore). Una ricerca, in definitiva, attenta alle risorse individuali e collettive e non ai deficit. La ricerca tuttavia può anche diventare "iatrogena" (come gli effetti collaterali dei farmaci), provocando danni essa stessa, se si concentra solo sull'ambito biomedico tralasciando i contesti, o solo sugli individui tralasciando gruppi e relazioni, se contribuisce a rafforzare gli stigma.
I policy makers presenti hanno confermato l'importanza della misurazione degli effetti delle politiche e i rischi derivanti dall'eluderla, la necessità di convocare la Conferenza sulle droghe, la revisione della legislazione attuale e l'urgenza, infine, di dare segnali politici in questo ambito sia a livello di organizzazione governativa italiana che europea.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 novembre 2019
Dossier dell'associazione "A Buon Diritto" sulle zone d'ombra. L'associazione "A buon Diritto" fondata dall'ex senatore Luigi Manconi ha redatto un elaborato sul recente decreto interministeriale relativo alla lista dei paesi di origine sicuri e all'impatto sulla procedura di esame della domanda di asilo.
Il 7 ottobre 2019 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, di concerto con il ministero dell'Interno e il ministero della Giustizia, contenente la cosiddetta "lista dei Paesi di origine sicuri": si tratta di un elenco di 13 Paesi nei quali si presume sia garantita la tutela dei diritti umani e i cui cittadini, quindi, non avrebbero bisogno di chiedere protezione internazionale in Italia.
Tale lista è stata commentata con entusiasmo dal ministro per gli Affari Esteri Luigi Di Maio, che ha dichiarato che la lista consentirebbe di velocizzare le tempistiche dei rimpatri riducendo "da due anni a quattro mesi" la permanenza in Italia dei cittadini provenienti dai Paesi individuati come sicuri.
Secondo però quanto elaborato da A Buon Diritto, più del 50 percento dei Paesi nella lista non ha accordi con l'Italia e molte zone di quei Paesi presentano situazioni socio politiche tutt'altro che sicure. Inoltre si sottolinea che in realtà il decreto non agisce in alcun modo sulle procedure di espulsione, come sostenuto erroneamente dal ministro Di Maio, ma unicamente sul procedimento di esame della domanda di asilo.
Il miglioramento nella gestione delle espulsioni richiederebbe, si legge nel dossier dell'associazione "il rafforzamento e l'aumento degli accordi bilaterali con i Paesi di provenienza, senza i quali è praticamente impossibile allontanare uno straniero. Al momento, per di più, non risulta che l'Italia abbia sottoscritto accordi con tutti i Paesi presenti nella lista".
Sempre secondo A Buon Diritto, questo significa, in altre parole, che non tutte le persone la cui domanda di protezione verrà rigettata sulla base della presunta sicurezza di tali Paesi potranno essere rimpatriate in tempi certi e rapidi. "Tutto questo - si legge sempre nel dossier - si concretizza nel rischio di incrementare ancora di più il numero degli irregolari, generando un effetto simile a quello prodotto da alcune disposizioni del primo decreto legge Sicurezza che prevedeva già, è bene ricordarlo, la possibilità di redigere un elenco di Paesi di origine sicuri".
Ma ci sono anche zone d'ombra circa la procedura accelerata che avrà il richiedente asilo. In sostanza non si capisce se il migrante verrà informato sulla procedura e nel decreto non viene specificato quando il richiedente potrà addurre i gravi motivi a sostegno della domanda. Ma non viene nemmeno specificato chi valuterà i gravi motivi presentanti.
E infine, A Buon Diritto, si chiede se la commissione potrà adottare una decisione negativa solo sulla base della presunta sicurezza del paese di origine. Non manca l'esempio dell'Ucraina, annoverata tra i Paesi sicuri nella sua interezza, pur essendo ormai noto come la regione del Donbass si trovi da anni al centro di un sanguinoso conflitto, con focolai accesi anche in altre zone del Paese.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 novembre 2019
Dossier dell'associazione "A Buon Diritto" sulle zone d'ombra. L'associazione "A buon Diritto" fondata dall'ex senatore Luigi Manconi ha redatto un elaborato sul recente decreto interministeriale relativo alla lista dei paesi di origine sicuri e all'impatto sulla procedura di esame della domanda di asilo.
