agensir.it, 20 novembre 2019
Prende il via il 22 novembre, alle ore 15,30, il 1° corso per arbitri di calcio Us Acli 2019/20, che, grazie al progetto "Lo sport generAttore di comunità" finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, verrà aperto anche a 5 detenuti ospiti dell'Isola Solidale, struttura che - grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000 - ospita persone che hanno commesso reati per i quali sono state condannate, ma che si trovano agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena, si ritrovano prive di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica.
Il programma del corso per i detenuti - tenuto dal responsabile della formazione arbitrale calcio e calcio a 5 dell'Us Acli Roma, Francesco Paone - prevede 13 lezioni al termine delle quali si terranno gli esami orali e scritti: coloro i quali risulteranno idonei alle prove d'esame effettueranno delle prove pratiche che consisteranno nella direzione di gare di calcio a 5, calcio a 8 e calcio a 11.
Il progetto "Lo sport generAttore di comunità", che vede come capofila il Centro nazionale sportivo Libertas e come partner l'Us Acli, ha l'obiettivo di strutturare interventi efficaci e duraturi favorendo, attraverso lo sport, il miglioramento delle condizioni di vita dei soggetti in esecuzione di pena e il loro reinserimento sociale e lavorativo.
Inoltre, questa iniziativa si pone in continuità con gli interventi avviati in collaborazione con gli istituti penitenziari anche a seguito del protocollo firmato dall'Us Acli con il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (ottobre 2016), per sviluppare programmi motori, sportivi e formativi utili al periodo detentivo, al percorso rieducativo e al reinserimento sociale.
"Da anni lavoriamo insieme all'Isola Solidale - spiega Luca Serangeli, presidente dell'Unione sportiva delle Acli - a partire dal torneo delle parrocchie San Giovanni Paolo II e questo corso per arbitri è un ulteriore passo in avanti nel progetto che ci vede impegnati nelle attività di recupero e di reinserimento delle persone detenute".
"Grazie all'Us Acli di Roma - racconta Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale - siamo riusciti attraverso lo sport ad abbattere ogni barriera legata al pregiudizio offrendo ai nostri ospiti la possibilità di iniziare un nuovo percorso riabilitativo partendo da fatti concreti come i tornei di calcio e ora il corso per arbitri".
di Simona Musco
Il Dubbio, 20 novembre 2019
la Garante di infanzia e adolescenza: "Il mondo di oggi non è lo stesso di 30 anni fa e ciò comporta nuovi bisogni, nuove esigenze e nuove vulnerabilità e, quindi, nuovi diritti dei bambini". Lo ha sottolineato con forza Filomena Albano, Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza aprendo il convegno "Nuove sfide per l'infanzia e l'adolescenza a 30 anni dalla Convenzione Onu". Anniversario che si celebra oggi, 20 novembre.
Trent'anni dopo la rivoluzione della Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, è il momento di un "Child Act", che metta insieme tutti gli interventi necessari per rendere i diritti dei minori davvero diritti "in crescita". Un atto formale che stabilisca i livelli essenziali delle prestazioni, il rispetto della forma del giusto processo, con la presenza di un avvocato dei minori, e un welfare per l'infanzia, in grado di combattere la denatalità e l'emergenza educativa.
Al netto delle polemiche a volte sterili e, soprattutto, disinformate sui presunti "sistemi", come quello Bibbiano, che, dicono gli esperti, "non esiste". Spunti che sono venuti fuori dai tavoli di lavoro organizzati dal Garante nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, Filomena Albano, in occasione dei 30 anni della Convenzione, firmata il 20 novembre del 1989. Ma il mondo di oggi non è lo stesso di 30 anni fa e ciò comporta nuovi bisogni, nuove esigenze e nuove vulnerabilità e, quindi, nuovi diritti. "Tra essi ricordo il diritto dei bambini a non essere lasciati soli, a non dover assistere a discussioni o litigi tra genitori, a coltivare i propri sogni e a realizzarli, a utilizzare in modo consapevole e sicuro i nuovi media digitali", ha sottolineato Albano. Diritti in crescita, dunque, ovvero da interpretare in chiave evolutiva, partendo dal concetto base della prevalenza del superiore interesse del minore.
