camerepenali.it, 27 dicembre 2019
Riportano alcune poche cronache ed il puntuale intervento della Camera Penale Piemontese che il tribunale di Asti, alla ripresa dell'udienza di un delicato dibattimento dedicata alla discussione del difensore, sia entrato in aula ed abbia letto il dispositivo della sentenza. Il documento della Giunta Ucpi.
Pensavamo ed abbiamo sperato che si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto, complice qualche brindisi di troppo in attesa del Natale ed invece Asti non si è riproposta per il suo spumante di fama internazionale, ma per una vergogna tutta nazionale.
Riportano alcune poche cronache ed il puntuale intervento della Camera Penale Piemontese che il tribunale di Asti, alla ripresa dell'udienza di un delicato dibattimento dedicata alla discussione del difensore, sia entrato in aula ed abbia letto il dispositivo della sentenza (una condanna ad anni 11 di reclusione).
Si può immaginare lo sconcerto dei presenti, aggravato dal presidente, il quale, sempre secondo le cronache, con incredibile noncuranza avrebbe strappato o accartocciato il dispositivo (un atto pubblico), invitando l'avvocato a concludere come se nulla fosse accaduto; solo a fronte delle proteste della collega, unico difensore dell'imputato, il collegio ha dichiarato di astenersi, ma pare che la presidenza del tribunale non abbia ancora deliberato su tale dichiarazione e stia svolgendo degli approfondimenti, ritenendo la questione delicata.
Dobbiamo ammettere che non c'è limite al peggio: ci eravamo già imbattuti in ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice suggerendo al pubblico ministero la motivazione della richiesta ed addirittura in sentenze già pronte con tanto di motivazione prima del giudizio di appello (e ne ricordiamo gli illustri autori), ma ora siamo di fronte al giudizio senza la difesa. Una "dimenticanza" che ha coinvolto l'intero collegio e quindi ancora più triste.
Il nostro pensiero va innanzi tutto all'imputato, che aspettava speranzoso l'intervento del suo difensore e che ora attenderà la nuova decisione con comprensibile angoscia. La nostra solidarietà va alla collega che ha dovuto subire nella pubblica aula di udienza una tale sfacciata violazione della sua funzione istituzionale e dignità professionale. Ma non possiamo non pensare anche al sostanziale silenzio che su di una vicenda così grave e significativa si è registrato sui media nazionali, alla mancanza di commenti da parte dei consueti difensori dei magistrati in servizio permanente effettivo, all'assenza di prese di posizione da parte dell'Associazione Nazionale Magistrati, alla distrazione del Ministro, impegnato a tenere ferma l'abolizione della prescrizione, pare ora per difendere il suo onore.
Speriamo che il Consiglio Superiore della Magistratura ci risparmi l'apertura di una pratica a tutela di questi magistrati (anziché dell'imputato e del suo difensore), su sollecitazione delle correnti di appartenenza (perché, sia chiaro, dopo il caso Palamara nulla è cambiato) e soprattutto che nessuno proponga di "salvare" il giudizio conclusosi in assenza (del difensore) mandando in camera di consiglio tre nuovi magistrati a leggersi i verbali del dibattimento celebrato dai distratti condannatori.
Ma siamo ormai pronti a tutto, anche se rassegnati a nulla. Ed allora denunciamo che solo una concezione proprietaria del processo ed una convinzione di inutilità dell'apporto difensivo alla formazione della decisione possono produrre uno stato mentale che consenta di dimenticare di dare la parola alla difesa. Nulla succede per caso ed un evento così grave non può che essere il riflesso ed il sintomo della progressiva involuzione giustizialista in atto, evidenziando l'espansione ad ogni livello di un concetto del processo penale come macchina amministrativa di condanna piuttosto che di accertamento garantito. In attesa che chi ha il dovere di intervenire lo faccia, noi assicuriamo alla collega piemontese, a tutta l'avvocatura e soprattutto ai cittadini, che non consentiremo che il diritto di difesa perda la sua sacralità ed effettività costituzionale e si affievolisca nella mera eventualità ed inessenzialità del suo esercizio.
