di Luca Tescaroli*
Il Fatto Quotidiano, 30 dicembre 2019
L'effettività della sanzione penale, e del carcere in particolare, è nel nostro Paese una chimera e nel dibattito pubblico non si affronta il tema con la necessaria attenzione. Tale mancanza è una delle principali carenze del sistema penale che vulnera le funzioni stesse della pena astrattamente prevista, che rimane con molta frequenza solo sulla carta. Ciò alimenta la sfiducia dei cittadini nei confronti della giustizia e di chi l'amministra.
di Diodato Pirone
Il Messaggero, 30 dicembre 2019
"La giustizia è una cosa seria. Per cui ciò che ha fatto il governo Lega-5Stelle sulla prescrizione va semplicemente abrogato. Se non accadrà, come abbiamo sempre detto, noi voteremo con Forza Italia che consideriamo il male minore".
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 30 dicembre 2019
Tra poche ore, con l'inizio del nuovo anno, entrerà in vigore la riforma che abolisce la prescrizione dopo una sentenza di primo grado, sia essa di condanna che di assoluzione.
La riforma, fortemente voluta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (e approvata in Parlamento dal Movimento 5 stelle e dalla Lega ai tempi del governo gialloverde), trasformerà i processi in persecuzioni potenzialmente infinite: qualsiasi cittadino potrà restare in balia della giustizia italiana per 20, 30, persino 50 anni, o anche per tutta la vita, con effetti devastanti sul piano personale, familiare, economico e sociale.
Questo varrà non solo per gli imputati, ma anche per le vittime dei reati e le parti civili. Insomma, un fallimento a 360 gradi della giustizia, in cui perdono tutti, ma anche un fallimento dal punto di vista della logica legislativa, se si considera che nel 75 per cento dei casi la prescrizione dei reati matura prima di una sentenza di primo grado, a causa delle inefficienze del sistema giudiziario.
I nuovi alleati di governo del M5s, cioè il Partito democratico, Italia viva e Liberi e uguali, hanno accettato supinamente la volontà dei grillini di non rinviare l'entrata in vigore della riforma, nella convinzione che i suoi effetti devastanti si manifesteranno solo tra qualche anno, rendendo possibile approvare nel frattempo una legge che possa velocizzare i tempi del processo. Una bufala clamorosa: basterà infatti un processo per direttissima e una sentenza emessa per fatti compiuti dopo il 1° gennaio 2020 per vedere applicata immediatamente la nuova norma sulla prescrizione e vedere iniziare un processo eterno.
D'altronde, la lentezza della giustizia italiana è nota: già oggi vengono presentate ogni anno circa 17 mila richieste di indennizzo per violazione dei termini stabiliti dalla legge Pinto per la ragionevole durata dei processi (tre anni per una sentenza di primo grado, due anni per l'appello e un anno per il grado di legittimità). La riforma, più che da un'ignoranza di fondo del ruolo e del significato dell'istituto della prescrizione nel nostro ordinamento, sembra nascere proprio da una mancata consapevolezza dei danni devastanti che il processo eterno può causare sulla vita delle persone. E pensare che anche il 2019, come gli ultimi anni, ci ha consegnato una serie incredibile di flop giudiziari e di processi lunghissimi.
Lo scorso luglio, ad esempio, è stato di nuovo assolto Calogero Mannino, al centro di una persecuzione giudiziaria che dura ormai da 28 anni. Esponente di spicco della Democrazia cristiana e cinque volte ministro nella Prima Repubblica, Mannino è stato assolto in appello nel processo sulla cosiddetta "trattativa Stato-mafia".
La sentenza di appello, pur essendo il processo in rito abbreviato, è arrivata dopo sette anni. Ma la vicenda non è ancora finita e continua a palesare tutta la schizofrenia della giustizia italiana. Se infatti Mannino è stato assolto due volte dall'accusa di aver dato input ai contatti tra i carabinieri del Ros e Cosa nostra negli anni delle stragi, nel filone principale del processo quei carabinieri del Ros (Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni) sono stati condannati in primo grado proprio per aver portato avanti la presunta trattativa, insieme all'ex senatore Marcello Dell'Utri, i boss Leoluca Bagarella e Antonino Cinà e Massimo Ciancimino.
Nel 2010, invece, è finito con una sentenza definitiva della Cassazione l'altro calvario giudiziario di cui Mannino è stato vittima per ben 19 anni, con al centro l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Un'accusa infamante per chi, durante le elezioni del 1991, da responsabile politico della Dc in Sicilia, contrastò apertamente la mafia, tanto da tappezzare la regione con dei manifesti con su scritto "Contro la mafia, costi quel che costi".
Eppure nel 1995 la procura di Palermo, guidata da Giancarlo Caselli (supportato dai sostituti Vittorio Teresi e Teresa Principato) chiese e ottenne per Mannino persino l'arresto. L'ex deputato Dc trascorse nove mesi in carcere e altri tredici mesi agli arresti domiciliari. La detenzione sconvolse la salute fisica e psichica di Mannino, che arrivò a perdere addirittura venti chili. Quindici anni di sofferenze dopo, nel 2010, Mannino venne assolto in via definitiva da tutte le accuse, al termine di un processo a dir poco tortuoso: assoluzione in primo grado, condanna in appello, annullamento della condanna in Cassazione, assoluzione nel nuovo appello, assoluzione definitiva in Cassazione.
Nel 2008 il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, nel chiedere l'assoluzione nei confronti di Mannino, definì la precedente sentenza di condanna "un esempio negativo, da mostrare agli uditori giudiziari, di come una sentenza non dovrebbe essere mai scritta". Quando nel 2015 venne assolto nel processo di primo grado sulla trattativa, il giudice dell'udienza preliminare di Palermo, Marina Petruzzella, parlò di "prove inadeguate", "suggestiva circolarità probatoria", "interpretazioni di colpevolezza indimostrate".
Difficile parlare di vittoria, dopo che si è stati vittime del tritacarne mediatico-giudiziario per oltre un quarto di secolo e a causa di processi che non avrebbero dovuto neppure cominciare. "Si sono portati via la mia vita.
Quella di processato in aeternum è un'esperienza drammatica e inenarrabile. Non ci sono neanche mezzi espressivi sufficienti per rappresentare la realtà drammatica di questa condizione", dichiara Mannino al Foglio. "I miei avvocati non hanno mai chiesto un rinvio delle udienze per una qualsiasi ragione, eppure i processi si sono presi ventotto anni della mia vita".
