di Marina Lomunno
Avvenire, 17 novembre 2019
I detenuti pregano per il Papa. Padre Giunti: un modo per ringraziarlo. Il teologo francescano ha scritto un libro insieme a chi si rivolge a Dio dalla "galera": "Come dice Francesco in cella non
dev'essere chiusa la speranza".
Padre Nostro che sei nei cieli, sia sempre rispettato il tuo nome... ho attraversato l'inferno invocando il tuo aiuto, la tua guida mi è stata molto cara affinché non mi perdessi del tutto in questa vita strana... Sto pagando il mio debito, rimetto a te la parola interdetta, così sia ora e per sempre nei secoli".
È il Padre Nostro scritto dietro le sbarre da un detenuto del carcere di Alessandria che padre Beppe Giunti, francescano dei minori conventuali, ha conosciuto durante la sue visite "in galera". Teologo, formatore della cooperativa sociale "Company & C" che si occupa di reinserimento sociale dei ristretti nel penitenziario alessandrino, vive a Torino nel convento Madonna della Guardia.
Ed è autore del libro "Padre nostro che sei in galera" (Edizioni Il Messaggero di Padova) scritto con i "fratelli briganti", come san Francesco chiamava le persone cadute nelle maglie del crimine.
La sua invocazione suona tanto più attuale alla luce dell'iniziativa lanciata da don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri, di invitare tutti i detenuti italiani, in occasione della terza Giornata mondiale dei poveri, a pregare per papa Francesco.
"Fin dall'inizio del suo pontificato - la sua prima visita l'ha riservata al carcere minorile di Casal del Marmo -il Papa ha sempre avuto una particolare attenzione alle persone detenute, i poveri dei poveri perché sono privi della libertà, considerati gli scarti della società, quelli per cui qualcuno vorrebbe gettare la chiave e far marcire nelle celle", afferma padre Giunti.
"Sono briganti, come dice san Francesco ma nostri fratelli: chi ha commesso un reato è chiamato a pagare il proprio debito con la giustizia ma rimane un uomo. E per noi cristiani rimane un figlio di Dio. Per quest'attenzione particolare che il Papa riserva al mondo carcerario, mentre la Chiesa dedica una Giornata ai poveri, i poveri dietro le sbarre pregheranno per lui: per ringraziarlo perché non dimentica mai chi vive la detenzione e con le sue parole anche di denuncia - come è accaduto per l'ergastolo che il Papa ha più volte definito "un problema da risolvere" - invita tutti a non dimenticare chi vive nelle prigioni".
Il francescano parla spesso della parabola del padre misericordioso durante le sue visite nel carcere di Alessandria, in particolare con i collaboratori di giustizia che nel suo libro ha invitato a rileggere il Padre Nostro. "È un padre che attende il figlio scrutando l'orizzonte.
Appena lo vede gli corre incontro. Il figlio ha preparato un discorso ma il padre non lo ascolta, lo abbraccia. Ecco il gesto di papa Francesco con i detenuti: li abbraccia perché come Dio non condanna nessuno alla sua pena. E i carcerati, che nella maggior parte sono persone semplici e hanno bisogno di gesti "forti", hanno capito che il Papa li accoglie.
Oggi la loro preghiera per Francesco, la preghiera dei poveri dietro le sbarre, sarà una restituzione a quell'abbraccio di padre che non giudica". Padre Giunti richiama le parole di Francesco pronunciate nei giorni scorsi al congresso dell'Associazione internazionale di diritto penale in cui sottolineava "l'uso improprio della custodia cautelare per cui il numero di detenuti senza condanna già supera ampiamente il 50% della popolazione carceraria" o la necessità di mettere in atto le misure alternative alla detenzione in modo che il periodo dello sconto della pena "sia come prevede la nostra Costituzione un tempo per la rieducazione e il reinserimento nella società: solo facendo in modo, come dice il Papa che nelle celle non venga chiusa la speranza e che le carceri non diventino "polveriere di rabbia ma luoghi di recupero", si può abbattere la recidiva e far voltare pagina a chi ha sbagliato. Il Papa indica la strada per uscire dalle sbarre: i detenuti gli sono grati e pregano per lui".
