di Claudia Guasco
Il Messaggero, 28 dicembre 2019
Le Sezioni unite penali della Cassazione, l'organo supremo della Corte, hanno stabilito che non sarà più reato coltivare cannabis in casa, purché in minima quantità e solo per uso personale. Ma questa depenalizzazione di orticelli domestici di piante stupefacenti in generale, e non soltanto di cannabis, dovrà rispettare paletti precisi: potranno essere fumate solo dal produttore.
Un via libera condizionato, con la definizione di un perimetro di regole che, in un'aula di tribunale, saranno determinanti per l'assoluzione o la condanna. Le sezioni unite penali della Cassazione, l'organo supremo della Corte, hanno stabilito che non sarà più reato coltivare cannabis in casa, purché in minima quantità e solo per uso personale. Ma questa depenalizzazione di orticelli domestici di piante stupefacenti in generale, e non soltanto di cannabis, dovrà rispettare paletti precisi, come si evince dalla massima di diritto depositata due giorni fa dagli ermellini in attesa della sentenza.
Le proteste del centrodestra e di parte dell'associazionismo sociale contro la decisione dei giudici sono compatte, per la prima volta viene deliberato che "non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica". La Corte tuttavia è andata oltre e ha circoscritto l'ambito. Prima norma: l'utilizzatore del prodotto casalingo può essere solo la persona che materialmente si dedica alla cura delle piante e non è ammessa la destinazione anche a eventuali componenti del nucleo familiare, né il consumo di gruppo con amici.
Altra condizione essenziale: le piante devono essere coltivale solo con "tecniche rudimentali", che significa il tradizionale innaffiatoio. La presenza di un impianto di irrigazione a goccia o di lampade riscaldanti configurerebbero il reato di coltivazione ai fini di spaccio. Vietatissimo, naturalmente, il possesso di bilancini o strumenti di precisione per pesare in grammi. Particolare rilevante della decisione della Cassazione è la mancanza di riferimenti alla quantità di thc (il principio attivo) contenuta nella pianta.
Per la cannabis legale la norma prevede un tetto dello 0,6% contro il 5-8% di quella illegale e di quella coltivata dallo Stato per scopi terapeutici. Secondo i giudici invece chi la fa crescere in casa per uso personale non è perseguibile, a prescindere dal livello di thc.
"Il reato di coltivazione di stupefacenti - avvertono nel preambolo - è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nella immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente".
Nonostante il binario tracciato, sono forti le critiche di chi ritiene che la sentenza faccia deragliare la legalità e anni di lavoro di prevenzione. "Inciderà negativamente sull'educazione dei minori che cresceranno, sempre di più, nella convinzione che l'utilizzo di cannabis sia innocuo e socialmente condiviso", ammonisce la comunità di San Patrignano.
Sulla stessa scia il Family day: "Così si inventa un diritto a drogarsi che alimenta una cultura dello sballo tra le maggiori cause di incidenti stradali mortali". Come rileva il segretario Matteo Salvini, "anche le due ragazze morte a Roma ne sono la drammatica conferma. La Lega combatterà lo spaccio e la diffusione della droga sempre e ovunque".
Giorgia Meloni, leader di FdI, si dice "allibita, il messaggio lanciato, soprattutto ai più giovani, è devastante". Ma sul versante opposto riprende slancio il fronte della liberalizzazione: "E il risultato di quarant'anni di impegno, in particolare del mio impegno", rivendica Emma Bonino. "Si è rotto un tabù, è un primo passo per poter ragionare oltre gli stereotipi". Ed esulta il senatore M5S Lello Ciampolillo: "Vittoria! Da anni mi batto in Parlamento per il mio disegno di legge che prevede la coltivazione domestica quattro piante per tutti i maggiorenni".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 dicembre 2019
La Cassazione pone molti paletti, anche al proibizionismo. Ma il fenomeno non è regolato. Bonino: "È il frutto di 40 anni di lotte" Ma la legge per la legalizzazione ancora attende. "È il risultato di 40 anni di impegno, in particolare del mio impegno", dice senza falsa modestia Emma Bonino mentre presenta la lista di +Europa a Bologna. Però c'è del vero: la decisione "storica" delle Sezioni penali unite della Cassazione che sdogana la coltivazione domestica di piante stupefacenti ad uso personale è sicuramente anche frutto di decine di anni di battaglie dei Radicali e non solo.
Di militanti come lei o come Rita Bernardini, che dell'autoproduzione di cannabis al fine di smantellarne il mercato illegale ne ha fatto un impegno tale da riempire il suo terrazzo di piante e mostrarne le foto urbi et orbi nel tentativo di farsi arrestare ("ma non ci sono mai riuscita - racconta lei stessa - né quella volta che avevo 56 piante ma il procuratore Pignatone decise di archiviare tutto, né nel febbraio scorso quando venni indagata dal pm Prestipino a piede libero, malgrado le giuste proteste del carabiniere che aveva trovato le mie 32 piantine").
