di Massimo Krogh
Il Mattino, 16 novembre 2019
Napoli, nella prestigiosa Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, che in un bellissimo edificio custodisce una grande e antica cultura, ho assistito ad un interessante convegno sulla "Brexit e le nuove sfide dell'Unione Europea".
Si è discusso sul prossimo futuro dell'Europa in una visione europea di democrazia liberale, oggi anche influenzata dalla tecnologia, su cui il Suor Orsola ha fatto a Bruxelles un intelligente e previdente investimento, che ancora una volta premia la sua tradizione culturale. Mentre ascoltavo, pensavo che da noi, che abbiamo avuto in casa il fascismo e che ancora oggi sentiamo soffiare sul tema venticelli non tranquillanti, l'argomento del convegno si presentava molto appropriato ed indicato per i tanti giovani che vi assistevano nella stupenda "Sala degli Angeli", gioiello del Suor Orsola.
Pensavo pure che la maggior garanzia per una democrazia liberale non attaccabile, per evitare che diventi illiberale, dovrebbe soprattutto risiedere nel rispetto delle regole dello Stato di diritto; le quali, però, talvolta possono essere un po' altalenanti, perché non sempre ciò che stabiliscono le leggi statuali è effettivamente giusto.
"Legale" è ciò che corrisponde ai dettami delle leggi dello Stato. "Giusto" è un concetto astratto, infatti ciò che può esserlo per Tizio potrebbe non esserlo per Caio. In altre parole, legale e giusto possono spesso coincidere ma non sempre rispecchiano la stessa realtà. Vidi in televisione un caso in cui si dibatteva su una brigatista coinvolta nell'omicidio Moro, che avendo scontato quasi l'intera pena, chiedeva il reddito di cittadinanza.
Qualcuno diceva che, essendosi macchiata di un delitto così grave, inteso a ribaltare lo Stato, non avrebbe dovuto poter beneficiare di un reddito a spese dello Stato; si criticava, perciò, la legge e la conseguente concessione del reddito. Qualcun altro osservava che si trattava di una legge, e dunque buona o cattiva andava applicata.
Giorni addietro "Il Mattino" ha riferito di una inchiesta da cui sarebbe emerso che, per i criteri seguiti, il reddito di cittadinanza andava solo ai trafficanti, ai ladri e agli usurai, vale a dire il contrario del previsto. Analoghe cose ho sentito dalla televisione. Io non so quali siano i criteri che porterebbero a questi effetti distorti, comunque, se accadono questi assurdi capovolgimenti, ciò potrebbe dipendere dalla caduta in basso del Paese in via generale.
In effetti, le leggi sono emesse per confrontarsi e risolvere esigenze della vita concreta, che non sempre coincidono strettamente con la morale e in qualche caso possono ritenersi anche ingiuste; ma se la pena ha una finalità anche rieducativa, chi l'abbia scontata non sembra che possa essere escluso da un beneficio legalmente previsto.
Altri esempi del contrasto tra legale e giusto possono trovarsi nella quota100 e nei contesti migratori. Anche il caso dell'ergastolo ostativo, di cui in questi giorni tanto si discute, tocca in qualche modo l'argomento. Insomma, "legale" e "giusto" sono due concetti ad un tempo lontani e vicini, nel senso che appartengono a sfere diverse (il diritto e la morale), ma possono incontrarsi nelle evenienze della vita. La democrazia liberale è un bene inestimabile che la politica dovrebbe religiosamente custodire piuttosto che turbare come talvolta avviene.
agensir.it, 16 novembre 2019
Un presepe vivente nella Casa circondariale femminile di Pozzuoli. Il progetto del Cpia Napoli Provincia 1 prevede la partecipazione di circa 40 allieve italiane e straniere iscritte ai corsi di scuola per adulti nel carcere e rappresenta la fase conclusiva di un percorso didattico che attraverso la contestualizzazione cronologica, storica e ambientale della Natività, lo studio critico di simbologie, personificazioni e allegorie nell'arte napoletana del presepe, il confronto tra fedi e religioni diverse, ha reso possibile l'allestimento di un itinerario presepiale multietnico e inclusivo, un percorso di concreta mediazione culturale.