varesenews.it, 17 novembre 2019
Anche i manicaretti dell'autunno proposti dai detenuti del carcere dei Miogni, in una originale idea editoriale. Nell'ultimo numero la cassoeula alla pavese ma anche la variante cilena, i dolci con le castagne e la pasta con la zucca. Servono idee per un pranzetto fra amici? Oppure per una domenica in famiglia? Non c'è di che preoccuparsi, è tornato in edicola un nuovo numero della rivista "Cucinare al fresco", l'iniziativa di solidarietà, coordinata da Arianna Augustoni, che vede ai fornelli i detenuti di alcuni Istituti lombardi.
"Cucinare al fresco - racconta il direttore della Casa circondariale di Varese, Carla Santandrea - nasce da un laboratorio creato tra le mura del Carcere di Varese come esperienza per rimettersi in gioco attraverso al cucina scelta come linguaggio che unisce e come idea che è possibile compiere dei passi per un riscatto futuro". L'iniziativa vede coinvolti alcuni detenuti del Miogni di Varese, insieme ai due gruppi di Como/Bassone e della sezione femminile di Bollate, e vanta il supporto di Virginio Ambrosini, storico volontario dell'Istituto varesino e anima di moltissimi laboratori di cucina.
Un progetto di riabilitazione e soprattutto di scrittura perché, attraverso queste lezioni, oltre ad approcciare coi fornelli, i partecipanti sono tenuti a scrivere le proprie idee, soprattutto quando si parla di preferenze a tavola, di ricordi, di profumi e di sapori. Un'esercitazione che coinvolge tutti a vario titolo e all'interno della quale vengono raccontate esperienze e idee. Nell'ultimo magazine piatti a base dei prodotti tipici dell'autunno, la cassoeula alla pavese, ma anche la variante cilena, i dolci con le castagne e la pasta con la zucca. Giusto per provocare un po' di acquolina in bocca.
Il progetto è sostenuto dal Lions Club di Cernobbio, ventiquattro pagine di sapori e di saperi perché la cucina è un viaggio di sensazioni e di profumi che accomunano tutti. Per questo numero un contributo d'eccezione, quello dell'ex Provveditore delle carceri della Lombardia Luigi Pagano che ha accettato di redigere la prefazione spiegando l'importanza di queste iniziative.
"Il laboratorio Cucinare al fresco è una sintesi dell'importanza del cibo in carcere, non quindi un semplice intrattenimento per ingannare quel tempo infinito, e spesso inutile, che il carcere genera - spiega lo storico dirigente dell'autorità penitenziaria in Lombardia - Non è un caso che tra i diversi progetti che come amministrazione a più riprese abbiamo riproposto c'è stata la creazione di cucine autonome in ogni reparto di cui gli istituti più grandi e affollati si compongono abbinandola a corsi di formazione professionale perché il cibo fosse qualitativamente migliore e quanto più aderente ai gusti delle persone detenute.
Chi pensa che ci siamo indotti a realizzare il superfluo non potendo garantire la normalità, un lusso che un carcere non può permettersi pensando alle mille altre cose che non vanno, rifletta solo su un dato: le decine, a volte centinaia di gruppi etnici presenti, alle religioni diverse professate che possono imporre dettami rispetto al genere o alla modalità di cottura del cibo.
È un modo per migliorare un servizio fondamentale e, poi, non è detto che la socializzazione tra le persone, dentro o fuori del carcere, o il tragitto che può portare al reinserimento sociale, non passi anche attraverso una felice contaminazione di gusti e pietanze". L'intero ricavato dalla vendita dei magazine e dei libri viene reinvestito per stampare nuove edizioni ricche di sapore.
di Cornelia Toelgyes
africa-express.info, 17 novembre 2019
Rinchiusi, incatenati, maltrattati, soggetti ad abusi indescrivibili: non è un film horror, bensì la condizione di migliaia di malati psichiatrici in Nigeria. Lo demuncia Human Rights Watch nel suo rapporto pubblicato lunedì scorso. La Ong ha chiesto al governo di Abuja controlli urgenti alle strutture statali e private che "accolgono" questi malati, davvero tanti nel Paese.
