di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 dicembre 2019
Tardi e in modo incompleto, ma finalmente per il cosiddetto "massacro di Ampatuan", avvenuto nelle Filippine nel 2009 è stata finalmente pronunciata una sentenza. Il 23 novembre di 10 anni fa oltre 100 uomini armati assaltarono un corteo elettorale nella provincia meridionale di Maguindanao. I partecipanti si stavano recando a depositare la candidatura alle elezioni nazionali del 2010 di Esmael Mangudadatu. Ma quello era il territorio del potente clan Ampatuan, che esercitava il totale controllo politico nella regione con la forza delle armi.
Nel massacro furono uccise 58 persone, tra cui 32 giornalisti. Dopo un'indagine cui più volte il clan Ampatuan ha cercato di mettere i bastoni tra le ruote, un centinaio di persone sono state rinviate a processo, tra cui 54 agenti di polizia. Ventotto imputati, tra cui i due mandanti del massacro - Dadu Antal Jr e Zaldy Ampatuan - sono stati condannati all'ergastolo, automaticamente commutato in 40 anni di carcere, di cui 10 già scontati in detenzione preventiva. Altri 15 hanno ricevuto pene inferiori. Cinquantacinque imputati, per la maggior parte poliziotti, sono stati assolti per insufficienza di prove. Ulteriori 80 presunti responsabili del massacro sono ancora alla larga. La foto è dell'Ufficio stampa della Corte suprema delle Filippine.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 20 dicembre 2019
Potrebbero essere alla fine solo le intese tra Putin e Erdogan ad individuare la via d'uscita della crisi. Cosa può fare la politica dove prevale la logica della guerra? È il dilemma che ha caratterizzato la visita di Luigi Di Maio in Libia. Il ministro degli Esteri si è scontrato con una realtà violenta, dove vaghe promesse di dialogo rivelano soltanto brutali dinamiche di muro contro muro. Qui da anni ormai conta unicamente chi combatte, fornisce armi, l'addestramento, garantisce a un campo di prevalere sull'altro. Vince la forza, non la diplomazia. E infatti il governo di Tripoli chiede ora aiuti militari all'Italia assieme ai Paesi, come Gran Bretagna e Stati Uniti, che sostennero la battaglia contro l'Isis a Sirte nel 2016.
Non a caso uno dei pareri più diffusi resta che, proprio alla luce degli sviluppi nell'assedio delle truppe di Khalifa Haftar contro le milizie schierate a Tripoli con la coalizione di Salvezza Nazionale guidata da Fayez Serraj, saranno alla fine soltanto le intese tra Putin ed Erdogan a individuare la via d'uscita dalla crisi. Da Mosca arrivano i combattenti russi, che hanno permesso le recenti avanzate di Haftar. Con loro stanno i rinforzi egiziani ed emiratini. Da Ankara hanno risposto veloci con l'invio di droni, armi, e mettendo a disposizione di Sarraj 5.000 soldati. Erdogan ne approfitta per espandere le sue acque territoriali sino alle libiche, a scapito degli interessi europei e certamente italiani.
Già nel febbraio 2018 aveva minacciato di bombardare la piattaforma Eni-Total per le trivellazioni in acque internazionali al largo di Cipro. Come fermarlo, ora che siamo privi dell'ombrello americano? L'impotenza di Di Maio in Libia è in realtà quella dell'Europa in uno scenario internazionale infido, dominato dalla politica di potenza. "Potevate almeno avvisarci degli accordi con Erdogan", ha sibilato offeso a Sarraj. Ma, se è vero che la guerra è il proseguimento della politica, difficilmente la politica disarmata fermerà la guerra, anzi, ne diventa vittima.
raiawadunia.com, 20 dicembre 2019
Loujain è in carcere in Arabia Saudita solo perché è stata tra le prime donne a mettersi alla guida di un'automobile. Insieme ad altre difensore dei diritti umani, Loujain stava conducendo una campagna pacifica per il diritto alla guida, per porre fine al sistema di tutela maschile e per la giustizia e l'uguaglianza delle donne in Arabia Saudita.
