di Simone Sabattini
Corriere della Sera, 21 dicembre 2019
Condannato a morte, salvato (per ora) da un podcast che ha fatto scuola. La Corte Suprema: giurie truccate, i membri neri costantemente esclusi. Non c'erano ali di folla a proteggerlo dai venti di tempesta fuori dal carcere di Louisville, Mississippi.
C'erano le braccia di due sorelle che non hanno mai smesso di sorreggerlo, pur non potendolo toccare da ormai 23 anni. Curtis Flowers - un nome dolce da cantante soul e un destino amaro da capro espiatorio - torna a casa una settimana prima di Natale, in libertà vigilata, per la prima volta in quasi un quarto di secolo.
È con ogni probabilità il carcerato più perseguitato d'America: processato sei volte per lo stesso crimine (non si ricordano casi simili), un quadruplice omicidio, che sostiene di non avere commesso; è nel braccio della morte da 20 anni. La sua è una storia incredibile, ripescata e ribaltata da un podcast che ormai ha fatto scuola e storia. Dal buio di un villaggio dimenticato nel cuore dell'America fino alla Corte Suprema Usa e alle fragili ali della libertà arrivata quasi per miracolo.
Eppure non ci sarebbe niente di miracoloso, nel (temporaneo) epilogo di questi giorni. Piuttosto, le assurdità riempiono fino farli scoppiare i 23 anni precedenti. Il primo livello - quello delle ripetute condanne a morte - in fondo è persino il meno sorprendente. Una strage di periferia dentro un negozio di mobili a Wynona, Mississippi: 4 morti tra dipendenti e clienti. Chi è stato? Gli inquirenti locali puntano subito il dito su Curtis Giovanni Flowers, un ex dipendente appena licenziato per banali negligenze. "È lui: voleva vendicarsi", dicono.
Trovano le impronte delle scarpe tra il sangue delle vittime, le tracce di polvere da sparo, i proiettili compatibili (non l'arma). Tutto a carico del giovane Flowers, incensurato, che allora ha 26 anni e una figlia piccola. Un ragazzone afroamericano in un paese fermo agli anni 60, quelli di Mississippi Burning: i bianchi da una parte, i neri dall'altra, due mondi separati. E infatti sono tutti sollevati dalla condanna, che pare risarcire una comunità sconvolta. Solo che la Corte Suprema del Mississippi ribalta la sentenza: il processo è stato ingiusto. Lo stesso "colpo di scena" si ripeterà altre 3 volte, dopo altrettanti processi fotocopia.
E qui si passa al secondo livello della vicenda, che ha un contro-protagonista: il procuratore distrettuale Doug Evans, l'uomo che per 20 anni ha provato senza sosta a far condannare Flowers è si è visto rispedire indietro tutte le condanne (in due casi non si è riusciti a raggiungere un verdetto). La ragione è semplice, al netto delle prove rivelatesi sempre più fragili: Evans ha sistematicamente "sbiancato" le giurie, facendo rimuovere i componenti afroamericani. Poteva farlo? Tecnicamente sì: il sistema americano dà facoltà alla pubblica accusa di sostituire i giurati "sospetti". Solo che Evans lo fa solo con i neri. E quando non ci riesce, la condanna non arriva. Avanti così per anni, senza che Flowers possa mai lasciare il carcere.
Poi, l'estate scorsa, dopo una sesta condanna a morte, il caso sbarca a Washington: tocca alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Che fa a pezzi la condotta di Evans: finisce 7-2, con tre giudici conservatori che votano assieme ai liberal. "Condotta palesemente discriminatoria della pubblica accusa, un caso disturbante", scrivono i giudici. Scavando nel passato di Evans si scopre che ha "fatto fuori" i membri neri delle giurie per tutta la sua carriera. Si torna al punto di partenza, ma Flowers resta in galera, e Evans al suo posto: è una carica elettiva. Proverà a condannarlo un'altra volta? Ormai però il castello è crollato, e lunedì scorso un giudice del Mississippi non ha potuto negare la libertà su cauzione.
