di Alessandro Graziadei
unimondo.org, 24 dicembre 2019
Se per mesi milioni di cittadini di Hong Kong, in maggioranza giovani, hanno manifestato chiedendo più democrazia e la cancellazione completa della legge che facilita l'estradizione di latitanti e sospetti in Cina, ritiro annunciato ufficialmente solo ad inizio settembre, in Vietnam la società civile locale sta protestando da settimane per il modo in cui le autorità di Hanoi hanno gestito gli ultimi casi di cronaca legati alla delinquenza cinese troppo spesso soggetta ad estradizione o a multe irrisorie anziché alle pene detentive previste dalla legge vietnamita. In particolare le condanne emesse nei confronti di cittadini cinesi coinvolti nella produzione e nel traffico di stupefacenti sono risultate per molti troppo leggere, tanto che sui media locali politici, attivisti e semplici cittadini si stanno domandando sempre più spesso: "Il Vietnam è forse diventato un paradiso per i criminali cinesi?".
Hanoi e Pechino hanno firmato il 7 aprile del 2015 una legge sull'estradizione, ma l'Assemblea nazionale del popolo cinese ha ratificato l'accordo solo lo scorso 26 agosto, giorno in cui è ufficialmente entrato in vigore. Subito dopo, le autorità vietnamite hanno rispedito in Cina tre persone, colpevoli di aver ucciso un tassista e averne gettato il corpo in un fiume della provincia di Son La, nel Vietnam nord-occidentale.
L'espulsione del trio di criminali ha suscitato l'ira di quanti volevano che la pena venisse scontata nelle carceri vietnamite. Sempre verso la fine di agosto Hanoi ha estradato 28 cittadini cinesi coinvolti in truffe finanziarie e nei primi giorni di settembre quasi 400 persone sono state rimandate in Cina, nonostante facessero parte della più grande organizzazione dedita al gioco d'azzardo illegale online ad H?i Phòng City.
L'ultimo incredibile episodio risale allo scorso 11 settembre, quando le autorità hanno fatto irruzione in un laboratorio illegale gestito da sette cinesi a Bùi Th? Xuân, quartiere della città di Quy Nh?n City nella provincia centro-meridionale di Bình ??nh.
Durante l'operazione la polizia ha rinvenuto grandi quantità di sostanze chimiche e decine di macchinari ed attrezzature per la produzione di droga. Quattro degli arrestati hanno ricevuto solo una multa di 95 milioni di dong vietnamiti circa 3.707 euro per "soggiorno illegale" in Vietnam mentre gli altri tre complici sono stati condannati a pagare un'ammenda di 20 milioni di dong, poco più di 780 euro, per "ingresso e lavoro illegale". Eppure il Codice penale vietnamita prevede condanne a molti anni di carcere, o addirittura la pena di morte, per chiunque sia trovato in possesso di quantitativi di droga come quelli rinvenuti a Quy Nhon City.
Per molti questo, al pari di altri recenti provvedimenti, hanno messo in discussione la stessa sovranità nazionale vietnamita tanto che alcuni media hanno ricordato come "chiunque produca o venda droga sul suolo vietnamita, dovrebbe essere giudicato secondo la Legge del Vietnam. Ma il governo si è fatto trascinare dalla Cina in un accordo sull'estradizione, per cui le autorità sono costrette a consegnare i criminali cinesi a Pechino.
Tuttavia, non si sa se questi affronteranno mai un processo in Cina". Per questo, preoccupati per l'impatto sociale del fenomeno droga, molti cittadini vietnamiti stanno protestando contro il ricorso delle autorità a "sanzioni amministrative" proprio mentre per mano cinese la produzione ed il traffico di stupefacenti continuano la loro impunita ascesa in tutto il Vietnam. Ma non solo lì. L'industria farmaceutica cinese, in pieno sviluppo, da diversi anni gioca un ruolo sempre più grande nel traffico internazionale di droga e molte nuove sostanze psicoattive nel mondo hanno la Cina e lo stesso Vietnam come luogo di produzione e di smercio.
Già nel 2016 il Eu Drug Markets Report, il rapporto elaborato dall'Europol e dall'Osservatorio europeo delle droghe e delle dipendenze per l'Unione europea sul mercato della droga, che presenta la mappa del mercato illecito di droga nell'Unione europea, evidenziava l'importanza della Cina come luogo di produzione e smercio di molte delle sostanze che finivano in Europa. Prodotte soprattutto nel Guangdong in Cina le droghe raggiungono l'Europa usando la posta celere e compagnie che possono consegnare pacchi da un chilo direttamente davanti alla porta del compratore in circa due giorni lavorativi. Secondo le Nazioni Unite lo sviluppo del mercato è avvenuto grazie alla rete moderna dei trasporti, a internet, al basso costo della manodopera e alla corruzione di alcune ditte farmaceutiche. Le varie droghe vengono, infatti, spesso prodotte in modo legale da ditte registrate, ma la produzione viene poi deviata verso mercati illeciti.
