di Piero Sansonetti
Il Riformista, 27 dicembre 2019
Ma partiti e cosche non sono la stessa cosa. In una intervista rilasciata alla giornalista Alessia Candito, del quotidiano Repubblica, Pippo Callipo ha detto queste esatte parole: "I cittadini non dovranno più bussare alla porta del politico e del burocrate e del boss mafioso". Pippo Callipo è il candidato di centrosinistra alle elezioni regionali calabresi che si svolgeranno alla fine del prossimo mese. È una persona seria, un imprenditore molto prestigioso, il tonno in scatola che produce è famoso in tutto il mondo ed è considerato forse il miglior tonno in scatola prodotto in Italia. Callipo ha un passato di impegno civile, sia come Presidente della Confindustria calabrese sia come candidato di una lista civica alle regionali del 2009, quelle vinte da Peppe Scopelliti.
Nessuna obiezione sulla sua persona. Molte obiezioni sulle sue parole disastrose. Callipo promette, a chi lo voterà, che lui, se vince le elezioni, spazzerà il male dalla Calabria. E per impersonare il male cita tra categorie di persone: i mafiosi, i burocrati, i politici. Nella sostanza dice che politico, burocrate e mafioso sono la stessa cosa: sono i nemici della gente.
Naturalmente Callipo può sostenere che lui voleva dire politici-mafiosi. O burocrati-mafiosi. Ed è da dimostrare, comunque, che ci siano, e che siano molti. Callipo però non ha detto "politici-mafiosi"; ha detto: politici, burocrati e mafiosi. Forse si sarebbe offeso se qualcuno avesse detto che per salvare la Calabria bisogna spazzare via i mafiosi e gli imprenditori. Eppure non c'è nessuna differenza tra le due affermazioni. Ammesso che esistano in Calabria dei politici mafiosi va anche ammesso che esistano degli imprenditori mafiosi. Capite cosa vuol dire questa affermazione? Vuol dire mettere Prodi o Berlusconi sullo stesso piano di Totò Riina, mettere Berlinguer o Moro o De Gasperi sul piano di Luciano Liggio. E vuol dire paragonare la politica con l'azione criminale della mafia.
Può darsi che Callipo abbia semplicemente commesso un errore di linguaggio, perché non è esperto. Oppure, e non è molto improbabile, che abbia voluto cavalcare una spinta di opinione pubblica giustizialista, sostenuta di solito dai giornali, da una parte consistente della magistratura, da settori politici. Pensando - probabilmente a ragione - di poter drenare voti. Callipo vuole presentarsi come il cavaliere puro, nemico della mala e della corruzione, e dunque nemico della politica. Non gli interessa spiegare che la politica è la struttura fondamentale della democrazia. Probabilmente non ha una passione sfrenata per la democrazia. Questo è il problema.
Queste elezioni calabresi si svolgono in un clima fetido. Lotte furiose dentro i partiti e paurose interferenze della magistratura. I due candidati naturali a contendersi la nomina a governatore erano il governatore uscente di centrosinistra, Mario Oliverio, e il sindaco uscente di Cosenza Mario Occhiuto, di centrodestra. Sono stati tutti e due colpiti dalla magistratura. Che li ha coperti di avvisi di garanzia, in vista delle elezioni. Al Presidente della Regione, Oliverio, addirittura per diversi mesi è stato assegnato il domicilio coatto. Cioè gli è stato impedito di muoversi dalla cittadina di montagna dove ha la residenza. Poi è intervenuta la Cassazione che ha annullato il provvedimento sostenendo che chi lo aveva chiesto e ottenuto lo aveva fatto per ragioni viziate da pregiudizio.
