di Giulio Benedetti
Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2019
Corte di cassazione, sentenza 28 ottobre 2019, n. 43853. Clemenza per l'amministratore che commette il tipico reato di appropriazione indebita anche se non ha risarcito i danni. La Corte di Cassazione (sentenza 43853/2019) ha annullato con rinvio l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che aveva rigettato la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale di un amministratore condominiale. Questo era stato condannato perché aveva compiuto reati di appropriazione indebita commessi attraverso ripetute distrazioni di ingenti somme di denaro di vari condòmini, destinandolo a favore di diverse persone giuridiche a lui riconducibili.
Dopo la condanna l'amministratore scontava la pena nella detenzione domiciliare di cui osservava le prescrizioni. Il Tribunale di Sorveglianza non ammetteva l'amministratore all'affidamento in prova, perché aveva reso solo una "modesta confessione" e non aveva risarcito le persone offese alle quali non aveva restituito neppure una parte del maltolto (oltre un milione di euro). Per il Tribunale l'amministratore inoltre non si trovava in uno stato di necessità economica.
La Corte di Cassazione annullava però l'ordinanza: l'affidamento in prova al servizio sociale deve essere ancorato ai risultati dell'osservazione del comportamento del condannato. L'ingiustificata indisponibilità del condannato a risarcire il danno può essere considerata un segno negativo ma solo nell'ottica di una valutazione complessiva sulla sua rieducabilità.
Quindi il giudice doveva valutare non soltanto il parziale risarcimento del danno, ma anche la condotta del reo da cui emergevano elementi favorevoli: lo svolgimento di un'attività lavorativa (aveva continuato a lavorare), l'assenza di altri procedimenti penali, la puntuale osservanza della detenzione domiciliare.
di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 19 novembre 2019
Lo studio della European University Institute. A chi sosteneva che impedire alle navi delle Ong di battere il Mediterraneo fosse una scelta sciagurata, perché comportava l'aumento dei morti nel nostro mare, si è sempre risposto con una controdeduzione abbastanza ragionevole. Che poi era il cavallo di battaglia, ad esempio, di Matteo Salvini. La controdeduzione era questa: no, i morti diminuiscono perché il fatto che non ci siano in mare le Ong scoraggia gli esuli e li sconsiglia di salire sui gommoni.
Quindi meno partenze, meno arrivi, meno morti. Si poteva anche controbattere che i morti, in percentuale, rispetto alle partenze, erano in netto aumento. Ma la risposta, anche qui, non era
sciocca: i morti si contano in numeri reali, le percentuali lasciamole agli scrutini elettorali. Giusto, forse. Ora però arriva uno studio realizzato da una istituzione accademica importante, come la European University Institute - accademica finanziata dall'Europa - il quale, numeri alla mano, ci dice che le cose non stanno così. La presenza in mare delle navi della Ong - o viceversa
la non presenza - non ha modificato il flusso delle partenze. Le quali, invece, sono condizionate da tre elementi: il bel tempo, o il cattivo tempo; l'accendersi o l'affievolirsi delle guerre nei paesi africani (e in particolare in Libia); la stretta dei governanti libici contro gli aspiranti migranti, determinata dagli accordi col governo italiano.
Ecco i numeri, che sono contenuti in una ricerca, molto dettagliata, condotta da due ricercatori italiani, Matteo Villa (un ricercatore dell'Ispi) ed Eugenio Cusumano (ricercatore dell'Ue). Nella ricerca si osserva che nel corso del 2019 sono sparite dal Mediterraneo le navi italiane ed europee, di conseguenza il peso dei soccorsi è rimasto tutto sulle spalle della guardia costiera libica e delle organizzazioni umanitarie. Villa e Cusumano hanno potuto fare un esame giorno per giorno, basato sui dati ufficiali ricevuti dalle agenzie dell'Onu e dalle guardie costiere italiane e libiche. Questi dati dicono che le navi delle Ong sono state attive per 85 giorni contro i circa 225 giorni nei quali non sono state presenti.
