di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2019
Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 22 ottobre 2019 n. 43262. In materia di stupefacenti, il possesso di un quantitativo di droga superiore al limite tabellare previsto dall'articolo 73, comma 1-bis, lettera a), del Dpr 9 ottobre 1990 n. 309 se da solo non costituisce prova decisiva dell'effettiva destinazione della sostanza allo spaccio, può comunque legittimamente concorrere a fondare, unitamente ad altri elementi, tale conclusione. Lo dice la Suprema corte con la sentenza 22 ottobre 2019 n. 43262.
Italia Oggi, 11 novembre 2019
Il giudice competente a decidere una controversia avente ad oggetto una domanda di accesso agli atti, avanzata da un detenuto, è il magistrato di sorveglianza, e non il Tar. Lo ha chiarito il Tar Piemonte, sez. II con la sentenza del 7 ottobre 2019, n. 1045.
Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2019
Giudice - Astensione e ricusazione - Atti adottati dal giudice astenuto o ricusato - Efficacia - Dichiarazione di inefficacia - Sindacabilità da parte del giudice della cognizione. Il codice di rito riserva al giudice demandato a valutare una dichiarazione di astensione o di ricusazione il compito di selezionare gli atti che debbono conservare efficacia, giacché proprio quel giudice conosce i profili di incompatibilità del giudice astenutosi o ricusato e può quindi valutare con precisione gli effetti di tale rilevata incompatibilità sugli atti di natura probatoria assunti in precedenza. La dichiarazione di inefficacia degli atti può essere tuttavia sindacata, nel contraddittorio tra le parti, dal giudice della cognizione, con conseguente eventuale utilizzazione degli atti medesimi.
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 29 ottobre 2019 n. 44120.
Giudice - Astensione - In genere - Accoglimento della dichiarazione di astensione - Provvedimento sugli atti che conservano efficacia - Impugnabilità - Esclusione - Giudice designato in sostituzione - Successiva dichiarazione di inutilizzabilità di singoli atti - Possibilità - Condizioni. Il provvedimento che accoglie la dichiarazione di astensione e dichiara l'efficacia degli atti precedentemente compiuti dal giudice astenuto, ai sensi dell'art. 42, comma 2, cod. proc. pen., non è impugnabile, ma il giudice designato in sostituzione può, nel contraddittorio delle parti, dichiarare l'inutilizzabilità di singoli atti compiuti dal giudice precedente.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 31 gennaio 2018 n. 4694.
Giudice - Astensione - Effetti - Accoglimento della dichiarazione di astensione - Atti a contenuto non probatorio compiuti dal giudice astenutosi - Omessa indicazione circa la loro conservazione di efficacia - Automatica loro inefficacia - Esclusione - Fattispecie. Sono efficaci gli atti a contenuto non probatorio compiuti dal giudice astenutosi, anche se della loro sorte (conservazione o di efficacia) non è fatta menzione nel provvedimento che accoglie la dichiarazione di astensione. (Fattispecie relativa a provvedimento di sospensione dei termini di custodia cautelare adottato da collegio del quale faceva parte un giudice poi astenutosi).
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 10 agosto 2016 n. 34811.
Giudice - Astensione - Effetti - Provvedimento di accoglimento - Dichiarazione di conservazione d'efficacia degli atti anteriormente compiuti - Assenza - Conseguenze - Efficacia degli atti anteriormente compiuti - Esclusione - Fattispecie. In assenza di una espressa dichiarazione di conservazione di efficacia degli atti nel provvedimento che accoglie la dichiarazione di astensione o di ricusazione, gli atti compiuti in precedenza dal giudice astenutosi o ricusato devono considerarsi inefficaci. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che legittimamente il Gip, subentrato a quello astenutosi, avesse disposto con decreto l'archiviazione del procedimento dichiarando inammissibile l'opposizione della persona offesa, senza aver prima revocato il provvedimento - adottato dal precedente giudice prima di astenersi - di fissazione dell'udienza camerale a seguito dell'opposizione).
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 10 marzo 2015 n. 10160.
Giudice - Astensione - Effetti - Accoglimento - Dichiarazione di conservazione d'efficacia degli atti anteriormente compiuti - Assenza - Efficacia degli atti anteriormente compiuti - Conseguenze.