Il governo cinese sta cercando di controllare le ditte farmaceutiche con regolamenti sempre più stringenti e verifiche costanti, ma senza molti risultati. Ciò è dovuto in parte al fatto che vi sono decine di ditte, più o meno piccole, che si dedicano anche alla produzione delle droghe, rendendo pertanto estremamente difficile il loro controllo. In più, con grande astuzia, quando una sostanza, di solito fondamentale per produrre anfetamine e meta-anfetamine, viene proibita dal Governo cinese, le ditte o trasformano rapidamente la produzione utilizzando sostanze simili per sfuggire al divieto o appaltano la produzione all'estero.
È questo purtroppo anche il caso del Vietnam dove molti laboratori illegali agiscono sia come produttori di sostanze utili a confezionare droghe, sia come produttori indipendenti di prodotti finiti e pronti ad essere immessi sul mercato. Un mercato che al momento la nuova legge sull'estradizione tra Cina e Vietnam sembra quasi tutelare, anziché reprimere.
di Patrizia Floder Reitter
La Verità, 23 dicembre 2019
Il capo del Dap: "Il possesso di sostanze è giudicato penalmente non rilevante. Le celle aperte? Una misura che ha creato il caos". Magistrato, classe 1965, originario di Potenza, Francesco Basentini è dal giugno dello scorso anno a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap).
di Massimo Adinolfi
Il Mattino, 23 dicembre 2019
È giusto o ingiusto che un reato sia prescritto, che l'azione punitiva dello Stato debba conoscere un termine temporale? Tra le molte domande che la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio suscita, questa domanda non v'è.
Il Dubbio, 23 dicembre 2019
Il Cdm approva la legge che modifica le intercettazioni in vigore dal 29 febbraio, ecco i 5 cambiamenti. Passa in Consiglio dei Ministri il decreto legge sulle intercettazioni. Il testo, portato al tavolo dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, corregge la precedente legge Orlando che era stata collocata su un binario morto. All'uscita, Bonafede ha parlato di "distanza" tra alleati della maggioranza, ma che "le intercettazioni "sono uno strumento irrinunciabile per le indagini".
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 23 dicembre 2019
La riforma della prescrizione che comporta il blocco dopo la sentenza di primo grado scatterà il 1° gennaio, così come previsto dalla legge Spazza-corrotti approvata a inizio 2018, quando al Governo c'era l'alleanza M5S-Lega. Si tratta di una battaglia storica dei Cinque Stelle, portata avanti dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 23 dicembre 2019
Quasi 1.600 giorni dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione: è la durata media di un processo penale nei tre gradi di giudizio. Si tratta di quattro anni e quattro mesi circa, la metà dei quali passano di fronte alla Corte d'appello. E sono tre i distretti in cui i procedimenti penali nei tre gradi di giudizio durano in media più di duemila giorni: Reggio Calabria, Napoli e Roma, che arriva a 2.241 giorni, più di sei anni. È questo il quadro destinato ad accogliere lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che è previsto entri in vigore il prossimo 1° gennaio.
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 23 dicembre 2019
La 'ndrangheta ha inventato la formula criminale vincente, che le sta consegnando un primato planetario. Negli anni 80 si è imposta nel Nord Italia, poi si è insediata nell'Europa centrale, ha gettato ponti verso l'Est ed è sbarcata nelle Americhe.
Lo riconosce persino uno scrittore come Don Winslow, raccontando nel bestseller "Il cartello" come gli equilibri tra i narcos messicani dipendano dalla capacità di stringere rapporti con i padrini calabresi: gli unici capaci di smistare tonnellate di cocaina attraverso l'Atlantico. Hanno una mentalità coloniale, che li spinge a impiantare nuove cosche ovunque.
La descriveva un boss intercettato nelle indagini dell'allora procuratore Giuseppe Pignatone: "Il mondo si divide in due: quello che è Calabria e quello che lo diventerà". Tutte le cellule però restano sempre legate alla terra d'origine, in un rapporto di osmosi con i paesi natii, articolato secondo rapporti di sangue e di affiliazione.