Il numero delle partenze non ha nessuna oscillazione. La presenza o meno delle navi delle Ong non ha alcuna influenza. Ma la parte più consistente della ricerca riguarda l'intero quinquennio
2014 - 2019. In questi cinque anni, le navi umanitarie hanno soccorso 115.000 migranti su 650.000, con una media del 18 per cento. I soccorsi sono avvenuti soprattutto nel biennio 2016-2017. Poi il codice di condotta voluto da Minniti nell'estate 2017 e il decreto sicurezza di Matteo Salvini hanno più o meno cancellato le Ong. Bene, nel 2015, cioè nell'anno nel quale le Ong
si affacciano massicciamente nel Mediterraneo (aumentando i loro interventi, che prima riguardavano solo lo 0,8 per cento dei profughi e da quel momento arrivano al 13 per cento), il numero complessivo delle partenze risulta in calo rispetto all'anno precedente. Tradotto in parole semplici: più Ong in mare, meno partenze.
E ancora, nella prima metà del 2017, nonostante le tante navi umanitarie presenti, il numero degli sbarchi crolla. Perché crolla? Perché il governo italiano di centrosinistra ha firmato gli accordi con le autorità libiche, le quali hanno costruito i campi di concentramento dove tengono prigionieri, in condizioni disumane, gli aspiranti profughi. Naturalmente ciascuno può dare
il giudizio che vuole sugli accordi italo-libici (recentemente abbiamo pubblicato su questo giornale il giudizio molto severo di Emma Bonino) e ritenere inumana la collaborazione con la Libia, o ritenerla invece un male necessario, un prezzo da pagare. Però è importante che se si discute di politiche migratorie e di organizzazione dei soccorsi in mare, si tenga conto dei dati reali e non di ipotesi basate sull'intuizione.
Da oggi la discussione può essere molto più serena. E con serenità, forse, bisogna prendere in considerazione l'ipotesi di tornare a dare spazio alle navi di soccorso. Partendo dal dato di fatto che i soccorsi servono solo a diminuire il numero dei morti e non aumentano gli sbarchi. Se le cose stanno così non credo che nessuno abbia dubbi sulla necessità di aumentare i soccorsi. Senza bisogno di rimangiarsi le proprie idee, semplicemente adeguandole alle nuove informazioni che ci vengono fornite dagli studiosi.
Del resto, come spesso succede, non fu la politica a iniziare l'operazione anti-Ong. Fu, come spesso accade nel nostro Paese, la magistratura. Il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, aprì un'inchiesta contro alcune organizzazioni umanitarie, che lui sospettava di "intelligenza col nemico", e cioè di avere compiuto e di compiere azioni concordate con gli scafisti libici, o addirittura suggerite da loro. Il risultato dell'inchiesta fu il codice Minniti e la progressiva scomparsa delle navi umanitarie. L'inchiesta giudiziaria fece il suo corso e si concluse con un nulla di fatto: ma dopo aver raggiunto il discutibile risultato dell'azzeramento dei soccorsi. E dell'aumento dei morti.
di Luca Turi
Gazzetta del Mezzogiorno, 19 novembre 2019
"Giardini di pietra": ecco lo spettacolo scritto e realizzato in una serie di incontri con i detenuti. Si è svolta ieri mattina nella sala multimediale della Casa Circondariale di Bari la rappresentazione teatrale Giardini di Pietra, con il contributo di due musicisti e compositori, Marilisa Camicia e Vito Indolfo, e del lavoro dei detenuti coordinati dal regista Enrico Romita. L'iniziativa è il risultato di una serie di incontri con i detenuti che aveva come obiettivo la realizzazione di una performance teatrale.
Un viaggio virtuale nella città di Matera, capitale europea della cultura per il 2019, è il tema dello spettacolo, partito da un'analisi della vicenda del brigante materano U'Chitarridd. Dopo averne studiato gli aspetti storici è stato scritto un testo che riepiloga e rappresenta i momenti della vita del protagonista, letti in prima persona dagli detenuti che ne hanno curato la stesura. Il tutto inquadrato nella particolare struttura architettonica di Matera e dei suoi Sassi, anche attraverso un breve video, composto da sequenze di film girati in loco. Un sincero omaggio alla bellezza della città di Matera che è stata definita un giardino di pietra.
xluccaindiretta.it, 19 novembre 2019
Racconteranno la loro esperienza di lavoro all'interno delle mura del carcere. I detenuti della Casa Circondariale e gli ospiti della Casa di San Francesco di Lucca prenderanno la parola giovedì prossimo (21 novembre) durante il convegno che si terrà alle 14,30, nella cappella Guinigi del complesso di San Francesco, organizzato per fare il punto sul progetto Liberi dentro. L'esperienza di inclusione dei detenuti attraverso il progetto di digitalizzazione della documentazione dell'Azienda Usl Toscana nord ovest, sviluppato dall'Asl insieme all'arcidiocesi di Lucca - Ufficio pastorale Caritas, alla casa circondariale San Giorgio di Lucca ed al Gruppo volontari carcere di Lucca.