La Giunta Ucpi
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 27 dicembre 2019
L'attacco al nostro giornale ci ricorda che in Italia ha preso il sopravvento la cultura del sospetto. Gli indizi diventano fatti, l'onere della prova è invertito, il diritto alla difesa è un simulacro. Dalla prescrizione ai sequestri preventivi. Il simpatico attacco sferzato contro il nostro giornale alla vigilia di Natale - con la scelta cautelativa di sospendere a titolo di garanzia l'erogazione dei finanziamenti pubblici a causa di una vecchia inchiesta della Guardia di finanza piena zeppa di falsità rimasta in giacenza per sette anni e riesumata tra il 2018 e il 2019 all'epoca in cui il dipartimento dell'Editoria a guida grillina prometteva un giorno sì e l'altro pure di far chiudere il Foglio - può essere studiato utilizzando due chiavi di lettura diverse anche se probabilmente simmetriche.
Una prima chiave di lettura è quella che può riguardare l'indifferenza complice di chi sceglie di restare neutrale di fronte al tentativo di aggredire una testata giornalistica per via politico-giudiziaria. Una seconda chiave di lettura è quella che ha a che fare con un altro aspetto non meno importante e che riguarda un tema legato a un altro tipo di indifferenza nociva che esiste nel nostro paese: l'incapacità di combattere con forza una cultura politico-giudiziaria che tende costantemente a trasformare ogni minimo sospetto in una sentenza di condanna. In questo caso il tema, che ci riguarda, non è tanto la trasformazione teorica della cultura del sospetto nell'anticamera della verità ma è la codificazione di un sistema all'interno del quale gli indizi vengono trasformati in un fatto e in cui si registra, nell'ordine: (a) lo slittamento del diritto dalla centralità del fatto alla centralità del sospetto; (b) la progressiva inversione dell'onere della prova; (c) la scelta di fare alla lunga delle garanzie della difesa un semplice simulacro. In ambito penale, ma non solo in questo ambito, esistono e cominciano a essere molto diffuse misure di prevenzione che prescindono dall'accertamento dei reati e che si applicano a soggetti ritenuti, in base a una semplice serie di indizi, socialmente pericolosi e potenzialmente criminali, per i quali la garanzia costituzionale dell'essere innocenti fino a prova contraria semplicemente non esiste più.
In questo senso, la decisione del dipartimento dell'Editoria di bloccare l'erogazione dei finanziamenti pubblici del 2018 al Foglio sulla base di un semplice sospetto è in qualche modo figlia di una consuetudine alla quale buona parte del paese, e non solo la parte grillina che lo rappresenta, sembra essersi abituata. L'Italia è il paese in cui, in attesa di chiarire la fondatezza di molti capi d'imputazione, può succedere che un'impresa possa subire, per ragioni legate a scelte cautelative, danni economici irreversibili, capaci di precludere la sopravvivenza stessa di un'attività. L'Italia è il paese in cui gli imprenditori possono anche fallire e chiudere bottega per avere subìto sequestri preventivi anche in assenza di una sentenza definitiva (chiedere a Matteo Brusola, imprenditore della Brianza, che nel giugno 2014 ricevette dalla prefettura di Milano un'interdittiva antimafia che portò alla chiusura della sua azienda salvo poi quattro anni dopo vedersi scagionato da ogni accusa con l'impresa andata nel frattempo fallita).
L'Italia è il paese in cui grazie a una legge scellerata approvata nella precedente legislatura - legge 17 ottobre 2017, n. 171 - viene consentito sulla base di meri indizi di colpevolezza l'applicazione di misure di prevenzione personali (sequestro o confisca) anche per reati contro la Pubblica amministrazione, rendendo così forte il rischio che in attesa di chiarire la fondatezza dei capi di imputazione un'impresa possa subire un danno economico irreversibile.
L'Italia, poi, è anche il paese che ha scelto di avere numerosi protocolli di legalità che prevedono l'impossibilità per un operatore economico rinviato a giudizio (come se il rinvio a giudizio fosse una sentenza di condanna) di continuare a partecipare alle gare o di continuare a eseguire un contratto in essere. L'Italia, grazie alla legge "spazza-corrotti" introdotta in questa legislatura dalla maggioranza gialloverde, è lo stesso paese che, abolendo la prescrizione, ha trasformato ogni processo in una pena potenzialmente eterna ed è lo stesso paese che ha introdotto la possibilità di mantenere la confisca di un'impresa anche quando dopo il giudizio di primo grado sia intervenuto un proscioglimento del reato per prescrizione o per amnistia.