Ma chi ha bonificato il suolo avvelenato di Wynona, Mississippi? Chi ha fornito tutto il nuovo materiale a giudici e avvocati? È il terzo livello della storia. Porta il nome di un podcast: In the Dark. Sedici puntate prodotte da American Public Media, in parte finanziate dal fundraising, costate pare 100.000 dollari l'una. Un lavoro enorme, avvincente, impressionante. In the Dark ha sgonfiato ogni presunta prova, intervistato testimoni rivelatisi inattendibili, voltagabbana, corrotti, ha stanato un possibile colpevole alternativo. Ed è stato il primo podcast della storia ad aggiudicarsi il prestigioso Polk Award. A conti fatti, Curtis Flowers deve ringraziare soprattutto loro. In attesa che, dopo le accuse, cada anche il braccialetto elettronico e arrivi la libertà totale. Quella vera.
di Chiara Penna
cosenzachannel.it, 20 dicembre 2019
"Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni" scriveva nel 1866 Fëdor Dostoevskij in "Delitto e Castigo". Ed il punto è proprio questo: senza bisogno di estendere il concetto all'idea della pena e del processo penale che attualmente si sta diffondendo nel nostro Paese, in Italia si registra un rovinoso regresso del pensiero evoluto.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 20 dicembre 2019
Si terrà nel carcere di Opera a Milano, oggi e domani, l'VIII Congresso di Nessuno Tocchi Caino. L'appuntamento si svolgerà nel teatro del carcere, oggi dedicato a Marco Pannella, che nel 2015 partecipò a quello che fu il suo ultimo congresso dell'associazione di cui era presidente, animando e dando slancio alla battaglia per l'abolizione dell'ergastolo ostativo, che quest'anno ha colto i suoi frutti con le decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo e poi della Corte costituzionale.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 20 dicembre 2019
È possibile opporsi al blocco delle navi che soccorrono i migranti, senza chiedere l'arresto, o la condanna per reati gravissimi, di chi invece è favorevole al blocco? Seconda domanda: è possibile essere favorevoli alla Tav senza chiedere la prigione per chi si oppone alla Tav?
Ecco, io per esempio sono per la piena accoglienza dei migranti, e depreco le posizioni dell'ex ministro Salvini, che considero reazionarie, sbagliate e anche, talvolta, poco umane: e tuttavia non credo che il senatore Salvini vada messo in prigione. Così come, dopo lunghi "pensamenti" e dubbi, sono fondamentalmente favorevole alla realizzazione della Tav, ma trovo del tutto insensato andare la mattina presto ad arrestare i leader del movimento che si oppone alla Tav.
Ieri è stato il giorno del trionfo dell'idea bipartisan delle manette come strumento essenziale di lotta politica. Abbiamo saputo che il tribunale dei Ministri di Catania ha respinto la richiesta di archiviazione, saggiamente avanzata dalla procura di Siracusa, e ha chiesto al Senato l'autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini che nel luglio scorso, quando era ministro dell'Interno, impedì per diversi giorni lo sbarco di un centinaio di migranti che erano stati soccorsi e trasportati a terra a bordo della nave Gregoretti, della Guardia costiera italiana.
Il tribunale dei Ministri di Catania chiede che Salvini sia incriminato per sequestro di persona, e cioè lo paragona ai banditi che negli anni Ottanta rapivano le persone ricche - anche i bambini - per ottenere cospicui riscatti. La pena prevista per il reato contestato a Salvini è di 15 anni di prigione (e la prescrizione scatterà, con la legge attuale, non prima del 2035). I Cinque stelle l'anno scorso hanno negato l'autorizzazione a procedere, ma stavolta hanno annunciato che la daranno. Santa coerenza.
Nella stessa giornata di ieri la polizia - su mandato della Procura di Torino - ha realizzato una vera e propria retata contro i leader del movimento no Tav. Ha arrestato i due principali leader del gruppo di estrema sinistra che si chiama Askatasuna. (Askatasuna è una parola della lingua basca: vuol dire libertà; ed è anche il nome di un partito politico nazionalista basco di estrema sinistra). 14 arresti in tutto. I più noti sono Giorgio Rossetto e Mattia Marzuoli, che sono tra i leader più in vista del movimento no Tav e che nel luglio scorso, insieme a qualche centinaio di attivisti, partecipano alla manifestazione notturna davanti ai cancelli del cantiere Tav a Chiomonte.
