di Fabrizio Ferrante
Ristretti Orizzonti, 28 dicembre 2019
Ieri pomeriggio, 27 dicembre, i Radicali per il Mezzogiorno Europeo hanno inviato una delegazione a svolgere una visita nel carcere femminile di Pozzuoli. Ad accompagnare i Radicali, guidati dall'avvocato Raffaele Minieri, segretario dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo, la direttrice del penitenziario, Carlotta Giaquinto (già direttrice a Santa Maria Capua Vetere e Aversa) in carica dallo scorso febbraio, l'assistente capo coordinatore Di Falco e il commissario capo Salvati. I numeri della struttura parlano di 154 detenute in 109 posti di capienza regolamentare. Di queste una settantina sono definitive, vi sono poi numerose posizioni miste e detenute in attesa di giudizio oltre a sette detenute protette che sono in carcere per reati di particolare gravità come ad esempio contro bambini o minori. Il 15% delle ristrette a Pozzuoli sono di nazionalità straniera. Il carcere è composto da tre sezioni, tutte visitate dalla delegazione radicale oltre all'articolazione salute mentale che conta sette ristrette in otto posti. Anche l'articolazione salute mentale è stata oggetto della visita.
La prima sezione è occupata da 20 detenute più le sette protette e contiene sia definitive che ricorrenti; la seconda sezione ospita 68 detenute quasi tutte in attesa di giudizio mentre la terza contiene 46 detenute, tutte in via definitiva. Le celle ospitano da un minimo di quattro a un massimo di dieci detenute e dalla struttura assicurano il rispetto della sentenza Torreggiani, coi tre metri quadri calpestabili garantiti a ogni ristretta. Questo, tuttavia, non è apparso sempre lampante alla delegazione in particolare nella seconda sezione, quella più affollata. In tutte le celle sono presenti bagni in buone condizioni con docce in camera. Ogni reparto è fornito, nei corridoi, di un frigorifero nuovo e vi sono stanze per la socialità dotate di TV, divanetti, libri e calcio balilla. In tutto il carcere vige il regime delle celle aperte dalle ore 7 alle ore 18 ad eccezione delle detenute protette la cui cella è aperta in momenti diversi. Ci sono inoltre circa 20 detenute tossicodipendenti nei vari reparti (oltre ad alcune sieropositive) e sono prese in carico dal Sert, presente in struttura, anche se al momento non vi sono ristrette in trattamento col metadone. Dal Sert passano poi alla psicologa e alla psichiatra, anch'esse presenti nel carcere di Pozzuoli.
Se le detenute sono in sovrannumero rispetto alla capienza regolamentare, vi sono invece carenze di organico per quanto riguarda sia la polizia penitenziaria che gli educatori: la pianta organica degli agenti prevede infatti 135 presenze ma al momento ve ne sono in struttura 119. In particolare mancano ispettori e sovrintendenti. Dei primi ce ne sono tre laddove ne sarebbero previsti 15 mentre dei secondi se ne contano al momento cinque su 18. I commissari sono invece tre su altrettanti previsti dalla pianta organica. Quattro sarebbero gli educatori previsti ma al momento ce ne sono soltanto due. Sul versante della sanità, grande attenzione all'articolazione salute mentale dove sono presenti due Oss, un riabilitatore psichiatrico, un infermiere e due psichiatri. Le sette detenute nell'articolazione sono impegnate altresì in progetti (denominati "amo il verde") legati all'orto e alla floricoltura. Presenti in struttura, inoltre, altre figure mediche fra le quali una ginecologa, un radiologo, un dentista e un oculista. Il rapporto con l'Asl Napoli 2 è buono. Per quanto riguarda l'istruzione, sono 40 le detenute che vanno a scuola. Sono forniti corsi di alfabetizzazione, scuola media e biennio delle superiori mentre grazie a una convenzione con l'Università Federico II di Napoli, due detenute frequentano rispettivamente la facoltà di scienze erboristiche e quella di economia e commercio. Altre detenute, alla luce di una convenzione con la Vanvitelli, hanno seguito un corso di diritto penitenziario. Sul fronte lavoro, cinque detenute sono in articolo 21 (lavoro esterno). Due lavorano presso la cooperativa Le lazzarelle, impegnate nella produzione di caffè. Altre due seguono un corso di cucina da 600 ore presso la Mostra d'Oltremare, dalle ore 9 alle ore 17 mentre per far ripartire la sartoria, alla luce della fine della collaborazione con Marinella per la produzione di cravatte in uso alla polizia penitenziaria, è sul punto di nascere una start up con la creazione di un marchio per il quale alcune commesse saranno assegnate al carcere. Commesse sono inoltre già arrivate da un coro gospel per la creazione di alcune tuniche. Da gennaio, invece, quattro detenute saranno assunte dalla ditta Izzo per la rigenerazione di macchine per il caffè.