Ed è questa fusione di valori arcaici e dinamismo internazionale a renderla tanto forte. Le permette di farsi protagonista negli affari leciti e illeciti, mantenendo un'identità violenta: alterna la corruzione e il controllo dei voti alle azioni armate. Si infiltra nell'imprenditoria, nelle amministrazioni pubbliche, nel commercio attraverso figure insospettabili ma ha sempre schiere di uomini pronte a punire chi non rispetta i patti.
Negli ultimi giorni tre inchieste clamorose ci hanno costretto ad aprire gli occhi sul dilagare delle 'ndrine. In Val d'Aosta il presidente della Regione si è dimesso dopo l'accusa di collusione. In Piemonte un assessore regionale ed ex sottosegretario è finito in cella: gli è stato contestato l'acquisto di voti dai boss.
Ancora più importante l'operazione coordinata dal procuratore Nicola Gratteri perché è andata a incidere sul dominio della zona grigia calabrese, il cuore dell'impero: sono finite agli arresti 334 persone, inclusi esponenti politici di destra e sinistra, sindaci, avvocati, commercialisti, ufficiali delle forze dell'ordine. All'ex senatore Pittelli è stato addebitato di avere messo "a disposizione le sue conoscenze in Italia e all'estero per consentire il radicamento e la forte penetrazione della 'ndrangheta in ogni settore della società civile: nelle università, negli ospedali più rinomati, all'interno dei servizi segreti, nella politica, nelle banche".
Non ci sono luoghi inaccessibili per gli emissari di queste cosche. Di fronte agli elementi raccolti dai giudici, colpiscono la disattenzione della classe politica e la mancanza di una mobilitazione per estirpare le radici del fenomeno. Gratteri denuncia l'inerzia del "potere legislativo che ancora oggi non ci ha dato un sistema di norme proporzionato e proporzionale alla realtà criminale".
Lo stesso procuratore da calabrese ha poi invitato i calabresi a reimpossessarsi del territorio: "Da oggi dovete andare in piazza, dovete occupare la cosa pubblica, dovete impegnarvi in politica, nel volontariato, in tutto quello che è possibile fare, andare oltre il vostro lavoro".
Lo sosteneva anche Pio La Torre, il parlamentare comunista padre della legislazione antimafia assassinato a Palermo, parlando a Reggio Calabria nel 1973: "O la democrazia vive come partecipazione popolare e allora si possono assestare colpi di maglio a tutte le forme di intermediazione parassitaria, a tutte le forme di clientelismo, di corruzione, di mal governo che poi sono l'alimento permanente del potere mafioso o noi avremo solo l'illusione della retata in Aspromonte".
Ed è questo il punto chiave. L'azione repressiva della magistratura e dei corpi di polizia è inutile se non viene accompagnata a una rinascita. Dopo ogni retata, i ranghi vengono inevitabilmente rimpiazzati perché non si costruisce un'alternativa alle prospettive criminali. E questo compito spetta alle istituzioni, locali e soprattutto nazionali.
di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 23 dicembre 2019
Le cronache giudiziarie in Italia offrono purtroppo da lustri spunti di amara riflessione sull'uso disinvolto della giustizia nelle procure e nei tribunali, e negli ultimi giorni ce ne sono stati addirittura tre di particolare interesse in Puglia, in Calabria e in Piemonte.
Tre indizi che fanno la prova di quanto la giustizia abbia bisogno di una profonda riforma. Ricordate il senatore Azzollini, per anni stimato presidente della commissione bilancio, del quale si diceva che fosse addirittura più potente di un ministro dell'Economia? Ebbene, nel 2013 fu coinvolto nell'inchiesta sulla presunta maxi-truffa da 150 milioni legata alla costruzione del nuovo porto di Molfetta con sessanta indagati e due ordini di arresto.
Su Azzollini piovvero ben sedici capi d'imputazione, e lui aveva rinunciato a beneficiare della prescrizione. Ebbene: dopo sei anni è arrivata la sentenza con tutti e 28 gli imputati assolti. Un altro successo della Procura di Trani, quella salita agli onori delle cronache per una lunga serie di inchieste partite da ipotesi di reato clamorose, passate attraverso interrogatori di alti esponenti della politica e della finanza e finite quasi sempre nel nulla.
Come quella per usura contro l'ex ministro Savona. Il secondo spunto arriva dal maxi-blitz contro la 'ndrangheta, un'operazione colossale alla vigilia delle elezioni regionali in Calabria con ramificazioni fino al Piemonte. Ai doverosi ringraziamenti ai magistrati e alle forze dell'ordine si sono però aggiunti altrettanto doverosi interrogativi su quanto resterà alla fine di un così imponente e articolato impianto probatorio, sulla scorta delle esperienze passate.
