di Massimo Filipponi
gnewsonline.it, 15 novembre 2019
Si è svolta questa mattina nella Sala Zuccari del Senato di Palazzo Giustiniani la tavola rotonda "Proposta di istituzione di un Servizio nazionale di assistenza alle vittime di reato". Durante i lavori, divisi in due sezioni, è stato affrontato il tema "Non c'è sicurezza senza cura. Una legge per i diritti di assistenza alle vittime di reato".
castedduonline.it, 15 novembre 2019
La situazione delle carceri sarde è sempre più difficile sia per il numero che per la tipologia di detenuti ospitati. A lanciare l'allarme è la presidente dell'associazione "Socialismo diritti e riforme", Maria Grazia Calligaris, che cita i dati diffusi dal ministero della Giustizia. In Sardegna ci sono quasi 900 detenuti ad alta sicurezza e, di questi, novantadue sono al regime di 41bis su un totale di 2.321. Si tratta principalmente di detenuti provenienti dalla Penisola che sono concentrati in cinque istituti penitenziari su dieci. A fronte di questa situazione preoccupa il numero dei direttori "ridotto all'osso" perché sono soltanto quatto e a due di loro "oltre a due o tre carceri, sono assegnati importanti incarichi per il Provveditorato regionale".
Per quanto riguarda il numero dei detenuti, di particolare attenzione è il superamento del numero regolamentare nelle carceri di Uta, Bancali a Sassari e in quello di Alghero. Nel primo su un totale di 561 posti ci sono 581 detenuti, nell'istituto di Sassari i detenuti sono 475 su 454 posti disponibili, mentre ad Alghero i posti previsti sono 156 ma le persone all'interno sono 161.
Situazione al limite anche a Tempio dove i posti liberi sono soltanto sette, a Massama, carcere di Oristano, con 260 detenuti su 265 posti e a Nuoro dove ci sono 276 persone per 385 posti ma una sezione di circa cento unità è chiusa per ristrutturazione. Il sovraffollamento è un problema delicato perché "in assenza di lavoro, i detenuti rischiano di restare dentro le celle per 22 ore su 24. La realtà isolana merita l'attenzione della politica anche perché occorre fare una verifica - sottolinea Caligaris - sulla efficienza del sistema sanitario penitenziario. Sempre più spesso nelle carceri mancano i medicinali con grave nocumento al diritto alla salute, altra norma costituzionale spesso non garantita".
Altro capitolo riguarda i detenuti stranieri che sono 712 che portano la Sardegna al quattordicesimo posto in Italia: "Un dato sconcertante se paragonato agli abitanti - dice la presidente di Sdr - la Puglia con oltre quattro milioni di residenti è al diciannovesimo posto e la Campania con quasi sei milioni di abitanti è al ventesimo".
Il sovraffollamento, invece, non riguarda le tre Colonie penali sarde che ospitano la metà dei detenuti che potenzialmente potrebbero starci (375 su 692 posti). Ciclicamente vengono annunciati progetti per rilanciare le attività produttive e offrire opportunità di lavoro e formazione ai reclusi, ma ormai il sistema è bloccato anche per "l'inadeguatezza del numero degli amministrativi. L'invecchiamento del personale e quindi il pensionamento stanno incidendo negativamente sulla possibilità di mantenere in vita soprattutto le Colonie penali".
di Natascia Grbic
fanpage.it, 15 novembre 2019
Da quando era al Mammagialla di Viterbo non aveva ricevuto né telefonate né fatto colloqui. Condannato alla solitudine in carcere, fuori dal perimetro della prigione c'erano persone che avrebbero voluto parlargli e fargli visita. Gli è stato impedito dalle difficoltà burocratiche. E così Mohamed, che in cella forse non ci doveva proprio stare, era solo pur non essendolo davvero.
"Per tutta la solitudine che ha provato dentro, fuori ci sono decine di persone a piangerlo. Amici e genitori increduli per quanto accaduto e che stanno soffrendo moltissimo". Alla storia di Mohamed Ataif, il ragazzo di 24 anni che si è suicidato nella cella del carcere Mammagialla di Viterbo, si aggiunge un nuovo pezzo.
Il giovane fuori dal carcere aveva un mondo di amicizie e affetti, resi inesistenti da una burocrazia e da regole che rendono praticamente impossibili i contatti con detenuti di origine straniera. A raccontarci di più sul 24enne proveniente dal Sudan è Myriam El Menyar, attivista di Baobab Experience che lo ha seguito e aiutato da quando è arrivato a Roma.
