di Marco Bruna
Corriere della Sera, 10 novembre 2019
La curda Zehra Dogan. condannata per "propaganda terroristica", espone per la prima volta in Italia, a Brescia. Ha realizzato i suoi lavori in prigione con materiali di fortuna. "Le mie opere sono un archivio di memoria".
L'opera di Zehra Dogan è un grido che nasconde l'ansia e la lotta per la sopravvivenza. Durante i 1.022 giorni di detenzione in tre carceri turche - Mardin, Diyarbakir e nella prigione di massima sicurezza di Tarso - l'artista e giornalista curda (Diyarbakir, Turchia, 1989) ha sfruttato qualsiasi mezzo pur di dare sfogo alla creatività: sangue mestruale, succo di rucola, buccia di melograno, candeggina, cenere di sigarette.
Ne è nato un corpus che dal 16 novembre sarà al centro della mostra Avremo anche giorni migliori. Zehra Dogan. Opere dalle carceri turche, in programma al Museo di Santa Giulia di Brescia con la curatela di Elettra Stamboulis (inaugura venerdì 15 alle 19).
In mostra sessanta opere inedite tra disegni, dipinti e lavori a tecnica mista. Zehra Dogan - autrice della copertina de "la Lettura" #414 dello scorso 3 novembre - è stata arrestata il 21 luglio 2016. È stata condannata per "propaganda terroristica" dopo aver pubblicato, attraverso l'agenzia di stampa Jinha, da lei cofondata nel 2010 e poi chiusa con decreto governativo nel 2016, una lettera che le aveva inviato Elif Akboga, una bambina curda di dieci anni.
La lettera raccontava l'assedio turco della città di Nusaybin, in cui sono morti centinaia di civili. Il secondo capo d'accusa era la condivisione, sul profilo Twitter di Zehra Dogan, di un'opera da lei realizzata con uno smartphone, ispirata a una foto scattata da un soldato turco.
L'immagine mostra le macerie di Nusaybin, con i blindati di Erdogan trasformati dall'artista in scorpioni, simbolo di morte e distruzione. In occasione dell'apertura della mostra "la Lettura" ha intervistato via email Zebra Dogan, protagonista il 23 novembre a Brescia di un incontro pubblico.
Pensa che l'arte sia una risposta "politica" al mondo in cui viviamo?
"La vita stessa è un atto politico. E la mia arte è senza dubbio una risposta politica al mondo in cui viviamo. E una delle risposte migliori che potessi dare".
Che cosa la spinge a fare arte?
"La mia ispirazione è il Medio Oriente, in particolare la mia terra, il Kurdistan. Le opere che realizzo riflettono la cultura, la lingua e le leggende curde. Riflettono tutto ciò che ha a che fare con la storia del mio popolo e con le sue radici. Penso che la mia produzione sia una reazione, per me inevitabile, alla realtà in cui vivo".
Qual è il valore civile, oltre che artistico, delle sue opere?
"Gran parte dei miei lavori costituiscono quello che chiamo un "archivio storico". Si tratta di opere che fissano le testimonianze del presente in una memoria collettiva. Per me, il valore "storico" di ciò che creo è molto importante, ancora più di quello artistico".
Banksy le ha dedicato un'opera a New York. La solidarietà tra artisti l'ha aiutata a resistere?
"Quando mi hanno condannata per il disegno di Nusaybin ho avuto la sensazione che coloro che parlavano la mia stessa lingua non mi comprendessero, che ci eravamo trasformati in esseri incapaci di pensare e comprendersi. Mentre sei in prigione, tormentata da queste riflessioni, all'improvviso ti accorgi che alcune persone, a migliaia di chilometri di distanza, ti sono vicine. Banksy mi ha ritratta dietro le sbarre in una città come New York e - cosa ancora più straordinaria - ha proiettato un'immagine enorme del disegno che avevo fatto di Nusaybin. In quel momento i muri, il filo spinato, le guardie, la prigione intera, non hanno più senso. E ritrovo tutta la forza per continuare a resistere".
Come ha reagito quando le hanno detto che sarebbe andata in carcere per aver postato un disegno?
"Sui social network avevo visto una foto di Nusaybin distrutta dall'esercito turco. Era un'immagine celebrativa. I soldati avevano appeso le bandiere turche, come trofei, alle case distrutte. Quella foto mi ha colpito molto, e ho voluto riprodurla a modo mio. Non mi ha sorpreso scoprire che quel disegno è stato usato come atto d'accusa. Le persone che vengono prese di mira, che siano giornalisti, artisti, intellettuali o altri cittadini, vengono accusate per ciò che condividono sui social perché non esistono "prove" più consistenti: l tribunale mi ha condannata con questa motivazione: "Zehra Dogan è un'artista, ma ha oltrepassato i limiti della critica". Così oggi prendiamo atto che i tribunali turchi sono anche le autorità incaricate di stabilire i canoni della critica d'arte...".
Ci può raccontare la sua esperienza in carcere?
"In prigione ho incontrato donne di ogni estrazione: braccianti, giornaliste, insegnanti, parlamentari, sindache, studentesse, scrittrici... Una comunità unita da una forte solidarietà. Mettere in comune le nostre conoscenze ci ha arricchito e ci ha dato forza. Ci chiediamo perché ci sbattano in prigione, se poi ne usciamo ancora più forti".
Come faceva a realizzare le sue opere durante la detenzione?