Capite bene che è un parere molto pesante: viziato da pregiudizio, riferito a un atto di un magistrato contro un politico. Intanto molti altri esponenti politici sono stati colpiti da provvedimenti giudiziari. Il capogruppo del Pd in Regione addirittura arrestato e poi messo ai domiciliari, e ci sono voluti mesi perché, anche lì, accorresse la Cassazione a ripristinare la legalità e a scarcerarlo. Un altro importante dirigente del Pd, Nicola Adamo, cosentino, è stato giorni fa cacciato dalla Calabria, cioè mandato in esilio fino alla fine della campagna elettorale. Accusa molto molto generica: traffico di influenze. Adamo era l'elemento più importante della campagna elettorale di Oliverio.
È stato a quel punto che Oliverio ha deciso di rinunciare alla candidatura e di lasciar via libero a Callipo, più gradito ai magistrati. Occhiuto invece ancora non ha deciso, ma tutto lascia credere che anche lui si ritirerà. Possiamo dire che a parte i Cinque Stelle, che però non hanno possibilità di vincere, è stata la magistratura a decidere la griglia di partenza per la corsa alla conquista della regione. Jole Santelli, del centrodestra sfiderà Pippo Callipo, sostenuto dal Pd. E possiamo anche dire che i partiti, di sinistra e di destra, sono stati abbastanza mansueti in questa circostanza.
Hanno subito in silenzio l'attacco della magistratura, gli arresti, le misure di confino, le condanne preventive all'esilio. In un clima che ricorda molto quello degli anni trenta. I partiti non si sono ribellati ai Pm. Possiamo anche dire che queste elezioni regionali si svolgeranno al di fuori di qualunque meccanismo democratico (oltretutto i partiti hanno evitato le primarie) e probabilmente anche di qualunque quadro di legalità. Per questo ci piacerebbe molto se il dottor Callipo si convincesse che se va a fare il governatore della Calabria pensando che la politica è come la mafia - qualcosa da radere al suolo, da sconfiggere - non farà un buon servizio alla Calabria. Speriamo che si accorga di avere detto una cosa molto sbagliata, e che si corregga.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2019
Tribunale di Ferrara - Sezione penale - Sentenza 3 maggio 2019 n. 690. L'applicazione sul libretto di circolazione di un veicolo di un falso tagliando attestante la regolarità della revisione, in realtà mai avvenuta, e la sua esibizione agli organi accertatori integrano i reati di falso commesso dal privato in certificazioni amministrative e di uso di atto falso. Se, però, l'autovettura è stata acquistata usata in data successiva a quella della presunta revisione, allora non c'è responsabilità penale per l'assenza di consapevolezza da parte del nuovo proprietario della falsità del documento. Questo è quanto afferma il Tribunale di Ferrara con la sentenza 690/2019.
Il caso - La vicenda trae origine da un ordinario controllo della circolazione stradale eseguito dalla Polizia Municipale, in occasione del quale gli agenti si rendevano conto che sulla carta di circolazione esibita dal conducente fermato era stato applicato un falso tagliando certificante la positiva revisione della vettura. In seguito, il conducente dell'auto veniva tratto a giudizio per rispondere del reato di uso di atto falso, ex articolo 489 cod. pen., mentre il proprietario della macchina, non presente al momento del controllo della Polizia Municipale, veniva imputato per il reato di falso commesso dal privato in certificazioni amministrative, ex articoli 477e 482 cod. pen.. Il primo si difendeva sostenendo di non essere mai stato a conoscenza della irregolarità del libretto di circolazione; il secondo dichiarava di non saper nulla a riguardo, in quanto aveva comprato di seconda mano l'automobile in data successiva a quella della presunta eseguita revisione.
La decisione - Le argomentazioni difensive colgono nel segno e inducono il Tribunale ad assolvere entrambi gli imputati. Il giudice, infatti, dopo aver preso atto della falsificazione della certificazione, risultando tra l'altro come mai eseguita anche dalla banca dati della motorizzazione, non ritiene possibile una responsabilità penale per gli imputati. Quanto all'imputazione di uso di atto falso per il conducente, nella fattispecie è da ritenersi integrato l'elemento oggettivo del reato ex articolo 489 cod. pen., bastando a tal proposito "la semplice esibizione del documento falso"; ma non integrato, invece, l'elemento soggettivo, in quanto al momento del controllo e dell'esibizione della carta di circolazione, non vi era la coscienza e volontà da parte del conducente di far uso di un documento falso.