Oltre all'azienda sanitaria, che ha investito quasi 21mila euro, hanno finanziato l'intervento la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (40mila euro), la Caritas diocesana (oltre 28mila euro) e la Regione Toscana (quasi 16mila euro), per un importo totale superiore ai 100mila euro. Liberi dentro ha preso concretamente il via nel novembre 2018, con l'allestimento nel carcere nella Casa San Francesco (che accoglie detenuti agli arresti domiciliari), di due laboratori per la digitalizzazione dei documenti, dove 6 operatori, 4 detenuti nel carcere e 2 ospiti della Casa di San Francesco, grazie a borse lavoro, hanno iniziato la digitalizzazione della documentazione cartacea dell'azienda Usl Toscana nord ovest.
I detenuti formati a cura dell'Asl e seguiti da tutor della Caritas, a fine del percorso acquisiscono competenze utili per il loro futuro. L'obiettivo è contribuire - all'interno di un più vasto programma di azioni formative - alla riabilitazione dei detenuti, o comunque di persone che hanno avuto l'esperienza del carcere, per definirne il percorso verso la futura autonomia e il reinserimento nel mondo del lavoro.
"È evidente il valore sociale del progetto - dice Maria Letizia Casani, direttore generale dell'azienda Usl Toscana nord ovest - che si va a sommare alla sua utilità pratica, visto che l'Azienda potrà sostituire una parte dell'archivio amministrativo cartaceo con uno digitale, più facile da consultare, liberando così anche alcuni spazi. Ma è chiaro che questa esperienza, innovativa a livello nazionale, ha la sua ragion d'essere principale nell'inclusione attiva dei detenuti, ai quali viene offerta un'opportunità di impiego che continua nel tempo, fornisce una piccola fonte di guadagno e competenze specifiche che potranno essere utilizzate, una volta scontata la pena, per reinserirsi nel mondo del lavoro".
L'incontro di giovedì (21 novembre) a Lucca, sarà aperto dai saluti istituzionali di Alessandro Tambellini, sindaco di Lucca e presidente del conferenza zonale dei sindaci della Piana di Lucca, di Giorgio Del Ghingaro, sindaco di Viareggio e presidente della conferenza zonale dei sindaci della Versilia, Patrizio Andreuccetti, sindaco di Borgo a Mozzano e presidente della conferenza zonale dei sindaci della Valle del Serchio, di Maria Letizia Casani, direttore generale dell'azienda Usl Toscana nord ovest, di monsignor Paolo Giulietti, arcivescovo di Lucca, di Gianfranco De Gesu, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Toscana-Umbria, di Marcello Bertocchini, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, e di Stefania Saccardi, assessore al diritto alla salute della Regione Toscana. Il programma dell'incontro prevede poi gli interventi di Angela Venezia, direttore dell'ufficio detenuti e trattamento del provveditorato regionale amministrazione penitenziaria Toscana-Umbria, di Giuliana Martinelli, responsabile del progetto per l'azienda Usl Toscana nord ovest, di Donatella Turri, direttore della Caritas Lucca, di Santina Savoca, direttore del carcere di Lucca, di Gabriele Ferro, presidente del Gruppo volontari carcere. Previste, inoltre, le testimonianze dei detenuti che hanno partecipato al progetto.
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 19 novembre 2019
Al vaglio rogatoria internazionale. Gli sviluppi delle indagini. La cooperante milanese è stata rapita in Kenya il 20 novembre dello scorso anno. Ora sarebbe nella mani di uomini vicini al gruppo jihadista Al-Shabaab.
Silvia Romano è viva. Si trova in Somalia ed è nelle mani di un gruppo islamista legato agli jihadisti di Al- Shabaab. A un anno (era il 20 novembre 2018) dal rapimento della volontaria della Ong "Africa Milele" i carabinieri del Ros, coordinati dal pm Sergio Colaiocco, trovano una prima importante conferma. La Romano, 23 anni, avrebbe compiuto un lungo tragitto dal villaggio dove era stata sequestrata inizialmente - Chacama a ottanta chilometri da Nairobi - per essere poi ceduta ad un gruppo fondamentalista.
