tusciaweb.eu, 24 dicembre 2019
Gestione dell'attività di mediazione culturale a favore dei detenuti stranieri, firmata a palazzo dei Priori una convenzione tra comune di Viterbo (comune capofila del distretto socio sanitario Vt3) e casa circondariale Mammagialla. A sottoscrivere l'importante documento, lo scorso mercoledì, sono stati il sindaco Giovanni Maria Arena e il direttore dell'istituto penitenziario Pierpaolo D'Andria. Presente alla firma della convenzione, avvenuta nella sala Rossa, anche l'assessore ai servizi sociali Antonella Sberna.
"La convenzione - ha spiegato il direttore della casa circondariale D'Andria - ha come oggetto la definizione e la strutturazione di un servizio di mediazione interculturale, rivolto ai detenuti stranieri, con l'intento di migliorare le condizioni di vita degli stessi, mediante azioni volte a facilitare la loro permanenza all'interno dell'istituto penitenziario.
Questo prevede anche l'istituzione di uno sportello informativo all'interno della nostra casa circondariale. Ringrazio il sindaco Arena per aver condiviso le finalità di questa convenzione che stiamo per sottoscrivere e che vede in primo piano comune e casa circondariale, e un ringraziamento all'assessore Sberna per il percorso avviato insieme pochi mesi fa, e che oggi concretizziamo attraverso la firma di questa convenzione".
"Alla base di alcuni diverbi ed episodi di intolleranza tra detenuti ci sta spesso l'incomprensione - ha sottolineato il sindaco Arena. Parlo di incomprensione linguistica. Così come ci stanno le differenze culturali. I servizi che verranno portati avanti attraverso l'attività di mediazione interculturale sono certo porteranno benefici sia dentro l'istituto penitenziario, nel periodo in cui il detenuto sconta la pena, sia fuori dal carcere, una volta libero, nella fase del reinserimento nel contesto sociale".
Tra gli obiettivi della convenzione rientrano anche un adeguato supporto linguistico e informativo, finalizzato alla conoscenza dei propri diritti in ambito giuridico, sanitario e sociale, culturale e religioso, il miglioramento delle relazioni del detenuto con gli operatori penitenziari, socio sanitari e con gli altri detenuti, la semplificazione amministrativa, in particolar modo nella cura dei rapporti del detenuto con le ambasciate e i consolati di provenienza. E ancora a sostenere iniziative, individuali e non, quali azioni di supporto a percorsi lavorativi, formativi o in generale volti al reinserimento sociale e allo sviluppo di progetti di integrazione e di informazione.
"Questa convenzione è indubbiamente una risposta forte alle esigenze di una buona parte della popolazione detenuta - ha affermato l'assessore Sberna.
È un documento che fa seguito a quanto ci eravamo detti con il sindaco Arena e il direttore dell'istituto penitenziario D'Andria in occasione del consiglio straordinario dedicato alla situazione della casa circondariale Mammagialla. Attraverso un lavoro costante, portato avanti in questi mesi, abbiamo raggiunto questo risultato. Un risultato che ci vede tra i primi distretti socio sanitari del Lazio a essere prossimi all'avvio del servizio. Ringrazio gli uffici per il solerte e prezioso lavoro che ci ha portato oggi a ufficializzare una preziosa e proficua collaborazione in ambito sociale".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 24 dicembre 2019
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 23 dicembre 2019 n. 51935. Via libera al sequestro preventivo degli immobili in relazione al reato di intestazione fittizia di beni ai familiari, anche se non provento di reato. Una mossa fatta per eludere le misure di prevenzione da parte di un soggetto condannato per reati di bancarotta fraudolenta e riciclaggio, quest'ultimo riferito al profitto della bancarotta fraudolenta, in merito al crack di una società a responsabilità limitata. La Corte di cassazione, con la sentenza 51935, respinge il ricorso contro la misura. Ad avviso del ricorrente l'ordinanza impugnata non avrebbe evidenziato il collegamento tra gli immobili sequestrati e il presunto profitto che il ricorrente avrebbe ricavato grazie al riciclaggio del denaro proveniente dal tracollo della società. Né era stato indicato il profitto ottenuto con il riciclaggio a monte dell'intestazione fittizia. La Cassazione, nel respingere il ricorso, chiarisce che il delitto di trasferimento fraudolento di valori, previsto dall'articolo 512-bis del Codice penale, scatta anche in caso di condotte che riguardano beni di provenienza non delittuosa.