Quanto all'incriminazione di falso commesso dal privato in certificazioni amministrative per il proprietario, nella fattispecie non si configura nemmeno l'elemento materiale del reato, "non essendovi prova certa della riferibilità al predetto della formazione ovvero del commissionamento della formazione del falso". In particolare, sottolinea il Tribunale, l'aver acquistato la vettura in data successiva rispetto a quella riportata sul tagliando della falsa revisione scagiona del tutto l'attuale proprietario del mezzo.
cuneodice.it, 27 dicembre 2019
Con il garante dei detenuti Bruno Mellano interverrà una rappresentanza dei dodici Garanti comunali piemontesi: il Piemonte è l'unica regione ad averne designato uno per ciascuna città sede di penitenziario. Cogliere l'occasione dei classici bilanci di fine anno per segnalare le principali criticità dei tredici Istituti penitenziari piemontesi e dell'Istituto penale minorile e lanciare proposte per il nuovo anno, ormai alle porte.
È quanto si propone la conferenza stampa di presentazione del Quarto dossier delle criticità strutturali e logistiche, elaborato dal garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano in collaborazione con il Coordinamento piemontese dei garanti, che si tiene lunedì 30 dicembre alle 11 nella Sala delle bandiere di Palazzo Lascaris, in via Alfieri 15, a Torino.
Il documento verrà poi indirizzato al capodipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, al provveditore dell'Amministrazione penitenziaria del Piemonte Pietro Buffa e ai referenti politici del Ministero di Giustizia. Con Mellano interviene una rappresentanza dei dodici garanti comunali piemontesi: il Piemonte, infatti, è l'unica regione italiana ad averne designato uno per ciascuna città sede di carcere.
di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 27 dicembre 2019
Giudici e pm: "Ragioniamo su parametri uniformi" per convalide degli arresti e direttissime. Da qualche mese, un gruppo di magistrati di palazzo di giustizia - pubblici ministeri, giudici del dibattimento e della sezione Gip - hanno dato vita a un "gruppo di lavoro" per discutere e confrontarsi sulle modalità delle convalide degli arresti in flagranza, sulle direttissime e su tutti quei problemi che assediano la prima linea della giustizia penale.
Al 30 novembre - i dati di dicembre sono in via di elaborazione - sono state fatte 1.432 direttissime; e 1.823 convalide davanti al gip. In confronto al 2014, cioè cinque anni fa, significa un'impennata, rispettivamente del 25,5 e del 23,3 per cento. Basta questo dato per capire quanto la situazione sia delicata.
Da qualche mese, un gruppo di magistrati di palazzo di giustizia - pubblici ministeri, giudici del dibattimento e della sezione gip - hanno dato vita a un "gruppo di lavoro" per discutere e confrontarsi sulle modalità delle convalide degli arresti in flagranza, sulle direttissime e su tutti quei problemi che assediano la prima linea della giustizia penale.
Vista l'assenza recidiva di un indirizzo legislativo, figurarsi di credibili riforme, chi si occupa del settore tenta insomma di migliorare la situazione. Ormai delicata, da anni, come testimoniato dai numeri dell'ufficio arresti della Procura: al 30 novembre - i dati di dicembre sono in via di elaborazione - sono state fatte 1.432 direttissime; e 1.823 convalide davanti al gip. Confronto a cinque anni fa (2014), significa un'impennata, rispettivamente del 25,5 e del 23,3 per cento.
Va da sé, è un trend già di per sé complicato da gestire, e che sempre più lo sarà. "Vogliamo cercare di fare un ragionamento collettivo - spiega uno dei magistrati che partecipa al gruppo - per identificare parametri comuni con cui lavorare". L'obiettivo è anche quello di "una riflessione sulle esigenze reali di sicurezza, sugli strumenti e sulle difficoltà, esaminando i punti di vista di chi gestisce la giustizia e chi deve invece garantire la sicurezza, come le forze di polizia".