Baobab è un'associazione di volontari che si occupa di assistere i migranti che giungono nella capitale, che sono in transito o rimangono bloccati nel nostro paese, sia per quanto riguarda l'aspetto umanitario, sia offrendo supporto legale. Mohamed è stato con loro nel campo di piazzale Maslax, ed è stato seguito nella richiesta di protezione internazionale.
Quando è stato portato in carcere, qualche volontario è riuscito ad andare a trovarlo a Regina Coeli, ma quando è stato trasferito al Mammagialla le cose si sono complicate. E pensare che visto la scarsa entità della pena, Mohamed in carcere ci sarebbe potuto proprio non entrare, ma non avendo un domicilio e una casa il giudice ha scelto per la detenzione. Sarebbe tornato libero tra pochi mesi.
"Mi stanno chiamando dal Sudan, dall'Arabia Saudita, dall'Inghilterra, dal Belgio, dal Lussemburgo - spiega Myriam - La cosa incredibile di questi ragazzi è che mentre fuori dal carcere hanno amici e famiglia, dentro sono soli. Da una parte perché, stando spesso in un altro paese, sono impossibilitati fisicamente ad andare. E gli amici che stanno qui invece, non essendo parenti e avendo nella maggior parte dei casi permessi di soggiorno anche in attesa di rinnovo, non vengono autorizzati dal giudice per il colloquio.
Si tratta di richieste molto particolari, che spesso vengono negate. Anche contattarli telefonicamente è complicato: per chiamare da un altro Stato serve infatti una copia del documento e una del contratto telefonico. Ma una madre che chiama dal Sudan non ce l'ha il contratto telefonico, nemmeno capisce a cosa ci si riferisce quando le viene chiesto. Ecco perché non ricevono né chiamate né visite".
Mohamed è stato condannato alla solitudine nonostante gli amici volessero vederlo e il padre volesse telefonargli. "Una volta per parlare con un ragazzo con problemi psichiatrici che a Roma non aveva nessuno, ho chiesto due volte al giudice un incontro. Per due volte mi è stato rifiutato nonostante avessi specificato che i familiari non erano in Italia e che aveva bisogno di aiuto. È difficile per me che sono europea entrare in contatto con loro, figuratevi uno straniero col permesso di soggiorno che vuole far visita a un amico".
Da quello che ci raccontano, prima di entrare in carcere Mohamed era un ragazzo allegro, sempre pronto alla battuta e con una gran voglia di scherzare. "Sono tutti scioccati dal fatto che sia arrivato a togliersi la vita. Questo è indicativo del baratro di disperazione in cui era caduto per la solitudine che gli è stata imposta".
Il carcere di Mammagialla è una struttura molto attenzionata, oggetto anche di interrogazioni parlamentari, dove da tempo i detenuti denunciano abusi e vessazioni da parte del personale penitenziario. Le lettere affidate all'associazione Antigone, che da anni si occupa di giustizia, carceri e diritti umani, raccontano di botte nel cuore della notte, celle lisce, pestaggi anche ai danni di persone con problemi psichiatrici. Una realtà drammatica che parla di un carcere violento e punitivo, di certo non riabilitativo per i detenuti. Sono in corso due indagini, una penale e una amministrativa, per far luce sulle vicende emerse.
di Sarah Franzosini
salto.bz, 15 novembre 2019
Alessandro Pedrotti, responsabile di Odós, sul carcere che non funziona, l'alta recidiva, le misure alternative, e quell'ergastolano mancato. Il tasso di recidiva tra i detenuti delle carceri italiane è desolante: quasi il 70% di loro, scontata la pena, torna a delinquere.
La questione è ricomparsa sul tavolo anatomico del dibattito pubblico dopo la recente analisi di Milena Gabanelli per il Corriere della Sera. Pochissimi sono i detenuti che lavorano dentro al carcere e per poche ore al giorno, "perché i soldi non ci sono", spiega Alessandro Pedrotti, educatore da 25 anni e dal 2006 responsabile di Odós, il servizio della Caritas che aiuta il reinserimento sociale di quelle persone che devono scontare o hanno alle spalle una pena detentiva.
Pedrotti, in Italia circa il 70% dei carcerati, una volta uscito di prigione, torna a commettere reati, parliamone...