Quest'anno, per la prima volta dopo 5 edizioni, la casa circondariale femminile di Pozzuoli apre al territorio e permette a chiunque sia interessato, previa prenotazione e successiva autorizzazione, compatibilmente con le disposizioni normative vigenti, di accedere alla struttura per seguire l'itinerario della Natività. L'evento avrà luogo dal 10 al 12 dicembre. Lo spirito è quello di coinvolgere la società esterna per abbattere diffidenza e preconcetti.
Per prenotarsi è è possibile avanzare richiesta a:
di Daniele Archibugi*
Il Manifesto, 16 novembre 2019
Il Myanmar non è membro della Corte penale internazionale e questo ha impedito fin qui alla corte di agire. L'escamotage consiste nell'indagare almeno sulle violenze transfrontaliere. Meglio di niente?
La Corte penale internazionale (Cpi) ha alla fine deciso di aprire un'indagine sui crimini commessi dal governo birmano contro la minoranza Rohingya. Perché tale indagine non è già stata aperta quando è iniziata la persecuzione nell'ottobre 2016? Qual è suo valore dopo tre anni dall'inizio del massacro? Giornalisti e associazioni per i diritti umani hanno già documentato tempestivamente i crimini commessi dal governo del Myanmar.
La Birmania non è un membro della Cpi, e la mancanza di competenza ha impedito alla corte di agire. Tuttavia, dal momento che alcuni crimini sono stati commessi dal governo del Myanmar in Bangladesh, il paese vicino dove si sono rifugiati da circa 600.000 a un milione di rifugiati Rohingya, si è aperta una possibilità. Il Bangladesh, infatti, è uno dei 122 stati che ha aderito alla Corte. La Cpi è quindi in grado di indagare sui crimini transfrontalieri commessi dagli agenti del governo del Myanmar, ma non sulla maggior parte delle violazioni che si sono verificate entro i confini dello stato. Meglio di niente, potremmo dire, ma la Corte avrebbe potuto fare di più?
Nei suoi quasi 20 anni di attività, la Cpi è riuscita a mandare in prigione solo una manciata di criminali ed è improbabile si aggiungano ad essi qualche soldato o poliziotto birmani, visto che saranno debitamente protetti dal proprio governo. In queste circostanze, la Cpi continua ad essere una sorta di autorità morale senza denti per mordere. Altre organizzazioni della società civile sono riuscite a svolgere esercizi simili molto più rapidamente e con risorse molto minori: il Tribunale permanente dei popoli è già riuscito a emettere una sentenza molto dettagliata, sulla base delle informazioni raccolte da organizzazioni per i diritti umani, giornalisti e vittime. E ben due anni fa.
Il ruolo della giustizia penale internazionale non è solo quello di punire una manciata di criminali. A partire dal Tribunale di Norimberga, i processi servono a denunciare i reati commessi, dare voce alle vittime, riscrivere la storia e spianare la strada per la coesistenza futura. Ma la Cpi, creata dopo una lunga campagna condotta da gruppi per i diritti umani e da qualche governo progressista, dovrebbe ora con più coraggio rispondere alle aspettative.
I Rohingya avrebbero avuto bisogno di un'autorevole missione internazionale per prevenire le persecuzioni, consentendo loro di vivere in sicurezza nella loro patria e non l'hanno ottenuta. Avrebbero avuto bisogno di assistenza internazionale per sopravvivere nei campi dei rifugiati e l'hanno ottenuta solo parzialmente. Avrebbero avuto bisogno che le loro voci fossero ascoltate e che i responsabili dei crimini fossero identificati e, auspicabilmente, puniti.
La Cpi non ha competenza sulle prime due faccende. Ma avrebbe potuto provvedere almeno la terza, e molto prima. Speriamo sia ora in grado di chiudere tempestivamente le indagini. Altrimenti i Rohingya, dopo i danni, subiranno anche la beffa.
* Co-autore di "Delitto e castigo nella società globale" (Roma, Castelvecchi, 2018).
