parmatoday.it, 19 dicembre 2019
Bilancio di un anno di attività del progetto. A un anno dall'avvio del progetto della Regione Emilia-Romagna "La promozione della salute in carcere", l'Azienda USL fa un primo bilancio dell'attività svolta negli Istituti penitenziari di Parma, a partire dagli obiettivi raggiunti, per arrivare alle future iniziative. l lavoro di una trentina di persone del circuito alta sicurezza, alcune gravemente malate, su 3 temi: le emozioni; come avere un sistema sanitario più efficiente in carcere; quali strategie e risorse per una detenzione più attenta alle condizioni di salute.
Gli esiti del lavoro, gli spunti di riflessione scaturiti insieme a nuove progettualità, sono stati presentati nei giorni scorsi nel teatro degli Istituti Penitenziari di via Burla, alla presenza, tra altri, per l'Ausl di Elena Saccenti, direttore generale; Faissal Choroma, responsabile U.O. Salute negli Istituti Penitenziari, Catia Boni, referente del progetto e le promotrici della salute Anna Ceci, Gokce Hazal Karabas e Marisa Iannucci; per gli Istituti Penitenziari, di Tazio Bianchi, direttore e Domenico Gorla, comandante. Presente anche il Garante dei detenuti della Regione Emilia-Romagna Marcello Marighelli, mentre il Garante di Parma Roberto Cavalieri non ha potuto partecipare per impegni improrogabili. Tanti i percorsi di miglioramento portati all'attenzione dell'Azienda sanitaria e dell'Istituto di pena, alcuni dei quali hanno già avuto avvio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 dicembre 2019
Domani e sabato nel carcere milanese si svolgerà il congresso dell'associazione. "Spes contra spem", in riferimento al passaggio dell'Apostolo Paolo di Tarso sull'incrollabile fede di Abramo che "ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli", è un motto che in questi anni Marco Pannella ripeteva con insistenza.
"Essere Speranza", cioè vivere come attore della speranza, essendo noi stessi prova e corpo del cambiamento, contro l'"Avere Speranza", ovvero le speranze semplicemente intese come qualcos'altro da noi, di cui si aspetta il verificarsi. E sono proprio i detenuti, soprattutto quelli condannati a fine pena mai, ad essere loro stessi speranza.
Oramai è una tradizione per l'associazione del Partito Radicale Nessuno tocchi Caino tenere il Congresso in un carcere, quest'anno nuovamente a quello milanese di Opera (venerdì e sabato), dove, nel dicembre 2015, si era svolto l'ultimo a cui ha partecipato Marco Pannella e da cui ha tratto ispirazione la campagna con il nome, appunto, di "Spes contra Spem" per il superamento dell'ergastolo ostativo ed il 41 bis.
Ora però - grazie alla perseveranza di questi anni c'è la prova che "essere speranza" dà i suoi frutti, visto la decisione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e poi della Corte Costituzionale sul tema dell'ergastolo ostativo. "Successi che abbiamo potuto cogliere - spiegano in un comunicato stampa i dirigenti dell'associazione, Sergio d'Elia segretario, Rita Bernardini, presidente ed Elisabetta Zamparutti, tesoriere - perché ha con- vinto Spes contra Spem, motto di una vita di Marco Pannella, che ci ha animato in questi anni e perché hanno convinto i detenuti di Opera protagonisti del docu-film di Ambrogio Crespi "Spes contra Spem - Liberi dentro" che contro ogni speranza sono stati speranza, determinando con il loro cambiamento anche l'orientamento dei giudici delle più alte giurisdizioni nazionali e sovranazionali".
Due le sessioni di dibattito: la prima dedicata al tema "Il Diritto alla Speranza: l'ergastolo ostativo alla luce delle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e della Corte Costituzionale"; la seconda dal titolo "Non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale".
Nella mattinata del 20 dicembre, dopo i saluti di accoglienza del direttore di Opera Silvio Di Gregorio e del Provveditore dell'amministrazione penitenziaria della Lombardia Pietro Buffa, sono previsti quelli introduttivi di Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Andrea Giorgis, sottosegretario ministero della Giustizia e Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà. Dopo le relazioni introduttive degli organi dirigenti, vi saranno gli interventi programmati di Maurizio Turco, segretario del Partito Radicale e di Stefano Castellino, sindaco di Palma di Montechiaro, città di origine di alcuni ergastolani detenuti ad Opera con testimonianze di detenuti condannati all'ergastolo.