Per questo, l'intenzione del "gruppo di lavoro" sarebbe, in un futuro, di allargare il confronto con i rappresentati della polizia giudiziaria e gli avvocati: "Perché questo è un tema che riguarda tutti".
Del resto, in caso di arresti in flagranza, obbligatori o facoltativi, può capitare di tutto. Qualche giorno fa, per esempio, erano finiti in manette due stranieri, bloccati mentre cercavano di sfondare la porta di un appartamento. Dunque, arrestati con l'accusa di tentato furto. Solo che, in sede di convalida, e direttissima, si erano difesi dicendo che erano due senzatetto, che quella casa non era abituata da un anno, e che loro cercavano solo un posto dove poter dormire.
Fosse così, l'episodio sarebbe una tentata violazione di domicilio, che non consente l'arresto, come invece il tentato furto in appartamento. E al giudice tocca decidere, senza quegli elementi che sarebbero potuti essere acquisiti facilmente: chiedendo ai vicini, o rintracciando l'amministratore.
Succede anche di ritrovare in direttissima persone con problemi psichici, per reati come il danneggiamento o la resistenza: così rischiano di finiscono in carcere per settimane, in attesa della perizia. Un problema ancora più grave tra gli stranieri, privi di qualsiasi cartella clinica. Ragionare s su questi casi non significa "tutti fuori", ma solo fare meglio il proprio lavoro.
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 27 dicembre 2019
Circa 300 detenuti potrebbero lasciare il carcere grazie al braccialetto elettronico. I penalisti: "C'è un educatore ogni 150 detenuti, il ministero dovrebbe intervenire altrimenti parlare di rieducazione è pura ipocrisia. Situazione allarmante in infermeria"
Ausl e Dap. La situazione è "allarmante soprattutto nelle sezioni Infermeria e Nuovi giunti", spiega Ettore Grenci, segretario della Camera penale di Bologna. Qui i detenuti rischiano di restare anche fino a 6 mesi in attesa dell'assegnazione a una sezione. "In Infermeria ci sono stanze da 6 letti, non c'è alcuna socialità né attività e le celle restano chiuse per molte ore al giorno perché appunto non è una sezione comune, molti fumano, l'aria è irrespirabile". Solo 14 detenuti su 41 presenti al momento della visita avevano bisogno di cure.
Ancora una volta parlano i numeri: al 9 dicembre alla Dozza erano presenti, a fronte di una capienza di 500 posti, 870 di cui 604 definitivi, cioè con sentenza passata in giudicato, e 266 in misura cautelare o con una sentenza di primo grado.
Questi ultimi potrebbero accedere ai domiciliari se vi fosse disponibilità sufficiente di braccialetti, tra i definitivi potrebbe accedervi chi ha una pena residua uguale o inferiore ai 2 anni. L'appalto affidato dal Viminale nel 2017 per un totale di 19 milioni 152mila euro, vinto da Fastweb (mandataria) e Vitrociest, prevedeva la fornitura di un migliaio di apparecchi al mese con 36 mesi di manutenzione. "Abbiamo inviato una mail a Fastweb per conoscere le dotazioni per distretto - spiega l'avvocato Rosa Ugolini - ma non abbiamo ricevuto risposta".
Poi c'è la cronica scarsità di educatori: 4 su una pianta organica di 12, vuol dire 150 detenuti per ogni educatore. "Questo dato è gravissimo - denuncia Grenci - è su questo che il Ministero dovrebbe intervenire perché allora parlare di rieducazione della pena è pura ipocrisia".
E i mali non finiscono qui: nel primo piano giudiziario (187 detenuti comuni, più del doppio della capienza del braccio con una proporzione di 3 italiani ogni 50), la maggior parte dei presenti sono tossicodipendenti, "i detenuti si sono ingegnati mettendo delle bottiglie di plastica sotto i materassi per avere un po' di spessore".
