di Cesare Giuzzi
Corriere della Sera, 21 dicembre 2019
Il potere delle cosche calabresi ha ormai superato quello della mafia siciliana. Le 'ndrine sono in tutti i continenti, ma hanno scelto la strategia dell'inabissamento: meno violenza più affari puntando sui rapporti con la massoneria. Un'operazione dopo l'altra. Giovedì un terremoto da 334 arresti tra Vibo Valentia e un pezzo d'Europa. Poi la nuova inchiesta che travolge l'assessore regionale piemontese Roberto Rosso per voto di scambio mafioso.
Ogni nuova alba è protagonista di inchieste grandi e piccole sull'enorme potere delle cosche calabresi. Clan che non solo soffocano le terre del Sud ma che ormai, e da diversi decenni, hanno trovato la loro terra più fertile nei territori del Nord, Lombardia e Piemonte su tutti. La 'ndrangheta è oggi considerata la più potente, ricca e ramificata organizzazione mafiosa a livello mondiale.
Se Cosa nostra palermitana deve il suo salto di qualità alla prima metà del secolo scorso grazie allo sbarco in Nord America, i clan calabresi sono ormai presenti ovunque: dall'Australia al Canada, passando per Brasile, Venezuela, Argentina, Est Europa e Russia. Un'espansione avviata con i soldi dei rapimenti negli anni Settanta e Ottanta e oggi rafforzata dall'egemonia mondiale della 'ndrangheta nel traffico di cocaina. Ma oggi la 'ndrangheta è più forte di Cosa nostra, la mafia che negli anni Ottanta e Novanta sfidò lo Stato ai suoi più alti livelli?
Certamente sì. Anche se i "siciliani" non sono scomparsi ma stanno sempre più mutuando dalle 'ndrine la capacità di penetrare gli apparati dello Stato senza fare rumore, senza sparare e senza neppure il bisogno di mostrare muscoli o la faccia più violenta. La 'ndrangheta ha da sempre preferito non sfidare le istituzioni ma riuscire ad inserirsi al proprio interno. Lo stesso è avvenuto per l'imprenditoria e la politica, ma anche (in alcuni casi) per magistratura e forze dell'ordine.
Questo approccio ha permesso a una mafia considerata per troppo tempo un'accozzaglia di famiglie rurali e pastori, di entrare nella stanza dei bottoni. Di far crescere, e ormai in modo sbalorditivo, il proprio "capitale sociale". La 'ndrangheta non ha infettato il Nord come un virus maligno, ma ha trovato a Milano come a Genova, a Modena e Reggio Emilia come ad Aosta e Torino, le braccia spalancate di chi ha approfittato dei servigi dei boss arrivati spesso con il soggiorno obbligato: dal lavoro nero allo smaltimento di rifiuti, dai cantieri alle false fatture.
I soldi delle cosche sono oggi in ogni settore imprenditoriale: edilizia, ristorazione, finanza, gioco online, concessionarie e perfino nella sanità.
La 'ndrangheta è arrivata al vertice delle mafie mondiali essenzialmente per tre fattori. L'organizzazione, che a differenza di Cosa nostra non ha una vera commissione ma un "Crimine" che svolge soprattutto funzioni di collegamento. Mentre ogni 'ndrina lavora (e si muove) in autonomia anche se all'interno di regole e confini comuni. Una sorta di franchising ante litteram.
Decisiva è stata poi la capacità di prendere l'egemonia del traffico di droga, impiantando i propri uomini nei Paesi di produzione della coca e stringendo alleanze - anche con il sistema dei matrimoni combinati - con gli eredi dei "boss dei cartelli". Stessi meccanismi arcaici, quindi, ma proiettati dall'altra parte del pianeta.
Infine la capacità della 'ndrangheta è stata quella di cambiare pelle, passando dai 700 morti della seconda guerra di mafia (1985-91) alla strategia dell'inabissamento. In particolare dopo la strage di Duisburg - 6 morti nell'agosto 2007 - le 'ndrine hanno scelto deliberatamente di abbandonare la fase più violenta e limitare in maniera chirurgica agguati e delitti.