"Quasi 7 detenuti su 10, se non vengono aiutati, tornano a delinquere nei successivi 5 anni dall'uscita dal carcere. I numeri non sono nuovi ma secondo la nostra esperienza sono rimasti tali. Ricerche sulla recidiva in ogni caso non ce ne sono o sono pochissime, perché non si dispone di relative banche dati. Il punto è insistere su percorsi di reinserimento, che al di là dell'aspetto etico e sociale, sono efficaci anche dal punto di vista economico".
Il sistema penitenziario del resto grava sul bilancio dello Stato per 2,9 miliardi l'anno. Per cosa si spendono esattamente questi soldi?
"Dei 120-150 euro spesi al giorno per detenuto (le cifre variano a seconda del numero dei carcerati nelle prigioni) la maggior parte viene destinata alla gestione della sicurezza, e quindi riservata alla polizia penitenziaria, ma poco o niente viene investito per una proposta educativa. Ha senso che un sistema che ci costa così tanto e produce così poco sia il medesimo per tutti i 60mila detenuti che si trovano nelle carceri italiane? Oppure per la stragrande maggioranza dei carcerati, ovvero quelli classificati a basso livello di pericolosità, si potrebbe fare un ragionamento diverso? Pensiamo ai manicomi, prima che chiudessero nel '78 vi erano internate 100mila persone, quasi il doppio dei detenuti. Non si può, come accadde in quel caso, cambiare il sistema? Finanziare un'alternativa diversa dalla detenzione per tutti coloro per cui il carcere invece che servire da istituto educativo diventa scuola di crimine? Vede, se entro in carcere e so come eseguire un furto è probabile che una volta uscito sappia come fare una rapina. Ma la risposta penale non può essere l'unica possibile".
Il carcere, è appurato, ad oggi non è riabilitativo. Dal punto di vista umano questo cosa comporta?
"Stiamo parlando di persone che vengono sostanzialmente "congelate" per anni dato che in carcere non fanno praticamente nulla, il lavoro c'è per pochissimi detenuti che possono svolgerlo per poche ore al giorno, perché non ci sono i soldi per pagarli. Quando escono, poi, si chiede loro, persone che per anni sono state sotto-stimolate, di riconnettersi a una società che corre a folle velocità e in cui anche persone normo-inserite fanno fatica a stare dentro".
Le lungaggini del nostro sistema giudiziario quali conseguenze hanno sul piano sociale?
"Poniamo il caso che una persona commetta un reato a 25 anni e l'esecuzione della pena inizi al compiere dei 35. In questo lasso di tempo una persona può aver messo su famiglia, cambiato la propria vita. Intendiamoci, è giusto pagare il proprio debito alla giustizia se si è violata la legge ma il punto è come pagarlo. Sarebbe importante riflettere su quale sia la pena più utile per quella persona, una pena che dovrebbe essere costituzionale. Siamo stati condannati più volte dalla Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani, per esempio, o per l'ergastolo ostativo pochi mesi fa. E questo accade perché il modo di eseguire la pena non rispetta le nostre stesse norme".
Tutto fermo sul fronte del nuovo carcere di Bolzano, che ha accumulato 3 anni di ritardi. Intanto nell'attuale struttura le condizioni sono sempre più intollerabili.
"Il carcere di Bolzano è un edificio fatiscente del 1800, allora, quando è stato costruito dagli austro-ungarici, c'era dietro un'idea precisa di pena. Prima che venissero spesi svariati milioni di euro per la nuova struttura abbiamo partecipato a un tavolo di ragionamento proprio sulla qualità della pena, insieme alla Provincia, lo Stato, il Provveditorato, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, e sono stati convocati degli esperti. Quello che abbiamo evidenziato è la necessità di non continuare a costruire carceri come quelle di oggi, sulla base di un modello introdotto negli anni '70-80 per rispondere a due emergenze: il terrorismo e la mafia. Guardiamo all'esempio di Trento, un carcere relativamente nuovo (risale al 2010, ndr), dove il tasso suicidale è molto alto. Dunque attenzione, non basta costruire una struttura nuova per risolvere i problemi e soprattutto bisogna smettere di pensare che il carcere sia la prima soluzione a cui ricorrere. Le pene devono tendere alla rieducazione, recita la Costituzione, nel cui testo il carcere peraltro non viene mai citato".
Cosa significa per il detenuto usufruire delle misure alternative?