La situazione è tale che, scrivono ancora gli avvocati, l'ispettore che accompagnava la delegazione nella visita ha sconsigliato di accedere al braccio per "la pericolosità". Nonostante ciò, sottolinea l'avvocato Grenci, "la polizia penitenziaria e la direzione del carcere fanno quello che possono per tendere a bada una situazione esplosiva".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 27 dicembre 2019
Il progetto della casa per le madri detenute, la palazzina donata. E poi più niente. Natale in carcere per quattro bambini, tre di pochi mesi, uno di due anni e mezzo. E tutto questo perché la promessa di una casa per le madri detenute non si è mai realizzata, nonostante dieci anni di annunci e una palazzina già a disposizione.
Lo denuncia "Progetto Firenze", l'associazione che ha visitato Sollicciano il 24. Quattro bambini stanno passando le feste dentro il carcere di Sollicciano, insieme alle loro madri detenute. Tre di loro hanno pochi mesi di vita. Un altro ha due anni e mezzo. Trascorrono il tempo tra l'asilo nido, la ludoteca e il letto, sempre circondati dalle sbarre del penitenziario fiorentino. A denunciare la situazione dei piccoli reclusi è l'associazione Progetto Firenze che, insieme ai consiglieri comunali del gruppo Sinistra Progetto Comune, ha visitato Sollicciano il 24 dicembre.
"A Firenze - ha detto Massimo Lensi, presidente di Progetto Firenze - si attende ormai da tempo l'apertura dell'istituto a custodia attenuata per madri detenute (Icam). Le procedure sono partite dieci anni fa, e sembravano arrivate a conclusione l'anno scorso. Invece ancora oggi tutto tace". Risale al 2010 la firma di un protocollo d'intesa per la realizzazione dell'Icam, nella palazzina di Rifredi che la Madonnina del Grappa donò a titolo gratuito alla Società della Salute. Al tavolo dell'intesa c'erano anche Ministero della Giustizia, Tribunale di Sorveglianza, Istituto degli Innocenti e Regione Toscana, che stanziò quasi 700mila euro per i lavori edilizi. Da allora sono passati dieci anni. E dell'Icam nemmeno l'ombra.
"Abbiamo concesso la struttura per un progetto umanitario che non si è mai concretizzato" dice con amarezza don Vincenzo Russo, direttore della Madonnina del Grappa e cappellano a Sollicciano. Tra i tanti cavilli che hanno bloccato l'inizio dei lavori, sembra esserci quello di un errore tecnico nella gara d'appalto, che si è dovuta ripetere. Per accelerare, poche settimane fa, dalla Madonnina del Grappa sono partite lettere ufficiali alle istituzioni coinvolte nel progetto: "Nessuno ha risposto, tranne la Società della Salute" ha detto don Russo.
Tanti, nel corso degli anni, i politici che hanno rivendicato l'utilità dell'Icam. Nel 2013 fu l'ex ministro della giustizia Annamaria Cancellieri, in visita a Sollicciano, a garantire, entro un anno, l'inaugurazione della struttura. "L'Icam è ormai in fase di realizzazione". Parole d'orgoglio arrivarono anche dall'ex sindaco Matteo Renzi: "Noi siamo stati i primi in Italia ad aver fatto l'Icam". Nel corso della visita a Sollicciano di Progetto Firenze, è stato inoltre rilevato il sovraffollamento del carcere, pari al 158%. Attualmente sono recluse 787 persone, di cui 680 uomini e 107 donne.
diocesi.torino.it, 27 dicembre 2019
Il Fondo Alberto e Angelica Musy lancia una raccolta fondi per proseguire il tour teatrale "Game Over: per un nuovo inizio" nelle scuole e parlare di carcere a 1.500 ragazzi. E in questo modo parlare agli adulti di domani di seconde opportunità, riscatto, ma anche di errori, speranze, voglia di partecipare. Il Fondo Alberto e Angelica Musy crede nel reinserimento sociale delle persone detenute grazie allo studio e al lavoro e coltiva un grande sogno: dimostrare che nella vita vale sempre la pena dare e darsi una seconda opportunità.