"Oggi i servizi all'infanzia e all'adolescenza non rispettano standard minimi uguali per tutti", ha spiegato Albano, che ha proposto quattro livelli essenziali delle prestazioni: mense scolastiche per tutti i bambini delle scuole dell'infanzia, posti di nido autorizzati per almeno il 33% dei bambini fino a 36 mesi, spazi-gioco inclusivi per i bambini da zero a 14 anni e una banca dati sulla disabilità dei minorenni. "Dobbiamo garantire che i diritti siano realizzati per tutti, non uno di meno".
La rivoluzione epocale segnata dalla Convenzione, ha sottolineato Licia Ronzulli, presidente della Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, è quella di aver reso i bambini soggetti di diritti e non più oggetti di tutela. Ma le norme, in Italia, sono ancora carenti. Ed è dimostrato dalla fotografia dell'Istat, secondo cui 1,26 milioni di bambini vivono in povertà assoluta, in termini di mezzi di sostentamento ma anche di povertà educativa.
E la soluzione è "un vero welfare per l'infanzia", ha sottolineato. A sottolineare l'esigenza di considerare il sistema infanzia come unico e integrato al sistema economico è stato il presidente del Consiglio nazionale forense, Andrea Mascherin. Che ha ricordato come non esistano riserve di competenza all'interno del mondo dell'infanzia.
"Il processo minorile ha bisogno di interventi modificativi - ha sottolineato. Un sistema che vede un soggetto di diritti, il minore, al centro del processo, con la garanzia di una voce autonoma e indipendente: il difensore del minore. Questo manca in maniera chiara". L'avvocato del minore, ha spiegato Mascherin, garantisce infatti soggettività, autonomia e indipendenza di difesa. E "serve un procedimento che più si avvicini alle regole del contraddittorio e del giusto processo", ha aggiunto.
di Marta Bellingreri
L'Espresso, 20 novembre 2019
Armi chimiche, bombe sulle ambulanze, favori all'Isis che ha moltiplicato gli attacchi. Rapporto dal fronte siriano di cui non si parla più. A distanza potrebbe sembrare uno dei tanti tel. In arabo significa collina e, dai tel che caratterizzano quest'area, prendono il nome molte cittadine della zona di confine tra Siria e Turchia, come Tell Abiad o Tell Tamer. Ma quella che si scorge sulla strada all'orizzonte non è affatto una collinetta. È una montagna. Una montagna di fumo nero che domina tutto il paesaggio circostante.
Il fumo nero più scuro e denso proviene dai copertoni bruciati apposta per oscurare lo spazio aereo. L'apparente calma dei pascoli, dei bambini che giocano tra le pecore in villaggi minuscoli sulla strada, è scossa dall'immagine di un soldato delle Forze siriane democratiche (Sdf nel suo acronimo inglese) che punta il fucile a una capra solitaria per chiederle di spostarsi da un check-point, l'ultimo prima della rotonda di Tell Tamer.
Le segnaletiche in alto indicano a caratteri cubitali: Aleppo 325 km, Raqqa 180 km, Ras al-Ain 35 km. L'unica indicazione che manca è quella già annunciata dalla montagna di fumo nero: otto chilometri dal fronte della battaglia. E alle nove, puntuali dopo qualche ora notturna di pausa, cominciano i bombardamenti turchi.
Lo scorso 9 ottobre la Turchia ha iniziato l'operazione denominata "Sorgente di Pace" nel nord-est della Siria, attacco contemporaneo a - e incoraggiato da - il ritiro delle truppe statunitensi che hanno supportato le Sdf nella lunga battaglia contro l'Isis. La violenza, i crimini e il progetto di ingegneria demografica dell'incursione di uno stato membro della Nato, la Turchia per l'appunto, e dei suoi alleati siriani, gruppi jihadisti riuniti ora sotto il nome "Esercito nazionale siriano" ricorda molto l'occupazione della provincia di Afrin, nel nord-ovest del paese, all'inizio del 2018.
I combattimenti e bombardamenti ancora in corso non fanno pensare a una fine vicina. Sempre nel nord-ovest della Siria distrutta da otto anni di guerra, le bombe del regime siriano coadiuvato dall'aviazione russa colpiscono invece - e da altrettante settimane, oltre che da mesi, anni - la provincia di Idlib, l'ultima roccaforte dei gruppi ribelli dove vivono tre milioni di persone.