"Nella prigione di Mardin, dove mi hanno rinchiusa per la prima volta nel 2016, i reclusi avevano a disposizione materiale per disegnare. Lì abbiamo dato vita a un giornale scritto a mano, a sostegno del quotidiano "Ózgiir Giindem", che, dopo essere entrato nel mirino della censura, era stato chiuso. Abbiamo trovato il modo per fare uscire il giornale dalla prigione... L'amministrazione era furiosa, ma siamo riuscite persino a realizzarne un secondo numero! Quando mi hanno trasferita a Diyarbakir ho avvertito sin dall'inizio un bisogno irresistibile di disegnare, anche se in quella prigione non c'era il materiale adatto. Tuttavia, molto presto, ho scoperto di avere a portata di mano tutto ciò di cui avevo bisogno. Mi sono servita di carta da lettere, pagine di giornali, scatoloni, tessuti e lenzuola. Ho costruito i pennelli con piume di piccione o con i capelli delle mie amiche. Insieme a loro ho realizzato anche opere collettive".
Come giudica la crisi attuale e l'atteggiamento turco nei confronti dei curdi?
"La logica dello Stato-Nazione implica sempre la distruzione di altre etnie, insieme alla diffusione di teorie monistiche, alla negazione delle "differenze" e al controllo demografico del luogo che viene invaso. È questa la logica con cui la Turchia porta avanti la sua politica, già dai tempi dell'Impero ottomano. Nel Rojava (l'amministrazione autonoma della Siria del Nord Est, non riconosciuta dal governo siriano, ndr), con il motto "Se ci lasciate in pace, costruiremo questo mondo", i curdi hanno dimostrato che la vita democratica è possibile anche in una regione del Medio Oriente in cui continua a scorrere il sangue. I curdi vogliono far conoscere la bellezza delle terre del Medio Oriente e íl patrimonio storico dei popoli che le abitano. Questo è ciò che infastidisce la Turchia e tante altre potenze. Per gli Stati che dominano il Medio Oriente è un'area che si presta ai loro giochi di guerra. Il popolo del Rojava è in grave pericolo: centinaia di persone sono state uccise dai bombardamenti, un massacro che non risparmia i bambini. Oggi, nel Rojava, la popolazione continua a subire gli attacchi dell'esercito turco occupante. Restare in silenzio e non reagire di fronte a quello che sta succedendo significa arrendersi alla perdita di identità, alla deculturazione, all'esilio forzato e al massacro di migliaia di persone. La popolazione del Rojava continua a resistere, ma il suo futuro sarà determinato dal sostegno dei popoli di tutto il mondo".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 10 novembre 2019
La prima volta non era andata secondo le aspettative. Allora, la giustizia statunitense riprova a criminalizzare la solidarietà e la compassione. Scott Warren, un cittadino dell'Arizona, professore di Geografia e volontario dell'associazione "No more deaths", rischia 10 anni di carcere solo per aver fornito cibo, acqua e vestiti puliti a due migranti provenienti dal Messico, che rischiavano di morire - come accaduto migliaia di altre volte - nel deserto di Sonora, nei pressi del confine. Il primo processo era terminato il 2 luglio con un nulla di fatto, dato che otto dei 12 giurati avevano chiesto l'assoluzione di Warren mentre il verdetto richiedeva l'unanimità.
Tra due giorni, martedì 12 novembre, si ricomincia: di fronte al tribunale federale di Tucson, Warren dovrà rispondere dell'accusa di aver "dato ospitalità" (ossia, nascondendoli alle autorità) a due migranti irregolari nella città di Ajo, dove vive, fornendo loro assistenza umanitaria. Si tratta dell'ennesimo capitolo di una storia ormai lunga: l'abuso del sistema giudiziario, da parte dell'amministrazione Trump, per minacciare, intimidire e punire coloro che difendono i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo lungo il confine tra Usa e Messico.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 10 novembre 2019
Uomini torturati, donne abusate, bambini che vivono sotto un cavalcavia, Minacciati dalle bombe. Tra i migranti intrappolati a Tripoli. Dimenticati da tutti. Alla fine di aprile Nafisa Saed Musa e suo figlio Abdallah sono scappati dal quartiere di Qasr Bin Gashir, a sud di Tripoli per fuggire dalle bombe di Haftar. La guerra era iniziata da poche settimane, e Nafisa e Abdallah cercavano riparo. È una storia di strazio la loro, una storia in cui le parole d'ordine sono comuni a quelle di decine di altre vite di passaggio in Libia: guerra, fuga, morte, speranza di una vita migliore, e poi tortura, estorsione, prigionia.
Durante il nostro primo incontro, lo scorso aprile, Nafisa e il figlio avevano trovato riparo in un edificio nel quartiere di Garden City, in centro a Tripoli, gestito dalla Mezzaluna Rossa libica. Una scuola adibita a riparo per famiglie di migranti, per lo più sudanesi ed eritrei, scappati dai quartieri sotto assedio o evacuati dai centri di detenzione prossimi alla linea del fronte. Abdullah portava addosso i segni delle torture subite durante i mesi di detenzione in mano alle milizie a Sebha, mostrava i segni dei ferri ardenti che gli hanno marchiato la pelle mentre i miliziani ricattavano sua madre chiedendo soldi e sua madre piangeva, per la disperazione di essere bloccata in un paese in guerra dopo essere fuggita dal Sudan. In cerca di pace per sé e per l'unico figlio che le resta.
C'era poco cibo nella scuola di Garden City, pochi aiuti, poca acqua. Ma c'era almeno un tetto. E dei bagni. Ma il riparo è durato poche settimane, perché la guerra produce conseguenze dirette e indirette e il proprietario dell'edificio ha privato la Libyan Red Crescent dell'utilizzo dell'edificio assecondando il malcontento dei cittadini libici convinti che i migranti privassero gli sfollati locali degli aiuti che toccavano a loro. Così, da allora, quelle famiglie messe alla porta vivono in strada. Qualcuno ha un materasso, qualcuno no.