"L'affidamento in prova ai servizi sociali, la liberazione anticipata, la detenzione domiciliare, la semilibertà, ovvero il provvedimento più restrittivo, che prevede che la persona dorma in carcere e di giorno possa uscire per andare a lavorare. Misure come quelle appena elencate - nei casi dove è possibile applicarle - aiutano il detenuto a riflettere su quello che ha fatto, a pensare alle sue vittime, dirette o indirette. Sicuramente tali misure danno maggiori risultati rispetto alla reclusione in carcere dove è facile incattivirsi e prendersela con lo Stato vivendo in una condizione tale da diventare a propria volta una vittima. Bisogna capire come si arriva a commettere un reato, comprendere che ci sono scelte consapevoli e inconsapevoli (e per entrambe la responsabilità quantomeno penale è sulle spalle dei carcerati, beninteso) e renderci conto di chi parliamo quando parliamo di detenuti, altrimenti portiamo avanti un'idea che non corrisponde alla realtà. E mi torna alla mente un caso".
Quale?
"Quello di Francesco Viviano, giornalista di Palermo, inviato di Repubblica. Il padre era un ladro che fu ammazzato dopo aver rubato a casa di un mafioso. Francesco si arrangia come può, facendo dei lavoretti, ma nel frattempo medita di uccidere il killer del padre, e un giorno si presenta a casa sua. Tira fuori la pistola ma il mafioso esce dalla porta con in braccio un bambino, Francesco esita e poi se ne va. Si ritrova poi all'Ansa a fare il fattorino, e inizia la sua scalata professionale, fino al gradino di giornalista. In una frazione di secondo si è decisa la sua vita, mentre si trovava a un passo dal diventare un ergastolano omicida".
Una volta fuori dal carcere quanto è difficile, contando il peso specifico del pregiudizio, la ricerca di un lavoro per un ex detenuto?
"L'Alto Adige è una realtà fortunata perché c'è piena occupazione, ma certo giocarsi la carta dell'ex detenuto non aiuta. A Bolzano abbiamo un buon sistema cooperativistico in cui le persone che seguiamo in Odós possono inserirsi, nel periodo della pena, e spesso imparare un mestiere perché in molti casi i detenuti non hanno grandi competenze professionali, né patentino o titolo di studio. La cosa positiva è che per la prima volta ci sono persone, 2 ex detenuti e 1 semilibero in Odós, che stanno lavorando con l'U.E.P.E., l'ufficio per l'esecuzione penale esterna, con borse lavoro del Ministero. Certo aiuterebbe se già all'interno del carcere ci fosse la possibilità di lavorare e imparare un mestiere spendibile in seguito sul territorio. Ma questo, esempio di Padova e rari casi simili a parte, non succede quasi mai".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 novembre 2019
Caccia a un compromesso che possa tenere insieme nuova prescrizione e tempi certi per la celebrazione dei processi penali. Dove la soluzione che potrebbe mettere d'accordo gli azionisti di maggioranza del Governo giallorosso, Movimento 5 Stelle e Pd, potrebbe passare per la determinazione di rigidissimi termini di fase. Cosi come proposto in un documento con le proposte Pd di modifica al disegno di legge di riforma penale e ordinamentale consegnato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
di Sara Pizzorni
cremonaoggi.it, 15 novembre 2019
È stata inaugurata questa mattina, alla presenza del presidente del tribunale Anna di Martino, la mostra fotografica "Il Chiaroscuro del carcere", che dal teatro del carcere si è spostata nei corridoi del palazzo di giustizia. Le fotografie, che resteranno esposte sino alla prima settimana di dicembre, sono destinate alla vendita. Il ricavato sarà messo a disposizione del carcere di Cremona. La mostra, che racconta il percorso del detenuto, è stata realizzata dall'avvocato milanese Alessandro Bastianello, ed è arrivata a Cremona grazie alla Camera Penale di Cremona e Crema presieduta dall'avvocato Alessio Romanelli.
Le foto si riferiscono alla realtà del carcere di San Vittore. Nei 28 scatti dell'avvocato Bastianello il visitatore è accompagnato in un immaginario viaggio attraverso i luoghi e le emozioni di chi viene messo in prigione e il percorso del detenuto dal momento del suo ingresso in carcere fino alla collocazione in cella, per mostrare e condividere le emozioni che la dura realtà carceraria suscita in chi è estraneo a questo mondo. Scopo del progetto è quello di raccogliere fondi, tramite la vendita delle fotografie esposte (e stampate eventualmente in copie ulteriori, su richiesta), destinati a finanziare progetti della locale casa circondariale volti alla risocializzazione e al reinserimento dei detenuti nella società.