Ma Emma Bonino ha completamente ragione quando dice che con questo pronunciamento della Cassazione "si è rotto un tabù", e che "è un primo passo per poter ragionare oltre cliché e stereotipi". Destre permettendo, quelle destre che da ieri, digerita la notizia insieme agli eccessi del Natale, hanno sollevato un bailamme di reazioni scandalizzate.
Ma cosa dice esattamente l'organo supremo della Corte di Cassazione rispondendo all'ordinanza di rimessione 35436 posta dalla Terza sezione penale? Nella massima di diritto emessa il 19 dicembre dalle Sezioni penali unite, in attesa della sentenza vera e propria, i giudici spiegano che affinché la coltivazione di piante stupefacenti - non solo marijuana - sia configurata come reato non serve sapere la quantità di principio attivo ricavabile, perché è sufficiente che la pianta, "anche per le modalità di coltivazione", sia predisposta "a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente". Un preambolo necessario alla Suprema corte per seguire il solco fin qui tracciato negli anni con numerose altre sentenze, tutte di stampo proibizionista.
Questa volta però la Cassazione pone un freno anche all'ideologia più condivisa in parlamento (tanto da aver portato alla bocciatura di un emendamento alla manovra che avrebbe regolamentato la vendita di cannabis light, colmando un vuoto come richiesto dalla Consulta) e spiega che non è da ritenersi reato penale la coltivazione in casa, utilizzando "rudimentali tecniche", di uno "scarso numero di piante" che comportino un "modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile" e che "appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore". I paletti ci sono però: innanzitutto deve apparire subito chiaro che le piante non siano destinate al "mercato degli stupefacenti", intendendo per esso anche la condivisione tra elementi della stessa famiglia, anche a titolo gratuito. Detto altrimenti: solo chi coltiva le piante può farne uso. Sono poi assolutamente vietati bilancini in casa ma anche strumenti che possano far pensare ad una coltivazione massiva, come l'impianto di irrigazione a goccia.
Tanti i commenti pro e contro il principio così sancito dalla Corte, ma quello che importa è che "questa sentenza si interessa solo di un fenomeno marginale (anche se in crescita)" e soprattutto lascia molta libera interpretazione, come spiega Marco Perduca, consigliere dell'Associazione Luca Coscioni e coordinatore della campagna "Legalizziamo!". "L'unica modifica che potrà fare chiarezza su cosa possa esser fatto, da chi, come, dove e in quali quantità sarà una modifica radicale della normativa vigente", aggiunge l'ex senatore radicale che ricorda come "l'Associazione Coscioni e altre associazioni ormai quattro anni fa elaborarono una proposta di regolamentazione legale della produzione, consumo e commercio della cannabis che è stata presentata assieme a Radicali Italiani alla Camera nel novembre del 2016 e da lì non s'è mossa".
"Se non ci si confronta su un'idea di governo del fenomeno, il resto è solo commento. E dopo 30 anni di commenti - conclude Perduca - il fenomeno da governare è arrivato a far segnalare oltre un milione di persone dai prefetti, a far fermare e/o arrestare centinaia di migliaia di consumatori, far girare decine di miliardi di dollari e, soprattutto, a intasare le Procure della Repubblica".
di Geraldina Colotti
lantidiplomatico.it, 28 dicembre 2019
Il panottico bolivariano. Davanti a uno schermo gigante, la ministra delle politiche penitenziarie, Iris Varela, mostra il sistema di controllo, altamente automatizzato, che consente il monitoraggio in tempo reale delle carceri venezuelane, dove chi vi alberga non viene chiamato detenuto, ma "privata e privato di libertà".
Spiega Varela: "Ho disegnato io lo schema, che ho poi sottoposto a un ingegnere venezuelano. Il software è cinese, ma l'hardware è nostro. Hai presente il concetto di panottico espresso da Foucault in Sorvegliare e punire? L'idea di fondo è quella. Se il privato di libertà si sente sorvegliato, limiterà le azioni violente".
Le telecamere funzionano anche nelle celle? "No, certo che no - risponde Varela - rispettiamo la privacy, i diritti umani e l'integrità della persona. Si tratta di sorvegliare per prevenire e reinserire". E sorride, scuotendo la cascata di riccioli scuri, mentre impartisce disposizioni, efficace e diretta. Una grande organizzatrice, Iris Varela, capace di agire alla velocità della luce per realizzare un'idea, aggirando lentezze e burocrazie. In questi anni ha rivoluzionato il sistema penitenziario, mettendo in riga sia gli incerti che i detrattori.
All'opposizione che le rimproverava di "indottrinare" i detenuti, ha risposto: "Certo, gli sto dando gli strumenti per combattervi, schivando le vostre trappole". Di trappole, Varela, ha dovuto evitarne parecchie. Durante le violenze dell'estrema destra, il ministero è stato attaccato più volte. "Però con questo sistema - dice - se anche si verificasse un sabotaggio all'edificio, in poco tempo la sala operativa potrebbe essere ripristinata altrove. I dati vengono conservati per cinque anni e consentono di avere una retrospettiva. Attualmente vi sono quattro centri regionali attivi, a Caracas, nel Lara, nel Merida, nel Tachira, altri tre sono in costruzione".