È inevitabile pensare a quanti altri casi Mannino potrebbero accadere con l'abolizione della prescrizione. "Aver modificato ulteriormente la prescrizione è un errore che deriva dalla dominanza di un pensiero giustizialista, che manca di considerare la realtà del processo nel suo complesso - spiega Mannino - Ad esempio la fase preliminare, chiamata istruttoria, non finisce mai. Quando il processo comincia il tribunale non si trova delle bocce ferme, ma si trova molte bocce che corrono e che sono nelle mani esclusive del pubblico ministero.
Si tratta di un meccanismo perverso, che ha trasferito il processo dall'aula del tribunale all'ufficio del pm, il dominus assoluto del processo. Riformare la prescrizione senza considerare questi aspetti è un grandissimo errore. Il risultato sarà che i processi avranno una durata ancora più lunga, perché quando il pubblico ministero saprà di poter contare su termini di prescrizione più lunghi utilizzerà ancora più discrezionalmente il tempo che gli è riservato per la sua istruttoria".
"Anziché evocare la mia triste esperienza di uomo in attesa di giudizio-conclude Mannino, che ad agosto ha compiuto ottant'anni - vorrei quindi richiamare su questi aspetti l'attenzione di tutti, anche del legislatore, che non avrebbe dovuto lasciare passare questa riforma solo perché un ministro della Giustizia, che non ha nessuna esperienza di aule giudiziarie, ha voluto avventurarsi sull'eccitazione di alcuni organi di stampa amici".
Il 2019 è stato anche l'anno di Antonio Bassolino, sindaco di Napoli dal 1993 al 2000, poi ministro del primo governo D'Alema e presidente della Regione Campania per dieci anni, dal 2000 al 2010. Lo scorso maggio si è concluso definitivamente il processo in cui, insieme ad altri ventisei imputati, era accusato di irregolarità nella gestione dei rifiuti in Campania, compiute durante l'emergenza commissariale.
A tutti gli imputati erano state contestate presunte responsabilità riguardo anomalie e inadempienze nel contratto di gestione del ciclo dei rifiuti, stipulato tra il commissario straordinario - carica ricoperta da Bassolino dal 2000 al 2004 - e la società Fibe-Impregilo. La vicenda giudiziaria è durata la bellezza di 16 anni. Le indagini, iniziate nel 2003, avevano portato a una prima sentenza di assoluzione nel 2013.
Essendo trascorsi dieci anni, i reati erano finiti in prescrizione, ma i giudici del tribunale di Napoli, anziché prendere atto della prescrizione, avevano assolto Bassolino nel merito, smontando l'intero impianto accusatorio. Non pago, il pm aveva quindi presentato ricorso in appello. Dopo altri sei anni, lo scorso maggio, la Corte d'appello di Napoli ha dichiarato inammissibile il ricorso del pm, facendo diventare definitiva l'assoluzione dell'ex governatore. In tutto sono passati 16 anni. "Il vero problema è rappresentato dai tempi del processo. Giustizia giusta significa in primo luogo tempi giusti per tutti", dice Bassolino al Foglio. "Ho visto che ora il Partito democratico ha annunciato una sua iniziativa legislativa. Il punto fondamentale, che non bisogna smarrire e deve essere al centro dell'attenzione, è costituito proprio dai tempi della giustizia: i tempi lunghi sono un danno per le persone innocenti, così come per le persone che si sentono offese, mentre sono un vantaggio per quelle potenzialmente colpevoli".
Ovviamente il problema della lentezza dei processi non riguarda solo esponenti politici. Riguarda protagonisti del mondo delle imprese, come Giulia Ligresti, assolta lo scorso aprile dopo sei anni dalle accuse di falso in bilancio e aggiotaggio nel caso Fonsai (per il quale era stata incarcerata due volte). Riguarda semplici cittadini, come Mario Capobianchi, l'unico imputato per il crollo del palazzo di via di Vigna Jacobini avvenuto a Roma il 16 dicembre 1998 dove morirono 27 persone. Due mesi fa è stato assolto dalle accuse di disastro colposo e omicidio colposo plurimo dopo un processo durato vent'anni, con due sentenze annullate in Cassazione.
Ma i processi eterni riguardano paradossalmente anche ex ministri della Giustizia, come Clemente Mastella, assolto quindici volte su quindici, incluso il caso che nel 2008 lo costrinse alle dimissioni da ministro e che contribuì alla caduta del governo Prodi. La vicenda giudiziaria, incentrata su presunte pressioni esercitate per le nomine nella sanità, e che coinvolse anche sua moglie Sandra Lonardo, si è chiusa con l'assoluzione di fronte al tribunale di Napoli nel 2017: la sentenza (di primo grado) è arrivata dopo ben nove anni.
Nel frattempo, però, la vita di Clemente Mastella e della sua famiglia è stata stravolta. "Le notizie ottengono grande evidenza e rumore pubblico quando sei sottoposto al giudizio, anche se improprio e improvvido, di alcuni pm, ma emergono in maniera molto più dimessa quando sei assolto, quasi in retro-pagine, che consolano soltanto i tuoi parenti e qualche amico più intimo", afferma al Foglio Mastella, oggi sindaco di Benevento.
"Quando si è travolti da questi casi, si è soliti sottolineare la propria fiducia nella giustizia. Certo che crediamo nella giustizia, ma intanto magari ti dimetti per poterti difendere con tranquillità. Io facevo il ministro e dopo l'assoluzione non ho mica recuperato quello che ho perso. Non c'è mica una legge, come quella che riguarda ad esempio la pubblica amministrazione, secondo cui se vieni dichiarato innocente vieni reintegrato e recuperi gli anni persi. Io sono stato costretto a dimettermi da ministro e non ho recuperato niente".
Sul terreno non restano solo le ripercussioni sul piano professionale e le ingenti spese economiche (soprattutto legali), ma anche le sofferenze umane e familiari. In alcuni casi vere e proprie umiliazioni, come quando a Mastella fu negato dal questore l'imbarco per un volo per gli Stati Uniti per le vacanze natalizie, o quando la moglie (a cui era stato imposto il divieto di dimora in Campania) fu scortata dai carabinieri fin dentro la sala operatoria di un ospedale.
"Mi sono reso conto pure di aver subito un piccolo infarto, senza saperlo - aggiunge Mastella - Perché la vicenda giudiziaria ti corrode dentro. Sei innocente e vieni guardato in maniera sospettosa, anche dagli amici. Tutto questo crea problemi enormi sul piano personale, che non ripaga nessuno". Eppure, uno dei successori di Mastella (l'attuale Guardasigilli Alfonso Bonafede) ha pensato bene di istituzionalizzare il processo eterno.