Qualcuno si ripara sotto il cavalcavia. Nafisa e Abdullah oggi dormono lì, insieme a loro 14 famiglie, 15 bambini, alcuni nati da pochi mesi. Molte donne sole. Asaad al-Jafeer, lavora con la Libyan Red Crescent, aiutava le famiglie a Garden City. Cerca di aiutarli anche in strada.
"È una situazione insostenibile. Gli uomini rischiano di essere rapiti, e costretti a combattere dalle milizie. Le donne, rischiano di essere abusate sessualmente", dice mostrando i materassi sporchi a terra, e i secchi di acqua sporca anch'essa - che sostituisce un bagno che non c'è.
Per usare un bagno le donne e i bambini vanno in moschea. Almeno per lavarsi, una volta ogni tanto. Asaad al-Jafeer dice di sollecitare da mesi le Nazioni Unite, ma di non ricevere risposta.
"Le responsabilità delle Nazioni Unite sono enormi in Libia. Li vedi in televisione, gridare che non vogliono più vedere persone morire in mare. Mi chiedo quale sia la differenza tra vederli morire in mare e lasciarli morire in strada. Si riempiono la bocca di parole come "diritti umani". Qui ci sono gli umani, i diritti dove sono?".
L'ufficio di registrazione dell'Unhcr è proprio dall'altra parte della strada. Le famiglie hanno deciso accamparsi lì per essere più vicine alla sede dell'Agenzia delle Nazioni Unite, e bussare e provare a chiedere informazioni. A chiedere a che punto sono le pratiche, chiedere di essere aiutate. A chiedere di essere evacuati, portati via da un paese in guerra.
Perché in Libia si combatte e di notte, dalla strada, si sentono e si vedono i bombardamenti dei quartieri vicini. Così ogni giorno le donne si mettono in fila di fronte alla sede di Unhcr, mostrano i loro fogli di registrazione, ma tornano sempre a mani vuote sui loro materassi sporchi. Vicino ai secchi d'acqua con il logo dell'Oim. Con la paura di morire sotto una bomba.
Perché, dice Asaad, "a Tripoli ormai non c'è un posto dove non potrebbe avvenire un bombardamento. Queste persone hanno deciso di vivere qui perché c'è una base militare e pensano così di proteggersi dalle milizie ma le basi militari sono le prime a essere bombardate da Haftar, pensa cosa significhi essere una donna sola con un marito rapito e una bambina di sei mesi che da quando è nata dorme in strada".
Naima, 25 anni, era a Qasr bin Gashir quando è iniziata la guerra, sua figlia era nata da sei giorni, suo marito rapito dalle milizie per la seconda volta. Il quartiere era immediatamente diventato un teatro di scontro tra milizie contrapposte, proprio il centro di detenzione di Qasr bin Gashir era stato assaltato da milizie che hanno ferito alcuni dei migranti detenuti. È stato solo il primo degli attacchi che hanno colpito i centri dove vengono imprigionati i migranti.
Naima viveva nella stessa area, è scappata via, sola con una neonata. Di suo marito da allora ha perso le tracce. La prima volta che le milizie l'hanno rapito è stato portato a Sebha e costretto a lavorare per un gruppo armato finché la sua famiglia in Sudan non ha trovato il modo di pagare un riscatto sufficiente per farlo liberare. Non ha mai voluto parlare delle violenze subite, quando l'hanno liberato, non ha mai più camminato bene con la gamba sinistra. E delle cicatrici sulla schiena non ha mai dato spiegazione a sua moglie.
Oggi, dopo il secondo rapimento, Naima è sola e vive come le altre famiglie in mezzo alla strada, con sua figlia che ora ha sei mesi: "sono spaventata perché so che non c'è un posto dove possiamo scappare. Vado ogni giorno alla sede di Unhcr e chiedo aiuto, e così pure alla polizia libica e così pure alla sede di Oim. Voglio sapere se mio marito sia vivo, se sia finito in un centro di detenzione. Sono arrivata al punto di sperare che sia in prigione ma vivo, piuttosto che temere che sia stato costretto a combattere e sia morto e io potrei non saperlo mai".
Poi culla la sua bambina, Naima, e guarda una donna, incinta di nove mesi, sola anche lei e che come lei vive sotto un ponte, e dice: "Piangiamo continuamente. Sappiamo che nessuno ci aiuterà, come nessuno ha aiutato i sopravvissuti di Tajoura".
Il due luglio scorso alle 11 e 30 di sera, un bombardamento ha colpito il centro di detenzione di Tajoura, a Tripoli. Dentro c'erano 600 persone. Il bilancio di quell'attacco fu drammatico, 53 migranti morti, almeno 130 feriti. Mohammed era lì quella notte, è scappato dal Ghana un anno fa, due tentativi di attraversare il mare, per due volte intercettato dalla Guardia costiera libica e riportato indietro.
È sopravvissuto al bombardamento del centro di detenzione, è scappato correndo sopra i cadaveri di altri sfortunati come lui, si è nascosto per evitare che le milizie lo forzassero a combattere e un mese fa ha provato ad attraversare il mare di nuovo, ma la Guardia costiera libica lo ha catturato e portato indietro. Oggi si trova nel centro di detenzione di Trik al Sikka, a Tripoli, uno dei centri nominalmente gestiti dal ministero dell'Interno libico che ha un ufficio preposto alla gestione delle facility, il Dcim, Department anti illegal migration.
Benvenuti all'inferno gridano uomini e bambini al di là di due cancelli di grate, Benvenuti all'inferno. Gridano, implorano, pregano di essere portati via. Perché il centro è luogo di abuso. Perché - dicono - c'è una stanza chiusa a chiave col lucchetto, dove vengono tenuti quelli che i giornalisti e le organizzazioni umanitarie non devono vedere.