La ratio dell'incriminazione, ha il solo obiettivo di evitare le manovre di chi è assoggettabile alle misure di prevenzione, tese a non far figurare la loro disponibilità di beni o altre utilità, a prescindere dalla loro origine. La conseguenza è che possono essere sequestrati i beni oggetto di intestazione fittizia anche se i cespiti non sono il risultato di un reato, purché siano destinati a integrare la condotta di trasferimento fraudolento di valori. Sbaglia dunque il ricorrente nel fare riferimento all'inesistenza di un collegamento tra il profitto del reato di riciclaggio - per il quale è stato condannato - e i beni sequestrati. Così facendo la difesa confonde, infatti, i presupposti per il sequestro dei beni relativi al riciclaggio, articolo 648-quater del Codice penale, con il sequestro dei beni relativi al reato di intestazione fittizia.
di Pietro Pellegrini*
Il Manifesto, 24 dicembre 2019
La salute mentale richiede un sistema di welfare pubblico universalistico e un insieme unitario di diritti individuali e sociali come previsto dalla Costituzione. Il muro dell'imputabilità. Dopo la chiusura dell'Opg, una scelta radicale è un volume realizzato dall'Ufficio del Garante delle persone private della libertà della Regione Toscana in sintonia con il movimento per il superamento dei manicomi giudiziari.
A curarlo è Franco Corleone il quale, riprendendo precedenti disegni di legge, avanza la proposta di abolire la non imputabilità del malato di mente. Questo porterebbe a superare il cosiddetto "doppio binario" e di fatto a scardinare la distinzione tra pene e misure di sicurezza. Il codice penale del 1930 fa riferimento alla legge 36 del 1904 sui manicomi che a partire da una visione del malato come "pericoloso a sé e agli altri", attua un modello di tipo custodiale.
Le leggi 180 del 1978 e 81 del 2014, che hanno chiuso i manicomi civili e quelli giudiziari, riconoscono i diritti da attuarsi nella comunità sociale. Il processo di soggettivazione in un quadro di libertà e responsabilità è essenziale per il programma di cura e il progetto di vita. La sentenza 99 del 2019 della Corte Costituzionale ha esplicitato come la persona con infermità psichiche sopravvenute in carcere possa usufruire di misure alternative mediante un ragionevole bilanciamento tra i diritti della persona e la sicurezza della collettività. Il Comitato Nazionale di Bioetica e il Consiglio Superiore della Magistratura hanno sollecitato la collaborazione interistituzionale, che si è tradotta in alcuni protocolli regionali.
Le esperienze di chiusura degli Opg, pur condotte senza una regia nazionale, dimostrano che il nuovo sistema può funzionare. Infatti si stimano in circa seimila i pazienti seguiti nel territorio. Le trentuno Rems (Residenze per Esecuzione Misure di Sicurezza), molto diverse fra di loro, hanno un buon turnover e il 67% dei pazienti accolti nei primi tre anni sono stati dimessi. Tuttavia hanno seri connotati custodiali, certe persone sono di difficile gestione e altre rischiano di essere abbandonate. La salute mentale richiede un sistema di welfare pubblico universalistico e un insieme unitario di diritti individuali e sociali come previsto dalla Costituzione.
Il rischio di una regressione delle Rems e di una progressiva occupazione "giudiziaria" delle strutture dei dipartimenti di salute mentale necessita di una riflessione su devianza e conflitto e sulle funzioni delle pene, affinché siano più efficaci sia per le persone che per la sicurezza della comunità. Per la cura si può operare solo nel consenso, favorendo la responsabilità e il protagonismo mediante percorsi di "capacitazione". Serve un doppio patto uno per la cura, l'altro per la sicurezza. La proposta di riforma dell'imputabilità non mira affatto a negare il disturbo mentale, ma a responsabilizzare la persona rispetto all'agito.