"Della riforma della prescrizione penso tutto il peggio possibile - dichiara Mastella - La prescrizione imponeva persino ai pm che conducono inchieste in maniera pregiudizievole di accorciare i tempi e di rendere il processo un po' meno illimitato, perché se fosse arrivata la prescrizione avrebbero fatto un buco nell'acqua. Nel mio caso, il processo sarebbe stato infinito e sarei ancora sotto le macerie di questo terremoto. La remissività del Pd, che abiura a principi che legittimano la Costituzione e la persona umana come cittadino, è politicamente disdicevole. Altro che sardine, per risvegliare il Pd occorrerebbero le orche".
Ci sono poi quei cittadini che, pur di veder riconosciuta la propria innocenza, hanno deciso di rinunciare alla prescrizione affidandosi alla giustizia italiana, ma in cambio di questa fiducia si sono ritrovati impelagati in processi infiniti. Ne sa qualcosa Marco Tronchetti Provera, vicepresidente esecutivo e amministratore delegato di Pirelli, da quindici anni al centro di una vicenda giudiziaria che farebbe impallidire Franz Kafka.
Il caso risale al 2004, quando Tronchetti era presidente di Telecom Italia, e si colloca all'interno della contesa per il controllo di Telecom Brasil. L'allora presidente di Telecom Italia giunse allo scontro con l'allora gestore del fondo Opportuniy (azionista di controllo di Telecom Brasil), Daniel Dantas, e l'ex presidente di Telecom Brasil Carla Cico.
I due rivali carioca incaricarono l'agenzia investigativa Kroll di portare avanti un'attività di spionaggio nei confronti di Telecom Italia e soprattutto dell'allora presidente Tronchetti Provera. Il team di spioni venne a sua volta intercettato dalla squadra di sicurezza interna dell'azienda, guidata da Giuliano Tavaroli. Il capo della security e gli avvocati di Telecom Italia consegnarono, così, a Tronchetti Provera un cd contenente le prove dell'attività di spionaggio compiuta dall'agenzia Kroll nei suoi confronti su mandato dei rivali brasiliani.
Il manager diede disposizione di presentare denuncia in procura, non sapendo che le informazioni erano state ottenute in maniera illecita con un'attività di controspionaggio. Così, Tronchetti si è ritrovato coinvolto in un'inchiesta per ricettazione che sì trascina da oltre quindici anni e che ha portato a ben sei processi.
Condannato in primo grado, Tronchetti Provera è stato assolto due volte in appello, sentenze entrambe annullate dalla Cassazione. Al terzo processo di appello, nel novembre 2018, il manager è stato assolto per la terza volta. E pensare che nel 2015 aveva pure rinunciato alla prescrizione per vedersi riconosciuta un'assoluzione piena. Anche il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, ha una certa esperienza di processi eterni.
Nel dicembre 2012, ad esempio, è stato assolto dal tribunale di Salerno insieme ad altre 12 persone nel processo su presunte irregolarità nella variante urbanistica che permise la delocalizzazione delle Manifatture Cotoniere Meridionali (Mcm).
Pur avendo rinunciato al decorso dei termini di prescrizione dei reati (che andavano dalla truffa al falso), la sentenza di assoluzione di primo grado è arrivata dopo ben otto anni. Nel settembre 2016, in maniera ancora più incredibile, il governatore è stato assolto insieme ad altri 41 imputati dalle accuse legate alla vicenda del Sea Park, un parco marino che si sarebbe dovuto costruire a Salerno ma che poi non fu mai realizzato.
L'inchiesta era stata avviata 18 anni prima (dalla stessa pm, Gabriella Nuzzi, che aveva accusato De Luca nel caso Mcm) e la sentenza di assoluzione di primo grado è giunta dopo otto anni di dibattimento. Anche in questo caso De Luca aveva rinunciato alla prescrizione. Ciò non è bastato a velocizzare i tempi della giustizia, né a impedire che contro il governatore scattasse l'infernale meccanismo della gogna mediatico-giudiziaria.
Stavolta pure per mano politica: proprio a causa della vicenda Sea Park, De Luca era stato inserito - tra mille polemiche - nella lista dei cosiddetti candidati "impresentabili", preparata dall'allora presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, prima delle elezioni regionali, che poi l'ex sindaco di Salerno avrebbe vinto comunque. Ma la vittima per eccellenza del processo eterno all'italiana è sicuramente Rocco Loreto, per tre volte sindaco di Castellaneta (in provincia di Taranto) e per tre volte senatore nelle fila del Pci-Pds-Ds da11992 al 2001. Il 4 giugno 2001, il giorno dopo aver perso l'immunità parlamentare per l'insediamento delle nuove Camere, Loreto venne arrestato su richiesta dell'allora sostituto procuratore di Potenza Henry John Woodcock, con l'accusa di calunnia ai danni di un magistrato, il pubblico ministero di Taranto Matteo Di Giorgio, e di violenza privata nei riguardi di un imprenditore.
La colpa di Loreto (che trascorse quattro giorni in carcere e undici ai domiciliari) era quella di aver presentato un memoriale al ministero della Giustizia e in seguito al Consiglio superiore della magistratura e alla procura generale della Corte di cassazione in cui si criticava proprio l'operato del pm Di Giorgio (anch'egli di Castellaneta), sostenendo che questi avesse esercitato le sue funzioni in maniera opaca e al servizio di interessi privati.
Il tempo, molti anni dopo, darà ragione a Loreto: nell'agosto 2017 Di Giorgio sarà infatti condannato in via definitiva a otto anni di reclusione per corruzione in atti giudiziari e concussione. Fra le accuse contestate al pm (poi rimosso pure dall'ordine giudiziario) anche quella di aver costretto un consigliere comunale di Castellaneta alle dimissioni per provocare lo scioglimento del consiglio comunale, sotto la minaccia dell'arresto di alcuni suoi parenti.
Secondo i giudici, Di Giorgio, strumentalizzando le funzioni di magistrato, aveva costruito una rete di potere per contrastare i propri avversari politici e favorire gli alleati come Italo D'Alessandro, poi eletto sindaco di Castellaneta, e anch'egli condannato in via definitiva a tre anni. La verità è quindi emersa, ma troppo tardi.