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 15 novembre 2019
Eletto Giovanni Salvi alla presenza di Mattarella. "Contributo prezioso". Al primo appuntamento importante dopo il "caso Palamara", mezzo Consiglio superiore della magistratura sceglie il nuovo procuratore generale della Cassazione: 12 consiglieri su 24 (due posti sono vacanti) hanno eletto Giovanni Salvi, 67 anni di cui 40 con la toga sulle spalle, attuale procuratore generale di Roma.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 15 novembre 2019
Non è sempre facile affermare quanto sia necessario che "nessuno tocchi Caino". È molto difficile quando apprendi, come è capitato in questi giorni, che in Puglia ci sarebbero gruppi di ragazzi, tra cui molti minorenni, responsabili di aver vessato, derubato, torturato e sfruttato un anziano malato psichico.
I 18 arrestati (di cui 8 minori) in provincia di Taranto dovranno rispondere di estorsione continuata, furto aggravato, rapina, detenzione e porto di arma da sparo, atti persecutori. I fatti fanno il paio con quanto avvenne a Manduria nella primavera scorsa quando, in seguito alle torture, fisiche e psicologiche, inflitte da altri ragazzi a un pensionato depresso ed emarginato, si arrivò alla morte dell'uomo il quale, sopraffatto da un clima ormai per lui insopportabile, si lasciò morire, rinunciando a chiedere aiuto e a curarsi.
Sarebbe facile definire "mostri" questi ragazzi, anche perché abbiamo ancora nelle orecchie le loro risate e negli occhi le loro esibizioni sceniche nei loro filmati dopo le bravate. Nei paesi è sempre esistita una persona definita lo "scemo del villaggio", in genere un innocuo e solitario malato psichico che i ragazzi prendevano bonariamente in giro.
Ma che ha sempre avuto una materna protezione sociale: nessuno gli ha mai fatto del male, molti lo hanno aiutato e nutrito. Ma qui stiamo parlando di qualcosa di diverso, prima di tutto perché siamo in presenza di vere estorsioni e rapine, nei confronti di persone deboli nel fisico e nella psiche, e oltre a tutto anche povere. Doppia vigliaccheria, dunque. Ma c'è un'altra aggravante, anche se non in senso tecnico-giuridico, Quella dell'incontenibile necessità di esibizionismo da parte di persone che evidentemente hanno bisogno di uno specchio in cui contemplarsi per mostrare a se stessi di esistere e di essere forti.
Sono persone che vanno trattate con severità, se e quando una sentenza di condanna darà veste giuridica a quel che purtroppo appare già abbastanza probabile sia accaduto. Certo, sono in molti oggi, anche in ambienti politici, a chiedere per questi ragazzi non solo pene esemplari, ma anche e soprattutto quella pena anticipata che è la custodia cautelare in carcere.
Ma attraverso la privazione della libertà e il soggiorno in qualche prigione - ridotte come sono le nostre carceri- in compagnia, per lo meno i maggiorenni, di detenuti che ne sanno più di loro sul piano dell'illegalità, quante possibilità avranno questi giovani di essere ricondotti, come prevede la Costituzione, a un regolare reinserimento nella comunità civile?
Proprio perché i fatti per cui sono stati arrestati sono gravissimi e denotano un altissimo grado di inciviltà, la funzione retributiva della pena dovrà essere piena e totale. Questi ragazzi dovranno restituire ciò che hanno tolto: hanno rapinato denaro, ma anche la dignità a una persona, la sua stessa vita, il senso della sua voglia di esistere. Hanno umiliato fino a uccidere.