Il 7 ottobre 2019 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, di concerto con il ministero dell'Interno e il ministero della Giustizia, contenente la cosiddetta "lista dei Paesi di origine sicuri": si tratta di un elenco di 13 Paesi nei quali si presume sia garantita la tutela dei diritti umani e i cui cittadini, quindi, non avrebbero bisogno di chiedere protezione internazionale in Italia.
Tale lista è stata commentata con entusiasmo dal ministro per gli Affari Esteri Luigi Di Maio, che ha dichiarato che la lista consentirebbe di velocizzare le tempistiche dei rimpatri riducendo "da due anni a quattro mesi" la permanenza in Italia dei cittadini provenienti dai Paesi individuati come sicuri.
Secondo però quanto elaborato da A Buon Diritto, più del 50 percento dei Paesi nella lista non ha accordi con l'Italia e molte zone di quei Paesi presentano situazioni socio politiche tutt'altro che sicure. Inoltre si sottolinea che in realtà il decreto non agisce in alcun modo sulle procedure di espulsione, come sostenuto erroneamente dal ministro Di Maio, ma unicamente sul procedimento di esame della domanda di asilo.
Il miglioramento nella gestione delle espulsioni richiederebbe, si legge nel dossier dell'associazione "il rafforzamento e l'aumento degli accordi bilaterali con i Paesi di provenienza, senza i quali è praticamente impossibile allontanare uno straniero. Al momento, per di più, non risulta che l'Italia abbia sottoscritto accordi con tutti i Paesi presenti nella lista".
Sempre secondo A Buon Diritto, questo significa, in altre parole, che non tutte le persone la cui domanda di protezione verrà rigettata sulla base della presunta sicurezza di tali Paesi potranno essere rimpatriate in tempi certi e rapidi. "Tutto questo - si legge sempre nel dossier - si concretizza nel rischio di incrementare ancora di più il numero degli irregolari, generando un effetto simile a quello prodotto da alcune disposizioni del primo decreto legge Sicurezza che prevedeva già, è bene ricordarlo, la possibilità di redigere un elenco di Paesi di origine sicuri".
Ma ci sono anche zone d'ombra circa la procedura accelerata che avrà il richiedente asilo. In sostanza non si capisce se il migrante verrà informato sulla procedura e nel decreto non viene specificato quando il richiedente potrà addurre i gravi motivi a sostegno della domanda. Ma non viene nemmeno specificato chi valuterà i gravi motivi presentanti.
E infine, A Buon Diritto, si chiede se la commissione potrà adottare una decisione negativa solo sulla base della presunta sicurezza del paese di origine. Non manca l'esempio dell'Ucraina, annoverata tra i Paesi sicuri nella sua interezza, pur essendo ormai noto come la regione del Donbass si trovi da anni al centro di un sanguinoso conflitto, con focolai accesi anche in altre zone del Paese.
di Chiara Viglietti
La Stampa, 13 novembre 2019
L'appello della famiglia al premier Conte: "Errore clamoroso, vittima di trafficanti di droga: aiutateci". È di Mondovì, ha appena 18 anni, e da più di 100 giorni è detenuto in una prigione inglese. Presunta vittima di un clamoroso errore giudiziario.
Sabato saranno 4 mesi esatti da quando, il 16 luglio scorso, un giovane monregalese è stato arrestato dalla polizia di Norwick insieme ad alcuni trafficanti di droga. Ora la sua famiglia ha deciso di chiedere l'intervento del Governo italiano. Con una lettera che l'avvocato Enrico Martinetti ha appena inoltrato al premier Giuseppe Conte, al ministro della Giustizia e alla Farnesina. Richiesta: "L'Italia intervenga per tutelare un concittadino vittima di ingiusta detenzione. E per di più sequestrato dagli aguzzini, che lo hanno costretto a lavorare in una fabbrica di stupefacenti".
