di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2019
Tribunale di Vicenza - Sezione penale - Sentenza 16 aprile 2019 n. 491. Quando il controllore accerta l'infrazione, identifica il soggetto privo del titolo di viaggio e redige il relativo verbale esercita le funzioni di un pubblico ufficiale perché agisce con poteri autoritativi e certificativi. Pertanto, la condotta di colui che usi violenza nei suoi confronti per evitare la sanzione integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale, di cui all'articolo 337 del codice penale. Questo è quanto emerge dalla sentenza n. 491/2019 del Tribunale di Vicenza.
I fatti - Protagonista della vicenda è un ragazzo che, mentre si trovava a bordo di un autobus, veniva sorpreso dai controllori in assenza del titolo di viaggio. Nel tentativo di non farsi irrogare la sanzione amministrativa, il ragazzo cercava prima di uscire dall'autobus e, non riuscendoci, colpiva e spintonava i controllori sino al momento della firma del verbale di contestazione. Intervenuti i Carabinieri sul posto, il ragazzo veniva poi processato per direttissima per rispondere del reato di resistenza a pubblico ufficiale.
Il controllore è un pubblico ufficiale - Assodato lo svolgimento dei fatti, il Tribunale condanna il ragazzo per il delitto commesso e spiega bene come la figura dell'accertatore dei titoli di viaggio debba essere considerata a tutti gli effetti quale pubblico ufficiale, soggetto passivo del reato ex articolo 337 cod. pen.. Ebbene, afferma il giudice, il controllore di un'azienda di trasporto riveste tale qualifica soggettiva quando procede all'accertamento dell'identità personale del soggetto non munito di biglietto, alla contestazione della violazione e alla redazione del verbale. Ciò in quanto la qualifica di pubblico ufficiale, ex articolo 357 cod. pen., deve essere riconosciuta a "quei soggetti che, pubblici dipendenti o semplici privati, quale che sia la loro posizione soggettiva, possono e debbono, nell'ambito di una potestà regolata dal diritto pubblico, formare e manifestare la volontà della pubblica amministrazione oppure esercitare, indipendentemente da formali investiture, poteri autoritativi, deliberativi o certificativi". Inoltre, nel caso di società per azioni, possono essere considerati pubblici ufficiali i soggetti inseriti nella struttura organizzativa "quando l'attività della società medesima sia disciplinata da una normativa pubblicistica e persegua finalità pubbliche, pur se con gli strumenti privatistici".
Ciò posto, nella fattispecie, il reato è perfettamente integrato, in quanto ad essere aggrediti sono stati dei soggetti inseriti all'interno di una organizzazione che gestisce un servizio pubblico, durante l'espletamento delle funzioni di accertamento, di identificazione e di contestazione.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 19 novembre 2019
La sua reazione: "Rifarei tutto, per me è una medaglia". È il bis del caso Diciotti: per il leader leghista le ipotesi di reato sono sequestro di persona e omissione di atti d'ufficio. In 15 giorni il procuratore di Palermo dovrà mandare il fascicolo al Tribunale dei ministri con le sue valutazioni.
L'ex ministro dell'Interno lancia l'ennesima sfida alla magistratura: "Altra indagine, altro processo per aver difeso i confini, la sicurezza, l'onore dell'Italia? Per me è una medaglia! Rifarei e rifarò tutto". "Mi chiedo se questa volta, come è successo nel caso Diciotti, il Parlamento salverà Salvini negando l'autorizzazione a procedere", il commento di Oscar Camps, fondatore di Open Arms alla notizia appresa da Repubblica.
Venti infiniti giorni prigionieri a bordo della Open Arms, a mezzo miglio da Lampedusa. Due soli bagni alla turca, giacigli sul ponte per 164 migranti salvati in zona Sar libica e costretti in "condizioni estreme", follia e disperazione tanto da arrivare a gettarsi in mare nel tentativo di raggiungere la terraferma. "L'Autorità pubblica aveva consapevolezza della situazione d'urgenza e il dovere di porvi fine ordinando lo sbarco delle persone", scrisse il procuratore di Agrigento quando il 20 agosto decise di intervenire ordinando il sequestro della nave e lo sbarco dei migranti. Quell'Autorità pubblica era Matteo Salvini, forse ancora inconsapevole che quelli sarebbero stati gli ultimi giorni da ministro dell'Interno.