È stata una deputata del Pd, Enza Bruno Bossio, moglie di un indagato, a mettere il dito nella piaga, affermando che la lotta alla mafia è una cosa seria non uno spettacolo da prima pagina, "e mi auguro che davvero Gratteri riesca a smantellare la mafia più pericolosa che ci sia. Ma mi auguro anche che si arrivi a processo e non finisca, come il 90% delle sue indagini, in una bolla di sapone che non pulisce nulla ma cancella nel frattempo la dignità di chi ne viene toccato".
Ma il fatto che lascia stupiti è che il procuratore Gratteri abbia postato su twitter un articolo del Fatto quotidiano che sottolineava come la maxi-operazione contro la 'ndrangheta fosse sparita dalle prime pagine dei grandi giornali. Oltre alla politica, ora anche la giustizia si fa sui social? I commenti sono stati ovviamente quasi tutti colmi di indignazione, ma qualcuno ha fatto notare che un magistrato non dovrebbe fare mai un tweet del genere, ricordando a Gratteri che in Germania è proibito perfino fare conferenze stampa sulle inchieste.
Terzo e ultimo indizio: l'episodio avvenuto al tribunale di Asti, dove la Corte è entrata in aula e ha letto la sentenza di condanna contro un padre accusato di violenza sessuale nei confronti della figlia prima che avesse parlato la difesa. Una gaffe che la dice lunga sul clima che si respira in alcuni ambienti giudiziari, dove le sentenze vengono preconfezionate alla faccia del processo accusatorio in cui la prova dovrebbe formarsi nel dibattimento. Tre indizi, insomma, che fanno la prova di un fallimento.
di Fernando Bocchetti
terranostranews.it, 23 dicembre 2019
La lettera inviata da Lubrano era stata trattenuta dal direttore del carcere dell'Aquila. Trattenuta su richiesta del direttore del carcere dell'Aquila la corrispondenza del detenuto Orlando Antonio al 41bis, alias Mazzolino, ritenuto a capo dell'omonimo clan operante a Marano, Quarto e Calvizzano. La Corte d'Appello ratificava ma poi, in seguito al reclamo del difensore di Orlando, accoglieva le tesi difensive.
In data 27.07.2019 l'Ufficio Censura segnalava al Direttore della Casa Circondariale de L'Aquila che la missiva proveniente da Lubrano Armando (nipote di Orlando Antonio), detenuto presso la Casa Circondariale di Nuoro e ritenuto affiliato al, contenesse "brani dal linguaggio criptico potenzialmente emblematici di una metodica di comunicazione con l'esterno di messaggi in codice che potrebbero lasciar trasparire la volontà di informare su situazioni che trascendono dalla specifica faccenda narrata ed estensibili a circostanze diverse".
Il provvedimento di non inoltro della corrispondenza veniva ratificato dalla Corte di Appello di Napoli; il detenuto Orlando Antonio proponeva tempestivamente reclamo ritenendo palesemente ingiusta la decisione adottata.
All'udienza in camera di consiglio assumeva la difesa l'avvocato Rosario Pezzella, del foro di Napoli Nord, evidenziando alla Corte che con la recente Sentenza della Suprema Corte di Cassazione (N. 32452 del 22.02.2019, depositata il 19.07.2019), la V sezione penale ha enunciato il seguente principio di diritto: in tema di controllo sulla corrispondenza del detenuto sottoposto a regime di detenzione speciale ex art. 41bis ordinamento penale, la decisione di non inoltro, per essere legittima, deve essere motivata, sia pur sinteticamente e tenendo conto del bilanciamento tra ragioni ostensibili e rilievi non consentiti poiché confliggenti con esigenze investigative, sulla base di elementi concreti che facciano ragionevolmente dubitare che il contenuto effettivo della missiva sia quello che appare dalla semplice lettura del testo.
In altre parole, l'avvocato Pezzella sottolineava che "il combinato disposto degli articoli 18 ter e 41 bis O.P. non può essere interpretato nel senso di consentire che diritti primari, di rango costituzionale, attinenti alla sfera privata e personalissima della persona ancorché detenuta, finiscano per essere sostanzialmente elisi o eliminati in via generale ed astratta; d'altronde, una lettura della disposizione di cui all'articolo 41 bis O.P. non costituzionalmente orientata ne determinerebbe la potenziale esposizione a dubbi di legittimità costituzionale in relazione alla violazione dell'Art. 15 della Costituzione (libertà della corrispondenza) ma anche dell'Art. 111 (giusto processo)". Nell'accogliere in pieno le tesi difensive, la Corte disponeva la restituzione della corrispondenza senza alcuna limitazione.
