xdi Luigi Ferrajoli
Il Sole 24 Ore, 18 novembre 2019
Decreto legislativo 4 ottobre 2019 n. 125. Il 26 ottobre 2019 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 252 il decreto legislativo datato 4 ottobre 2019 n. 125, di recepimento nel nostro ordinamento della Direttiva (Ue) 2018/843 relativa alla prevenzione dell'uso del sistema finanziario ai fini di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, meglio conosciuta come Quinta Direttiva antiriciclaggio.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 18 novembre 2019
"Le sentenze non si commentano". Quante volte l'abbiamo sentito? Quando una decisione di giustizia irrompe nel dibattito pubblico, l'intimazione rivolta a chi si azzardi a dirne qualcosa è sempre quella: che le sentenze non si commentano.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 18 novembre 2019
Cassazione - Sezione feriale - Sentenza 5 novembre 2019 n. 44878. La truffa ai danni dello Stato per percezione di prestazioni indebite di finanziamenti e contributi, erogati in ratei periodici, non è reato permanente bensì a consumazione prolungata, perché il soggetto agente manifesta sin dall'inizio la volontà di realizzare un evento destinato a durare nel tempo. Pertanto, prosegue la Cassazione con la sentenza 5 novembre 2019 n. 44878, il momento consumativo del reato coincide con quello della cessazione dei pagamenti, che segna la fine dell'aggravamento del danno (affermazione resa nell'ambito di questione in tema di competenza per territorio, radicata nel luogo in cui fu ricevuto l'ultimo rateo).
Si tratta di affermazione ampiamente convincente. Il reato di cui all'articolo 640-bis del Cp, infatti, si consuma non già nel tempo e nel luogo in cui viene emesso il provvedimento concessorio dei finanziamenti e/o si realizza la diminuzione patrimoniale per l'ente pubblico, bensì nel tempo e nel luogo in cui il soggetto attivo concretamente percepisce l'ingiusto profitto consistente nelle indebite erogazioni pubbliche: solo in tale momento, infatti, si consolida la loro definitiva perdita da parte del soggetto "ingannato".
Pertanto, nel caso si tratti di erogazioni plurime, ossia - come nella fattispecie qui esaminata dalla Cassazione - di erogazioni rateizzate nel tempo, il reato è a consumazione prolungata, onde il tempo e il luogo di commissione del reato coincidono con quello di riscossione dell'ultima tranche del finanziamento, ove appunto questo abbia luogo in via frazionata (cfr., in termini, sezione II, 9 luglio 2010, Battaglia e altri, in una fattispecie in cui si discuteva della competenza per territorio e, per l'effetto, si è ritenuto corretto che avesse proceduto il giudice del luogo ove l'agente aveva percepito i finanziamenti, identificato in quello ove le relative somme erano state in ultimo accreditate sul conto corrente nella disponibilità dell'agente, mentre era stato ritenuto irrilevante il luogo ove materialmente era stato erogato il finanziamento e quello della sede dell'istituto di credito ove questo era stato in origine "appoggiato" prima del bonifico nel conto corrente dell'imputato; nonché, sezione II, 12 luglio 2013, Coraggio e altri, secondo cui, quindi, ai fini della consumazione del reato, non viene in considerazione il tempo e il luogo in cui viene emesso il provvedimento concessorio dei finanziamenti e/o si realizza la deminutio del patrimonio per l'ente pubblico, bensì il tempo e il luogo in cui il soggetto attivo concretamente percepisce l'ingiusto profitto consistente nelle indebite erogazioni pubbliche: solo in tale momento si consolida la loro definitiva perdita da parte del deceptus: pertanto, il momento consumativo del reato, ove le indebite erogazioni pubbliche siano state effettuate in via frazionata, coincide con la cessazione dei pagamenti, che segna la fine dell'aggravamento del danno).
di Federico Unnia
Italia Oggi, 18 novembre 2019
Cassazione: non spetta al professionista l'onere di portare prove a carico della struttura. La struttura sanitaria che agisce in giudizio per esercitare l'azione di regresso, ovvero facendo valere nei suoi confronti la manleva del professionista sanitario proprio collaboratore, deve dimostrare che la responsabilità del danno causato al paziente sia pianamente ed esclusivamente imputabile al professionista in via esclusiva, non spettando a quest'ultimo per contro l'onere di dimostrare che vi sono profili di responsabilità anche a carico della struttura.