Due mesi dopo, per Salvini arriva una nuova (attesa) tegola giudiziaria. Sequestro di persona e omissione d'atti d'ufficio le ipotesi di reato con le quali la Procura di Agrigento ha iscritto il leader della Lega nel registro degli indagati passando il fascicolo alla Dda di Palermo competente per valutare le ipotesi di reato che dovranno adesso essere sottoposte al tribunale dei ministri. Il fascicolo è arrivato ieri sul tavolo del procuratore capo Franco Lo Voi che entro dieci giorni dovrà decidere se confermare le ipotesi di reato, riformularle o chiedere l'archiviazione. Insomma, il bis del caso Diciotti anche se quel procedimento fu poi trasferito a Catania perché i giudici ritennero che la condotta da contestare a Salvini fosse cominciata quando la nave della Guardia costiera fu fatta entrare nel porto di Catania.
Chissà se questa volta, come successe per la Diciotti, il Parlamento salverà Salvini negando l'autorizzazione a procedere. A riprovare a trascinare Salvini davanti al tribunale dei ministri ancora Luigi Patronaggio, il procuratore di Agrigento che lo indagò un anno fa dopo essere salito a bordo della Diciotti. E che, il 20 agosto, sconvolto dalla ispezione sulla Open Arms alla fonda davanti a Lampedusa dopo quasi tre settimane dal primo di tre salvataggi in mare, si assunse la responsabilità di far scendere i migranti rimasti a bordo dopo uno stillicidio di evacuazioni d'urgenza ordinate dai medici. "Malati immaginari", li definì in quei giorni Salvini fermo nel suo no allo sbarco nonostante la disponibilità di sei Paesi europei ad accogliere i migranti.
Questa volta, il materiale probatorio a carico di Matteo Salvini che costrinse l'intera catena di comando del Viminale a negare l'approdo alla Open Arms, è considerevole. Non c'è solo l'esito dell'ispezione sanitaria guidata da Patronaggio a testimoniare l'omissione di quegli atti d'ufficio che il Viminale avrebbe dovuto adottare. C'è anche il decreto cautelare d'urgenza del presidente di sezione del Tar del Lazio Leonardo Pasanisi che, alla vigilia di Ferragosto, aveva accolto il ricorso della Ong spagnola annullando il provvedimento di divieto di ingresso in acque territoriali italiane firmato da Salvini e dai ministri Toninelli e Trenta in virtù del decreto sicurezza-bis. Divieto di ingresso illegittimo - fu la valutazione del Tar sposata poi anche nell'inchiesta penale - perché "in violazione delle norme del diritto internazionale del mare in materia di soccorso", che prescrivono l'obbligo di soccorrere e portare immediatamente i migranti nel porto sicuro più vicino.
E quelle imbarcazioni soccorse da Open Arms - come scrive lo stesso ministero dell'Interno nel suo ricorso - erano in distress, ovvero a rischio affondamento. Ancora, nel fascicolo c'è la mail con la quale il comando della Guardia costiera (per la prima volta) comunica al Viminale il suo "nullaosta allo sbarco", prendendo in qualche modo le distanze dalla rigida posizione della quale ora l'intera catena di comando del Viminale viene chiamata a rispondere, a cominciare dal capo di gabinetto Matteo Piantedosi. Che questa volta, però, non è stato iscritto nel registro degli indagati. Sarà la Procura di Palermo a valutare la sua posizione. Il suo interrogatorio, settimane fa, stupì i pm: "A dare il Pos - disse - doveva essere la Guardia costiera". Uno scaricabarile che non è andato molto lontano.
di Enrico Franco
Corriere di Bologna, 19 novembre 2019
Uno slogan, purtroppo, è assai più efficace di un ragionamento basato su dati statistici. "Buttiamo via la chiave", riferito ai detenuti, ha un indubitabile appeal anche tra chi non è ossessionato dal tema della sicurezza.
di Fabiana Agnello
lecceprima.it, 19 novembre 2019
Dopo venti anni di carriera nel mondo della finanza ha creato i brand Made in Carcere e 2nd Chance, offrendo una possibilità di riscatto ai detenuti. Riceverà il riconoscimento internazionale a Castiglion Fiorentino venerdì 22 novembre. Dona speranza e riscatto sociale alle donne e agli uomini che non si sono piegati di fronte alle avversità della vita e non si sono lasciati sconfiggere da retaggi culturali e situazioni difficili: Luciana Delle Donne ha conquistato la giuria del Premio internazionale "Semplicemente donne" che l'ha premiata per la categoria "Imprenditoria per il sociale".