Il Sole 24 Ore, 23 dicembre 2019
Oltraggio a un magistrato in udienza - Bene giuridico tutelato - Scriminante del diritto di critica - Esclusione. La ratio dell'art. 343 c.p. risiede nella tutela dello Stato nell'esercizio della funzione giudiziaria e il bene giuridico presidiato consiste non tanto e non solo nell'onore e nel prestigio del magistrato, inteso quale persona fisica materialmente destinataria della contumelia, bensì, e in primo luogo, nell'ordinato esercizio dell'amministrazione della giustizia da parte dello Stato - e per esso da parte dei magistrati che lo rappresentano in udienza. (Nel caso di specie è stata esclusa l'applicabilità della scriminante del diritto di critica in quanto le espressioni offensive e oltraggiose pronunciate durante la lettura del dispositivo della sentenza risultavano dirette a colpire il magistrato nell'esercizio delle sue funzioni).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 28 novembre 2019 n. 48555.
Oltraggio a un magistrato in udienza - Offesa dell'onore e del prestigio del Magistrato - Contenuto. Il reato di oltraggio a magistrato in udienza risulta integrato allorché la condotta sia riconosciuta come idonea a compromettere quei requisiti di efficacia e di autorevolezza che devono assistere l'azione del magistrato, non essendo indispensabile che la condotta sia da esso direttamente percepita, ma occorrendo che la stessa sia di per sé tale da determinare quelle condizioni di pregiudizio che valgono a offendere il bene tutelato dalla norma incriminatrice.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 16 novembre 2018 n. 51970.
Oltraggio a magistrato in udienza - Circostanze aggravanti - Attribuzione di un fatto determinato - Condanna - Presupposti - Pluri-offensività della condotta oltraggiosa - Criteri. Poiché il bene giuridico primariamente tutelato dall'articolo 343 c.p. è il buon andamento della pubblica amministrazione della giustizia - sub specie di corretto svolgimento del contraddittorio tra le parti in udienza, in quanto strumentale al libero e sereno esercizio del potere-dovere di ius dicere - il carattere offensivo delle espressioni rivolte a un magistrato in udienza deve essere valutato non già sulla base della soggettiva percezione di quest'ultimo, bensì alla stregua della loro oggettiva capacità di incidere negativamente sul prestigio della funzione giudiziaria e sulla correttezza del contraddittorio e di compromettere in tal modo la libertà e la serenità del giudizio.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 28 marzo 2017 n. 15524-
Reati contro la pubblica amministrazione - Oltraggio a un magistrato in udienza - Fattispecie. Integra il reato di oltraggio a un magistrato in pubblica udienza il comportamento dell'avvocato che, nel corso dell'udienza, rivolga ripetute contestazioni al presidente del collegio sul modo di condurre l'udienza al punto di esortarlo ad abbandonare il dibattimento, per avere consentito eccessiva libertà al pubblico ministero, facendo illazioni e lasciando intendere che tale incapacità di arginare il pubblico ministero potesse derivare da problemi particolari del giudicante nei confronti del rappresentante dell'accusa: trattasi di un comportamento gravemente insinuante e idoneo a generare dubbi sull'imparzialità del giudice, che si risolve in un attacco alla sua persona, non potendosi ritenere che costituisca solo una mera critica, diretta a contestare la legittimità o l'opportunità del comportamento del giudicante.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 17 maggio 2016 n. 20515.
Oltraggio a un magistrato in udienza - Critica del provvedimento giudiziario - Reato - Insussistenza - Fattispecie. Le espressioni di critica a un provvedimento del magistrato, laddove siano immediatamente percepibili come un giudizio che investe la legittimità o l'opportunità del provvedimento in sé considerato, e non la persona del magistrato in quanto tale, non possono integrare il reato di oltraggio (nella specie, a magistrato in udienza ex articolo 343 del Cp): ciò in quanto il rispetto, di cui tutti i pubblici funzionari devono essere circondati, non equivale a insindacabilità. (Nella specie, è stato escluso il reato nella condotta di un imputato che, nel corso di un'udienza davanti alla Corte di assise ove rispondeva di gravi reati, aveva reso a verbale dichiarazioni spontanee affermando che il processo era "un complotto tra falsi pentiti, compresi i pubblici ministeri", tanto che, all'esito del giudizio di merito, era stato condannato per i reati di calunnia e, appunto, di oltraggio a magistrato in udienza).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 20 maggio 2011 n. 20085.
- Recidiva, il giudice deve verificare l'accentuata colpevolezza e maggiore pericolosità
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