Nel gigante dell'Africa è prassi comune incatenare, rinchiudere, gestire il paziente psichiatrico con violenza, sia negli ospedali statali, che in strutture di riabilitazione, presidi tradizionali, in centri islamici e cristiani.
Emina Cerimovic, ricercatrice per i diritti di disabili di Hrw, ha precisato che i pazienti psichiatrici sono costretti a subire inimmaginabili vessazioni di ogni genere per anni senza potersi difendere. Negli ultimi mesi la polizia nigeriana ha liberato in varie città del Paese, in particolare nel nord, centinaia di giovani in diversi centri islamici di riabilitazione che si spacciavano per scuole coraniche. Gli agenti hanno trovato molti ragazzi in uno stato di totale degrado, tra loro parecchi erano incatenati, con evidenti segni di violenza su tutto il corpo.
Secondo i rapporti delle forze dell'ordine, i metodi disumani erano volti a "raddrizzare" gli alunni. Molti detenuti di queste scuole hanno riferito di aver subito anche abusi sessuali. Da settembre a oggi la polizia ha liberato oltre 1500 persone, relegate in istituti abusivi. In tale occasione il presidente, Muhammadu Buhari, aveva dichiarato: "Nessun governo democratico responsabile può tollerare l'esistenza di camere di tortura e abusi fisici di giovani in nome della riabilitazione delle vittime".
Hrw ha criticato Abuja, perché tali abusi si consumano anche nelle strutture statali. Tra settembre 2018 e settembre 2019, la Ong ha visitato 28 strutture per malati di mente in 8 Stati del Paese, compreso il territorio federale della capitale. La maggior parte dei pazienti, compresi bambini, erano stati internati contro la loro volontà, generalmente costretti dai parenti.
In Nigeria i malati mentali spesso vengono arrestati dalla polizia che li trasferisce in strutture psichiatriche riabilitative, dove i più sono incatenati a una o a tutte e due caviglie, legati a oggetti pesanti o a un altro paziente. In molti casi restano in tale condizione per mesi, a volte anche anni. Nel suo esposto Hrw ha precisato che i malcapitati non possono uscire, sono confinati in stanze sovraffollate, in condizioni igieniche più che precarie. Non di rado sono costretti a mangiare, dormire e svolgere i propri bisogni fisiologici nello stesso ambiente. Subiscono abusi fisici e emozionali, ovviamente vengono costretti a seguire terapie che ne annientano la volontà.
Nei centri islamici i pazienti vengono frustati, riportando spesso ferite profonde. Mentre nelle case di cura rette da cristiani, i malati vengono costretti a digiunare per alcuni giorni. I responsabili di tali strutture considerano l'astinenza da cibo come cura. Sia in quelle tradizionali e a volte anche in quelle cristiane, gli ospiti vengono forzati a bere intrugli di erbe disgustosi. Anche negli ospedali psichiatri statali i pazienti sono forzatamente obbligati, a seguire le cure prescritte e un'infermiera ha rivelato a Hrw che vengono effettuate terapie elettroconvulsivanti senza il consenso del malato.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità un nigeriano su quattro soffrirebbe di disturbi mentali. Purtroppo nella ex colonia britannica questi pazienti non possono godere di cure appropriate, sia per il magro budget che lo Stato mette a disposizione, sia per la cronica mancanza di personale specializzato.
Lo scorso anno il governo aveva stabilito un budget di 372.000 dollari per l'ospedale psichiatrico statale di Yaba - nella periferia di Lagos, la capitale economica del Paese - come spesso accade, infine ne sono stati devoluti meno del 10 per cento della somma prevista, vale a dire 36.000 dollari. Eppure la Nigeria è firmataria insieme a altri venti Paesi dell'Unione Africana della dichiarazione di Abuja del 2001. In tale documento gli Stati in questione hanno promesso di destinare il 15 per cento delle entrate al ministero della Sanità. Peccato che lo scorso anno Buhari ne abbia devoluto solamente il 3,95 per cento, ma ha promesso che per il 2020 avrebbe messo a disposizione il 4,3 per cento.
