di Rosalba Miceli
La Stampa, 21 novembre 2019
Le visite dei bambini al familiare in carcere rappresentano esperienze ad alto impatto emotivo, potenzialmente traumatico: preoccupazioni, ansia, imbarazzo, paura, ma anche attesa e gioia si alternano e si compenetrano durante quei brevi momenti di incontro tra bambini e detenuti. Alcuni sanno già cosa aspettarsi perché la visita al familiare in carcere è ormai un appuntamento fisso, per altri invece è la prima volta che varcano la soglia del carcere.
Come sostenere e tutelare i minori che entrano in contatto con la realtà penitenziaria? Come evitare che venga compromesso il loro sviluppo psico-affettivo? Il progetto Bambini e Carcere, sviluppato da "Telefono Azzurro" in collaborazione con il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap), nasce nel 1993 a Milano presso la Casa Circondariale di San Vittore, con l'obiettivo di tutelare i diritti di quei bambini che accedono al carcere per fare visita a un loro genitore o parente detenuto.
Il progetto intende mettere in pratica il principio sancito dall'articolo 9 della Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia secondo cui "il bambino i cui genitori, o uno dei due, si trovano in stato di detenzione, deve poter mantenere con loro dei contatti appropriati". Contatti che alimentano la relazione di attaccamento reciproco, mantenendo i legami affettivi.
Di recente l'accordo con il DAP è stato rinnovato con la firma del protocollo di intesa che regola le attività di "Telefono Azzurro" nelle strutture carcerarie di tutta Italia. Portato avanti dall'impegno dei volontari e dai consulenti di "Telefono Azzurro", il progetto attualmente è operativo in 24 Istituti penitenziari italiani. Nello specifico, il progetto Ludoteca prevede la creazione di spazi e di tempi a favore dei minori con lo scopo di creare un clima sereno e accogliente e di facilitare la relazione e l'espressione delle emozioni tra bambino e genitore o parente detenuto.
I volontari rappresentano una presenza sensibile e discreta che accompagna i minori in tutte le fasi, dai controlli preliminari fino al momento di entrare, durante i colloqui e al momento della separazione. La fase di pre-accoglienza è precedente all'incontro con il familiare detenuto: in questi momenti carichi di aspettative, i volontari cercano di allentare la tensione che si crea con le procedure di entrata nel carcere; segue l'incontro con il familiare in ludoteca o nella sala colloqui. I volontari che gestiscono questa fase animano alcuni momenti, in modo particolare i laboratori, creando occasioni significative per la crescita psico-affettiva del minore.
Dopo il colloquio giunge il momento del distacco. È un momento molto delicato. Le aspettative iniziali sono state in qualche modo soddisfatte? O rimane ancora qualcosa da dire, da fare, un ultimo abbraccio, un ultimo saluto... In questi momenti il bambino viene aiutato a concludere positivamente l'incontro e a salutare il familiare detenuto.
Oltre a mitigare nei bambini l'impatto con la realtà carceraria, i volontari di "Telefono Azzurro" si impegnano con i genitori o parenti reclusi per favorire il recupero degli affetti familiari, mediante "gruppi di parola", laboratori di scrittura e colloqui individuali.
di Bartolomeo Romano*
Il Dubbio, 21 novembre 2019
La discussione sulla prescrizione è diventata (o, forse, lo è sempre stata) una occasione di continua polemica politica, un campo di confronto tra opposte visioni della giustizia: quasi tra garantisti e giustizialisti, tra innocentisti e forcaioli. Ma non dovrebbe essere così. Nel mio precedente intervento, pubblicato sul Dubbio del 15 novembre, ho cercato di indicare le ragioni per le quali la prospettata sospensione (rectius, abolizione) della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, a far data dal 1° gennaio 2020, addirittura pure in caso di assoluzione, non sia una soluzione ragionevole e, dal mio punto di vista, costituzionalmente legittima.
Lo ribadisco nuovamente, per evitare che letture superficiali possano fraintendere e strumentalizzare la mia posizione: quando interviene la prescrizione si verifica una sconfitta per lo Stato, una mancata tutela per le persone offese, un grave danno per tutti i soggetti indagati o imputati, non colpevoli (articolo 27, comma secondo, Cost.) o innocenti (articolo 6, comma secondo, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo), sino alla (eventuale) sentenza definitiva di condanna.