Le foto potranno essere prenotate inviando una mail all'indirizzo
"Un'ottima iniziativa", l'ha definita il presidente del tribunale, che spera che un domani possa essere estesa anche a Cremona con fotografie all'interno del carcere di via Cà del Ferro. Il presidente si è augurata che con il ricavato si potrà contribuire al percorso lavorativo dei detenuti e ad una raccolta di libri per rifornire adeguatamente le due biblioteche presenti nel carcere di Cremona.
articolo21.org, 15 novembre 2019
Da un errore nasce la nostra storia, dagli errori che commettiamo ogni giorno, quando parliamo, ci sforziamo di capire o vogliamo esprimere cosa pensiamo. Questa è vita vera. La storia di uno, qui, è la storia di tutti. In un quartiere di periferia l'analfabetismo funzionale è una condizione. Siamo cresciuti come cani sciolti, e gli errori della nostra infanzia erano fatti per avere qualcosa dalla vita che alla fine non abbiamo avuto.
Ci siamo sentiti sempre esclusi dalla società e abbiamo trovato sempre barriere, sappiamo leggere e scrivere ma non abbiamo la possibilità di andare oltre. Il primo comma dell'articolo 3 afferma il principio di uguaglianza formale, che garantisce pari dignità a tutti i cittadini: l'analfabeta funzionale però è privo della libertà e non potrà mai "concorrere" al bene comune. Anche se ha delle idee non possiede gli attrezzi e gli strumenti per realizzarle.
Il piccolo non può mai crescere e questa è una diseguaglianza sostanziale. Un analfabeta funzionale non ha capacità critica, non sa pensare con la propria testa, risolvere situazioni complesse, elaborare e utilizzare le informazioni. È destinato a accodarsi agli altri senza mai esprimere il proprio parere, mentre tutti dovremmo avere la libertà di opinione, di poter commentare la realtà intorno a noi. La nostra non-conoscenza ci porta a credere agli altri ma non a comprendere fino in fondo e a distinguere il bene dal male.
L'articolo 3 sancisce un diritto: non ci condannate alla banalità, vogliamo comprendere la complessità del mondo. Molti di noi, se fossimo nati a Milano, saremmo potuti diventare dottori o avvocati ma siamo nati al Sud, nell'ignoranza, e siamo partiti in ritardo. Con la buona volontà ci accultureremo. Non possiamo più gareggiare, ma ci potremo sentire migliori.
Autori: Classi 2B e Sezione Alta Sicurezza, Alunni: 15
di Mary Liguori
Il Mattino, 15 novembre 2019
Pestato, deriso, minacciato. Punito con l'isolamento quando ha cercato di superare la barriera delle guardie penitenziarie, quando ha chiesto di essere portato in direzione. E, al momento, della presunta storia di violenza che si starebbe consumando dentro le mura del carcere di Santa Maria Capua Vetere, la direttrice non è al corrente.
Elisabetta Palmieri però chiarisce: "A Santa Maria Capua Vetere queste cose non succedono". E in effetti, negli ultimi anni, di vicende di questo tipo, non se ne sono registrate. Ma il detenuto, un quarantenne che sta scontando una piccola pena per furto, racconta tutta un'altra storia. Una storia che è riuscito a far conoscere al suo avvocato che, lo scorso 12 novembre, ha scritto al procuratore per chiedere che il detenuto venga interrogato. "Il mio assistito - si legge nella denuncia - afferma di essere stato vittima di minacce verbali e pestaggi insieme ad altri detenuti". "Ha tentato più volte di denunciare tali accadimenti, ma nessuno del personale dell'amministrazione penitenziaria ha voluto prendere in consegna la denuncia.
Riferisce, anzi, di essere stato strattonato da un capoposto e da un appuntato che lo hanno schiaffeggiato e gli hanno detto che non l'avesse finita gli avrebbero "rotto tutti i denti". "Tale situazione - si legge ancora nella denuncia - ha generato nel detenuto un fondato motivo di temere per la propria incolumità". L'avvocato ha chiesto alla Procura di interrogare quanto prima il detenuto "per accertare i fatti" e di adottare tutti i provvedimenti necessari per tutelarne l'incolumità, "primo tra tutti il trasferimento in altro istituto di detenzione".