L'Italia, infine, è il paese in cui i detenuti presenti in custodia cautelare nell'arco degli ultimi 11 anni sono pari al 40,77 per cento del totale, il che significa che su cinque persone "custodite" dallo stato nelle nostre prigioni almeno due si trovano oggi rinchiuse senza che la loro responsabilità penale sia stata accertata in via definitiva.
L'Italia, per concludere, è il paese in cui sono più di 1.000 le persone che finiscono in carcere ingiustamente ogni anno e che ricevono - dopo una lunghissima e mortificante procedura - denaro quale retribuzione per la sottratta libertà (l'Italia ha speso, nel 2017, circa 35 milioni di euro per indagini sbagliate che hanno costretto persone a privarsi del diritto fondamentale in un paese civile). "Questo - ci dice il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia - è un paese slegato dai suoi fondamentali e dalla realtà della vita quotidiana, che non ha alcuna sensibilità della realtà e di come la questione reputazionale impatti sulla vita delle imprese, delle imprenditrici e degli imprenditori e di come si possano distruggere imprese. E di quale ansia generi nel nostro mondo l'assoluta sottovalutazione degli impatti di questi provvedimenti, con il combinato disposto della questione della prescrizione, che invece di risolvere i problemi a monte, ossia la durata dei processi, parte dalla direzione opposta".
L'eccessiva lentezza del sistema giudiziario, in altre parole, ha fatto sì che negli ultimi vent'anni siano stati introdotti provvedimenti così detti anticipatori che il giudice può emettere all'inizio o durante il giudizio senza che sia presente una sentenza definitiva. Lo schema di gioco è chiaro: poiché il sistema non riesce a essere celere, si è scelto di sacrificare alcune prerogative indispensabili per un giudizio equilibrato pur di arrivare velocemente a una decisione (con il rischio che questa possa anche essere ingiusta). Un paese normale, e sano, dovrebbe scommettere su processi più rapidi e dovrebbe punire chi ha responsabilità solo alla fine di un iter giudiziario. Un paese non normale, e malato, sceglie invece di scommettere sui processi lenti, per esempio abolendo la prescrizione, e sceglie di limitare la libertà di imprese e individui solo sulla base di indizi e di sospetti. L'Italia, almeno fino a oggi, ha deciso di puntare sul secondo modello e la politica, pur potendosi ribellare, almeno finora ha scelto di essere complice di un sistema osceno che trasforma il sospetto nell'anticamera della verità. Non sarebbe ora di finirla?
di Stefano Loconte e Giulia Mentasti
Italia Oggi, 27 dicembre 2019
Scatta la custodia cautelare in carcere per l'omessa dichiarazione fiscale. Il decreto fiscale collegato alla manovra prevede anche per questo reato tributario sanzioni più severe, salvando solo dalla confisca per sproporzione. Custodia cautelare in carcere per l'omessa dichiarazione: è legge il decreto fiscale 124/19 (legge 157, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 301 del 24 dicembre 2019), che anche per questo reato tributario prevede pene più severe, salvando solo dalla confisca per sproporzione.
Precisamente la riforma innalza la pena, portando il minimo da 1 anno e sei mesi a 2 anni e il massimo da 4 a 5 anni di reclusione: ma è proprio quest'ultima modifica del massimo edittale ad avere risvolti pratici di non poco rilievo, se si considera che il codice di rito, all'art. 280 cpp., per i delitti per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni ammette la custodia cautelare in carcere.
E se l'inasprimento del trattamento sanzionatorio comporterà conseguenze pratiche particolarmente gravose per i contribuenti che non presentano la dichiarazione, da non sottovalutare anche gli effetti della mutata pena per la dichiarazione infedele dei redditi o dell'Iva.