In base a un rapporto di Oms, la Nigeria avrebbe il più alto tasso di persone affette da depressione in Africa e si posiziona al quinto posto su scala mondiale per il numero di suicidi. In questo immenso Paese, che conta oltre 200 milioni di abitanti, ci sono solamente otto ospedali neuropsichiatrici, con un budget ridotto all'osso, con medici sempre pronti a scioperare o fare i bagagli per andare a lavorare all'estero. La Nigeria è il settimo Paese per abitanti al mondo e attualmente ci sono solamente 150 psichiatri. L'OMS ritiene che solamente il 10 per cento dei pazienti che soffrono di patologie mentali ricevano cure adeguate.
di Anna Guaita
Il Messaggero, 17 novembre 2019
Ne parlava da vari mesi, ma i capi del Pentagono si erano detti contrari e avevano tentato di dissuaderlo: "Daremmo un cattivo esempio" avevano sostenuto. Donald Trump ha deciso di non dar loro retta e ieri ha annunciato la grazia per tre militari accusati di aver commesso crimini di guerra. Si tratta del tenente dell'esercito Clint Lorance, del Navy Seal Edward Gallaher e del maggiore dei Berretti Verdi Matt Golsteyn.
Lorance era in prigione da sei anni, condannato a 19 anni per aver dato ordine al suo plotone in Afghanistan nel 2012 di sparare contro tre giovani in motocicletta che si sono poi rivelati disarmati. Due dei tre giovani erano rimasti uccisi.
Gallagher, assolto dall'aver ucciso un combattente Isis prigioniero in Iraq nel 2017, è finito in prigione per essersi fatto fotografare accanto al cadavere. Golsteyn ha confessato in tv nel 2016 di aver ucciso nel 2010 in Afghanistan un terrorista che era stato rilasciato e che lui temeva sarebbe tornato a costruire bombe.
Il processo contro Gosteyn si doveva tenere il prossimo febbraio, e sul capo gli pendeva una condanna all'ergastolo. Ora tutti e tre gli uomini sono liberi, riprendono il grado che avevano nei rispettivi corpi prima dei processi e sono estremamente grati a Trump. La Casa Bianca ha chiarito che "in quanto comandante in capo, il presidente è il responsabile ultimo per l'attuazione della legge e, quando appropriato, per la concessione del perdono".
Con la grazia, si sottolinea, si vuole "dare una seconda opportunità". Trump aveva varie volte sostenuto: "Quando i soldati combattono per il nostro Paese, bisogna dar loro la fiducia per farlo".
Lo scorso 12 ottobre, mentre stava studiando il caso di Golsteyn aveva twittato: "Matthew è un Berretto Verde altamente decorato che viene processato per aver ucciso un talebano che produceva bombe. Noi addestriamo i nostri ragazzi a uccidere e poi li processiamo quando uccidono!".
La decisione del presidente ha però riscosso le critiche della American Civil Liberties Union: "un messaggio di disprezzo per la legge, la moralità, la giustizia militare, e per tutti coloro che nelle forze armate rispettano la legge". Anche al Pentagono non sono soddisfatti di questo passo. I tre uomini erano stati o dovevano essere giudicati da tribunali militari, che si sono così visti surclassati o ignorati.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 17 novembre 2019
La polemica tra Nord e Sud (in questo caso tra Milano e il Sud) aperta dal ministro Provenzano non appare episodica ma la spia di un disagio profondo. Nei giorni scorsi è nuovamente divampata l'eterna polemica tra Nord e Sud, in questo caso tra Milano e il Sud, aperta dal ministro Provenzano (che sul Sud ha la delega). Soffocata in fretta con qualche imbarazzo, ma tutt'altro che episodica e spia di un disagio profondo.