Il motivo? Esattamente l'opposto della strategia stragista di Totò Riina: lo Stato quando reagisce lo fa in maniera così dura e determinata da mettere in seria difficoltà l'organizzazione mafiosa. Per questo meglio non sfidarlo, riuscire a confondersi, evitare di apparire (come è invece nella realtà) il principale problema per la sicurezza di questo Paese. La 'ndrangheta sa quando può sparare e quando è meglio non farlo. Per evitare di attirare l'attenzione dello Stato e anche per non allarmare i cittadini che più dalle cosche devono essere "distratti" da altre questioni. Operazione di marketing senza precedenti.
Ma c'è un altro, ultimo e forse decisivo fattore. È quello messo in luce dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e dallo studioso Antonio Nicaso nel loro ultimo libro "La rete degli invisibili". La 'ndrangheta grazie all'incontro con la massoneria deviata ha trovato un volano relazionale che l'ha fatta entrare nei più alti apparati di questo Paese. Una rete segreta di insospettabili - magistrati, giornalisti, politici, imprenditori, ufficiali delle forze dell'ordine - capace di condizionare ogni cosa. Uno scenario che sembra uscito da un film di fantascienza per chi considera la 'ndrangheta come una mafia di pastori, riti e "mangiate" di capretto in Aspromonte. Ma che è la più impressionante realtà uscita dalle ultime inchieste giudiziarie.
di Maria Cattini
laquilablog.it, 21 dicembre 2019
Risulta notevolmente peggiorata la situazione delle carceri abruzzesi in generale e riguardo al numero dei detenuti in particolare. Sono infatti di molto aumentati il numero dei reclusi, compresi quelli stranieri, all'interno degli 8 istituti di pena abruzzesi. Tale situazione contrasta fortemente con l'invariata se non addirittura diminuita presenza di operatori penitenziari.
Rispetto a novembre 2018, che lo ricordo raccontava già di una disastrosa e sovraffollata situazione, i detenuti complessivamente presenti nelle carceri della Regione verde d'Europa sono aumentati di ben 88 unità passando dai 1974 ristretti (dei quali 351 stranieri) di allora ai 2062 di oggi (360 stranieri per lo più albanesi (59), rumeni (78), marocchini (49) e nigeriani (27)).
Di molto peggiorata risulta essere la situazione a Sulmona ove, a fronte di 375 detenuti sui 303 regolarmente "ospitabili", oggi se ne contano ben 423 (+48) il che significa un sovraffollamento di ben 120 unità detenute.
Stessa sorte per Lanciano ove i detenuti sono aumentati di circa 26 unità (280/254 per una capienza regolamentare di 231 detenuti e quindi +49 in termini di sovraffollamento) e a Pescara ove 21 sono le persone in più presenti rispetto all'anno precedente (399/378 per una capienza regolamentare pari a 273 posti e quindi con un numero di soggetti reclusi rispetto a quello regolamentare di +126 unità).
Anche la situazione di Chieti, che già possedeva numeri di tutto rispetto in termini di sovraccarico di persone detenute, risulta ulteriormente peggiorata, seppur di poco, rispetto allo scorso anno. Qui si è passati dai 142 (rispetto alla capienza regolamentare di 79 detenuti) ai 144 di novembre 2019 e quindi con 65 detenuti in sovraffollamento.
Seppur in un contesto non assolutamente deflattivo rispetto alla capienza regolamentare e prevista essere di 255 detenuti ospitabili, risulta leggermente anche se quasi del tutto impercettibilmente migliorata la situazione a Teramo. Qui si è passati dai 425 dello scorso anno ai 422 di quest'anno (+ 167 in termini di sovraffollamento).
Tornando a guardare in Provincia dell'Aquila troviamo una situazione del tutto invariata all'Aquila 186 rispetto agli stessi del 2018 è un peggioramento delle condizioni numeriche ad Avezzano ove oggi si contano 6 detenuti in più rispetto allo scorso anno (63/57 rispetto ad una capienza regolamentare di 53 posti).
Unica nota positiva, seppur relativamente parlando, ci è data dalla Casa Lavoro di Vasto. Essa risulta essere l'unica realtà abruzzese nel 2019 ad aver visto decrescere il numero di "ospiti" -12 rispetto al 2018 (145/157).