Ci colleghiamo con alcune delle sale operative regionali. Tutto pulito, calmo, funzionante, distante anni luce dalle bolge di violenza che avevamo visitato fino a qualche anno fa, e dagli allarmi che sistematicamente rimbalzano sui media occidentali. Gran parte delle immagini che servono a suffragare quegli allarmi corrispondono a penitenziari che sono già stati chiusi, demoliti o trasformati in luoghi di cultura.
"Oggi - afferma Varela - possiamo dire che il 100% dei centri di reclusione è sotto il controllo dello Stato. Oltre il 98% degli stabilimenti è retto dal nuovo regime penitenziario, un progetto di attenzione integrale nel quale ogni privato di libertà deve osservare la disciplina, acquisire valori e dedicarsi allo studio e al lavoro".
Le cifre ufficiali del ministero dicono che in Venezuela vi sono 108 centri detti di formazione più che di detenzione. Lì "vivono persone che hanno problemi e conflitti con la legge; 76 di questi funzionano come penitenziari per i privati di libertà che stanno scontando una pena definitiva, 59 sono per uomini e 17 per donne, e 32 dedicati alla custodia degli adolescenti". Attualmente, la popolazione detenuta oscilla tra 48.000 e 53.000 persone, ma la capienza complessiva degli stabilimenti è di oltre 80.000 persone.
Direttori e direttore salutano con un "Chavez vive, la patria sigue". Mostrano le diverse attività svolte con l'impegno degli agenti per costruire un regime penitenziario "umanista, che metta al primo posto il recupero dei privati di libertà attraverso lo studio e il lavoro". Un gran progresso, che abbiamo potuto constatare recandoci diverse volte nelle carceri nel corso degli anni.
Un cambiamento che avanza al ritmo della rivoluzione bolivariana e che, oltre la cortina di fumo di chi si limita a trascrivere i dati delle Ong di opposizione, viene riconosciuto dagli organismi internazionali preposti, i cui rappresentanti visitano periodicamente il circuito penitenziario. Abbiamo constatato la loro presenza anche in questa occasione.
Varela ci mette a disposizione diversi video, che mostrano il prima e il dopo delle prigioni venezuelane. Il prima era un inferno di violenza e sopraffazione, nell'assenza totale di uno stato per cui gli ultimi erano solo scarti. "Nel 1994 - racconta - durante il governo di Caldera - nel carcere di Sabaneta si è verificato un incendio di grandi proporzioni, la più grande tragedia carceraria del paese. Morirono ufficialmente 108 persone, ma in realtà si parla di 500".
Il '94 fu l'anno in cui, per un'amnistia richiesta a furor di popolo, venne liberato dal carcere l'allora tenente colonnello Hugo Chavez Frias insieme agli ufficiali che avevano organizzato la ribellione civico-militare del '92. Allora - racconta ancora la ministra - "tutti cospiravamo contro lo Stato borghese. Nel 1989 il popolo si era ribellato contro il pacchetto di misure neoliberiste nella rivolta del Caracazo. Fino al cambio di marcia innescato dalla rivoluzione bolivariana, le carceri erano una vera e propria discarica sociale. Una terra di nessuno che pullulava di armi di grosso calibro, usata dalle bande criminali come retroterra. Si usciva nel fine settimana per compiere delitti e poi si rientrava, avendo un alibi di ferro".
Tra i video più sconvolgenti, c'è quello girato da un gruppo rap di Portorico, i Catedraticos, contrattato dalle mafie carcerarie per un concerto molto pubblicizzato all'estero, nel quale si fa spettacolo della violenza. Si vedono detenuti obbligati a tagliarsi le dita da soli e altre efferatezze compiute dai "leader negativi" ai danni dei più deboli. Violenze comprovate dalla montagna di cadaveri mutilati rinvenuti ogni volta che, dopo un lungo lavoro, la rivoluzione bolivariana è riuscita a smantellare quel sistema di potere e connivenze.
Ricorda la ministra: "Durante la campagna elettorale, Chavez non fa promesse a vanvera. Si propone il compito di rifondare la repubblica con un processo costituente, che ha effettivamente luogo nel 1999. Io ho avuto l'onore di essere eletta come costituente per il Tachira, mia zona di origine. Tra tutti i mali che la rivoluzione si è apprestata ad affrontare, c'era il sistema penitenziario. Sono avvocata, me ne rendevo conto benissimo. I detenuti ci chiedevano aiuto in ogni modo, cucendosi la bocca o compiendo altri gesti di autolesionismo, solo che quando provavamo a entrare, venivamo accolti dai proiettili di quei leader negativi che l'opposizione aveva cominciato a chiamare "pranes" e che, all'interno, erano in possesso persino di lanciagranate. Ovviamente, questo indicava un sistema di corruttele con cui pure abbiamo dovuto fare i conti. Impossibile fare un lavoro costruttivo in quelle condizioni". Non molto diversa era la situazione nei minorili o nelle carceri femminili.