È una manifestazione "estiva" che si svolge tutti gli anni. I nemici della Tav si riuniscono, sfilano, cantano, fanno casino. Qualche volta sparano un po' di fumogeni. Non hanno mai né ferito né contuso nessuno. Neanche una sbucciatura. Non c'è mai stato scontro fisico con la polizia, che in genere resta dentro il recinto dei cantieri e risponde alle proteste tirando lacrimogeni. Ma i lacrimogeni vanno contro i manifestanti, non contro la polizia.
Stavolta i leader dei no Tav sono accusati di avere incitato gli attivisti a danneggiare i cancelli, anzi, il cancello. Non è precisato quale danno sia stato provocato al cancello di ferro. Credo che sia stato notevolmente scrostato e che bisognerà riverniciarlo. I leader dei no Tav sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale, perché non hanno rispettato l'ordine di andar via, di travisamento (reato del quale non so molto, e ignoro se abbia a che fare con la cattiva interpretazione dei testi) e - come si diceva - di danneggiamento. Non sono accusati di lesioni o di reati violenti. I reati contestati (compreso il pericoloso travisamento) sono di luglio, cinque mesi fa, non si può dire che ci sia piena flagranza. Qual è la ragione dell'arresto? La ragione è quella di sempre: fare la faccia feroce, mostrare potere, dare spettacolo.
Torniamo a Salvini. Ieri, giustamente, ha fatto fuoco e fiamme per la notizia della richiesta di autorizzazione a procedere contro di lui. L'ha messa giù con i suoi toni esagerati di sempre, parlando di dovere di difesa dei confini nazionali. Io, naturalmente, penso che non ci fosse nessun confine da difendere, e che ci sia una bella differenza tra le armate austriache del generale Radetzky e quei 131 poveri africani, affamati e disperati, sfuggiti ai lager libici.
Penso però che Salvini abbia ragione a infuriarsi contro l'insensatezza della richiesta di autorizzazione contro di lui, che appare un gesto di intimidazione e di invasione di campo da parte di un pezzetto della magistratura. Sempre più arrogante. Subito dopo però Salvini ha chiesto alla Procura torinese di non essere lassista e di agire con rigore e durezza contro gli oppositori della Tav. Ecco, io vorrei solo che Matteo Salvini si fermasse un attimo piccolo piccolo a riflettere. Come fa a non capire che non si può essere garantisti con la politica del palazzo, e con sé stessi, e poi superare il forcaiolismo di Travaglio, o di Caselli, quando le vittime dei manettari sono i suoi oppositori? Io sono certo che se si ferma a riflettere, e se per una volta rinuncia alla propaganda, capisce che le due posizioni sono incompatibili.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 dicembre 2019
Consentiti l'esame e la copia del materiale. La riforma delle intercettazioni fa un mezzo passo avanti verso la tutela del diritto di difesa. All'avvocato saranno consentiti l'accesso per via telematica a tutto il materiale depositato e l'acquisizione diretta dall'archivio del pm delle conversazioni non trascritte, con possibilità di estrarre copia. Ma il decreto con cui Bonafede ha proposto ieri agli alleati la "correzione" del testo Orlando non rende davvero efficace il divieto di captare i colloqui fra difensore e assistito.
n passo avanti verso le esigenze della difesa, ma non risolutivo. Il decreto intercettazioni riveduto e corretto dal guardasigilli Alfonso Bonafede è la vera novità anche per l'ennesimo conclave sulla giustizia, celebrato ieri pomeriggio a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte.
Ed è anche una risposta efficace, almeno in parte, alle contraddizioni fatte emergere subito dopo l'emanazione del decreto Orlando, due anni fa, da Cnf, Unione Camere penali e Anm: il testo integrativo discusso nel vertice di ieri ridefinisce il divieto di trascrivere le parti irrilevanti o lesive della privacy, che non saranno dunque "filtrate" arbitrariamente dalla polizia giudiziaria, e prevede anche modalità soddisfacenti per l'accesso del difensore, persino la possibilità di estrarre copia. Restano però alcune gravi questioni aperte.