Numerose sono le attività che vengono offerte alle detenute nonostante una carenza di spazi all'interno dell'istituto. A gennaio sarà pronto un nuovo centro estetico per corsi di estetista e parrucchiera, c'è inoltre una biblioteca utilizzata sia per la lettura che per consentire alle detenute di studiare. Si tengono altresì corsi di musica, di teatro, di scrittura, di danza, di pilates, di decoupage, di sartoria, di ricostruzione delle unghie e altri ancora. Anche le detenute in articolazione mentale svolgono corsi di musica e solfeggio mentre nel periodo natalizio è stato allestito un presepe vivente che è stato anche aperto al pubblico. Vi è inoltre la chiesa e una boutique gestita dalla Caritas dove le detenute indigenti possono avere gratuitamente generi di prima necessità e vestiti. Un altro problema della struttura, oltre alla carenza di spazi, è quello dell'umidità che in alcune zone del carcere danneggia le pareti. Si registra inoltre una pressoché totale assenza del comune di Pozzuoli che non mostra interesse verso il carcere, al contrario invece di quanto fa il comune di Bacoli grazie al sindaco Giosi Della Ragione che si dimostra disponibile e presente. In programma ci sono alcuni protocolli d'intesa per progetti futuri. Un altro problema, comune anche ad altre carceri, è quello del sopravvitto gestito dalla ditta Saep. I prezzi sono infatti piuttosto alti e anche se il carcere cerca di tenerli sotto controllo non su tutto si riesce a ottenere il ribasso dei prezzi. Per quanto riguarda i colloqui, questi si svolgono su prenotazione tutti i giorni, la mattina dal martedì al sabato mentre il lunedì si svolgono di pomeriggio perché solitamente entrano in carcere i bambini dopo essere stati a scuola. La domenica mattina, invece, si organizzano altri colloqui coi bambini che vanno a trascorrere del tempo con le madri nell'area verde. In generale, l'impressione che la delegazione radicale ha tratto dalla visita e parlando con le detenute è che la gestione della direttrice Giaquinto sia volta al massimo impegno e ad offrire tante opportunità alle donne ospiti della struttura. Cosa che, hanno detto alcune detenute, non avveniva in passato. Come già riscontrato in precedenti visite in altre carceri guidate da Carlotta Giaquinto, insomma, si evidenzia ancora una volta l'ottimo lavoro e l'impegno messo in campo dall'attuale direttrice della casa circondariale femminile di Pozzuoli.
grandangoloagrigento.it, 28 dicembre 2019
La protesta dei detenuti: "Vogliamo parlare con il Prefetto". È stata questa la richiesta di alcuni detenuti del carcere Petrusa di Agrigento che, a cavallo tra Natale e Santo Stefano, hanno dato vita ad una protesta civile lamentando condizioni ormai davvero pesanti e, in particolare, l'assenza dei riscaldamenti e addirittura dell'acqua calda per potersi lavare. I detenuti alla fine hanno incontrato il capo della polizia penitenziaria che ha provato a trovare una soluzione nell'immediato. Una situazione che sta degenerando - quella all'interno del carcere Petrusa di Agrigento - testimoniata anche dai recenti sopralluoghi prima da parte di una delegazione dei Radicali e in seguito anche del Prefetto, del Procuratore Capo di Agrigento e, infine, del governatore Musumeci che ha definito "una vergogna" la struttura agrigentina. La Procura di Agrigento, in seguito ad alcune segnalazioni di detenuti ma anche della delegazione radicale, ha aperto un fascicolo d'inchiesta negli scorsi mesi.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 28 dicembre 2019
Il direttore del carcere, Prestopino: cerchiamo un'associazione che li faccia vivere almeno un po' lontani da qui. "In questi anni a Sollicciano ho visto tanti bambini piccoli vivere dentro il carcere. Ogni volta che li guardo negli occhi, da uomo e da padre provo un sentimento di pena e di pietà, sono bambini che non hanno alcuna colpa, pagano invece le colpe dei loro genitori e questo non è giusto. Questi bambini non dovrebbero crescere con forti limitazioni alla loro libertà".
Il direttore di Sollicciano, Fabio Prestopino, ne ha visti passare tanti di bambini all'interno del penitenziario che dirige da tre anni, tutti figli di madri detenute, arrestate perché hanno commesso reati. Attualmente sono quattro i bambini reclusi nel penitenziario fiorentino, come denunciato dalla visita in carcere dell'associazione Progetto Firenze il 24 dicembre.
"Raramente, durante il mio mandato, sono stati così tanti" afferma Prestopino. La legge dice che fino al terzo anno di vita i bambini possono restare in carcere assieme alla madre, ma questo significa privarli di un pezzo importante della loro libertà. "Questi bambini svolgono attività ludiche ed educative grazie all'associazione Telefono Azzurro, i cui operatori vengono quasi quotidianamente a Sollicciano fornendo un importante supporto alla genitorialità. Ma ovviamente crescono con profonde limitazioni: non possono andare al parco come gli altri bambini, non possono socializzare con i loro coetanei, non possono vedere i parenti".