"Chavez - dice ancora Iris - ha saputo interpretare l'anima del nostro popolo, occupandosi degli esclusi fin dal primo momento. La nuova carta magna, una delle più garantiste al mondo in tema di diritti umani, definisce le norme per la ridistribuzione del potere economico, politico, sociale. Su questa base, in Venezuela la casa (ne abbiamo già costruite 3 milioni), la salute, l'educazione, non saranno mai ridotte a merce, non verranno mai privatizzate. Anche le norme che riguardano il sistema penitenziario, che ho contribuito a redigere, sono molto avanzate, non fosse che per una piccola insidia nella quale siamo caduti e che poteva creare ambiguità in merito all'istituzione di carceri private, ma che si è appianata in seguito e che si tratterà di risolvere definitivamente nel prossimo testo costituzionale".
Fino a qualche anno fa, uno dei problemi più drammatici denunciati dai detenuti era quello del ritardo processuale. Com'è la situazione ora? Afferma Varela: "Quando Chavez ha creato il ministero del Potere popolare per gli affari penitenziari, ho messo insieme una squadra scelta tra deputati e personale che lavorava nell'Assemblea nazionale, e ci siamo recati nelle carceri. Abbiamo fatto assemblee con i detenuti e le detenute, raccolto le loro denunce, la prima delle quali era la situazione di abbandono giuridico in cui versavano. Abbiamo creato allora il piano Cayapa giudiziaria con il quale abbiamo portato direttamente in carcere il potere giudiziario, per rivedere tutte le situazioni. Quando c'erano palesi ingiustizie, il ministero si faceva carico di sanarle, assumendo le responsabilità in prima persone. Poi, sono arrivate norme specifiche che hanno istituito il regime alternativo attraverso l'approvazione del Codice organico penitenziario. Intanto, mentre abilitavamo nuovi stabilimenti, chiudevamo quelli vecchi e trasferivamo i detenuti a nuova sede. Il presidente Maduro sta continuando sulla via di Chavez, nelle carceri si costruisce cultura e dignità".
Scorrono altri video con le testimonianze dei detenuti. La ministra illustra i piani di recupero che li hanno via via coinvolti nelle unità socio-produttive, nella costruzione di case popolari, nell'orchestra sinfonica nazionale. "Spesso - dice - mi porto gruppi di adolescenti al Cuartel de la Montaña, in spiaggia, lavoriamo con le famiglie. Una volta abbiamo visitato la base navale di Puerto Cabello, i ragazzi hanno fatto immersione insieme ai sub della Forza Armata Nazionale Bolivariana e poi tutti volevano diventare militari. Ai giovani bisogna dare opportunità e modelli positivi, soprattutto se provengono da famiglie disfunzionali o da situazioni di degrado dove l'azione politica e sociale dello Stato non è ancora arrivata".
Varela si commuove raccontando la storia di una sedicenne incontrata in carcere per una vicenda di droga: "Aveva ferite da taglio in diverse parti del corpo - ricorda - viveva per strada con un padre alcolizzato e un uomo che l'obbligava a chiedere l'elemosina per procurarsi la droga, e che se non portava abbastanza soldi, si scatenava su di lei. Aveva già due bambini. Quando era incinta del secondo, era finita all'ospedale in fin di vita, e lì un poliziotto l'aveva violentata. Com'era possibile che una ragazzina avesse già sopportato il peso di così tanta violenza?"
Le parole della ministra e le immagini raccolte nei video ci accompagnano mentre visitiamo l'Istituto nazionale di orientamento femminile (Inof), un penale a regime chiuso che alberga un totale di 629 detenute. Ci accompagna la viceministra Mirelys Contreras. Il tabellone affisso all'entrata elenca in dettaglio nazionalità, situazione giuridica e regime carcerario delle detenute.
In un'ala a parte dell'Istituto, si trovano le madri con bambini. Per legge possono rimanere lì fino a tre anni, "ma nei fatti, quando la situazione lo richiede, li teniamo lì fino ai cinque anni - ci ha detto Varela - e poi ci sono i piani di accompagnamento delle famiglie all'esterno, attraverso il lavoro o lo studio". La giovane agente all'entrata indica che oggi è giorno di visita.
Nello spiazzo antistante, le detenute chiacchierano con i loro parenti. Una volta al mese, hanno diritto anche a un colloquio intimo. Parliamo con diverse di loro. I reati principali sono quelli del traffico di droga, ma anche sequestro e omicidio. Visitiamo i laboratori in cui si cuce, si tesse, ci si taglia i capelli o si continua a studiare attraverso le varie misiones educative e nell'università aperta. Vi sono 11 laboratori socio-produttivi.