Dalla sua istituzione nel 2014 il Fondo sostiene 14 borse lavoro per altrettanti detenuti studenti del Carcere di Torino, ha scritto e prodotto lo spettacolo teatrale "Game Over: per un nuovo inizio", ha realizzato 18 repliche di "Game Over" incontrando circa 2.500 studenti, organizza eventi di raccolta fondi e porta a conoscere la realtà del carcere artisti di primissimo piano (Paolo Conte nel 2016, Stefano Bollani nel 2018, Neri Marcorè nel 2019).
Con i fondi raccolti il Fondo porterà in tour lo spettacolo teatrale "Game Over: per un nuovo inizio" scritto e interpretato da Elisabetta Baro e Franco Carapelle dell'Associazione Teatro e Società, con intermezzi di improvvisazione rap a cura di Alp King. In Game Over, le storie del carcere, degli errori commessi e la forza di chi si impegna per ripartire guidano i giovani spettatori in una riflessione dentro sé stessi, sul futuro e sui sogni da realizzare. Ai donatori (è possibile donare qualsiasi importo) verrà fatto un dono. Tutte le informazioni su http://sostieni.link/23520
di Rita Bernardini*
Il Riformista, 27 dicembre 2019
Una sentenza storica da dedicare a Marco Pannella e all'impegno dei Radicali. Ma attenti: non stiamo ancora parlando di legalizzazione. La notizia, bellissima, ci giunge nelle ore in cui in casa radicale abbiamo il cuore straziato per la scomparsa di un militante storico come Lucio Bertè.
Proprio stamattina ricordavo la disobbedienza civile (cessione gratuita di hashish) che insieme facemmo in Piazza della Scala a Milano ben 22 anni fa. Fummo assolti a distanza di due anni, insieme a Marco Pannella, "per non aver commesso il fatto".
Decine di disobbedienze civili per le cessioni di hashish o per le coltivazioni di cannabis finite in modo diverso a seconda della città in cui venivano organizzate o, addirittura, a seconda del collegio giudicante del medesimo tribunale a cui venivano assegnate: stesse condotte, ma sentenze diverse; insomma, il caos giurisprudenziale. Oggi. finalmente, le sezioni unite della Cassazione mettono un po' d'ordine e, ancora una volta, questa ragionevolezza non giunge dal Governo o dal Parlamento, ma dalle giurisdizioni superiori.
E, ancora una volta, Marco Pannella ha avuto ragione quando ha suggerito, già molti anni fa. di adire alla Corte Edu, alla Corte Costituzionale, alla Corte di Cassazione tino al Comitato dei diritti Umani dell'Onu per battere l'inerzia del legislatore, laddove siano violati diritti umani fondamentali. Ricordo quando in Commissione Giustizia della Camera dei Deputati ho cercato di far comprendere ai miei colleghi parlamentari l'incongruenza della legge che punisce penalmente chi coltiva marijuana per uso personale, mentre esclude dalla sanzione penale chi - sempre per uso personale - si rifornisce al mercato illegale, cioè quello gestito dalla criminalità più o meno organizzata. Non ci fu niente da fare! La proposta di legge fu accantonata.
Del resto, nemmeno i ripetuti pronunciamenti a favore della legalizzazione della cannabis da parte della Direzione Nazionale Antimafia sono serviti a smuovere le diverse maggioranze che si sono succedute nelle ultime legislature: tutti a riempirsi la bocca di "lotta alla mafia", ma nessuno capace di fare la cosa che veramente darebbe un colpo micidiale alle cosche mafiose e ai cartelli dei narcotrafficanti: la regolamentazione della produzione, della commercializzazione e dell'uso delle sostanze stupefacenti, a partire dalla cannabis.