Però una potenziale soluzione ci sarebbe, secondo il direttore del penitenziario. "Questi bambini vivono in carcere ma, a differenza delle loro madri detenute, possono uscire come e quando vogliono, ovviamente con il consenso della madre e accompagnati da persone esterne al carcere. Ecco perché sarebbe importante trovare qualcuno, penso magari a un'associazione, in grado di portare i bambini ogni mattina all'asilo nido, per poi riprenderli all'ora di pranzo o nel pomeriggio. In questo modo, questi bambini potrebbero vivere metà giornata, o anche più, lontano dal carcere, giocare coi loro coetanei, crescere in ambienti certamente più sani di quelli penitenziari".
Quello di Prestopino, suona come un appello: "Come direzione del carcere, ci mettiamo a disposizione per supportare volontari o associazioni serie che possano aiutarci a portare i bambini all'asilo nido, o magari semplicemente al parco, al fine di rendere meno difficoltosa e traumatica la loro crescita nei primi anni di vita".
Compito certamente non semplice, come spiega Sylke Stegemann di Telefono Azzurro: "Negli ultimi anni a Sollicciano la presenza dei bambini si è fatta più frammentata e flessibile, spesso le madri restano in carcere per pochi mesi e non è semplice inserire i piccoli all'asilo nido in così poco tempo, i bambini hanno prima bisogno di ambientarsi. Nel breve periodo, è più facile portarli fuori al parco, piuttosto che all'asilo".
Per migliorare la situazione dei bambini in carcere, dieci anni fa venne firmato l'accordo per la realizzazione dell'Icam, l'istituto a custodia attenuata per detenute madri a Rifredi, all'interno di una palazzina messa a disposizione gratuitamente dalla Madonnina del Grappa. Ma ancora oggi, a dieci anni dall'intesa, i lavori di messa in sicurezza e ristrutturazione non sono mai partiti. Dovrebbero partire però il prossimo anno per essere terminati entro due anni, assicurano dalla Società della Salute, che ha avuto l'incarico di gestire i lavori di ristrutturazione.
Una buona notizia, anche se quello dell'Icam è un progetto su cui sembra non esserci convergenza politica nelle istituzioni locali, ma sul quale la Regione ha già investito oltre 500mila euro. Un progetto su cui il direttore di Sollicciano si esprime con qualche remora: "Sarebbe un luogo probabilmente meno traumatico del carcere, ma l'Icam è comunque un luogo detentivo dove c'è il personale di polizia penitenziaria che sorveglia le detenute. Ho visitato personalmente l'Icam di Venezia e non l'ho trovato così molto differente dal carcere".
di Fabrizio de Feo
Il Riformista, 28 dicembre 2019
"Prescrizione senza fine? È come un ospedale con liste d'attesa infinite". Il successo della campagna promossa dalle Camere penali contro la riforma Bonafede. Le persone chiedono un'altra cosa: processi più brevi. Ha raggiunto oltre mezzo milione di persone in soli quattro giorni la campagna social dell'Unione camere penali italiane contro il provvedimento della nuova prescrizione che entrerà in vigore dal primo gennaio. I post con vignette e "meme" che sintetizzano gli effetti pratici della nuova legge hanno fatto il giro delle pagine Facebook e Instagram ricevendo l'endorsement di migliaia di persone.
Il verdetto è chiaro: dall'analisi delle interazioni dei social media il rapporto tra chi si schiera contro la nuova legge è di sei volte superiore rispetto a chi invece la approva, e il tema si dimostra caldo tanto che un like non basta a esprimere il dissenso. Sono migliaia le persone che hanno lasciato commenti contrari alla nuova legge giudicata iniqua e troppo garantista nei confronti dello Stato, a discapito delle vittime e degli imputati che diventano automaticamente colpevoli "fino a prova contraria", l'esatto ribaltamento di quanto dice la legge.
Lo dice Michele R., che in commento a un post scrive: "Adesso tutti noi siamo passibili di processo eterno, il bello è che qualcuno è pure contento. Beata ignoranza", e lo sottolinea anche Pierfrancesco C.: "Mi dici che impatto rieducativo ha una pena da scontare venticinque anni dopo i fatti? E che giustizia sarebbe tenere un cittadino imputato a vita, senza prescrizione, praticamente ostaggio della magistratura?".
C'è poi chi non nasconde di aver passato dei guai pur essendo innocente, e porta la sua testimonianza in risposta a chi invece sostiene la nuova legge: "Sei mai stato accusato ingiustamente di un reato, senza averlo mai commesso? Credi che sia così difficile? A me carpirono l'identità per fare delle truffe a parroci dell'Alto Adige. Un cliente mi ha accusato di appropriazione indebita per coprire i suoi mancati versamenti delle tasse", scrive Dani P. Chiude la discussione Salvatore M.: "Colpevoli o innocenti non si può tenere sotto processo una persona a vita, piuttosto che prolungare la prescrizione sarebbe meglio definire la durata dei processi, perché non mi dite che dopo due o tre anni di indagine non si può definire se una persona è colpevole o innocente".