I fatti: è il gennaio del 2018 quando Marco - così lo chiameremo per tutelare la riservatezza della famiglia - decide di trasferirsi a Londra. Trova lavoro per un anno, regolarmente stipendiato in un'impresa edile. Chiuso il cantiere, cerca un altro impiego. E qui, il 30 giugno scorso, entrano in scena i trafficanti. Marco riceve la telefonata di un uomo con accento turco. Si danno appuntamento per un lavoro fuori Londra.
Il giovane viene portato in un opificio industriale a Lenwade, contea di Norfolk, che nasconde una piantagione di cannabis. L'inizio dell'incubo: i trafficanti gli sequestrano il cellulare, lo malmenano e costringono a fare quello che dicono loro. Inutile ogni tentativo di fuga: quel luogo è blindato, porte e finestre sono sbarrate. Un vero sequestro di persona a fini estorsivi. Marco, insieme ad altri sette o otto giovani come lui, è costretto a lavorare per i signori della droga.
Per giorni e giorni resta "permanentemente segregato all'interno dell'edificio, dove dall'esterno gli venivano portati pasti freddi - racconta l'avvocato Martinetti - e dove gli era stato ricavato un giaciglio di fortuna per dormire, oltre ad un bagno in comune con altri disperati che condividevano con lui quella terribile esperienza". Il 16 giugno la polizia fa irruzione. E arresta i trafficanti. Nel calderone della giustizia inglese, però, finisce anche lui, Marco.
"Con l'infamante e ingiusto capo di imputazione per aver prodotto un quantitativo di cannabis, droga di classe B, in violazione della legge inglese", prosegue Martinetti. E nell'appello a Conte dice: "Sconcerta che il nostro concittadino (incensurato e in assenza di altre pendenze di sorta sia in Italia sia in Inghilterra che altrove) possa essere indebitamente trattenuto in stato di detenzione da oltre 100 giorni in attesa del processo che non sarà celebrato prima del mese di gennaio 2020".
agenzianova.com, 13 novembre 2019
Migliaia di persone con problemi di salute mentale sono trattenute in catene nelle strutture di tutta la Nigeria. È quanto denunciato dall'organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw) in un rapporto in cui esorta il governo a vietare la pratica.
I ricercatori di Hrw, si legge nel rapporto, hanno visitato 28 strutture per la salute mentale nella capitale Abuja e altre otto nei 36 stati del paese tra l'agosto 2018 e il settembre 2019, intervistando un totale di 124 persone. I ricercatori hanno scoperto che molte persone sono state incatenate con catene di ferro attorno a una o entrambe le caviglie, a oggetti pesanti o insieme ad altri detenuti. Secondo l'Ong, alcune persone sono state trattenute per mesi o per anni, spesso in condizioni sovraffollate e poco igieniche.
"Il governo nigeriano deve vietare completamente la pratica", ha affermato Hrw, esortando le autorità di Abuja ad "indagare urgentemente su tutte le istituzioni statali e private in cui vivono persone con problemi di salute mentale al fine di porre fine agli abusi".
Il rapporto giunge dopo che le autorità nigeriane hanno intrapreso un'azione su vasta scala contro le scuole islamiche informali e i centri di riabilitazione in cui i detenuti venivano sottoposti a diffusi abusi fisici, con molti detenuti in catene. Circa 1.500 persone sono state liberate in una serie di retate effettuate dalla fine di settembre.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 novembre 2019
I posti disponibili nei 190 istituti sono 50.474, ai quali dovrebbero sottrarsi, come ha evidenziato l'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, i 3.704 inagibili. Mentre in campo ci sono proposte discutibili come lo stipendio "virtuale" per i detenuti che lavorano, facendo improbabili confronti con i Paesi europei del nord che, però - a differenza nostra - mettono in atto il principio del carcere come estrema soluzione, il sovraffollamento sta raggiungendo numeri allarmanti.