La sentenza della Cassazione è storica perché abbatte un muro che sembrava impossibile scalfire: quello per il quale chi coltivava per sé qualche piantina di marijuana metteva in pericolo il bene giuridico della salute pubblica perché aumentava la provvista in circolazione di materia prima e quindi si creavano potenzialmente più occasioni di spaccio di droga.
Questo tabù è caduto, ma attenzione, non stiamo parlando ancora di legalizzazione: per arrivarci, occorre che il legislatore prenda coscienza e allontani da sé quelle ipocrisie che lo hanno paralizzato fino ad oggi lasciando colpevolmente in balia del mercato criminale almeno 5 milioni di consumatori solo in Italia, intasando tribunali e galere, distogliendo le forze dell'ordine da interventi più significativi che quelli di dare la caccia alle piantine coltivate sul terrazzo.
Le riviste scientifiche più importanti del mondo ci dicono che l'alcol è molto più pericoloso della cannabis se prendiamo come parametri danno fisico, dipendenza e danno sociale. Uno studio condotto nel 2018 da David Nutt dell'Università di Bristol, pubblicato sulla prestigiosa rivista "The Lancet" ha stilato la classifica della 20 droghe più pericolose mettendo ai primi due posti Eroina e Cocaina, al quinto posto l'alcol e all'undicesimo la cannabis.
Pur essendo molto più dannoso della cannabis, in Italia è possibile coltivare la vite e produrre vino "senza autorizzazione", l'importante è che si tratti di uso proprio, dei propri familiari e dei propri ospiti e a condizione che i prodotti non siano oggetto di alcuna attività di vendita. Io mi auguro che questa sentenza abbia abbattuto un altro tabù, quello dell'ignoranza generata dell'ostracismo dei media nei confronti di qualsiasi ipotesi di legalizzazione: "Il proibizionismo - diceva Pannella più di vent'anni fa - ha necessità vitale del flagello dell'ignoranza".
Questo spiraglio di luce che si intravede lo dedico a lui, a Lucio Bertè, a Laura Arconti (anche lei ci ha lasciato in questo 2019). e a tutti i nonviolenti disobbedienti del Partito Radicale, a cominciare dai malati come Andrea Trisciuoglio, che devono ancora "sbattersi" per consentire a tutti coloro che ne traggono beneficio per la loro patologia di potersi curare con la cannabis.
*Partito Radicale
di Diodato Pirone
Il Messaggero, 27 dicembre 2019
Per gli italiani il 2019 è stato un anno di passaggio. Il Paese entra nel nuovo anno con un umore depresso, senza passione ma anche senza le punte di cattiveria degli anni scorsi: c'è un po' meno paura del futuro, un po' meno attesa per eventi clamorosi ma crescono anche sentimenti amari come la disillusione e la tristezza accompagnati da un leggero aumento della rabbia. Fotografia figli di due diverse spinte: minor preoccupazione per l'invasione degli immigrati ma pochissima speranza che l'Italia esca dalla stagnazione nella quale si è cacciata ormai tanti anni fa.
Questo in sintesi il senso di un sondaggio SWG effettuato per il Messaggero nei giorni scorsi messo a confronto con l'analoga ricerca del gennaio 2019. Che l'encefalogramma emotivo degli italiani sia più piatto oggi di quello di inizio anno è dimostrato da voci significative. L'attesa per una svolta (positiva o negativa, non importa) a gennaio era il primo sentimento italiani. A dicembre mantiene la stessa posizione in classifica ma con il 25% in meno di preferenze. Giù del 12,5% anche il sentimento di paura mentre sale di qualcosa la tristezza. Si dimezzano le già esigue risposte a favore della passione.
Profilo scialbo. Un profilo sociale così scialbo deriva dalla sensazione che non ci siano segnali seri di ripresa economica alla quale crede solo il 26% del campione degli intervistati contro il 37% di un anno fa e il 43% del dicembre 2017. Gli italiani continuano a segnalare la propria sensazione di scivolamento verso i segmenti meno fortunati della società.
