di Alessandro Orsini
Il Mattino, 11 novembre 2019
Cinque soldati italiani in Iraq gravemente feriti a causa di una mina e uno di loro ha purtroppo subito l'amputazione di una gamba. All'analisi dei fatti vogliamo far precedere il nostro cordoglio. Per quanto i dati sul sito del ministero della Difesa siano in aperta contraddizione - in un grafico i soldati italiani in Iraq e in Kuwait sono 868, in un altro 1.497 - l'Italia risulta essere impegnata in 37 missioni.
Di queste 35 sono internazionali, in 22 Paesi, che impegnano 12,900 unità. Un dispiegamento così ampio di forze espone inevitabilmente a pericoli mortali, che purtroppo si manifestano oggi, a pochi giorni dall'anniversario della strage di Nassiriya, sempre in Iraq, il 12 novembre 2003. Passando all'analisi dei fatti, la domanda che tutti si pongono è se siamo in presenza di un attentato mirato oppure di un evento accidentale.
Gli elementi a nostra disposizione inducono a ritenere che, né i capi di al Qaeda, né quelli dell'Isis, abbiano elaborato una strategia d'attacco contro i soldati italiani. Per valutare i pericoli che corrono i soldati italiani in Iraq, occorre sapere che cosa sia la "gerarchia dell'odio" delle organizzazioni jihadiste: uno strumento concettuale da noi elaborato per entrare nella mente dei terroristi e prevedere le loro mosse.
Nella mente dei terroristi dell'Isis, i Paesi dell'Europa occidentale non sono tutti odiati allo stesso modo e, di conseguenza, non tutti sono esposti agli stessi pericoli. I vertici dell'Isis hanno sviluppato una gerarchia dell'odio che pone i Paesi europei su un podio a cinque scalini.
I più odiati sono quelli che hanno bombardato le roccaforti dell'Isis in Siria e in Iraq ovvero Francia, Inghilterra, Belgio, Olanda e Danimarca. Sul secondo gradino, ma in realtà a pari merito con i primi, si trovano gli Stati che hanno inviato i propri soldati a ingaggiare il corpo a corpo con i militanti dello Stato Islamico ovvero Turchia, Iran e milizie di Hezbollah.
Sul terzo gradino siedono i Paesi che, come la Germania, hanno inviato soldati, aerei e navi da guerra in attività di supporto alla Francia, ma senza un ruolo combattente. Sul quarto gradino ci sono quelli che si limitano a inviare i propri soldati a presidiare strutture di pubblica utilità è ad addestrare i soldati iracheni al combattimento contro l'Isis.
Sul quinto gradino, vi sono gli Stati europei che, pur appartenendo alla coalizione anti-Isis, in realtà non fanno niente. L'Italia si trova al quarto posto perché non ha mai voluto sparare contro i jihadisti, nonostante gli inviti ripetuti della Casa Bianca, limitandosi alle attività di addestramento e protezione di infrastrutture, come la diga di Mosul. Ne consegue che e molto meno odiata della Francia, ma comunque esposta a pericoli.
Tuttavia, tali pericoli sono quelli a cui chiunque sarebbe esposto in un teatro di guerra, come imbattersi in una mina. Siccome l'Italia non è stata mai bersagliata dai jihadisti quando la lotta sul campo contro lo Stato islamico era più intensa, vale a dire nel periodo 2015-2017, è difficile immaginare che il successore di al Baghdadi scelga di accanirsi contro l'Italia, che ha un ruolo così marginale nella lotta frontale contro il terrorismo, come strategia per imporre un'immagine vincente di sé.
Non risulta inoltre - scandagliate tutte le analisi che i servizi segreti hanno presentato al Parlamento - che i capi dell'Isis abbiano mai cercato di organizzare un attentato in Italia. È possibile che, nelle prossime ore, l'Isis cerchi di "intestarsi" questo atto di guerra con un comunicato, ma non significherebbe necessariamente che l'Isis abbia voluto colpire i soldati italiani intenzionalmente.
Una cosa è organizzare un attentato; altro è sfruttare mediaticamente il suo accadimento per dare un'immagine vincente di sé. Detto più semplicemente, i vertici dell'Isis hanno rivendicato non pochi attentati, che però non avevano organizzato.