Il divieto di espatrio, l'obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria, fino agli arresti domiciliari, sinora preclusi per gli indagati di tale reato, potranno trovare applicazione: infatti, tenuto conto che il suddetto art. 80 cp ne limita l'operatività a quando si procede per delitti per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a tre anni, significativa è la scelta del legislatore di innalzare la pena, sinora ricompresa tra l'uno e i tre anni di reclusione, portando il quadro sanzionatorio tra i 2 anni e i 4 anni e 6 mesi di reclusione.
Per l'infedele dichiarazione si assiste anche a un abbassamento delle soglie di punibilità, intervenendo tanto sul valore dell'imposta evasa (da 150 mila a 100 mila euro) quanto su quello degli elementi attivi sottratti a imposizione (da 3 a 2 milioni di euro): si inverte così la rotta intrapresa dalla riforma del 2015, che invece aveva ridotto l'area di rilevanza penale.
No, invece, alla confisca per sproporzione per tali fattispecie: mentre il dl 124/2019 ne aveva ipotizzato, anche per l'infedele e omessa dichiarazione, l'applicabilità, gli emendamenti, approvati dalla camera e confermati dal senato, hanno preferito limitare questa misura ai reati caratterizzati dalla fraudolenza, quali l'uso di fatture false.
Ciò detto, gli aumenti comporteranno anche ulteriore lavoro per la magistratura: infatti, fino a oggi, tanto alla dichiarazione infedele quanto a quella omessa si applica sul piano procedurale quanto previsto per i reati il cui massimo edittale non superi i 4 anni di reclusione, ovvero il pubblico ministero che non intenda chiedere l'archiviazione cita direttamente l'imputato a giudizio, e quindi all'udienza dibattimentale. Ora l'iter si allunga, e il pm dovrà chiedere il rinvio a giudizio al gup, che solo all'esito dell'udienza preliminare, salvo non prosciolga con sentenza di non luogo a procedere, accoglierà la richiesta del pm e darà l'avvio al dibattimento.
Per evitare il procedimento penale e tutti i suddetti effetti che potrebbero derivarne, il legislatore dà una chance: l'art. 13 dlgs 74/2000 prevede infatti la non punibilità di tali reati se i debiti tributari, comprese sanzioni e interessi, sono stati estinti con il ravvedimento operoso o la presentazione della dichiarazione omessa entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d'imposta successivo. Unico avvertimento, la regolarizzazione deve essere spontanea, e cioè intervenuta prima che l'autore del reato abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell'inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali.
di Gaetano Scariolo
blogsicilia.it, 27 dicembre 2019
Si è tolto la vita nella sua cella, nel carcere di Cavadonna, Dmytro Steblovskyi, un ventiseienne ucraino. Secondo alcune fonti, il giovane era stato arresto per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. In particolare, sarebbe stato al timone di una barca salpata da un porto della Turchia per raggiungere le coste della Sicilia.
Il suicidio si è verificato la vigilia di Natale ed a darne notizia è stato Pino Apprendi presidente di Antigone Sicilia. "Pare fosse in attesa della sentenza di appello. É? la 52esima persona che si suicida in carcere in Italia. Il carcere rimane un posto dove invece di pensare al recupero umano si persevera ad applicare pratiche punitive".
"Strutture fatiscenti e inesistenti percorsi di reinserimento", ha affermato il Garante Nazionale dei detenuti Mauro Palma, a seguito della visita alle carceri siciliane. "La salute mentale - dice Pino Apprendi - rimane uno dei più grandi problemi irrisolti. Finché? non si abbatte il muro di omertà, che vige sulle condizioni carcerarie, assisteremo impotenti a continui atti di autolesionismo e tentativi di suicidio. Gli osservatori delle carceri di Antigone continueranno? il proprio lavoro di visite nelle carceri,? denunciando le "anomalie" tutte le volte che ne verranno? a conoscenza".