Ma non si può combattere la violenza del delitto con la violenza dello Stato, quindi del carcere. Ci sono altri strumenti, che portino queste persone prima di tutto a riconoscere gli altri, a non vederli solo come specchio delle proprie bravate e quindi a fare qualcosa per gli altri, a restituire loro quel che è stato loro tolto. Il carcere non serve a nulla, passare qualche mese o qualche anno a "pulire il culo ai vecchietti" servirebbe molto, ma molto di più.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 15 novembre 2019
Dodici anni di reclusione per omicidio preterintenzionale. Pene per falso agli altri due militari. Sentenza anche per i medici: reato in prescrizione, responsabili solo civilmente. Quando il presidente della prima Corte d'Assise di Roma, Vincenzo Capozza, finisce di leggere la sentenza che condanna per omicidio preterintenzionale Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, i due carabinieri che la notte del 15 ottobre 2009 pestarono Stefano Cucchi spezzandogli la schiena, ci si sarebbe potuto aspettare di sentire, nell'aula bunker di Rebibbia, un qualche suono di giubilo. E invece no: com'è nello stile di Rita Calore, di Giovanni e Ilaria Cucchi, e dell'avvocato Fabio Anselmo, non una parola, non un gesto, e neppure un sorriso. Solo lacrime, a sciogliere la tensione di questi lunghissimi anni. E il pensiero di Stefano nei loro occhi.
Il Pm Giovanni Musarò - stesso rigore, stesso comportamento - aveva chiesto 18 anni di carcere per i due militari che non erano presenti in aula. Il collegio giudicante, composto anche di giudici popolari, li ha invece condannati a 12 anni, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento pecuniario della famiglia Cucchi da stabilirsi in sede civile. Assolto dall'omicidio preterintenzionale, "per non aver commesso il fatto", il carabiniere Francesco Tedesco (presente in aula), l'imputato che nel corso del processo bis è diventato il testimone chiave del pestaggio e l'accusatore dei suoi due colleghi, condannato però per falso a due anni e sei mesi di reclusione. Secondo questo primo grado di giudizio, anche se ha compilato un falso verbale, non è lui ad aver orchestrato il depistaggio.
Diversa la posizione del maresciallo Roberto Mandolini, all'epoca dei fatti comandante della stazione Appia, condannato per falso a 3 anni e 8 mesi di reclusione e interdetto dai pubblici uffici per 5 anni. Entrambi, Tedesco e Mandolini, sono stati invece assolti dall'accusa di calunnia, reato andato in prescrizione e perciò riqualificato in falsa testimonianza. Entrambi però dovranno risarcire i tre agenti penitenziari che hanno subito il primo processo e che ieri erano seduti nei banchi in attesa della sentenza. Infine assolto il carabiniere Vincenzo Nicolardi, accusato di calunnia, perché "il fatto non costituisce reato".
Entro 90 giorni si avranno le motivazioni della sentenza. E forse allora capiremo se è vero quanto sostenuto da uno dei legali di parte civile, l'avvocato Stefano Maccioni, che ha accolto con sollievo la sentenza arrivata da piazzale Clodio pochi minuti prima della condanna per omicidio preterintenzionale dei due carabinieri. A qualche chilometro di distanza, infatti, la Corte d'assise d'Appello presieduta da Tommaso Picazio ha giudicato i cinque medici dell'ospedale Pertini, dove Stefano Cucchi morì una settimana dopo il pestaggio, assolvendo "per non aver commesso il fatto" solo la dottoressa Stefania Corbi (era in ferie nei due giorni precedenti la morte del ragazzo) mentre ha stabilito per il primario del Reparto di medicina protetta, Aldo Fierro, e per gli altri tre medici, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo, il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Erano accusati di omicidio colposo e i giudici hanno comunque confermato la responsabilità civile dei quattro sanitari, da stabilirsi in separata sede, nei confronti dell'unica parte civile rimasta in quel processo, il Comune di Roma. Secondo l'avvocato Maccioni, questa sentenza dimostra una volta di più "che sussiste ed è evidente il nesso causale tra le percosse e la morte".