Quasi certamente continueranno a farlo anche dopo al Baghdadi. Per comprendere le mosse "punitive" dell'Isis, occorre sapere che i suoi capi attribuiscono la massima importanza alla politica estera dei Paesi nemici. Al momento, non risulta che Luigi Di Maio abbia modificato la linea strategica dell'Italia nella lotta contro le organizzazioni jihadiste.
di Eva Thiébaud e Morgane Remy*
Il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2019
Violazione dei diritti dell'uomo. L'Osservatorio sugli armamenti e altre Ong hanno raccolto testimonianze di dissidenti "bastonati e rinchiusi" nell'area segreta degli Emirati a Balhaf. Sono stato rinchiuso in una cella. Poi mi hanno preso a pugni e bastonato, trascinato per la barba e colpito al volto. Mi hanno fatto credere che i miei compagni di cella mi avessero denunciato e accusato di far parte dell'Isis, di Al Qaeda o dei Fratelli Musulmani".
Mohammad (nome di fantasia) è yemenita. Sostiene di essere stato rinchiuso e picchiato dalle forze emirate a Balhaf, costa sud dello Yemen, in un sito industriale gestito dal consorzio Yemen Lng (Ylng) il cui principale azionista è il gruppo francese Total (circa il 40%).
La sua testimonianza emerge da un rapporto pubblicato giovedì scorso dall'Osservatorio sugli armamenti e dalla Ong SumOfUs, in collaborazione con Amici della Terra ("Operation Shabwa - La Francia e Total in guerra nello Yemen?"), che Mediapart e Le Monde hanno potuto consultare.
Vi sono prove che l'impianto di Balhaf è stato usato dagli Emirati Arabi Uniti come prigione segreta dove i detenuti sarebbero stati sottoposti a trattamenti "disumani e degradanti". I fatti risalgono al 2017 e 2018, durante la guerra, ancora in corso, tra i ribelli Huthi, un movimento politico islamico armato, e il governo di Abd Rabbih Mansur Hadi, presidente riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dal 2015 dalla coalizione di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Abbiamo contattato sia Total che Ylng, senza risposta.
Dall'ufficio del primo ministro Edouard Philippe ci è stato spiegato che se "la Francia ha sostenuto questo progetto industriale, la gestione del sito e la ripresa delle attività spetta al consorzio Ylng".
E hanno aggiunto: "I fatti molto seri che segnalate dovranno essere verificati". L'impianto, aperto nel 2009, rientrava all'inizio nella strategia della multinazionale francese di sviluppare il gas naturale per il mix energetico. Lo stabilimento di Balhaf, alimentato da un gasdotto collegato ai giacimenti di gas della città di Marib, produceva Lng (Liquefied Natural Gas) che veniva venduto a clienti internazionali via il porto di Balhaf. Lo stabilimento, strategicamente importante per la multinazionale, era e rimane vitale per l'economia yemenita. Con il suo costo di 5 miliardi di dollari, rappresenta il più grosso investimento mai realizzato nel paese.
Le esportazioni potrebbero fruttare "quasi un miliardo di dollari all'anno al governo", secondo Aws Al-Aoud, il ministro del Petrolio yemenita. Un reddito essenziale per il paese più povero del Medio Oriente. Assicurare la protezione del consorzio Ylng a Balhaf è dunque importante. Il sito che, oltre alla zona industriale, comprende anche abitazioni, una moschea e una mensa, è protetto da "torri di osservazione, sensori e telecamere anti intrusione e checkpoint", notano le associazioni.
Della sua sicurezza si occupano delle società yemenite come Al Maz, G4S Limited o Griffin Limited, ma anche compagnie militari private francesi come Pro-Risk o Surtymar e gruppi militari vicini all'esercito yemenita. Sul posto è presente anche l'esercito francese. "Ylng ha convinto il governo francese a inviare delle pattuglie navali per addestrare i soldati yemeniti basati a Balhaf nel maggio 2009", scriveva l'ambasciatore americano dell'epoca in una missiva diplomatica rivelata da WikiLeaks.
La militarizzazione del sito ha consentito allo stabilimento di funzionare a pieno regime anche a conflitto iniziato, dopo che, nel 2014, il movimento Houthi aveva conquistato la capitale yemenita, Sanaa. Quell'anno la fabbrica aveva persino esportato volumi superiori al previsto, secondo i dati di Bp. Ma, a inizio 2015, per "cause di forza maggiore", Total ha sospeso le attività e rimpatriato i suoi dipendenti in Francia, grazie ancora una volta alla presenza della marina militare nazionale. La fabbrica nei fatti non è mai stata completamente ferma.