Sulla vicenda è intervenuta il dirigente nazionale del Sippe, Sebastiano Bongiovanni. "Si tratta di una tragedia - dice Bongiovanni - che scuote tutti noi. Qui non c'entra la carenza di personale, purtroppo quando una persona subisce un crollo nervoso e decide di farla finita è difficile fermarla, specie quando non si avvertono sintomi". Dalle informazioni in possesso al Sippe, il giovane ucraino partecipava alla attività del carcere ma evidentemente è accaduto qualcosa, forse la sua permanenza in carcere in un periodo di festa gli avrebbe provocati gravi scompensi.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2019
La falsità o l'incompletezza dell'autocertificazione allegata alla domanda di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, non fa scattare la sua inammissibilità e dunque la revoca del beneficio, se i redditi effettivi non superano il limite fissato. La revoca può, infatti, essere disposta, solo nei casi espressamente previsti dalla legge.
Questa la decisione delle Sezioni unite della cassazione, anticipata con l'informazione provvisoria n.29. La decisione del Supremo consesso prende le mosse da un'ordinanza di rinvio della quarta sezione penale (29284/2019). La sezione remittente, si era trovata a giudicare il caso del ricorrente che aveva rappresentato una situazione dei redditi non veritiera, alla quale era seguita la revoca del beneficio, benché l'uomo avesse dei redditi inferiore ai limiti previsti. Il provvedimento impugnato era stato emesso ritenendo la veridicità dell'autocertificazione una condizione di ammissibilità della domanda.
Secondo la giurisprudenza recente, infatti, pesa la lealtà nei confronti delle istituzioni del soggetto che aspira ad usufruire dell'istituto solidaristico, strumentale a realizzare il diritto di difesa. La revoca sarebbe dunque coerente con la giurisprudenza di legittimità secondo cui l'omessa comunicazione, anche parziale, di variazioni di reddito comporta la revoca dell'ammissione al "gratuito" patrocinio, anche quando le variazioni siano occasionali e non comportino il venire meno delle condizioni di reddito per l'ammissione.
Un orientamento che la sezione remittente non ha condiviso, considerandolo non in linea con il diritto di difesa garantito dalla Carta, e in contrasto con il dato letterale della legge. Da qui la remissione alle Sezioni unite, per evitare il sorgere di contrasti in una materia particolarmente delicata. E il verdetto delle Sezioni unite ha dato ragione ai giudici del rinvio. Il Supremo consesso ha affermato, infatti, che la revoca può essere disposta solo nei casi espressamente previsti dalla legge e la falsità o la parzialità delle dichiarazioni non bastano se il richiedente rientra comunque nel tesso prefissato per il beneficio.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2019
Corte di cassazione, Sesta sezione penale, sentenza 24 dicembre 2019, n. 51905. Sulla legge "spazza-corrotti" i dubbi di legittimità sono fondati. E tuttavia la Cassazione non può intervenire per sollevare la questione davanti alla Corte costituzionale. Sono queste le conclusioni cui approda la stessa Cassazione con la sentenza n. 51905 della Sesta sezione penale depositata il 23 dicembre. La pronuncia si è trovata ad affrontare un caso di corruzione aggravata che ha coinvolto un funzionario dell'Agenzia delle entrate e un dottore commercialista. Ai due, sia in primo grado sia in appello, era stata inflitta una sanzione detentiva che, in sede di ricorso in Cassazione, la difesa ha contestato, chiedendo la sospensione del procedimento in attesa del verdetto della Corte costituzionale.
A non convincere gli avvocati c'era soprattutto l'inserimento, da parte della legge n. 3 del 2019, dei reati contro la pubblica amministrazione tra quelli che impediscono la concessione di alcuni benefici penitenziari, senza neppure prevedere una disciplina transitoria per gestire il passaggio dalla vecchia alla nuova disciplina. Inoltre, il rigore della "spazza-corrotti" sarebbe in contrasto, secondo i legali, anche con il principio di ragionevolezza e la funzione rieducativa della pena.
La Cassazione, nell'affrontare la questione, sottolinea che, sulla base della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, non è manifestamente infondata la tesi della difesa perché il legislatore ha cambiato le "carte in tavola" in corso d'opera, senza prevedere una norma transitoria, linea di politica legislativa che, afferma la Cassazione, presenta "tratti di dubbia conformità con l'articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo", articolo che stabilisce come nessun trattamento punitivo può essere inflitto senza una norma antecedente che lo preveda e disciplini.