Ma i rischi per la libertà personale e le stesse libertà politiche di tutti noi sono troppo grandi e concreti per immaginare di eliminare, semplicisticamente, la prescrizione. Inoltre, e forse soprattutto, tale "rimedio" non cura la malattia, ma ne elimina esclusivamente gli effetti più evidenti. Mi spiego meglio. La riforma Bonafede incide solo sulla fase successiva all'intervenuta decisione di primo grado: ma, in realtà, la prescrizione che interviene, oggi, dopo tale fase (e senza che abbia ancora dispiegato i suoi effetti la riforma Orlando, che ha aumentato, di fatto, la prescrizione di tre anni dopo la sentenza di condanna di primo grado), è una piccolissima parte di tutte le prescrizioni che riguardano i reati.
Infatti, secondo i dati forniti dallo stesso ministero della Giustizia, nel 2018 i procedimenti penali prescritti in Corte d'appello e Cassazione (per cui opererebbe il blocco) sono stati 29.862: certo, comunque troppi. Ma la fase nella quale si concentra il maggior numero di prescrizioni è quella delle indagini preliminari (circa il 41%), e il 75% delle prescrizioni matura entro il primo grado di giudizio: non verrebbe, quindi, toccato dalla riforma.
Peraltro, il blocco della prescrizione dopo il primo grado avrebbe conseguenze molto differenti sul territorio nazionale, perché la percentuale di prescrizione cambia molto da una Corte d'appello all'altra: dal 40% (circa) a Roma, Catania, Venezia, Torino, al 10% (circa) di Milano, Lecce, Palermo, Trieste, Caltanissetta e Trento. Con la conseguenza, paradossale, che chi è lento lo sarebbe ancora di più, poiché su quelle realtà si affastellerebbero circa 30.000 procedimenti in più ogni anno, con un vulnus evidente al principio costituzionale di eguaglianza (articolo 3 Cost.), che la Repubblica dovrebbe, invece, garantire, rimuovendo gli ostacoli alla sua affermazione.
Cosa fare, allora? Per quanto riguarda gli aspetti riconducibili al diritto penale sostanziale, credo che la via maestra per abbreviare i tempi del processo possa essere rappresentata dalla riduzione della sfera del penalmente rilevante: è evidente che la macchina giudiziaria non regge il carico. Ma deve essere il legislatore a effettuare le opzioni di fondo, con la abrogazione o con la depenalizzazione; altrimenti, ci si deve affidare alle discrezionali scelte del pubblico ministero, in materia di selezione del materiale, e del giudice, con gli sdrucciolevoli istituti della sospensione del processo con messa alla prova e, soprattutto, della "particolare tenuità del fatto".
Poi (come già sostengo da anni) ci si potrebbe limitare, per evitare un eccessivo favor rei nel quadro di un istituto già mitigatore, quale la continuazione di reati nel nostro Paese, a tornare alla disciplina di decorrenza del termine della prescrizione vigente prima della modifica dovuta alla ex Cirielli nel 2005, in modo che il termine della prescrizione decorra dal giorno in cui è cessata la continuazione (e non più, come oggi, dalla consumazione del singolo reato): su questo punto, la mia proposta coincide con quella prevista dalla legge del 2019, a testimonianza, credo, del fatto che le mie non sono scelte ideologiche.
Nel campo processuale, si potrebbero (tra le varie misure possibili) prevedere sempre notifiche telematiche, imponendo a tutti i soggetti comunque coinvolti nel procedimento penale - quindi, persone informate sui fatti, testimoni, consulenti - di attivare, dopo la prima notifica, una Pec (magari a spese dello Stato). Inoltre, si dovrebbe limitare ulteriormente il dibattimento ai soli casi di ampia valutazione, incentivando in misura più decisa l'accesso ai riti alternativi. In tal senso, forse occorrerebbe ampliare lo sconto di pena per l'accesso ai riti (in particolare per il patteggiamento, che è "fino" a un terzo, mentre per l'abbreviato è di un terzo") e aumentare il limite di 5 anni attualmente previsto per il ricorso al patteggiamento.
Naturalmente, si potrebbe intervenire anche sui profili ordinamentali, gestendo cioè più razionalmente le esigue risorse esistenti, e sperabilmente sul versante della copertura di tutti gli organici ancora vuoti, sia per quel che attiene ai magistrati che per quel che concerne il personale amministrativo: ma occorrerebbe spendere, mentre, more solito, anche la riforma Bonafede (articolo 1, comma 29) afferma che "dall'attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica".