"Milano attrae ma non restituisce quasi più nulla" ha sentenziato il ministro. "Restituiamo nella misura in cui ci viene chiesto e per come ci è consentito fare", ha risposto il sindaco Sala. Il ministro ha infine fatto retromarcia, "Milano è un esempio, è l'Italia in ritardo". Ma, al di là del siparietto politico tra due esponenti dello stesso partito (uno del Nord e uno del Sud: elemento, vedremo, forse decisivo), quella di Provenzano è tutt'altro che una voce dal sen fuggita. Riflette una visione del Paese di una parte consistente della sinistra ora al governo (la stessa che spinge il sindaco napoletano de Magistris, davanti al dramma di Venezia, a dolersi addirittura di una "discriminazione" a causa della quale "quando accadono cose del genere al Sud c'è molta meno attenzione").
Provenzano prima di entrare nell'esecutivo Conte faceva il vicedirettore di Svimez, l'autorevole istituto che studia lo sviluppo e le condizioni socioeconomiche del nostro Mezzogiorno. Una breve sintesi dell'ultimo rapporto sul Sud dice molto dello sconforto sotteso alla "battuta" su Milano: dal 2000, in quasi 20 anni, 2 milioni di persone lasciano il Sud e la metà sono giovani; le nascite sono al minimo storico; la ripresa dell'occupazione tocca solo il Centro Nord; il reddito di cittadinanza allevia la povertà ma allontana dal lavoro; continua l'emigrazione ospedaliera; aumentano i giovani che, al massimo con la terza media, abbandonano studio e formazione professionale. Più che una questione, un disastro meridionale.
Ma ciò che più ci aiuta a capire la querelle è un altro lavoro Svimez (con Provenzano allora pienamente operativo nell'istituto): all'inizio della scorsa estate, mentre divampava la battaglia sulle autonomie differenziate, Svimez rovescia il totem del maggiore flusso di risorse pubbliche passate al Sud a detrimento del Nord (alla base del "diritto di restituzione" sotteso alla richiesta di autonomia differenziata). Quel totem, sostiene l'istituto, si fonda sui dati della Ragioneria generale che "regionalizza" solo il 43% di queste risorse; assumendo invece come riferimento il Sistema dei conti pubblici territoriali si arriva a un complesso di spese pubbliche che, oltre al bilancio dello Stato, comprende enti previdenziali ed altri fondi fino alle Spa di controllo pubblico, talché in questa diversa classifica dei trasferimenti pubblici il Mezzogiorno finisce in fondo e le Regioni del Nord risalgono molte posizioni.
Corretta o meno che sia l'analisi, la sortita su Milano è, parafrasando Von Clausewitz, esattamente questo dossier Svimez spiegato da un altro pulpito. Gramsci scriveva che nel Risorgimento si manifesta già, embrionalmente, "il rapporto storico tra Nord e Sud come un rapporto simile a quello tra una grande città e una grande campagna..." (e non a caso propugnava la necessità di una saldatura tra città e campagna). E aggiungeva che, risultando tale rapporto "tra due vasti territori di tradizione civile e culturale molto diversa, si accentuano gli aspetti e gli elementi di un conflitto di nazionalità". Un secolo dopo il conflitto "di nazionalità", lungi dall'essere superato, ha assunto contorni nuovi, perché su di esso sono andate addirittura modellandosi le nostre forze politiche. Se i grandi partiti del dopoguerra furono trasversali rispetto alla questione meridionale e a quella settentrionale che pure è esistita ed esiste (interpretandole assai diversamente ma incarnandole entrambe), i due partiti egemoni nella prima fase della cosiddetta Terza repubblica hanno avuto constituency molto divise per territorio, la Lega al Nord e i Cinque Stelle al Sud (al netto dello sforzo di Matteo Salvini di sfondare... la linea gotica con una propaganda ultranazionalista).
Il Pd zingarettiano, a fronte della crisi dei Cinque Stelle, pare adesso puntare ad assorbirne l'elettorato. Ma questo elettorato, meridionale e cronicamente svantaggiato, chiede assistenza e protezione (i Cinque Stelle vinsero nel 2018 con il reddito di cittadinanza, poco più che un voto di scambio, letto ex post).