Nella sessione di dibattito di venerdì 20 dicembre sulle sentenze contro l'ergastolo ostativo interverranno, tra gli altri: l'avvocato Antonella Mascia, che ha patrocinato il caso Viola vs Italia alla Cedu; il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida; i professori Pasquale Bronzo, Davide Galliani e Andrea Pugiotto; il presidente del Consiglio Nazionale Forense Andrea Mascherin e Riccardo De Vito, magistrato di Sorveglianza di Sassari e presidente di Magistratura Democratica. Infine, nella sessione di dibattito di sabato 21 dicembre interverranno tra gli altri il professor Luciano Eusebi, Gherardo Colombo e lo scrittore Gioacchino Criaco.
di Adriana Masotti
vaticannews.va, 19 dicembre 2019
Una giornata a Milano per il cardinale Pietro Parolin, trascorsa tra i detenuti del carcere di Opera, nella periferia della città, e poi a Quarto Oggiaro dove il segretario di Stato vaticano ha inaugurato una struttura che ospiterà alcuni nuclei di mamme con bambini fuggiti da guerre e violenze. Un messaggio di solidarietà che contrasta con la globalizzazione dell'indifferenza, ha sottolineato.
"Mi avete accolto come una persona importante, ma io vi porto la vicinanza di una persona più importante di me, di Gesù prima di tutto e poi di Papa Francesco". Lo ha detto il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin nella sua visita, ieri, al carcere di massima sicurezza di Opera, nella periferia di Milano, che conta 1300 detenuti. A riceverlo la vice direttrice dell'Istituto, Mariantonietta Tucci, il comandante del reparto della polizia penitenziaria, Amerigo Fusco e il cappellano, don Francesco Palumbo e poi i volontari e gli agenti.
"Il senso del pane": un'opportunità di riscatto - Il cardinale Parolin ha visitato i diversi laboratori sorti all'interno del carcere e parlato con i detenuti presenti, in particolare si è recato a vedere il laboratorio "Il senso del pane" che, allestito dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, dal 2016 produce ostie destinate alle parrocchie di tutto il mondo.
Benedicendo il laboratorio Parolin ha osservato che con questo lavoro, i detenuti collaborano con il Signore perché Lui possa dare la vita a tante persone. "Con questo lavoro - ha spiegato il presidente della Fondazione, Arnoldo Mosca Mondadori - vogliamo offrire un riscatto spirituale, umano e sociale a ragazzi che hanno compiuto reati, ma hanno intrapreso un percorso di cambiamento interiore".
Laboratori simili in diverse parti del mondo - Un'esperienza, quella milanese, che è già stata esportata in altre parti del mondo dove a produrre le ostie per la messa sono persone in condizione di marginalità: in Mozambico sono ex detenuti, in Spagna donne vittime della tratta; a Pompei persone con disabilità della Comunità Giovanni XXIII, in Sri Lanka giovani ragazze e prossimamente altri laboratori apriranno in Etiopia, con i bimbi di strada di Addis Abeba, in Ruanda e a Buenos Aires. Tra i presenti anche padre Giannicola Simone, barnabita, che ha confidato a Parolin l'intenzione di aprire un laboratorio analogo nel carcere di Merida in Messico, dove operano i suoi confratelli. Un gemellaggio eucaristico tra Opera e Merida, ha commentato il cardinale.
A Natale Cristo viene per ridarci la speranza - Prima di recarsi nel reparto del carcere che ospita i laboratori artistici delle persone in Alta Sicurezza, il cardinale Parolin, ha fatto tappa nella cappella per un momento di preghiera con i detenuti. Stringendo loro le mani, li ha ringraziati per l'accoglienza semplice e fraterna e ha portato a tutti i saluti di Papa Francesco che, ha ricordato, ha a cuore la situazione di quanti vivono nelle carceri.
Il segretario di Stato ha sottolineato che la vicinanza della Chiesa ai detenuti non è solo di un atteggiamento umano, ma un dovere se si vuol essere veri discepoli di Gesù. A Natale festeggiamo la nascita di Cristo, ha ricordato, e Gesù si è fatto vicino a noi, è venuto per condividere tutto di noi e per aprirci alla speranza.
Il mistero del Natale è proprio questo, ha proseguito, un Dio che si è fatto vicino a noi, che fa sue le nostre sofferenze per darci la speranza di diventare persone nuove. E proprio ad Opera è stata lanciata ieri la proposta, ed è il primo carcere in Italia a ideare una iniziativa simile, di ritrovarsi in preghiera un giorno a settimana per il Papa.
L'inaugurazione del progetto di Arché, luogo di relazioni - La giornata del cardinale Parolin a Milano ha visto un altro momento significativo. Al termine della visita all'istituto di pena, il segretario di Stato ha voluto inaugurare il borgo solidale "La Corte di Quarto", una casa per mamme e bambini con fragilità, aperta da Arché, Onlus nata nel 1991, a Quarto Oggiaro. Il progetto intende accompagnare per un periodo donne in fuga da violenze e dalle guerre.
Padre Giuseppe Bettoni, fondatore e presidente di Arché, ha presentato il progetto dicendo che "questo non è solo un tetto ma è un luogo di condivisione e di relazioni, perché le relazioni curano e aiutano moltissimo queste mamme a recuperare la voglia di futuro". Il cardinale Parolin ha sottolineato l'importanza che lo Spirito del Signore continui a suscitare uomini e donne che sanno intercettare i bisogni e dare risposte.