Tutte queste misure mi sembra potrebbero incidere sulla durata ragionevole del processo (articolo 111, secondo comma, Cost. e articolo 6, primo comma, Cedu), senza violare i diritti inviolabili della difesa (articolo 24, comma secondo, Cost.). Ma occorrerebbe ragionare e ipotizzare riforme che offrano frutti effettivi, sebbene non immediati, e durino nel tempo... cioè non si prescrivano, come talune recenti ipotesi, nello spazio di un mattino, dopo notti insonni.
*Ordinario di Diritto penale nell'Università di Palermo
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 21 novembre 2019
Passano giorni e i vertici, si avvicina il 1 gennaio 2020, ma la maggioranza non trova un accordo sul processo penale. Le proposte di Bonafede danno per acquisito il danno sulla durata dei processi provocato dalla riforma. Alleati ai ferri corti. Il Pd: qualche passo in avanti, ma non ci siamo ancora. La maggioranza è ancora impantanata sulla prescrizione e nemmeno il vertice notturno di martedì con Conte è servito a sbloccare l'annunciatissima riforma del processo penale.
La prescrizione è l'istituto giuridico che cancella un reato penale dopo che per un certo numero di anni lo stato non è riuscito a giudicare definitivamente il presunto colpevole. Più grave il reato, più lunga la prescrizione. Dal prossimo primo gennaio - mancano dunque quaranta giorni - troverà applicazione la riforma della prescrizione che i 5 Stelle e la Lega avevano approvato all'inizio di quest'anno nella legge anti corruzione cosiddetta "spazza-corrotti".
Prevede che la prescrizione smetta di decorrere, in pratica venga cancellata come istituto, dopo la sentenza di primo grado, che sia di proscioglimento o di condanna. Anche la precedente maggioranza gialloverde sapeva che cancellare la prescrizione avrebbe esposto tutti i processi a una durata infinita: i tribunali, infatti, usano il calendario delle prescrizioni per stabilire delle priorità negli affollatissimi ruoli delle udienze. Senza più la tagliola della prescrizione, i processi potranno trascinarsi all'infinito. E gli imputati saranno in eterno presunti colpevoli o presunti innocenti, a seconda dell'esito del giudizio di primo grado.
Proprio per questo la maggioranza 5 Stelle-Lega aveva rinviato l'applicazione della riforma della prescrizione di un anno, al 1 gennaio 2020 appunto, dando tempo al ministro della giustizia di preparare una riforma del processo penale che, accelerando la definizione dei giudizi, avrebbe potuto tamponare i guasti provocati dalla cancellazioni della prescrizione. Ma - un po' come nel caso della riforma costituzionale che ha tagliato i parlamentari - i 5 Stelle si sono preoccupati di approvare la loro legge bandiera, lasciando poi a dopo (e ad altri) il compito di rimediare ai pesantissimi effetti collaterali.
Dal Conte uno al Conte due il ministro della giustizia è rimasto lo stesso, ma Alfonso Bonafede non è riuscito né prima né dopo - dunque per 538 giorni, gli ha ricordato ieri il deputato di Forza Italia Enrico Costa - a portare la sua riforma del processo penale in Consiglio dei ministri (se non una volta, inutilmente, quando l'alleanza con la Lega stava precipitando). E oltretutto si tratta di una legge delega, che dunque andrà approvata dal parlamento e poi tradotta in pratica con i decreti dal governo.
adesso tutti gli alleati dei 5 Stelle, Pd e Italia viva e anche Leu, fanno muro, perché chiedono a Bonafede di fermare la cancellazione della prescrizione fino a che non si sarà trovato il modo per accelerare davvero i processi. C'è anche un disegno di legge a firma proprio di Costa che il Pd minaccia altrimenti di votare. Bonafede, che dopo l'inutile vertice notturno di mercoledì con Conte ieri ha risposto al question time alla camera, dice che lui si è "dato il timing" e che adesso "devono darselo anche le altre forze della maggioranza".
Alle quali ha proposto due rimedi che sembrano al contrario dare per acquisito il danno dell'allungamento dei processi: la possibilità per gli assolti in primo grado di chiedere una corsia preferenziale per l'appello (penalizzando gli altri) e la possibilità per chi inevitabilmente dovrà rinunciare alla costituzionale "ragionevole durata del processo" di chiedere, alla fine, un indennizzo. Il Pd ha parlato di "passi in avanti" ma ha detto che "ancora non ci siamo".
