di Luca Matteuzzi
aise.it, 20 novembre 2019
Sono 2113 i detenuti italiani all'estero, divisi in 63 paesi. 1611 di questi scontano la pena nelle carceri europee, mentre circa 500 sono reclusi in penitenziari extra continentali. È a tutti loro, e ai loro familiari, che si rivolge la "Guida pratica all'assistenza consolare per i detenuti italiani all'estero", realizzata dalla Direzione Generale per gli Italiani all'estero della Farnesina e presentata questa mattina al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, a Roma. Al tavolo dei relatori Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli Italiani all'estero e le Politiche Migratorie, Manlio Di Stefano, Sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, il capo del dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, Francesco Basentini, e Denis Cavatassi, che da ex detenuto in Thailandia ha potuto portare una testimonianza diretta.
"È in prigione che si crede in ciò che si spera". Ha esordito con questa citazione di Honoré de Balzac il Direttore Vignali, che ha poi continuato spiegando come la Direzione Generale per gli Italiani all'estero, abbia "fortemente voluto" questa guida, "raccogliendo l'invito del Parlamento a mettere in condizione i familiari e gli amici dei detenuti italiani all'estero di poter intervenire". La guida infatti "risponde all'esigenza di cui si sono fatti interpreti rappresentanti della società civile e autorevoli esponenti politici". Tra questi esponenti politici, in prima fila ad ascoltare la presentazione, c'erano la Senatrice Stefania Pucciarelli, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, il vicepresidente della stessa Commissione, Giorgio Fede, e l'onorevole Iolanda Di Stasio.
"La rete diplomatico-consolare ha acquisito molta esperienza nel corso del tempo - ha sottolineato più avanti Vignali -. Ambasciate e Consolati sono sempre impegnati a seguire le tante delicate vicende umane, anche nei casi più difficili". Tra questi, il direttore ha infatti voluto ricordare le storie più complicate, che la diplomazia italiana sta tuttora seguendo, come quelle di Chico Forti e Giuseppe Lo Porto, negli Stati Uniti, quella di Fulgencio Obiang Esono, condannato in Nuova Guinea, e quella di Riccardo Capecchi, detenuto in Perù, senza dimenticare la storia di Giulio Regeni, dove "non siamo potuti intervenire", ha ricordato con autentica amarezza Vignali.
I 500 detenuti fuori dal continente europeo rappresentano le situazioni più critiche, dove le Ambasciate rivestono un ruolo importante. "I detenuti sono quelli che soffrono di più - ha rivelato a sua volta Denis Cavatassi, portando la propria testimonianza di "ex detenuto" - Specialmente quelli in paesi in via di sviluppo, dove - ha sottolineato -i diritti umani sono messi da parte e le persone trattate in maniera indecorosa: ero stato condannato a morte, messo in isolamento con le catene attaccate. Ho capito che la punizione non è il sistema migliore per aiutare le persone che hanno bisogno di tornare ad essere cittadini attivi".
La guida pubblicata dalla Farnesina, che sarà scaricabile da domani sul sito del MAECI, presenta infatti i modi con cui i rappresentanti dello Stato italiano possono aiutare a capire i propri diritti, se c'è possibilità di estradizione, capire chi chiamare in caso di condanna per ausilio, capire come farsi aiutare con la lingua, come contattare i propri cari oppure scegliere un avvocato di fiducia della rete diplomatica.
"Questi argomenti, che riguardano oltre 2000 italiani nel mondo, sono temi centrali per noi, anche se non sono il primo argomento dell'opinione pubblica - ha affermato poi il Sottosegretario Di Stefano. Questa guida - ha continuato - rappresenta un segnale che la Farnesina dà, perché spesso vedo che manca consapevolezza della struttura statale". L'opinione pubblica in Italia, infatti, "non conosce a fondo questa realtà, e non immagina quanto possa essere duro il regime carcerario in tanti Paesi. La guida, strumento di immediata fruizione, contribuisce a far luce su un fenomeno complesso, la cui gestione impegna quotidianamente la nostra rete diplomatica".
Ma la "virtù della guida - ha sottolineato Di Stefano - è che è anche molto analitica, e dà risposte chiare".
Completando il quadro generale della situazione, Francesco Basentini, da capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, ha invece fatto il discorso inverso. Ossia com'è, in questo momento, la situazione in Italia con i detenuti stranieri nei nostri penitenziari, che sono "20 mila a fronte dei 61 mila totali, provenienti principalmente da Marocco, Romania, Tunisia e Nigeria". Dato per scontato che il trattamento è uguale per tutti i detenuti, di qualunque nazionalità, secondo Basentini "rendere nazionalizzabile la pena sarebbe più utile ed efficace alla prospettiva di rieducazione del detenuto".