Però la Corte non può procedere oltre, prosegue la sentenza, perché i profili di legittimità costituzionale in discussione riguardano la l'esecuzione della condanna, dal momento che incidono sulla sospensione dell'ordine di esecuzione. E allora va richiamata la disposizione per cui la Cassazione non può mai essere considerata giudice dell'esecuzione del provvedimento oggetto di impugnazione. In latri termini, la questione di costituzionalità delineata riguarda non la sentenza oggetto del ricorso, ma l'esecuzione della pena applicata con la stessa sentenza e, dunque, a uno snodo processuale successivo. Potrà però essere proposta, ricorda infine la Cassazione, in sede di incidente di esecuzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 dicembre 2019
In questi giorni la condizione psicologica peggiora per non poter essere con i propri cari. Nel giorno di Natale un giovane detenuto di 26 anni, si è ucciso nella casa circondariale di Siracusa. A darne la triste notizia è Mauro Palma, il Garante nazionale delle persone private della libertà.
di M. Pilati e altre 53 persone
Corriere del Trentino, 27 dicembre 2019
L'intervento Centro per la cooperazione internazionale. Siamo un gruppo di persone che in questi anni ha usufruito dei servizi del Centro di cooperazione internazionale. Un'esperienza che non va chiusa. Siamo un gruppo di persone rappresentanti di associazioni e organizzazioni che in questi anni a vario titolo hanno partecipato, collaborato e usufruito dei servizi del Centro per la Cooperazione Internazionale (Cci) di Trento.
Siamo fortemente preoccupati per la complessa situazione in cui si trova il Centro a seguito della decisione della giunta provinciale di tagliare i fondi a esso destinati. La Provincia, socio e principale finanziatore del Cci, si è infatti dimostrata indisponibile a cercare un accordo per la rinegoziazione dei radicali tagli di budget decisi per il prossimo triennio.
Questo ha portato alle dimissioni del presidente Mario Raffaelli e alla decisione da parte del direttivo del Centro di avviare una procedura di licenziamento collettivo di 12 persone. Esprimiamo la nostra più completa solidarietà alle collaboratrici e ai collaboratori del Cci che vedono messo in forse il loro lavoro.
È soprattutto grazie al loro lavoro se in questi anni il Centro è potuto diventare un riferimento importante a livello internazionale su tematiche come cooperazione allo sviluppo, l'educazione alla cittadinanza globale, il sistema Europa e i diritti e la libertà di stampa in essa. Lavoro che ha portato lustro e fatto crescere anche il nostro territorio. E proprio per l'importanza che ha il Cci siamo estremamente preoccupati perché, oltre alla vicinanza "umana" e professionale per la perdita di posti di lavoro, si apre la via a un inesorabile smantellamento del Centro stesso.
Il Cci rappresenta un concreto spazio di incontro e di lavoro per vari soggetti interessati alla cooperazione internazionale e alle forme di sviluppo capaci di far crescere sia il nostro territorio che quelli in cui si sceglie di agire. Uno sviluppo capace di valorizzare le specificità della nostra terra, le esperienze delle nostre variegate comunità e di contribuire a una loro apertura al mondo. Un luogo di riferimento provinciale, nazionale e internazionale per la formazione, l'analisi la promozione e la produzione della conoscenza su temi come diritti umani, pace, economia solidale e cooperazione internazionale, integrazione europea e della promozione dello sviluppo umano sostenibile.
Un luogo di promozione del lavorare in rete tra soggetti trentini, nazionali e internazionali. Un luogo di analisi, informazione, formazione, sensibilizzazione e conoscenza dei complessi scenari internazionali con un'attenzione particolare alle aree di interesse per il nostro territorio cercando al contempo di rafforzare le capacità di studenti, cittadini e attori territoriali nel misurarsi tra dinamiche locali e globali.
In questi anni il Centro ha contribuito notevolmente a migliorare la qualità del sistema di cooperazione internazionale del Trentino e la sua professionalizzazione con attività di consulenza, valutazione e monitoraggio iniziando anche a coinvolgere imprese interessate a investire nello sviluppo economico in ambito di cooperazione internazionale.