In assenza di una espressa dichiarazione di conservazione di efficacia degli atti nel provvedimento che accoglie la dichiarazione di astensione o di ricusazione, gli atti compiuti in precedenza dal giudice astenutosi o ricusato devono considerarsi inefficaci. (La Suprema Corte ha precisato che la nozione di "efficacia" indica, nella specie, la possibilità di inserimento degli atti, compiuti dal giudice astenutosi o ricusato, nel fascicolo per il dibattimento, e che la valutazione di efficacia od inefficacia, operata dal giudice che decide sull'astensione o sulla ricusazione, pur autonomamente non impugnabile, è successivamente sindacabile, nel contraddittorio tra le parti, dal giudice della cognizione).
• Corte di cassazione, sezioni Unite, sentenza 5 aprile 2011 n. 13626.
Giudice - Giudice penale - Ricusazione - Effetti - Ricusazione del presidente del collegio giudicante - Competenza a stabilire se e in quale parte conservino efficacia gli atti precedentemente compiuti - Appartiene al giudice che ha accolto la dichiarazione di ricusazione - Competenza del nuovo collegio giudicante a statuire sulla utilizzabilità degli stessi atti al fine della decisione. In assenza di un'espressa dichiarazione, a norma dell'articolo 42, comma 2, del codice di procedura penale, di conservazione d'efficacia nel provvedimento che accoglie la dichiarazione di astensione o di ricusazione, gli atti compiuti in precedenza dal giudice astenutosi o ricusato si devono considerare inefficaci. L'inefficacia può essere sindacata, nel contraddittorio tra le parti, dal giudice della cognizione, con conseguente eventuale utilizzazione degli atti medesimi.
• Corte di cassazione, sezioni Unite , sentenza 5 aprile 2011 n. 13626.
di Giovanni Bua
La Nuova Sardegna, 11 novembre 2019
Mario Dossoni, Garante dei detenuti, racconta i suoi tre anni in prima linea: "Abbiamo fatto tanto, ma serve l'aiuto della comunità". Acqua che cola dai tetti ogni volta che piove, con i temporali che spesso fanno saltare la corrente elettrica. E sgorga non potabile dai rubinetti e fredda dalle docce.
Sciacquoni dei water nelle celle vuoti da mesi, muffa e infiltrazioni nei muri. Problemi nell'area educativa, che non funziona, ma anche per fare una semplice telefonata a parenti o legali. Mensa, anche della polizia penitenziaria, sporca, con cibi di qualità e quantità inadeguata. Pochi agenti, spesso male impiegati, nonostante la presenza di 85 super-boss in 41bis e 20 sospetti terroristi in regime di alta sicurezza.
Pochissimi mediatori culturali, che nulla possono fare per risolvere i problemi di interazione con le 27 etnie presenti. Una città che ogni tanto bussa al portone blindato tra incontri con le scuole, film festival, visioni solidali e candeliere dei reclusi. Ma che per di più si dimentica di una parte di sé (la maggior parte dei presenti sono sassaresi), chiusa tra quattro mura lontane, che non riesce a parlare con famiglie e avvocati, ad avere accesso alle cure sanitarie, a imparare un lavoro, a ripartire.
Saluta con sollievo e dolore Mario Dossoni, garante dei detenuti del Comune di Sassari dal gennaio 2016, che martedì ha aperto la seduta del consiglio comunale che ne ha sancito la sostituzione con una rapida quanto efficace fotografia di quello che oggi è il carcere di Bancali. Operativo dal luglio 2013 per sostituire l'ottocentesco carcere cittadino di San Sebastiano, a ragione considerato uno dei peggiori d'Italia, dopo una laboriosa progettazione e costruzione, calibrata su misura per farlo diventare uno dei super carceri dedicati alla detenzione dei boss della criminalità organizzata, e nonostante questo già in piena decadenza, strutturale e "sociale".
"A Bancali ci sono 470 detenuti - ha raccontato martedì in aula - divisi in quattro regimi. Ci sono 290 comuni, per la gran parte sassaresi, i reclusi in alta sicurezza, i "protetti" perché autori di crimini sessuali o facenti parte delle forze dell'ordine, gli 85 in 41bis, 13 in semilibertà e 12 donne. Gli stranieri sono il 36 per cento, un terzo sono tossicodipendenti o spacciatori, molti di solo hanno problemi di salute mentale". Un quadro difficile da gestire che si scontra con una situazione logistica e ambientale sempre più pesante.