Jamila ha passato un'altra notte insonne. Fuma una sigaretta dietro l'altra e sorseggia un caffè al sole sul tetto dell'ospedale. Nell'altra mano, il telefono e il walkie-talkie in attesa delle chiamate di emergenza. Il rumore delle esplosioni e il fumo nero fanno da sfondo alla sua colazione in piedi.
"Siamo stati vicino al fronte a soccorrere feriti fino alle tre di notte e poi ci siamo dovuti nascondere perché siamo uno dei target dei bombardamenti". Jamila Hemê è la coordinatrice medica dell'ospedale Lêgerîn della Mezzaluna Rossa Curda di Tell Tamer, una cittadina che prima dell'attacco contava circa 50.000 abitanti, per la maggior parte assiri cristiani già scappati tra il 2013 e il 2015 con le incursioni di Jabhat al-Nusra e dell'Isis. Ha uno sguardo profondo e combattivo incorniciato da capelli neri come la pece.
L'ospedale in cui ormai dorme da un mese, costruito grazie al contributo della campagna di crowdfunding "Un ospedale per il Rojava" della onlus Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia e al sostegno di Un ponte Per, organizzazione italiana presente nel nord-est della Siria da quattro anni, è intitolato alla dottoressa argentina che è morta in un incidente stradale lavorando per la ricostruzione di un sistema di salute pubblico nell'area.
Non ha finito il primo dei tanti caffè né il racconto della giornata precedente, quando arriva all'improvviso la chiamata: si lancia dal tetto alle scale e dalle scale alla vettura dell'ambulanza. Il team è pronto a partire. Si corre al fronte. Altre ambulanze e punti medici sono ancora più vicini dell'ospedale ed è tramite loro che si ricevono i feriti e i morti. L'ambulanza corre all'impazzata tra le strade di Tell Tamer e poi verso il villaggio non distante dai combattimenti dove i civili sono rimasti feriti e uccisi, tra i pochi rimasti dopo che l'invasione turca ha costretto molti degli abitanti locali a fuggire.
Un corpo immobile, il volto coperto di terra e il sangue della ferita sull'addome mischiato alla stessa terra e appiccicato ai vestiti, lasciano appena intravedere un giovane ventenne la cui unica colpa è quella di non essere sfollato. Jamila è presto accanto a lui sull'ambulanza insieme a Namiran, infermiera di soli diciannove anni che anche lei da un mese non ha lasciato Tell Tamer nemmeno un giorno. Jamila ne ha invece quarantadue e sono sette anni che gira per diversi fronti della guerra siriana, soprattutto negli ultimi anni a Raqqa e Deir Zor, nella battaglia contro l'Isis. Altra corsa, altra sirena verso Tell Tamer. Una volta giunti in ospedale, il giovane ferito viene trasportato velocemente dal lettino dell'ambulanza al lettino della sala di soccorso: neanche dopo un primo intervento durante il viaggio in ambulanza sembra aver ripreso conoscenza. Deve essere trasferito in ospedale nella città di Hasake, a 40 chilometri dal fronte, per essere curato.
Mentre l'ambulanza che lo trasporterà si avvia, tra un boato e l'altro, in una stanzetta dietro l'ospedale quattro donne della "Fondazione Famiglie dei Martiri", sono già pronte a pulire i cadaveri sempre più rigidi dei civili per avvolgerli in stoffe bianche: il torace avvolto insieme alle braccia, poi le mani, infine una coperta grigia che copre tutto e facilita il trasporto.
Il primo dei due corpi viene depositato nel camion-cella frigorifero che andrà pure all'ospedale di Hasake. Del secondo corpo c'è poco da avvolgere: rimangono solo le due gambe rigide, il resto è stato maciullato dall'esplosione. Una delle donne della Fondazione si allontana un attimo dal lavoro per piangere in silenzio, mordendosi la mano e scuotendo la testa. Poi riprende ad aiutare la sua collega. Fanno questo lavoro ogni giorno da un mese intero. Alcuni, come Jamila, da anni e anni. "Pensavamo di riposare un pochino dopo la sconfitta di Daesh", dice Jamila usando l'acronimo arabo che indica l'Isis. "Non è mai finita".