Dopo aver subito l'onta della carcerazione preventiva, Loreto è stato costretto a vivere un calvario giudiziario durato addirittura 17 anni. Rinviato a giudizio nel 2008, l'ex senatore ha deciso di rinunciare alla prescrizione, ma ha dovuto aspettare fino al 2017 per ottenere la sentenza di assoluzione in primo grado, poi divenuta definitiva un anno dopo perché non impugnata dalla procura.
"Io sono il classico esempio di chi, rinunciando alla prescrizione, si è visto condannato a un processo interminabile, fermatosi fortunatamente al primo grado, perché non c'è stato appello né da parte del pubblico ministero né dalle parti civili. Il paradosso dei paradossi è che proprio la rinuncia alla prescrizione ha determinato un percorso giudiziario così lungo", racconta Loreto al Foglio, spiegando anche di aver rinunciato a presentare richiesta di indennizzo per la durata irragionevole del processo: "Quando il mio avvocato mi ha informato sulla somma che avrei potuto ricevere ho deciso di non presentare richiesta, per non essere ulteriormente offeso dallo stato dopo tutto quello che avevo subito".
Loreto, però, non dimentica "il trauma che ha segnato me, la mia famiglia e anche la mia città, di cui ero sindaco, eletto per tre volte consecutive a furor di popolo". "Ero dirigente scolastico del più grande istituto di istruzione secondaria di secondo grado della zona occidentale dell'arco ionico, frequentato da oltre un migliaio di studenti.
Dopo essere stato arrestato ed essere stato buttato giù come sindaco, quando entravo nell'istituto mi sentivo gli occhi addosso, sia da parte degli alunni che dei docenti e del personale amministrativo. Nessuno aveva il coraggio, se non anonimamente, di esprimersi sulla mia vicenda tragica. Mio figlio è scappato da Castellaneta e ora è a Londra.
Ci sono i danni economici, soprattutto per le spese legali, ma c'è anche la lacerazione degli affetti familiari. Ci sono danni immateriali incalcolabili". E in questo caso la vicenda ha avuto ripercussioni anche di carattere politico sull'intera città di Castellaneta: "A causa della vicenda giudiziaria il paese mi ha voltato le spalle - racconta Loreto - Dalle percentuali bulgare degli anni 90, sono passato a perdere le elezioni del 2002, del 2007 e del 2012. Mi hanno voltato le spalle anche i partiti, compresa la sinistra radicale (ex Rifondazione comunista), perché per loro ero comunque una persona sotto processo, da cui bisognava mantenere le distanze.
Dopo la terza sconfitta ho detto basta e mi sono ritirato a vita privata". È con questa esperienza tragica nella mente che Loreto guarda all'entrata in vigore della riforma della prescrizione: "Sicuramente con l'entrata in vigore della riforma ci saranno tanti altri casi Loreto, perché i magistrati, quando vedranno che non c'è il rischio della prescrizione, daranno naturalmente precedenza ad altri processi". A pagare il prezzo di questa infausta riforma, come abbiamo sottolineato, non saranno solo gli imputati, ma anche le vittime dei reati e le parti civili.
La norma, infatti, pur essendo stata ideata da Bonafede per venire incontro, in maniera populistica, alle proteste delle associazioni che riuniscono i familiari delle vittime di alcune tragedie ("La chiameremo 'legge Viareggio", disse il Guardasigilli prima dell'approvazione, facendo riferimento all'incidente ferroviario del 2009), avrà come effetto proprio quello di rinviare ancora di più nel tempo l'accertamento dei fatti in sede giudiziaria.
Se a ciò si aggiunge che nel 75 per cento dei casi la prescrizione dei reati matura prima di una sentenza di primo grado, e quindi prima del momento a partire dal quale si applicherà la riforma Bonafede, si può comprendere come i familiari delle vittime di alcune tragedie rischino di rimanere col cerino in mano, e senza giustizia, anche dopo l'entrata in vigore della norma, e come quindi si sia di fronte solo a un grande bluff giustizialista. L'unica cosa certa, alla fine, è il rischio di processi eterni per tutti. Che dire, auguri.
di Guido Camera e Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 30 dicembre 2019
La "spazza-corrotti" perde i pezzi. Nel suo primo anno di vita, la legge 3/2019, cavallo di battaglia del M5S e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, non ha infatti retto al banco di prova della giurisprudenza. È stata soprattutto la mancanza di una disciplina transitoria a far approdare le norme di fronte ai giudici che, in più di una occasione, ne hanno limitato l'applicazione. E ora si attendono gli esiti dei procedimenti aperti di fronte alla Corte costituzionale, che dovrà fare chiarezza sulla natura di una delle misure simbolo della legge, ovvero l'equiparazione, per la concessione dei benefici penitenziari, dei fenomeni corruttivi a quelli mafiosi e terroristici. Ma andiamo con ordine.
Benefici premiali limitati - La legge spazza-corrotti ha modificato l'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario(legge 354/1975), stabilendo che le misure alternative al carcere (affidamento in prova ai servizi sociali, detenzione domiciliare, semilibertà), i permessi premio e l'assegnazione al lavoro all'esterno del carcere possono essere concessi ai condannati per reati di corruzione, istigazione alla corruzione, corruzione in atti giudiziari, concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità e peculato solo se collaborano con la giustizia efficacemente. E si adoperano per evitare che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, assicurare le prove dei reati e consentire di individuare gli altri responsabili o sequestrare le somme o le altre utilità trasferite. Ma la legge non ha spiegato se questa misura - mutuata dalla disciplina in materia di contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo - si debba applicare anche ai fatti commessi prima della sua entrata in vigore, il 31 gennaio 2019.
Le correzioni dei giudici - La Cassazione (con le sentenze 25212/2019 e 48499/2019) ha chiarito che gli ordini di sospensione dell'esecuzione della pena emessi prima dell'entrata in vigore della legge Spazza-corrotti non possono essere revocati benché la nuova legge limiti i benefici premiali per i condannati per corruzione. Per la Cassazione, infatti, "la validità degli atti è regolata dalla legge vigente al momento della loro formazione". Sulla "retroattività" delle limitazioni ai benefici premiali ai fatti di corruzione commessi prima dell'entrata in vigore della legge 3/2019 si attende che si pronunci la Corte costituzionale. Sono infatti diverse le questioni di costituzionalità presentate alla Consulta, che ha fissato le udienze a febbraio 2020. Il nodo centrale è chiarire se la modifica apportata dalla legge spazza-corrotti all'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario abbia natura di "pena" in senso vero e proprio. Altri giudici, tra cui la Cassazione, hanno inoltre messo in discussione l'eccessività della misura per induzione indebita e peculato lieve.