Evidentemente se ne è convinta anche la Corte. E ora, quando la selva di fotografi si fa intorno alla famiglia Cucchi, Ilaria si rivolge al suo avvocato e compagno, Fabio Anselmo: "Forse ora Stefano potrà risposare in pace", dice. "Ci sono voluti dieci anni e chi è stato al nostro fianco ogni giorno sa benissimo quanta strada abbiamo dovuto fare". Anche il padre Giovanni e la madre Rita ricambiano gli abbracci, e asciugano le lacrime. "Ringraziamo tutti quelli che non ci hanno abbandonato". Il loro pensiero va in particolare ai magistrati Pignatone e Musarò, al carabiniere Riccardo Casamassima, che era in aula, e alla moglie Maria Rosati (tra i primi a rompere il muro di omertà), "per tutto quello che stanno passando". "Grazie anche a Tedesco che, seppur in ritardo - puntualizza Giovanni Cucchi - ha permesso il corso della giustizia". È a questo punto che un carabiniere in servizio nell'aula bunker di Rebibbia, un volto conosciuto a chi ha seguito tutte le udienze, si avvicina a Ilaria e le bacia la mano: "Finalmente dopo tutti questi anni è stata fatta giustizia", dice accompagnando i genitori Cucchi fuori, lontano dai microfoni.
E, come hanno fatto in aula in tanti, a cominciare dal Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, anche a chilometri di distanza c'è chi si stringe idealmente a loro. "Questa sentenza rende giustizia anche per quelli che non sono riusciti ad ottenerla", commenta Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. Il mondo della politica invece come al solito si spacca: si congratulano tra gli altri il presidente della Camera Roberto Fico, il ministro Luigi Di Maio e molti esponenti della sinistra, mentre Matteo Salvini, che più volte ha attaccato Ilaria, si è rifiutato di chiedere scusa: "Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà ma questo dimostra che la droga fa male. Io combatto la droga sempre e comunque". Polemiche che Giovanni Cucchi rifiuta di commentare: "Nessuno ci restituisce Stefano ma questa sentenza farà luce su tutto il resto".
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 novembre 2019
È un vicolo cieco. Anche se i toni, alla fine del lungo vertice di maggioranza sulla giustizia, sono stemperati. In fondo, è proprio il guardasigilli Alfonso Bonafede a essere più cupo di tutti: "Restiamo distanti sulla prescrizione".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 15 novembre 2019
Ho conosciuto Ilaria Cucchi esattamente dieci anni fa. Avevo appreso tardivamente dal tg3 della morte di suo fratello, avevo rintracciato il suo numero di telefono e l'avevo chiamata. Ci siamo visti un'ora e mezza dopo in un bar vicino al Pantheon - aveva al polso un orologetto con un cinturino metallico ad anelli e mentre beveva un caffè le dissi: "Se crede posso cercare di aiutarvi". Lei mi guardò un attimo e, senza esitare, mi rispose: "Sì".
Probabilmente non sapeva nulla di me ma le riusciva difficile attribuirmi cattive intenzioni e, d'altra parte, non sapeva da dove cominciare. Durante l'incontro, durato pochi minuti, continuai a osservare il suo polso, quasi che spostare lo sguardo sul suo volto determinato potesse farmi provare qualcosa di simile a un senso di colpa. (È una sensazione che altri hanno avvertito e non è necessario, credo, spiegarne il motivo).
Più tardi al telefono, le proposi di organizzare per i giorni successivi una conferenza stampa. E, anche stavolta, la risposta positiva di Ilaria arrivò rapida. Allora non ero membro del governo né senatore (lo sarei diventato quattro anni dopo).
La nostra associazione, A Buon Diritto, e Antigone potevano contare solo sull'esperienza maturata nella tutela dei diritti dei detenuti e nella mobilitazione intorno alla morte di Federico Aldrovandi, a seguito delle violenze subite da quattro poliziotti (poi condannati in via definitiva).
Il pomeriggio precedente la conferenza stampa, Ilaria mi chiamò, inquieta, e mi disse di aver ricevuto le foto del corpo del fratello scattate all'obitorio; e che né lei né altri familiari avevano avuto cuore di guardarle, temendo lo strazio. Chiese, dunque, il mio parere sull'opportunità o meno di mostrarle in pubblico.ù
Risposi che loro, solo loro, avevano il diritto di decidere quale scelta fare. Io già da qualche tempo ero pressoché cieco: e così, quelle immagini, in tutto il loro orrore, mi furono descritte e "raccontate", tra le lacrime, da Valentina Calderone e Valentina Brinis. Solo a sera tarda Ilaria mi chiamò per dirmi che la famiglia aveva deciso di far conoscere quelle istantanee. Da quel momento cambiò tutto. Nel corso dell'incontro con i giornalisti, mentre parlava Giovanni Cucchi, mi resi conto di cosa stesse davvero accadendo.