Volendo trarre le dovute conclusioni possiamo tranquillamente affermare che, fermo restando la la generalizzata situazione negativa che caratterizza la situazione carceraria regionale, la Casa di Reclusione di Sulmona risulta essere tra gli istituti abruzzesi quella con i peggiori coefficienti annuali.
A tal proposito giova ricordare che presso il carcere peligno vi è una situazione riguardante il personale di polizia penitenziaria davvero drammatica. Rispetto alla stragrande maggioranza degli istituti abruzzesi ove la garanzia di turni a 6 ore sono al momento solo minacciati o in parte soppressi a Sulmona, da molti anni a questa parte, non si sa più cosa significhi lavorare su 4 quadranti atteso che quasi tutte le turnazioni sono strutturate su 8 ore giornaliere.
Di qui, considerati i dati sopra esplicati e quelli che mi appresterò ad integrare, mi sento di affermare senza ombra di dubbio che la "maglia nera" 2019 spetta senz'altro a Sulmona.
Questo rappresenta un dato davvero allarmante visto che a breve il penitenziario della città che fu di Ovidio sperimenterà l'apertura di un nuovo padiglione, che importerà ulteriori 200 detenuti e che lo relegherà a massima espressione penitenziaria d'Italia se non d'Europa considerata la peculiarità che ha di vedere ristretti detenuti tra i più pericolosi ed attenzionati d'Italia, molti dei quali ex 41 bis, detenuti AS3 (tutti macchiatosi dei reati di associazione di stampo mafioso e che ricomprende realtà quali cosa nostra, camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita, mafia nigeriana, stidda) e numerosi collaboratori di giustizia, tutti di prima fascia e quindi tutti sottoposti alla massima esposizione al rischio.
Quello che risulta paradossale è che della carenza di organico sulmonese non sembrerebbe essere d'accordo il Provveditorato regionale dell'Amministrazione Penitenziaria il quale in Sulmona vedrebbe addirittura un soprannumero di agenti se è vero come è vero che ad una richiesta di distacco avanzata da un poliziotto penitenziario di stanza a Rieti lo stesso ufficio sembra abbia risposto negativamente proprio adducendo come motivazione un presunto surplus di poliziotti.
Sulmona nel 2019 sarà ricordata anche per il notevole numero di congedi ordinari in arretrato che caratterizza il vissuto del personale di polizia penitenziaria e che supera di gran lunga le 10.000 giornate. Triste è il sapere inoltre di ripetute richieste al personale di cui sopra di rientro anticipato dalle ferie proprio per far fronte alla grave carenza d'organico.
A compromettere il già disastroso quadro che ci sta riservando lo scenario penitenziario aquilano del 2019 ci si mette anche l'Asl 1 dell'Aquila, Avezzano e Sulmona la quale, sempre più inspiegabilmente, non concede l'accesso al più avveniristico repartino penitenziario ospedaliero d'Italia, pronto da moltissimo tempo ma non ancora aperto alle numerose esigenze "carcerarie"; la questione caserme vive un rigurgito di compromettenti situazioni. Sia l'Aquila che Sulmona sono alle prese con una riduzione dei posti letto che sta fortemente compromettendo le aspettative dei tantissimi pendolari.
di Paolo Coccorese
Corriere di Torino, 21 dicembre 2019
Il detenuto più piccolo ha 15 anni. La sua biografia è coperta dalla privacy, ma la sua età è pubblica. Ha quindici anni il più giovane ospite del Ferrante Aporti. Più piccolo di Greta Thunberg, il ragazzino - come tutti gli altri 44 detenuti dell'istituto minorile - ha davanti a sé una sfida importante da vincere. Per sfortuna non è quella ambientale resa celebre della giovane svedese. Dopo la condanna ricevuta, è chiamato a riportare in carreggiata una vita finita troppo in fretta fuori strada. Una partita che dovrebbe veder partecipe l'intera società che, invece, sembra guardare con distacco le sorti delle strutture detentive come quella di Mirafiori.