Intanto la Consulta, con la sentenza 253/2019, ha già dichiarato l'illegittimità dell'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario, sancendo che i permessi premio possono essere concessi ai condannati per i reati indicati nella disposizione - inclusi, quindi, quelli di corruzione - anche in assenza di collaborazione con la giustizia, se non risultano collegamenti (spesso, peraltro, nei reati di corruzione, inesistenti) con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva.
Gli effetti - I dubbi sulla legittimità dei limiti ai benefici premiali per i reati per corruzione non hanno - per ora - ricadute sugli ordini di esecuzione emessi dopo l'entrata in vigore della legge. La Cassazione, con la sentenza 51905, depositata lo scorso 23 dicembre, ha riconosciuto come "l'avere il legislatore cambiato in itinere le "carte in tavola", senza prevedere alcuna norma transitoria presenti tratti di dubbia conformità" con il principio di legalità, ma la questione di costituzionalità può essere posta solo nella fase dell'esecuzione della pena. Quindi, se l'ordine di esecuzione è stato emesso dopo l'entrata in vigore della legge 3/2019, il condannato, per eccepirne l'incostituzionalità, deve entrare in carcere e rimanerci fino alla decisione della Consulta. Una decisione in linea con la sentenza 45319/2019 della Cassazione, che ha stabilito che il giudice dell'esecuzione, anche se ha sollevato questione di costituzionalità sull'applicazione dei limiti ai benefici per i reati di corruzione, non può sospendere l'efficacia dell'ordine di esecuzione.
Gli altri punti cancellati - Con la sentenza 5457/2019, la Cassazione ha stabilito che l'interdizione perpetua dai pubblici uffici del condannato per corruzione - un altro dei cavalli di battaglia della Spazza-corrotti - non si applica ai fatti commessi prima della sua entrata in vigore. Infine, con la sentenza 12541/2019, la Cassazione ha stabilito che la sanzione pecuniaria in favore dell'amministrazione lesa dal corrotto - introdotta dalla legge 3/2019 all'interno dell'articolo 322-quater del Codice penale, e pari a una somma equivalente al prezzo o al profitto del reato, da aggiungersi al risarcimento dei danni causati - non scatta in caso di patteggiamento.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 30 dicembre 2019
Tribunale di Napoli - Sezione V penale - Sentenza 3 maggio 2019 n. 4738. Il reato di violenza sessuale, nella forma consumata, è configurabile in presenza di un qualunque atto indirizzato verso zone erogene e idoneo a compromettere la libera determinazione della sessualità della vittima, compiuto con modalità costrittive o abusive. Pertanto, anche "palpeggiamenti e sfregamenti" possono integrare il reato ex articolo 609-bis cod. pen., salvo che la valutazione globale del fatto porti a ritenere configurabile la violenza sessuale di minore gravità, prevista dal comma 3 della medesima disposizione. Questo è quanto afferma il Tribunale di Napoli con la sentenza 4738/2019.
Il caso - All'origine della vicenda c'è la condotta posta in essere da un uomo su un treno della Circumvesuviana, sul quale viaggiava un gruppo di ragazzi di nazionalità francese in gita scolastica in Campania. Durante la corsa del treno, approfittando della folla, l'uomo si era avvicinato a una prima ragazza della scolaresca "iniziando a toccarle il sedere in maniera violenta e insistente", per poi puntare una seconda ragazza strusciando "le sue parti intime sulla gamba della stessa, nei pressi dell'inguine". Il tutto avveniva in pochi istanti con lo spavento delle due ragazze, che dopo aver subito le gesta dell'uomo si era dirette verso gli altri compagni mischiandosi nel gruppo. Le due scene furono però notate da due carabinieri che in quel momento si trovavano a svolgere un servizio di controllo in borghese all'interno del treno. Così uno dei due agenti ha fermato l'uomo per poi condurlo in caserma, mentre l'altro ha raccolto la denuncia delle due ragazze francesi.
In seguito, durante il processo per violenza sessuale nei confronti dell'uomo, che già in passato si era reso protagonista di episodi simili, il Collegio giudicante, ritenuto provato il fatto sulla base delle dichiarazioni delle due persone offese, ha riconosciuto la piena responsabilità penale dell'imputato, optando però per la circostanza attenuante ex articolo 609-bis comma 3 cod. pen. Il perimetro applicativo della violenza sessuale - In primo luogo, i giudici napoletani ritengono che vi sia stata una violenza sessuale in forma consumata. Ciò in quanto, risultano integrati perfettamente sia il requisito della costrizione che quello del compimento di un atto sessuale. Quanto al primo, è sufficiente che si realizzi "una notevole compressione della libertà di autodeterminazione di un soggetto, tale che egli non abbia possibilità di scelta", circostanza avvenuta nella fattispecie in quanto vi è stata un'azione repentina consistita prima nel "palpeggiamento" e poi nello "strusciamento"; quanto al secondo, è sufficiente il compimento di un qualunque gesto idoneo a "compromettere la libera determinazione della sessualità della persona o ad invadere la sfera sessuale", circostanza avvenuta nella fattispecie in quanto il "palpeggiamento" e lo "strusciamento" sono contatti corporei "suscettibili di eccitare la concupiscenza sessuale anche in modo non completo e/o di breve durata".
La violenza sessuale di minore gravità - Ciò posto, per il Tribunale nel caso di specie è opportuno però mitigare la rigida e ampia interpretazione di "atto sessuale" e di "costrizione", anche alla luce della severa cornice edittale della norma, con la fattispecie attenuante, di cuial comma 3 della disposizione, in relazione al fatto che si è trattato di gesta che hanno offeso in modo non particolarmente grave la libertà sessuale delle due ragazze, le quali non si sono neppur costituite parti civili. Difatti, spiegano i giudici, per la configurabilità della minore gravità "deve farsi riferimento ad una valutazione globale del fatto, nella quale assumono rilievi i mezzi, le modalità esecutive, il grado di coartazione esercitato sulla vittima".
Ebbene, considerando il comportamento quasi maldestro dell'imputato, "nel contesto affollato del vagone, senza compromettere gravemente" la libertà sessuale delle persone offese, per il Tribunale "appare meno grave il fatto contestato" e ciò comporta il riconoscimento della fattispecie attenuata.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 30 dicembre 2019
Falso materiale di un atto pubblico e non truffa per il commercialista che falsifica e mostra alla società cliente una comunicazione di sgravio redatta su carta intestata dell'Inps e ricevute di pagamento a Equitalia. Una "contraffazione" fatta per dimostrare di aver adempiuto agli obblighi di pagamento, quando i versamenti non erano mai stati fatti.