Tre mesi dopo il suo arresto, altre donne difensore dei diritti umani sono state arrestate. Loujain è stata portata in giudizio davanti al tribunale penale di Riyad il 13 marzo 2019. Resta in carcere con l'accusa di aver contattato organizzazioni internazionali.
L'accanimento delle autorità saudite nei confronti di Loujain al-Hathloul e delle altre arrestate è assurdo e ingiustificabile. Loujain al-Hathloul e le altre difensore dei diritti umani devono essere rilasciate immediatamente in quanto prigioniere di coscienza, detenute esclusivamente per il loro pacifico lavoro in favore dei diritti umani e sollecitiamo le autorità a concedere l'accesso ad osservatori indipendenti nelle carceri per indagare sulle accuse di tortura, maltrattamenti e molestie sessuali. Aiutaci a cambiare la sua storia. Firma l'appello: https://www.amnesty.it/maratone/cambiamolastoria/#loujanin
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 20 dicembre 2019
Il Tribunale supremo spagnolo si è preso una bella lavata di capo dalla Corte di giustizia europea. La Corte ha infatti stabilito che Oriol Junqueras, eletto eurodeputato il 26 maggio nelle fila di Esquerra Republicana de Catalunya- Erc, godeva dell'immunità parlamentare dal momento in cui sono stati proclamati i risultati delle elezioni, seguendo così la linea segnata dal procuratore generale il 12 novembre in cui già si negava la validità di rivendicare "formalità successive" pretese dalla Spagna, come il giuramento della Costituzione nei locali della Giunta elettorale, per consentire la presa di possesso del seggio.
La sentenza, letta dal presidente della Corte di giustizia Koen Lenaerts, stabilisce che "una persona che è stata proclamata ufficialmente eletta al Parlamento europeo deve essere considerata, per questo fatto e da quel momento, come membro di tale istituzione, ai fini dell'articolo 9 del protocollo sui privilegi e immunità dell'Unione, e gode, da questo punto di vista, dell'immunità prevista nel secondo paragrafo dello stesso articolo".
Che cosa accadrà adesso non è chiaro - benché Erc ne abbia chiesto l'immediata scarcerazione - perché Junqueras, in carcerazione preventiva al momento dell'elezione a deputato europeo, è stato condannato in via definitiva a 13 anni il 14 ottobre scorso, per sedizione e malversazione (l'accusa iniziale era di ribellione, con una richiesta di 25 anni di carcere), insieme a nove leader indipendentisti: l'ex presidente del parlamento catalano Carme Forcadell (a 11 anni e 6 mesi), Jordi Cuixart e Jordi Sànchez, leader di due organizzazioni della società civile, Òmnium e Assemblea Nazionale Catalana, (a 9 anni), e gli ex ministri catalani Dolors Bassa, Joaquim Forn, Raul Romeva, Jordi Turull e Josep Rull: un totale di cento anni di carcere per l'organizzazione del referendum sull'indipendenza della Catalogna dell'1 ottobre 2017.
"La justícia ha arribat des d'Europa. La giustizia è arrivata dall'Europa. I nostri diritti e quelli di 2 milioni di cittadini che hanno votato per noi sono stati violati. Nullità della pena e libertà per tutti noi! Continuiamo come abbiamo fatto fino adesso!", ha twittato Junqueras. E Puigdemont, ex presidente della Generalitat catalana: "Encara queden jutges a Europa. Ci sono ancora giudici in Europa. Libertà per @ junqueras. La Corte di giustizia europea difende gli stessi criteri che abbiamo difeso noi contro il Parlamento europeo e le autorità spagnole, che hanno cercato di alterare il funzionamento della democrazia europea".
Questa sentenza potrebbe costituire da precedente per Carles Puigdemont e l'ex consigliere Toni Comín, entrambi riparati in Belgio, in modo che accedano al loro ruolo di eurodeputato: eletti alle ultime europee, non hanno potuto assumere la loro funzione, perché recarsi a Madrid per prestare giuramento sulla Costituzione spagnola come prevede la legislazione nazionale avrebbe significato l'arresto, in quanto su entrambi pendeva mandato di estradizione, che ora peraltro dovrà essere esaminato dalle autorità belghe e spagnole alla luce dell'immunità.