Ora, il rischio è che un Pd "derenzizzato" anziché attrarre a sé le ragioni del grillismo se ne faccia risucchiare, trasformandosi (come paventa il Foglio) da partito meridionalista a partito meridionale: la gestione disastrosa dello scudo penale nel caso Ilva e l'imposizione suicida della plastic tax che va a colpire soprattutto le imprese della "rossa Emilia-Romagna" sembrano altrettante conferme di questa traiettoria, diciamo così, di movimentismo sudista.
La faccenda può avere effetti non proprio collaterali. Primo: l'addio tout court alle autonomie invocate dal Nord (e, se è sacrosanto tenere duro su scuola e sanità perché attengono all'unità nazionale, può essere pericoloso alzare un muro di gomma contro tutte le richieste). Secondo: l'ulteriore radicalizzazione della divisione del Paese, con l'alibi della spoliazione che dalle frange neoborboniche attecchirebbe vieppiù nella narrazione meridionale.
Nonostante le rassicuranti dichiarazioni successive, Provenzano e Sala non sembrano politici di due partiti ma di due nazioni diverse. Un problema per la sinistra, certo. Ma anche per l'Italia: perché la malattia denunciata da Svimez è grave, forse cronica, e tuttavia revanscismo e autocommiserazione sono le medicine peggiori.
asianews.it, 17 novembre 2019
La Corte suprema dello Sri Lanka ha bloccato il tentativo del presidente Maithripala Sirisena di riprendere le condanne a morte per i trafficanti di droga. Il tribunale composto da tre giudici ha rimandato la decisione a quando saranno concluse le udienze di tutti i richiedenti, cioè non prima del 10 dicembre prossimo.
Il massimo organo giudiziario ha infranto l'obiettivo di Sirisena di vedere l'esecuzione di almeno uno dei quattro spacciatori per i quali ha firmato la condanna a morte prima della scadenza del suo mandato. Di fatto, dato che i maggiori candidati alle prossime elezioni del 16 novembre non si sono espressi sull'argomento, la pena di morte rimane sospesa.
Nel Paese la condanna capitale è legale, ma su di essa vige una moratoria dal 1976. Finora, le condanne a morte per narcotraffico sono state commutate in ergastoli. A inizio febbraio Sirisena ha annunciato il ripristino della pena di morte per vie delle carceri "affollate" di narcotrafficanti e spacciatori. La sua scelta è maturata dopo un incontro con l'omologo filippino, Rodrigo Duterte, promotore di una feroce guerra alla droga.
Per questo poi è stata lanciata una campagna di reclutamento e sono stati assunti due boia. Dati ufficiali riportano che nello Sri Lanka ci sono 200mila consumatori abituali di sostanze stupefacenti e che il 60% dei 24mila detenuti è incarcerato per spaccio e narcotraffico. Tuttavia i leader cristiani e gli attivisti sostengono che questi numeri non bastino a giustificare l'eliminazione di una vita umana.
di Franca Giansoldati
Il Messaggero, 16 novembre 2019
Francesco incontra 600 penalisti di tutto il mondo. Severino: "serve una giustizia che sia umanizzatrice e riconciliatrice". L'odio che dilaga sul web, la corruzione a diversi livelli, i crimini ambientali sempre più frequenti, ma anche l'uso improprio della custodia cautelare "che si è aggravata drammaticamente in diverse nazioni e regioni" nonché la legittima difesa "che non può sconfinare in abuso".
Papa Francesco ieri mattina parlava a cuore aperto di giustizia penale partendo da un concetto a lui molto caro: che lo sviluppo del diritto, a ogni latitudine del pianeta, dovrebbe essere davvero in grado di rispettare la dignità e i diritti delle persone. Nel palazzo Apostolico c'erano seicento giuristi di varie nazionalità arrivati a Roma per partecipare ad un convegno organizzato dalla Luiss, intitolato "Serve un modello di giustizia fondato sul dialogo, sull'incontro".