Ed è da queste riflessioni che continuiamo a essere convinti che il Cci possa dare ancora molto al nostro territorio, diventando sempre più un valido strumento di supporto per le politiche trentine e per contribuire a dare prestigio al nostro territorio garantendogli al contempo "l'apertura al Mondo", certamente non ingenua, di cui c'è necessità in questi tempi. Come continuiamo a essere certi che vada salvaguardato quel patrimonio importante che si costruisce sulle organizzazioni che si occupano di cooperazione internazionale, di aiuti concreti qui e lì e che nel Centro trovano uno spazio di sostegno, riflessione, crescita.
Ci associamo quindi all'appello rivolto in questi giorni da dipendenti del Cci e sindacati ai soci del Centro stesso: Provincia, Università, Comuni di Trento e Rovereto, Fondazione Campana dei Caduti "affinché si assumano un impegno concreto rispetto al futuro del Cci e delle sue lavoratrici e lavoratori".
Preoccupati ci rendiamo però sempre più conto che il Cci è solo una parte di un modello di territorio "aperto all'altro" che evidentemente non ha ancora trovato interesse nel nostro governo, in questo momento. Siamo preoccupati perché questo clima di muro contro muro non aiuta nessuno, non sono tecnicismi le persone che possono perdere il posto di lavoro, non possiamo esserne indifferenti e purtroppo qui non ci sono infatti solo in ballo i posti di lavoro del Centro, a breve varie nostre associazioni saranno costrette a ridimensionare le proprie strutture e azioni a causa dei tagli al sistema di cooperazione allo sviluppo.
Ma molto ancora si può fare assieme, se prevale la buona volontà e la voglia di un ascolto reciproco tra Provincia e mondo della cooperazione, che ribadiamo a gran voce cresce e opera per sostenere la nostra terra trentina che da sempre è stata solidale e capace di farsi carico anche delle sofferenze lontane.
Auspichiamo quindi una riflessione generale sul "Trentino che vogliamo" partendo proprio dal fondamentale contributo che l'apertura al mondo può dare al nostro stesso territorio. Chiediamo a gran voce anche al nuovo assessore alla cooperazione allo sviluppo Gottardi di sedersi insieme a noi, alle donne e uomini del Centro per trovare insieme una nuova soluzione.
Facciamolo insieme anche ad altre istituzioni, chiesa, università, imprese e tutti i soggetti disposti a dialogare sul nostro futuro, per individuare le preziose specificità e i punti di forza dell'esperienza trentina e, nel contempo, individuare assieme elementi di innovazione da studiare e sviluppare, capaci di rendere più efficace il settore e di capitalizzare il suo contributo allo sviluppo del territorio. Possiamo dire che il mondo della cooperazione saprà responsabilmente fare la propria parte per quel bene comune che chiamiamo Trentino capace di aprirsi a uno sguardo attivo al mondo nel solco della giustizia sociale e della solidarietà.
La Repubblica, 27 dicembre 2019
La denuncia di Massimo Lensi, presidente di "Progetto Firenze": "Siamo al 158 per cento della capienza e oltre 6 reclusi su 10 sono stranieri". Di nuovo un allarme per il sovraffollamento del carcere fiorentino di Sollicciano. Molte delle celle, o "camere di pernottamento" che in agosto erano inagibili sono state ripristinate, così la capienza regolamentare è salita a 494 (in condizioni ottimali sarebbe di 500). L'indice di sovraffollamento riscontrato nell'istituto è pari a 155% nel settore maschile e a 195% in quello femminile, dato che il carcere di Sollicciano è l'unico istituto toscano con una sezione femminile in funzione.
"Il problema del sovraffollamento di Sollicciano continua a essere ignorato", denuncia Massimo Lensi, presidente di Progetto Firenze, "nonostante ciò renda afflittiva la pena per chi vi è ristretto e appesantisca enormemente il lavoro di quanti, a partire dalla direzione e dal corpo di polizia penitenziaria, si trovano costretti a fare l'impossibile per gestire una situazione sempre al limite dell'emergenza".
"La presenza di ben quattro bambini nel nido interno del carcere con le loro madri detenute è il sintomo evidente di un malessere generale che ancora una volta dobbiamo segnalare", sottolinea Lensi. "A Firenze si attende ormai da tempo l'apertura dell'istituto a custodia attenuata per madri detenute (Icam) o di una casa famiglia protetta. Le procedure sono partite dieci anni fa, e tra alterne vicende sembravano arrivate a conclusione l'anno scorso. Invece, ancora oggi tutto tace".