Su Twitter interviene Giancarlo L.: "La cancellazione della prescrizione è il punto più basso a cui ci sta portando il populismo - scrive - corrisponde all'idea che chiunque è colpevole, basta avere abbastanza tempo per dimostrarlo e anche un innocente è solo un colpevole processato male e quindi va ri-processato fino alla Verità".
Oltre ai post, condivisi e commentati centinaia di volte, ci sono anche i commenti a riscuotere like e approvazioni. Uno dei record appartiene ad Alberto M. (104 "mi piace") che sul post "La prescrizione senza fine? È come un ospedale con liste d'attesa interminabili", commenta: "È la soluzione più facile, che procura più consensi elettorali e perché è l'unica di cui è capace chi attualmente ci governa. L'altra. quella più corretta, ma anche più difficile da attuare, sarebbe quella di fare in modo che tutti (o quasi) i procedimenti terminassero in tempi "umani", in modo da non oltrepassare gli attuali termini di prescrizione. Così facendo. il problema si sarebbe risolto senza necessità di modificare la norma sulla prescrizione".
Ci sono comunque voci che si pongono a favore della nuova legge, come dice Francesco F.: "La legge sulla prescrizione finalmente eviterà che molti processi finiscano senza colpevoli! È successo tantissime volte e stranamente a salvarsi dalle condanne sono stati i nostri politici". Ma sono in molti a rispondergli, come Enrico C.: "Togliere la prescrizione senza stabilire una data certa per chiedere un processo vuole dire imputare a vita... con tutti i costi che ci vanno dietro".
di Melania Tanteri
livesicilia.it, 28 dicembre 2019
E da riorganizzare, per rendere più efficace l'istituzione stessa, la detenzione, in Italia immaginata per riabilitare. Una funzione che al momento è quasi smarrita, stando alle parole di Domenico Nicotra, segretario generale aggiunto dell'Osapp, sindacato di polizia penitenziaria, animatore di tante proteste per accendere i riflettori su ciò che avviene, veramente, dietro gli alti muri di cinta di carceri e case di reclusione. È lui ad appellarsi al presidente Musumeci e a descrivere una realtà come quella catanese con alcune luci e molte ombre.
"La provincia di Catania è importante ma talvolta viene sottovalutata - afferma. C'è, ad esempio, a Giarre, l'istituto nato per le misure che sembra lì, quasi morente. È una casa circondariale per tossicodipendenti, potrebbe essere un fiore all'occhiello e invece lo stanno facendo morire. All'interno si svolgono poche attività e poi è sottodimensionata: avrebbe bisogno di 40 agenti e ce ne sono appena 20. La situazione è gravissima e non ci sono quasi detenuti. Ma la struttura va comunque gestita".
Un altro istituto da ripensare, secondo Nicotra, è Bicocca, dove c'è anche una sezione per minori (l'altro istituto minorile è ad Acireale). "Una vecchia proposta voleva accorpare la sezione minorile di Bicocca a quella di Giarre per fare una grande sezione per minori, mentre a Bicocca si sarebbe potuta aprire la sezione femminile che c'è solo a Piazza Lanza, ma è piccolina, e non c'è per la semilibertà, per le misure alternative. Invece non se n'è fatto più nulla. Ad Acireale ci sono pochi detenuti, massimo dieci, e la struttura è in affitto - prosegue - insomma, lo Stato paga".
Tutti istituti che secondo il sindacalista andrebbero accorpati in un'unica struttura. "Il tema più importante è la riorganizzazione delle strutture - sottolinea.
Nella regione abbiamo 28 strutture: ho richiesto di riorganizzarle e chiuderne alcune, come Favignana o Piazza Armerina. E nel frattempo riorganizzare quelle di Catania. Con risorse meno dispese si dà un servizio migliore". E i numeri confermerebbero le parole di Domenico Nicotra. "Nell'amministrazione penitenziaria abbiamo le stesse risorse, lo steso organico che c'è in Lombardia - afferma: 5.000 agenti, 6.000 detenuti ma ci sono 19 istituti. In Sicilia abbiamo 6.000 detenuti, 4 mila agenti ma 28 istituti. Alla fine, al Nord sono più efficienti perché hanno accorpato alcune strutture".
Nello specifico, ogni carcere o casa circondariale soffre di sovraffollamento della popolazione detenuta e, al contrario, di mancanza di personale. Tutto questo si traduce in assenza di attività che vadano oltre la normale vita detentiva. "Piazza Lanza è affollata - continua Nicotra: in questo momento ha circa cento detenuti in più. È una struttura che però, in questo momento, è la migliore in Italia perché, pur essendo sottodimensionata nell'organico e affollata, è ben organizzata grazie a un direttore e a un comandante del personale capaci.
Per questo, attualmente, non è alle cronache. C'è una grave carenza di personale che speriamo il ministero colmi, ma al momento si mantiene in buon equilibrio. Qui c'è il 70 per cento del personale previsto. Abbiamo 230 persone di cui 80 sono fuori, distaccate in altri posti. Sono previsti 330. E il personale lavora con grande spirito di sacrificio, ma sono motivati molto".