Dietro gli spessi muri del carcere minorile si nascondono le più preoccupanti contraddizioni di questo presente. La prima? Nei primi sei mesi del 2019 al Ferrante Aporti c'è stato un aumento del 450 per cento della presenza di italiani con un'età compresa tra i 14 e i 15 anni rispetto all'anno precedente. Bambini (o poco più) con una lunga fedina penale e un futuro a rischio.
Ha ragione don Domenico Ricca, il prete che da 40 anni si occupa del carcere minorile, quando spiega che il Ferrante Aporti rischia di diventare "la periferia della periferia". La distanza dal centro non si misura solo in chilometri, ma addentrandosi nelle storie personali dei giovani detenuti. Nel primo semestre del 2019 è aumentata del 6 per cento la presenza di quelli nati nel nostro Paese, mentre calano gli stranieri. Ma non solo.
Al di là di una comune leggenda metropolitana, ovvero di una vulgata carceraria, gli ospiti per espiazione della pena diminuiscono del 32 per cento. Gli ingressi per custodia cautelare sono saliti in un anno del +89 per cento, mentre si sta assistendo a un cambio di rotta sul capitolo delle imputazioni di chi finisce dietro le sbarre del Ferrante Aporti.
Anche se rimane forte la presenza di condannati per delitti contro il patrimonio (furti e rapine, in particolare), negli ultimi mesi c'è stata un'impennata di quelli contro la persona. "Registriamo l'incremento di reati odiosi come maltrattamento in famiglia o tentato omicidio - spiega la direttrice Simona Vernaglione. Sono il simbolo di un disagio sociale che aumenta. Casi non molto presenti nel passato torinese". Costante il numero di soggetti usciti per collocamento in comunità. Mentre per quanto riguarda i trasferimenti non ci sono notevoli variazioni. A esclusione di quelli verso gli istituti per adulti (+75 per cento).
di Filippo Miraglia*
Il Riformista, 21 dicembre 2019
Dal 31 dicembre i comuni dovranno chiudere i Centri ex Sprar. Migliaia di rifugiati senza casa. Una circolare, emanata su indicazione del Viminale, scarica sugli enti locali la responsabilità. Ma era prevista una proroga.
Nei giorni scorsi una Circolare del Servizio centrale che gestisce il Siproimi (ex Sprar), cioè la segreteria organizzativa del sistema di accoglienza pubblico per i rifugiati che fa capo ai Comuni, emanata su indicazione del Viminale, ha disposto l'uscita dalle strutture che le ospitano delle persone con permesso umanitario. con termine il 31 dicembre.
Si tratta di una disposizione contenuta nel primo decreto sicurezza che, oltre ad abolire la protezione umanitaria e ad estromettere dal sistema pubblico dei comuni i richiedenti asilo, ha previsto che chi era presente al momento dell'entrata in vigore del decreto (5 ottobre 2018) nei centri ex Sprar, ci possa restare fino alla fine del progetto.
Gran parte dei progetti d'accoglienza per rifugiati degli Enti locali saranno rinnovati a fine anno, cosi dice il decreto ministeriale pubblicato di recente, che regola l'accesso al Fondo nazionale per le politiche e i servizi per l'Asilo dei Comuni. Anzi è prevista anche una proroga tino a sei mesi per consentire alle amministrazioni di individuare l'ente gestore, ovvero svolgere, laddove necessario, una nuova gara per l'assegnazione del servizio connesso. In ogni caso. sia a seguito della proroga, sia per la previsione del rinnovo, non è prevista alcuna fine del progetto.
La circolare, chiaramente voluta dal Viminale, è quindi sbagliata e frutto di una interpretazione illegittima. Se si dovesse dar seguito a quanto contenuto nella nota del servizio centrale del Siproimi ci troveremmo nella condizione davvero intollerabile. oltre che inspiegabile. di scaricare la responsabilità sugli stessi enti locali. ai quali si chiede di mettere per strada migliaia di persone. famiglie e minori inclusi.
Sulla base di una proiezione fatta a partire dai centri d'accoglienza gestiti dall'Arci. saranno tra le 3 e le 5 mila persone, tra cui molte donne vittime di violenza. come denunciato dai centri antiviolenza della rete D.i.Re. Dal 31 dicembre i comuni, nelle già difficili condizioni in cui lavorano anche a causa delle festività. si troveranno a fronteggiare la gestione del freddo stagionale e il disagio sociale, che in inverno - come noto - aumenta.