Ogni volta che entriamo, veniamo accolte dal seguente saluto: "Umanizzazione, rispetto, ordine e disciplina. Verso la costruzione della donna e dell'uomo nuovo. Buongiorno autorità". Chiediamo a Yamileth cosa significhi per lei quel saluto: "All'inizio - dice - non capivo, mi avevano detto che faceva parte delle regole, e lo ripetevo. Poi, imparando il rispetto, imparando a conoscere altre parti di me attraverso il lavoro e lo studio, mi è risultato chiaro". Yamileth, che sta scontando 15 anni per traffico di droga, è una delle donne che, dopo aver imparato il mestiere, è stata abilitata per diventare insegnante del corso, e dovrà formare altre formatrici.
Veniamo attirate da un irresistibile odore di dolci appena fatti. Entriamo nella panetteria, dove lavorano 20 donne, 10 alla mattina e 10 al pomeriggio. Per Dyana, che sta aspettando di uscire in misura alternativa dopo una condanna per sequestro, il carcere ha significato "sofferenza, ma anche una rinascita".
Qui ha approfittato degli studi, quando uscirà vuole aprire una panetteria, ma anche continuare a esercitarsi con gli strumenti che ha imparato - clarinetto e contrabbasso - e che ha suonato per anni nell'orchestra sinfonica bolivariana.
Al piano di sopra, ci accoglie Flor Ramirez, professora di musica che anima il primo laboratorio penitenziario di liuteria di tutta l'America Latina. Alle pareti vi sono pezzi di legno pregiato, violini, chitarre e cuatros, e strumenti per costruirli. Una sfida alla guerra economica: "I materiali sono molto costosi - dice la docente - ma ci vengono forniti grazie a un convegno realizzato dal ministero con un'impresa cinese e Fundamusical". Le detenute staccano alcuni strumenti e ci dedicano un piccolo concerto.
Insieme alla viceministra assistiamo poi a uno spettacolo di danza offerto dalle "private di libertà". Segue una piccola assemblea durante la quale le donne fanno richieste e proposte. Le difficoltà ci sono. Dato il perdurare della guerra economica, già mantenere questo livello di assistenza è quasi un miracolo. Manca il personale specializzato, medici, psicologi, magistrati, molti se ne sono andati, ma restano i più motivati. Marelys Contrera risponde in modo franco e si vede che per questo le detenute l'apprezzano.
C'è un gruppo arrivato da poco da un carcere che è stato chiuso, quello di Coro. Fra loro spicca una giovane donna carismatica e esuberante, che fa proposte e critiche propositive. Si chiama Amanda: "Prima - ci racconta - ero una leader negativa, ho sempre vissuto per strada, ho trascorso 14 anni nei penali quasi tutti in punizione. Da un anno sono qui, faccio cose che non avrei mai pensato di fare, voglio uscire per buona condotta, studiare".
Ci stringiamo le mani, ci abbracciamo. "Auguri di libertà". "Amèn, amèn", rispondono in coro. La viceministra risponde a tutte, prende nota. Un'anziana balla reggendosi al bastone: "Ho imparato a danzare in prigione - dice - presto torno in Olanda, sono a fine pena".
Passiamo all'ala dove ci sono le mamme con i bambini. Una struttura aperta, con un grande giardino e parco giochi. "Quando la ministra ha formato la sua squadra e mi ha chiesto di farne parte - racconta Contreras - per capire cosa fare, entravamo in un carcere alle 9 di sera e ne uscivamo il mattino dopo, facendo inchieste e assemblee. Le condizioni, qui, erano orribili, non c'erano spazi per le madri e per i bambini. C'era una specie di fossa per le punizioni, chiamata el Tigrito, c'erano corruzione, armi, droga. E guarda, invece, adesso. Le carceri stanno diventando scuole di formazione e unità socio-produttive autonome. A dirigere il ministero siamo tutte donne, oltre alla ministra Iris, vi sono tre viceministre. Lavoriamo tutte a tempo pieno, soprattutto a costruire le condizioni affinché le donne possano riacquistare la propria libertà, che ovviamente è la cosa che più desiderano".
Ci sediamo all'ombra di un albero. Visitare una prigione lascia sempre il segno, un segno in chiaro-scuro. Pensiamo al video diffuso dall'europarlamentare di centro-destra Antonio Tajani. Proveniva dallo Stato Anzoategui. Mostrava detenuti nudi stesi a terra, tormentati da uomini in divisa.