Diversa la situazione di Bicocca. "La struttura è fuori da ogni regola - tuona: sono previste 200 unità compreso il nucleo traduzioni, ed è un istituto ad alta sicurezza. Ci sono 200 detenuti circa, su una capienza di 300 ma mezzo istituto è chiuso per manutenzione. E ci vorrebbero altri cento agenti, come a piazza Lanza. La Costituzione, all'art 27, prevede il reinserimento e la riabilitazione per i carcerati - continua - ma l'attuale situazione si traduce in assenza di tuto questo. Tutto diventa più difficile. Un istituto come Piazza Lanza ha numerose attività lavorative: dentro fanno tantissime cose, fanno lavori veri. A Bicocca fanno piccole manutenzioni, non ci sono grandi attività".
Un sistema che andrebbe ripensato anche per mitigare le ricadute negative di una situazione talvolta critica. "Molto di quello che c'è di buono non si legge mai sul giornale. Non si parla di quello che c'è in carcere, del lavoro per esempio, ma soprattutto non si parla di quello che non c'è. Si finisce sul giornale solo se viene scoperto un telefonino, se c'è un'aggressione. E invece, la popolazione detenuta deve cominciare a poter pensare che in carcere può fare attività sociali vere. Fuori. E creare dentro alternative lavorative che possano creare un mestiere. In gran parte degli istituti non si fa, quando si fa, vedi piazza Lanza, è poco. Questo sarebbe riabilitazione".
In un quadro come questo, a tinte fosche, è l'agente penitenziario, spesso, a rischiare di più. "Un detenuto chiuso in gabbia per 24 ore, quando esce per l'ora d'aria può avere delle reazioni pericolose - evidenzia Nicotra. Ci sono pochi educatori e pochi assistenti sociali. Il vero educatore a volte è il poliziotto. Quello che sta più vicino ma che spesso rischia la vita perché non è preparato a svolgere determinati compiti. Quando qualcosa va storto finiamo sul giornale. Per il caso Cucchi, ci hanno massacrato per dieci anni e poi si è scoperto che la polizia penitenziaria non c'entrava nulla. Paradossalmente, chi parla bene della polizia penitenziaria, sono i detenuti che hanno avuto ed effettivamente partecipato a un percorso rieducativo. Questo personale è costretto poi a fare turni estenuati per uno stipendio che arriva a 1.800 euro con tutti gli straordinari e i notturni".
Da qui la richiesta alla Regione. "Il presidente Musumeci deve farsi portavoce della riorganizzazione delle carceri presso lo Stato e riorganizzare il sistema per spendere meglio le nostre energie. E poi dividere carcere di massima sicurezza da quelli dove fare attività lavorative".
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 28 dicembre 2019
Chi è il magistrato più brillante e coraggioso del reame? Davanti a quale eccellentissima toga
dovrà inchinarsi la balbettante politica che non riesce più a risolvere i problemi o quella, ancora più nefasta, che ostenta le manette come rimedio contro ogni male e contro ogni ingiustizia? Sul piazzale degli eroi si è affacciato l'altro ieri Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, che non ha fatto mistero della sua ambizione: pretende un piedistallo come quello che toccò in vita a Giovanni Falcone, il giudice che portò alla sbarra i sanguinari corleonesi di Totò Riina; e chiede una protezione straordinaria, comunque non inferiore a quella che il ministero dell'Interno assicura ad Antonino Di Matteo, il pubblico ministero che nell'aula bunker di Palermo ha svelato il mysterium iniquitatis della trattativa tra i boss di Cosa nostra e alcuni organi deviati dello Stato, che ha sfidato il Quirinale di Giorgio Napolitano, che ha scavato nel doppiofondo delle verità ufficiali, che per cinque anni ha martellato col suo estremismo la Corte d'Assise, che ha difeso finché ha potuto le patacche di Massimo Ciancimino, che ha scritto libri, tanti libri, uno sui collusi e un altro sul patto sporco, che non s'è persa una intervista né un talkshow e che oggi, manco a dirlo, sente di essere il bersaglio preferito delle cosche, l'uomo più minacciato d'Italia.
Ma anche Gratteri sente sul collo il fiato selvaggio della minaccia mafiosa. Ha sostenuto che i boss della 'ndrangheta gli hanno lanciato non pochi avvertimenti e che le sue paure - tutte legittime, tutte sacrosante - non potranno non toccare livelli estremi ora che, in un colpo solo, ha trascinato in galera oltre trecento boss della Calabria e ha chiuso la sua mastodontica inchiesta con numeri da capogiro: 416 indagati, un'ordinanza di custodia cautelare lunga 13.500 pagine, cinque milioni di fotocopie, da consegnare agli arrestati, stampate in gran segreto in un'altra città del mondo e fatte arrivare con camion blindati per evitare fughe di notizie: perché si sa che non c'è boss che non abbia i suoi confidenti tra le forze dell'ordine e non c'è picciotto che non sia in grado di corrompere uno sbirro, un appuntato, un maresciallo.