La manager di successo Delle Donne riceverà il riconoscimento per la VII edizione del premio internazionale "Semplicemente donna", evento in crescita di anno in anno, capace di parlare alle nuove generazioni e volto a sensibilizzare l'opinione pubblica contro la violenza di genere, venerdì 22 novembre al teatro "Mario Spina" di Castiglion Fiorentino.
Storie spesso tristi e raccapriccianti di donne e uomini detenuti, ma anche di quelle donne che hanno subito violenze di ogni genere, grazie alla caparbietà e alla tenacia di Luciana Delle Donne sono riuscite a dare una svolta di coraggio e di riscatto nella lotta contro retaggi culturali e situazioni difficili.
Classe 1961, Luciana Delle Donne è una manager con marcata esperienza nel Change management e nell'innovazione strategica in ambito tecnologico e organizzativo. Nella sua carriera è stata responsabile della Divisione Banca 121, dello Sviluppo Canali Innovativi Sanpaolo Imi Wealth Management e della piattaforma Servizi delle fabbriche di prodotto (Wm). Ha inoltre creato la prima banca online in Italia. Nel 2006, dopo venti anni di carriera nel mondo della finanza, Luciana ha deciso di dedicarsi a un impegno ben diverso: rendere le differenze tra le persone un valore aggiunto trasmettendo sentimenti di fiducia e di entusiasmo in coloro che vivono una situazione di disagio o di svantaggio sociale. Ha creato quindi Officina Creativa allo scopo di diffondere modelli culturali che producano nuove forze per il cambiamento. Il primo progetto cui dà vita e' Made in Carcere, una società no-profit che si occupa del reinserimento sociale delle persone svantaggiate e, in particolare, dei detenuti. Il secondo brand con cui opera è invece 2nd Chance.
La top manager Delle Donne oltre a essere un'imprenditrice sociale, rappresenta per la comunità un punto di riferimento, una bussola, una persona che c'è sempre. Nel 2004 Luciana ha lasciato Milano ed è tornata nella sua Lecce con l'intento di crearsi una famiglia. Ritiene di aver guadagnato abbastanza, forse troppo, senza avere mai avuto il tempo di pensare ad altro se non ai numeri e a raggiungere gli obiettivi che il suo lavoro le ha imposto. Capisce dunque che è arrivato il momento di dire basta e di pensare a tutti coloro che hanno il diritto di avere una seconda possibilità. Con Officina Creativa ha quindi l'idea vincente di promuovere un'azione imprenditoriale dentro le mura carcerarie.
Officina Creativa è una bella storia nella quale buon senso e creatività si legano. Il progetto consiste nella raccolta di tessuti di recupero e nella realizzazione di prodotti all'interno dei laboratori del carcere. In Made in Carcere operano infatti donne detenute che imparano ed acquisiscono una nuova professionalità dimostrando che il bello esiste e va ricercato ovunque. Dislocato in diversi territori, Made in Carcere vede oggi, tra Lecce e Trani, oltre venti donne lavorare insieme a detenute di tipo comune, di massima sicurezza e donne in semi libertà. Nel progetto sono accolte anche donne vittime di tratta alle quali viene insegnato a cucire permettendo loro di tornare ai propri paesi d'origine dopo aver acquisito una competenza specifica e quindi una dignità lavorativa.
In ambito maschile, insieme ad altri detenuti, è stata avviata la Cittadella del tessile nella quale si concentrano la logistica della "banca del tessuto ", la sala taglio e la stampa di etichette. Grazie a essa, Luciana oggi offre un'opportunità di lavoro e uno stipendio a persone spesso invisibili dando una nuova dignità ai prigionieri e alle loro famiglie, e rompendo la catena del destino fatale. Il suo sogno è quello di trasformare il PIL in PIF, e quindi passare dal prodotto interno lordo ad un nuovo strumento di misura: la felicità. Vuole infatti dimostrare che fare del bene fa bene. "Se lavoriamo per un benessere comune è molto più facile essere felici. Il sorriso sano delle persone che ricevono un aiuto, un indirizzo, uno stimolo ripaga di tutti i sacrifici".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 novembre 2019
Per i giudici è corretto sequestrare prodotti per verificarne gli effetti psicogeni. Dopo la famosa sentenza della Cassazione del 30 maggio scorso che ha vietato, di fatto, il commercio di olio, resina e inflorescenze, ne arriva un'altra - la numero 46236 - dove precisa che chi vende derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L, commette reato a meno che non si riesca a dimostrare che tali sostanze siano prive di efficacia drogante.