Le autorità spagnole quindi non trasmisero all'Europarlamento la proclamazione dell'elezione dei tre catalani (il terzo era, appunto, Junqueras) e di conseguenza l'Europarlamento ha finora rifiutato di farli entrare in carica. Stamattina però David Sassoli, presidente del parlamento europeo, all'inizio della sessione plenaria, ha informato l'assemblea parlamentare del contenuto della sentenza della Corte europea e ha chiesto "alle autorità spagnole competenti di conformarsi".
La sentenza arriva in un momento delicato per la politica spagnola, considerando che si è votato quattro volte negli ultimi quattro anni, ma senza riuscire a andare oltre il bloqueo, una paralisi dovuta a una distribuzione del voto che non dà maggioranze certe. Sanchez, segretario del primo partito, il Psoe, con la coalizione di socialisti e di Podemos di Iglesias, può contare su 169 voti a favore sui 350 del Parlamento, contro i 163 delle opposizioni: in questi voti ci sono anche quelli dei partiti regionali non secessionisti, come il PNV basco; e sinora, Junts per Catalunya (gli indipendentisti di centrodestra di Puigdemont), la Cup (indipendentisti di sinistra), Bildu (la coalizione di partiti nazionalisti di sinistra dei Paesi Baschi) e il Bng (i nazionalisti di sinistra della Galizia) gli hanno risposto picche; non ha quindi la maggioranza assoluta di 176 seggi ma può varare un governo di minoranza e raggiungere la fiducia nel secondo voto del Parlamento, a maggioranza semplice, se i 13 deputati di Erc si asterranno.
A Sanchez serve un accordo in Parlamento per far approvare la Legge di bilancio dopo mesi di esercizio provvisorio, ma non può promettere niente che sia al di fuori della Costituzione e delle leggi spagnole, quindi niente diritto di autodeterminazione. Però, recentemente, in una conferenza stampa alla Moncloa Sánchez non ha più detto che saranno illegali e perseguibili per legge i referendum come quelli del Primo ottobre del 2017. E ora, c'è la sentenza della Corte europea.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 19 dicembre 2019
Sono giorni in cui si affollano le richieste di sottoscrivere per cause diverse. Desidero ospitare quella di "Ristretti Orizzonti", illustrata dalla direttrice, Ornella Favero.
"... da anni cerchiamo di garantire un'informazione approfondita e puntuale sulle pene, sul carcere, sulla giustizia, e lo facciamo gratuitamente, perché ci interessa arrivare a più persone possibile, e conquistarle non alle nostre idee, ma a una visione più critica dei temi che ci sono cari. Noi facciamo un lavoro di prevenzione per la collettività e alla sicurezza pensiamo davvero, incontrando migliaia di studenti che si confrontano con le persone detenute su come si può scivolare in comportamenti a rischio, e finire per rovinarsi la vita. Questo può essere un modello di educazione alla legalità per tanti ragazzi: i 'cattivi' che mettono a disposizione le loro testimonianze, un allenamento a 'pensarci prima' di fare una scelta sbagliata e a diventare adulti responsabili.
di Davide Galliani*
Ristretti Orizzonti, 19 dicembre 2019
1. Dopo la pubblicazione del libro "Il diritto alla speranza. L'ergastolo nel diritto penale costituzionale", scritto con Emilio Dolcini, Elvio Fassone, Paulo Pinto de Albuquerque, Andrea Pugiotto e Mauro Palma, molte persone mi hanno chiesto: "di preciso, cosa è la speranza?". Provo, da parte mia, a sviluppare qualche riflessione.
2. È speranza che, quando è nata l'Europa, quasi tutti gli Stati fondatori avevano la pena di morte, mentre oggi più nessuno. E siamo passati da 6 a 28 nella piccola Europa e da 10 a 47 nella grande Europa.
Il Messaggero, 19 dicembre 2019
Promuovere il lavoro penitenziario attraverso l'istruzione e la formazione professionale dei detenuti nell'ambito del progetto "Mi riscatto per il futuro". È l'obiettivo del Protocollo d'intesa che il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e l'Amministratore Delegato di Enel, Francesco Starace, hanno siglato oggi in via Arenula.