Bisognava sentire, nel giorno della conferenza stampa, con quanto orgoglio e quanto compiacimento il procuratore capo Gratteri ha illustrato al Paese - sì, al Paese: perché la 'ndrangheta da tempo non è più un fenomeno regionale - i grandi numeri della retata. C'erano, nel suo linguaggio furori che a tratti richiamavano il poliziotto di Graham Greene e il suo inno spocchioso all'onnipotenza della legge: "Possiamo impiccare più gente di quel che i giornali ne possano pubblicare", urlava.
Ma il punto di riferimento restava Falcone, il magistrato antimafia per eccellenza, l'uomo che nel febbraio del 1986 consegnò alla giustizia i mammasantissimi di cui Palermo, regia e conventuale, non osava nemmeno pronunciare i nomi: da Michele Greco, detto "il papa", a Luciano Liggio, col suo sigaro storto; da Totò Riina, il capo dei capi, a Pippo Calò, che era stato il mestolo di ogni pentolone di sangue e violenza. E poi c'erano i pentiti, quelli che sbriciolavano nelle udienze ogni presunzione degli avvocati di difesa: c'era Tommaso Buscetta, arrestato in Brasile e arrivato in Italia col piglio di un angelo sterminatore, e c'era Totuccio Contorno, un killer che altri killer hanno tentato a tutti i costi di ammazzare prima della sua deposizione davanti alla Corte presieduta da Alfonso Giordano.
Certo, nella retata di Catanzaro non c'erano nomi che potessero raffrontarsi, per calibro e ferocia, ai 475 imputati che Falcone aveva costretto a recitare sul palcoscenico della disfatta, in un'aula bunker fatta costruire apposta dentro le mura dell'Ucciardone. Ma i numeri sì, quelli c'erano. E Gratteri li ha calati tutti sul tavolo a suggello della sua personalissima epopea: "Questa indagine - ha detto - è la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo".
I numeri e nulla più, comunque. Falcone non cedeva a suggestioni simili a quelle che attraversano "Il potere e la gloria" di Graham Greene. Non dava credito a metafisiche banali e perdenti, come quella del cosiddetto terzo livello che ipotizzava un tavolo ovale nel quale sedevano e complottavano uomini di Cosa nostra e ras della politica. Non amava scorciatoie facili e giudiziariamente sterili: quando Giuseppe Pellegriti, un pentiticchio di terz'ordine, gli propose chissà quali rivelazioni per incastrare Salvo Lima, pro console di Giulio Andreotti in Sicilia, il magistrato palermitano capì che era una polpetta avvelenata e incriminò Pellegriti per calunnia.
Poteva uscirne con la testa cinta da alloro e avrebbe fatto felice Leoluca Orlando, il sindaco populista che tiranneggiava allora su un'antimafia chiodata, quella che sputacchiava pure sulla ragionevolezza mite di Leonardo Sciascia. Invece Falcone preferì la via della verità. E, stoicamente, accettò addirittura gli sfregi di Orlando che, con la tracotanza di un predicatore gesuita, lo accusò persino - roba da pazzi - di tenere le prove nascoste nei cassetti. Ma Falcone non aveva la mistica della toga. Non credeva nella missione salvifica della magistratura. Sosteneva semplicemente che la mafia, come tutte le cose del mondo, ha un inizio e una fine e che per combatterla basta raccogliere prove e testimonianze capaci di reggere in dibattimento: perché un mafioso che la fa franca dopo essere stato inquisito è una sconfitta non solo per il magistrato che ha istruito l'inchiesta ma anche e soprattutto per lo Stato.
Il procuratore Gratteri, a differenza del giudice simbolo dell'antimafia, crede che un'inchiesta giudiziaria, indubbiamente portentosa come quella che lui ha firmato, possa contribuire a salvare il mondo; o, quantomeno la sua regione: "Il giorno del mio insediamento - ha tenuto a precisare nel giorno della conferenza stampa - ho pensato di smontare la Calabria come un treno Lego e poi rimontarla, piano piano".
Era la sottolineatura che, a suo avviso, avrebbe dovuto accendere, attorno alla retata, il consenso del mondo politico, gli applausi della società civile e i titoloni sulle prime pagine dei giornali. Tutte cose che non sono arrivate; o sono arrivate in maniera ridotta, sbiadita: non con i colori lucenti e smerigliati che abitualmente accompagnano un'impresa eroica e straordinaria, ma con quelli smunti e appannati dell'ordinaria amministrazione. Gratteri c'è rimasto male. Non solo se l'è presa con la stampa e la sua scarsa sensibilità, ma ha anche lanciato sospetti pesanti, pesantissimi contro il potere che da sempre, vada da sé, isola e perseguita chi, come lui, rischia ogni giorno la vita per ripulire la propria terra da ogni nefandezza, da ogni collusione, da ogni intrigo, da ogni corruzione. È la teoria della trama oscura. All'interno della quale ha trovato degna collocazione anche il veto con il quale Giorgio Napolitano bloccò, dal Quirinale, proprio la nomina di Gratteri a ministro Guardasigilli del governo Renzi.