"Adesso basta, ci hai rotto il c., ti facciamo mangiare con la cannuccia": sarebbe questa una delle minacce che un capoposto e un appuntato di polizia penitenziaria avrebbero rivolto al 40enne quando, dopo tre giorni di sciopero e precedenti aggressioni, gli è stato proibito di sporgere denuncia.
"Nessun medico mi ha visitato, nonostante dopo le prime 24 ore di sciopero della fame e della sete fossi stato portato in infermeria", si legge nella lettera consegnata dal detenuto all'avvocato. "Quando ho iniziato a insistere per incontrare il direttore, non solo mi è stato negato, ma mi hanno pesantemente minacciato e preso a schiaffi. Al ritorno in reparto, i compagni di cella mi hanno messo in guardia: hanno detto che me l'ero "cavata con due ceffoni" perché a loro, in altre occasioni, era andata molto peggio".
"Mio marito è in isolamento, siamo molto preoccupati per lui, abbiamo paura che gli accadano cose peggiori per aver cercato di denunciare i soprusi": è quanto ha dichiarato la moglie del detenuto i cui racconti, ovviamente, sono tutti da verificare. Nella lettera trasmessa alla Procura il 40enne usa però toni allarmanti: "La responsabilità di ciò che accadrà alla mia persona sarà da attribuire agli agenti e i peggioramenti della mia salute saranno responsabilità della direzione sanitaria"
di Irene Di Brino
Il Tirreno, 15 novembre 2019
San Vincenzo, il progetto lanciato dall'imprenditrice Beatrice Massaza in concorso al bando "Coltiviamo agricoltura sociale 2019". Ti aspetto fuori. Questo è il titolo del progetto promosso dall'imprenditrice sanvincenzina Beatrice Massaza con lo scopo di facilitare il reintegro in società e nel mondo del lavoro di giovani ex detenuti. Un'iniziativa che, attraverso percorsi formativi specializzanti e il successivo reinserimento lavorativo, ha lo scopo non solo di offrire una possibilità concreta a chi, scontata la sua pena, vuole tornare a mettersi in gioco e costruirsi un futuro ma anche di creare nuove figure altamente specializzate che contribuiscano al rilancio sul territorio di un'agricoltura di qualità.
L'imprenditrice, titolare dell'Azienda biologica Santissima Annunziata a San Vincenzo, crede molto nella funzione rieducativa della pena e spera di riuscire ad abbattere i pregiudizi della società formando i giovani per le attività degli ambiti agricoli più specifici, come la potatura degli olivi, il frantoio e la ristorazione in agriturismo a filiera corta, per creare una classe di esperti nei diversi settori.
Per questo, ha deciso di partecipare al bando nazionale "Coltiviamo agricoltura sociale 2019", organizzato da Confagricoltura e Onlus Senior - L'Età della Saggezza, Reale Foundation, in collaborazione con Rete Fattorie Sociali e Università di Roma Tor Vergata, che ha proprio l'obiettivo di incentivare l'agricoltura sociale favorendo lo sviluppo di attività imprenditoriali in grado di coniugare sostenibilità e innovazione.
Partecipano al concorso ottantanove iniziative da tutta Italia, che prendono in esame i vari ambiti dell'agricoltura sociale e che si contenderanno la vittoria di tre premi in denaro e altrettante borse di studio per il Master di Agricoltura Sociale presso l'Università di Roma Tor Vergata, con lo scopo di creare le migliori condizioni possibili per la loro realizzazione.
La selezione avverrà in due momenti successivi, il primo in base alle preferenze del pubblico e il secondo al vaglio di una giuria di esperti. Fino alla mezzanotte del 23 novembre infatti, tutti i progetti, corredati di descrizione e foto, potranno essere votati dal pubblico sul sito dedicato coltiviamoagricolturasociale.it. Basteranno tre minuti di tempo e la voglia di registrarsi gratuitamente alla piattaforma per poter esprimere la propria preferenza.
Allo scadere di questa fase, i trenta progetti che avranno raccolto il maggiore gradimento passeranno allo scrutinio della commissione di esperti per la selezione definitiva e la proclamazione dei tre vincitori. Chi riceverà il finanziamento avrà poi tempo fino a ottobre 2020 per realizzare la propria proposta.