Spiare l'avvocato, il divieto virtuale - La più importante riguarda il divieto di intercettare il difensore, che continua a essere non effettivo. Nella bozza esaminata ieri dal ministro Bonafede con gli alleati non compare infatti alcuna modifica all'articolo 103 del codice di procedura penale, in particolare rispetto alle conversazioni fra l'avvocato e il suo assistito, che restano sì inutilizzabili ma che in realtà i pm potranno continuare ad acquisire, con la possibilità - per i più scorretti - di ascoltarle comunque, e di svelare in modo indebito la strategia difensiva. Il nodo resta eccome, e al momento la maggioranza sembra troppo distratta da altri aspetti del decreto intercettazioni e, soprattutto, dall'eterno tira e molla sulla prescrizione. Ma, come auspicato più volte dal presidente del Cnf Andrea Mascherin, lo stesso esame parlamentare del decreto integrativo di Bonafede potrà essere l'occasione per tutelare finalmente la segretezza delle comunicazioni professionali del difensore.
Cosa dicono le nuove norme - Sono gli aspetti tecnici di una giornata complessa, segnata dalle difficoltà di concludere un accordo in tempi rapidi. L'analisi puntuale delle norme avviene in tempo reale nella stessa riunione di ieri pomeriggio, decisa solo poche ore prima: molti dei numerosi partecipanti all'incontro non hanno avuto modo di arrivarci "preparati".
Altra complicazione è lo stridore fra l'imminente entrata in vigore della nuova prescrizione, a cui Pd e Italia viva sono ormai rassegnati, e il rinvio delle norme sulle intercettazioni, materia tenuta in sospeso fino alla fine del vertice, che finisce quando questo numero del Dubbio è già in tipografia.
Nel dettaglio, le correzioni alla riforma Orlando appor0tate dal testo "integrativo" di Bonafede, anche sulla scia delle richieste di avvocatura e Anm, ricalibrano uno dei punti chiave del testo di due anni fa (mai entrato in vigore): la non trascrivibilità delle comunicazioni irrilevanti e lesive della privacy.
Un divieto non più esplicito per la polizia giudiziaria, in modo da sciogliere il paradosso di una selezione del materiale da riportare nei verbali che altrimenti sarebbe rimasta tutta in capo agli agenti. Non sarà più così, perché gli addetti alle captazioni ora potrebbero anche verbalizzare tutto, ma dovranno tener conto che poi il pm vigilerà affinché dai brogliacci restino fuori quanto meno le espressioni lesive della reputazione, o della privacy, delle persone coinvolte, sdoganate però se rilevanti per le indagini. È chiaro che un problema resta, perché il meccanismo non impedirà di nascondere aspetti utili alla difesa.
Però a fare la differenza è un'altra modifica del codice di rito che consente all'avvocato di esaminare per via telematica tutto il materiale intercettato e verbalizzato per via telematica. Sempre il difensore sarà tra le categorie autorizzate ad accedere fisicamente all'archivio riservato del pm, dov'è custodito anche il materiale non trascritto.
Potrà ascoltarlo ed estrarre copia dei file, e i suoi accessi, come quelli di magistrati, agenti e cancellieri, saranno debitamente annotati in un registro digitale. Rispetto alla tutela della privacy, si interviene un po' a macchia di leopardo. Ridefinito il divieto di trascrizione, con il controllo più stringente del pm, c'è il divieto di pubblicare tutte le intercettazioni irrilevanti, senza però che vengano irrobustite le patetiche sanzioni per chi il giornale che se ne infischia (127 euro di "multa").
Viene introdotto un ulteriore controllo del giudice sull'eventuale sopravvivenza di brogliacci non rispettosi della privacy. Sembrano più utili, però, non solo la ribadita tracciabilità degli accessi all'archivio riservato del pm, ma anche l'indicazione, rimasta integra rispetto al testo di Orlando, secondo cui nelle richieste del pm sono riprodotti "solo i brani essenziali" del materiale intercettato.