L'impianto va ad attività ridotta per preservare le installazioni, facendo intervenire sul posto 50 "volontari" yemeniti. "Due squadre si alternavano ogni quattro settimane - ha confermato a Mediapartun tecnico presente sul sito da anni -. Avevamo avuto la sensazione di dover agire per il bene del nostro Paese, nonostante i rischi incorsi per attraversare regioni in guerra". La sospensione dell'impianto è coincisa con l'intervento in Yemen, al fianco del presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, accomunati, oltre che dalla volontà di combattere i ribelli Houthi che occupano lo Yemen settentrionale, anche da interessi privati.
"Gli Emirati hanno messo a punto una strategia per controllare il sud dello Yemen e la trafficata rotta marittima che unisce lo stretto di Hormuz allo stretto di Bab el-Mandeb", ha spiegato Tony Fortin dell'Osservatorio sugli armamenti. "Controllare i porti yemeniti permette di limitarne lo sviluppo e la concorrenza che potrebbero fare ai porti emirati - sottolinea Ali Ashal, deputato del Congresso yemenita per la riforma, partito di opposizione affiliato ai Fratelli Musulmani.
Anche la regione di Shabwa, ricca di petrolio, è di loro interesse". Il porto e la fabbrica di Balhaf, all'interno del governatorato di Shabwa, ricco di idrocarburi, è un luogo strategico. "Il sito è una base militare degli Emirati, con armi e logistica. Lo sanno tutti", afferma una fonte del governo yemenita. Da immagini satellitari le associazioni hanno notato la comparsa di nuove infrastrutture sul posto, tra cui "un eliporto".
É possibile che Total, in quanto principale azionista, ignori la trasformazione del sito in caserma? "Total è al corrente", ci ha detto un membro del governo yemenita, a condizione di conservare l'anonimato.
E il governo francese? "La Francia è un alleato storico degli Emirati Arabi Uniti", ha sottolineato Tony Fortin, ricordando le ingenti vendite d'armi alla monarchia del Golfo: 3,5 miliardi di euro di ordini tra 2009 e 2018, secondo il rapporto parlamentare 2019 sulle esportazioni di armi. I due paesi hanno recentemente rafforzato la cooperazione, in materia di "pace e sicurezza regionali" e di "lotta contro il terrorismo".
Nel campo dell'energia, il governo francese ha impegnato fondi pubblici per il progetto dell'impianto di liquefazione yemenita attraverso un'assicurazione che copre parte dei rischi assunti dalle banche finanziatrici del progetto. Il ministero dell'Economia ha confermato una polizza assicurativa di 240 milioni di dollari.
"Significa che i contribuenti potrebbero trovarsi nella situazione assurda di doversi assumere i rischi finanziari presi da Total in Yemen - denuncia Cécile Marchand, dell'associazione Amici della Terra. E, peggio ancora, che lo stato francese si ritrova complice delle violazioni dei diritti umani perpetrate a Balhaf".
Le associazioni denunciano anche la creazione sul sito nel 2017 e 2018 di una prigione segreta, basandosi sulle testimonianze di due yemeniti, tra cui Mohammad. "Tra 5 e 10 detenuti sono ammassati in celle minuscole, di 5-8 metri quadrati. Dormono per terra. Non c'è acqua corrente e si soffoca per il caldo. Vengono segnalati casi di tortura e maltrattamenti: i prigionieri sono picchiati e i malati lasciati senza cure", si legge nel rapporto. Anche l'associazione Sam di Ginevra per i diritti e la libertà aveva registrato l'arresto nell'agosto 2017 e la detenzione nel sito di Balhaf di diverse persone, tra cui bambini.
"Una donna ha descritto la detenzione della sua famiglia, compresi i suoi bimbi, trasportata in elicottero e rinchiusa a Balhaf", ha detto a Mediapart Tawfik Hamidi, avvocato yemenita che lavora per l'associazione. Più in generale, media e associazioni hanno denunciato l'esistenza, tra 2017 e 2018, di una rete di luoghi di detenzione gestiti dagli Emirati Arabi Uniti situati intorno ai porti di Aden e Mukalla.