Solo l'11% dice di aver migliorato la propria posizione sociale nell'ultimo anno, il 47% si auto-fotografa nella stessa posizione ma il 42% sostiene che la sua condizione sociale è peggiorata. Come accennato, una delle novità più interessanti è il grosso calo della tensione sul fronte dell'immigrazione tornata ai livelli del 2011 dopo il picco del 2017 quando oltre la metà degli italiani rispose che avvertiva tensione fra italiani ed extracomunitari. Insomma l'allarme rientra ma i livelli di attenzione (i preoccupati sono sopra il 40%) restano alti.
Secondo gli analisti SWG, inoltre, sale di 4 punti la fiducia nelle forze dell'ordine e a sorpresa (+7 punti anche se si partiva da livelli bassi) nei sindacati. Scende invece il livello di confidenza per la magistratura (per il 64% serve una riforma radicale della giustizia) e per i partiti verso i quali solo il 9% della popolazione mostra stima.
Molta delusione si avverte verso il mondo della scuola. Modesta è giudicata la preparazione degli insegnanti poiché su questa voce solo il 54% degli intervistati dà voti superiori al 6. La capacità del sistema scolastico di orientare gli studenti alla vita e al mondo del lavoro ottiene solo il 43% di risposte positive. Addirittura si scende al 30% di giudici superiori alla sufficienza sulla capacità di insegnamento delle lingue. Sulla scuola italiana, insomma, emerge la drammatica necessità di una netta raddrizzata. L'indagine, infine, svela anche una curiosità: il 37% degli intervistati sostiene che la propria vita soffre di ritmi troppo stressanti.
L'Unione Sarda, 27 dicembre 2019
L'atmosfera natalizia entra anche in carcere. Un po' di mestizia è inevitabile, per chi magari vorrebbe passare il 25 dicembre in compagnia dei familiari, ma l'area del Natale riesce a penetrare anche le mura di un penitenziario. Come quello di Uta, dove la messa celebrata dall'amministratore apostolico di Cagliari Arrigo Miglio è stato un momento toccante di comunione, anche per i carcerati. Prevale anche qui l'atmosfera di gioia del Natale.
"Chi è in carcere vive la festa più o meno come viene vissuta fuori: può sembrare strano, paradossale, ma l'atmosfera natalizia arriva anche qui. Attraverso i colloqui con i familiari, l'osmosi che si crea con il personale, così il Natale diventa un momento di gioia e speranza", spiega Marco Porcu, direttore del carcere di Uta.
Nel periodo delle festività vengono incentivati e aumentati i colloqui con la famiglia. "Il fatto che il familiare venga a fare il colloquio il 23, il 24, per dar loro gli auguri fa sentire i detenuti meno lontani dal nucleo", spiega la vicecomandante degli agenti di polizia penitenziaria del carcere, Barbara Caria.
Si cerca inoltre, ove possibile, di permettere ai carcerati di trascorrere parte delle festività con le loro famiglie. Oggi, ad esempio, su 570 detenuti una quarantina sono in permesso premio. E altri ci andranno nel giorno di Capodanno. Poi ci sono i preparativi, e non è detto che i detenuti ne siano esenti. Il Natale 2019 nel carcere di Uta, ad esempio, è stato caratterizzato anche dalla realizzazione di un bellissimo e originale presepe posto all'ingresso della cappella. Fatto solo di mollica di pane, ci hanno lavorato una decina di detenuti per 4 o 5 mesi. "Una mia idea - spiega l'agente Giampiero Murtas - anche per tenere occupati il più possibile i detenuti".
- Pavia. Pranzo cucinato dai detenuti per 400 persone povere o sole
- Roma. La Consigliera regionale Marta Bonafoni in visita all'Ipm di Casal del Marmo
- Roma. Comunità di Sant'Egidio, il pranzo di Santo Stefano con i detenuti di Regina Coeli
- Iran. La lotta di Fariba Adelkhah nel carcere degli ayatollah
- Cannabis. La Cassazione: "Coltivazione in casa non è reato"