All'ospedale arrivano anche feriti dell'esercito siriano di Assad: la bandiera del regime campeggia nelle loro jeep e ambulanza. Un paradosso averli così vicini, sapendo che molte delle persone che lavorano in ospedale (e non solo) sono stati nelle prigioni di Damasco per il loro attivismo politico o ancora oggi sono ricercati dal regime per aver disertato il servizio militare, per aver partecipato alla rivoluzione siriana fin dai suoi esordi o per essere ora affiliati alle istituzioni della Federazione Democratica del Nord-Est della Siria.
La più grande organizzazione umanitaria curda, non affiliata con la Croce Rossa Internazionale, tratta tutti i feriti, civili e militari, ma uno delle più grandi sfide dell'ultimo mese è stata quella di soccorrere sé stessi. "È assurdo che un'ambulanza parta per soccorrere i feriti e debba soccorrere i suoi stessi membri. Eravamo fermi a dieci chilometri dal fronte aspettando di andare a prendere i feriti quando il colpo del missile arrivato al nostro fianco mi ha fatto volare fuori dalla macchina", racconta Dildar Abdelkarim, un volontario, riferendosi all'attacco del 12 ottobre. "Ho guidato verso l'ospedale per quindici chilometri con i nostri colleghi feriti ed io stesso perdevo i sensi e sbandavo, mentre ci allontanavamo dal fronte. Non c'è pietà nemmeno per noi che soccorriamo".
Il 9 novembre il vetro rotto sulla mandibola di un autista di ambulanza e il sangue sui sedili è stato il segno dell'ultimo di una serie di attacchi ad ambulanze di diverse organizzazioni mediche da quelle delle istituzioni della Federazione democratica alla Mezzaluna rossa curda ai Free Burma Rangers, un gruppo umanitario indipendente. Nonostante la Turchia continui a negare attacchi mirati a personale e strutture medico-sanitarie, almeno cinque persone sono rimaste uccise e sette ferite, tre sono stati rapiti e giustiziati, in poche settimane. In un'ennesima fase della guerra in Siria che ha visto già in un mese oltre mille morti, seimila feriti, circa trecentomila sfollati.
"Non capite cosa si prova ad essere vicini ad un ferito che sanguina e non poter andare perché i droni e i missili cadono proprio tra te e quella persona, per impedirci il passaggio", racconta Jamila, trattenendo le lacrime, coi nervi a pezzi dalle poche ore di sonno che solo un'altra sigaretta può per un attimo distendere. "L'attacco a personale medico e strutture sanitario è un crimine di guerra perché nessun paese sta dicendo nulla alla Turchia?".
Originaria di Qamishlo, Jamila è stata eletta due anni fa, insieme a Sherwan Beri, alla direzione di Heyva Sor Kurd (la Mezzaluna rossa curda), fondata nel 2012 da un piccolo gruppo di volontarie e volontari che con pochi mezzi si sono organizzati per rispondere all'esigenza di cure mediche ed ambulanze in una situazione in cui i civili sono rimasti soli in mezzo al conflitto nell'assenza di servizi sanitari nazionali. La co-presidenza e direzione di un'organizzazione o un'istituzione di un uomo e una donna è parte del sistema dell'amministrazione autonoma della Siria del nord e del progetto di confederalismo democratico che mette al centro del progetto politico rivoluzionario la presenza della donna negli organi decisionali, politici, sociali, militari, culturali. "All'inizio della rivoluzione siriana avevamo speranza che ci sarebbero state più giustizia e libertà. Pian piano è diventato un incubo: abbiamo visto compagni di università unirsi a gruppi jihadisti e una guerra senza fine", racconta Sherwan che ha studiato per diventare dentista e si è ritrovato negli ultimi sette anni ai fronti di guerra di mezza Siria, con Jamila.