Anche nelle ipotesi di proscioglimento, il fatto-reato resta ben presente nella vita psichica della persona che chiede di essere accettata in modo non giudicante, di trovare un senso, una conciliazione interiore premessa di un percorso riparativo e per quanto possibile di conciliazione. È quindi fondamentale anche per i percorsi di cura un pronunciamento sociale, una sentenza che dia certezze, rispetto a kafkiane misure di sicurezza. Poi l'esecuzione della pena terrà conto del trattamento dei disturbi mentali considerando al contempo le necessità di sicurezza.
Rivedere le funzioni delle pene implica un ripensamento degli istituti di pena, una diversa strutturazione delle Articolazioni tutela salute mentale nel carcere, la proposizione di altre soluzioni interne o esterne agli stessi istituti. Occorre un'analisi sui determinanti biologici, psicologici, sociali agendo su quelle più facilmente rilevabili e modificabili. La proposta rilancia un'azione riformatrice per superare le contraddizioni del codice penale che rischiano di soffocare le buone pratiche e di far fallire una rivoluzione straordinaria, di civiltà e umanità.
*Psichiatra. Direttore del Dipartimento salute mentale, Ausl di Parma
di Cristina Crupi
reggiotv.it, 24 dicembre 2019
In occasione dello Human Rights Day, l'Associazione Elsa (The European Law Students' Association), sezione di Reggio Calabria, ha organizzato un'iniziativa dai risvolti pratici, volta a sensibilizzare le coscienze dei partecipanti in relazione alla condizione di una particolare categoria di soggetti: i detenuti.
È nata sotto forma di un'attività di volontariato culturale e, per questo, insieme alle detenute donne si è proceduto ad etichettare e riordinare libri e Dvd donati dai partecipanti in occasione della giornata. I soci di Elsa Reggio Calabria hanno vissuto un bellissimo momento di confronto con le detenute, che hanno parlato della loro esperienza all'interno della Casa Circondariale, esprimendo il desiderio di avere maggiori contatti con persone provenienti dall'esterno, soprattutto con i giovani, stimolando Elsa a strutturare un programma di attività a lungo termine per dare supporto soprattutto morale a chi sta vivendo un percorso di reinserimento nella società.
Il tutto si è svolto in un clima disteso e conviviale, nel quale si sono incontrati gli sguardi dei partecipanti, desiderosi di mettersi in gioco al servizio della comunità, e quelli delle detenute, pieni di speranza e voglia di cambiare il loro futuro. L'epilogo dell'evento si è avuto con la donazione che l'associazione ha fatto alla struttura, con una targa recante una frase emblematica inerente ai Diritti Umani, che è stata affissa nella biblioteca da una detenuta che si occupa quotidianamente della sistemazione.
Il tutto si è svolto con il pieno sostegno dell'Avv. Agostino Siviglia, Garante Regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, e del Dott. Emilio Campolo, Responsabile dell'area pedagogica dell'Istituto, entrambi presenti all'iniziativa.
radiocl1.it, 24 dicembre 2019
Il Centro di Riabilitazione "Villa San Giuseppe" dell'Associazione "Casa Rosetta" ha strutturato, nel corso di quest'ultimo anno, una serie di incontri con gli ospiti della Casa di Reclusione di San Cataldo che proprio nell'imminente avvicinarsi delle festività natalizie vestono una particolare valenza.
Gli incontri, frutto dell'operosa collaborazione tra la Casa di reclusione e il Centro di Riabilitazione, sono stati resi possibili dall'impegno che ha visto in prima linea, oltre che le diverse figure interne a "Villa San Giuseppe", la Direttrice della Casa di reclusione, dott.ssa Francesca Fioria, il Commissario Coordinatore Carlo Di Blasi, il Responsabile dell'area educativa, dott. Michele Lapis, le insegnanti dei corsi Cipia, Antonella e Tina e le insegnanti Grazia e Graziella, dell'Istituto "Rapisardi", che quotidianamente ed incessantemente aiutano gli ospiti della struttura di San Cataldo nel loro percorso di riabilitazione e che nella finalità progettuale di questi incontri hanno pienamente sposato l'idea di far interagire le due realtà.
L'idea di questi incontri nasce nel mese di marzo, in occasione della Festa di San Giuseppe; gli ospiti della Casa di reclusione, Carmelo, Antonio, Federico, Mario, Ahboufa, Antonello, Ahmed, Nino, Natale, Enzo, Francesco, Turi, Angelo, Dyibi, Jim, sono diventati, da quel giorno, compagni di viaggio dei giovani del Centro diurno di "Casa Rosetta", "Villa San Giuseppe".