Le novità sono state acquisite attraverso l'attività di intelligence e diplomazia, ma sono anche frutto dell'analisi di documenti messi a disposizione dalle autorità keniote nell'agosto scorso. In particolare verbali e tabulati telefonici. E malgrado la complessità del quadro politico e istituzionale del Paese si sta valutando di inviare una rogatoria internazionale per ottenere collaborazione. Non sarà semplice: è dei primi dell'ottobre scorso l'esplosione di un'autobomba a Mogadiscio che ha danneggiato due blindati italiani di ritorno da un addestramento nel quartier generale somalo di Villa Gashandigha.
È vero che rispetto ai mesi immediatamente successivi al rapimento di Silvia Romano, c'è stato un miglioramento della situazione e il via libera, quest'estate, all'istanza che autorizzava il pool di investigatori italiani ad andare a Nairobi ha rappresentato una svolta nei rapporti tra i due Stati. Ma si procede comunque con cautela.
Un trasferimento lampo, secondo quanto ricostruito dagli investigatori. Dopo essere stata pedinata per alcuni giorni la cooperante era stata prelevata in un centro commerciale nella contea di Kilifi. La Romano fu bloccata e dopo averle tolto cellulare e passaporto era stata fatta salire a bordo di una motocicletta e portata verso una boscaglia nei pressi del fiume Tana. Chi ha agito aveva informazioni, armi e denaro. Fino a questo momento sono stati identificati otto componenti della banda, tre dei quali sono già giudizio. Si tratta di Abdulla Gababa Wario, Moses Luwai Chembe e quello che appare come la mente del blitz, vale a dire Ibrahim Adan Omar. Per quest'ultimo avrebbe dovuto già esserci una prima udienza del processo ma non si sarebbe presentato e dunque l'udienza sarebbe stata aggiornata.
Adhan Omar era stato arrestato e liberato in seguito al pagamento di una cauzione e da quel momento è in libertà. La procura generale del Kenya contesta il reato di "cospirazione con finalità di commettere un atto terroristico" oltre a quello di sequestro di persona e possesso illegale di armi da fuoco. La pista somala era emersa l'estate scorsa in seguito all'attività di collaborazione tra inquirenti italiani e kenyoti. In base a quanto accertato prima e dopo il blitz ci sono stati contatti telefonici fra gli autori materiali del rapimento e la Somalia.
É certo che si sia trattato di un sequestro su commissione perché gli strumenti utilizzati (armi e moto) di cui erano dotati i rapitori sono stati giudicati "sproporzionati" rispetto ai mezzi comunemente in dotazione a una banda criminale kenyota. L'ultima volta che Silvia fu vista, ferita a un piede, era Natale. L'ultimo contatto utile, risale a gennaio. Poi, il nulla fino a questa conferma. Molte le iniziative di Ong e associazioni per tenere costante l'attenzione dell'opinione pubblica sul suo rapimento. E ora si ricomincia a sperare.
La Stampa, 19 novembre 2019
La reporter venne uccisa da un'autobomba vicino a La Valletta nell'ottobre del 2017. L'arrestato potrebbe aver messo in contatto assassino, mandanti e gli uomini che si sono procurati l'esplosivo utilizzato per ucciderla. Un uomo sospettato di essere l'intermediario nell'omicidio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia è stato arrestato oggi. A riferirlo è una fonte della polizia. Si ritiene che l'intermediario sia stato l'uomo ad aver messo in contatto l'assassino, mandanti e gli uomini che si sono procurati l'esplosivo utilizzato. Un passo in avanti importante per le indagini.
Il quotidiano Times of Malta dichiara che il governo sta prendendo in considerazione una protezione in cambio della piena collaborazione del sospetto che possa aiutare gli inquirenti ad arrivare al mandante dell'omicidio della giornalista. Una fonte della polizia ha spiegato che l'arresto è stato effettuato giovedì nell'ambito di un'indagine separata.