È il vittimismo di Stato. Un vittimismo che per un capriccio del destino si ingrotta, serpigno, nella mente di molti magistrati coraggiosi. Ricordate quando Antonio Ingroia dall'alto del suo strapotere alla procura di Palermo credette non solo di intercettare Napolitano nel suo ruolo, costituzionalmente protetto, di presidente della Repubblica; ma spacciò poi come un complotto di palazzo la sentenza inappellabile della Consulta che imponeva al capo della procura palermitana di distruggere immediatamente le bobine?
Anche Di Matteo ha ostentato - come Gratteri, come Ingroia - il suo vittimismo di Stato. Anche lui era accucciato dietro la porta di via Arenula, sicuro del fatto che Beppe Grillo avrebbe aperto da lì a poco il lucchetto per nominarlo ministro della Giustizia. Ma le cose sono andate poi diversamente ed è difficile, ora che il successo della Trattativa si sfarina sempre più nei processi d'appello, mantenere alto il livello delle ambizioni. Tuttavia, piaccia o no, è lui il magistrato coraggioso che ancora troneggia nel piazzale degli eroi.
Lo hanno elevato sul piedistallo più ardito i cento comuni che gli hanno conferito la cittadinanza ordinaria, le associazioni - dalle Agende rosse alla Scorta Civica - che lo accompagnano nei pellegrinaggi del fervore anti-mafioso, il suo giornaletto di riferimento che ogni giorno lo osanna con otto titoli in homepage, i colleghi che due mesi fa lo hanno eletto al Consiglio superiore della magistratura come interprete fedele della linea dettata da Piercamillo Davigo, l'ex pm di Mani pulite che la tv ha trasformato in un Sommo Sacerdote di Giustizia.
Gratteri ne ha ancora strada da fare. La Trattativa era una boiata pazzesca ma la Corte, con i suoi giudici popolari, ci ha creduto; e dopo un processo durato cinque anni ha emesso una sentenza che condanna a 12 anni di carcere non solo due boss sopravvissuti al 41bis come Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, ma pure due alti ufficiali dei carabinieri, che tentarono, al tempo delle stragi, di arginare il fiume di sangue: Mario Mori e Antonio Subranni. Il trenino Lego che il procuratore di Catanzaro ha tenacemente e meritoriamente smontato ha ancora da toccare parecchie stazioni: deve affrontare il tribunale del riesame, il rinvio a giudizio, il processo di primo grado. Quanti saranno i colpevoli e quanti gli innocenti? Il piazzale degli eroi non è proprio dietro l'angolo.
di Stefano Folli
La Repubblica, 28 dicembre 2019
La storia del processo penale infinito, reso tale dalla scelta di sospendere senza limiti la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, è tipicamente italiana. Nel senso che in materia tutti possiedono uno spicchio di ragione e una porzione di torto, ma quasi sempre declinati nei modi sbagliati.
La Nazione, 28 dicembre 2019
In carcere si producono "Reati di gola" per "una buona formazione da potere spendere all'esterno". Lo afferma la direttrice Maria Cristina Morrone. Marmellate, verdure sottolio e succhi di frutta: questa la produzione del nuovo laboratorio di trasformazione alimentare inaugurato nella casa circondariale di Massa Marittima (Grosseto).
Dodici i detenuti coinvolti, su circa sessanta persone recluse nell'istituto penitenziario, in un percorso formativo di alta specializzazione. A fornire le materie prime le aziende agricole locali della realtà associativa Pulmino Contadino. Tutti i prodotti avranno l'etichetta "Reati di gola", brand creato dagli stessi detenuti che hanno già lavorato in aula con più esperti, sia per la comunicazione e grafica che per la parte alimentare, nutrizionale e biologica oltre che di cucina.
L'obiettivo è dare ai detenuti una "una buona formazione da potere spendere all'esterno", ha spiegato la direttrice del carcere, Maria Cristina Morrone, che ha anche ringraziato Carlo Mazzerbo da cui ha ereditato il progetto insieme al passaggio di consegne alla direzione del carcere. Coinvolti nel progetto anche "Slow Food" condotta Monteregio, attiva nel carcere dal 2006, e la sede di Follonica del Cpia 1 Grosseto, il Centro per l'istruzione degli adulti che ha aggiunto nel programma formativo scolastico il progetto che collega l'istruzione alla formazione e quindi al lavoro. L'iniziativa ha avuto anche il contributo del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali insieme alla Regione Toscana, poiché vincitrice del bando regionale per il terzo settore del 2018.
La Repubblica, 28 dicembre 2019
Il fatto segnalato anche da ambienti sanitari. Avvertiti i ministri di Difesa, Giustizia e Salute. Conferenza stampa con Ilaria Cucchi. Avrebbe "impedito al personale sanitario del 118" di dare le cure necessarie ad une persona in stato di arresto in una caserma del Ferrarese. Per questo motivo la Cgil di Ferrara, secondo quanto riferito dal segretario ferrarese Cristiano Zagatti, ha denunciato un ufficiale dei carabinieri in servizio nella provincia di Ferrara. Secondo la denuncia il militare avrebbe impedito ai sanitari "di prestare le dovute cure ad una persona in stato di arresto trattenuta in caserma a Copparo".