Diversi momenti di condivisione, compartecipazione e scambio di esperienze si sono susseguiti all'interno di un calendario di incontri arrivato, ad oggi, alla soglia delle festività natalizie. Compartecipazione e felicità sono stati temi fondanti degli incontri, che vestono la piena valenza del senso della condivisione e del creare sinergia con le diverse realtà agenti sul territorio nell'ottica del "prendersi cura di sé e dell'altro", concetto questo, che con l'avvento del Natale si trasmuta in un augurio da parte di "Casa Rosetta" diretto a tutte quelle realtà bisognose di attenzione e di maggiore integrazione.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 24 dicembre 2019
Quasi mezzo milione gli sfollati. Il ministro degli Esteri italiano riceve dal segretario di Stato l'appoggio Usa all'iniziativa diplomatica. L'America non molla l'Italia, né l'Europa, ma sulla Libia continua a voler rimanere "defilata". Non sembra sufficiente a convincerli la presenza dei contractors russi a fianco dell'esercito del generale Khalifa Haftar, anche se ammettono di essere preoccupati.
E soprattutto sembrano credere poco alla riuscita della Conferenza di Berlino, per la quale non è stata ancora fissata una data certa. Per questo tutte le mediazioni che l'Italia sta cercando di mettere in campo sono ben accette. Ieri il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che sta giocando una grossa partita personale sulla Libia, ha parlato al telefono con il segretario di Stato Usa Mike Pompeo, dal quale avrebbe ricevuto pieno appoggio per la trattativa diplomatica in corso.
Così come avrebbe dato l'ok alla missione Ue che dovrebbe già partire con l'inizio dell'anno. Il responsabile della Farnesina ha intenzione di recarsi in Turchia nei prossimi giorni, forte dei rapporti di amicizia che hanno sempre legato l'Italia a quel paese. In questo scenario, Fayez al Serraj, capo del governo riconosciuto dall'Onu, e il suo nemico Khalifa Haftar, provano a giocare una partita tutta personale.
Perché, se l'idea di una espansione turca in Tripolitania sembra accettata dal presidente, non è vista bene da tutte le parti in causa. E Haftar, dal canto suo, vorrebbe evitare di essere completamente fagocitato dai russi, e ieri ha annunciato che andrà presto in Grecia, dopo che nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Nikos Dendias (da sempre vicino a Serraj) si è recato a Bengasi, in polemica con la firma del memorandum tra Tripoli e Ankara.
All'Italia resta il compito non facile di riportare in primo piano i partner europei, in vista di quella Conferenza di Berlino alla quale credono in pochi. Aspettando, invece, con maggiore interesse il bilaterale tra Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin previsto per 1'8 gennaio. Intanto ieri il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin ha parlato al telefono con il consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, Robert O'Brien, al quale avrebbe assicurato che la Turchia continuerà a lavorare per la "sicurezza e la stabilità nella Libia", ma anche a "difendere i suoi diritti nel Mediterraneo orientale".
C'è poi il ruolo che sta provando a giocare la Tunisia: esclusa dalla Conferenza di Berlino, sta preparando una iniziativa autonoma. L'idea è di organizzare un consesso sulla crisi in cui vengano coinvolti i protagonisti "minori", che potrebbero avere maggiori chances di esercitare un pressing incisivo su Sarraj e Haftar. Ieri, poi, l'Onu ha lanciato un allarme per la situazione nel paese: "Siamo preoccupati per il deterioramento dei diritti umani in Libia.
"Nel 2019, il nostro ufficio insieme alla missione di sostegno delle Nazioni Unite (Unsmil) - ha dichiarato l'Alto Commissario per i diritti umani (Ohchr), Rupert Colville - ha documentato almeno 284 morti civili e 363 feriti a seguito del conflitto armato, con un aumento di oltre un quarto del numero di vittime registrato nello stesso periodo dell'anno scorso.