La Circolare riprende, come già accennato, quanto previsto dal decreto sicurezza e non tiene conto della recente sentenza della Cassazione che ha definitivamente certificato la non retroattività della legge. che quindi non può applicarsi ai progetti d'accoglienza avviati prima dell'ottobre 2018. Le persone e le famiglie con titolo di soggiorno per ragioni umanitarie presenti nei centri Siproimi. rientrano tutte in questa categoria, poiché dopo l'ottobre del 2018 questo titolo di soggiorno non è più stato emesso dalle questure.
Auspichiamo un intervento urgente del governo per scongiurare una crisi che metterebbe in grave difficoltà le persone e gli enti locali, titolari dei progetti. oltre alle organizzazioni che li gestiscono per conto dei comuni. L'Arci intende opporsi con ogni mezzo alla sciagurata ipotesi che migliaia di persone e famiglie con minori possano essere abbandonate per strada in pieno inverno. senza concludere un percorso) di inclusione sociale e lavorativa, come previsto dai progetti.
Chiederemo ai Comuni di presentare ricorso nell'eventualità che a questa circolare seguano, nei riguardi delle persone ospiti delle strutture. provvedimenti di rifiuto individuali della proroga dei progetti di accoglienza. come previsto dal decreto ministeriale che regola la presenza dei rifugiati nelle strutture d'accoglienza.
La situazione è aggravata da una seconda circolare del servizio centrale diramata ieri, che dispone dal 31 dicembre il trasferimento nei Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria) dei richiedenti asilo attualmente ospiti nei Centri ex Sprar. In tantissime province. però. i bandi per la gestione dei Cas sono andati deserti, questo significa che le persone potrebbero essere trasferite anche a molti chilometri di distanza e costrette a lasciare città dove magari hanno iniziato faticosamente a costruire percorsi di inclusione.
Se quindi dovessero rifiutare il trasferimento, finirebbero anche loro in strada. Il governo e la maggioranza farebbero bene a chiudere la stagione della persecuzione e della criminalizzazione dei migranti, che ha portato e porta vantaggi solo alla destra xenofoba e a cancellare tutti quei provvedimenti propagandistici. a partire dai due decreti sicurezza e dall'accordo con la Libia, che avevano l'unico obiettivo di indicare lo straniero come nemico e raccogliere facili consensi.
*Responsabile immigrazione dell'Arci
di Errico Novi
Il Dubbio, 21 dicembre 2019
Il Pd pronto a "rettificare" il blocca-prescrizione: "Intesa coi 5S o faremo da soli". Renzi tentato dal sì alla legge Costa. Resta alta la tensione sul processo penale, nonostante i passi avanti compiuti sulle intercettazioni nel vertice di giovedì. A tenere lontani i partiti di maggioranza è sempre lo stop alla prescrizione dopo il primo grado.
tusciaweb.eu, 21 dicembre 2019
Gestione dell'attività di mediazione culturale a favore dei detenuti stranieri, firmata a palazzo dei Priori una convenzione tra comune di Viterbo (comune capofila del distretto socio sanitario Vt3) e casa circondariale Mammagialla. A sottoscrivere l'importante documento, lo scorso mercoledì, sono stati il sindaco Giovanni Maria Arena e il direttore dell'istituto penitenziario Pierpaolo D'Andria. Presente alla firma della convenzione, avvenuta nella sala Rossa, anche l'assessore ai servizi sociali Antonella Sberna.
"La convenzione - ha spiegato il direttore della casa circondariale D'Andria - ha come oggetto la definizione e la strutturazione di un servizio di mediazione interculturale, rivolto ai detenuti stranieri, con l'intento di migliorare le condizioni di vita degli stessi, mediante azioni volte a facilitare la loro permanenza all'interno dell'istituto penitenziario.
Questo prevede anche l'istituzione di uno sportello informativo all'interno della nostra casa circondariale. Ringrazio il sindaco Arena per aver condiviso le finalità di questa convenzione che stiamo per sottoscrivere e che vede in primo piano comune e casa circondariale, e un ringraziamento all'assessore Sberna per il percorso avviato insieme pochi mesi fa, e che oggi concretizziamo attraverso la firma di questa convenzione".