Vediamo la stanza, vediamo i lucchetti. Chiediamo - invano - che qualcuno li apra. Mohammed ha vissuto abusi per mesi, sia nei centri di detenzione legali sia in quelli illegali, al confine sud, nel deserto e sulla zona costiera. Li ha subiti anche a Tajoura, dove - dice - "i miliziani potevano entrare indisturbati nonostante fosse un edificio sotto il controllo del governo. I guardiani sono minacciati o in accordo con le milizie, e molte volte i guardiani di notte aprivano le porte ai miliziani che portavano via indisturbati gruppi di migranti per ridurli a schiavi, o per minacciare le loro famiglie in cambio di denaro". Oggi Mohammed indossa ancora i vestiti della notte in cui è stato catturato dalla Guardia costiera, sui suoi abiti ci sono i segni del sale.
Sono passate tre settimane, ha perso le scarpe in mare e da allora è scalzo. Nel centro di detenzione di Trik al Sikka ci sono circa 300 persone, la quasi totalità nella sezione maschile, che è una gabbia, di fatto, ci sono reti ovunque, anche nell'area esterna. Ci sono sei bagni per tutti. Tre sono intasati. A terra uomini malati che non ricevono cure, un ragazzo invalido che non riesce a muovere nessuna delle due gambe. In fondo all'unica stanza qualcuno prega, gli altri stesi su materassi luridi consumano il passare del tempo e gridano quando si sente un rimbombo da lontano. Sono bombe, perché a sette chilometri c'è la linea del fronte.
Mohammed ha gli occhi di una persona che ha visto la morte, due volte, ed è vivo, solo apparentemente. Ha gli occhi di un reduce, e un filo di forza che è l'istinto di sopravvivenza, il ricordo di sua moglie e dei suoi figli. "L'ultima volta che ci siamo parlati è stata la notte che ho provato ad imbarcarmi", racconta, "poi quando mi hanno portato qui i soldati mi hanno portato via i pochi soldi che mi erano rimasti e il telefono. Mia moglie non sa dove sia, né se io sia vivo o morto".
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 10 novembre 2019
La ricetta sembra essere: accarezzare la frustrazione degli elettori, convincerli di aver subito molti torti, e offrirsi di ripararli. Il gioco riesce meglio all'opposizione, ma c'è chi continua anche dopo essere arrivato al governo. "Pensare che alcune persone siano state generose con noi è meglio che figurarsi circondati da nemici pronti a farci uno sgarbo. In tanti passano le giornate avvolti in un misto di rabbia e voglia di rivalsa, in uno stato perenne di frustrazione e rancore. (...) Viaggiare su questi binari mentali non fa bene al cervello, che a furia di incistarsi su luoghi comuni si irrigidisce e invecchia peggio".
Apro il libro a caso e mi cade sotto gli occhi questa frase. Mi piace la serendipità letteraria: trovare, tra le pagine, ciò che non si sta cercando. Il passo è tratto da "Prove di felicità - 25 idee riconosciute dalla scienza per vivere con gioia" (La nave di Teseo). Il capitolo s'intitola "Dire grazie / Il risentimento rabbuia". L'autrice è Eliana Liotta, giornalista e divulgatrice scientifica. Lo sto leggendo, in un sabato di sole autunnale, perché oggi, domenica, con l'autrice ed Edoardo Vigna, terremo un incontro nella prima edizione di Il Tempo della Salute, un'iniziativa del Corriere della Sera (Museo della Scienza e della Tecnologia, Milano, ore 14.30). Titolo: "Gli italiani sono felici?".
La risposta la tengo per il pomeriggio. Per ora dico: Eliana, senza volerlo, ha descritto la ricetta della nuova politica. Accarezzare la frustrazione degli elettori, convincerli di aver subito molti torti, e offrirsi di ripararli - senza entrare nei dettagli. Il gioco riesce meglio all'opposizione; ma c'è chi continua anche dopo essere arrivato al governo. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ad esempio (il primo con più successo, bisogna dire).
A proposito di Salvini. Leggo, nel racconto di Stefania Chiale, il suo slalom milanese per evitare d'essere associato con gli odiatori di Liliana Segre. A un certo punto si finisce a parlare del sindaco di Milano: "Sala? Si preoccupi di alcune periferie che sono fuori controllo e della qualità della vita in città". In politica, come in amore, conta la narrazione. Ma perché un milanese come Salvini deve negare che Milano funziona e ha ritrovato fiducia in se stessa? Non è vietato. Eppure, non accade: in Italia, la destra fomenta l'astio contro la sinistra, e viceversa. Stop. "Continuare a dire e a credere che si vive in una società a pezzi non giova neppure all'umore", prosegue Eliana Liotta. Matteo Salvini risponderebbe: "Al vostro umore, forse no. Ai miei sondaggi, certamente sì".
di Stefania Saltalamacchia
Vanity Fair, 10 novembre 2019
Drammaturga e regista, a capo della Compagnia Cetec che da quasi 30 anni lavora a San Vittore. Ai detenuti, soprattutto donne, insegna a guardare dentro se stessi attraverso il teatro. Nelle scuole, invece, ricorda i femminicidi. E pensa che deve tutto a una comunità arbëreshë.
Il suo non è un "lavoro" è una "missione". E per portarla a termine ci vuole "una buona dose di follia". Mentre lo dice, Donatella Massimilla, sorride con la certezza di non aver mai voluto fare altro. Regista teatrale, drammaturga, romana di nascita ma talmente milanese d'adozione da avere ricevuto lo scorso anno l'Ambrogino d'Oro. Da trent'anni scrive e mette in scena testi e spettacoli teatrali che hanno al centro i "luoghi reclusi", come li chiama lei, o i "luoghi altri".