"Un detto cinese, Paese nel quale non c'è nessun detenuto italiano - ha chiosato Vignali in chiusura - dice: riconosci un vero amico quando sei malato o in prigione. E noi vogliamo ricordarcene".
di Gregorio Piccin
Il Manifesto, 20 novembre 2019
Il governo Conte-bis ha attivato il "Government to Government" inserito nel recente decreto fiscale. Come già succede in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. Da diversi anni, tra le tante richieste e pretese che l'industria bellica nazionale rivolge ai governi spicca quella di trasformare ufficialmente gli stessi governi in autorevoli agenti di commercio per la propria mercanzia.
Stiamo parlando del così detto approccio "Government to Government" (G2G) ossia la trasformazione del ministero della Difesa nell'autorità preposta a stipulare direttamente contratti per la fornitura di tecnologia militare con paesi terzi. Lo chiedevano da anni sia gli industriali che i sindacati.
Già il 20 gennaio dello scorso anno, in una intervista rilasciata al Sole24ore l'amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, riferendosi al Medio oriente, rilasciava una dichiarazione cinica e pragmatica: "È triste dirlo, ma la tensione internazionale provoca inevitabilmente, sul mercato degli armamenti e della sicurezza, un aumento della domanda. In questi contesti, la natura italiana del nostro gruppo è vissuta come qualcosa di positivo (...) la presidenza del Consiglio, il ministero della Difesa e quello degli Esteri sono un ottimo supporto. In tutto questo, però, c'è una lacuna legislativa: manca la norma sul "Government to Government", che non è stata approvata dalla legislatura appena scaduta e che noi auspichiamo arrivi presto a traguardo perché ormai molti vogliono negoziare non con Leonardo, ma con il Governo italiano".
La sincera tristezza di Profumo è stata immediatamente colta dalla ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta che per alleviarla ha alacremente lavorato per la norma "G2G" insieme ai colleghi degli Esteri, dell'Economia, dell'Interno ma il botto estivo lanciato da Salvini con conseguente crisi di governo ha rallentato l'iter. Ovviamente solo di rallentamento si è trattato in quanto quando si parla di Nato, spesa militare, guerre e industria bellica la trasversalità regna sovrana. Alessandro Profumo e più in generale tutto il comparto sono stati quindi accontentati dal governo Conte bis che ha finalmente attivato il "government to government" con l'art.55 "Misure a favore della competitività delle imprese italiane" inserito nel recente decreto fiscale dello scorso 26 ottobre.
Questa norma è uno "strumento importante che va sviluppato e colto in tutte le sue potenzialità" ha commentato il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, il 6 novembre scorso nel corso di una conferenza organizzata dall'Aiad (Aziende Italiane per l'Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) a Roma presso l'Istituto Affari Internazionali. Ma le grandi attenzioni governative per l'industria militare non bastano mai e infatti, nella stessa conferenza, il presidente dell'Aiad Guido Crosetto ha dichiarato che andrebbe affrontata la questione delle banche etiche che "creano enormi ostacoli in termini di sostegno bancario al settore" e inoltre che andrebbe "esclusa una parte delle spese per la Difesa dal calcolo del deficit di bilancio" poiché la stessa Difesa non sarebbe un settore da "collegare ad un momento economico specifico ma, piuttosto, ad una funzione esistenziale dello Stato".
Uno slancio ducesco quello di Crosetto (industriale della "Difesa" e già parlamentare di Fratelli d'Italia) che non gradisce un ramo della finanza intento a svolgere il suo business come gli pare, magari eticamente, ostacolando così il bene supremo anzi "esistenziale" del Paese: il fatturato tricolore dell'industria militare.
Il modello di riferimento è senza dubbio quello francese dove Macron, con la recente legge di bilancio militare (2019-2025), ha messo in gioco 295 miliardi di euro, ben 105 in più rispetto al quinquennio precedente. Soldi con cui verranno acquisiti sommergibili nucleari, fregate, droni, satelliti, aerei ed elicotteri) ma anche un corposo aumento del personale: 6.000 unità per le forze armate più 750 funzionari da impiegare nella "divisione vendite" nella Direction Générale de l'Armement. Il "Government to Government" è infatti una prerogativa francese da tempo, così come lo è per gli Stati uniti e la Gran Bretagna. Tutti Paesi Nato con cui l'Italia condivide la top ten globale del fatturato militare ora anche col fondamentale supporto degli agenti di commercio governativi.
di Franco Martina
giornalemio.it, 20 novembre 2019
Arte e cultura (e aggiungiamo lavoro) per guardare con fiducia a un futuro contrassegnato da un "fine pena mai" anche se si è condannati all'ergastolo, in regime di 41bis ostativo (se ne discute in queste settimane dopo il pronunciamento a rimuoverlo dell'Unione Europea rivolto all'Italia) per tanti che scontano pene per delitti che hanno segnato la loro vita, dei propri famigliari e delle loro vittime e di una comunità?
Il solco è tracciato e con esempi, in anni e contesti diversi, che hanno portato alcuni a diventare un esempio per altri ma a patto di non tradire la fiducia di quanti, a cominciare dallo Stato, hanno creduto in un percorso di riscatto. Del resto il dibattito è in corso e si alimenta o fa passi indietro a seconda del clima di politica e di antipolitica, tra garantismo e aperture, che contrassegna la cronaca del Bel Paese.