Il ricorso del professionista - La Corte di cassazione, con la sentenza 50196 del 15 novembre scorso, respinge il ricorso del professionista e avalla la scelta della Corte d'appello di assolverlo dall'originaria imputazione di truffa, con la formula perché il fatto non sussiste, condannandolo invece per falso in atto pubblico commesso da un privato, con il conseguente obbligo di risarcire i danni al cliente. I giudici della quinta sezione penale, respingono al mittente tutte le eccezioni della difesa del commercialista, che contestava sia la validità della testimonianza chiave delle parte lesa, considerata "de relato", sia l'elemento soggettivo del reato. Per quanto riguarda il primo punto, il ricorrente considerava non corretta la valutazione della Corte territoriale, la quale aveva concluso per la sua responsabilità, dando un peso determinante alla deposizione della società cliente, che si era costituita parte civile. Dichiarazioni considerate attendibili benché basate solo sull'indicazione dei nominativi dei funzionari Inps dai quali la società aveva appreso che la documentazione consegnata dall'imputato era falsa.
Per la Cassazione però la testimonianza della parte civile, con l'indicazione dei nomi dei pubblici funzionari disponibili a confermare tutto, era valida, anche in presenza di ulteriori riscontri.
Il falso in atto pubblico - Non passa neppure il punto centrale del ricorso. Ad avviso della difesa, il falso in atto pubblico sarebbe concepibile solo quando si alterano dei documenti autentici, autenticati o di cui sia stata dichiarata la conformità all'originale. Una tesi che la Suprema corte bolla come infondata, alla luce dei chiarimenti forniti dalle Sezioni unite. Il Supremo consesso ha, infatti, precisato che il reato scatta "quando la copia si presenti o venga esibita con caratteristiche tali, di qualsiasi guisa, da voler sembrare un originale, ed averne l'apparenza".
Il reato, sanzionato dagli articoli 476o 477 del codice penale, c'è dunque quando lo stesso soggetto che produce la copia compie anche un'attività di contraffazione che incide materialmente sui tratti che caratterizzano il documento, dandogli una parvenza di originalità, tale da farlo sembrare "autentico" o una copia conforme. In questo quadro, secondo la ricostruzione dei giudici, rientra il comportamento del commercialista che, per dimostrare di aver compiuto il suo dovere, ha consegnato documenti "fai da te" spacciandoli per originali.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 30 dicembre 2019
Una elevata e aggiornata formazione dei magistrati è ciò che i cittadini hanno diritto di pretendere. La complessità e gravità di molte delle decisioni che sono chiamati a prendere e la indipendenza che è loro garantita nell'esercizio delle loro funzioni, esigono la massima preparazione culturale, sia di carattere strettamente giuridico, sia ampiamente sociale.
Della formazione dei magistrati nella fase del loro tirocinio iniziale e poi in tutto il corso della loro attività, a partire dagli anni 80 del secolo scorso, prese ad occuparsi direttamente il Consiglio superiore della magistratura.
È stato poi istituito un ente autonomo - la Scuola superiore della magistratura - che ha iniziato a operare con i suoi primi corsi nel 2013. L'opera che svolge è molto intensa e di alto livello, nell'assicurare lo sviluppo di una cultura professionale adatta ad un corpo giudiziario composto da circa diecimila magistrati professionali e delle migliaia di magistrati onorari.
Fino ad ora hanno organizzato e diretto l'attività della Scuola due successivi comitati direttivi, che vengono composti con una quota di componenti nominati dal Consiglio superiore della magistratura ed una quota nominata dal ministro della Giustizia.
Per escludere una chiusura culturale corporativa della magistratura, si tratta di magistrati, avvocati e docenti universitari. Tra di essi viene eletto il presidente, che svolge un ruolo attivo, essenziale per garantire il prestigio dell'istituzione nei rapporti con tutto il mondo sociale e culturale cui la magistratura necessariamente deve rapportarsi: in primo luogo, ma non solo, l'avvocatura e l'Università.
Fino ad ora i presidenti sono stati due ex presidenti della Corte costituzionale. La loro personalità ha assicurato alla Scuola il proficuo inizio di attività di una istituzione che in altri Paesi europei esiste da maggior tempo. Gli organi direttivi della Scuola sono da poco scaduti, il Consiglio superiore ha già nominato la sua parte di componenti e con particolare interesse si attendono ora le prossime nomine da parte del ministro.
La capacità di assicurare una riconosciuta, autorevole linea di indipendenza culturale di carattere giudiziario è richiesta alla Scuola e ai suoi organi direttivi. In tale ordine di idee dovrebbero sempre muoversi il Consiglio superiore e il ministro. Vi sono aspetti della cultura giudiziaria che sono del tutto specifici, tanto che proprio ora in Francia è vivissima la polemica contro il progetto di riforma della Scuola nazionale dell'amministrazione (Ena).
Lanciata dal presidente Macron, il progetto prevede l'assorbimento dell'attività della Scuola della magistratura in quella della nuova Scuola dedicata agli alti funzionali della amministrazione: non l'eliminazione della specifica formazione per i magistrati, ma l'instaurazione di un consistente periodo in comune con i dirigenti amministrativi.
Dimissioni tra i membri della Commissione che elabora la riforma e vivaci polemiche con i vertici della magistratura e le associazioni dei magistrati sembrano aver ottenuto un ripensamento, ma è interessante notare che il cuore del contrasto risiede nel senso che si dà al ruolo dei giudici, nella scelta tra il valore (costituzionale) della loro indipendenza anche culturale e quello (diverso) della attitudine a dare esecuzione alle scelte politiche del governo.
Tra gli aspetti della cultura giudiziaria dei magistrati, che la Scuola cura e dovrebbe ancor più sviluppare, c'è quello che riguarda il difficile equilibrio tra l'indipendenza individuale, di ciascun giudice, nel decidere le cause secondo l'interpretazione della legge che adotta e la consapevolezza di essere parte e voce di una istituzione, quella giudiziaria, chiamata a fornire il servizio pubblico del risolvere le controversie secondo Costituzione e legge.
I momenti formali di incontro tra magistrati, come sono particolarmente le Camere di consiglio, sono il luogo in cui le opinioni si incontrano e cercano la soluzione comune. Utilissime sono però anche le occasioni informali offerte dalla Scuola, in sede centrale o in sede locale. Nei corsi della Scuola si incontrano e discutono, tra loro e con i docenti, magistrati di sedi diverse e distanti, che mai altrimenti avrebbero occasione di confrontare esperienze e opinioni.