Il progetto punta a realizzare un programma formativo qualificante in favore dei detenuti, finalizzato all'acquisizione di competenze spendibili nel mondo del lavoro. In particolare negli istituti penitenziari saranno attivati percorsi, modulari e flessibili per contenuti e durata, per favorire il recupero e l'acquisizione di abilità e competenze individuali e individuare possibili inserimenti lavorativi professionalizzanti per i detenuti.
di Giuseppe De Lorenzo
Il Giornale, 19 dicembre 2019
Nei penitenziari l'attività di monitoraggio delle forze dell'ordine. Ecco come funziona. Vedi il carcere e pensi che il problema, quella struttura, dovrebbe risolverlo. Invece spesso si trasforma in una sorta di megafono per jihadisti, l'humus perfetto per reclutare terroristi. Anis Amri, il killer di Berlino, era tra questi. Dopo un periodo al fresco in Italia, dove si è radicalizzato, ha preso la via della Germania e con un tir ha fatto strage di "infedeli".
di Alessia Guerrieri
Avvenire, 19 dicembre 2019
Sesta edizione dell'evento di Natale organizzato da Rinnovamento nello Spirito Santo con chef stellati in cucina e vip come camerieri. Martinez: aggiungiamo sapore alla giustizia con la solidarietà. Uno spicchio di normalità racchiuso in un pranzo "al sapore di misericordia". C'è molto di più dei piatti pur elaborati, in quei dodici menù da ristorante di lusso che altrettanti chef stellati hanno preparato per più di 2mila detenuti che ieri, da Nord a Sud, si sono seduti ad una tavola imbandita a festa.
di Gian Domenico Caiazza
Il Dubbio, 19 dicembre 2019
Sappiamo che ogni anno si prescrive grossomodo il 10% del totale complessivo dei procedimenti penali, ma veniamo tenuti all'oscuro di quali siano i reati che si prescrivono, ed in quale percentuale ciascuno di essi. Vi sentiamo ripetere che questa riforma sarà una svolta di civiltà perché abolirà questo odioso strumento di privilegio dei ricchi e dei potenti, che la "fanno franca" dai reati di grave allarme sociale che essi commettono in tal modo impunemente, frustrando le aspettative di Giustizia delle parti offese e di tutti i cittadini. Bene. Abbiamo il diritto di verificare questa affermazione con i numeri, con le statistiche?
Noi avvocati penalisti - ed anche i Magistrati, ci creda signor Ministro! - sappiamo perfettamente che la prescrizione è l'istituto più democratico, popolare, interclassista che esista nel nostro codice, e che sono centinaia di migliaia ogni anno (su milioni di procedimenti penali) i cittadini di ogni censo, ceto e professione a beneficiarne, ad onta della storiella dei potenti "impuniti", utilissima ad alimentare fortune editoriali e politiche ma frutto della più colossale opera di mistificazione alla quale si sia potuti assistere in questi ultimi anni.
Ci metta a tacere una volta per tutte, Signor Ministro! Certifichi questa pretesa verità con la forza invincibile delle statistiche che tuttavia solo Lei - il suo Ministero, intendo - possiede. Ordini all'Ufficio Statistica di mettere a disposizione di tutti i Parlamentari, e di tutti i cittadini, i dati -degli ultimi dieci anni, diciamo- che ci consentano di sapere quali siano i reati falcidiati dalla vituperata prescrizione, e dunque a vantaggio di quali soggetti o categorie sociali ed in danno di quali.
In poche ore il Suo Ministero è nelle condizioni di fornire questa fondamentale informazione, che consentirà a tutti di formarsi una opinione consapevole e fondata sui fatti, non sulle formule o sugli slogan. Siamo certi che in questa nostra richiesta di trasparenza e di accesso ai dati della Pubblica Amministrazione. Lei - che ha voluto presentarsi come il Ministro che apre le stanze delle Istituzioni ai cittadini - non vorrà e non potrà deluderci.
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