Che ne pensa la viceministra? Contreras spiega: "Nel sistema penitenziario, tutto il personale riceve una formazione permanente, basata sul rispetto dei diritti umani e con attenzione al tema di genere. Cose del genere non potrebbero succedere. I Centri di detenzione preventiva non competono al nostro ministero. Dipendono dalla polizia municipale, e lì possono verificarsi violazioni dei diritti. In molti casi, la situazione di questi centri è simile a quella che abbiamo incontrato all'inizio del nostro lavoro, nel 2011. In questo caso, in primo luogo si agisce con tutto il peso della legge. Il nostro Pubblico Ministero, Tareck William Saab, che è stato Difensore del Popolo, considera che uno stato senza giustizia non possa funzionare. Ma, intanto, stiamo cercando di affrontare il problema in termini generali. La ministra Varela ha chiesto che il nostro ministero assuma anche altre competenze al riguardo. Abbiamo già ottenuto la direzione generale di otto Stati, dove stiamo applicando gli stessi piani di attenzione giuridica e amministrativa sperimentati nel circuito penitenziario. Ma è un lavoro da formica e i problemi sono ancora tanti, ci vuole tempo".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 27 dicembre 2019
Il Pd presenta una norma che "aggiusta" il giustizialismo a Cinque stelle. Non basta. Il Partito democratico ha annunciato per oggi la presentazione di una legge sulla durata dei processi. La norma dovrebbe "correggere" l'abolizione della prescrizione dopo il processo di primo grado che entrerà in vigore la settimana prossima.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 27 dicembre 2019
Il testo preparato dall'ex Guardasigilli Orlando. Il Partito Democratico getta il cuore oltre l'ostacolo e presenta oggi la sua proposta di legge per modificare la legge sulla prescrizione targata Alfonso Bonafede. Il testo, blindato, è stato redatto dall'ex Guardasigilli Andrea Orlando e dal responsabile Giustizia, Walter Verini e punta ad arginare - se non proprio ad archiviare - lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
di Liana Milella
La Repubblica, 27 dicembre 2019
I dem presentano una proposta alternativa che reintroduce la prescrizione dopo il primo grado. Maggioranza in affanno sulla prescrizione del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Il Pd, sulla linea di Andrea Orlando, oggi presenta al Nazareno la sua proposta di legge in materia di prescrizione, la sua "assicurazione sulla vita" (come ha detto a Repubblica l'ex Guardasigilli Dem), che ripropone la norma in vigore dello stesso ex ministro. Ma con una modifica non da poco.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 dicembre 2019
Previsto un concorso per diciotto dirigenti e 100 funzionari. La novità introdotta nella legge di bilancio 2020 che autorizza il ministero della giustizia a derogare ai vincoli per le assunzioni. Il ministero della Giustizia potrà bandire il concorso per 18 dirigenti negli uffici di esecuzione penale esterna e assumere altri 100 nuovi funzionari.
ilsudonline.it, 27 dicembre 2019
Musacchio, giurista e docente di diritto penale in varie Università italiane ed estere, ha insegnato di diritto penale presso l'Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma (2011-2012), dal 2018 è associato della School of Public Affairs and Administration (Spaa) presso la Reuters University di Newark (Usa), presidente dell'Osservatorio Antimafia del Molise e direttore Scientifico della Scuola di Legalità "don Peppe Diana" di Roma e del Molise.
È davvero così grave lo stato della giustizia in Italia?
"Per rendersene conto basta entrare in un tribunale e si evidenzia immediatamente il decadimento della giustizia italiana. Pensi che la lotta ai roditori è diventato il simbolo delle richieste, sempre più urgenti, di condizioni di lavoro più salubri e della risoluzione del problema dell'edilizia giudiziaria in quasi tutti i palazzi di giustizia d'Italia. Di pochi giorni fa la notizia di un tribunale che emette sentenza di condanna senza ascoltare la difesa. Non basta la giustizia senza tempo dovuta alla riforma epocale dell'istituto della prescrizione. Adesso si esperimenta anche la giustizia senza avvocato della difesa. Io che vivo l'ambiente giudiziario da oltre venticinque anni devo dire che questo è il clima che quotidianamente serpeggia nei palazzi di giustizia. Questa è la fotografia dello stato della giustizia nel nostro Paese".
La riforma del ministro Bonafede fissa in sei mesi il termine perentorio per la conclusione delle indagini preliminari, che ne pensa?
"Concordo con l'assunto del prof. Franco Coppi: "nella vita non ci s'improvvisa". Sei mesi per chiudere le indagini preliminari con lo stato in cui versa la giustizia italiana è pura fantascienza! Esistono in materia penale perizie che impegnano i consulenti anche fino a tre, quattro mesi proprio per necessità tecnico-scientifiche, mi chiedo allora come si faccia a stare nei sei mesi? Una materia così importante e multiforme deve essere affidata a persone dotate della competenza necessaria. Ricordo solo che riforme storiche in materia penale portano i nomi di Giuliano Vassalli, Giandomenico Pisapia, e ancora Vincenzo Manzini, Arturo Rocco. Anziché fissare termini drastici, bisognerebbe depenalizzare e velocizzare le varie fasi del processo penale. Oggi si pretende che un testimone si rechi in aula, a distanza di anni, per riferire se l'assassino ha sparato con la mano sinistra o con la destra, fatto certamente già agli atti. Siamo di fronte a un meccanismo disorganico, fonte di perdite di tempo indicibili. A volte rimpiango il vecchio codice di procedura penale con il quale i processi si risolvevano in un paio di udienze perché il giudice era nelle condizioni di poter acquisire, mediante la lettura degli atti, una conoscenza approfondita del caso".