A guidare i giuristi l'ex ministro della Giustizia Paola Severino, vice presidente dell'ateneo romano. "Siamo tutti consapevoli che la corruzione mini le basi del rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni ma, in senso più ampio, corroda le fondamenta della nostra convivenza civile" ha detto Severino, aggiunge che serve "una giustizia umanizzatrice e riconciliatrice". Il Papa ha toccato tanti nervi scoperti legati alla funzione del diritto penale, in particolare quelli connessi alla sua applicazione nei confronti dei "delitti dei più potenti".
È tornato così a ripetere che "il capitale finanziario globale è all'origine di gravi delitti non solo contro la proprietà ma anche contro le persone e l'ambiente". Un argomento che ha sviscerato compiutamente nell'enciclica "Laudato Sì", dimostrando quanto siano interdipendenti scelte sbagliate dal punto di vista finanziario o politico. Scelte talmente sciagurate che possono ripercuotersi su intere popolazioni, conducendo al depauperamento di interi territori, causando persino "un sovra-indebitamento degli Stati e il saccheggio delle risorse naturali".
Reati del genere, ha rincarato il Papa, "hanno la gravità di crimini contro l'umanità" anzi molto di più tanto che "alcune condotte - spesso impunite - possono essere considerate come un "ecocidio"" per la contaminazione massiva dell'aria, dell'acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna. Da qui l'idea di definire il peccato ecologico una azione "contro Dio".
Ai giuristi Bergoglio ha chiesto di lavorare per "una giustizia penale restaurativa" visto che le società "sono chiamate ad avanzare verso un modello di giustizia fondato sul dialogo, sull'incontro" ma si è anche lamentato di una deriva giustizialista, visto che in alcuni paesi "si è preteso giustificare crimini commessi da agenti delle forze di sicurezza come forme legittime del compimento del dovere". Il diritto, dunque, resta uno strumento basilare per garantire anche "il reinserimento sociale" di chi ha sbagliato, ha concordato la Severino: "Non si tratta di un'utopia. Bisogna ricercare una giustizia che oltre padre sia anche madre".
di David Allegranti
Il Foglio, 16 novembre 2019
Il concorso per diventare magistrato è lungo, estenuante e complicato. Lo sa chiunque voglia buttarsi nell'impresa. I 251 vincitori di quello bandito con decreto ministeriale il 31 maggio 2017 non avevano però probabilmente programmato che dopo aver completato le prove (nel maggio 2019) ed essere inseriti nella graduatoria stilata dal Csm avrebbero dovuto attendere ancora per iniziare a lavorare.
Una storia italiana paradigmatica. I fatti. Il 24 luglio 2019 il Csm pubblica la graduatoria dei 251 magistrati che attendono di poter iniziare, come da legge, il tirocinio di un anno e mezzo. C'è però una riserva sul candidato che occupa la posizione numero 142. Si stratta di Angela Di Dio e su di lei sono in corso "approfondimenti istruttori". Il Csm non specifica quali siano gli approfondimenti in corso, ma la vicenda è nota alle cronache giudiziarie campane.
Angela Di Dio è figlia di Antonino Di Dio, consigliere del X Municipio di Napoli, eletto con DeMa (il movimento di Luigi De Magistris), arrestato a inizio luglio nell'ambito dell'operazione San Gennaro. Secondo l'accusa, Antonino Di Dio-che è stato intercettato-avrebbe cercato aiuti per far superare alla figlia la prova orale del concorso in magistratura.
Il Riesame però a fine luglio annulla questa accusa per carenza di gravità indiziaria. "L'annullamento rispetto a questo vicenda prova l'assoluta correttezza e trasparenza delle prove concorsuali, brillantemente sostenute dalla dottoressa Angela Di Dio", dicono gli avvocati Marco Campora e Aniello Cozzolino che assistono Antonino Di Dio.