Quello di Ilaria e dei genitori era stato un gesto inaudito: avevano rinunciato a una parte del lutto - il più riservato e intimo dei riti familiari - per condividerlo con altri, lontani e sconosciuti. Così facendo, avevano dismesso una porzione del proprio dolore, che avrebbe richiesto segreto e silenzio, per affidarlo ad altri, affinché ne facessero un buon uso pubblico. E così è stato. Senza quella abdicazione al diritto di vivere solo per sé e con sé la sofferenza più crudele, per farne un bene collettivo, le cose sarebbero andate diversamente.
La campagna per la verità E, invece, la mobilitazione ci fu. Si mossero in tanti. E si mosse persino un gruppo di parlamentari: non solo i Radicali Emma Bonino, Rita Bernardini e Marco Perduca; non solo Guido Melis, Jean-Leonard Touadì e altri del Pd, ma anche parlamentari lontanissimi come Flavia Felina, Renato Farina e Melania Rizzoli e qualcun altro.
A quella prima conferenza stampa c'era, ovviamente, l'avvocato Fabio Anselmo, che sembrava essere lì da sempre, da sempre competente e acuminato; e che, come mi disse sottovoce un assistente parlamentare, "assomiglia un po' al Falstaff di Orson Welles".
Ma la vicenda della morte di Stefano Cucchi - ecco il punto - non è stato solo "il caso Cucchi". Innanzitutto perché non è stato un caso (che ne è di Giuseppe Uva, morto nel 2008? di Michele Ferrulli, morto nel 2011? di Riccardo Magherini, morto nel 2014? e di molti altri?).
E poi, perché la piccola storia del "geometra di Torpignattara" (Roma è fatta di quartieri che richiamano l'antica mappa delle torri medievali) rimanda alla storia assai più grande che accompagna le vicende del potere e mette a nudo le sue sopraffazioni e i suoi nascondimenti. L'ordinamento democratico trova il suo fondamento giuridico e morale in un patto che prevede lo scambio tra l'ubbidienza alla legge prestata dai cittadini e la promessa dello Stato di tutelare la loro incolumità dai nemici interni ed esterni.
Se lo Stato non onora la sua promessa e addirittura attenta, esso stesso, all'integrità fisica e psichica dei cittadini (tanto più di quelli affidati alla sua custodia diretta, nelle carceri e nelle caserme), è come se lo Stato di diritto crollasse. Questo, perché viene a esaurimento proprio quella legittimazione basata sulla volontà e capacità di proteggere il cittadino. L'onore restituito È quanto è accaduto nella vicenda di Stefano Cucchi e di altri.
Ed è quanto non ha capito la stragrande maggioranza della classe politica che ha trattato questa storia come un problema al più filantropico, mentre era, in tutta evidenza una questione politica, in quanto conficcata in profondità nel rapporto degradato tra cittadini e Stato. Certo, in questi dieci anni siamo tutti cambiati. Io, sono invecchiato. Ilaria è diventata ancora più determinata e come dire, più intelligente (dice Paul Celan che questo è uno degli effetti del dolore); la famiglia ha dovuto affrontare prove tremende e i genitori ne portano tracce evidenti. Nei loro confronti tanta amicizia ma anche tanto malanimo.
A Ilaria è stato rimproverato di aver indossato orecchini "troppo vistosi" durante una traemissione televisiva. Nel corso del primo processo, quello conclusosi in un nulla di fatto, un pubblico ministero così definì l'atteggiamento della vittima nei confronti dei sanitari: "Cafone, maleducato, scorbutico"; e rimangono, quale segno estremo di una semantica dell'infamia le parole di un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio a proposito di Cucchi: "Anoressico, tossicodipendente, larva e zombie".