È questo l'importante principio stabilito recentemente dalla Corte di cassazione civile sez. VI con l'ordinanza (n. 24167/2019). L'ordinanza assume una grande importanza a seguito dell'entrata in vigore della legge. n. 24/2017, in forza della quale la struttura sanitaria è chiamata spesso a farsi carico degli oneri risarcitori nei confronti dei pazienti e dei loro familiari che contestino di aver subito un danno a causa di una prestazione medico sanitaria ritenuta non riuscita.
In questo contesto, tuttavia, si possono configurare strumenti giuridici grazie ai quali è possibile esercitare la c.d. "azione di regresso" e/o il meccanismo c.d. di "manleva" che consente a una struttura che abbia dovuto corrispondere un risarcimento a un paziente, in ragione dell'inadempimento di un proprio collaboratore, di agire per il recupero quanto corrisposto.
Il caso deciso dalla cassazione riguardava una paziente che, fattasi operare con esito infausto, per l'inserimento di una protesi all'anca presso una struttura privata, aveva promosso un'azione legale contro questa per vedersi riconosciuto il risarcimento del danno subito. La struttura convenuta aveva proposto di allargare il contraddittorio processuale chiamando in causa anche il professionista che aveva materialmente eseguito l'intervento, chiedendo di essere tenuta manlevata da quest'ultimo
Il tribunale di primo grado aveva accolto la domanda risarcitoria, condannando però in solido tanto struttura quanto professionista a rifondere il danno, omettendo però ogni riferimento e decisione sulla domanda di manleva formulata dalla struttura. Questa proponeva appello, chiedendo che il professionista venisse riconosciuto responsabile e come tale pagasse direttamente la paziente quanto a questa dovuto in ragione della sentenza di primo grado.
Il Giudice d'appello accoglieva la domanda, affermando il principio secondo il quale "laddove fosse stato accertato - come in effetti era stato fatto in primo grado - che la causa dell'inadempimento era da imputarsi esclusivamente al medico, nulla ostava circa la possibilità che quest'ultimo fosse condannato a pagare direttamente quanto dovuto alla paziente, non avendo, viceversa, il professionista fornito prova degli eventuali profili di responsabilità ascrivibili alla struttura sanitaria".
Ora, la Corte di cassazione, investita del ricorso da parte del professionista ha ribaltato il giudizio d'appello, cassando la sentenza impugnata e affermando il principio che "Laddove la struttura sanitaria, evocata in giudizio dal paziente che (...) si è sottoposto a un intervento chirurgico all'interno della struttura stessa, sostenga che l'esclusiva responsabilità dell'accaduto non è imputabile a sue mancanze tecnico-organizzative ma esclusivamente alla imperizia del chirurgo che ha eseguito l'operazione, (...) chiedendo di essere tenuta indenne di quanto eventualmente fosse condannata a pagare nei confronti della danneggiata e in regresso nei confronti del chirurgo (...), è sul soggetto che agisce in regresso che grava l'onere di provare l'esclusiva responsabilità dell'altro soggetto. Non rientra, invece, nell'onere probatorio de chiamato individuare precise cause di responsabilità della clinica".
di Sergio Rizzo
La Repubblica, 18 novembre 2019
L'assistente arrestato "assunto" alla Camera a 50 euro al mese. Una prassi diffusa. C'è un buco nero, da sempre, nel Parlamento italiano. Una falla che nessuno, finora, ha però voluto colmare. Ma dopo il caso clamoroso di Antonello Nicosia, l'assistente parlamentare che entrava in carcere con il tesserino della Camera per tenere rapporti, dicono le intercettazioni, con i boss mafiosi detenuti al 41 bis, questa storia rischia di deflagrare già nei prossimi giorni al Senato durante la discussione sul bilancio interno. Dove si prepara una battaglia a colpi di ordini del giorno.