"Il lavoro del Garante è in gran parte questo, raccogliere i problemi, piccoli e grandi, e attivarsi per trovare soluzioni. E il problema più grande è il rapporto con l'esterno, la cui mancanza pesa più delle pur importanti carenze dentro il carcere".
E proprio per questo la presenza del garante, insieme al piccolo nucleo di volontari Caritas, ai dentisti della casa della Fraterna solidarietà, alle associazioni che mettono in piedi laboratori di teatro, sartoria, pittura, musica e falegnameria, alle scuole che organizzano (come il Pellegrini) percorsi di qualificazione professionale, o (come il De Villa) veri e propri corsi di istruzione superiore, sono boccate di ossigeno per n mondo in costante apnea.
"Abbiamo fatto tanto - ha chiuso Dossoni - o perlomeno abbiamo fatto il possibile. Grazie all'aiuto delle istituzioni, della direzione, della polizia penitenziaria, dei detenuti. Che finiscono per essere tutti vittime dello stesso sistema. Io lascio il mio incarico con dolore, perché mi ha enormemente arricchito, ma anche con serena convinzione, perché richiede un'energia e una dedizione che qualcun altro avrà più di me. Resto convinto che il garante debba essere affiancato da figure operative che si occupino delle tante problematiche che ha una struttura complessa come Bancali. E che carcere e città debbano riprendere a comunicare, a interscambiare, a costruire insieme un presente e un futuro migliore".
di Maurizio Belpietro
La Verità, 11 novembre 2019
La storia di Antonio Cianci andrebbe letta e riletta. Anzi, imparata a memoria. Non nelle aule scolastiche, ma in quelle di tribunale. In particolare, andrebbe declamata nell'aula della Corte costituzionale come la storia esemplare del perché un ergastolo debba essere un ergastolo e non una vacanza premio.
Nonostante alle anime belle della Consulta e anche a quelle della Corte europea dei diritti dell'uomo, il "fine pena mai" non piaccia e lo ritengano una specie di tortura da vietare nella civilissima Europa, esso non ha una finalità punitiva, ma una funzione precisa, ossia impedire che gli assassini tornino a uccidere altre persone.
Antonio Cianci era un ragazzo quando ammazzò la prima volta, sparando alla testa di un metronotte che aveva avuto il solo torto di incontrarlo sulla sua strada. Cianci lo uccise come un cane, ma essendo minorenne, nonostante il delitto di lì a poco tornò in circolazione, pronto per un altro omicidio. Infatti, dopo, di assassinii ne commise altri tre. Fermato a un posto di blocco da una pattuglia di carabinieri mentre era alla guida di un'auto rubata, Cianci uccise i tre militari, sparando prima che i poveretti si rendessero conto di avere davanti un killer.
Condannato all'ergastolo e tenuto dietro le sbarre per decenni, l'altro giorno gli è stata concessa una licenza premio e per riconoscenza Cianci ha pensato bene di tagliare la gola a un pensionato colpevole di non essere generoso con lui. Mentre vagava nel piano interrato dell'ospedale San Raffaele, a Milano, il killer seriale ha incontrato l'uomo e gli ha chiesto di consegnargli il portafogli.
Al rifiuto dell'anziano, Cianci ha messo mano al coltello e lo ha colpito al collo. Solo il caso ha voluto che al pensionato non fosse tagliata la carotide e solo il caso ha voluto che il tentato omicidio sia stato messo in atto nel sotterraneo di un ospedale, dove il pronto soccorso è stato possibile. Cianci l'hanno arrestato poco dopo i carabinieri in servizio presso il nosocomio e identificarlo non è stato difficile, perché aveva ancora le mani sporche di sangue e il coltello con sé. Così, il detenuto in permesso premio è tornato dove era giusto che stesse fin dall'inizio di questa storia, cioè dietro alle sbarre. Fin qui la vicenda potrebbe sembrare un ordinario caso di criminalità, da liquidare in cronaca, fra gli incidenti e i delitti del giorno.