Confermate le indiscrezioni sulla estensione dell'uso dei trojan a tutti i reati di corruzione con pena dai 5 anni in su: lo "spazza corrotti" lo aveva consentito solo per gli illeciti commessi dal pubblico ufficiale. Così come trova accoglienza una delle richieste più pressanti avanzate dai capi delle grandi Procure, la norma transitoria: il testo di Bonafede chiarisce che le nuove norme si applicano solo ai reati commessi dopo l'entrata in vigore della riforma.
di Sergio D'Elia*, Rita Bernardini* e Elisabetta Zamparutti*
Il Riformista, 20 dicembre 2019
La moratoria delle esecuzioni capitali e poi le sentenze sull'ergastolo ostativo. Non è che l'inizio. Prosegue la lotta di Nessuno tocchi Caino per lo Stato di Diritto e la tutela della dignità umana. Da oggi il Congresso nel carcere di Opera.
di Carlo Bertini e Francesco Grignetti
La Stampa, 20 dicembre 2019
Ieri vertice a Palazzo Chigi. Ma Italia Viva è contraria. E restano due spine: processo penale e legge elettorale. Un accordo c'è, sulla giustizia, con un doppio via libera alla nuova prescrizione (legge Bonafede) e alle nuove intercettazioni (legge Orlando).
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 20 dicembre 2019
Un altro vertice di maggioranza fallito. Ma il 1 gennaio arriva lo stop, Bonafede festeggia. Il rinvio arriva, ma solo sulle intercettazioni come chiedevano dall'inizio i grillini. A furia di vertici falliti, lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado che tre partiti (Pd, Italia viva e Leu) su quattro della maggioranza di governo (il quarto è il M5S) non avrebbero mai voluto vedere entrare in vigore nel testo attuale, diventerà invece legge il prossimo primo gennaio.
E il ministro della giustizia Alfonso Bonafede, al termine dell'ennesima riunione che ha potuto solo registrare il mancato accordo sul punto, si è persino detto "orgoglioso" di poter festeggiare il capodanno con la riforma. Quella che lui considera "una norma di civiltà" e che al contrario la maggioranza, i penalisti, molti magistrati e la gran parte dei giuristi considerano una norma incostituzionale. Un passo in avanti, piccolo, i giallo-rossi lo hanno invece fatto sulle regole delle intercettazioni.
Al centro del vertice a palazzo Chigi c'era però la prescrizione. Davanti al presidente del Consiglio è ripartito il pressing degli alleati per convincere Bonafede a un rinvio dell'entrata in vigore della "sua" riforma, approvata all'inizio dell'anno assieme alla Lega. Pd, Iv e Leu chiedono tempo per approvare norme di sicuro impatto sulla durata dei processi. Per evitare che altrimenti la fine della prescrizione per chiunque, colpevoli e innocenti, dopo il primo grado, si trasformi con certezza in un "ergastolo processuale".
Processi infiniti senza più il pungolo del limite temporale, altro che "ragionevole durata" costituzionale. Bonafede l'ha spuntata, solo dichiarandosi "disponibile senza preclusioni" a discutere anche delle proposte degli alleati, in testa la "prescrizione processuale". Ma dal 7 gennaio. Intanto la fine della prescrizione entra in vigore. Per quanto non produca effetti pratici immediati (è una norma di diritto sostanziale) una eventuale modifica successiva avrà l'effetto di introdurre due regimi diversi.
Il rinvio è invece al centro dell'accordo sulle intercettazioni. Altrimenti la riforma firmata dall'ex guardasigilli Orlando (Pd) e contestata dai 5 Stelle nelle piazze e sul blog, sarebbe entrata in vigore il 1 gennaio. Un rinvio ridotto rispetto a quello di sei mesi che il ministro voleva inserire nel decreto "mille proroghe".
Appena due mesi: la proroga potrebbe essere approvata domani dal Consiglio dei ministri. Ma non è certo. Solo oggi "tutte le forze avranno modo di vedere la norma nero su bianco", ha spiegato alla fine del vertice Bonafede, "c'è un accordo di massima".
Nel caso reggesse, il governo potrebbe fare un decreto ad hoc o inserire nel "mille proroghe" il quarto rinvio dell'entrata in vigore della riforma, stavolta fino al 1 marzo (una domenica); a parte arriverebbero le correzioni nel merito delle intercettazioni sulle quali c'è adesso, forse, un'intesa.
Due mesi sono "giusto il tempo di approvare le modifiche concordate", ha spiegato il senatore Grasso che era al vertice nella delegazione di Leu ma è andato via prima della fine.