ilgiornale.it, 18 novembre 2019
Il giorno 12 novembre, la professoressa Albarella e gli alunni del 5B liceo Maria Chiara Ariganello, Michele Ariganello e Chiara Recchia, nella fase di disseminazione del progetto "La scuola incontra il carcere", hanno presentato le attività svolte presso il Liceo Chris Cappell di Anzio. La proposta formativa, nel corso dell'anno scolastico 2018-19, è stata sviluppata attraverso incontri con i volontari dell'associazione "Volare" e figure professionali dell'istituzione carceraria nonché la visione di film. La finalità è stata di avviare un lento, ma efficace "avvicinamento" al mondo della detenzione che ha prodotto un report su tutto quanto appreso dai ragazzi. Il progetto, considerati gli ottimi risultati riscossi, risponde alle finalità formative dell'Istituto orientate all'inclusione ed ha svolto un'efficace azione di diffusione delle tematiche sia all'interno dell'Istituto, prevedendo per l'anno scolastico in corso il coinvolgimento di tre ulteriori classi, sia all'esterno con l'avvio delle attività presso il Liceo Chris Cappell.
ildispaccio.it, 18 novembre 2019
Lo scorso 15 novembre 2019 al Liceo Scientifico "Leonardo Da Vinci di Reggio Calabria", diretto dalla prof. Giusy Princi, è stata affissa la 1 targa in memoria di una vittima di violenza di genere.
La Targa è stata affissa nell'Aula delle emozioni ed è stata dedicata alla studentessa fiorentina Rossella Casini, uccisa e fatta sparire a Palmi perché voleva convincere il fidanzato reggino, appartenente ad una famiglia di 'ndrangheta a collaborare con la giustizia.
La "Targa ad Memoriam", spiega il vice coordinatore dell'Osservatorio regionale sulla violenza di genere Giovanna Cusumano, per raccontare alle generazioni di studenti le storie delle vittime di femminicidio perché non restino solo nel ricordo dei loro familiari o di chi le ha conosciute, bensì diventino patrimonio comune.
Dopo aver ringraziato la dirigente Giusy Princi per aver aderito all'iniziativa promossa dall'osservatorio "Adotta una vittima di femminicidio", l'avv. Giovanna Cusumano continua "La scuola è, subito dopo la famiglia, la principale agenzia di socializzazione e formazione della personalità di ciascun individuo e, pertanto, è teatro di cultura e di crescita civile, ma è anche cornice delle prime relazioni affettive e luogo in cui "seminiamo" il futuro.
È, pertanto, nessun cambiamento culturale potrà mai maturare in una società senza la partecipazione della comunità scolastica. La Memoria legata allo spazio fisico "istituzionalizzato" dell'Aula, dunque, è un efficace strumento per la diffusione dei più alti valori umani: l'amore, il rispetto, la libertà, la giustizia. Tutti questi valori che sono racchiusi nella triste vicenda di Rossella Casini".
Per il coordinatore Mario Nasone "da oggi il liceo Vinci avrà un'altra studentessa che si chiama Rossella Casini e che non potrà rispondere presente all'appello, però accompagnerà i suoi compagni a coltivare i loro sogni e la sua Memoria servirà per non far cadere nell'oblio la storia di Rossella". Cusumano e Nasone ricordano che ben 25 istituti scolastici ad oggi hanno aderito all'iniziativa e affiggeranno targhe in memoria di vittime di femminicidio.