E invece no, il caso di Antonio Cianci non è roba ordinaria, da nascondere nelle pagine interne, ma è da prima pagina, perché spiega come il "fine pena mai" debba essere una pena che non si esaurisce e non un permesso premio. La storia del pensionato che ha rischiato la vita perché qualcuno ha deciso di scarcerare Cianci vale più di qualsiasi dotta argomentazione giuridica sulla funzione rieducativa del carcere.
E, come detto, andrebbe letta e riletta nelle aule di giustizia oltre che in quella della Corte costituzionale. Perché di recente, i togati della Consulta hanno stabilito che l'ergastolo senza permessi premio non è costituzionale. In linea con quello che pensa la Corte europea dei diritti dell'uomo, i nostri giudici vorrebbero che terroristi e mafiosi, cioè detenuti pericolosi, ogni tanto fossero rimessi in circolazione, mandandoli a casa in visita ai parenti.
Tenerli dentro sempre, cioè senza che la pena finisca mai come recita il nostro codice, sarebbe una tortura e dunque l'Italia rischierebbe di finire in fondo alla lista delle nazioni democratiche, in compagnia dei peggiori regimi. Ma se i detenuti non possono essere detenuti e anzi debbono essere premiati e scarcerati, a che serve minacciare l'ergastolo nel codice penale?
Già adesso il "fine pena mai" non esiste, perché nessuno sconta più di 30 anni, a meno che non si tratti di un mafioso o di un terrorista, ma anche per quelli la scorciatoia è sempre pronta e ora - dopo la pronuncia della Consulta - lo sarà sempre di più. Già abbiamo concesso ai criminali che si pentono ogni genere di beneficio, anche di tornare in fretta in libertà per poter ricominciare delinquere (è dei giorni scorsi la notizia di un mafioso premiato per aver cantato, ma che una volta fuori ha ricominciato a fare ciò che faceva prima).
Già un anno di carcere non è un anno di carcere, perché per chi sta dietro le sbarre gli anni non sono composti da 12 mesi, bensì da meno di ii. Se poi ci mettiamo pure il permesso premio per chi uccide i pensionati dopo aver ucciso quattro cristiani e la vacanza la concediamo anche a chi ha sciolto un bambino nell'acido, beh, il carcere facciano prima ad abolirlo. Scriviamo nella Costituzione che la prigione è virtuale e solo il delitto è qualche cosa di concreto e poi chiudiamola lì, così almeno non prenderemo in giro gli italiani.
xdi Monica Serra
La Stampa, 11 novembre 2019
Non aveva più nessuno Antonio Cianci. Tutti morti: il padre, la madre che, giovanissima, lo aveva tirato su da sola, la compagna e la figlia, morte in un incidente stradale. Gli era rimasta solo la sorellastra. E nel suo appartamento a Cernusco sul Naviglio l'ergastolano sessantenne avrebbe dovuto trascorrere il permesso premio concesso dal tribunale di sorveglianza.
Quella casa, però, in un piccolo complesso di edilizia popolare, non era per i carabinieri un "contesto idoneo" a un uomo di quella caratura criminale con alle spalle 4 omicidi e una condanna per associazione di stampo mafioso. Perché la sorellastra di Cianci - avevano segnalato i militari dell'Arma - era una donna dall' "indole aggressiva e litigiosa", con qualche denuncia alle spalle per minacce e ingiuria, che da morosa abitava in un appartamento Aler, nella cittadina dell'hinterland di Milano. Il parere negativo e non vincolante dei carabinieri non ha impedito a Cianci di uscire di prigione e di aggredire, venerdì sera, un uomo di 79 anni davanti al distributore del caffè al piano interrato dell'ospedale San Raffaele di Milano.
Una coltellata col taglierino a meno di un centimetro dalla carotide, nonostante la vittima gli avesse già consegnato cellulare e soldi. Salvo per miracolo, dopo un intervento l'anziano si sta riprendendo. Nonostante il parere dei carabinieri, dopo quarant'anni ininterrotti di galera, l'estate scorsa il giudice di sorveglianza ha iniziato a concedere i permessi premio a Cianci. Perché il suo atteggiamento in carcere era cambiato.