Abbiamo serie preoccupazioni sull'impatto che il conflitto sta avendo su aree densamente popolate come Abu Salim e Al Hadba, dove altri 100.000 civili rischiano di essere sfollati, oltre ai 343.000 che hanno già lasciato le loro case".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 24 dicembre 2019
L'accusa dell'Associazione Radicale "Diritti alla Follia". Nelle Relazioni sulle visite in Italia dal 2004 al 2016 il Comitato per la Prevenzione della Tortura (Cpt), organismo collegato al Consiglio d'Europa, ha espresso una serie di raccomandazioni specifiche sulle garanzie legali relative alla procedura dei Trattamenti sanitari obbligatori (Tso).
L'Associazione Radicale "Diritti alla Follia" ha tradotto ed esaminato queste raccomandazioni perché, come rendono noto in un comunicato stampa Cristina Paderi e Michele Capano, rispettivamente segretaria e tesoriere dell'associazione, "di questo documento così significativo per l'Italia, non è stato possibile trovare neanche il testo in italiano".
Per il Cpt "è emerso che quasi nessuna delle raccomandazioni specifiche fatte in precedenza dal Comitato è stata realizzata nella pratica. Tale stato di cose non è accettabile". Ma vediamo nel dettaglio quali sono le criticità emerse: 1) "Non era raro che durante la procedura di Tso gli stessi medici che lavoravano nel Servizio diagnosi e cura compilassero essi stessi il certificato medico per il sindaco e il giudice. Il Cpt ritiene che tale pratica sia discutibile in termini di etica professionale"; 2) "i certificati redatti dai medici spesso non contenevano alcuna motivazione (molto spesso entrambi i certificati contenevano solo la diagnosi di "stato di agitazione"); in diversi casi, il primo e il secondo certificato erano letteralmente identici o erano addirittura redatti con la stessa calligrafia"; 3) "la delegazione ha osservato che, in un certo numero di casi, la decisione del tribunale veniva notificata al sindaco, ma non al paziente interessato"; 4) "occorre che i pazienti siano di norma ascoltati di persona dal giudice tutelare competente, preferibilmente nei locali dell'ospedale. Si tratta di una garanzia fondamentale"; "il Cpt considera che dovrebbe completare l'esame degli atti di tale procedura anche un'udienza in ospedale, che permetta un contatto diretto tra le parti in causa, cioè: paziente, medico e giudice. Tale udienza potrebbe d'altronde essere organizzata nel quadro della legislazione attuale.
Essa permetterebbe al magistrato non solo di ascoltare le spiegazioni del paziente e del medico, ma anche di comunicare direttamente la sua decisione al paziente (con l'aiuto del medico, se necessario)".
In merito a tale quadro problematico, Paderi e Capano sottolineano che "rispetto a queste raccomandazioni clandestine, abbiamo riscontrato una sostanziale coincidenza tra quello che il Comitato per la Prevenzione della Tortura predica e quello che è il contenuto della proposta di riforma del trattamento sanitario obbligatorio di cui ci siamo resi elaboratori e protagonisti in questi anni. Ovviamente queste raccomandazioni si sono andate ripetendo nel corso degli anni perché il Comitato nelle visite registrava che nulla era cambiato, ma questo tipo di sollecitazione non è mai entrata neanche nel dibattito istituzionale". Per leggere tutte le raccomandazioni: https://www.dirittiallafollia.it/wp-coten/uploads/2019/12/raccomandazioni-del-cpt-allitalia.pdf
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 24 dicembre 2019
Mi capita di scrivere queste poche righe proprio sotto Natale. Un giorno in cui si festeggia la nascita di un bambino straordinario che ha cambiato le sorti di una grande parte del mondo. Un giovane uomo che ha riformato la severa e vendicativa religione dei padri, introducendo per la prima volta nella cultura monoteista il concetto del perdono, del rispetto per le donne, il rifiuto della schiavitù e della guerra.
In nome di Cristo sono state fatte delle orribili nefandezze. La scissione fra etica e politica è accaduta nel momento in cui la Chiesa, da idealistica e innovativa forza rivoluzionaria si è trasformata in un impero che ha subito costruito il suo esercito, le sue prigioni, i suoi tribunali, la sua pena di morte. Ma molti, proprio dentro la Chiesa, hanno rifiutato i principi del vecchio Testamento, il suo concetto di giustizia come vendetta (occhio per occhio, dente per dente), la sua profonda misoginia, l'intolleranza e la passione per la guerra.