Un preambolo doveroso per annunciare venerdì 22 novembre alle 15,30, presso il Cinema Comunale di Matera, la presentazione del libro di Pierdonato Zito, "Indimenticabile padre: ricordi di un ergastolano" Herald Editore. Zito (lo ricordiamo a quanti ignorano chi sia e la sua storia) è noto alle cronache per quella che la Direzione distrettuale antimafia di Potenza definì la "guerra tra clan" che insanguinò Montescaglioso e dintorni, tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, per reati legati a traffici illeciti, alle estorsioni e con dieci omicidi culminati nel dicembre 2016 con l'assoluzione di nove indagati in Corte di Appello.
Una pagina buia delle vicende del Materano con infiltrazioni e collegamenti mafiosi dalle regioni vicine, della quale abbiamo parlato quando c'erano solo giornali, radio e tv, A Matera, nell'ambito di un futuro aperto (lasciate perdere gli anglicismi, che fanno tanto effetto ma lasciano poco al territorio) si apre un' altra pagina della storia di Zito pur restando ne solco del memoria.
E sul palco del Cinema comunale "Guerrieri" ci saranno l' autore - come riporta il programma - "che sarà presente previa autorizzazione del Magistrato di Sorveglianza)e oggi è iscritto alla facoltà di Sociologia presso il polo universitario nel Centro Penitenziario di Secondigliano Napoli, Modera il professor Antonio Belardo, docente dell'IIS " E. Caruso" di Napoli. Il detenuto "Federico II". Non è la prima volta, del resto, che un detenuto o un ex detenuto presentano a Matera un libro o altre produzioni letterarie, come l'ex brigatista Barbara Balzerani autrice di Perché io, perché non tu) o che si parli di "speranza", inclusione", "riscatto", "opportunità", come fa periodicamente con visite in carcere o interventi il segretario dei radicali lucani, Maurizio Bolognetti, o con iniziative dell'Amministrazione penitenziaria o di associazioni culturali (è accaduto con Matera 2019 con il teatro).
Un libro serve a guardarsi dentro, dietro per quanto accaduto e avanti per un sogno nel cassetto, ma soprattutto a servire di esempio ai giovani affinché non sbaglino e alle Istituzioni perché creino le condizioni per non delinquere. E qui si apre un mondo di cose da fare. avviate, realizzate, rimaste a metà o da correggere.
Il ricavato di Indimenticabile padre andrà in beneficenza a sostegno al reparto oncologico del Policlinico di Bari, che contribuì a uno dei figli dell'autore. Nelle 220 pagine del libro tanti ricordi e alcuni anche esterni, come quelli di Franco Lomonaco, cantautore, artista montese che imparò l'inglese andando a lezione dal padre di Zito, emigrato e per alcuni anni in Inghilterra per lavoro, Già l'emigrazione. Altra piaga che ritorna.
Non resta che guardare alla bellezza e agli spunti che può promuovere nella società.e Lomonaco ci segnala una "riflessione" stralciata dal Dal Manifesto dei Reclusi Ristretti: "è proprio da una città che ha fatto della bellezza e dell'arte il fondamento del proprio riscatto, imponendosi all'Europa e al mondo, che vogliamo ripartire, perché Matera sarà per noi espressione dell'esercizio alla cittadinanza, attraverso la partecipazione attiva alla vita culturale della comunità".
La Nuova Sardegna, 20 novembre 2019
Un libro di Luciano Piras con prefazione di Roberto Vecchioni; venticinque anni di storia e di canzoni in un dvd. È la nuova iniziativa editoriale della Nuova Sardegna, "Liberi dentro. Istentales: un tour nelle carceri", in distribuzione da domani in tutte le edicole con il quotidiano al prezzo di 8,60 euro (più il prezzo del giornale).
Un evento che verrà presentato in anteprima nella sala conferenze della Nuova, zona industriale Preda Niedda, strada 31. L'appuntamento è fissato per le 10,30 di domani mattina. Parteciperanno il direttore della Nuova Sardegna Antonio Di Rosa; l'autore del libro, il giornalista della Nuova Sardegna, Luciano Piras; gli Istentales; il direttore della Coldiretti Sardegna Luca Saba; il Garante dei detenuti del Comune di Nuoro Giovanna Serra; gli studenti della 3ª A e 3ª C della scuola secondaria di primo grado dell'Istituto comprensivo Brigata Sassari (Sassari) con la dirigente scolastica Claudia Capita; gli studenti delle terze classi della scuola secondaria di primo grado di Ossi; i ragazzi del Ge.Na. Opera Gesù Nazareno, Centro di riabilitazione sanitaria e socio-sanitaria di Sassari. Presenterà e condurrà l'evento Giuliano Marongiu. Gli Istentales (Gigi Sanna, Luca Floris, Tattino Canova, Pierfranco Meloni e Alessandro Damini) si esibiranno in acustico.