Lo attestano decine di relazioni degli esperti che a Bollate lo hanno seguito. Alla luce dei "concreti progressi", il tribunale gli ha concesso i permessi, ritenendo necessario "avviare il detenuto alla graduale ripresa di autonomia" nella "prospettiva futura della liberazione condizionale".
Aveva però delle prescrizioni: poteva viaggiare coi mezzi pubblici o in auto accompagnato da un parente, non poteva uscire di notte, bere alcol, frequentare pregiudicati e aveva l'obbligo di firma alla stazione dei carabinieri di Cernusco, dove in effetti era andato venerdì prima dell'aggressione all'ospedale e l'arresto per tentato omicidio e rapina. Impazza intanto la polemica politica, con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che ha dato mandato all'Ispettorato di compiere accertamenti preliminari.
"Nessun premio ai killer spietati", commenta il leader della Lega Matteo Salvini. Mentre Daniela Lia, figlia di uno dei carabinieri uccisi nel 1979, lo definisce "un essere ignobile", ed Emanuela Piantadosi, presidente dell'Associazione Vittime del Dovere, si chiede: "Quanto altro spargimento di sangue si dovrà avere prima che il Governo prenda coscienza di quanto sia fondamentale monitorare seriamente la recidiva in questo Paese?".
di Massimo Pisa
La Repubblica, 11 novembre 2019
Secondo le relazioni del carcere era affidabile. Il ministro manda gli ispettori. La figlia di una vittima: "Essere ignobile". I due anni a lavorare in segreteria, ad aiutare in qualità di scrivano gli altri detenuti a compilare istanze e altri documenti, avevano convinto psicologi e operatori del carcere di Bollate - dov'era arrivato nel 2017, dopo una vita dietro le sbarre di Opera - che Antonio Cianci, il 60enne ergastolano di Cerignola, era cambiato. I pareri positivi nelle relazioni si erano accumulati.
E il comportamento senza ombre, ottenuto durante i primi permessi premio di dodici ore, avevano convinto il Tribunale di sorveglianza che ci si poteva ormai fidare del killer della guardia giurata Gabriele Mattetti (su cui aveva infierito 45 anni fa a colpi di calibro 38 special, a Segrate) e dei carabinieri Michele Campagnuolo, Pietro Lia e Federico Tampini (falciati a un posto di blocco sulla Paullese, a Liscate 40 anni fa).
Mezza giornata dalla sorella - che ha qualche piccolo precedente alle spalle - a Cernusco sul Naviglio, e rientro. Così, questa volta, avevano aggiunto tre giorni a quelle dodici ore. Con obbligo di firma dai carabinieri. Questi primi elementi saranno raccolti dagli ispettori che il ministro di Grazia e Giustizia, Alfonso Bonafede, ha promesso di mandare a Milano. Per capire se ci fossero davvero tutti i presupposti per una concessione che adesso - col senno del poi - pone diversi interrogativi.
Sulle misure premiali e sulla loro applicazione, sulla riabilitazione e sul passato di un plurimocida che a quindici anni era capace "di omicidio con sadismo - scriveva il maresciallo Lino Vesprini della stazione di Segrate, il 25 ottobre 1974 - in quanto i colpi al viso poterono essere sparati dopo quello alle spalle". Di un killer che a vent'anni, dopo aver finito i tre carabinieri con il colpo di grazia alla testa, venne visto da un testimone "che stava frugando sopra i cadaveri", come riportava un brigadiere della volante Lambrate il 9 ottobre 1979.
Una vita fa. Per tanti, come Daniela Lia, figlia di una delle vittime di Antonio Cianci, si riapre una ferita devastante: "Sono sconvolta dal fatto che si sia permesso a questo essere ignobile, che massacrava senza pietà, di mettere un'altra famiglia in condizioni di dolore".
Si tratta, in questo caso, della compagna e delle due figlie di Roberto Sgorbati, il 79enne di Lomazzo ferito con un taglierino alla carotide tra l'ascensore e le macchinette del caffè al piano meno 1 del San Raffaele: aveva consegnato, a quel finto inserviente con mascherina, guanti e felpa dell'ospedale, il cellulare e i dieci euro che aveva in tasca, poi ancora qualche moneta (e uno scontrino che sarà trovato addosso a Cianci, a ulteriore riscontro per l'arresto) ma non aveva altro. Lo squarcio è stato suturato dai chirurghi del reparto di Otorinolaringoiatria, da dove dovrebbe essere dimesso in settimana, con la prognosi ormai sciolta: un centimetro oltre e la recisione dell'arteria lo avrebbe ucciso.