"Le persone che vi sono rinchiuse sono in genere accusate di appartenere a al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap)", scrivono l'Osservatorio sugli armamenti e Sum Of Us. Secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International, verrebbe preso di mira anche chi critica la coalizione e i suoi alleati, tra cui attivisti e giornalisti, nonché sostenitori e membri del Congresso di riforma yemenita. "Tuttavia - scrive ancora Amnesty - molti arresti si baserebbero su sospetti infondati e vendette personali".
La Ong reclamava già nel luglio 2018 l'apertura di "inchieste per crimini di guerra". "In queste carceri si sono verificati atti di tortura", hanno dichiarato a Media-part Bonyan Jamal e Ali Al Razzaqi, due avvocati della Ong yemenita Mwatana for Human Rights, che lavorano sulle prigioni segrete. Le associazioni chiedono ora l'apertura di una commissione d'inchiesta per fare luce sulle responsabilità della Francia nella situazione in Yemen.
Dopo le rivelazioni di giovedì, Total ha diffuso un comunicato: "Total è stato informato nell'aprile 2017 dalla Yemen Lng, della requisizione, da parte delle autorità internazionalmente riconosciute dello Yemen, di una parte delle installazioni del sito di Balhaf, non in uso, a favore delle forze della coalizione". Ma che Total "non dispone di informazioni relative all'uso che la coalizione ne fa".
*Traduzione di Luana De Micco
di Liana Milella
La Repubblica, 10 novembre 2019
Intervista al ministro della Giustizia. "Sulla giustizia il Pd non si comporti come la Lega che ha fatto di tutto per bloccare la mia riforma, mentre insieme possiamo scriverne una veramente rivoluzionaria". Dice così a Repubblica il Guardasigilli Alfonso Bonafede. Che non vede una crisi di leadership per Di Maio e sull'Ilva dichiara "ho piena fiducia in Conte e Patuanelli".
di Maria Giovanna Cogliandro
larivieraonline.com, 10 novembre 2019
Intervista a Stefano Musolino, pm presso il Tribunale di Reggio Calabria. "Una pena che prevede solo anni di galera da scontare non basta. Il gretto giustizialismo non migliora chi si è perduto. Serve interrogarsi sulla genesi dei fenomeni che conducono al reato, sulle responsabilità, sulla distribuzione delle risorse e degli investimenti necessari affinché la pena abbia davvero una funzione rieducativa. Anche se questo significa disturbare i poteri politico-economici che dall'attuale situazione traggono beneficio".
di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 10 novembre 2019
Una vicenda torbida. Un'inchiesta che fa tremare. E una proposta provocatoria dal volontariato. Nella storia delle accuse ad Antonello Nicosia che - secondo la cronaca fin qui disponibile, sempre in aggiornamento, in attesa del giudizio - "avrebbe sfruttato il suo ruolo di assistente parlamentare di una deputata nazionale per entrare in carcere, parlare con potenti mafiosi e portarne all'esterno le direttive, minacciare altri detenuti".
di Piero Sansonetti
Il Riformista , 10 novembre 2019
1. Nel mese di maggio scorso, la Procura di Perugia trasmette al Consiglio Superiore della Magistratura i verbali di conversazioni intercettate tra magistrati, componenti del Csm e politici aventi a oggetto il futuro assetto delle nomine dei principali uffici giudiziari.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 10 novembre 2019
Presa di posizione della Camera penale di Milano per la decisione della Procura di distribuire agli organi di stampa atti processuali riguardanti indagini giunte alla loro conclusione.
"Con quale animo e fiducia le persone indagate e i loro difensore" possono "rappresentare le proprie difese" davanti "a un pubblico ministero che si è appena presentato alla stampa magnificando i risultati dell'indagine che ha consentito di accertare le cause e, implicitamente, i colpevoli del fatto?".
La domanda, retorica, è formulata dalla Camera penale di Milano all'indomani della decisione della Procura del capoluogo lombardo di distribuire agli organi di stampa atti processuali riguardanti indagini giunte alla loro conclusione. Se l'iniziativa poteva avere lo scopo di eliminare la rincorsa del giornalista al maresciallo o al sostituto per avere la "chiavetta" con gli atti d'indagine, il risultato è stato però quello di aver "istituzionalizzato" il processo mediatico. Il tema non è nuovo: bilanciare interessi meritevoli di tutela, come il diritto di cronaca e il rispetto della presunzione di non colpevolezza. Le norme attuali vietano la pubblicazione degli atti processuali, ma non del loro contenuto, qualora già conosciuto o conoscibile dall'indagato.