Daphne Caruana Galizia scriveva un blog anticorruzione e aveva contribuito a svelare lo scandalo dei "Panama Papers" e in particolare dei cosiddetti "Malta Files", inchieste giornalistiche che avevano travolto il governo della Valletta e alla fine la stessa Galizia, che aveva denunciato di esser stata minacciata. Il suo cadavere, carbonizzato, era stato trovato nella sua Peugeot 208 a poca distanza da casa, a Bidnija. Era stato il figlio ad avvertire la polizia, dopo aver sentito l'esplosione. Pochi minuti prima di morire la donna aveva pubblicato l'ultimo post sul suo blog: "Ci sono criminali ovunque, la situazione è disperata". L'omicidio ha scioccato l'Europa e sollevato dubbi sullo stato di diritto nell'isola del Mediterraneo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 novembre 2019
La denuncia di Maria Grazia Caligaris, presidente di "Socialismo diritti riforme": il 37 per cento dei detenuti è in alta e massima sicurezza, circa 900 (92 in 41bis) su 2321 ristretti. Il sovraffollamento carcerario è un problema nazionale, ma in Sardegna si accentua di più e la regione è diventata, di fatto, il punto di approdo di centinaia di detenuti per reati di mafia. Un numero che cresce significativamente ogni mese. A denunciare la questione è Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme" (Sdr), esaminando i dati diffusi dal ministero della Giustizia che fotografano la realtà isolana al 31 ottobre 2019.
Secondo la Caligaris, la Sardegna registra un numero di detenuti in alta e massima sicurezza pari circa al 37% dei reclusi. "Sono infatti circa 900 (92 in 41bis) su 2321 ristretti - spiega la presidente di Sdr. Un numero particolarmente significativo perché si tratta di reclusi, con pene piuttosto alte, quasi tutti provenienti dalla Penisola, concentrati in 5 Istituti penitenziari su 10. Per contro il numero dei direttori è ormai ridotto all'osso. Sono solo 4 e a due di loro, oltre a due o tre carceri, sono assegnati importanti incarichi per il Provveditorato regionale. In queste condizioni diventa davvero difficile garantire un equilibrio tra attività trattamentale e sicurezza. Il sistema detentivo insomma risulta scarsamente efficiente creando un profondo disagio anche agli agenti penitenziari".
La Caligaris osserva che si tratta ancora una volta di una conferma "che il principio della territorialità della pena è disatteso e che la Sardegna, nella concezione del Dipartimento appare come il luogo ideale di "esclusione sociale" di persone che avrebbero particolare necessità di una risocializzazione e reintegro nelle proprie comunità". Secondo la presidente di SDR viene quindi accentuata la scarsa economicità del sistema.
"Anche la motivazione che si tratta di personaggi della criminalità organizzata - sottolinea la Caligaris - non sembra una giustificazione plausibile perché prima o poi, concluso il periodo di detenzione assegnato dal Tribunale, dovranno uscire dal carcere. Non si può inoltre ignorare che la Sardegna con 712 reclusi figura al quattordicesimo posto per il numero di stranieri".
Secondo la presidente si tratterebbe di un dato sconcertante se paragonato agli abitanti: la Puglia con oltre 4 milioni di residenti è al 19esimo posto e la Campania con quasi 6 milioni al 20esimo. La Caligaris spiega che c'è poi il mistero delle Case di reclusione all'aperto (le tre Colonie penali) dove a fronte di 692 posti ci sono 375 detenuti (54; 1%). "Ciclicamente vengono annunciati progetti per rilanciare le attività produttive e offrire opportunità di lavoro e formazione ai reclusi, ma ormai il sistema è bloccato anche per l'inadeguatezza del numero degli amministrativi. L'invecchiamento del personale e quindi il pensionamento stanno incidendo negativamente sulla possibilità di mantenere in vita soprattutto le Colonie Penali", conclude la presidente di Sdr.
La Sardegna ha istituti penitenziari complessi, alcuni anche di grandi dimensioni. Eppure si aggiunge anche il problema che devono fare i conti con una carenza di figure apicali che costringe qualche direttore a guidare più di una struttura. Ad esempio c'è il carcere di Sassari - conosciuto per avere le sezioni del 41 bis sotto il livello del terreno che in questo momento è guidato dalla direttrice del carcere di Nuoro.
di Giacomo Galeazzi
interris.it, 18 novembre 2019
Nelle carceri si estende a macchia d'olio la dipendenza da sedativi e ansiolitici e benzodiazepine creano più dipendenza del metadone e una pioggia di pillole colorate si riversa tutti i giorni sui detenuti italiani. Abusa di psicofarmaci un detenuto su due: una dipendenza nascosta (più di un terzo sono ansiolitici) e in carcere rischia anche chi entra pulito. Troppi blister e flaconi circolano per le 206 infermerie degli istituti penitenziari.
di Salvatore Giuffrida
La Repubblica, 18 novembre 2019
Sotto il peso delle condanne e dei tagli al sociale è crollato anche il modello di inclusione di ex detenuti e disabili. È notizia di pochi giorni fa che Salvatore Buzzi rimarrà in carcere per l'inchiesta Mondo di Mezzo. Ma che fine hanno fatto le "sue" cooperative dopo il dissequestro a marzo 2018? Tutte morte, o quasi.