Lo stesso faranno i ragazzi dell'Istituto comprensivo Brigata Sassari. Sarà l'occasione per ripercorrere il "viaggio nelle carceri sulle ali della musica" fatto nel corso degli anni dalla band agropastoralerock degli Istentales e raccontato da Luciano Piras in una sorta di lungo reportage insolito e davvero originale. Un viaggio che parte da Badu e Carros e che attraversa tutta la Sardegna, dal vecchio San Sebastiano a Mamone, per approdare in diversi penitenziari della Penisola.
Il Riformista, 20 novembre 2019
"Almeno 106 manifestanti sono stati uccisi in 21 città in Iran, secondo le notizie che abbiamo ricevuto". Lo riferisce Amnesty International su Twitter, spiegando che il conteggio è stato effettuato sulla base di "immagini video verificate, racconti di testimoni oculari e informazioni raccolte da attivisti fuori dall'Iran", che "rivelano un modello straziante di uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza iraniane". I leader - o almeno quelli che vengono indicati come tali - delle proteste contro il rincaro della benzina in Iran rischiano di finire impiccati.
Amnesty aggiunge che "il vero bilancio potrebbe essere ben più elevato, con alcune informazioni che suggeriscono che ci sono fino a 200 morti". "Le autorità devono porre fine immediatamente a questa repressione brutale", ha dichiarato il direttore di ricerche di Amnesty International per la regione Medioriente e Nord Africa, Philip Luther. Secondo l'organizzazione, le forze di sicurezza "hanno ricevuto il via libera per schiacciare" le manifestazioni, che sono cominciate venerdì scorso dopo l'annuncio a sorpresa da parte del governo di un aumento del prezzo del carburante. La ong riferisce che nei filmati si vedono "cecchini sui tetti degli edifici che sparano sulla folla e, in un caso, un elicottero".
"Mentre la maggior parte delle manifestazioni è sembrata pacifica, in alcuni casi, man mano che la repressione si accentuava, un piccolo numero di manifestanti ha lanciato pietre, provocato incendi e danneggiato delle banche", prosegue Amnesty, invitando le autorità a "rimuovere il blocco quasi totale di internet", che secondo l'organizzazione è stato "imposto per impedire che le informazioni sulla repressione filtrino verso il mondo esterno". Secondo le informazioni pubblicate sui media iraniani, solo cinque decessi sono stati confermati ufficialmente, fra cui quelli di tre agenti delle forze dell'ordine.
Le immagini video analizzate da Amnesty International mostrano le forze di sicurezza usare armi da fuoco, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni per disperdere le proteste, nonché manganellare manifestanti. I bossoli rimasti sul terreno, così come l'elevato numero di vittime, fanno supporre che siano state usate pallottole vere. Centinaia di manifestanti hanno bloccato le strade, fermando le proprie automobili come segno di protesta.
Le immagini verificate da Amnesty International mostrano agenti della polizia anti-sommossa rompere i vetri delle automobili con i guidatori ancora all'interno. "La frequenza e la persistenza dell'uso della forza letale contro le attuali manifestazioni pacifiche e in precedenti proteste di massa, così come la sistematica impunità per le forze di sicurezza, fanno seriamente pensare che l'uso intenzionale delle armi da fuoco per stroncare le proteste sia diventato una politica statale", ha detto ancora Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International.
"Anche quando una piccola minoranza di manifestanti ricorre alla violenza, la polizia deve sempre esercitare moderazione e non usare una forza maggiore di quella necessaria, proporzionale e legittima rispetto alla violenza che fronteggia. La violenza di poche persone non giustifica una reazione massiccia e sconsiderata", ha commentato Luther.
Alcuni testimoni oculari hanno affermato che le forze di sicurezza hanno portato via cadaveri e feriti dalle strade e anche dagli ospedali. "Come già successo in passato, in molti casi le forze di sicurezza e i servizi d'intelligence hanno rifiutato di restituire le salme alle famiglie o hanno costretto queste ultime a seppellire i loro cari in tutta fretta e senza che un'autopsia indipendente avesse potuto chiarire cause e circostanze della loro morte.
Ciò è contrario agli standard e alle norme internazionali sulle indagini relative alle uccisioni illegali", scrive Amnesty. La ong afferma che "le più alte autorità iraniane, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, hanno diffuso dichiarazioni in cui hanno descritto i manifestanti come 'banditi' e hanno dato semaforo verde alle forze di sicurezza per stroncare le proteste". In base del diritto internazionale, le forze di sicurezza possono ricorrere all'uso della forza letale solo quando strettamente inevitabile per proteggersi da immediate minacce di morte o di ferimento grave.