Tra gli ospiti donne e bambini con fragilità - La palazzina prevede 14 unità abitative per accogliere mamme con i loro bimbi, singoli o coppie che scelgono di vivere un'esperienza di vicinato solidale e una piccola fraternità di religiosi e laici. Allestito anche uno spazio aperto alla cittadinanza, dove sono previste varie iniziative tra cui un servizio di counseling per i genitori del territorio. Un messaggio di solidarietà per tutta Milano, ha detto il cardinale Parolin, perché testimonia che, di fronte a tante difficoltà e tanti disagi, non bisogna chiudere gli occhi.
lavocediferrara.it, 19 dicembre 2019
Svoltasi nel pomeriggio di mercoledì 18 dicembre, alla presenza della Direttrice e della Comandante. Nel pomeriggio di mercoledì 18 dicembre, la palestra/sala polifunzionale della Casa Circondariale di Ferrara ha ospitato la tradizionale Santa Messa di Natale presieduta dall'Arcivescovo. La liturgia è stata celebrata anche dal cappellano p. Tiziano Pegoraro, dall'ex cappellano mons. Antonio Bentivoglio, da don Giacomo Granzotto e don Paolo Cavallari.
Un'ottantina i detenuti presenti, oltre alla direttrice della Casa Circondariale Maria Nicoletta Toscani, alla Comandante Annalisa Gadaleta, e a una decina di volontari. I parrocchiani dell'Unità Pastorale di Borgovado (tre dei quali erano presenti) hanno realizzato e donato a ogni detenuto dell'Arginone un ciondolo natalizio da appendere, raffigurante una natività "originale", intitolata "Lasciamo riposare mamma" (nella quale Giuseppe tiene fra le sue braccia il bambin Gesù, mentre Maria si riposa distesa; papa Francesco l'ha citata nell'udienza la mattina stessa). Durante l'offertorio, invece, due detenuti hanno donato all'Arcivescovo un leggìo in legno con raffigurata una natività (foto), realizzata nel progetto di artigianato denominato "Artenuti".
P. Pegoraro, a nome anche dei detenuti, nel saluto iniziale ha spiegato, rivolto all'Arcivescovo, come "la Sua visita ci stimola bontà e serenità, ci ricorda che non siamo soli", "in questo luogo che oltre a noi ospita anche la nostra sofferenza".
Nell'omelia, mons. Gian Carlo Perego ha riflettuto su come "il Natale sia una festa importante soprattutto dal punto di vista famigliare" e ha invitato i presenti a concentrarsi - come spesso non si fa - sulla figura di San Giuseppe, un uomo che "ha dubbi, fatica a capire ma vive con intensità questa venuta di Dio fra di noi" e per questo "dev'essere considerato un giusto", vale a dire una persona "capace di leggere i fatti della vita, tanto quelli lieti quanto quelli difficili, attraverso la fede". Non solo a Natale, ma sempre, "il Signore non scavalca la nostra vita ma entra in essa, una vita fatta di gioie e dolori".
Dopo aver accennato alle recenti riflessioni del Santo Padre sull'importanza del Presepe (quello interno al carcere, come l'albero, anche quest'anno realizzato dai detenuti), l'Arcivescovo ha auspicato come il Natale, quindi la presenza di Dio nella nostra vita, sia "davvero un'occasione per ritrovare il Signore e per recuperare relazioni importanti per la nostra vita". Alla fine della liturgia, la direttrice Toscani ha riflettuto su come il Natale significa "la rinascita dell'innocenza": "ognuno di noi - che spesso ha, come anche me, la propria famiglia lontana - deve cercare questa rinascita".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 19 dicembre 2019
Iniziativa dell'Anm, Dap e Ordine degli avvocati di Roma. I taglieri della Comunità Alloggio Alto Molise, gli oggetti di arredamento di Villa Armonia, la pasta della casa di reclusione dell'Ucciardone sono alcune delle tante altre idee regalo, realizzate per la maggior parte dai ragazzi degli Istituto penale per minorenni di Roma, al "Mercatino di Natale di Economia carceraria" allestito presso i tribunali civile e penale di Roma.
L'iniziativa è promossa dall'Associazione Nazionale Magistrati di Roma, con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, del Dipartimento della Giustizia minorile e il consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma. L'evento costituisce l'occasione per una raccolta di fondi il cui ricavato sarà destinato all'acquisto di attrezzature sportive da impiegarsi negli Istituti Penali per Minorenni.
Come ci hanno raccontato i giovani ospiti della cooperativa Arca di Noè che hanno realizzato dei centritavola natalizi "abbiamo cercato di trasferire il senso del rigenerarsi e dell'avere nuove opportunità, usando oggetti in disuso a cui è stata data nuova forma", lo stesso percorso - in senso metaforico - che compiono coloro che hanno sbagliato e che grazie al lavoro diventano altro dal loro passato.