"Con il progetto del confederalismo democratico chiediamo più diritti per tutti, ma siamo soli, schiacciati tra il regime siriano e quello turco, nonché i gruppi jihadisti e il Kurdistan iracheno che è la destra politica del Kurdistan. Ma dobbiamo andare avanti". Da un mese, gli attacchi delle cellule dell'Isis sono aumentati del 48% secondo le statistiche registrate dal Rojava Information Center. In un solo giorno, l'11 novembre, l'Isis ha rivendicato l'uccisione di un prete armeno e di suo padre nella strada che da Hasake porta a Der Zor dove si stavano recando per monitorare i lavori di ristrutturazione di una delle chiese della città, mentre a Qamishlo tre autobombe sono esplose vicino al mercato, provocando 5 morti e 35 feriti. Si sono fermati i frequenti raid e arresti dei membri dell'Isis che le Sdf operavano e l'Isis spera solo di seguire le parole del suo leader Abu Bakr al-Baghdadi prima di morire: liberate i prigionieri. Nel frattempo la Mezzaluna sta facendo pressione per aprire un'indagine su probabile attacco con armi chimiche proibite che ha lasciato diversi feriti, come i medici ad Hasake hanno potuto constatare dalle bruciature sulla pelle dei soccorsi.
Nel primo pomeriggio, Jamila corre di nuovo con l'ambulanza per soccorrere nuovi feriti. A causa dei bombardamenti continui, dovranno aspettare un'ora prima di poterli portare in ospedale. Questa volta non sono civili ma combattenti delle Ypg, le Unità di protezione del popolo, la componente curda delle Sdf. Nel frattempo tre sono morti e dei due feriti restanti, uno grida arrabbiato e non vuole farsi trattare dai medici: non è il dolore della ferita a farlo urlare, ma la perdita dei suoi hevalen, compagni in curdo, durante la battaglia. I cadaveri non sono stati ancora recuperati e lui vuole solo tornare indietro a prenderli. Le stesse urla, di pianto e di dolore, che accompagnano le marce e i funerali dei martiri che a cadenza quotidiana si svolgono in tutte le città della Siria per la perdita dei cari. Un appuntamento così frequente negli ultimi anni ma a cui nessuno si abitua mai. Nemmeno chi è in prima linea. "Abbiamo visto troppo, abbiamo bisogno anche noi di sostegno psicologico", chiede Sherwan. "Ma la nostra vita è interamente dedicata a questo, non ci fermeremo", conclude Jamila, prima che arrivi un'altra chiamata urgente dal fronte.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 20 novembre 2019
Leni Robledo, vice-presidente dell'opposizione, e la senatrice Leila de Lima, prima prigioniera politica dell'era Duterte, impegnate contro la "war on drugs". "Siamo solidali con la senatrice Leila de Lima detenuta ingiustamente da 1.000 giorni dal governo del presidente Rodrigo Duterte con accuse motivate politicamente per via della sua critica alla più sanguinosa guerra alla droga degli ultimi anni". Questo l'appello che circola in questi giorni - firmato anche da molte Ong italiane - per aggiungere una pressione internazionale a quella politica locale e chiedere la liberazione di una leader dell'opposizione filippina. Il governo di Manila inizia ad avere difficoltà nazionali e internazionali con le pretese di impunità di fronte alla violenza proibizionista di Stato che dal 2016 ha visto poliziotti, militari e squadroni della morte coinvolti nelle uccisioni di oltre 5mila persone perché "drogati" o "spacciatori" - morti che stime indipendenti ritengono essere oltre 27mila.
Alla fine di ottobre scorso, il presidente Duterte ha deciso di nominare Leni Robledo, la sua vice-presidente che appartiene all'opposizione e la cui elezione è stata contestata dal regime per mesi, a capo delle politiche anti-droga delle Filippine. La scelta può esser letta come un'ammissione delle difficoltà crescenti a seguito dei propri metodi forti o come il desiderio di incastrare un'avversaria politica. Fatto sta che Robledo ha accettato, o ci è cascata, e che quindi la "guerra alla droga" non sarà più come prima.
Il traffico di stupefacenti che arriva o passa attraverso le Filippine è nella mani di cartelli internazionali ben organizzati e altrettanto ben infiltrati nei gangli del regime. A metà ottobre il capo della polizia Oscar Albayalde è stato arrestato perché coinvolto in un giro di metanfetamine. Sebbene negli ultimi due anni molti funzionari siano stati licenziati, arrestati o allontanati perché contigui alle narco-mafie, la guerra ai drogati e ai piccoli venditori di pasticche è rimasta una delle priorità delle violenze di Duterte.