"Alla base di alcuni diverbi ed episodi di intolleranza tra detenuti ci sta spesso l'incomprensione - ha sottolineato il sindaco Arena. Parlo di incomprensione linguistica. Così come ci stanno le differenze culturali. I servizi che verranno portati avanti attraverso l'attività di mediazione interculturale sono certo porteranno benefici sia dentro l'istituto penitenziario, nel periodo in cui il detenuto sconta la pena, sia fuori dal carcere, una volta libero, nella fase del reinserimento nel contesto sociale".
Tra gli obiettivi della convenzione rientrano anche un adeguato supporto linguistico e informativo, finalizzato alla conoscenza dei propri diritti in ambito giuridico, sanitario e sociale, culturale e religioso, il miglioramento delle relazioni del detenuto con gli operatori penitenziari, socio sanitari e con gli altri detenuti, la semplificazione amministrativa, in particolar modo nella cura dei rapporti del detenuto con le ambasciate e i consolati di provenienza. E ancora a sostenere iniziative, individuali e non, quali azioni di supporto a percorsi lavorativi, formativi o in generale volti al reinserimento sociale e allo sviluppo di progetti di integrazione e di informazione.
"Questa convenzione è indubbiamente una risposta forte alle esigenze di una buona parte della popolazione detenuta - ha affermato l'assessore Sberna.
È un documento che fa seguito a quanto ci eravamo detti con il sindaco Arena e il direttore dell'istituto penitenziario D'Andria in occasione del consiglio straordinario dedicato alla situazione della casa circondariale Mammagialla. Attraverso un lavoro costante, portato avanti in questi mesi, abbiamo raggiunto questo risultato. Un risultato che ci vede tra i primi distretti socio sanitari del Lazio a essere prossimi all'avvio del servizio. Ringrazio gli uffici per il solerte e prezioso lavoro che ci ha portato oggi a ufficializzare una preziosa e proficua collaborazione in ambito sociale".
di Andrea Fantucchio
thewam.net, 21 dicembre 2019
Respinta la richiesta di archiviazione. Imputazione per la ragazza che fu arrestata con lui. Il Gip, Marcello Rotondi, ha disposto l'imputazione coatta per Rosa Manzo, che fu arrestata con Carmine Taccone, 30enne originario di Avellino, morto in carcere la notte di Natale del 2017 a causa di una overdose da metadone.
Il sostituto procuratore, Paola Galdo, aveva chiesto l'archiviazione dell'indagine. La famiglia del giovane si è opposta grazie all'assistenza legale dell'avvocato Maria Giovanna De Guglielmo. Nell'opposizione si ripercorrono i momenti precedenti al decesso e ci si focalizza su tanti punti d'ombra che ci sono intorno a quella notte.
Chi ha somministrato la dose di metadone letale a Carmine? Quando è avvenuta quella somministrazione? Il protocollo sanitario, seguito al momento dell'arrivo in carcere, è stato adeguato? Ora la ragazza, per la quale c'è stata l'imputazione coatta, dovrà difendersi in aula. Nei suoi confronti sono ipotizzati i reati di cessione di stupefacenti e morte come conseguenza di altro reato.
Il magistrato - nel documento che motiva la sua decisione - precisa come l'opposizione, presentata dall'avvocato della famiglia Taccone, vada intesa come una denuncia. E quindi possa spingere il Pm a effettuare nuove indagini su aspetti non presi adeguatamente in considerazione fino a ora.
latinaoggi.eu, 21 dicembre 2019
Raccolti 161 volumi. Lunedì è prevista la seconda giornata. Il successo dell'iniziativa è stato inaspettato. In poche ore sono stati raccolti ben 161 volumi ed è un numero che ha sorpreso positivamente tutti, a partire dalla Camera Penale di Latina Giorgio Zeppieri che ha organizzato l'iniziativa. Sono i libri che saranno donati in occasione delle festività natalizie ai detenuti della casa circondariale di via Aspromonte. "Il carcere è fatto di sbarre e i libri allargano gli orizzonti - ha spiegato il presidente della Camera Penale Domenico Oropallo - è un messaggio che può sembrare retorico ma la cultura è la chiave di volta". Qualcuno ha portato libri di Luciano De Crescenzo, altri di Tolstoj e non sono mancati anche i classici.