Per Emilia Conforti, Presidente della sezione romana dell'Anm, "lo spirito di questa iniziativa è quello di sensibilizzare sul tema del lavoro in carcere, del recupero dei detenuti, dell'affrancamento da percorsi problematici. Sono momenti di incontro necessari soprattutto per gli addetti ai lavori". E proprio "avvocati e magistrati - dice Claudia Terracina dell'Anm - hanno lavorato insieme per il secondo anno consecutivo per questa importante iniziativa".
Concorda l'avvocato Irma Conti, coordinatrice della commissione diritto penale dell'Ordine degli avvocati di Roma: "Trovo che sia una opportunità per i detenuti e le detenute di rendersi utili e collegarsi con l'esterno. Per noi tutti una occasione per riflettere sulla funzione rieducativa della pena che esercitano negli Istituti Penitenziari i Direttori. Mi piacerebbe - conclude - che le occasioni di lavoro fossero di più senza passare per il percorso carcerario".
A guidarci tra i vari stand Oscar La Rosa, fondatore di Economia carceraria, che ci racconta la genesi della due giorni: "Tutto è nato un anno fa quando abbiamo organizzato il Festival dell'Economia carceraria durante il quale abbiamo riunito una ventina di cooperative di tutta Italia. Poi, essendo diventati un aggregatore di queste realtà, siamo stati invitati dall'Anm a realizzare questa iniziativa". Per tutte le info è possibile consultare il sito: economiacarceraria.it
di Matteo Leonardi
L'Osservatore Romano, 19 dicembre 2019
È dal 1995 che, a partire da novembre, i detenuti di Rebibbia dedicano il meglio del loro tempo libero al presepe. È da quando don Roberto, lo storico cappellano, si è inventato il concorso dei presepi tra i reparti. E così, tu vedi degli omoni che gli anni di galera li contano a mazzi di decine, che lesinano sullo stuzzicadenti che servirà per una capanna, sul cartone per fare le montagne, e che si chinano a raccogliere sassetti all'ora d'aria, per costruire il greto di un fiumiciattolo.
Perché don Roberto, con i pochi generosi che lo aiutano, regala agli ospiti del carcere qualche sfondo, le statuine, e qualche Sacra Famiglia, ma il resto poi è dei singoli, anzi delle singole celle. Nella recente lettera apostolica Admirabile signum, Papa Francesco ha chiesto di rimettere il presepe nelle scuole e nelle piazze: ed è quello che da anni accade nella patria galera sita nella periferia della capitale. Lì le piazze e le strade sono i corridoi e l'atrio dei vari piani, e lì nessuno si è mai lamentato o ne ha fatto una questione politica. In carcere, anche se sei musulmano o Testimone di Geova, sai che il presepe è sempre il presepe, e che all'Epifania una commissione premia il migliore. L'anno scorso, se non sbaglio, aveva vinto un piano che aveva fatto nascere Gesù sotto il Ponte Morandi.
A Rebibbia tutti sanno che la frase: "Natale si festeggia perché è il compleanno di Gesù Bambino", non può essere contro nessuno. Chiunque le si avvicini, anche se non ci trova tutta la verità cristiana, di sicuro tutto quel che ci trova è vero. Anche se un carcerato non crede al Dio Uno e Trino o alla verginità di Maria, comunque, tutto quello che vede nel presepe lo riconosce come proprio e capisce che è vero. Non sarà tutta la verità dogmatica forse, ma intanto è tutto vero. Lì ci sono un papà e una mamma con un bimbo, emarginati da tutti ma con gli animali che li aiutano a fare casa. E chi di loro non ha qualcosa in comune con tutto ciò?
E chi, se ne sa qualcosa in più, perché per esempio crede che una Vergine ha dato alla luce un figlio, non si incoraggia, e ci crede anche lui che quella parte della sua vita che non funziona, può cambiare ed essere feconda? Questo è Natale e questo è il presepe. Non sarà tutto, ma è tutto vero. Non tutti crederanno a tutto quello che credono tutti gli altri, ma quando si parla di Presepe e di Natale tutto quello che ciascuno crede è vero. Perché il mistero del Natale è che divino e umano si fondono, e ci confondono.
E se non capisco Dio e però un bambino lo capisco, forse un giorno avrò voglia di chiedermi se Dio c'entra in particolare con quel bambino. Ma queste sono storie che vengono dopo. Prima viene quello che mi dicono i sensi. Non solo quelli interiori. Anche quelli degli occhi e della bocca. Le lucette, il panettone regalato da buone persone che mandano il pacco senza dire chi sono, annunciano che è arrivata la festa. E in questa lettura non c'è nulla di buonista. Al limite, questo sì, possiamo dire che è una lettura un po' forzata. Sì, "forzata", va bene.