La sua compagnia, fondata nel 1999, è il Cetec, Centro Europeo Teatro e Carcere per il reinserimento degli attori e delle attrici detenute. Da quasi mezzo secolo lavora dietro le sbarre di San Vittore, soprattutto con le donne. Nonostante le difficoltà nell'organizzare le prove, i fondi che dovrebbero arrivare ma spesso non arrivano. Ha lavorato anche nelle carceri del Messico, in quelle di Berlino, nell'ospedale psichiatrico di Cambridge. E il suo orgoglio di oggi è nel tornare in scena con Il Decameron delle donne (il 10 e l'11 novembre, al Piccolo Teatro Grassi di Milano), lo spettacolo con cui ha iniziato trent'anni fa dopo l'incontro con la scrittrice russa Julia Voznesenskaja, autrice dell'omonimo romanzo sulla vita di alcune donne, rinchiuse in un reparto maternità e allontanate dai loro bambini per un'infezione della pelle, che raccontano, ispirandosi a Boccaccio, storie di vita e di amore. "Dopo il debutto al Teatro Verdi di Milano, io e l'attrice catalana Olga Vinyals Martori chiedemmo all'allora direttore del carcere di San Vittore, Luigi Pagano, di lavorare su quello spettacolo con le donne detenute, di condividere con loro un percorso di sperimentazione teatrale. Poi mettemmo in scena un'altra cosa, ma allora non sapevo ancora che il nostro viaggio recluso sarebbe durato bene o male trent'anni".
Che cosa significa "teatro" per lei?
"Mi accompagna da tutta la vita. Grazie a un papà che aveva fatto teatro da giovane, fin da bambina ho imparato a visitare con lui i teatri di Roma. Ho debuttato a 15 anni come attrice con Franco Molè, ho studiato alla Sapienza con Jerzy Grotowsky. Successivamente ho seguito il maestro polacco a Santarcangelo di Romagna, dove ho lavorato per diversi anni al Festival Internazionale di teatro di strada. Mi sono laureata in drammaturgia al Dams di Bologna, per poi arrivare a Milano come tutor della Civica Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi. A Milano ho deciso di lasciare il palcoscenico e diventare regista, con la consapevolezza di prediligere non solo i luoghi reclusi, ma anche quelli di frontiera. L'amore per un teatro che intreccia trame teatrali ai propri vissuti e aiuta a condividere e ricordare, in modo comunitario e al femminile. Storie che donano emozioni, rinforzano dentro di noi la voglia di farcela e di ricominciare davvero".
Ricorda la prima volta che è entrata a San Vittore?
"All'epoca eravamo un po' pioniere, l'effetto è stato forte. Poi ho conosciuto tante altre carceri. Di recente, sono tornata in quello di Città del Messico, una città nella città. Quando entri ti offrono i tacos, la corruzione è ovunque. A San Vittore lavoro soprattutto con le donne, ma ho lavorato anche con la sezione maschile".
Che differenze ha riscontrato?
"Il lavoro con le donne devo dire è molto più difficile perché le donne in carcere, soprattutto le straniere che arrivano dopo un lungo viaggio e sono lontane dai figli, dalle famiglie, si sentono molto disorientate. Il senso di negazione e di abbandono è molto forte. Un uomo in carcere se ha una mamma, una sorella, una moglie, avrà sempre il suo pacco di vestiti, di viveri. Una donna no".
Che cosa le hanno lasciato le donne che ha incontrato in questi anni?
"Sono ancora in contatto con quasi con tutte, anche con quelle che sono uscite. Si è creata una grande comunità allargata. E queste donne ci hanno regalato tantissimi testi. Noi non vogliamo mai sapere le loro storie, non diciamo mai i loro cognomi, chi si racconta lo fa spontaneamente, tutto passa attraverso l'arte del teatro".
In base alla sua esperienza, quanto può aiutare il teatro in carcere?
"Il teatro è lo strumento principale per riappropriarsi di se stessi. Lo dico senza problemi: non ci sono casi di recidiva in persone che hanno fatto con noi un percorso. Io alla rinascita credo totalmente, non sarei qui se non ci credessi. Trent'anni non sono un'infatuazione".
Si è mai chiesta perché ha scelto di lavorare nei luoghi difficili?
"Se devo essere sincera, credo sia anche una questione genetica. Mia madre è originaria di una comunità greco-albanese arbëreshë radicata in Calabria. Mio nonno era il sindaco comunista di un paesino arroccato, San Benedetto Ullano. Sono cresciuta trascorrendo lì le mie vacanze. Ho imparato l'amore per la comunità guardando le donne che si riunivano, d'estate intorno ai falò, per fare l'olio, il vino, la salsa di pomodoro, e nel frattempo raccontavano storie. Credo che stia tutto qui, nella forza di resistere di una piccola comunità, tramandando le proprie storie".
Che cosa le piace di più del suo lavoro?
"Avendo un figlio ormai grande - lui fa l'architetto ma ogni tanto mi fa anche le scene - adesso amo il grande senso di grande libertà che questo lavoro mi concede. Siamo solo io e la mia bigol, così ho molto tempo per lavorare, spesso in orari notturni. Sono del segno dell'Acquario, libera e indipendente, amo essere padrona di me stessa. La mia indipendenza la avvertono anche le detenute, la rispettano".
Quali sono stati gli incontri più importanti nel corso della sua carriera?