La proposta dei dem è di rinviare di 6 mesi la cancellazione della prescrizione. Oppure di stabilire da subito le durate massime dei vari gradi di giudizio. Come aveva fatto la riforma Orlando, che Bonafede ha cancellato.
di Alessio Scandurra
Il Riformista, 21 novembre 2019
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà". Così recita la Costituzione italiana all'articolo 13 ed è l'unico caso, in tutta la Costituzione, in cui si cita il verbo punire. In altre parole dunque, per la nostra carta fondamentale, l'unico reato che un paese democratico non può non punire è proprio il reato di tortura. Ogni atto di violenza fisica e morale sulle persone private della libertà, soprattutto se commessa da rappresentanti delle istituzioni repubblicane, offende la civiltà democratica e quelle stesse istituzioni.
Non a caso la legislazione che regola tutti i contesti in cui si esercita la privazione della libertà, e la formazione degli operatori che ci lavorano, contiene innumerevoli norme e procedure mirate proprio a prevenire quella violenza. E per fortuna nelle forze dell'ordine del nostro Paese questa cultura è largamente maggioritaria.
Eppure in Italia la tortura non è stata reato per lunghissimo tempo, in barba all'art. 13 della Costituzione ed in barba agli obblighi e alle convenzioni internazionali, di cui pure l'Italia era parte, che imponevano che il reato di tortura entrasse nel nostro codice penale. E non perché nessuno si fosse posto il problema (la prima proposta di legge di Antigone in materia risale al 1998) ma perché fino a due anni fa il parlamento della Repubblica ha ritenuto che in Italia la tortura non dovesse essere reato.
Pare incredibile ma è così che stanno le cose, e quando finalmente il reato è stato introdotto, lo si è fatto con un compromesso. Ci si è allontanati dalla definizione prevista dalla Convenzione ONU, secondo la quale la tortura è un crimine proprio di un pubblico ufficiale, e si è inoltre previsto che ci debba essere crudeltà, che la condotta debba essere reiterata (violenze e non violenza) e che questa debba cagionare acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico. Tutte restrizioni che nella definizione Onu non ci sono.
Eppure, per approvare questa norma, il dibattito parlamentare e nella società è stato aspro e lacerante. Le resistenze molto forti. Non sorprende dunque che, a due anni dalla approvazione, per alcuni sia già ora di rivedere la legge. E non sorprende che a dirlo sia il segretario della Lega Matteo Salvini, intervenendo al Congresso nazionale del Sap a Rimini. Non nuovo ad affermazioni di questo tipo, Salvini afferma "quando torniamo al Governo dobbiamo rivedere questa legge perché non si può lavorare col terrore di non poter garantire la propria sicurezza e l'altrui sicurezza".
Perché c'è sempre stato, e continua ad esserci, il partito di quelli che stanno con le forze dell'ordine sempre e comunque, ignorando il fatto che, in uno stato di diritto, nessuno può essere al di sopra della legge, men che mai chi esercita legittimamente l'uso della forza a tutela di tutti noi. E ben lo sanno le forze dell'ordine stesse, che ogni giorno devono garantire la sicurezza dei cittadini nel pieno rispetto delle leggi, anche quando a violarle sono dei colleghi.
Il paradosso è evidente. Da un canto le istituzioni repubblicane, con le forze di polizia in testa, impegnate, a volte con fatica, al rispetto delle leggi e della Costituzione. Dall'altro, per assecondare gli appetiti di parte dell'elettorato, c'è chi si professa al loro fianco di fatto delegittimando e screditando questo impegno.
Si vorrebbe schiacciare la realtà su una semplificazione grottesca. Da un lato i criminali, che hanno sempre torto, e dall'altro le polizie, che hanno di conseguenza sempre ragione, dimenticando che i primi si definiscono per avere violato le leggi, mentre i secondi sono chiamati ad applicarle. In uno stato di diritto non ci sono crimini e non ci sono sanzioni se non tassativamente previsti dalle leggi. Salvini da neo ministro ha giurato "di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi". E si augura di rifare lo stesso giuramento a breve. Si tratta dello stesso giuramento che fanno i neo agenti di polizia. Questi ultimi sanno bene cosa quel giuramento significhi. Chiaramente l'ex ministro Salvini no.