Va bene sia perché chi sta in carcere, magari condannato all'ergastolo, sta dentro per forza; sia perché chi collabora a costruire il presepe, si sforza. Perché il Natale, che ci insegna a tenere assieme le cose altissime con quelle piccolissime, perché ci insegna a fare come il festeggiato che per i cristiani è assieme Dio onnipotente e uomo neonato, ai detenuti di Rebibbia insegna a fare le statuine del presepe con la stessa pasta, lo stesso materiale, dell'impasto della loro vita di ogni giorno. Il Presepe, proprio a Rebibbia, proprio tra gente di diverse religioni e di molteplici razze, ti spiega che la storia è sempre la stessa. Che tu sia Dio o che tu sia uomo, che tu sia ricco come i magi o povero come i pastori, che tu sia bue o asinello: gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.
A Natale, anche per chi è libero, capita spesso di dover fare i conti con le relazioni che non funzionano. Quelle persone moleste con le quali le cose non vanno e che lungo l'anno abbiamo fatto di tutto per evitare, quelle saranno al nostro cenone. Non sto pensando solo alla suocera o al cognato ma anche, è difficile dirlo, alla moglie o al figlio. Dico moglie, non ex-moglie; e dico figlio, non ex-figlio. Perché spesso sono proprio le persone sulla carta più intime, quelle che lungo l'anno con mille stratagemmi abbiamo evitato; e sono loro che il giorno di Natale, per mille motivi, ci ritroveremo a fianco mentre mangeremo i tortellini o il capitone. E allora non possiamo svicolare ma dobbiamo imparare a sfruttare l'occasione.
In carcere la possibilità di scappare non c'è perché non scegli tu con chi condividere la stessa cella: ma anche per questo il Presepe ti dà qualcosa in più, ti offre un luogo per comporre la diversità. Perché Maria e Giuseppe hanno festeggiato la nascita del figlio con i pastori, ovvero con gente che non conoscevano e non avevano invitato a casa a loro. E allora impari.
di Daniela Ghio
Il Gazzettino, 19 dicembre 2019
"Voi potete aiutare a ricostruire un tessuto cittadino". I carcerati possono divenire tessuto attivo e vitale della città per un suo rilancio. Nella consueta visita natalizia al carcere di Santa Maria Maggiore il patriarca Francesco Moraglia ha esortato i coscritti ad essere più grandi dei loro errori passati.
Guardando il presepe tradizionale con montagne e capanna costruiti con bottiglie di plastica, un veliero e un cartello con la scritta Mose? il patriarca ha spiegato come i carcerati fanno parte del tessuto cittadino e che anche da loro può arrivare la speranza per una rinascita di Venezia.
"Nella vostra rappresentazione - ha affermato Moraglia - avete messo in luce la fragilità di Venezia che non riesce a trovare la forza perché non sia violentata da presenze eccessive e invadenti. Ha bisogno di un tessuto che voi potete aiutare a ricostruire se usciti dal carcere volete fare la vostra parte. Guai se i nostri errori diventassero la nostra persona.
Sbagliare è di tutti, ma non rimaniamo fermi nel nostro sbaglio. Siete dei valori, persone capaci che, se cambiate marcia, ci darete una bella lezione". A conferma della capacità dei ristretti il patriarca ha sottolineato la bellezza dei prodotti di serigrafia della Cooperativa Rio Terà dei Pensieri e delle maschere in cartapesta, tessuti Rubelli e foglie d'oro del laboratorio di maschere del carcere guidato da Mauro Mabo.
"Tra un mese uscirò dal carcere - ha detto Mabo - e riprenderò l'attività di mascarero nella mia bottega. Spero che ciò che abbiamo fatto non vada perso e che anzi i laboratori del lunedì crescano di spazio e ore sotto la guida di chi prenderà il mio posto".
In tutte le testimonianze dei detenuti il desiderio del riscatto e la responsabilità degli atti sbagliati compiuti. Ad ascoltarli con il patriarca la direttrice del carcere Immacolata Mannarella, la presidente della Corte d'Appello Ines Maria Luisa Marini,il presidente del Tribunale Salvatore Laganà e il viceprefetto Sebastiano Cento.
Prima della messa il patriarca con i suoi accompagnatori ha visitato il braccio di destra della struttura carceraria dove ha potuto sentire le storie degli ospiti con più profondità. "Ci ha colpito qualche ragazzo di 19-20 anni che trova con qualche compagno di stanza anche un cammino di recupero - ha raccontato Moraglia. È stato bello questo momento aggiuntivo che fa seguito anche alla visita pastorale dove avevamo potuto stare anche un'ora con gli operatori di polizia penitenziaria e con i volontari. Ho visto il loro desiderio di venire incontro, in un contesto non facile, a certe situazioni dove il comportamento delle persone è legato a stati di salute".
di Nunzio Smacchia*
Gazzetta del Mezzogiorno, 19 dicembre 2019
La società attuale e il pensiero moderno sono attraversati da un sentimento molto forte che è la paura, rappresentata e vissuta in tutte le sue forme e in tutti i suoi contesti. L'idea della funzionalità sociale scevra da crisi, trasformazioni e identità è alla ricerca di un concetto unitario, garante e rassicurante, che possa dare nuovi modelli interpretativi in una dinamica psichica e mentale, che confluiscano nel pensiero-azione e attuino una sinergia sociale.