"Sarà un modo, sostiene Cusumano per generare la consapevolezza della pervasività la violenza di genere, e della necessità dell' impegno di costruire un futuro libero dalla violenza", continua ancora la vice coordinatrice dell'osservatorio. Presenti alla cerimonia il Procuratore della Repubblica di Reggio Cal. Giovanni Bombardieri, il quale ha dichiarato che "l'impegno delle Istituzioni scolastiche nel coinvolgimento dei ragazzi in un percorso di legalità come testimoniato da iniziative come queste è importante" perché ha aggiunto che è necessario trasmettere ai ragazzi i valori del rispetto dell'altro".
Il valore dell'iniziativa, ha sempre ricordato il procuratore, è legato all'esempio della forza di una giovane donna che ha cercato di sottrarre il suo fidanzato alla criminalità organizzata. Presente anche il Gip Antonino Foti in rappresentanza del Presidente del Tribunale Mariagrazia Arena. Il Questore Maurizio Vallone, anch'egli presente alla cerimonia, ha sottolineato l'importanza di ricordare le vittime di femminicidio, così come ha ricordato la necessità di coinvolgere il mondo studentesco il comandante provinciale dei Carabinieri Antonino Battaglia. La Dirigente scolastica Giusy Princi, infine, ha ringraziato l'avv. Giovanna Cusumano e tutto l'Osservatorio regionale per l' opportunità di poter trasmettere in modo ancora più incisivo sul tema della violenza di genere.
veronanetwork.it, 18 novembre 2019
Il Comando delle Forze Operative Terrestri di Supporto di Verona ha firmato venerdì scorso una convezione con il carcere di Montorio che prevede opportunità lavorative per lo svolgimento di lavori a titolo volontario e gratuito per i detenuti.
È stata stipulata il 15 novembre scorso a "Palazzo Carli" a Verona, la Convenzione tra il Comando delle Forze Operative Terrestri di Supporto, la Direzione della Casa Circondariale di Verona rappresentata dalla Direttrice, Dott.ssa Mariagrazia Bregoli, il Tribunale di Sorveglianza di Venezia nella persona della Dott.ssa Isabella Cesari e la Dott.ssa Margherita Forestan, Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale.
La Convenzione, unica nel suo genere, consentirà di avviare un percorso di stretta collaborazione tra le citate Istituzioni e i Rappresentanti degli Organismi Statali, definendo nuovi ambiti per ampliare e consolidare le possibilità formative e di crescita professionale dei soggetti in espiazione di pena, con l'obiettivo di favorirne il reinserimento socio-lavorativo.
In particolare, attraverso tale accordo, si metteranno a disposizione dei detenuti della Casa Circondariale di Verona opportunità lavorative per lo svolgimento di lavori a titolo volontario e gratuito, nonché altre prestazioni di lavoro di pubblica utilità, pertinenti la specifica professionalità dei singoli individui volte alla manutenzione e alla preservazione del decoro del Centro Polifunzionale intitolato alla memoria della Medaglia d'Argento al Valor Militare "Cap. Manuel Fiorito", frequentato ormai da anni da numerosi cittadini veronesi.
Il Comandante delle Forze Operative Terrestri di Supporto, Gen. C.A. Giuseppenicola Tota, ha sottolineato l'importanza di tale inedita convenzione che rafforza il già solido legame tra istituzioni e cittadini e accresce l'impegno dell'Esercito in simili iniziative benefiche di altissimo spessore sociale, offrendo la possibilità a chi ha commesso degli errori di riscattarsi nella società attraverso il lavoro.
di Claudia Osmetti
Libero, 18 novembre 2019
Colloqui individuali e di gruppo, filmati e lezioni con lo psicoterapeuta. Ma solo due su dieci riescono a cambiare vita. Chiariamo subito: non è mica Arancia meccanica. Ché la "rieducazione", qui, non ha niente a che vedere con il "trattamento Ludovico". E per fortuna.
La questura di Torino ha appena firmato un protocollo con quattro associazioni che si occupano di seguire gli uomini violenti in un percorso di reinserimento. Li aiutano, cioè, a levarsi di dosso la rabbia per fermare sul nascere quel vortice di pugni, calci e insulti che troppo spesso finisce nelle pagine di cronaca dei nostri giornali.