"Ogni incontro ti lascia tanto. Sono gli sguardi che contano. In questi giorni mi sono ricordata di Julia Voznesenskaj, i suoi occhi erano lucidi, intensi. Ricordo anche lo sguardo di Dario Fo, quando venne a recitare San Francesco a San Vittore e ci lasciò un disegno. E poi Giorgio Strehler, Eugenio Barba".
Si definirebbe femminista?
"No, assolutamente. Anche se da ragazzina sono andata all'occupazione della Casa delle donne con Dacia Maraini. Credo che il femminismo ogni c'entri poco. Donne e uomini dovrebbero concentrarsi sulla prevenzione, sul cambiare una certa mentalità. Invece, i femminicidi aumentano. Col nostro progetto, Le sedie, ogni anno raccontiamo le storie delle donne uccise, ma anche di quelle che si sono salvate. Portiamo gli spettacoli nelle scuole".
Quale sarebbe stato il suo piano B?
"Mi piace anche il lavoro filmico, e ho la passione della pittura. Di certo sarebbe stato sempre qualcosa di artistico, non potrei essere mai ingegnere".
A un ragazzo che vorrebbe seguire le sue orme, che consiglio darebbe?
"Avere la pazienza di trovare un maestro o di avere la fortuna di incontrarlo. E di pensare che anche qui ci sono delle regole che vanno seguite".
di Antonio Bozzo
Il Giornale, 10 novembre 2019
Viaggio teatrale al femminile con la compagnia di Donatella Massimilla. Milano è la città dell'illuminista Cesare Beccaria; bisognerebbe sempre ricordarsene quando, con colpevole approssimazione, si parla dei delitti e delle pene. O si parla di carcere, dove uomini e donne che hanno sbagliato dovrebbero "correggersi", non soltanto essere esclusi dalla società, perché pericolosi e irrecuperabili.
E appunto nella città di Beccaria che opera il Cetec (Centro europeo teatro e carcere), di cui è direttrice artistica la regista e drammaturga Donatella Massimilla. Con la compagnia Dentro/Fuori San Vittore, Massimilla fa un utile lavoro, volto al reinserimento dei detenuti - una volta pagato il conto con la giustizia - nella società dei liberi.
Trent'anni fa, Massimilla debuttava con Il Decameron delle donne che vediamo, in nuova veste ma con alcune storiche protagoniste, al Teatro Grassi domenica 10 (alle ore 16) e lunedì 11 (alle 20.30). È liberamente ispirato al romanzo della russa Julia Voznesenskaja (1940-2015), cristiana e femminista, finita in un gulag dell'infernale sistema sovietico di annientamento della dissidenza, poi costretta a vivere in esilio in Germania.
Il suo Decameron è popolato da donne, rinchiuse in un reparto maternità e tenute lontano dai loro bambini in quante affette da una malattia della pelle. Come ai tempi del Boccaccio, e della peste nera che costrinse alla reclusione bucolica i narratori delle novelle contenute nel capolavoro trecentesco, le donne della Voznesenskaja si raccontano storie di vita e amore, con tutte le sfumature. Attrici detenute ed ex detenute danno forma e senso a vicende che rispecchiano le loro stesse vite. Il "dentro" è San Vittore; il "fuori" è il Piccolo, che da oltre vent'anni collabora con Massimilla.
"I giorni delle prove nel perimetro del carcere trovano naturale destinazione nello spazio scenico del Piccolo, offrendo alle detenute la possibilità di uscire, in una dimensione emotivamente straordinaria com'è mostrarsi da attrici al pubblico", ha detto Sergio Escobar, direttore del teatro fondato da Strehler, Grassi e Nina Vinchi.
Il laboratorio teatrale condotto da Massimilla con i detenuti ha affrontato, nel tempo, diversi autori e realizzato lavori originali. "Tutte storie - ha ricordato la regista - che donano emozioni, rinforzano la voglia di farcela e ricominciare davvero. Come una ninna nanna russa, ci siamo fatte cullare in questi anni di tempo sospeso dalla voglia di mettere al mondo nuove persone per un mondo migliore". Il testo originario della scrittrice russa è arricchito da scritti e canzoni di attrici detenute, anche di quelle che ancora non possono uscire in permesso.
"E a far rivivere i trent'anni dello spettacolo - conclude Massimilla - le fotografie realizzate al debutto del 1989 da Maurizio Buscarino e quelle di adesso, fatte da suo figlio Federico". In scena Gilberta Crispino, Paola D'Alessandro, Jaksom Do Liete, Mariangela Ginetti, Olga Vinyals Martori, Dalia Nieves, Betsy Subirana, Irene Arpe (con Antonella, Claudia, Daniela, Elena, Jacqueline, Kristal, Marta, Martina, Solange, Sonia). Le musiche, dal vivo, sono di Gianpietro Marazza.
Corriere di Bergamo, 10 novembre 2019
Il racconto delle proprie esperienze, iniziato nel 2002 grazie ad Adriana Lorenzi, continua a crescere: 240 ore di laboratorio e tre numeri ogni anno. Più che una rivista, un diario dal carcere: "Spazio" raccoglie i testi dei detenuti della casa circondariale di Bergamo. Il nome della testava evoca l'opportunità, su carta, per ciascun detenuto di elaborare il proprio vissuto e trasformarlo; all'interno, accanto all'autoironia, le riflessioni più profonde.
L'iniziativa è nata nel 2002 grazie a Adriana Lorenzi: "Dietro le sbarre sorgono spontanee domande che annichiliscono, ci si chiede perché si è fatto del male, è necessario snodarle in narrazioni per elaborarle", spiega la responsabile del progetto in occasione dell'incontro organizzato da Mutuo Soccorso.