Oggi la novità del movimento delle Sardine ricorda alla lontana le parole di un pastore povero che a piedi nudi portava a pascolare le pecore. I movimenti che abbiamo conosciuto finora, perfino il grande Sessantotto, usavano le parole Lotta, Guerra, Appropriazione, Distruzione, Nemico da abbattere, ecc.
Mentre le piccole sardine, (che spero tanto non si facciano trasformare dai media in tonni pronti per la mattanza), rifiutano l'insulto e l'aggressività. Non pretendono di cambiare il mondo, ma di introdurre in una società sfiduciata e cinica, una nuova voglia di idealismo.
Non hanno sbagliato simbolo secondo me, perché la sardina da sola non esiste, ma in una massa di corpi volanti, aiuta il mare a compiere i suoi cicli vitali. Inoltre possiamo dire che la sardina è ormai il solo pesce che non provenga da allevamenti intensivi, non si nutre di farine sintetiche, e non viene rimpinzata di antibiotici.
Il fatto che riescano a smuovere tante persone, soprattutto giovani, è segno di una richiesta di nuove idealità, ovvero fiducia nel futuro, progetti comuni, spirito di solidarietà e collaborazione. Certuni li ridicolizzano, ma non si accorgono che fanno del male prima di tutto a sé stessi. Con il sarcasmo perpetuano il vizio tutto italiano di disprezzare tutto ciò che è comunitario, di sentirsi superiore a ogni manifestazione di indignazione civica, di criticare tutto e tutti in nome di una conoscenza del mondo più antica e superiore.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 24 dicembre 2019
La mano pesante del tribunale di Ryadh, in Arabia Saudita, si è abbattuta su quelli che sono stati giudicati come gli autori dell'omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista 59enne, editorialista per il Washington Post. L'uomo era stato visto per l'ultima volta entrare nel consolato saudita di Istanbul Il 2 ottobre 2018: da allora era scomparso.
Indagini turche e delle Nazioni Unite sono state concordi nell'indicare nei servizi segreti sauditi i responsabili. Nel mirino degli inquirenti erano finite 11 persone anche se tutta l'inchiesta ne vedeva convolte almeno 31. Ieri le sentenze: cinque condanne a morte mentre altri 3 imputati dovranno scontare pene detentive di 24 anni a testa. Le pene capitali sono state comminate per aver "commesso e partecipato direttamente all'omicidio della vittima", gli altri invece sono stati giudicati rei di aver coperto questo crimine e violato la legge. Tre gli assolti.
Già la relatrice speciale Onu sul caso, Agnes Callamard, aveva rivelato l'estate scorsa che erano emerse le responsabilità di alcuni agenti di cui erano stati resi noti i nomi: Fahad Shabib Albalawi, Turki Muserref Alshehri, Waleed Abdullah Alshehri; Maher Abdulaziz Mutreb, un funzionario dell'intelligence e la dottoressa Salah Mohammed Tubaigy, medico legale del ministero degli Interni.
L'omicidio di Khashoggi sarebbe l'esito tragico di un'operazione sotto copertura, un rapimento per portare in Arabia Saudita Khashoggi, residente in realtà negli Stati Uniti e tenace oppositore della petro- monarchia. Gli investigatori hanno ricostruito le fasi della vicenda: al giornalista sarebbe stata iniettata una dose letale di narcotico provocandone la morte.
L'impossibilità di trasportarlo fuori del consolato indusse la squadra di agenti a smembrare il corpo anche se i resti non sono stati trovati Ma al di là delle condanne ben presto sono emerse prove, che l'Onu ha definito credibili, per le quali sarebbero giustificate ulteriori indagini a carico di alcuni alti funzionari del regno e dello stesso principe ereditario Mohammed bin Salman, il vero uomo forte di Ryadh.