Il concetto è semplice: loro (i violenti) compaiono davanti a un giudice e il giudice li invita a contattare uno di questi centri. Li invita, sì: perché la volontà di cambiare è alla base di qualsiasi cambiamento. (Tra parentesi: ci sono anche i coatti, ma loro seguono un percorso parallelo, perché prima di tutto devono superare la fase "negazionista"). "Nell'80% dei casi raggiungiamo buoni o ottimi risultati", commenta Roberto Poggi, vicepresidente del Cerchio degli uomini, una delle associazioni piemontesi: "Mediamente un percorso dura dai sei mesi all'anno e mezzo e due persone su dieci riescono a ribaltare completamente la loro vita". Numeri importanti che, però, stridono con quelli complessivi del fenomeno.
Solo a Torino, e solo nei primi dieci mesi del 2019, il tribunale ha "ammonito" 144 violenti, praticamente uno ogni due giorni. Ma cosa avviene dopo che il magistrato di turno alza il cartellino giallo? "Per prima cosa facciamo una serie di colloqui individuali che ci permettono di valutare la situazione", spiega Mario De Maglie, psicologo, psicoterapeuta e soprattutto vicepresidente del Cam, il Centro di ascolto uomini maltrattanti.
Il Cam, che ha sulle spalle già dieci primavere, è la prima struttura nata in Italia per operare in questo settore. De Maglie, insomma, parla a ragion veduta. Questi incontri preliminari durano circa un mese e provano a sondare l'insondabile. Con un unico scopo, quello di capire quale motivazione ci sia stata alla base dei gesti violenti che hanno richiesto l'aiuto specializzato. "Contattiamo anche la donna, perché è importante che sappia che il proprio partner ha iniziato un percorso di questo tipo". Il grosso del lavoro, però, arriva adesso.
Per sei mesi si creano gruppi di carattere psico-educativo che toccano argomenti specifici: dalla genitorialità all'alterazione dovuta a sostanze psicoattive. È una sorta di piccola "scuola" (guai a usare il termine con gli addetti ai lavori, ma tra profani possiamo capirci) che alcuni esercizi fa emergere i comportamenti scorretti. In quelle "lezioni" si vedono filmati, vengono date dispense e si chiede ai partecipanti di immedesimarsi nel casi proposti.
A questo punto, sappiate, siamo solo a metà. Il secondo gruppo è il più ostico, ma probabilmente anche il più liberatorio: quello psico-terapeutico. Immaginatevi una decina di uomini seduti in cerchio su delle sedie di legno. Stanno zitti, hanno lo sguardo per terra. Alcuni sono anche in imbarazzo. Lo psicoterapeuta che li segue li invita a parlare e uno di loro rompe il silenzio. Racconta di quella volta (è un esempio, s'intende) che era a casa e stava guardando la partita, la sua fidanzata era passata per prendere qualcosa e gli ha oscurato momentaneamente il televisore.
Lui è uscito di matto, le ha rifilato due scappellotti, l'ha spedita al pronto soccorso. Nella stanza non fiata nessuno, dopo qualche minuto un altro partecipante azzarda un commento e sostiene che anche lui, al posto di quella donna, avrebbe avuto paura. "Un conto è quando c'è un operatore che ti dice che hai superato il limite. Un conto è quando te lo dice una persona come te, che ti sta vicino e sta vivendo il tuo stesso problema", continua De Maglie.
I segreti per sconfiggere la violenza, tutto sommato, sono semplici: riconoscere l'errore, confrontarsi con gli altri, non mollare alla prima difficoltà. "Con una precisazione fondamentale", puntualizza l'esperto: "La violenza non è una patologia, è una scelta. Noi siamo parte attiva dei nostri comportamenti e per questo possiamo evitarla. Le ultime rilevazioni Istat ci dicono che tre donne su dieci hanno subito qualche forma di maltrattamento almeno una volta nella vita": tre su dieci è un numero a ribasso, perché tiene conto solo delle denunce protocollate. "Se aggiungiamo anche il sommerso", chiosa De Maglie, "possiamo dire che la metà delle donne, in Italia, ha subìto una qualsivoglia violenza: sono numeri troppo ampi, non possiamo sostenere che, di contro, la metà degli uomini è affetto da una malattia, non sarebbe credibile". Le storie, alla fine, si rincorrono un po' tutte.