Gli organi d'informazione statali hanno riferito che, alla data del 17 novembre, erano stati arrestati oltre mille manifestanti. Tra le persone arrestate c'è la difensora dei diritti umani Sepideh Gholian, arrestata proprio il 17 novembre mentre stava manifestando pacificamente mostrando un cartello contro l'aumento della benzina. Di lei si sono perse le tracce e Amnesty International teme possa essere sottoposta a tortura, come accade frequentemente ai danni dei difensori dei diritti umani. "Chiunque sia stato arrestato solo per aver preso parte in modo pacifico alle proteste, averle appoggiate o aver criticato le autorità dev'essere rilasciato immediatamente e senza alcuna condizione. Tutte le persone arrestate devono essere protette dai maltrattamenti e dalla tortura", ha sottolineato Luther. Amnesty International ha sollecitato un'azione immediata della comunità internazionale, comprese le Nazioni Unite e l'Unione europea, affinché le autorità iraniane siano chiamate a render conto delle uccisioni illegali e della repressione violenta dei diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica.
coopthc.org, 20 novembre 2019
Si è conclusa la sesta edizione della fiera "Fa' la cosa giusta! Umbria" presso Umbria Fiere, riscuotendo un incredibile successo, nonostante le condizioni metereologiche avverse che hanno bloccato l'intera Penisola.
Tra i vari stand, quest'anno è stata molto importante l'adesione di Economia Carceraria al fianco di diverse imprese sociali e cooperative operanti nelle carceri italiane per la realizzazione di prodotti di pregiata fattura.
La rete sociale, voluta e creata da Economia Carceraria, si conferma compatta e pronta ad incrementare la propria presenza sul territorio per i prossimi eventi simili a quello in Umbria, con lo scopo di sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo le attività intra ed extra-murarie e informando circa la ricaduta positiva del lavoro in questo ambito, il quale può abbattere dell'80% la possibilità di recidiva per i soggetti detenuti e privati della libertà.
"La partecipazione a questo evento, tutto "made in Italy", era doverosa. Finalmente si inizia a parlare di carcere in ambiti esterni a quelli di cronaca. L'impegno di oggi ha permesso che si potesse raccontare questa realtà complessa anche ai bambini, sotto una veste meno cruenta" afferma il Presidente della Cooperativa "Together let's Help the Community!" unitamente alle altre realtà presenti al Padiglione 8. Un successo di tutti, che rappresenta solo una delle tante tappe che la Rete di Economia Carceraria ha in progetto di concretizzare per il futuro, magari con uno sguardo verso l'Europa.
Le realtà presenti: "Made in Carcere", "Vale la Pena", "Le Lazzarelle", "Giglio Lab", "O.r.t.o. Semi Liberi", "Cotti in Fragranza", "Extra Liberi", "Campo dei Miracoli", "Sprigioniamo Sapori", "Together let's Help the Community!" e la testimonianza di Carmelo Musumeci.
di Marina Lomunno
Avvenire, 20 novembre 2019
Nel carcere minorile l'invito alla concretezza del cappellano don Ricca: pensare prima di fare uno sgarbo, sorridere a un compagno triste, ascoltare chi ci chiede aiuto. Arrivano alla spicciolata nella cappella intitolata a "Gesù Buon pastore" i ragazzi detenuti nell'Istituto di pena minorile "Ferrante Aporti" che hanno avuto il permesso di partecipare alla Messa: sono una ventina, su 44 reclusi, cattolici, ortodossi e anche musulmani che desiderano pregare con i loro amici.
"Oggi, 17 novembre, è una domenica speciale - li accoglie il cappellano, don Domenico Ricca: in tutto il mondo la Chiesa celebra la Giornata dei poveri e il "mio capo", l'ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, ci ha chiesto di invitare i nostri detenuti a pregare per papa Francesco perché sia sostenuto nel suo difficile compito.
È un modo per ringraziarlo per la sua costante vicinanza al mondo del carcere. Fin dall'inizio del suo pontificato ci è stato accanto: la sua prima visita da Papa l'ha voluta nel carcere minorile di Casal del Marmo e in ogni suo viaggio riserva sempre un incontro con i detenuti: siamo sempre nel suo cuore e oggi vogliamo ricambiare le sue attenzioni".
È dietro le sbarre del "Ferrante Aporti" che a metà 1800 don Giovanni Bosco, visitando i minori carcerati che chiamava "discoli e pericolanti" inventò il suo "sistema preventivo" e gli oratori come luogo dove i giovani più fragili non si perdessero: ed è per questo motivo che il Papa nel 2015, in occasione della sua visita a Torino per il Bicentenario dalla nascita del santo dei giovani, invitò a pranzo in Arcivescovado 11 minori detenuti.
"Oggi per fortuna quei ragazzi non sono più reclusi" spiega don Ricca, salesiano, com'è tradizione al "Ferrante" proprio per ricordare la presenza di don Bosco tra queste mura. E a memoria dell'incontro con Francesco, nella cappella del carcere dove ogni 15 giorni si celebra la Messa animata dai giovani volontari della vicina parrocchia di San Barnaba, don Ricca accanto alla statua di don Bosco ha posto una grande foto di Francesco sorridente: il Papa la consegnò personalmente autografata ai ragazzi al termine del pranzo.