Da qui l'appello ai sanvincenzini e non solo disposti a sostenere l'impegno di Massaza. Passare la prima selezione grazie alla votazione del pubblico sarebbe la dimostrazione, per l'azienda sanvincenzina, che il modello di inclusione da loro proposto, un connubio tra formazione specializzante e profonda responsabilità sociale, sia stato apprezzato e compreso fino in fondo.
Ma, spiega Beatrice Massaza, non sarà un'eventuale eliminazione a mettere fine alla sua scommessa. Comunque vada il suo progetto andrà avanti, con un grande impegno e lo scopo di importare nel nostro territorio un modello che già in altri paesi, prima di tutti la Francia, ha dato ottimi risultati sia dal punto di vista sociale che da quello del profitto aziendale.
di Sarah Franzosini
salto.bz, 15 novembre 2019
Alessandro Pedrotti, responsabile di Odós, sul carcere che non funziona, l'alta recidiva, le misure alternative, e quell'ergastolano mancato. Il tasso di recidiva tra i detenuti delle carceri italiane è desolante: quasi il 70% di loro, scontata la pena, torna a delinquere.
La questione è ricomparsa sul tavolo anatomico del dibattito pubblico dopo la recente analisi di Milena Gabanelli per il Corriere della Sera. Pochissimi sono i detenuti che lavorano dentro al carcere e per poche ore al giorno, "perché i soldi non ci sono", spiega Alessandro Pedrotti, educatore da 25 anni e dal 2006 responsabile di Odós, il servizio della Caritas che aiuta il reinserimento sociale di quelle persone che devono scontare o hanno alle spalle una pena detentiva.
Pedrotti, in Italia circa il 70% dei carcerati, una volta uscito di prigione, torna a commettere reati, parliamone...
"Quasi 7 detenuti su 10, se non vengono aiutati, tornano a delinquere nei successivi 5 anni dall'uscita dal carcere. I numeri non sono nuovi ma secondo la nostra esperienza sono rimasti tali. Ricerche sulla recidiva in ogni caso non ce ne sono o sono pochissime, perché non si dispone di relative banche dati. Il punto è insistere su percorsi di reinserimento, che al di là dell'aspetto etico e sociale, sono efficaci anche dal punto di vista economico".
Il sistema penitenziario del resto grava sul bilancio dello Stato per 2,9 miliardi l'anno. Per cosa si spendono esattamente questi soldi?
"Dei 120-150 euro spesi al giorno per detenuto (le cifre variano a seconda del numero dei carcerati nelle prigioni) la maggior parte viene destinata alla gestione della sicurezza, e quindi riservata alla polizia penitenziaria, ma poco o niente viene investito per una proposta educativa. Ha senso che un sistema che ci costa così tanto e produce così poco sia il medesimo per tutti i 60mila detenuti che si trovano nelle carceri italiane? Oppure per la stragrande maggioranza dei carcerati, ovvero quelli classificati a basso livello di pericolosità, si potrebbe fare un ragionamento diverso? Pensiamo ai manicomi, prima che chiudessero nel '78 vi erano internate 100mila persone, quasi il doppio dei detenuti. Non si può, come accadde in quel caso, cambiare il sistema? Finanziare un'alternativa diversa dalla detenzione per tutti coloro per cui il carcere invece che servire da istituto educativo diventa scuola di crimine? Vede, se entro in carcere e so come eseguire un furto è probabile che una volta uscito sappia come fare una rapina. Ma la risposta penale non può essere l'unica possibile".
Il carcere, è appurato, ad oggi non è riabilitativo. Dal punto di vista umano questo cosa comporta?
"Stiamo parlando di persone che vengono sostanzialmente "congelate" per anni dato che in carcere non fanno praticamente nulla, il lavoro c'è per pochissimi detenuti che possono svolgerlo per poche ore al giorno, perché non ci sono i soldi per pagarli. Quando escono, poi, si chiede loro, persone che per anni sono state sotto-stimolate, di riconnettersi a una società che corre a folle velocità e in cui anche persone normo-inserite fanno fatica a stare dentro".
Le lungaggini del nostro sistema giudiziario quali conseguenze hanno sul piano sociale?