Anche se ognuna è violenta a modo suo. Perché è così anche la vita: non si può generalizzare. E allora c'è Fabio che l'ha capito tardi che quei suoi gesti, "uno più brutto dell'altro e talmente piccoli se presi singolarmente che passavano inosservati", non avevano niente a che fare con l'amore e non è riuscito a salvare la sua relazione: ma la sua esistenza forse sì, perché ha ricominciato con un'altra donna e adesso è tornato a star bene.
C'è Roberto che fa l'imprenditore e un giorno colpisce con una testata sul naso la sua compagna: lui si dice che "passerà anche questa", lei chiede l'allontanamento al tribunale e a Roberto sembra di piombare in un incubo. "La consapevolezza è arrivata progressivamente", dice, "solo così ho iniziato a vedere i miei errori".
E c'è anche Giuseppe, che lavora in ospedale ed è gelosissimo di sua moglie, al punto di costringerla a cambiare abitudini. Hanno tre figli, e questo non gli impedisce di importunare la sua consorte fino a beccarsi tre giorni di custodia cautelare dietro le sbarre, 9 mesi di domiciliari e più di un anno di carcere: "Essere seguito è stata la mia salvezza, mi ha fatto vedere le cose in modo diverso. Adesso so che il bicchiere è mezzo pieno e non solo mezzo vuoto". (Tutte queste testimonianze sono prese dal sito di Uomini non più violenti si diventa, un'altra associazione che lavora tra Milano, Lodi e Varese).
"Fare questo lavoro mi ha aiutato tantissimo", fa sapere Massimo Crucitti, counselor di Uomini non più violenti si diventa: "Alla base della violenza c'è spesso un aspetto educazional-culturale che va corretto. Da noi i gruppi sono sempre condotti solo da uomini perché vogliamo creare un ambiente di comprensione che non fa rima con giustificazione".
Appunto: "Da quando mi sono imbarcato in questo mestiere ho capito che io stesso attuavo con le mie compagne delle tecniche sbagliate, magari lo facevo inconsciamente. Per questo nel relazionarmi con i miei gruppi sono molto franco e cerco di non minimizzare mai quello che succede o è successo".
Crucciati va dritto al punto: "Noi operiamo anche un altro passaggio, nel percorso di riabilitazione. Quello del tutoraggio. Cioè seguiamo sul campo le persone che ci chiedono un aiuto". Situazione tipica: durante una separazione lui deve andare a casa per prendere le sue cose e sa che lì incontrerà lei. "È un caso classico, potenzialmente pericoloso. Noi ci offriamo di accompagnare l'uomo, e basta la nostra presenza per evitare il peggio".
Dopodiché, certo: le violenze non sono tutte uguali. "Spaziamo da quelle fisiche a quelle verbali. Ma ci sono anche quelle economiche (della serie: "Non ti dò i soldi per fare la spesa perché non mi fido di te", ndr)", chiarisce Poggi, "e poi c'è lo stalking vero e proprio che ha diverse declinazioni, dal sadico al romantico".