Così si formano i singoli e così emerge e si armonizza una cultura comune, capace di produrre una giustizia tendenzialmente omogenea e prevedibile, così come dovrebbe essere. È bene allora che sul lavoro della Scuola sia viva l'attenzione dell'opinione pubblica, anche attenta alle responsabilità del Consiglio superiore della magistratura e, ora, del ministro della Giustizia nel formarne gli organi direttivi.
di Francesco Specchia
Libero, 30 dicembre 2019
L'ex ministro di Prodi: "Non si può fare una riforma come se i processi lenti fossero colpa della difesa".
Professor Giovanni Maria Flick, da pregiato giurista, accademico, presidente emerito delle Corte Costituzionale ed ex magistrato, lei si è molto esposto sulla riforma del processo penale che entrerà in vigore il 1° gennaio. Ha parlato di "approccio sbagliato". E se l'approccio è sbagliato, figuriamoci il resto....
"Sì. Il metodo stesso con cui ci si è approcciati alla riforma è profondamente sbagliato. Oltre alla prescrizione c'è un mondo da riformare prima e contemporaneamente. Per esempio, la pletora dei reati: e meno reati significa meno processi. Tutti ora parlano di depenalizzarli ma si fa l'esatto contrario".
Cosa non la convince? Il processo che diventerà eterno? L'ossessione del ministro Bonafede per l'abolizione della prescrizione dopo il 1° di giudizio? L'approssimazione?
"Il punto è che non si può parlare solo di prescrizione tralasciando tutto il resto. E qui si tende a fare confusione tra la prescrizione - che è la cancellazione sostanziale del reato dopo un certo tempo - e la ragionevole durata del processo - che prevede un limite processuale previsto dalla Costituzione e dalla Cedu. E si vuole stabilire uno stesso identico limite per reati e per processi completamente diversi. Non funziona così".
Cioè secondo lei occorreva prima una riforma complessiva dei processi?
"Certo. Si parte dal concetto sbagliato che la durata eccessiva dei processi sia colpa degli avvocati, anche se l'imputato ha il sacrosanto diritto di essere difeso. Quando in realtà, guardi, le lungaggini sono dovute, per la maggior parte, ad enormi disfunzioni organizzative degli uffici giudiziari, anche in periodi in cui la difesa non può fare nulla, come i passaggi dei fascicoli. E la soluzione di tutto questo sarebbe aumentare la durata della prescrizione o cancellare le impugnazioni? Mi pare tutto molto confuso...".
Però con la riforma del processo civile era andata un po'meglio, no?
"Sì, ma la materia è più facile. E ci hanno messo più energia. Ma la politica è così: si concentra, ad intermittenza, ora sul processo civile lasciando sguarnito il penale, e viceversa. A me questa pare una riforma confusa che ha mischiato temi molto politici ad altri tecnici ma senza un baricentro chiaro. Sarebbe stato meglio, ad esempio, tenere il buono della riforma Orlando, invece la si è eliminata in blocco".
E secondo lei, alla fine della fiera, quale potrebbe essere la soluzione?
"Ovviamente, fermo restando che l'obbligatorietà dell'azione penale è una cosa estremamente seria, qui, per una riorganizzazione del tema processuale occorre chiamare dei tecnici, riunirli attorno ad un tavolo e ascoltarli. E dire che il codice riformato del 1989 aveva una sua precisa fisionomia, che poi progressivi interventi correttivi ma disorganici hanno snaturato".
Per rimanere più terra-terra, oltre a smaltire i reati non sarebbe utile - che so - aumentare il personale nelle aule e negli uffici giudiziari?
"Certo, potrebbe giovare: non è un caso che in alcuni tribunali d'Italia alcuni processi durino la metà degli altri. Ma c'è altro. Siamo davvero sicuri, per esempio, che l'informatizzazione degli uffici, così com'è fatta ed applicata, risolva i problemi della giustizia?".
Lei non è d'accordo neanche sull'uso dei trojan nelle intercettazioni (anche se sfido chiunque ad averne, ad ora, un'idea chiara)...
"Il Trojan è uno strumento di captazione delle informazioni molto pesante ed invasivo rispetto al precetto costituzionale di rispetto della libertà e segretezza delle comunicazioni. Lo stesso codice penale dice che le intercettazioni devono servire per confermare situazioni di prove già raccolte. Mi pare invece che qui si stia optando per estendere l'uso dei trojan come criterio generale di indagine. La qual cosa è inaccettabile. Il resto della riforma - parlo dal punto di vista penale di mia competenza - non riesco proprio a vederlo se non in questa iniziativa sulla prescrizione che ha soltanto il sapore dello scambio: io cedo sulla prescrizione e tu lo fai sulle intercettazioni".
Ma, per restare in tema, almeno questa riforma non blocca definitivamente la porta girevole politica-magistratura?
"Ecco, quello è uno dei pochi elementi condivisibili di questa riforma; ed era una cosa per cui mi ero fortemente battuto da ministro: massima libertà nello scegliere la politica, ma se un magistrato varca quella porta non può tornare più indietro".
Quando lei era ministro delle Giustizia nel governo Prodi propose le pagelle per i magistrati. Come vede il fatto che oggi le stanno riproponendo?
"Allora mi presero a pietre in faccia. Ora che in molti ne stanno riparlando ammettono che non era una cattiva idea".
Il premier Conte, nel discorso di fine anno, ha promesso di velocizzare i processi Direi che sarebbe stata una notizia il contrario...
"Vedo un lieve miglioramento rispetto al silenzio pressoché totale sulla giustizia nel suo discorso d'insediamento. Velocizzare i processi è una cosa ovvia. Si tratta di vedere come e quando farlo. In realtà questa riforma epocale della giustizia viene declamata da tempo dal ministro Bonafede, ma non abbiamo ancora capito bene di cosa si tratti".
ogginotizie.it, 30 dicembre 2019
Nuovo allarme di sovraffollamento nel carcere di Sollicciano. Molte delle celle che in agosto erano inagibili, sono stati finalmente ripristinate. In questo modo, la capienza è arrivata a 494 detenuti. Tuttavia, vi è un sovraffollamento del 155% nel settore maschile e del 195% in quello femminile. In altre parole, ci sono 680 uomini e 107 donne.