La paura ha accompagnato l'uomo da sempre, segnalandogli pericoli e stati d'animo di fronte all'inconoscibile e oggi è un grave motivo di ansia e di preoccupazioni esistenziali costituite da catastrofi, malattie e crimini sempre più efferati.
L'uomo ingaggia con la paura lotte distruttive e riesce, poi, a emergere da forze contrarie. Si ritiene che il razzismo sia un modo per negare diritti, per distruggere persone e popolazioni in nome di un'ideologia e lo si alimenta in maniera inconscia, senza sapere riconoscerlo e soprattutto senza rendersi conto del perché si hanno queste reazioni negative; non sempre il termine razzismo è esplicitato chiaramente, ma spesso è accompagnato da stati emotivi che racchiudono disapprovazione e odio per persone ed etnie. In questo modo si formano nell'individuo sacche di ozio intellettuale, che distraggono e allontanano dalla conoscenza, dalla riflessione, dal confronto e dalla comprensione dell'altro.
E questo processo si chiama pregiudizio, che diventa ideologico quando nega cose diverse. Il razzismo, quello antropologico e culturale, si presenta con modelli stereotipati, sotto mentite spoglie, alle volte come "differenza culturale" che si ha quando si sostiene una visione etnocentrica, per le accezioni ideologiche, complesse e molteplici. In sostanza, il razzismo è "l'atteggiamento di esclusione che assume il carattere di permanenza" (Colette Guillaumin), di chi si presenta come altro.
La segregazione è un modo di essere, di pensare e di comportarsi, escludendo qualcuno o qualcosa in modo definitivo; va ricercata nei concetti e nei fenomeni di etnicismo, di religione e di genere, termini che hanno in comune una connotazione di fondo: la paura. Questo sentimento di brivido racchiude la paura dell'altro, di ciò che non si conosce, che può in qualche modo limitare il proprio esistere. La mentalità che è alla base del razzismo criminoso è la filosofia della paura e, in casi più estremi, la logica del terrore. La concezione del razzismo isola chi è diverso, non favorendo la conoscenza.
Questa negazione porta all'ignoranza e alla formazione di stereotipi, cioè quelle cognizioni che sono già patrimonio degli altri e che da questi sono condivise. La paura, quindi, non riesce a vedere al di là del naturale dell'Altro, non distingue le differenze culturali, fisiche, morali e reali; si crede vero ciò che è approvato dalla generalità e si respinge, e quindi non si accetta, quanto non rientra in essa.
Al razzismo si associa l'idea di razza, facendone esclusivamente un fatto sociale. In questo rientra il termine pregiudizio, ossia un assunto che non viene esposto ad una giusta fase di riflessione. Se ci sono forme codificate di tradizione e di pensiero di un certo tipo di cultura che non si confronta con altre, questa diventa una sorta di gabbia da cui non è facile uscirne, senza forzarsi: diventa pregiudizio.
Il preconcetto, avvalorato da diverse considerazioni psico-sociali, determina manifestazioni d'intolleranza e di discriminazione, a volte criminali, come il negare i più elementari diritti umani. Nel pregiudizio è radicata la rigidità tipica del soggetto psicologicamente autoritario, anche se non sempre questi è un individuo che ricorre ai pregiudizi; può essere intollerante, ma non per questo una persona piena di pregiudizi.
di Marco Cappato e Marco Perduca*
Il Riformista, 19 dicembre 2019
Sembrava che la maggioranza del governo Conte 2 fosse meno ideologizzata, invece non ha toccato le politiche proibizioniste dei governi precedenti che minacciano il carcere contro libertà e scienza.
Sono passati quattro mesi dalla formazione del Governo Conte 2 e, malgrado la composizione della maggioranza che lo sostiene potesse lasciar intendere atteggiamenti meno ideologizzati, nessuna delle leggi e politiche proibizioniste adottate dai Governi che lo hanno preceduto in materia di scienza e libertà individuali è stata messa in discussione.
Allo stesso tempo il Parlamento, anche quando espressamente tirato in ballo dalla Corte Costituzionale, non ha esercitato alcun tipo di autonomia riformatrice: dalle decisioni necessarie per definire quali tutele occorra garantire per il cosiddetto "fine vita" fino al più recente blocco dei chiarimenti necessari per poter consolidare il commercio di "cannabis light", passando per le dotazioni alla ricerca scientifica, sia in termini di risorse che di regole, niente è stato fatto.