Purtroppo chi ne è vittima lo sa fin troppo bene quante sfumature di maltrattamenti ci sono. Nel 2014 è stata creata la rete Relive che mette in comunicazione le associazioni come il Cam di Di Maglie o il centro di Poggi o quello di Crucitti. Oggi ce ne sono una quarantina su tutto il territorio nazionale. Agli utenti non chiedono un euro (se non, in alcuni casi, a titolo di contributo volontario) e fanno del bene. Letteralmente.
di Selene Pascasi
Il Sole 24 Ore, 18 novembre 2019
Tribunale per i minorenni di Caltanissetta, sentenza del 17 ottobre 2019. Se il fatto è tenue e occasionale, quindi irrilevante, può sfuggire alla condanna per rissa anche il minore la cui responsabilità sia stata accertata con un ordinario giudizio dibattimentale. Quello che si vuole evitare è che il ragazzo resti coinvolto troppo a lungo nel circuito penale per aver commesso un fatto che, pur costituendo reato, non provoca allarme sociale perché frutto dell'esuberanza giovanile e non appare soggetto a futura reiterazione. Lo precisa il Tribunale per i minorenni di Caltanissetta con la sentenza del 17 ottobre 2019 (presidente Porracciolo, estensore Lupo).
La questione - A finire sotto processo, per aver partecipato a una rissa, è un minorenne accusato di aver preso parte con altre persone, tra cui genitori e zio, a una colluttazione sedata grazie all'intervento delle forze dell'ordine. Episodio per il quale il Pubblico ministero chiede la condanna del giovane al pagamento di una multa di 300 euro, mentre il legale tenta la chance dell'assoluzione per non aver commesso il fatto. Il Tribunale per i minorenni, invece, accertata la responsabilità dell'imputato - emersa con certezza sia dalle dichiarazioni dei presenti che da quanto riferito dagli agenti - dichiara il non luogo a procedere per irrilevanza del fatto.
Intanto, premettono i giudici, la vicenda va inquadrata come rissa considerato che l'articolo 588 del Codice penale punisce chiunque, mosso dalla volontà di aggredire e non di difendere (Cassazione, 24630/2012), prenda parte a una violenta contesa che coinvolga almeno tre persone in gruppi contrapposti, ciascuno composto anche da un solo individuo (Cassazione, 19962/2019). E, una volta provato l'intento offensivo, è trascurabile individuare chi tra loro abbia preso l'iniziativa (Cassazione, 18788/2015). A essere punita, in sostanza, è la mera partecipazione alla rissa. Ebbene, nel caso concreto, il minorenne - maturo per comprendere la gravità delle sue azioni - si è buttato nella mischia con mente lucida, non risultando affetto da deficit cognitivi e intellettivi tali da offuscarne la capacità decisionale. La sua responsabilità penale, dunque, è incontrovertibile.
Via dal circuito penale - Tuttavia, per il Tribunale di Caltanissetta, sussistono i presupposti per dichiarare il non luogo a precedere per irrilevanza del fatto. D'altronde, la Corte costituzionale (sentenza 149/2003) ha già sancito come l'irrilevanza del fatto possa essere pronunciata anche all'esito di un giudizio dibattimentale. La ragione? Sottrarre tempestivamente dal circuito penale l'autore di condotte che, pur costituendo reato, non suscitano allarme sociale perché espressione di esuberanza giovanile. Ma il proposito è anche quello di adeguare il processo alla personalità del minore così che la reazione punitiva sia proporzionale al crimine. Operazione possibile, però, solamente quando il comportamento può dirsi irrilevante per tenuità (lieve intensità del dolo o del grado della colpa) e occasionalità. Elementi entrambi ravvisabili nella fattispecie: azione poco offensiva, nessun ferito, assenza di armi o oggetti contundenti, atto impulsivo e isolato tenuto conto che l'imputato aveva solo un precedente per furto. Ed è noto, conclude il collegio siciliano, che "occasionalità del comportamento non vuol dire necessariamente unicità, né episodicità" ma condotta "non soggetta a reiterazione abituale o sistematica". A pesare, infine, la relazione del Servizio sociale che prospettava il positivo evolversi dello stile di vita del ragazzo. Questo il quadro motivazionale stilato dal Tribunale per i minorenni di Caltanissetta a corredo della pronunciata irrilevanza del fatto. x
- Caltagirone (Ct). Un incontro sulle storie, carcere e misure di sicurezza
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