Le modifiche sulle quali si è trovato un accordo riguardano due aspetti. Verrà recuperato il controllo del pm sulla massa delle intercettazioni grezze, dove adesso è previsto sia la polizia giudiziaria a decidere cosa palesemente non interessa ai fini delle indagini - un modo per evitare di trascrivere particolari irrilevanti. Sarà poi consentito agli avvocati di eccepire sulla rilevanza delle intercettazioni.
Il difensore potrà ancora accedere all'archivio riservato - quello nel quale vengono conservati tutte le intercettazioni non (o non ancora) giudicate rilevanti - con le medesime modalità di sicurezza. Potrà cioè solo ascoltare l'audio senza poterne avere una copia e senza poter prendere appunti (cosa invece possibile per le intercettazioni rilevanti). Ma se sorgerà una divergenza su cosa è o non è irrilevante avrà la possibilità di rivolgersi al giudice (in contraddittorio con il pm).
isnews.it, 20 dicembre 2019
Nuova udienza in Corte d'Assise del processo per il decesso di Fabio De Luca avvenuto nel penitenziario di Isernia. In aula ricostruito l'iter delle indagini. Nuova udienza stamane in Corte d'Assise a Campobasso del procedimento che vede imputati Francesco Formigli ed Elia Tatangelo per la morte di Fabio De Luca, detenuto nel carcere di Isernia, avvenuta nel novembre del 2014.
In aula sono approdati i filmati girati dal sistema di sorveglianza del penitenziario di Ponte San Leonardo: video che riprendevano il corridoio nei momenti immediatamente precedenti e poi successivi al tragico evento. E sono stati analizzati altresì i passaggi salienti delle indagini svolte. Il tutto per ricostruire la dinamica dei fatti e rispondere al quesito: omicidio o malore?
Domanda cui si cerca di dare risposta anche nel corso del processo parallelo, di scena a Isernia, che vede accusato del presunto delitto una terza persona: il 25enne campano Aniello Sequino. Intanto, l'udienza nel capoluogo di regione è stata aggiornata al 31 gennaio prossimo. In quella circostanza è prevista l'escussione di altri nove teste del pubblico ministero.
Si tratta della ex fidanzata del 45enne scomparso, un familiare della donna, un ispettore di polizia penitenziaria e ben sei detenuti. I fatti, si ricorda, risalgono alla sera del 5 novembre 2014, quando De Luca fu portato d'urgenza all'Ospedale Veneziale con pesanti traumi alla testa. Si parlò di caduta accidentale. L'uomo, secondo le ricostruzioni della Squadra Mobile di Campobasso, che indagò sul caso, si era recato in un'altra cella per prendere una gruccia quando, alla presenza di due detenuti, avrebbe battuto la testa e sarebbe finito in coma.
L'11 novembre, dopo circa una settimana di agonia in Rianimazione, il 45enne morì al Cardarelli, dove nel frattempo era stato trasferito. L'autopsia, eseguita due giorni dopo il decesso, stabilì che le ferite sul corpo di De Luca erano incompatibili con una caduta accidentale.
"Trauma cranico multifocale": fu il responso contenuto nella relazione del medico legale Vincenzo Vecchione. Morte indotta, dunque, forse a seguito di un pestaggio in cella. Per quel decesso tre ex compagni di detenzione della vittima vennero accusati a vario titolo di omicidio dalla Procura di Isernia. La svolta nelle indagini ci fu nel novembre del 2015, con l'arresto dei presunti responsabili, ora a giudizio.
Corriere dell'Umbria, 20 dicembre 2019
Dramma nel carcere di Spoleto dove si è tolto la vita un detenuto di 40 anni. Il corpo senza vita del recluso, di nazionalità albanese, è stato rinvenuto all'interno della cella che gli era stata assegnata recentemente a seguito del rientro a Spoleto dopo un periodo trascorso in un istituto toscano. A fare la tragica scoperta sono stati gli agenti della polizia penitenziaria durante il controllo della sezione comune, come conferma Roberto Filippi dell'Osapp.
Inutili i soccorsi per il quarantenne che si è suicidato impiccandosi. Profondo il dolore all'interno del carcere di Maiano per l'estremo gesto del detenuto, che all'interno del carcere di Spoleto ha sempre avuto un comportamento esemplare. Era un grande lavoratore e fruiva di permessi. Non ci potevamo immaginare un gesto così grave da parte sua".
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