Eppure non passa giorno che non si venga informati di vertici, summit o riunioni notturne dei Consigli dei Ministri o di abbandoni di gruppi, scissioni o accese assemblee parlamentari. Tutto continua a ruotare attorno a dinamiche interne ai partiti, o comunque si chiamino oggi. Mentre c'è chi, giustamente, si scaglia contro il cosiddetto populismo penale, che ritiene di dover affidare all'indurimento delle pene il governo di vari tipi di comportamenti, dai reati più gravi al piccolo spaccio, molte delle norme proibizioniste e anti-scientifiche degli anni scorsi restano in vigore con le drammatiche conseguenze che provocano in termini di libertà individuali e di progresso scientifico.
Leggi e politiche eredità di Governi di centro-destra e centro-sinistra. Resiste la pena fino a sei anni di carcere per chi vuole far ricerca sugli embrioni umani; le pene relative a reati (non gravi) connessi alle droghe illecite possono arrivare fino 6 anni per la cannabis - addirittura sette per coltivazione! - se invece si tratta di altre sostanze più "pesanti" la galera può arrivare fino a 20 anni.
Carcere da 3 mesi fino a 10 anni, a seconda dei ruoli, per medici, coppie e gestante per una gestazione solidale; fino a 12 anni di carcere per i medici che accogliessero la richiesta di malati terminali sottoposti a sofferenze insopportabili e non tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale di porre fine alla propria esistenza. Per non parlare di un apparato di segnalazioni prefettizie o sanzioni amministrative che, nel caso di uso personale degli stupefacenti illeciti, nella "seconda repubblica" ha interessato oltre un milione di persone! E se in un paio di occasioni non fosse intervenuta la Corte Costituzionale la situazione sarebbe ancora peggiore.
Nel 2014 infatti la Consulta ha reso incostituzionale buona parte delle norme contenute nella legge sulle droghe del 2006, la cosiddetta legge Fini-Giovanardi, consentendo una sostanziale (anche se non formale) depenalizzazione almeno dell'uso personale sporadico; nell'ottobre scorso invece, ha chiarito che in alcuni casi l'aiuto al suicidio non dev'esser necessariamente punito, come lo era indiscriminatamente con una reclusione da cinque a 12 anni dal 1930.
Nella sua sentenza relativa al caso Cappato-Dj Fabo, la Consulta non ha potuto fare a meno di ribadire, e "con vigore", che "la materia formi oggetto di sollecita e compiuta disciplina da parte del legislatore". Nel settembre del 2018 la Corte aveva concesso 11 mesi al Parlamento per poter discutere e individuare una riforma in tema di fine vita nel solco dei principi costituzionali.
Sebbene l'iter legislativo fosse iniziato nella primavera scorsa, la mancanza di consonanza tra il Movimento 5 Stelle e la Lega fece bloccare il tutto. Quell'inazione ha regnato e continua a regnare sovrana. Archiviata l'anti-politica, passata di moda la rottamazione, scomparse le ideologie del secolo scorso cosa resta? Il sovranismo? Il populismo? L'europeismo?
Resta sicuramente la Costituzione che prevede, tra le altre cose, che i cittadini si possano fare legislatori nell'abrogare leggi dello Stato per via referendaria oppure nel presentare alle Camere proposte di legge d'iniziativa popolare. Strade che abbiamo percorso in passato e che, ancora oggi, vedono l'Associazione Luca Coscioni, assieme ad altre associazioni, a partire da Radicali Italiani, tra i pochi soggetti organizzati che attivano quanto previsto dalla Carta.
Anche in questo caso, in questa legislatura nessun gruppo politico si è adoperato per corrispondere a questa volontà popolare. Come ci insegna la storia delle riforme strutturali nel nostro Paese, dal divorzio all'aborto passando per l'obiezione di coscienza, là dove non arriva la politica ufficiale possono - devono? - arrivare i cittadini che, disobbedendo leggi ingiuste, cercano di far scaturire modifiche nei codici per ampliare, tutelandole, le libertà che devono essere informate dal confronto e confortate da evidenze frutto della ricerca.
La partecipazione diretta delle persone può fare la differenza. Questi sono i temi che affronteremo nel Consiglio generale pubblico dell'Associazione Luca Coscioni che si terrà oggi pomeriggio a Roma all'Hotel Bernini. I lavori saranno preceduti al mattino da un Seminario giuridico su "Libertà fondamentali alla fine della vita: Il caso Cappato" presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati.