Un gesto crudele, scomposto, di cui a Cianci, difeso dall'avvocato d'ufficio Ursula Lionetti, verrà chiesto in carcere durante l'interrogatorio del gip tra oggi e domani. Possibile che ripeta la versione fornita subito dopo l'arresto di sabato sera ("Non c'entro niente"), nonostante i pantaloni sporchi di sangue, il cellulare e lo scontrino di Sgorbati ritrovati nel cestino della fermata della navetta per Cascina Gobba, lì accanto, insieme al taglierino insanguinato, alla mascherina e ai guanti. Mentre i poliziotti delle volanti, guidati dal dirigente Salvatore Anania e dal vice Nunzio Trabace, sono al lavoro sulle immagini delle telecamere del San Raffaele per capire come, e da quanto, Cianci si stesse aggirando con quel travestimento tra le corsie dell'ospedale, in attesa di prede da rapinare.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 11 novembre 2019
La gola dell'anziana vittima di un ergastolano quadruplice omicida, in permesso premio di 12 ore dopo 44 anni di carcere su 60 di vita, accende il derby tra sciacalli e anime belle quando invece dovrebbe interpellarli entrambi.
L'incidenza statistica di un fallimento come questo è prossima allo zero-virgola, giacché su 55.000 misure di esecuzione di pena alternative al carcere nel 2017 solo lo 0,67% (372 casi) sono state revocate perché i detenuti hanno commesso reati: anche ad aggiungere lo 0,45% (247 casi) di chi non è rientrato in tempo o è scappato, il 2,90% di esito negativo per i magistrati, o altri motivi formali, non si supera il 5,29%.
E nello specifico del Tribunale di Sorveglianza di Milano, le revoche in un anno sono 357 su 8.211 misure alternative (4,3%), e sempre poche sono su 6.281 permessi (a fronte di 2.250 rigettati). Ma chi contestualizza le singole tragedie in questo più generale quadro non può trincerarsene, per l'altrettanto ovvia ragione che quello zero-virgola pesa invece quanto tutti i miliardi del mondo per quella persona aggredita, la sua famiglia, i parenti delle precedenti vittime del condannato, per la comunità, nonché per la politica che di carcere si occupi o per sincero afflato o per lucro di reddito elettorale.
Anche gli ultrà del "buttare la chiave" devono però fare i conti con quanto incrina le loro certezze: l'accoltellatore è risultato impermeabile a 44 anni, 4 mesi e 8 giorni di carcere, e va a ingrossare il numero (35.222 a fine 2017) di detenuti con già altre condanne alle spalle, addirittura oltre 6.000 con più di 5 precedenti carcerazioni.
La difficoltà sta nel fatto che è vero il frastuono dell'albero che cade, ma è vero anche il silenzio della foresta che intanto attorno cresce. Perché "si vede" l'insicurezza dovuta alla gola tagliata dal detenuto di cui sia fallita una prova di graduale libertà; ma "non si vede" - o non si è allenati a vedere, se non nelle snobbate statistiche sulla recidiva di chi sconti la pena tutta in carcere (68%) o invece un po' anche in qualche misura alternativa (19%) - la maggiore sicurezza dovuta a tutti quei reati che molti più altri detenuti, proprio in forza di riuscite prove di responsabilizzazione, non compiono più quando escono a pena scontata.
giornaledimonza.it, 11 novembre 2019
A dare la notizia è stato il Sindacato autonomo di Polizia penitenziaria che ha poi commentato: "C'è emergenza salute tra le sbarre". Un detenuto straniero di 50 anni è morto ieri sera per un probabile infarto nel carcere di Monza. A dare la notizia è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, per voce del Segretario regionale della Lombardia Alfonso Greco.