"Poniamo il caso che una persona commetta un reato a 25 anni e l'esecuzione della pena inizi al compiere dei 35. In questo lasso di tempo una persona può aver messo su famiglia, cambiato la propria vita. Intendiamoci, è giusto pagare il proprio debito alla giustizia se si è violata la legge ma il punto è come pagarlo. Sarebbe importante riflettere su quale sia la pena più utile per quella persona, una pena che dovrebbe essere costituzionale. Siamo stati condannati più volte dalla Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani, per esempio, o per l'ergastolo ostativo pochi mesi fa. E questo accade perché il modo di eseguire la pena non rispetta le nostre stesse norme".
Tutto fermo sul fronte del nuovo carcere di Bolzano, che ha accumulato 3 anni di ritardi. Intanto nell'attuale struttura le condizioni sono sempre più intollerabili.
"Il carcere di Bolzano è un edificio fatiscente del 1800, allora, quando è stato costruito dagli austro-ungarici, c'era dietro un'idea precisa di pena. Prima che venissero spesi svariati milioni di euro per la nuova struttura abbiamo partecipato a un tavolo di ragionamento proprio sulla qualità della pena, insieme alla Provincia, lo Stato, il Provveditorato, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, e sono stati convocati degli esperti. Quello che abbiamo evidenziato è la necessità di non continuare a costruire carceri come quelle di oggi, sulla base di un modello introdotto negli anni '70-80 per rispondere a due emergenze: il terrorismo e la mafia. Guardiamo all'esempio di Trento, un carcere relativamente nuovo (risale al 2010, ndr), dove il tasso suicidale è molto alto. Dunque attenzione, non basta costruire una struttura nuova per risolvere i problemi e soprattutto bisogna smettere di pensare che il carcere sia la prima soluzione a cui ricorrere. Le pene devono tendere alla rieducazione, recita la Costituzione, nel cui testo il carcere peraltro non viene mai citato".
Cosa significa per il detenuto usufruire delle misure alternative?
"L'affidamento in prova ai servizi sociali, la liberazione anticipata, la detenzione domiciliare, la semilibertà, ovvero il provvedimento più restrittivo, che prevede che la persona dorma in carcere e di giorno possa uscire per andare a lavorare. Misure come quelle appena elencate - nei casi dove è possibile applicarle - aiutano il detenuto a riflettere su quello che ha fatto, a pensare alle sue vittime, dirette o indirette. Sicuramente tali misure danno maggiori risultati rispetto alla reclusione in carcere dove è facile incattivirsi e prendersela con lo Stato vivendo in una condizione tale da diventare a propria volta una vittima. Bisogna capire come si arriva a commettere un reato, comprendere che ci sono scelte consapevoli e inconsapevoli (e per entrambe la responsabilità quantomeno penale è sulle spalle dei carcerati, beninteso) e renderci conto di chi parliamo quando parliamo di detenuti, altrimenti portiamo avanti un'idea che non corrisponde alla realtà. E mi torna alla mente un caso".
Quale?
"Quello di Francesco Viviano, giornalista di Palermo, inviato di Repubblica. Il padre era un ladro che fu ammazzato dopo aver rubato a casa di un mafioso. Francesco si arrangia come può, facendo dei lavoretti, ma nel frattempo medita di uccidere il killer del padre, e un giorno si presenta a casa sua. Tira fuori la pistola ma il mafioso esce dalla porta con in braccio un bambino, Francesco esita e poi se ne va. Si ritrova poi all'Ansa a fare il fattorino, e inizia la sua scalata professionale, fino al gradino di giornalista. In una frazione di secondo si è decisa la sua vita, mentre si trovava a un passo dal diventare un ergastolano omicida".
Una volta fuori dal carcere quanto è difficile, contando il peso specifico del pregiudizio, la ricerca di un lavoro per un ex detenuto?
"L'Alto Adige è una realtà fortunata perché c'è piena occupazione, ma certo giocarsi la carta dell'ex detenuto non aiuta. A Bolzano abbiamo un buon sistema cooperativistico in cui le persone che seguiamo in Odós possono inserirsi, nel periodo della pena, e spesso imparare un mestiere perché in molti casi i detenuti non hanno grandi competenze professionali, né patentino o titolo di studio. La cosa positiva è che per la prima volta ci sono persone, 2 ex detenuti e 1 semilibero in Odós, che stanno lavorando con l'U.E.P.E., l'ufficio per l'esecuzione penale esterna, con borse lavoro del Ministero. Certo aiuterebbe se già all'interno del carcere ci fosse la possibilità di lavorare e imparare un mestiere spendibile in seguito sul territorio. Ma questo, esempio di Padova e rari casi simili a parte, non succede quasi mai".
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