*Associazione Luca Coscioni
di Daniele Zappalà
Avvenire, 19 dicembre 2019
Il riconoscimento per la libertà di pensiero è stato assegnato dal Parlamento Ue al professore condannato all'ergastolo da Pechino per "estremismo" e tenuto in carcere in una località segreta. All'ergastolo da cinque anni. Economista e militante per i diritti del popolo uighuro e delle altre minoranze in Cina, Ilham Tohti ha appena superato in prigione la soglia dei 50 anni, dopo la condanna all'ergastolo nel 2014 che gli è stata inflitta dalle autorità cinesi, con l'accusa di "separatismo". Come accademico, si è in particolare occupato delle relazioni fra uighuri e etnia Han. Gli sono già stati conferiti, a testimoniare il ruolo che sta assumendo, il Premio Martin Ennals per i difensori dei diritti umani (2016), così come, lo scorso settembre, il Premio Vaclav Havel, da parte del Consiglio d'Europa.
Al centro dell'emiciclo blu in silenzio, una sedia nera vuota. Poi, da ogni parte, scrosciano gli applausi, tanto dagli eurodeputati in piedi, quanto dalle tribune superiori gremite pure di studenti. Al cinquantenne Ilham Tohti, condannato all'ergastolo dalle autorità cinesi e rinchiuso in cella nello Xinjiang del popolo uighuro martoriato, o forse a Pechino, o in un'altra località tenuta segreta, l'eco calorosa della cerimonia di ieri del Premio Sakharov per la Libertà di pensiero giungerà con un ritardo impossibile da prevedere.
Ma è chiaro a tutti i presenti, a cominciare dalla figlia neolaureata Jewher Ilham, giunta dagli Stati Uniti per ritirare il riconoscimento, che l'emiciclo si è trasformato ancora una volta in megafono: grazie al premiato assente, un apprezzato professore universitario d'economia divenuto il simbolo dei diritti umani uighuri calpestati, è ormai presente sotto gli occhi degli europei, se non del mondo, un dramma la cui ampiezza è stata a lungo negata o minorata.
Adesso, quale sarà il destino di Tohti? "Il Parlamento europeo chiede la sua liberazione immediata e incondizionata", ha lanciato il presidente David Sassoli, tratteggiando il percorso di un uomo ammirato, oltre che per le convinzioni di ferro, anche per la prospettiva non violenta abbracciata negli anni, contraddicendo l'etichetta ufficiale di "estremista" incollata da Pechino sul capo del cinquantenne: "Da oltre vent'anni, lavora instancabilmente per promuovere il dialogo e la comprensione reciproca tra gli uighuri e gli altri popoli cinesi. Ciononostante, è stato condannato all'ergastolo con l'accusa di separatismo".
In direzione di Pechino, il presidente dell'Europarlamento ha rivolto parole di fermezza: "Vorrei che la parola del Parlamento Europeo venisse presa sul serio da parte delle autorità cinesi e credo che sia saggio per loro ascoltare la voce del Parlamento Europeo". Con un'attenzione alla libertà delle persone, la Cina "sarà ancora più importante", ha aggiunto.
Un'occasione colta da Sassoli anche per evocare i precedenti vincitori del Premio Sakharov anch'essi reclusi e isolati da sistemi repressivi, come il cineasta ucraino Oleg Sentsov, premiato l'anno scorso e liberato da Mosca lo scorso settembre, nel quadro di uno scambio di prigionieri. Il megafono democratico di Strasburgo può dunque talvolta contribuire a propiziare esiti insperati almeno su scala individuale, se non collettiva.
Magari attraverso il sostegno attivo delle diplomazie degli Stati europei e al ruolo dell'Alto rappresentante Ue (presente ieri a Strasburgo), ai quali Sassoli ha chiesto "di prestare molta attenzione ai diritti umani nelle relazioni fra l'Ue" e le altre cancellerie planetarie. Visibilmente emozionata, Jewher Ihlam ha ringraziato tutti calorosamente, confermando di non sapere dove si trova il padre, di cui la famiglia non riceve notizie dal 2007.
Il nome di Tohti era stato proposto dal gruppo liberale "Renew Europe", ma la giornata di mercoledì ha offerto una preziosa vetrina anche ai finalisti del premio, scelti da altri gruppi all'interno dell'emiciclo. Fra questi, "The Restorers", ovvero cinque adolescenti keniote che hanno creato un'App rivolta alle coetanee che intendono opporsi alla piaga ancora estremamente diffusa dell'infibulazione. In risalto anche la battaglia per preservare la foresta amazzonica, con la presenza a Strasburgo di un rappresentante del celebre capo indigeno Raoni, ma anche della militante Claudelice Silva dos Santos. Per la stessa causa, a titolo postumo, è stata premiata pure un'altra brasiliana, Marielle Franco.
- Migranti. Mercantili usati per i respingimenti. Italia denunciata all'Onu
- Migranti. Migliaia di vite a rischio lungo la frontiera orientale europea
- Migranti. Di Maio dà il via libera al processo contro Salvini: oggi previsto il primo voto
- Pietro Ioia Garante dei detenuti a Napoli e la sua storia di recupero e di impegno
- I penalisti: ora i dati sui reati prescritti. Bonafede: vediamoci