"Nella serata di ieri, nel carcere di Monza, è morto un detenuto straniero di circa 50 anni per arresto cardiaco. Dopo un primo soccorso in istituito è stato trasportato d'urgenza in ospedale ove è poi deceduto. Il pur tempestivo intervento dei nostri Agenti di Polizia Penitenziaria di servizio non ha purtroppo impedito la morte del detenuto".
Greco evidenzia che "in Lombardia vi sono 18 istituti penitenziari sui 190 nazionali. La capienza regolamentare regionale stabilita per decreto dal ministero della Giustizia sarebbe di 6.199 detenuti, ma l'ultimo censimento ufficiale ha contato 8.618 reclusi, che ha confermato come la Lombardia sia la regione d'Italia con il maggior numero di detenuti. La regione Lombardia presenta una caratteristica: qui la salute penitenziaria resta in carico alle Aziende Ospedaliere, mentre nelle altre ragioni italiane è gestita dalle ASL".
I numeri della situazione sanitaria - "La situazione sanitaria nelle carceri resta allarmante, come hanno anche confermato gli esperti nel corso del XX Congresso Nazionale Simspe, Agorà Penitenziaria 2019: altro che emergenza superata", commenta Donato Capece, segretario generale Sappe.
"Secondo il rapporto del 2019 "Salute mentale e assistenza psichiatrica in carcere" del Comitato Nazionale per la Bioetica, osservando le tipologie di disturbo prevalenti sul totale dei detenuti presenti, al primo posto troviamo la dipendenza da sostanze psicoattive (23,6), disturbi nevrotici e reazioni di adattamento (17,3%), disturbi alcol correlati (5,6%). A seguire piccole percentuali per i disturbi affettivi psicotici (2,7%), disturbi della personalità e del comportamento (1,6%), disturbi depressivi non psicotici (0,9%), disturbi mentali organici senili e presenili (0,7%), disturbi da spettro schizofrenico (0,6%).
Analizzando le diagnosi per genere, prevale tra gli uomini la diagnosi di dipendenza da sostanze psicoattive (50, 8% degli uomini e 32,5% delle donne), e tra le donne la diagnosi di "disturbi nevrotici e reazioni di adattamento" (36,6% delle diagnosi femminili e 27,1% delle diagnosi maschili). Arrivano dopo, fra gli uomini, i "disturbi alcol correlati (9,1 % degli uomini e 6,9% delle donne), e fra le donne i disturbi affettivi psicotici (10,1% delle donne e 4,1% degli uomini), i disturbi della personalità e del comportamento (2,4% degli uomini e 3,4% delle donne), disturbi depressivi non psicotici (1,3% degli uomini e 2,8% delle donne)".
Per il Sappe le carceri sono moderni "lazzaretti" - "Le carceri, dunque, assomigliano sempre più a "moderni lazzaretti" di manzoniana memoria", conclude Capece. "Ed allora va detto una volta di più, con chiarezza e fermezza, che la tutela e la sicurezza del personale in servizio presso gli istituti detentivi devono sempre rappresentare il fondamento di qualsivoglia riforma penitenziaria, atteso che la Polizia Penitenziaria svolge una funzione essenziale per conto della comunità, prodromica alla sicurezza dei detenuti e di quanti altri sono presenti negli istituti: e ciò rafforza la denunzia di cui da sempre il Sappe si fa portatore in ogni contesto istituzionale (ovvero, proprio la trasfigurazione in moderni lazzaretti che hanno assunto, ormai da molti anni, le nostre carceri per le costanti e continue emergenze sanitarie).
di Luciano Piras
La Nuova Sardegna, 11 novembre 2019
Presentazione di Roberto Vecchioni. E come sempre nella vita, anche nel carcere l'unica arma, l'unica difesa, l'unico scudo contro la tristezza, la noia, il dolore, è l'arte, non c'è niente da fare. E la prima tra le arti è quella più popolare e più immediata: la musica. Musica che parla di cose vere, cose vive, cose vissute dalle persone, in sofferenza e in gioia... è la musica che fa star bene.
Dà a chi purtroppo è in carcere la sensazione che il mondo sia sempre simile. Gli errori si commettono, gli sbagli ci sono, i dolori si riparano, le speranze esistono, eccome! Ecco perché ho già proposto e continuerò a proporre i concerti nelle carceri, li ho fatti anch'io i concerti, a patto che ci sia un continuo ricambio di artisti che vadano a cantare nelle carceri italiane.