"Oggi è la giornata dei poveri, anche noi lo siamo, anche voi perché vi manca la libertà ma c'è qualcuno ancora più povero di noi e siamo chiamati a fare qualcosa" ha detto don Domenico nell'omelia. "Noi qui possiamo fare almeno tre cose per i nostri compagni "più poveri": povero non è solo chi non ha da mangiare, è anche chi è solo o nella disperazione. E allora vi suggerisco di fermarvi a pensare prima di fare uno sgarbo, a sorridere a un compagno triste, ad ascoltare chi ci chiede aiuto durante la giornata".
E poi la preghiera per il Papa. Al termine della Messa, come di consueto, don Domenico esorta tutti i ragazzi a rivolgere lo sguardo alla statua di Maria Ausiliatrice che alcuni benefattori hanno donato all'Istituto: "La Madonna è mamma di tutti, anche per voi musulmani.
Oggi la nostra Ave Maria la diciamo per il Papa e, in sintonia con tutti coloro che sono in carcere, in questi giorni quando passate davanti alla cappella, come molti di voi già fanno, vi invito a fare un segno della Croce pensando a Francesco e a osservare un momento di silenzio pregando per lui, ognuno come crede. È un gesto di vicinanza e di compassione, così diciamo a Francesco: "siamo con te".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 20 novembre 2019
Bene ha fatto Nicola Zingaretti, concludendo la riuscitissima assemblea, promossa dalla Fondazione Costituente, presieduta da Gianni Cuperlo, ad affermare: "Prepariamo una nuova agenda per questo governo, figlia delle esigenze dell'Italia".
E bene ha fatto a indicare tra queste "esigenze" l'approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza, dal momento che di essa hanno bisogno non solo gli stranieri, ma anche gli italiani. Questo è il punto che sembra sfuggire a tanti: non solo a quelli che avversano una simile riforma, ma anche a molti di coloro che la sostengono per ragioni, diciamo così, umanitarie.
Ragioni importanti, queste ultime, ma tanto parziali da rischiare di risultare gracili. Di una nuova legge sulla cittadinanza infatti, ha bisogno l'Italia intera, affinché vi possano convivere pacificamente italiani e stranieri, riducendo tensioni e conflitti e disinnescando la tentazione alla chiusura da parte dei residenti e quella all'auto-ghettizzazione da parte dei nuovi arrivati. È questo il quadro sociale e giuridico che meglio può valorizzare l'irrinunciabile contributo economico e demografico offerto dagli stranieri, senza il quale il declino del nostro Paese è destinato a subire una rapida accelerazione.
In sintesi questo è lo ius culturae: la possibilità di ottenere la cittadinanza per il minore straniero nato in Italia o arrivato qui prima di compiere dodici anni, che abbia frequentato regolarmente la scuola per almeno cinque anni e abbia completato il ciclo con successo. E questo non corrisponde a una vocazione filantropica, bensì a ciò che possiamo chiamare "altruismo interessato", che vuole combinare insieme le esigenze degli italiani e quelle degli stranieri. È realizzabile questo progetto? E, ancor prima, ha il consenso necessario perché il Parlamento si senta motivato ad approvarlo?
Una decina di giorni fa, su questo giornale, Ilvo Diamanti registrava un dato assai significativo: "Oltre i due terzi" del campione intervistato dall'Istituto Demos si diceva favorevole allo ius culturae. E ancora più interessante è la ripartizione per orientamento di partito: un elevato favore "anche presso la base di FI (81%) e del M5S (71%). Molto meno fra gli elettori della Lega (comunque, quasi metà: 46%) e, soprattutto, dei Fdi".
Nel corso della precedente legislatura, una normativa ancora più aperta e inclusiva, venne approvata dalla Camera nell'ottobre del 2015: e il consenso intorno a tale legge, sempre secondo l'Istituto Demos, rimaneva ancora oltre il 70% alla fine del 2016. Poi nel corso dell'anno successivo, per molte e diverse ragioni, i favorevoli si riducevano in modo sensibile e, parallelamente, calava l'impegno del centro-sinistra per l'approvazione della legge.
Si lasciavano passare così, irresponsabilmente, due interi anni prima che il provvedimento arrivasse nell'aula del Senato per il voto definitivo. Che non vi fu. Molte le ragioni, ma la prima e più importante, si dovette al fatto che il centro-sinistra, in parte per scarsa convinzione, in parte per cronica pavidità, abbandonò la battaglia. Si può dire - so di forzare un po' - che il centro-sinistra per paura di perdere le elezioni si smarrì al punto di perdere le elezioni.
Al voto del 4 marzo la sinistra si presentò con una personalità bipolare e prossima alla depressione. C'è il rischio che tutto ciò si possa ripetere. Il coraggio in politica non è una variabile secondaria. E, a I contrario, una virtù costituente. Il coraggio, inteso molto semplicemente come fedeltà ai valori fondativi, può conquistare consensi e voti. E fa dei principi non una retorica vizza, ma uno strumento di mobilitazione.