Cosa ne pensa della nuova figura del "magistrato coordinatore"?
"Non la condivido perché nominato direttamente dal procuratore capo, al posto del procuratore aggiunto, fino a oggi individuato dal Csm. La ritengo lesiva delle prerogative del Csm e al limite della costituzionalità".
E sulla prescrizione che si blocca dopo il primo grado?
"In primis, ritengo violi il principio di eguaglianza tra i cittadini poiché mette sullo stesso piano chi commette un delitto e chi una contravvenzione. Da penalista dico che siamo di fronte è un'abnormità! Non è tuttavia il solo principio a essere violato, poiché è oltraggiato anche il principio di ragionevolezza, giacché si concepisce l'idea di un passato che non passa mai, di un tempo che non è più tale perché a un certo punto si ferma inesorabilmente. Non si può concepire l'idea di un giusto processo, dove il tempo non abbia una funzione nella vita di una persona. Non si possono mettere sullo stesso piano il condannato e l'imputato. Con questa riforma a me pare che questo rischio ci sia".
Della riforma del Csm, che Bonafede propone cosa ne pensa?
"Assolutamente contrario al sorteggio indiscriminato poiché rischia di far eleggere un magistrato non adeguato a quel ruolo (es. di prima nomina). Sarebbero auspicabili nomine fatte con la rigorosa osservanza del criterio meritocratico, curriculare e con opportuni approfondimenti istruttori e motivazioni adeguate, accertando le competenze tecniche dei candidati. Vorrei un Csm dove Giovanni Falcone sarebbe stato senza se e senza ma Procuratore nazionale antimafia e non umiliato e escluso. Il compito di nominare procuratori, aggiunti e presidenti potrebbe essere assegnato alla Corte Costituzionale con una sezione ad hoc".
In conclusione, la domanda più scomoda: qual è la sua opinione sulla questione della separazione delle carriere?
"Sono tra quelli favorevoli a che i due percorsi siano nettamente separati, Pm e giudice non più "consanguinei". Un grande giurista del nostro tempo, Giovanni Conso, Presidente emerito della Corte Costituzionale, affermò con forza che la separazione delle carriere tra giudici e Pm fosse ormai un'esigenza "ineluttabile". Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia (autori dell'attuale codice di procedura penale) ritenevano che parità tra accusa e difesa e giudice terzo e imparziale fossero elementi "presupposto" della loro riforma. Un'esigenza che trae forza e legittimazione anche da quanto affermato con estrema chiarezza all'articolo 111 della Costituzione, articolo nel quale si prevede esplicitamente che "ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale". Va aggiunto che in nessun altro Paese con un processo penale di tipo accusatorio, giudici e pubblici ministeri sono reclutati congiuntamente, hanno lo stesso status, possono trasferirsi da una funzione all'altra senza specifiche valutazioni. Non nei paesi a tradizione giuridica anglosassone, come ad esempio Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia. Non nei paesi dell'Unione europea come Germania, Austria e Olanda. In tutti questi paesi sarebbe inimmaginabile che il processo penale potesse celebrarsi, non nel pieno rispetto dei diritti della difesa e del cittadino imputato, di fronte ad un giudice che appartiene allo stesso corpo del pubblico ministero, a un giudice che per legami istituzionali è a tutti gli effetti "collega" di una delle parti in causa".
È vero che anche Giovanni Falcone fosse favorevole alla separazione delle carriere?
"Il giudice - scriveva Falcone - si staglia come figura neutrale, non coinvolta, sopra le parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell'indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell'azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell'esecutivo. Sempre Giovanni Falcone affermava: "Comincia a farsi strada faticosamente la consapevolezza che la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del pubblico ministero non può più essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e quindi, le attitudini, l'habitus mentale, le capacità professionali richieste per l'espletamento di compiti così diversi... su questa direttrice bisogna muoversi. ... Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell'antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura".
di Francesco Marzoli
latinaoggi.eu, 27 dicembre 2019
C'è una norma, inserita nella legge "spazza-corrotti" che entrerà in vigore il primo gennaio prossimo, all'interno della quale si prevede lo stop alla prescrizione dei reati dopo la sentenza pronunciata al termine del processo di primo grado. Una condizione, questa, che secondo tre professionisti di Pomezia ascoltati da Latina Oggi potrebbe aprire uno scenario quasi apocalittico: fine processo mai.
Abbiamo intervistato, a mo' di tavola rotonda, gli avvocati Francesco Falco e Antonio Aquino, insieme al professore di Filosofia Pasqualino Del Grosso. Tutti e tre, in qualche modo, non sono d'accordo con la decisione, fortemente voluta dal MoVimento 5 Stelle e dal "suo" ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, di "abolire" la prescrizione.