Dei 680 uomini 414 (60,9%) scontavano una condanna definitiva, mentre tra i 266 (39,1%) detenuti che ancora non avevano una condanna definitiva il 45,1% (120) era in attesa del giudizio di primo grado. Per quanto riguarda invece le donne detenute, 78 (65%) scontavano una condanna definitiva, 3 risultavano internate, 26 (24%) erano in attesa di condanna definitiva e di queste il 46% (12) in attesa del giudizio di primo grado.
Massimo Lensi, presidente di Progetto Firenze, spiega: "Il problema del sovraffollamento di Sollicciano continua a essere ignorato. Nonostante ciò renda afflittiva la pena per chi vi è ristretto e appesantisca enormemente il lavoro di quanti, a partire dalla direzione e dal corpo di polizia penitenziaria, si trovano costretti a fare l'impossibile per gestire una situazione sempre al limite dell'emergenza. La presenza di ben quattro bambini nel nido interno del carcere con le loro madri detenute è il sintomo evidente di un malessere generale che ancora una volta dobbiamo segnalare.
A Firenze si attende ormai da tempo l'apertura dell'istituto a custodia attenuata per madri detenute (Icam) o di una casa famiglia protetta. Le procedure sono partite dieci anni fa, e tra alterne vicende sembravano arrivate a conclusione l'anno scorso. Invece, ancora oggi tutto tace".
di Mario Pepe
Il Roma, 30 dicembre 2019
Intervista a Valentina Ilardi, psicologa della Pastorale: "Poggioreale non può pensare di creare una vita diversa ai reclusi". "Il carcere? È quella fetta di società della quale ci dimentichiamo. In carcere non c'è vita da nessuna parte". A dirlo è Valentina Ilardi, psicologa della Pastorale carceraria, che ormai da lustri si occupa della condizione dei detenuti nel carcere di Poggioreale. "E lo dico lontana da ogni pregiudizio, perché chi lavora accanto a loro non può averne anche se io ho iniziato questa esperienza piena di pregiudizi".
Come mai ha deciso di intraprendere questo cammino di vicinanza a chi è recluso?
"Essenzialmente per la curiosità di vedere là dentro chi ci fosse. E mi sono subito accorta che queste persone sostanzialmente non vivevano. Chi decide di intraprendere questo tipo di attività al fianco dei detenuti finisce inevitabilmente per essere testimone di quanti pregiudizi ci sono e degli ostacoli che vengono creati".
Qual è, anche in base alla sua esperienza, l'idea che si fa chi è esterno al carcere, il cittadino comune?
"Innanzitutto c'è l'idea che chi ha commesso un reato anche la galera è poco. E c'è anche chi dice che le persone recluse sono mantenute da noi. Insomma, una serie di visioni distorte che finiscono anche per allontanare la realtà circostante da quella vissuta all'interno di un penitenziario".
Chi, invece, come lei conosce cosa è il carcere come giudica questo mondo?
"Chi lo conosce dice che è troppo così com'è. Anche se, naturalmente, non è che può essere abolito, nessuno chiede questo. Ma soprattutto Poggioreale non è un carcere che può ospitare delle persone e pensare di creare per le stesse una vita diversa. Per questo motivo occorre ripensare totalmente questo tipo di strutture nell'ottica di una visione più umana".
Qual è l'approccio con chi ha un vissuto carcerario da parte di chi opera nel mondo del volontariato?
"Beh, bisogna valutare attentamente chi si ha di fronte ci si prende tempo per capire chi si ha di fronte per valutarne anche le potenzialità. Il più delle volte non guardiamo al reato quando ci avvinciamo a queste persone ma a quello che loro possono dare".
In questo senso, Poggioreale che tipo di condizioni può creare affinché ci sia una migliore vita per i detenuti?
"Non le può creare perché è una delle carceri più sovraffollate del territorio italiano e ha ospiti che sono più del doppio della capienza. E a questo si aggiunge anche la scarsità di risorse che non sono nemmeno sufficienti per la capacità della struttura stessa di contenere la popolazione. Non parlerei, però, di un difetto di direzione".
Il problema può essere più formativo, se così si può dire?
"Sicuramente chi opera all'interno del penitenziario va "mentalizzato", se così si può dire, diversamente. Ma mi rendo che anche gli agenti di polizia penitenziaria sono sovraffaticati. Tutto ciò porta malessere su tutti i fronti. E quanto entri vedi reparti chiusi, umidi e malridotti".
La politica ha quasi sempre visto il carcere come un luogo dove rinchiudere chi delinque per tenerlo lontano dalla società...
"Sicuramente, perché è più comodo pensare che queste persone che hanno sbagliato rimangano chiude lì dentro e in condizione di non nuocere".
Il problema è che, poi, molti escono una volta scontata la pena e si trovano a fare un vero e proprio salto nel buio...
"Non solo escono, direi, ma spesso sono anche incattiviti. E ci sono persone che si affiliano ai clan, visto che il penitenziario è uno dei luoghi più adatti per il reclutamento delle cosche. La politica si è solo preoccupata negli anni di togliere chi sbagliava dalle strade, abbandonando le persone a se stesse. Con il risultato questi una volta usciti non sanno cosa fare. Dentro ci sono reclusi che non sanno fare nulla e se qualcuno ha potenzialità gli viene negata un'opportunità. La politica è cieca anche verso strutture come quella della quale faccio parte, la Pastorale carceraria, che accoglie detenuti in regime domiciliare o ex. E queste persone spesso non vanno via per tornare nella società perché non hanno dove andare o perché non vogliono tornare all'esterno. E queste paura può sfociare o in suicidi o nel perdere completamente il contatto con la realtà. Abbiamo avuto persone che avevano affrontato una lunga detenzione che non sapevano nemmeno che esistessero i telefoni cellulari".
Insomma, il vostro compito è arduo...
"Sicuramente. Ma ci sono tanti ostacoli. Basti pensare, per esempio, alla normativa che prevede l'abbattimento delle tasse per chi assume. Ma ci sono tanti lavori che i detenuti non possono fare perché non si devono avere procedimenti penali. E c'è sempre il pregiudizio di chi non si fida".
Qual è il suo bilancio dell'attività che svolge?
"Al di là delle difficoltà delle quali parlavo, è sicuramente positivo. Specie quando riscontriamo i risultati di chi è in affidamento in prova ai servizi sociali. Qualcuno si inventa lavoro in base alle proprie conoscenze e noi soddisfatti dei risultati raggiunti. Ed è quello che ci rende sempre più determinati ad andare avanti".
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