240 ore di laboratorio concentrate in tre numeri ogni anno: "Si potrebbe pubblicare di più ma mancano i fondi - continua Lorenzi -. Resta la necessità di puntare al reinserimento lavorativo". In Italia, stando ai dati 2019 del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, 7 detenuti su 10 tornano a delinquere. Il tasso di recidiva è il più alto di sempre, ma prevedendo il coinvolgimento dei carcerati in cicli produttivi, viene abbattuto al solo 1%.
Valentina Lanfranchi, presidente dell'associazione Carcere e territorio Bergamo, aggiunge: "La nostra cultura ci spinge a vedere la pena come punitiva, ma dovrebbe essere riabilitativa e educativa. Ogni detenuto costa allo Stato 125 euro al giorno, c'è un interesse anche economico nell'offrire alternative al crimine". Fra le sbarre della struttura di via Gleno è attivo dal 2011 un progetto di panificazione, con una linea di biscotti e dolci in vendita nei negozi e in una caffetteria, "Dolci sogni" di Nembro, che dà lavoro a detenuti e disabili.
Rosa Lucia Tramontano è la responsabile: "Utilizziamo ingredienti equo solidali importati dai Paesi più poveri del mondo. Per i detenuti è fondamentale lavorare o imparare un mestiere". I panini dei detenuti arrivano ogni lunedì nelle scuole elementari della città: "I bambini hanno ringraziato i carcerati con biglietti e disegni, li immaginano con la palla al piede e la tuta a righe, ma è importante creare dialogo fra il territorio e il carcere" conclude.
di Tommaso Di Giannantonio
Corriere del Trentino, 10 novembre 2019
Il riscatto di un detenuto di Spini. Pusher e analfabeta, oggi è diventato scrittore. Quando è entrato in carcere per la prima volta per scontare una pena di otto anni per spaccio e sequestro di persona, Abdelaaziz Aamri, cittadino marocchino, era un analfabeta che non sapeva parlare l'italiano.
Oggi, a distanza di quattro anni dal suo primo giorno in cella, Aziz ha conseguito il diploma di scuola media e ha pubblicato una raccolta di racconti. Una storia di riscatto sociale che lunedì mattina sarà al centro di un convegno multidisciplinare al Teatro San Marco di Trento: "Mai più qui. La forza di ricominciare". Insieme a giornalisti, giuristi, diplomatici e spirituali, sarà presente anche Aziz, che ha ricevuto per l'occasione un permesso speciale dalla casa circondariale di Spini di Gardolo.
Prima di arrivare in Trentino, il detenuto marocchino, quarantatreenne, si era già messo in gioco nel carcere di Venezia-Santa Maria Maggiore con l'associazione di volontariato "Pesce di pace". Ogni giorno, per sei mesi, aveva incontrato la volontaria, nonché giornalista, Nadia De Lazzari per tradurre in varie lingue - dall'arabo all'italiano, dal francese allo spagnolo - messaggi di fraternità scritti da bambini della scuola elementare.
Dopo il trasferimento a Trento, Aziz ha poi conseguito il diploma e ha avuto un altro incontro importante con il padre Fabrizio Forti, anima della "mensa della Provvidenza" dei Cappuccini e cappellano nel carcere di Spini, scomparso tre anni fa a causa di un malore. A lui, al frate di Gardolo che ha riempito di speranza il detenuto marocchino, credente musulmano, è stato dedicato il progetto "Mai più qui. La forza di ricominciare", ideato da Nadia De Lazzari.
La stessa che ha spinto Aziz a scrivere una raccolta di racconti sulla sua vita: dall'infanzia al carcere. Il libro - che si può trovare nel convento di Santa Croce alla Spalliera dei padri Cappuccini - è stato stampato in mille copie, tutte autofinanziate dal detenuto con i risparmi della sua paga dell'amministrazione penitenziaria.
Nel corso del seminario di lunedì, tra l'altro, saranno insieme per la prima volta - a testimonianza del dialogo interreligioso come prospettiva di coesione sociale - l'arcivescovo di Trento Lauro Tisi, il rabbino capo della comunità ebraica di Verona e Vicenza Yosef Labi e l'imam della comunità religiosa islamica italiana Abd Allah Mikail Mocci.
La Nuova Sardegna, 10 novembre 2019
A Massama c'è un elevato numero di detenuti in regime di alta sicurezza ma non c'è all'interno del carcere, una struttura ospedaliera idonea. Di questa e di altre carenze nelle strutture detentive si è parlato ieri con il garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma.
L'occasione è stato il corso (iniziato il 4 ottobre per concludersi il 6 marzo) che la Camera penale oristanese ha organizzato sul diritto penitenziario e sulla esecuzione penale rivolto a tutti gli operatori del diritto agli operatori sociali "ed a quanti vogliano approfondire la materia e siano interessati ad acquisire, sulla stessa, competenza e specifica professionalità".
Secondo la presidente della Camera penale, Rosaria Manconi "ancora oggi il carcere è un mondo parallelo rispetto quello in cui siamo abituati a vivere, fisicamente isolato dal resto del consorzio civile e che per questo necessita di riflessioni aperte e schiette in grado di incidere, al di là di ogni utile riforma, nel sentire collettivo".
di Ian Bremmer
Corriere della Sera, 10 novembre 2019
Tensioni in Egitto, Libano, Iraq come in Cile, Ecuador, Spagna. E a Hong Kong. La democrazia resta ancora il sistema migliore per guardare al futuro? Non c'è giustizia in questo mondo, e nulla di nuovo in questa affermazione. La novità invece sta nell'indignazione popolare davanti all'ingiustizia, che è esplosa ovunque con tale rapidità e intensità da creare sollevamenti che non accennano a placarsi. Negli ultimi mesi, le contestazioni hanno attraversato un gran numero di Paesi, sia ricchi che poveri, e di ogni cifra politica, dalle democrazie consolidate fino ai regimi più repressivi. Motivo della rabbia è la diffusa percezione che la politica continui ad agire sempre e comunque per gli interessi delle élite, scavalcando quelli del popolo. Nei Paesi in via di sviluppo si svolgono regolarmente manifestazioni di protesta, e per buoni motivi. Le popolazioni sono costrette a sopportare i disagi causati dall'incapacità dei governi a fornire i servizi più basilari, e la mancanza di istituzioni politiche avanzate significa che attori non tradizionali - in maggior parte gli stessi contestatori - tendono a far vacillare l'ago della bilancia.