Tale sentenza è scaturita dopo il ricorso di alcuni ragazzi proprietari dei cannabis shop ai quali la magistratura ha sequestrato i prodotti erba light in ordine ai reati di cui agli articoli 17, 73 e 82 d.P.R. n. 309 del 1990 (testo unico sulle droghe), per aver istigato all'uso di sostanze stupefacenti, come i prodotti derivati dalle infiorescenze di canapa sativa L, in violazione di quanto stabilito dalla legge n. 242 del 2016, e per aver svolto attività di proselitismo per l'uso delle predette sostanze, detenendole allo scopo di cederle ad altri, mediante l'offerta in vendita presso i loro esercizi commerciali.
I proprietari hanno fatto ricorso evidenziando soprattutto una violazione di legge, perché la varietà di canapa denominata cannabis sativa L, entro determinati limiti di Thc (0, 6 %), non rientra più nella sfera di applicazione del d. P. R. n. 309 del 1990, come affermato dal ministero delle Politiche Agricole, nella circolare del 23 maggio 2018.
Secondo i ricorrenti, infatti, la legge n. 242 del 2016 non sancisce infatti soltanto la liceità della coltivazione ma anche di tutta la filiera agro- industriale. Ne deriva che la commercializzazione di infiorescenze di cannabis sativa L proveniente dalle coltivazioni effettuate a norma della legge n. 242 del 2016 non risulta essere assoggettata a limitazioni correlate agli eventuali usi che l'acquirente finale potrebbe farne. Sempre secondo i proprietari ai quali gli sono stati sequestrati i prodotti è dunque errato l'assunto formulato dal giudice, secondo cui la finalità ricreativa risulterebbe esclusa dall'ambito di applicazione della legge n. 242 del 2016, in quanto quest'ultima non pone alcun divieto, in piena sintonia con la direttiva 2002/ 53/ CE.
Viene sottolineato che non è d'altronde possibile riconoscere rilievo penale ai contenuti del parere del Consiglio superiore di sanità del 10 aprile 2018, secondo cui la pericolosità dei prodotti contenenti infiorescenze di canapa non può essere esclusa, né a quanto prescritto dalla circolare del ministero degli Interni del 31 luglio 2018, in cui si afferma che la legge n. 242 del 2016 non garantirebbe la libera vendita delle infiorescenze per consumo personale attraverso il fumo, poiché, se le infiorescenze risultano provenire da coltivazioni entro i limiti di Thc indicati, è lo stesso legislatore ad averne sancito l'inoffensività in ambito penale, in omaggio alle norme costituzionali di cui all'art. 117, comma 1 e 3 della costituzione.
Ma nulla da fare, secondo la Cassazione il sequestro è motivato dal fatto che i valori di tolleranza di Thc fino a 0,6% indicati nella legge n. 242 del 2016 si riferiscono solo al principio attivo presente sulle piante in coltivazione, non al prodotto oggetto di commercio. Da qui la necessità di procedere al sequestro dei prodotti commercializzati, per verificare se producono effetti psicogeni e se la vendita configura reato. Gli ermellini fanno anche riferimento alla famosa precedente sentenza della Cassazione, ribadendo che la detenzione, commercializzazione dei derivati dalla coltivazione disciplinata dalla predetta legge, costituiti dalle infiorescenze (marijuana) e dalla resina (hashish), rimangono sottoposte alla disciplina della legge sulla droga. Rimane il quesito della "efficacia drogante".
Come si valuta? Qual è il limite di Thc da considerarsi drogante per chi vende i prodotti? I valori di tolleranza di Thc fino a 0,6% si riferiscono solo al principio attivo presente sulle piante in coltivazione. Ma quelle in vendita? Né la sentenza, né le motivazioni, pubblicate recentemente, lo spiegano. Ed è qui che dovrebbe intervenire la politica, soprattutto per evitare l'ecatombe dei negozi dedicati all'erba light.