"Si tratta - aggiungono i penalisti - di norme a presidio sia della segretezza delle indagini che delle modalità di formazione del convincimento del giudice". Il problema italiano, quello della indiscriminata diffusione di atti d'indagine coperti dal segreto, poteva essere risolto se fosse stata recepita la direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio dell'Ue numero 343 del 9 marzo 2016.
"Gli Stati membri - si legge - adottano le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato non sia stata provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole".
Tale direttiva avrebbe dovuto essere recepita lo scorso anno. "Ancora non è stato fatto nulla, in piena coerenza con l'imperante populismo giustizialista che sconosce il concetto stesso di presunzione di innocenza", sottolineano i penalisti. "È in questo vuoto normativo che si inseriscono le iniziative della polizia giudiziaria che diffonde ai media i cd trailers giudiziari", affermano, "allo scopo di glorificare la bravura e l'efficienza degli investigatori", con la diffusione "di fonti di prova coperte da segreto", ignorando "il rispetto della presunzione di innocenza".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 10 novembre 2019
"Di tanto il primo giudice ne ha dato debito conto". Non l'ha detto il ministro degli Esteri. Lo ha scritto la corte di appello di Napoli in una sentenza di qualche settimana fa. E si potrebbe fare spallucce davanti a quest'opera di macellazione della nostra lingua, considerando che infine non c'è da stupirsene in un Paese dove il capo del governo si affatica senza risultato a mettere insieme una frase mondata dagli strafalcioni che, per dirla con lui, gli "sgorgano naturali", o dove il direttore di un importante quotidiano se ne esce con "proseguio", e su su fino ai comunicati della Presidenza della Repubblica allegramente maculati da sfondoni che manderebbero alla bocciatura già un undicenne.
Il Dubbio, 10 novembre 2019
Il Garante nazionale partecipa in qualità di persona offesa al procedimento riguardante presunti episodi di maltrattamento nei confronti di un detenuto straniero avvenuti nella Casa circondariale di San Gimignano. Tale ruolo nel procedimento, riconosciuto dal gip di Siena che aveva notificato al Garante nazionale l'ordinanza applicativa della misura cautelare emessa nei confronti degli indagati, "consentirà - si legge in una nota del Garante, che sarà rappresentato dall'avvocato Michele Passione - di seguire l'indagine e di contribuire a fare chiarezza su quanto avviene negli istituti di pena e a contrastare l'impunità". Come riportato da Il Dubbio, lo scorso 23 settembre il Garante nazionale aveva convocato una conferenza stampa nella quale aveva fornito alcuni chiarimenti sul contesto della notizia di reato e su altre inchieste analoghe condotte dalla magistratura.
di Giovanni Tizian
L'Espresso, 10 novembre 2019
Intervista al Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. "A Roma la mafia è capillare. E i clan usano la città come lavatrice di denaro sporco". Le sentenze sulla Capitale e Bologna eliminano il reato di associazione mafiosa. Eppure il metodo è sempre lo stesso: intimidazione e assoggettamento.
È mafia. Anzi no. Prima la sentenza della Cassazione sul "Mondo di mezzo " di Massimo Carminati, la fu mafia Capitale, per intenderci. Poi la corte d'Appello di Bologna che cancella il reato di associazione mafiosa, riconosciuto in primo grado, per il re del gioco d'azzardo legale legato alla 'ndrangheta e riconduce il tutto a una semplice banda di delinquenti lasciando tuttavia l'aggravante del metodo mafioso per alcuni reati. Giudici che smentiscono altri giudici. E il cittadino che fatica a orientarsi in questo continuo altalenarsi di giudizi.
Ne abbiamo parlato con il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, che ha vissuto in prima linea l'evoluzione delle mafie. Prima a Napoli sul fronte di Gomorra e dei clan diventati miliardari con l'affare "monnezza", poi a Reggio Calabria dove ha toccato con mano la masso-'ndrangheta messa sul banco degli imputati dall'aggiunto Giuseppe Lombardo. Gli scenari vissuti da protagonista da De Raho sono contraddistinti da organizzazioni che fanno parte di
sistemi criminali più complessi, nei quali il capitale relazionale conta più del kalashnikov.
Procuratore, proviamo a partire dalle basi per nulla scontate oggi. Ci può spiegare cos'è la mafia, cosa sono le mafie?