In quanto risorsa essenziale per la definizione dell'avversario e per la definizione e il rafforzamento di sé. Qui non si vuol dire in alcun modo che un obiettivo sacrosanto valga una sconfitta. Né, tantomeno, che una buona causa giustifichi una disfatta. Ritengo, piuttosto, che una campagna condotta in nome di obiettivi razionali e concreti possa determinare la vittoria. Poi c'è quel fattore cruciale per la politica che è la categoria del tempo.
Come diceva Lenin a proposito della Rivoluzione di ottobre, il giorno giusto non è il 23 o il 25.11 giorno giusto è il 24 e solo il 24. E chi preferisca un diverso orizzonte culturale, ascolti Arnold Schwarzenegger: "Qualunque cosa sia necessario fare per vincere, bisogna farla subito". Anche per un obiettivo, ragionevolissimo, come lo ius culturae, la questione del tempo è fondamentale. E il tempo è ora. Proprio così: non ieri e non tra un anno.
A questo progetto si contrappone la futilità di chi dice: ma con tutto ciò che accade in Italia, che urgenza c'è? Ovvero, mentre chiude l'ex Ilva, che senso ha parlare di nuova cittadinanza? Non è il tradizionale Benaltrismo (mentre crolla l'Italia, ben altre sono le priorità).
È, piuttosto, un sovranismo pitocco che gerarchizza le sofferenze: il dissesto idrogeologico, la crisi industriale e, se ce ne sarà tempo e modo, la discriminazione etnica. Sappiamo com'è andata sempre a finire: una sorta di metafisica dell'ignavia che riesce allo stesso tempo a non salvare il territorio e a non includere gli stranieri.
di Deborah Bergamini
Il Dubbio, 20 novembre 2019
C'è un concetto espresso dal Papa nel suo intervento di alcuni giorni fa all'Associazione Internazionale del diritto penale - intervento peraltro completamente ignorato dai media e dunque caduto nel vuoto - che mi ha colpito moltissimo. Il Papa ha parlato di una "cultura dello scarto", che rischia di trasformarsi in cultura d'odio. È un'espressione forte, questa della cultura dello scarto, e molto efficace per raccontare una sensazione che serpeggia in maniera sempre più presente all'interno delle nostre società e delle nostre vite.
Dentro questo concetto ho pensato di cogliere quello che a mio parere è stato un fattore scatenante di quella lotta senza quartiere fra cosiddette "élites" e cosiddette "masse" che sta stravolgendo gli assetti più profondi di ogni collettività, cambiando per sempre il volto e la struttura sociale dell'Occidente, scardinandone ogni meccanismo di garanzia e di capacità di guardare avanti. La paura di essere scarti, o di essere scartati. Perché troppo anziani o troppo giovani, perché troppo poveri o troppo malati o troppo lenti o troppo poco digitali o troppo qualunque altra cosa.
La paura di non riuscire ad avere più uno spazio nel futuro del mondo, di non poter essere più un progetto. E cosa è ciascun Uomo se non un immenso, prodigioso progetto chiamato a realizzarsi? Questa paura, che non trova conforto da nessuna parte, e il suo effetto speculare, la paura dell'altro percepito come alieno e perciò come minaccia, dunque la cultura dell'odio, stanno inquinando ogni luogo umano, radicalizzando ogni opinione, e la politica non ne è certo esente, anzi ne è prima artefice, essendo basata per sua natura sullo scontro. Dobbiamo saper guardare in faccia questa cultura dello scarto, renderci conto che non possiamo permettercela perché siamo sempre più interdipendenti ed adoperarci al più presto per realizzare una cultura diversa, che ristabilisca il senso chiaro dell'Altro non come minaccia, non come oggetto di odio, ma come luogo di incontro e di dialogo con noi stessi.
È sempre sull'Altro, infatti, che proiettiamo (e pro-gettiamo) ciò che abbiamo dentro di noi, l'immagine di essere umano che ogni giorno coltiviamo e affermiamo attraverso i nostri comportamenti e le nostre scelte, di cui siamo sempre gli unici responsabili. Questo senso dell'Altro come scoperta di noi lo abbiamo smarrito, e dunque non abbiamo più nulla su cui pro-gettare. Perciò diventiamo inevitabilmente vittime della paura dello scarto. Le parole del Papa hanno poi trovato una declinazione pratica nelle affermazioni che ha fatto sul tema oggetto dell'incontro, la giustizia, e che questo giornale non può che condividere: il superamento dell'idealismo penale, il contrasto all'abuso della custodia cautelare, un complessivo ripensamento sul senso della carcerazione e dell'ergastolo ostativo.