"Abbiamo lanciato un sasso nello stagno - ha detto il segretario della Camera Penale Maurizio Forte - e crediamo fortemente in questa iniziativa". Lunedì è previsto il secondo giorno di raccolta all'ingresso del Tribunale: si inizia alle 9,30 e si finisce alle 12,30. L'appello lanciato dalla Camera Penale è stato pienamente raccolto.
Era rivolto a tutti gli operatori del diritto e non solo. "Ribadiamo il nostro invito verso tutti i colleghi ma anche i magistrati, i dipendenti e i dirigenti del Tribunale di Latina - avevano spiegato dalla Camera Penale - di partecipare ancora più numerosi". In un caso questa mattina una signora che ha preferito l'anonimato, si è presentata con molti libri rilegati, il suo è stato un gesto dettato dalla dolcezza e dal cuore, hanno raccontato diversi avvocati che hanno assistito alla donazione.
"Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti ma perché nessuno sia più schiavo", è la frase presa in prestito a Gianni Rodari dai penalisti pontini per questa nobile iniziativa portata a termine grazie alla sensibilità della direttrice del carcere di Latina Nadia Fontana. Nella foto gli avvocati con i libri che sono stati donati oggi.
di Paolo Coccorese
Corriere di Torino, 21 dicembre 2019
La Garante dei detenuti lancia la raccolta di regali per i giovani del Ferrante Aporti. "Per non farli sentire soli a Natale". Il più desiderato è la Playstation. La Playstation è il dono più desiderato dai ragazzi rinchiusi nel Ferrante Aporti. La celebre consolle è una passione condivisa con i coetanei che vivono all'esterno, ma dietro le sbarre del carcere minorile acquisisce un valore inaspettato. "Per anni l'istituto ha bandito i videogiochi. Oggi si è deciso di permetterne l'uso all'interno. Le Playstation non saranno installate nelle "camere". Questo passatempo deve diventare un premio, uno stimolo per i giovani a comportarsi bene".
Monica Cristina Gallo è la Garante comunale per i diritti dei detenuti. Quest'anno per la terza edizione di "Da noi a loro", ha deciso di rinnovare la formula dell'iniziativa. Un esperimento nato per "accorciare le distanze tra chi è dentro e chi è fuori" con una raccolta di regali per chi altrimenti rischia di non riceverne. Ma questa volta, per guidare un po' la solidarietà dei torinesi ed evitare il consueto arrivo di peluche e modellini poco adatti all'età dei carcerati, si è scelto di pubblicizzare una lista dei desideri stilata dagli stessi ospiti del Ferrante Aporti. Ragazzi che nonostante non siano dei bambini (il più piccolo ha, infatti, 15 anni) hanno scritto una lettera a Babbo Natale per provare ad esaudire un desiderio molto meno materiale della Playstation: trascorrere le festività con quel calore familiare in grado di far dimenticare almeno per un giorno le ristrettezze della vita in cella.
L'iniziativa è nata durante un pranzo organizzato dalla direzione dell'istituto minorile che ha messo intorno allo stesso tavolo i 44 detenuti (24 i giovani adulti e 20 i minori), gli operatori e i magistrati che si occupano dei reati commessi in questa fascia d'età. Un'occasione speciale dove l'idea di rimodulare la tradizionale raccolta dei doni offerti della città è stata accolta con un grande sorriso dai ragazzi del Ferrante Aporti. "Molto spesso si rischia di dimenticare che sono giovani come tutti gli altri. Con desideri e sogni condivisi simili a quelli dei loro coetanei. Hanno tra i 15 e i 24 anni". Simona Vernaglione, già direttrice del penitenziario di Bari, è la responsabile del carcere minorile di Torino da agosto. "Non avendo a disposizione grandi risorse, è importante l'aiuto che può arrivare da fuori - spiega Vernaglione.