Nelle ultime settimane, l'Egitto ha visto sfilare per le strade le manifestazioni più imponenti dai giorni della Primavera araba, motivate dalle accuse di corruzione mosse contro il presidente Abdel Fattah al-Sisi e i militari, e per di più esacerbate dalle riforme economiche che hanno da un lato ridotto i sussidi e dall'altro alzato le tasse per i più poveri del Paese. In Libano, una "tassa whatsapp" sulle comunicazioni online ha fatto scattare le proteste, che ben presto sono state scavalcate da ben più vaste rivendicazioni economiche e politiche, costringendo alla fine il primo ministro Saad Hariri a rassegnare le dimissioni. In Iraq, il presidente del Consiglio Adel Abdul Mahdi non se la passa molto meglio rispetto al premier libanese: il Paese è stato messo a ferro e fuoco per mano di cittadini esasperati per l'alto tasso di disoccupazione e per la pessima qualità delle infrastrutture e dei servizi.
In Ecuador, la decisione del presidente Lenin Moreno di azzerare i tradizionali sussidi per i carburanti ha segnato l'inizio di settimane di proteste su tutta una gamma di istanze sociali, che da ultimo l'hanno costretto a fare marcia indietro, un evento che è stato accolto come una vittoria dai manifestanti, ma che rappresenta in realtà una vera sconfitta per la disciplina fiscale del Paese. Storicamente, le proteste si rivelano meno efficaci nei Paesi più ricchi, vuoi perché già in pugno alle lobby, vuoi perché le fasce di popolazione più influenti possono permettersi il lusso di aspettare la successiva tornata elettorale per affidare il proprio disappunto politico alle urne. Sempre di più spesso, tuttavia, le cabine elettorali non sembrano più in grado di fungere da valvola di sfogo alle aspettative disattese dalla politica.
In Cile, l'innesco che ha dato fuoco ai disordini in uno dei Paesi più ricchi e stabili di tutta l'America Latina è stato l'aumento del 3 per cento del prezzo dei biglietti della metropolitana, varato da Sebastián Piñera. A quel punto la gente è affluita nelle piazze per manifestare anche contro le pensioni insufficienti e l'alto costo dei servizi di base, come la sanità e le utenze. I manifestanti hanno persino acceso fuochi in alcune strade. L'esasperazione degli animi ha toccato il culmine quando il governo ha fatto ricorso ai soldati in assetto antisommossa, in un Paese con una lunga storia di dittatura militare alle spalle come il Cile.
Un anno fa, i movimenti dei gilet gialli in Francia sono riusciti a paralizzare quasi completamente Parigi, e benché l'ondata di proteste si sia già in larga misura esaurita, l'imminente riforma delle pensioni e il prossimo anniversario della rivolta rischiano di far nuovamente divampare il malcontento. In Spagna, la recente decisione della Corte suprema di comminare lunghe pene detentive ai leader catalani che avevano lanciato il referendum per l'indipendenza nel 2017 e avanzato la richiesta di secessione ha fatto scattare proteste massicce, che vanno a complicare le elezioni di questo fine settimana in quanto già si teme che dalle urne non emergerà un chiaro vincitore.
Nel frattempo, all'altro capo del mondo, le proteste proseguono senza tregua a Hong Kong per la ventiduesima settimana consecutiva, seminando lo scompiglio e lo sconcerto nei centri di potere di una delle principali economie globali. Di tutte le proteste oggi in atto, proprio quelle di Hong Kong sembrano rappresentare la minaccia minore al proprio governo e - indirettamente - a Pechino, il quale si concede il lusso di aspettare tranquillamente la fine delle contestazioni.
Di qui la domanda fondamentale: in questi giorni di diffuso malcontento e di frustrazione politica, la democrazia resta ancora la migliore forma di governo per guardare al futuro? Se la democrazia è fiorita in questi ultimi decenni, ciò è stato possibile grazie al progressivo contributo dei cittadini alla produttività economica (uno dei principali effetti secondari della globalizzazione), che ha agevolato e allargato la loro partecipazione ai processi politici. Ma oggi la globalizzazione è in ritirata e la tecnologia ha cominciato a sostituirsi alla manodopera e continuerà a farlo per molti anni a venire.
È una questione sulla quale dovremo continuare a interrogarci, benché sia ancora troppo presto per dire che i giorni migliori della democrazia sono ormai alle nostre spalle. E la globalizzazione ha fatto segnare successi troppo importanti per vederla condannata alla rottamazione senza appello. Eppure, quando si sommano tutti questi problemi strutturali a un'economia globale in fase di rallentamento, diventa ancor più difficile per i governi soddisfare le legittime richieste dei loro cittadini per i prossimi anni. Se c'è una cosa che unisce il mondo intero nel 2019, è la rabbia contro i governi: e questo dovrebbe far riflettere seriamente tanto i governi quanto i popoli, che oggi si sollevano per contestarli.