Le condotte criminali del presidente delle Filippine sono state compilate da esperti nazionali e internazionali e sottoposte all'attenzione del procuratore della Corte penale internazionale. L'idea, lanciata alla Commissione Onu di Vienna nella primavera del 2017 da DRCNet Foundation, No Peace Without Justice e dall'Associazione Luca Coscioni, fu sostenuta anche da Leni Robledo che in quell'occasione aveva inviato un messaggio con critiche durissime alle politiche di Duterte. Il video della vice-presidente creò problemi diplomatici alle Nazioni Unite per la delegazione governativa ma, grazie alla sua pubblicità, concorse a esporre a livello internazionale le violenze nelle Filippine aggiungendo elementi fattuali alle critiche politiche della società civile inorridita dal livello di violenza raggiunto contro la "droga".
Duterte rimane popolare, l'uomo forte che oggi si oppone a Trump e domani alla Cina, che viene dal popolo, non si cura delle parole del papa e si proclama salvatore dell'integrità morale di un paese che ha spesso avuto pessimi governanti, non teme rivali. Un padre padrone che però non è ancora riuscito a distruggere quel minimo di agibilità civica e politica dell'ex colonia statunitense.
De Lima è stata la prima prigioniera politica dell'era Duterte, per incastrarla sono state avanzate accuse, mai provate, di collusione coi trafficanti di droga. La senatrice è del Partito Liberale, lo stesso della vice-presidente che oggi gestisce la lotta alla droga nelle 7.600 isole dell'arcipelago. Le prossime elezioni presidenziali nelle Filippine saranno nel 2022, nei prossimi mesi le due donne, oggi incastrate in dinamiche politiche difficili da prevedere, sono chiamate ad arginare l'autoritarismo violento di un ciclotimico criminale che fa strame dello Stato di diritto. Anche se non sono facilmente impressionabili, senza aiuti esterni sarà difficile che ci possano riuscire.
di Giovanni Quarticelli
lanotiziaweb.it, 19 novembre 2019
Quando si criticano le esternazioni pretestuose e giustizialiste di Travaglio, dei pubblici ministeri Di Matteo e Gratteri, si corre il rischio di essere scambiati per persone accomunabili ai mafiosi e quindi il discorso si concluderebbe con l'affermazione che chi è favorevole al principio stabilito dalla Corte Costituzionale, è persona contigua ai mafiosi.
di Alberto Vannucci*
Il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2019
La petizione de Il Fatto Quotidiano chiede che governo e Parlamento appongano una toppa legislativa alla sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il cosiddetto ergastolo ostativo, di fatto consentendo ai boss mafiosi e ai terroristi, persino quelli condannati a più ergastoli per omicidi e stragi, di poter accedere a vantaggi premiali, come i permessi, purché siano partecipi di un "percorso rieducativo".
di Giovanni Quarticelli
lanotiziaweb.it, 19 novembre 2019
Quando si criticano le esternazioni pretestuose e giustizialiste di Travaglio, dei pubblici ministeri Di Matteo e Gratteri, si corre il rischio di essere scambiati per persone accomunabili ai mafiosi e quindi il discorso si concluderebbe con l'affermazione che chi è favorevole al principio stabilito dalla Corte Costituzionale, è persona contigua ai mafiosi.
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 19 novembre 2019
Obiettivo prevenzione. È questo il tema scelto quest'anno dal progetto "A scuola di libertà": allenare i ragazzi a "pensarci prima", evitando i comportamenti a rischio criminoso e facendo loro conoscere la realtà degli istituti penitenziari. La Giornata nazionale dedicata agli incontri tra il mondo carcerario e quello scolastico è nata sette anni fa per iniziativa della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Questa edizione ha preso l'avvio il 15 novembre con un percorso che mette a contatto gli studenti con detenuti, o persone recluse ritornate in libertà, e con volontari e operatori esperti del settore penitenziario.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 novembre 2019
Il Coordinamento nazionale critica il Decreto Legislativo per la revisione dei ruoli. Dopo le prese di posizione dei 100 direttori degli istituti, dell'associazione Antigone e dell'esponente Radicale Rita Bernardini. "Preoccupazione in merito alle disposizioni finalizzate a mutare il rapporto tra i direttori degli istituti e i comandanti di reparto (che abbiano la qualifica di "primo dirigente") da gerarchico a soltanto funzionale, attribuendo la gestione della sicurezza unicamente al comandante primo dirigente, così rischiando di alterare gli equilibri stabiliti nell'ordinamento penitenziario, che vuole nel direttore la figura di coordinamento di tutte le aree operative all'interno dell'istituto".