E proprio oggi, 26 dicembre, la Comunità di Sant'Egidio ha organizzato pranzi nelle carceri di tutta Italia, comprese quelle di Firenze.
La delegazione di Progetto Firenze che, insieme ai consiglieri comunali del gruppo Sinistra Progetto Comune, ha visitato il 24 dicembre il carcere fiorentino di Sollicciano vi ha riscontrato una popolazione ristretta di 787 persone, di cui 680 uomini e 107 donne. Anche quattro bimbi, di cui tre di pochi mesi, erano nel nido del carcere insieme alle mamme detenute. L'indice di sovraffollamento nell'istituto è pari al 158% (155% nel settore maschile, 195% nel settore femminile).
Tra i 680 detenuti maschi, 414 (60,9%) scontavano una condanna definitiva, mentre tra i 266 (39,1%) detenuti che ancora non avevano una condanna definitiva il 45,1% (120) era in attesa del giudizio di primo grado. Tra le 107 donne detenute, 78 (65%) scontavano una condanna definitiva, 3 risultavano internate, 26 (24%) erano in attesa di condanna definitiva e di queste il 46% (12) in attesa del giudizio di primo grado.
corrieredellacalabria.it, 27 dicembre 2019
Appello di Libera e Agape. "Necessario dare continuità anche dopo il trasferimento del presidente Di Bella". "Dopo la grande manifestazione di Vibo di gratitudine alla magistratura ed alle forze dell'ordine per l'azione di bonifica avviata nel territorio calabrese oggi più che mai per non vanificare questo lavoro servono scelte politiche ed educative per contrastare il ricambio generazionale nelle file delle mafie".
Lo chiedono con forza Libera e il Centro Comunitario Agape che hanno organizzato un incontro per chiedere che sia rilanciato il programma Liberi di scegliere che il presidente del Tribunale per i minorenni Roberto Di Bella ha voluto raccontare in un libro che ripercorre i suoi vent'anni di servizio nella comunità reggina.
Per l'associazione Libera e per il Centro Comunitario Agape, che hanno condiviso il lavoro che ha dato l'opportunità a tanti minori che vivevano in contesti familiari di 'ndrangheta di rompere con i clan di appartenenza e fare delle esperienze significative di crescita e di responsabilizzazione, sarà questa l'occasione per ribadire "quanto sia importante che questa sperimentazione non si interrompa a seguito del prossimo trasferimento per fine mandato del presidente Di Bella".
"Una continuità - chiedono Libera e Agape - che dovrà essere assicurata sia da chi succederà nella titolarità di questo importante ufficio giudiziario, sia dalla rete sociale che a livello locale e nazionale è stata di supporto al programma Liberi di Scegliere. Accanto a questo servirà soprattutto una normativa che dia una cornice legislativa ed una sistematizzazione a questo modello innovativo d'intervento sui minori ritenuto anche dal Csm esemplare e che il presidente di Libera don Luigi Ciotti da anni chiede.
Una legge che si auspica possa avere l'adesione di tutti i gruppi politici e che preveda linee guida omogenei per tutto il territorio nazionale e soprattutto investimenti adeguati in termini di risorse professionali ed economiche". Su questi temi si confronteranno: Mimmo Nasone per l'associazione Libera, Giuseppe Marino per le camere Minorile della Calabria, Patrizia Surace Giudice Onorario e Roberto di Bella Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria.
Concluderà l'incontro Dalila Nesci, firmataria del disegno di legge Liberi di scegliere. Coordinerà i lavori Mario Nasone presidente del Centro Comunitario Agape. L'appuntamento è per lunedì 30 dicembre alle 15.30 nel salone delle udienze del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria.
- Calabria. La ricetta di Callipo: basta con la politica e la mafia
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- Torino. Dossier sulle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi
- Torino. "Gruppo di lavoro" sulla giustizia
- Bologna. L'allarme di Camera penale e Osservatorio: solo 30 scarcerati con i dispositivi