Il Riformista, 12 novembre 2019
"Si percepisce immediatamente il contrasto tra l'ergastolo ostativo e l'articolo 27 della Costituzione. Il detenuto deve avere il diritto alla speranza. Chi non ha questa speranza, e il detenuto all'ergastolo ostativo non ce l'ha, difficilmente può essere risocializzato".
di Patrizio Gonnella*
Il Riformista, 12 novembre 2019
L'abolizionismo carcerario è diverso da quello penale. Si andrebbe a modificare il solo sistema delle sanzioni, rinunciando definitivamente alla pena carceraria. Era la primavera del 2000. In Italia Papa Giovanni Paolo II aveva promosso il Giubileo delle carceri. I detenuti erano più o meno lo stesso numero rispetto a quello attuale ovvero erano intorno ai 54 mila.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 12 novembre 2019
Ad Antonio Cianci erano stati concessi permessi fin da aprile, nulla lasciava presagire il gesto violento. È un caso particolare, gli ispettori di Bonafede lo giudichino senza condizionamenti.
Quando arriveranno a Milano gli ispettori del ministro Bonafede per verificare che cosa non abbia funzionato nel permesso di uscita concesso all'ergastolano Antonio Cianci e sfociato in una rapina e nel ferimento di un pensionato. tengano a mente due cose. La prima è che se ci sono due realtà che funzionano nel sistema giudiziario italiano, queste sono la categoria dei giudici di sorveglianza e il carcere di Bollate.
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2019
Il Fatto del 7 novembre ha pubblicato una documentatissima inchiesta di Vincenzo Iurillo che racconta di un boom di "dissociazioni" fra i camorristi detenuti. Tema che (è lo stesso Iurillo a rilevarlo) rimanda alla recente sentenza della Consulta sull'ergastolo ostativo.
Da sempre, proprio i detenuti costituiscono un problema complesso per l'intero pianeta mafia. In una intercettazione un boss di Cosa Nostra ammonisce che "i nostri in carcere li dobbiamo cercare in qualunque maniera di accontentarli... di portargli il più rispetto possibile".
Per parte loro i detenuti hanno spesso lanciato segnali di inquietudine e insofferenza. Mafiosi di rango (tra cui i Ganci, i Graviano e Pippo Calò), nel corso di una udienza del "Borsellino ter", comunicano di avere intrapreso uno sciopero della fame contro il regime carcerario speciale. Leoluca Bagarella legge una lunga dichiarazione contro il 41bis "a nome di tutti gli altri imputati... stanchi di essere umiliati, strumentalizzati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche" e "presi in giro (con) promesse non... mantenute".
Pietro Aglieri chiede con una lettera "un ampio confronto tra detenuti... per trovare soluzioni intelligenti e concrete che producano dei frutti positivi". Una iniziativa finalizzata all'emanazione di nuove norme che consentano, anche ai condannati al carcere a vita, di nutrire qualche speranza di revisione dei processi.
Tutti segnali cui corrisponde il periodico riemergere di iniziative per il riconoscimento legale della "dissociazione" (che significa misure premiali grazie a una dichiarazione di distacco dal clan senza alcuna collaborazione, se non una generica ammissione dei fatti per cui si è stati condannati), da sempre una pedina fondamentale della scacchiera su cui ancora oggi - come dimostra l'inchiesta di Iurillo - giocano le organizzazioni criminali.
Un riconoscimento che consentirebbe di sanare la ferita mai chiusa dei boss condannati a pene pesanti fino all'ergastolo, con la prospettiva di intravedere una via d'uscita dal carcere, salvare i propri beni e acquisire nuovamente il proprio ruolo nell'organizzazione contribuendo al suo riconsolidamento. Nello stesso contesto si inserisce una vicenda raccontata da Alfonso Sabella nel libro autobiografico "Cacciatore di mafiosi".