"Da un punto di vista tecnico-giuridico, il reato previsto dal 416 bis delinea un'organizzazione che si distingue per l'utilizzo del metodo mafioso, mentre l'associazione semplice, punita dal 416, non usa tale metodo"
Davamo per scontato cosa si intendesse per metodo mafioso, ci sbagliavamo...
"Il metodo mafioso porta con sé la forza intimidatoria e di assoggettamento, da questi elementi deriva l'omertà, la paura e la soggezione di chi subisce le attività del gruppo criminale. Ma è proprio su questa linea interpretativa che si gioca la partita. In passato si riteneva che l'esistenza della cosca mafiosa fosse determinata soprattutto dalla territorialità: è mafia se ha un territorio di dominio definito e circoscritto sul quale esprime la propria forza intimidatrice. Da qui le conferme in Cassazione dell'esistenza della camorra, della 'ndrangheta e di Cosa nostra. Forza-territorio, il binomio che ha prevalso per molti anni. Ma nel tempo i giudici si sono resi conto che esistono organizzazioni la cui forza si può manifestare non per forza su un territorio o area geografica. Sono arrivate così le condanne per 416 bis di gruppi criminali albanesi, nigeriani e cinesi, che agivano con metodo mafioso sulle loro comunità e non tanto sul territorio circostante. Si è fatto perciò un salto di qualità interpretativo laddove si è ritenuto che possono esistere "piccole mafie" diverse da quelle tradizionali. E questo ha permesso di riconoscere come associazioni mafiose le cellule autonome delle mafie tradizionali fuori delle regioni meridionali. Oppure pensiamo alle "piccole mafie" di Ostia, il percorso di riconoscimento del clan Fasciani ha seguito giudizi altalenanti: primo grado mafia, secondo grado non lo era più, per la Cassazione ritorna a essere mafia e rinvia in Appello. Questi esempi dimostrano come ormai la giurisprudenza dia più valore al metodo del gruppo criminale che al territorio".
Eppure le ultime sentenze, la Cassazione su Carminati e la Corte d'Appello a Bologna...
"Ovviamente non mi esprimo sul giudizio dato dai giudici. Aspetteremo le motivazioni e capiremo solo allora se la Corte ha intrapreso un diverso orientamento. Tuttavia dobbiamo tenere in considerazione un altro elemento. Ci troviamo sempre più spesso a investigare sulle mafie silenti, organizzazioni storiche che però si impongono nel mercato senza alcuna minaccia. Pensiamo alle mafie tradizionali radicate nel Nord Italia, che operano senza atti di violenza esplicita e si impongono nel tessuto economico con la corruzione, con la forza dell'appartenenza a un gruppo. Non, dunque, l'intimidazione classica".
Un modello che in realtà ricorda la mafia raccontata da Leonardo Sciascia nel "Il giorno della civetta". Il potere legale a braccetto con quello mafioso. Un sistema unico, una mafia trasparente, che si vede e non si vede. Per colpirlo servono nuove leggi?
"Fermo restando il 416 bis, che dal 1982 ci permette di contrastare con efficacia i clan nelle loro diverse declinazioni, dovremmo cercare di guardare anche come queste ulteriori evoluzioni criminali possono essere affrontare nel migliore modo possibile".
Carminati e il suo "mondo di mezzo" rientrano in questo processo evolutivo?
"Da quel che abbiamo visto a Roma colpisce l'altalena di giudizi. Si tratterà di capire che interpretazione hanno dato i giudici di Cassazione agli elementi raccolti. Anche perché è utile sottolineare come sia stata proprio la Cassazione in questi ultimi anni a spostare l'attenzione dal concetto di territorio occupato al metodo usato, dando più valore a quest'ultimo nel riconoscimento del 416 bis. Le mafie del nostro tempo aggregano pezzi di economia sana, alla quale offrono servizi illegali. Così entrano e conquistano settori produttivi. Una volta infiltravano con le estorsioni, l'imposizione per entrare negli appalti. Oggi accedono con il metodo dell'accordo, facendo risultare quest'ultimo vantaggioso. Seppure possa sembrare meno invasiva, condiziona pesantemente la vita delle persone. Pensiamo per esempio agli imprenditori perbene che non scendono a patti e restano esclusi dal giro di appalti e commesse. Che cos'è questa se non mafia?".
Neppure la Banda della Magliana lo era secondo la Cassazione. Eppure c'erano omicidi, sequestri, droga, rapporti con apparati deviati dello Stato, con le mafie tradizionali...