Le riflessioni degli avvocati - "Non vi sarà una durata ragionevole del processo penale - esordisce Falco -. La logica che potremmo definire 'fine del processo mai' appartiene a una civiltà giuridica che vede i cittadini 'prigionieri' di un sistema processuale che ha, come evidente realtà di tutti i giorni, una irragionevole durata che viola il diritto costituzionale al processo giusto e ragionevole nel tempo. Ma vi è di più. La legge Bonafede attua un paradosso: anche nei casi di assoluzione, il cittadino, in caso di appello del pubblico ministero, si vedrebbe avvolto nelle 'spire della giustizia' per decenni. Per non parlare delle parti offese che vedrebbero procrastinarsi il loro diritto al risarcimento per molti anni". E Falco fa un chiaro esempio di come la Giustizia rischi di "intasarsi" ancora di più rispetto allo stato attuale: "Occorre in questo tempo storico avversare l'idea del populismo penale, che tende a trasformare molti comportamenti sociali ed individuali processabili. Vi è un esempio eclatante di quanto affermato: il reato di abuso edilizio. I processi per abusi edilizi tendono a intasare le procure e a fronte di circa 32.424 ordinanze di demolizione solo 3.651 sono state eseguite".
Anche l'avvocato Aquino è chiaro: "Oggi ci viene propinato che tutto quello che hanno scritto e studiato i migliori giuristi è un fake: si può essere imputati per sempre, in barba a quei princìpi giusnaturalistici che hanno fino ad ora sostenuto le ragioni della prescrizione". Non solo: "Una norma che abolisca la prescrizione non apporterà alcun beneficio in termini di riduzione del numero dei processi, anzi farà aumentare il numero dei procedimenti non definiti - conclude Aquino -. Invero, per avere una sicura e certa definizione dei processi in un tempo normale, occorre aumentare l'organico dei giudici e degli amministrativi, nonché le risorse economiche alla Giustizia. Questa è l'unica strada, non ce ne sono altre".
L'altro punto di vista - Infine, ecco il ragionamento del professor Del Grosso: "I dati più recenti parlano solo del 13% di processi finiti l'anno scorso in prescrizione e soprattutto del 57% di questi ultimi prescritti nella fase delle indagini preliminari, dove i tempi sono dettati dal giudice e non dagli avvocati, additati spesso come subdolamente portati a servirsi della prescrizione a vantaggio del proprio cliente". E nel distinguere leggi che hanno impattato positivamente o meno sulla vita dei cittadini, il docente è molto chiaro: "Dal prossimo primo gennaio tutti i reati che saranno consumati in Italia, dopo la sentenza di primo grado, non potranno più essere prescritti, sia nel caso di condanna e sia nel caso di assoluzione, col conseguente paradosso che il cittadino, innocente o colpevole, potrà trovarsi per anni o addirittura per la vita intera appeso a un processo senza fine".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2019
Corte di cassazione, Sezioni unite penali, informazione provvisoria n. 27 del 2019. La coltivazione di marijuana, ma in generale di piante da cui sono ricavabili sostanze stupefacenti, è depenalizzata se indirizzata al solo consumo personale. È questa la conclusione cui sono approdate le Sezioni unite penali della Cassazione, con una decisione nota per ora solo nel dispositivo, anticipato dall'informazione provvisoria n. 27 del 2019. In attesa delle motivazioni, le Sezioni unite scrivono che devono essere considerate escluse dall'area del penalmente rilevante "le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell'ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore".
Nell'informazione provvisoria resa dopo l'udienza del 19 dicembre si precisa poi anche che il reato di coltivazione di stupefacente è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza, "essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente".
La decisione delle Sezioni unite, intervenuta su un caso di coltivazione di 2 piante di marijuana (una alta 1 metro con 18 rami, l'altra alta 1,15 metri con 20 rami) pone fine a un contrasto interno alla stessa Cassazione e alle Sezioni semplici. Secondo un primo orientamento per potere fare scattare il reato previsto dall'articolo 28 del Testo unico sugli stupefacenti (Dpr n. 309 del 1990) non è sufficiente la semplice coltivazione di una pianta conforme al tipo botanico vietato che, per maturazione, ha raggiunto la soglia minima di capacità drogante, ma è necessario verificare se questa attività è in concreto idonea a compromettere la salute pubblica e a favorire la circolazione della droga alimentandone il mercato.
Secondo un altro orientamento, invece, la capacità offensiva della condotta di coltivazione consiste nella sua idoneità a produrre la sostanza per il consumo. Secondo questa linea interpretativa, non ha importanza la quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza, ma la semplice conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente, con l'obiettivo di scongiurare il rischio di diffusione futura della sostanza drogante.
Nel caso approdato alle Sezioni unite, la Corte d'appello aveva in realtà seguito quest'ultimo e più severo orientamento, visto che la coltivazione delle 2 piante era costata all'imputato una condanna a un anno di carcere e una multa di 3.000 euro. A venire valorizzata era stata l'offensività in concreto della condotta per effetto del grado di maturazione delle piantine; mentre era stata trascurata una valutazione dell'idoneità in concreto a produrre effetti droganti.