Il Csm, nel frattempo, discute della vicenda. O almeno, è probabile che lo abbia fatto, visto che i verbali delle sedute contengono alcuni passaggi secretati. E comunque è il Csm a dover sciogliere la riserva su Di Dio. Le settimane passano, nel frattempo, e niente succede. I vincitori del concorso avrebbero potuto iniziare il tirocinio già a settembre, anche perché la legge stabilisce che fra l'approvazione della graduatoria del concorso del Csm e il decreto di nomina (firmato dal ministro della Giustizia, in questo caso Alfonso Bonafede), devono passare venti giorni. Anziché lavorare come magistrati, i vincitori del concorso restano con le mani in mano.
Alcuni di loro sono giovani, nati negli anni Novanta, e hanno soprattutto studiato per prepararsi al concorso. Altri sono meno giovani, nati negli anni Ottanta, qualcuno anche nel Settanta e nel Sessanta, e già lavorano. Qualcuno è avvocato e ha lasciato il posto dopo avere superato il concorso. Niente da fare, la nuova graduatoria arriva solo il 16 ottobre. L'elenco è completo e Angela Di Dio è ammessa senza riserva. Quindi, come gli altri, aspetta di poter iniziare a lavorare. Il decreto di nomina però non arriva.
Passa un altro mese e arriviamo a oggi, 16 novembre 2019. Il Foglio ha chiesto ieri al ministero della Giustizia che fine abbia fatto quel decreto di nomina che avrebbe dovuto firmare il ministro ed è tutt'ora in attesa di una risposta.
Nell'ultimo mese, dopo la pubblicazione della graduatoria del 16 ottobre, sono accadute altre cose che vale la pena menzionare in questa ricostruzione. Il 31 ottobre, un lancio dell'agenzia Ansa ha annunciato che "nella legge di Bilancio ci sono circa 200 milioni di euro destinati all'assunzione di 250 nuovi magistrati vincitori di concorso già bandito e per le relative progressioni di carriera, a partire dal 2020 e fino al 2029.
Le nuove assunzioni serviranno a rafforzare gli uffici giudiziari più in sofferenza. In particolare, per il 2020 ci sono circa 14 mln di euro; 16.695.800 per il 2021; 18.258.140 per il 2022; 18.617.344 per il 2023; 23.615.918 per il 2024; 23.755.234 per il 2025; 24.182.536 per il 2026; 24.681.056 per il 2027; 25.108.360 per il 2028 e 25.606.880 per il 2029".
Da questa notizia si desume dunque che le questioni problematiche relative a questo concorso erano due. Uno, la riserva sulla candidata (riserva che è poi stata tolta). Due, la reperibilità dei fondi per assumere i magistrati che hanno superato il concorso pubblico. Se diventa una notizia che a fine ottobre sono stati trovati i soldi per iniziare a far lavorare (non si sa ancora quando) magistrati che lo stato avrebbe potuto mettere in attività già a fine estate, forse c'è qualcosa che non torna per il "sistema Italia". Poi lamentiamoci dei giovani che se ne vanno e di Milano che non restituisce le risorse. Il problema qui è lo stato che non mantiene le sue promesse.
di Luca Liverani
Avvenire, 16 novembre 2019
Nella Giornata mondiale dei poveri non dimentichiamoci dei tanti poveri dietro alle sbarre. Dall'Ispettore generale dei cappellani delle carceri un appello a tutti i confratelli e ai volontari. Per don Raffaele Grimaldi il mondo di fuori "deve imparare a coniugare giustizia e misericordia, se no è vendetta".
L'Osservatore Romano, 16 novembre 2019
"Non dimentichiamoci mai del carcere". Così, con emozione, Paola Severino, presidente dell'Associazione internazionale di diritto penale, ha concluso il suo indirizzo di saluto al Papa. Un appello scaturito dal ricordo personale di una giornata speciale, il 28 marzo 2013, durante la quale lei, all'epoca ministro della Giustizia, accolse il Pontefice nel carcere minorile di Casal del Marmo, dove Francesco volle celebrare la messa "in Coena Domini" del Giovedì santo.