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 19 novembre 2019
Sono quasi 10 anni che in Italia non si può entrare legalmente per lavoro e che, per la popolarità che continua ad avere l'ideologia proibizionista in materia di immigrazione, le leggi producono illegalità e sfruttamento. Le stime parlano di 600/700 mila stranieri irregolari presenti nel nostro Paese. Presenza che fa comodo alla destra xenofoba e a chi sfrutta il loro lavoro senza versare contributi e tasse e sentendosi senza alcun obbligo, in ragione della paura di questi lavoratori di pagare con l'espulsione eventuali rivendicazioni.
Come ha proposto la campagna "Ero Straniero", consentire oggi a centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici straniere di regolarizzare la loro posizione, rappresenterebbe una grande operazione legalità. Facendo emergere i tanti rapporti di lavoro che, a causa di una legge ingiusta e inefficace, sono in essere senza un regolare contratto, così come quelli dove il contratto c'è, ma che rischiano di andare ad alimentare le filiere del lavoro nero qualora non possano rinnovare il proprio permesso di soggiorno, come succede a tanti richiedenti asilo in attesa di definizione della procedura.
In molte regioni del Paese l'assenza di manodopera è oramai evidente e le aziende continuano a chiedere un intervento che consenta l'ingresso regolare degli stranieri per ragioni di lavoro e la possibilità per gli irregolari già presenti in Italia di sanare la propria posizione a fronte di un contratto di lavoro. In assenza di un meccanismo di emersione strutturale, ossia non straordinario, come quello presente nella proposta di legge d'iniziativa popolare presentato dalla campagna Ero straniero - e oggi in discussione alla Commissione Affari costituzionali della Camera -, il rischio è di non riuscire ad arginare il buco nero dell'irregolarità e del conseguente sfruttamento, alimentando un'idea falsa e strumentale dell'immigrazione. L'argomento che dal 2011 a oggi ha monopolizzato la discussione sull'immigrazione, ossia che fossimo davanti ad una presunta invasione e che bisognasse fare di tutto (e si è fatto di tutto) per impedire alle persone di arrivare in Italia, si è tradotta nell'impossibilità di entrare legalmente.
In realtà quest'argomento andrebbe, oggi più di ieri, ribaltato: se non c'è un meccanismo praticabile e giusto di ingresso per lavoro e per ricerca di lavoro, l'Italia, il mondo del lavoro, il sistema economico, rischiano il collasso nel giro di pochi anni. La presenza d'irregolari peraltro non ha altre soluzioni se non forme di regolarizzazione permanenti. Al ritmo al quale i governi rimpatriano gli irregolari, ammesso che questa sia una soluzione favorevole al nostro Paese, e sappiamo che non lo è, ci vorrebbe un secolo per azzerare l'irregolarità. Ecco quindi che in un mondo dove le persone si muovono poco, gli ultimi dati dell'Onu parlano di una percentuale del 3,4% della popolazione mondiale che emigra (258 milioni su 7,5 miliardi, quindi quasi il 97% non si muove da casa), l'obiettivo per l'Italia, con un bilancio demografico negativo da anni, deve essere attrarre persone per mantenere l'equilibrio.
ilreggino.it, 19 novembre 2019
L'iniziativa promossa dall'ordine professionale e dall'Università Mediterranea con esperti per affrontare gli aspetti più salienti di un dibattito delicato. Che cosa significa essere condannati a un "ergastolo ostativo"? Quali sono le circostanze criminali che spingono uno Stato di diritto a prevedere un "fine pena mai"?
A questi interrogativi hanno tentato di dare una risposta i relatori dell'incontro pubblico "Il diritto alla speranza", promosso dall'Ordine degli Psicologi della Calabria e dall'Università Mediterranea di Reggio. Gli esperti intervenuti hanno affrontato gli aspetti più salienti di questo delicato quanto affascinante dibattito.