Stefano Cucchi non c'è più da dieci anni. È stata necessaria questa immensa fatica per restituirgli l'onore che militari brutali, ufficiali felloni, giornalisti futili, e tutti i giovanardi- codardi hanno voluto sfregiare. Infine, in tutto questo tempo non ho mai sentito Ilaria, Rita e Giovanni Cucchi e nemmeno Lucia Uva, Domenica Ferulli, Patrizia Aldrovandi e Claudia Budroni pronunciare la parola vendetta e mai nessuno di loro augurarsi che i responsabili dei loro lutti "marcissero in galera" (non so se mi spiego).
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 15 novembre 2019
Dieci anni fa Stefano Cucchi è stato torturato fino alla morte. I giudici lo hanno scritto nella loro sentenza. Non si può mai essere felici quando qualcuno è condannato a dodici anni di carcere, neanche in questo caso. Si può però essere rinfrancati, finalmente rasserenati e protetti da una decisione che avvicina le istituzioni ai cittadini. Nessuno deve ritenersi infatti al di sopra della legge. Non c'è divisa che tenga. La divisa non è uno scudo penale, non è un fattore di immunità. La divisa è fonte di accresciuta responsabilità. Chiunque svolga una delicata funzione di ordine pubblico, di sicurezza e di custodia deve sentire il peso morale di essere il primo garante della legalità e dei diritti umani.
La parola tortura non ha potuto essere pronunciata dai giudici nel dispositivo della sentenza solo perché in quel lontano 2009 la tortura per il nostro pavido legislatore non era ancora meritevole di essere considerata un delitto. È stata per troppo tempo una parola impronunciabile. La violenza brutale e mortale subita dal povero Stefano ha finalmente trovato dei colpevoli. È stata un'inchiesta difficile, tormentata da tentativi di depistaggi, di omertà diffuse. Ci vorrebbe molta determinazione, pazienza, forza morale dei familiari per andare avanti. Dieci anni ci sono voluti. Due lustri conditi di minacce per i familiari, odio sui social, meschinità e fango su Stefano e sulla sua bellissima famiglia, stremata dal dolore e dalla fatica di sopportare un peso inaspettato, tragico.
Non bastava un figlio, fratello torturato a morte. Bisognava anche reagire a chi ha sempre insinuato che tutto sommato Stefano se la fosse andata a cercare. Anche ieri Matteo Salvini, nel commentare la sentenza, ha evocato, mancando di pudore e di rispetto per i familiari, il tema delle sostanze stupefacenti affermando che lui lotterà sempre contro la droga. Solo che ora c'è una sentenza che parla chiaro. Fece bene il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a chiedere scusa a Ilaria a nome dello Stato. Salvini si è invece persino ieri rifiutato di farlo. Lui, che come ogni populista afferma di essere dalla parte del popolo si rifiuta di scusarsi con una famiglia che è anch'essa parte del popolo romano, una famiglia e una sorella contro la quale si era lasciato andare alle sue solite espressioni truci. Il popolo dunque gli volti le spalle, gli ricordi che il popolo è fatto di ragazzi, donne e uomini che lo Stato deve sempre rispettare e proteggere.
Infine, un plauso a quegli investigatori e giudici che hanno creduto nella possibilità di arrivare alla verità storica. Stefano non era morto perché era malato, tossico, scivolato dalle scale. Stefano era morto in quanto pestato, torturato fino a perdere la vita. Ieri, come ha detto Ilaria, Stefano ha riconquistato la pace. Insieme a lui, noi tutti invece abbiamo conquistato un pezzo di fiducia nella giustizia e nelle istituzioni.
di Liana MIlella
La Repubblica, 15 novembre 2019
Ancora scontro sulla prescrizione tra il Pd e Bonafede. Dopo un vertice di tre ore a palazzo Chigi il Guardasigilli tiene il punto: "Sono stati fatti passi avanti con spirito collaborativo ma rimangono ancora distanze sulla prescrizione che entrerà in vigore a gennaio".
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