Si tratta di principi di umanità e di civiltà giuridica che cerchiamo di affermare da queste pagine con grande determinazione, nella speranza di riuscire, con il tempo e con la costanza, a offrire un contributo efficace a una riflessione collettiva di cui abbiamo bisogno, se vogliamo superare proprio la pericolosa deriva dello scarto. Ma ancora una volta il richiamo forte è alla politica, perché proprio la politica può avere un ruolo primario, con il suo potere, con il suo linguaggio, con il suo messaggio, con i suoi leader, nel decidere di contrastare questa cultura anziché vellicarla e alimentarla per guadagnarsi un'erronea idea di consenso. Basterebbe partire da una cosa semplice, una sorta di moratoria sul linguaggio che si sceglie di usare nella quotidiana dialettica politica, da parte di tutti i leader. Eliminare le espressioni di odio, gli insulti, i toni radicali, dimostrare ogni giorno che può esserci ancora spazio per un confronto sulle idee senza voler per forza distruggere quelle che non ci piacciono. Cominciamo ad azzerare la violenza verbale in politica, facciamoci promotori di una moratoria sulla necessità di dover per forza demonizzare o distruggere un Nemico, che in realtà custodiamo prima di tutto dentro di noi.
ragusaoggi.it, 20 novembre 2019
Sabato 23 novembre 2010, presso il Museo civico Emilio Greco Belliniano di Catania, l'Associazione Culturale La Poltrona Rossa inaugura una mostra collettiva d'arte delle opere realizzate dai ragazzi ristretti dell'Istituto Penale per Minorenni Bicocca di Catania e dalle ragazze ristrette dell'Istituto Penale per Minoreni di Pontremoli (Ms).
L'evento nasce dopo anni dei attività con i due Istituti Penali minorili dove, dal 2013, l'associazione opera attraverso laboratori creativi, artistici e artigianali per le detenute e i detenuti. Questo è stato possibile grazie ai Fondi Otto Per Mille della Tavola Valdese, il Ministero della Giustizia - Dipartimento per La Giustizia Minorile e di Comunità e i Centri per la Giustizia Minorile di Palermo e Torino.
Anche nel corso del 2020 gli operatori dell'associazione svilupperanno nuovi laboratori creativi per le ragazze e i ragazzi detenuti della sicilia e della toscana con i progetti ancora una volta approvati dall'Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.
"Abbiamo deciso di celebrare l'avvio ai lavori attraverso una mostra collettiva delle opere più belle raccolte in tutti questi anni - ha spiegato Ivana Parisi, presidente dell'associazione La Poltrona Rossa - e visti i temi trattati non c'era occasione migliore che inaugurare l'evento in occasione della giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne che si celebra proprio il 25 novembre di ogni anno.
La mostra, infatti, propone un'esposizione collettiva dei prodotti Artistici e Artigianali realizzati dai "Ragazzi di Catania" e le "Ragazze di Pontremoli" e tra le diverse sezioni della stessa prevalgono le riflessioni sul tema della violenza sulle donne. La Mostra "Artificium", inoltre, è anche un'occasione per presentare la "Collezione Galea" del museo belliniano.
"Sono state realizzate tantissime opere - ha aggiunto Parisi - ma fra queste abbiamo deciso di esporre i lavori relativi al percorso di formazione che si è svolto in questi anni per omaggiare l'arte. Per questo motivo abbiamo proposto ai/alle partecipanti di fare degli approfondimenti su alcuni grandi artisti della storia dell'arte moderna e contemporanea. Da qui sono nati i dipinti che hanno omaggiato, Van Gogh, Monet, Degas, Lichtenstein, Rothko e altri. L'Arte e l'Artigianato tradizionale, hanno assunto un ruolo molto importante nelle attività creative che tutt'ora svolgiamo nei due Istituti. Riteniamo che, in una condizione di detenzione, il lavoro, l'arte e l'artigianato, siano fattori che possono avere ruoli fondamentali all'interno di un percorso rieducativo di reinserimento sociale".
Da un lato il lavoro inteso come dignità, progettazione e realizzazione personale, dall'altro, l'oggetto pensato e studiato che prende forma attraverso il lavoro manuale; l'idea che diventa materia. Il pensiero astratto che diventa forma concreta. L'Arte si è sempre posta come valvola di riflessione per l'umanità e ha permesso di raccontare esperienze personali, creando luoghi di convivenza e riflessione e avvicinando sempre più l'interpretazione della realtà a quella di libertà. Tutto questo è stato possibile grazie ai due direttori degli Istituti Penali per Minorenni di Catania e Pontremoli, Maria Randazzo e Mario Abrate che hanno creduto sin da subito all'importanza di questi progetti.
Anche il personale dei due Istituti ha mostrato disponibilità e passione per il lavoro degli operatori dell'associazione. La Mostra verrà inaugurata il 23 novembre alle ore 11.30 con la presentazione dello scrittore e Storico dell'Arte Davide Sciuto. Il professore farà una breve lezione di arte sui lavori proposti dagli Artisti della mostra. Per partecipare all'evento è obbligatoria la prenotazione al numero 3400760481 oppure tramite la mail
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