Nel maggio 2000 la Dna (Direzione nazionale antimafia), all'esito di colloqui investigativi con 5 detenuti, chiese al ministro della Giustizia Fassino di valutare la possibilità che costoro incontrassero in carcere altri 4 boss al fine di concordare una pubblica dissociazione da Cosa nostra.
Nel contempo si chiedeva di valutare - in sede politica - la possibilità di estendere ai mafiosi dissociati benefici simili a quelli già previsti per chi - senza collaborare - si dissociava dal terrorismo. Fassino inoltrò la questione a chi scrive questo articolo (allora capo del Dap, Dipartimento amministrazione penitenziaria), che a sua volta interessò Sabella, capo ispettorato del Dap. L'iniziativa fu immediatamente stoppata.
Qualche tempo dopo (secondo governo Berlusconi) a capo del Dap fu nominato il procuratore di Caltanissetta Tinebra. Sabella, rimasto a dirigere l'ispettorato, scoprì che Salvatore Biondino (fedelissimo di Una) era stato incaricato di trattare nuovamente la dissociazione con lo Stato, ma stavolta per conto di tutte le organizzazioni mafiose: Cosa nostra, Camorra, 'Ndrangheta e Scu (Sacra corona unita, pugliese).
Biondino stava cercando di incontrare in carcere gli stessi boss oggetto della richiesta rivolta a Fassino dalla Dna. Sabella (dopo un segnalazione scritta a Tinebra, che il giorno dopo soppresse l'ispettorato) comunicò ogni cosa a Roberto Castelli (nuovo Guardasigilli), illustrandogli il forte interesse delle mafie a ottenere importanti benefici in cambio di una pubblica presa di distanza dall'organizzazione, inutile in quanto esclude ogni forma di collaborazione processuale.
Per tutta risposta, l'ingegner Castelli lo "licenziò dal Dap - struttura dipendente dal ministero - e lo mise a disposizione del Csm. Ora, anche alla luce ditali significativi "precedenti", è facile prevedere che la sentenza della Consulta sull'ergastolo ostativo potrà obiettivamente prestarsi a iniziative pensate con riferimento ad "aperture" ricollegabili alla dissociazione.
Infatti, per l'estensione della possibilità di futuri benefici ai mafiosi ergastolani irriducibili, in quanto non "pentiti" cioè non collaboranti, si richiede l'acquisizione di "elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata".
E di sicuro qualcuno vorrà sostenere che la semplice dissociazione integra detta acquisizione. Così ispirandosi, per altro, a una sorta di "distacco dalla realtà" per quanto riguarda gli scopi - chiaramente emergenti dalla storia della mafia - che con la dissociazione si vogliono ottenere, ben al di là della mera apparenza: trattandosi di un atteggiamento fortemente ambiguo e facilmente strumentalizzabile per dissimulare il persistere di una sostanziale adesione al clan.
Una realtà che non è consentito ignorare a cuor leggero e che - in ogni caso - rappresenta un altro ottimo motivo per aderire all'appello che il Fatto ha lanciato il 31 ottobre affinché il Parlamento approvi, per decreto o per legge (sperabilmente all'unanimità), una norma che impedisca ai mafiosi di "truffare lo Stato (...) ottenendo permessi e altri benefici senza meritarli".
- Permessi premio, migliaia di detenuti ne usufruiscono rispettando gli obblighi
- Le manette agli evasori non superano la "sensata esperienza"
- C'è differenza tra l'assoluzione penale e quella politica
- Sebastiano Ardita. "Permessi-premio agli ergastolani: meno teoria, più controlli"
- Torino. 65enne si toglie la vita in carcere, aveva ucciso la moglie