La musica degli Istentales è particolare. È particolare perché è sarda, sì, ma esce, esula dal mondo sardo. Innanzitutto dalla Sardegna prende i valori fondamentali che sono la serietà di vita, l'amicizia, la straordinaria amicizia, collegamento tra uomo e uomo, la dignità (che purtroppo in carcere si perde).
Questi insegnamenti, che non tutti gli artisti trasmettono, ma loro sì, gli Istentales sì, sono veramente tra i primi che possono arrivare ai carcerati. Mi auguro perciò che questo tour davvero speciale degli Istentales raccontato in questo libro di Luciano Piras, Liberi dentro, continui e che i carcerati ascoltino e che abbiano sempre modo di riascoltare la musica, che possano registrare brani, pezzi, discorsi, di Gigi Sanna e di tutti gli altri, e sapere così che non è mai finita. Dentro il carcere si possono fare tantissime cose.
Prima di tutto bisogna costruire carceri nuove, perché non si può stare ammassati come animali in uno spazio ristretto, ci vogliono spazi enormi e anche all'aperto. Non vedo perché il carcere debba costringere una persona a stare in una cella. Ci sono carceri a Milano e fuori Milano che hanno parchi e parchi, giardini, chiusi chiaramente, dove però puoi passeggiare, fare qualcosa. Il carcere non deve essere una sofferenza, deve essere un tentativo di rieducazione, deve dare almeno un consiglio per la vita che verrà. La sofferenza deve essere abolita.
Al massimo devi renderti conto che hai perso la cosa più grande che ha un uomo: la libertà. Quella è la vera sofferenza, non altri tipi di sofferenza. Se io potessi fare qualcosa per le carceri, la prima cosa che farei sarebbe proprio questa: far sì che siano più umani, che non siano alberghi, questo no, ma più umani sì. Spazi più grandi, con un grande tempo per leggere, per costruire delle cose, per favorire la propria arte. Prima parlavo della musica, ma non è importante soltanto la musica che va in carcere, è importante anche quella che si fa dentro il carcere. Si impara la musica, si formano i gruppi, si cantano canzoni, si fanno spettacoli, musica sinfonica, musica jazz, la musica è tutta bella, quando è bella, non possiamo catalogarla... ci sono pezzi tremendi e ci sono pezzi bellissimi che arrivano all'anima.
L'arte è fondamentale. Prendi il teatro: è una creazione, ci si immedesima in un altro personaggio, esci un attimo da te stesso e guardi con gli occhi di un altro uomo, magari rappresentativo del mondo, e allora ti accorgi che il mondo è fatto di tante piccole cose e di sentimenti forti. E ti fa capire che se tu sei in carcere, non è che per questo sei diverso dagli altri uomini. La musica è anche un mezzo per evadere dalla durezza della realtà, dalle brutture di tutti i giorni, dalle ingiustizie, dal male. Questa era la musica di Fabrizio de André, di Pierangelo Bertoli, di Francesco Guccini, è la musica che ho fatto anche io. È una musica che non ha tempo, non è che finisce negli anni Settanta, Ottanta... è ancora viva, vivissima oggi per chi la vuole sentire, ascoltare.
Oggi non vanno solo il trap, il rap eccetera, che vanno benissimo, sono comunicazione giovanile, vanno benissimo ripeto, ma ci sono cose molto più profonde verso cui andare, scavare. Quando possiedi queste piccole perle, queste piccole perle sono la tua corazza contro qualsiasi cosa ti accada. Devo dire che la musica degli Istentales, che in Sardegna è notissima, ha sempre fatto quell'effetto, cioè racconta la verità, la realtà così com'è.
Gigi Sanna non usa parole astruse né metafore strane. Lui è un costruttore di vero nella sua semplicità assoluta, il suo messaggio arriva subito. E quel messaggio va elaborato dentro l'anima, va coltivato. Il percorso di Gigi e degli Istentales è stato lungo e faticoso, è un percorso quasi controvento, ma lui, loro non hanno paura di questo: vanno avanti perché quelle sono le cose da dire e non scendono a compromessi.
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