Il principe ha sempre negato ogni coinvolgimento, anche se nell'ottobre scorso aveva praticamente consegnato "i colpevoli" assumendosi "la piena responsabilità come leader soprattutto perché l'omicidio è stato commesso da individui che lavorano per il governo saudita". In ogni caso i vertici sono stati solamente sfiorati, infatti uno dei più stretti collaboratori di Salman, Saud al-Qahtani, sebbene estromesso dalla sua carica non è stato accusato mentre e l'ex vice capo dell'intelligence Ahmad Asiri è stato assolto per insufficienza di prove.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 24 dicembre 2019
La repressione delle proteste di novembre in Iran è stata brutale e il numero delle vittime potrebbe essere molto più alto di quello finora certificato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani. Un'inchiesta pubblicata ieri dalla Reuters parla di circa 1.500 persone uccise, tra cui 17 adolescenti e 400 donne.
L'agenzia inglese cita tre fonti anonime del ministero dell'Interno iraniano e un quarto funzionario. A dare l'ordine di "fare tutto il necessario" per sedare le rivolte sarebbe stata direttamente la Guida suprema, Ali Khamenei, in una riunione con i più alti responsabili della sicurezza a cui avrebbe partecipato anche il presidente Hassan Rouhani, che guida un governo considerato espressione dell'ala più moderata del regime.
"L'ordine ha dato il via alla più sanguinosa repressione dei manifestanti dopo la Rivoluzione islamica de11979", scrive Reuters. "Non possiamo commentare il report che cita persone che lavorano al ministero dell'Interno e informazioni delle forze di sicurezza, degli ospedali e dei medici legali", spiega da Londra Nassim Papayianni, ricercatrice del team Iran di Amensty International.
"Non abbiamo accesso a fonti interne al governo, le nostre ricerche si basano sui report che riceviamo dall'Iran e che verifichiamo. Finora possiamo confermare che i morti sono stati almeno 304, ma crediamo che il bilancio sia più alto e stiamo indagando per verificare le notizie di altre vittime". Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell'Iran ha smentito l'inchiesta della Reuters: "Falsa propaganda", frutto di una "guerra psicologica", una "storia americana" - rispolverando le teorie cospirazioniste di una regia americana dietro le proteste - ma senza fornire un bilancio certo delle vittime.
Le proteste sono scoppiate il 15 novembre scorso: l'aumento del prezzo della benzina ha fatto da detonatore a una rabbia diffusa contro la corruzione e l'inefficienza del governo, accusato di spendere soldi per le operazioni militari nella regione - in Libano, Siria, Yemen - e non per dare servizi dignitosi ai cittadini. Alcuni manifestanti hanno attaccato banche e uffici governativi e la sera del 17 novembre hanno dato fuoco alle immagini di Khamenei, che in Iran ha il controllo su tutte le decisioni che riguardano la sicurezza e gran parte di quelle politiche: l'ayatollah ha fatto subito capire che aria tirasse definendoli "banditi".
Per una settimana il governo ha bloccato Internet e così le notizie sui morti sono cominciate a trapelare solo verso la fine di novembre. "Crediamo che le persone arrestate siano migliaia e temiamo che vengano torturate o costrette a confessioni forzate poi usate contro di loro nel processo: già ne sono apparse su alcune televisioni di stato", spiega Papayianni.
Le testimonianze raccolte da Amnesty raccontano anche di famiglie che hanno subìto pressioni dalle forze di sicurezza per non parlare con i media o fornire versioni false sulla morte dei loro cari: "In un caso almeno ci hanno raccontato che è stato detto loro di dire che la vittima era morta in un incidente stradale".
Farnaz Fassihi, però, che per il New York Times si occupa di seguire cosa accade in Iran e ha raccontato la repressione del regime, solleva dubbi sulle cifre fornite da Reuters. "Può qualsiasi altro giornalista indipendente o qualsiasi organizzazione per i diritti confermare i numeri di Reuters?
Io non ci sono riuscita ha scritto su Twitter - e anche il Dipartimento di Stato ha gonfiato i numeri", riferendosi alle dichiarazioni dell'inviato speciale Usa per l'Iran, Brian Hook, che per primo aveva parlato di più di 1.000 morti. Sul coinvolgimento diretto di Khamenei nella gestione della repressione invece sembrano esserci pochi dubbi.
Il 3 dicembre è stato proprio un alto funzionario delle guardie rivoluzionarie iraniane, Yadollah Javani, a dire pubblicamente che se non fosse stato per "l'intervento tempestivo" del leader supremo, non sarebbe stato possibile "mettere fine alle proteste".