Soprattutto perché con questa iniziativa vogliamo far passare un concetto a questi ragazzi: siete uguali agli altri e potete meritarvi, se rispettate le regole, anche di giocare ai videogiochi come loro". C'è un po' di paternalismo in queste parole, ma anche un incoraggiamento a voltare pagina.
Nelle lettere scritte idealmente dal Ferrante Aporti c'è dell'altro oltre le consolle da installare negli spazi comuni. "Nei giorni scorsi - aggiunge la garante Monica Cristina Gallo - abbiamo consegnato dei palloni da calcio, mentre stiamo cercando quelli da basket, scarpe da calcetto dal numero 40 al 44, lettori Mp3 senza scheda di memoria".
Per ricevere i regali, l'istituto minorile ha organizzato un servizio di ricevimento ad hoc. Basterà presentarsi ai cancelli di via Berruti e Ferrero 3 con il dono, non impacchettato per consentire i controlli, suonare e annunciare di aver aderito alla campagna per poter entrare. Aprire quel portone è un'azione con un valore in più. Serve a dimostra come il Ferrante Aporti è un luogo della città. Importante come gli alti. E non una vergogna da nascondere.
Gazzetta del Mezzogiorno, 21 dicembre 2019
"Il Natale è una magnifica occasione per conoscere l'impegno dei nostri fratelli detenuti e del progetto Senza Sbarre". È, come sempre un vulcano di bontà, don Riccardo Agresti mentre racconta del progetto in corso nella parrocchia di San Luigi al Monte a pochi passi da Castel del Monte ad Andria. Hanno allestito qualcosa che va oltre la speranza.
"Abbiamo mercatini di Natale e le casette sono state fatte interamente dai ragazzi affidati al progetto. Lo stile è quello del Trentino e lo scopo è quello non solo di aggregare tutti i casari della Murgia ma anche di mettere anche in vendita quelli che sono i prodotti che i nostri fratelli carcerati portano avanti ogni giorno", ha precisato don Riccardo.
"Pasta, taralli, verdure dei campi e tanto altro è nelle casette e sicuramente potranno essere degli alimenti ottimi per il Natale. Questo sta ad indicare che il lavoro è essenziale ed è fondamentale per fare emergere la dignità di ognuno di loro - ha proseguito.
Il mercatino è aperto ogni sabato e ogni domenica e poi durante il tempo di Natale, dal 22 al 26 anche la mattina in modo tale che ci si possa fare una passeggiata e vedere l'integrazione dei nostri fratelli detenuti con la comunità e comprendere come la possibilità della misura alternativa al carcere sia assolutamente fondamentale per loro e per noi. A questo aggiungo che, ragionando, secondo i criteri della carità, è possibile trovare tanti elementi per vivere meglio il Natale. Vi aspetto".
Buon cibo ed integrazione - La Masseria "San Vittore" ed il pastificio "A mano libera" sono parte del progetto della diocesi di Andria "Senza sbarre" per l'inclusione sociale e lavorativa di detenuti ed ex detenuti. L'iniziativa portata avanti da don Riccardo Ag resti ha trovato l'apprezzamento de vescovo di Andria. "L'idea centrale di questo progetto diocesano è di occuparsi di eseguire la misura alternativa al carcere in comunità attraverso l'inclusione socio-lavorativa dei detenuti", dice don Riccardo.
Il valore della cultura - "Nel nostro mercatino potrete trovare anche il libro "Senza Sbarre" del magistrato Giannicola Sinisi". Così don Riccardo Agresti, responsabile del progetto che porta lo stesso nome del lavoro redatto dall'ex sindaco di Andria. "Crediamo molto anche nel valore della cultura come strumento di comprensione di fenomeni sociali che portano al delinquere - ha proseguito don Riccardo. Riflettere a Natale su tutto questo è di assoluta importanza per tutti noi".
- Gran Bretagna. La radicalizzazione e i fattori di resilienza dei detenuti ed ex detenuti
- Diritti umani, le 12 buone notizie del 2019 (una al mese)
- Mattarella premia 32 cittadini che si sono distinti per l'impegno nella società
- Frosinone. I libri liberano chi sta in carcere o in situazioni di disagio
- Catanzaro. "Adotta un'aiuola". I detenuti hanno piantato le stelle di Natale