di Pietro Di Muccio De Quattro
Il Dubbio, 19 novembre 2019
I rapporti tra politica e magistratura dovrebbero basarsi sul principio, ribadito anche qui (Il Dubbio, 12. XI. 2019), secondo cui "Non esiste separazione dei poteri senza separazione degli uomini di potere". Accade invece in Italia che, quando gli uomini di potere vestono la toga dei magistrati, la loro separazione dalla politica, cioè dal potere legislativo e esecutivo, non è affatto stabilita come esigerebbe in teoria e in pratica la separazione dei poteri nel corretto "governo costituzionale".
In Italia un magistrato in carica può essere nominato ministro o sottosegretario della giustizia. Un procuratore della Repubblica può candidarsi in un partito a governare una regione dopo aver inquisito gli esponenti del partito avverso. La legge lo consente. Ma non lo consente la correttezza istituzionale; anzi, il senso della giustizia, che per un magistrato dovrebbe essere il sesto senso della professione. Chi disistima i magistrati avrà buon gioco nell'accusarli di combattere battaglie politiche mascherate da inchieste giudiziarie. Poiché l'indipendenza della magistratura nella Costituzione è garantita in modi che non si riscontrano in nessuna Costituzione sulla terra, occorrerebbe una disposizione costituzionale per recidere il legame tra rappresentanza politica e magistratura.
I magistrati dovrebbero essere ineleggibili in assoluto, accettando tale clausola all'atto del giuramento d'ingresso in magistratura: "semel abbas, semper abbas". Se i giudici sono soggetti solo alla legge, non possono appartenere alle assemblee rappresentative che "producono" la legge. La "soggezione" diventa fittizia o formale senza la distinzione tra il politico legiferante e il magistrato giusdicente.
Lo stesso dicasi per il potere esecutivo che esprime l'indirizzo governativo e, per quanto l'amministrazione pubblica debba essere imparziale, non ha l'imparzialità della giurisdizione. È ineccepibile, immune da riserve di opportunità e convenienza, che il ministero della Giustizia sia amministrato dai magistrati che amministra? Tutto l'apparato degli esistenti istituti per preservare la "purezza" dei caratteri propri della magistratura (indipendenza e imparzialità), quali l'ineleggibilità, i distacchi, le aspettative, le incompatibilità, eccetera, non raggiunge lo scopo, come i più avveduti tra giudici e cittadini percepiscono. Né lo raggiungerà la pur commendevole revisione legislativa della complessa materia all'esame della Commissione giustizia del Senato.
A tacere che la smaccata militanza di qualche singolo magistrato, proprio per la sua stessa veste, induce alla diffidenza anche verso i tanti altri magistrati pur non esposti politicamente, mentre le porte girevoli tra politica e magistratura assestano un colpo funesto alla credibilità di chi le attraversa entrando e uscendo da una parte all'altra.
L'obiezione, a rischio capziosità, dei magistrati è che la toga non rappresenta una deminutio capitis. L'elettorato passivo spetta a loro in quanto cittadini. In effetti questo punto di vista è stato avallato dalla Corte costituzionale, con un'argomentazione tuttavia anfibologica, tipica di certe sue sentenze, secondo cui "i magistrati godono degli stessi diritti di libertà garantiti ad ogni altro cittadino" però "hanno una posizione peculiare che comporta l'imposizione di speciali doveri anche come regola deontologica".
La Consulta purtroppo non ha voluto spingersi ad ammettere ciò che pare una "verità effettuale" (Machiavelli), cioè che gli istituti per proteggere e separare i magistrati dalle commistioni politiche non riescono ad evitare che "possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità". Dunque, l'equiparazione sic et simpliciter dei magistrati ai comuni cittadini quanto alle istituzioni politiche, non regge. Il giudice è la bocca della legge, che parla uguale per tutti. Non può diventare la bocca dell'elettore, che esprime una parte, o l'espressione del governo che lo nomina. Voler tenere il piede in due staffe risulta inoltre autolesionistico per i magistrati, la cui autorevolezza crescerebbe a dismisura se prendessero totalmente le distanze dalla politica.
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