"In quegli anni però i giudici utilizzavano l'interpretazione più restrittiva del 416 bis. Fondata soprattutto sulla territorialità".
Ma quindi a Roma la mafia non c'è?
"Nella Capitale c'è una capillare presenza mafiosa, con decine di clan che usano la città come lavatrice di denaro sporco. Quindi c'è ed è forte".
Risaliamo la penisola. Nel processo d'Appello di Bologna contro il re del gioco d'azzardo legale (ex narcotrafficante legato alla 'ndrangheta) i giudici hanno stabilito che si trattava di associazione semplice, lasciando però l'aggravante del metodo mafioso per alcuni reati. In primo grado, invece, il tribunale aveva riconosciuto il 416 bis. In secondo grado, in pratica, si riconosce il metodo per qualche singolo fatto ma non per l'intera organizzazione...
"Anche per la sentenza di Bologna dovremo attendere le motivazioni. Possiamo intanto dire che il metodo è ciò che contraddistingue l'associazione. Non è facile scindere il metodo dall'organizzazione".
Certo è difficile farlo comprendere ai cittadini non addetti ai lavori...
"Giovanni Falcone diceva: "Cosa nostra è forte perché ha rapporti con la politica e con i poteri economici". Per smascherare la parte "invisibile" delle mafie è necessario mettere insieme elementi che vengono da anni di indagini, valorizzare quei dettagli che in prima battuta sembravano marginali".
Invisibili. Un altro concetto complesso da spiegare al mio vicino di casa.
"Esistono livelli occulti, riservati, all'interno di un'organizzazione, sconosciuti agli stessi affiliati, ai manovali dei clan".
Riciclaggio, corruzione, evasione. Reati spia della presenza mafiosa ma che la maggioranza delle persone non percepisce come allarmanti...
"Non è semplice far comprendere la complessità di clan che non sparano. Però le ricadute delle mafie d'affari sono sotto i nostri occhi, così come i loro investimenti. Pensiamo ai miliardi di euro riversati nelle nostre città che provengono dai traffici di cocaina. Questo è inquinamenti dell'economia. C'è un fiume di denaro che non riusciamo sempre a intercettare".
Dopo la sentenza di Cassazione su Carminati, alcuni hanno esultato: è "solo corruzione", in fondo siamo a Roma, "da sempre è così". La mazzetta non fa paura?
"Dovrebbe farne molta invece. Distrugge l'economia, riduce la libertà degli imprenditori, dei cittadini. Trasforma i diritti in favori concessi al miglior offerente. Chi non paga resta fuori, fallisce, muore. E non è un caso che nelle indagini sulla corruzione si stiano usando strumenti antimafia. Anche perché sempre più di frequente scopriamo che sono le cosche a usare la corruzione per oliare meccanismi della pubblica amministrazione".
Le indagini sulla massoneria e le mafie, pensiamo a Reggio Calabria, le inchieste sul sistema messo in piedi da Antonello Montante dietro il paravento della legalità, mafia Capitale e le indagini sul gioco d'azzardo legale, come quella di Bologna. C'è un filo interpretativo unico?
"Il tratto comune è la complessità. Sono fenomeni che sfuggono allo stereotipo del padrino. Si inseriscono in contesti più ampi, di sistemi criminali che interagiscono e si rafforzano. Un tempo era sufficiente guardare alla struttura della cosca, oggi andrebbero osservati i settori economici di alto livello, ma qui riconoscere la mafia diventa ancora più difficile. La confisca delle attività, piccole e medie, di proprietà delle cosche non è del tutto indicativa della vera pervasività delle organizzazioni".
Cioè?
"Bisogna investire di più sulle indagini che puntano ai grandi meccanismi economici e finanziari. Andrebbe a vantaggio di chi in quel settore rispetta le regole ed è tagliato fuori da chi invece costruisce imperi con altri metodi".
Non le sembra che l'attenzione di tutti sia notevolmente calata sulla questione mafiosa?
"Che si parli poco di mafia mi sembra evidente. Quando Mario Draghi era a capo di Bankitalia, nella sua relazione finale denunciava l'asfissiante pressione delle mafie sull'economia italiana. Draghi ci stava dicendo: il Paese ha una grande zavorra, le mafie. Da allora, tuttavia, i fatti indicano che nulla è cambiato. Le mafie si sono raffinate ulteriormente e continuano a infettare il mercato e i gangli vitali delle istituzioni".
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