Ne rimane solo una, Formula Sociale, ma anche questa rischia di finire in liquidazione. E anche il modello di inclusione sociale, basato su lavoro e sinergia fra pubblico e privato, rischia di fare la stessa fine. Buzzi aveva creato 5 cooperative: la 29 Giugno Onlus, la 29 Giugno Servizi, Formula Sociale, Abc e Consorzio Eriches 29. Un numero non casuale: in quella data del giugno 1984 Buzzi organizzò un convegno sull'inclusione dei detenuti, il primo in Italia. Proprio la 29 Giugno Onlus, forse la più nota e la più coinvolta in Mafia Capitale, era alla base di quel modello perché era di tipo B: poteva lavorare in qualsiasi settore ma il 30% dei dipendenti deve essere disabile o disagiato; ex tossicodipendenti o ex detenuti.
Poi c'era la Abc, di tipo A: attività sociosanitarie assistenziali. Infine Formula Sociale, di tipo A e B, la 29 Giugno Servizi e il Consorzio Eriches che raggruppava le 4 cooperative: più di 1100 dipendenti. Sequestrate nel 2014, furono dissequestrate a marzo 2018 con la sfida di scrollarsi di dosso il fantasma di Buzzi. Oggi solo Formula Sociale sopravvive ma entro novembre rischia di finire in liquidazione. Le altre 4 ci sono già finite.
Eppure si occupavano di manutenzione del verde, pulizia delle strade, servizi sociali, assistenza domiciliare, integrazione nei centri per migranti: attività di cui ci sarebbe bisogno ma sono tagliate o congelate anche per i ritardi dei bandi del Comune.
Al di là del sistema di corruzione e collusione emerso dalle inchieste, nessuno è riuscito a salvare un modello che permette a persone disagiate di lavorare nell'assistenza sociale e che non è stato ideato da Buzzi ma dalla disciplina delle cooperative sociali. Non solo: la 29 Giugno onlus e Abc sono in liquidazione volontaria ma da oltre un anno aspettano che il ministero dello Sviluppo Economico nomini un liquidatore coatto, che avrebbe gli strumenti per risanare le finanze e continuare a lavorare; bisogna aggiungere che la 29 Giugno deve ancora risolvere un contenzioso con Ama e il Consorzio nazionale servizi per un appalto dal 2016 a settembre 2018. Niente da fare anche per la 29 Giugno Servizi e il consorzio Eriches.
Intanto Formula Sociale lotta per sopravvivere: dà lavoro a 60 persone, di cui 40 puliscono i rifiuti nel Car di Guidonia e 20 puliscono il mercato Esquilino e curano il verde municipale in alcune aree della città: ma il servizio al mercato è cessato da poco e non si sa ancora cosa riserva il futuro. Poi ci sono anche i maxi ribassi in media del 40% delle gare d'appalto comunali.
"Vorremmo solo avere opportunità di lavoro - spiega Guido Saccardi presidente di Formula Sociale - l'obiettivo era di far lavorare le fasce deboli". Su 60 dipendenti quasi un terzo sono ex detenuti e disabili. Ma sopravvivere non sarà facile. Il clima è cambiato in peggio per il terzo settore. L'ex ministro degli Interni Salvini ha tagliato i fondi e i bandi sono crollati. "Abbiamo chiesto ascolto al Comune - conclude Saccardi - i lavoratori sono onesti e qualificati".
Pochi giorni fa Francesca Danese, portavoce del Forum terzo Settore del Lazio, ha scritto una lettera sulle conseguenze del "fango sulla cooperazione che ha spianato la strada all'antipolitica: ma ancora vediamo gare a ribasso o andate a vuoto sui servizi alle persone, mentre si potrebbe attivare la co-progettazione".
di Don Francesco Soddu*
Il Riformista, 18 novembre 2019
Promuovere la stipula con i tribunali di convenzioni per svolgere lavori di pubblica utilità da parte di imputati maggiorenni, ai fini della concessione della messa alla prova e favorire così l'accettazione della funzione riparativa della misura: questo l'obiettivo del protocollo d'intesa firmato ieri dal Capo di Gabinetto, in rappresentanza del ministero della Giustizia, e dal presidente della Caritas Italiana S.E. mons. Carlo Roberto Maria Redaelli.
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