Il sindacato ha sottoposto l'episodio anche all'attenzione dei ministri della Difesa, della Giustizia e della Salute, al comandante generale dell'Arma dei Carabinieri e al Garante nazionale dei detenuti. Il fatto risale a settembre e riguarda un cittadino italiano che era in custodia nella caserma della cittadina della provincia di Ferrara. L'uomo, secondo la denuncia, era bisognoso di cure e i sanitari del 118, una volta arrivati, non sarebbero stati messi nelle condizioni di operare. La persona interessata non avrebbe riportato gravi conseguenze. Prima della denuncia presentata dalla Cgil, una segnalazione del fatto sarebbe partita anche da ambienti sanitari. Ulteriori dettagli della vicenda saranno illustrati domani, in una conferenza stampa convocata alle 11 alla Camera del lavoro di Ferrara, alla quale parteciperà Ilaria Cucchi.
recensione di Cecilia Pagella
sistemapenale.it, 28 dicembre 2019
Un potente e triste ritratto del sistema penale americano, in un romanzo dal successo internazionale. Einaudi Editore, 2019. Romy Hall fa la spogliarellista al "Mars Room", un night scalcagnato in cui "se non sei incinta di cinque o sei mesi, sei la reginetta della serata"; ha un figlio, Jackson, di cinque anni, e, alle spalle, un'infanzia mancata, una giovinezza prematura di indigenza, droga e abbandono, accanto a una madre burbera e depressa, in una San Francisco nebbiosa, sordida e punteggiata di lunghe file di case tutte uguali, "senza bandiere arcobaleno, poesia Beat o strade ripide e tortuose". Kurt Kennedy è un veterano di guerra disabile, cliente del Mars Room e ossessionato persecutore di Romy; lei fugge a Los Angeles per allontanarsi da lui ma, proprio quando crede di esserci riuscita, se lo ritrova seduto nel portico della sua nuova casa. Arrabbiata ed esausta, Romy aggredisce l'uomo che, paralizzato dalla propria disabilità, non è nemmeno in grado di reggersi in piedi, e lo massacra a sprangate.
Romy non può permettersi un avvocato di fiducia, perciò gliene viene assegnato uno d'ufficio, disperatamente incompetente e oberato di lavoro, che la incontra per la prima volta in udienza; l'accusa insiste sull'irrilevanza degli atti persecutori e sulla totale inoffensività di Kennedy dovuta al suo handicap, e la giudice non ammette le prove dello stalking: l'imputata viene condannata a due ergastoli, che sconterà nella prigione di Stanville.
Finisce così la vita libera di Romy, e ne inizia una nuova, che della prima non conserva che la nostalgia, di Jackson, in primo luogo, rimasto completamente solo in un mondo ostile; una vita da trascorrere tra le mura del carcere: un edificio circondato da una recinzione elettrica, dotato di un quadratino di cemento circondato da filo spinato in cui le detenute trascorrono la loro ora d'aria, un luogo disciplinato da assurdi divieti, popolato da persone spesso analfabete e segnate da un passato da incubo, che si fingono dislessiche per poter godere delle poche tutele assicurate agli americani disabili, in cui pochissimo spazio è concesso alla solidarietà e all'amicizia. Unico bagliore di speranza nella vita di Romy è Gordon Hauser, un benintenzionato insegnante di lettere che le passa libri e le regala l'illusione di poter essere per lei un ponte verso il mondo esterno. Incapace di accettare l'esistenza che le è stata inflitta, Romy decide di tentare un'impresa mai riuscita a nessuna delle detenute di Stanville: l'evasione.
Mars Room è un atto d'accusa a tutti gli attori della tragedia del processo penale: gli avvocati della difesa che, animati esclusivamente dalla logica del profitto, rifiutano ai poveri il diritto a difendersi; i sostenitori dell'accusa a tutti i costi, che trascurano la giustizia in favore di un'interpretazione formalistica delle norme; i giudici inermi di fronte alla manifesta disparità delle armi nei casi di processi a carico di appartenenti alle fasce più svantaggiate della popolazione. È un potente, tristissimo ritratto del carcere, come luogo di isolamento, annientamento dell'identità e privazione della speranza, albergo di persone quasi sempre poverissime, per nulla istruite, tossicodipendenti, vittime, a loro volta, di un'esistenza di abusi e privazioni, adatto, forse, a rimuovere dalla vista delle "persone per bene" i prodotti delle diseguaglianze economiche e sociali, ma, evidentemente, non a svolgere quel compito che le Costituzioni gli assegnano: restituire alla società persone migliori.
- Prigionieri", di Valerio Bispuri. Scene di vita quotidiana dietro le sbarre, in bianco e nero
- "Il giudice e il camorrista", di Francesco Cascini
- Perugia. Un laboratorio di cucito per detenuti nel carcere di Capanne
- Campania. "Cure negate ai minori in comunità"
- Fumus legislationis: se a legiferare sulla cannabis è la Cassazione, qualcosa non torna