"Un convengo che ci porta a riflettere quali scenari può aprire la sentenza sul caso "Viola"- ha spiegato la psicologa penitenziaria Antonia Sergio. Noi psicologi abbiamo una grande responsabilità, soprattutto in relazione agli strumenti da usare per garantire un reintegro nella società di queste persone". "Cerchiamo di formare gli studenti sull'evoluzione della normativa messa in discussione - ha rimarcato il docente Arturo Capone - secondo cui per accedere a benefici penitenziari i condannati devono passare attraverso un percorso di collaborazione con la giustizia".
ravennaedintorni.it, 19 novembre 2019
L'iniziativa si ripete per il sesto anno: cinque mesi di lezioni teoriche e pratiche. Per il sesto anno consecutivo nel carcere di Ravenna si terrà un corso di formazione per pizzaiolo riservato ai detenuti. L'associazione di volontariato "Il paese Sant'Antonio per la Solidarietà", con il sostegno dell'Apes (Associazione nazionale pizzaioli) e di Lions Club Ravenna, terrà le lezioni per una durata complessiva di 5 mesi con lezioni teoriche e pratiche, sulle proprietà nutrizionali della pizza, dalla preparazione alla cottura. L'attività di volontariato, che ebbe inizio con il progetto delle politiche sociali del Comune di Ravenna, ha costruito importanti relazioni umane per un loro aiuto al ritorno nella vita civile.
di Roberta De Maddi
comunicareilsociale.com, 19 novembre 2019
Dalla Regione Campania un nuovo investimento per il carcere di Poggioreale, quattrocento sono i nuovi frigo arrivati infatti alla Casa Circondariale. "Sono azioni simboliche, la Regione si è impegnata per la formazione per i detenuti che continua, è ovvio che qui dentro si tocca con mano quello che è il dolore umano", spiega l'assessore regionale alle Politiche Sociali, Lucia Fortini.
Nella Casa Circondariale dopo l'episodio avvenuto alla fine di agosto dell'evasione di un detenuto il clima resta comunque teso. Il problema più urgente del carcere di Poggioreale è il sovraffollamento, come spiega anche il Garante per i detenuti in Campania, Samuele Ciambriello: "Qui ci sono 2108 detenuti, a fronte di una capienza invece di 1600 persone, l'esubero è di 508 unità. Le celle per tre persone diventano da sei, quelle per sei diventano da nove. Inoltre occorre che il governo mandi più agenti, come può un agente solo avere a che fare con 150 detenuti?
In ogni padiglione dovrebbe essere prevista inoltre un'area della socialità, lo dice la legge. Per di più ci sono 12 milioni che sono stati stanziati dal Ministero delle Infrastrutture tre anni fa, li diede Del Rio al provveditorato regionale delle Opere Pubbliche per ricostruire quattro padiglioni. Sono fermi". Ciambriello oggi firmerà inoltre un Protocollo con il provveditore per un corso di formazione di Pronto Soccorso, è importante che anche gli operatori siano preparati anche a questo genere di evenienze.
Maria Luisa Palma, direttrice della Casa Circondariale pone l'attenzione sugli aiuti che debbono venire dall'esterno: "È essenziale il supporto delle istituzioni del privato sociale, delle imprese, affinché si possano tessere dei progetti di reinserimento sociale che, come ci dicono le statistiche, fanno crollare il rischio di recidiva".
internapoli.it, 19 novembre 2019
Monta la polemica sulla situazione all'esterno del carcere di Poggioreale, le associazioni a tutela dei diritti dei detenuti si lamentano per le condizioni in cui i parenti sono costretti ad aspettare per far visita ai familiari detenuti. Sulla pagina Facebook Parenti e amici dei detenuti a Poggioreale, Pozzuoli e Secondigliano si denuncia: "Stamattina una vecchietta di 82 anni si è sentita male mentre andava dal figlio, abbiamo dovuto chiamare l'ambulanza perché è svenuta!! È uno schifo! Ogni giorno è la stessa storia! Io vado li dalle 4 di mattina è oggi c'erano già più di 50 persone... ore 7 più di 100, non ho parole... arrivi al colloquio che già tieni mal di testa e stai tutta esaurita. E per di più poveri bambini che devono vedere tutto questo a farsi le file con le mamme pure sotto la pioggia! Dentro hanno costruito pure una specie di recinto ... adesso lo spazio è ancora di meno! Non c'è la facciamo più. Stamattina a Poggioreale ho dovuto rinunciare al colloquio. In tilt i tabelloni elettronici. Ho visto situazione nera e sono andato via, mi segnalano anche sale invase dall'acqua".
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