Il Riformista, 21 novembre 2019
"Siamo uomini e donne meno fortunati di altri, siamo tanti e ogni anno, purtroppo, destinati a crescere perché i disastri italiani continuano a ritmo incessante. La vita ci ha messo alla prova togliendoci gli affetti più cari, scomparsi sul lavoro, per l'amianto, sotto le macerie di un terremoto, dentro le loro case incendiate da un treno carico di Gpl, sotto il crollo di un ponte o di una scuola elementare. Passiamo anni dentro le aule dei Tribunali e sopportiamo processi lunghi e dolorosi. Tutte le associazioni che fanno parte della nostra Rete Nazionale aspettano una giustizia che stenta ad emergere, un diritto sacrosanto che il nostro Stato dovrebbe rispettare perché sancito dalla nostra Costituzione".
Comincia con queste parole il messaggio diffuso in rete dal Comitato Nazionale Familiari Vittime Stragi. Come si può dedurre dal nome, il Comitato è composto dai parenti delle vittime delle stragi creato ai fini di ottenere giustizia. In questi ultimi giorni si è molto discusso in merito alla Riforma della Giustizia, in particolar modo sulla legge relativa alla prescrizione.
I parenti delle vittime colpite dalle stragi hanno voluto diffondere questo comunicato per cercare di trovare una soluzione: "Abbiamo incontrato più volte il Ministro della Giustizia che ci ha ascoltati, ha accolto le nostre richieste sintetizzate in un documento dove chiediamo 4 punti fondamentali che possono portare un contributo alla Riforma della Giustizia. Uno di questi è la prescrizione che finalmente è diventata legge ed entrerà in vigore dal primo gennaio, congelando il decorso una volta chiuso il giudizio di primo grado.
La prescrizione ha colpito duramente i processi di molte nostre associazioni e lo farà con altre nel prossimo futuro, cancellando di fatto molti capi di imputazione per cui gli imputati dovrebbero essere giudicati. Per i familiari delle vittime questa legge rappresenta un traguardo importante, è una garanzia per il giusto riconoscimento delle nostre ragioni. Quindi seguiremo con attenzione il dibattito parlamentare dei prossimi giorni, sostenendo il Ministro Alfonso Bonafede, riservandoci di essere presenti davanti alle sedi opportune, nel caso in cui questo importante risultato venga distorto o perda di credibilità".
Il Coordinamento nazionale "Noi non dimentichiamo", presieduto da Gloria Puccetti, conta 18 affiliati tra comitati e associazioni: Comitato Matteo Valenti, associazione Vittime della scuola di S. Giuliano di Puglia, Associazione familiari vittime Thyssen Krupp, Associazione 140 familiari Vittime Moby Prince, Comitato familiari Vittime casa dello studente L'Aquila, Il Mondo che vorrei Viareggio, Associazione vittime Salvemini, Associazione 309 martiri dell'Aquila, Comitato ricordo vittime Ponte Morandi, Associazione Ilvadi Taranto, Adele Chiello (crollo torre Genova), Associazione Anna Aloysi incidente ferroviario Andria e Corato, Comitato Emilia Vite scosse, Associazione Il sorriso di Filippo, Fondazione 6 aprile per la vita L'Aquila, Comitato vittime di Rigopiano, Associazione per la memoria del Vajont, Genitori generazione Erasmus 20 marzo 2016.
Tutti si sono uniti per far sì che non vengano dimenticati i loro parenti e le perdite che hanno dovuto subire. La Puccetti racconta che l'organizzazione si sta ampliando in quanto "stanno arrivando email di adesioni da associazioni e singoli genitori, madri, padri che si sono visti crollare il mondo addosso per una delle tante stragi d'Italia".
Il Dubbio, 21 novembre 2019
In aumento le denunce. A Roma sabato 23 novembre si svolgerà la manifestazione "contro la vostra violenza, la nostra rivolta" della rete trans-femminista "Non una di meno". Ancora una volta i numeri accompagnano la cronaca per restituirci un quadro allarmante: la violenza sulle donne registrata in Italia nel 2018 ha raggiunto i massimi storici, a crescere è soprattutto il numero di femminicidi commessi in contesti affettivi e familiari.
Nello scorso anno si contano 142 donne uccise da uomini: secondo il Rapporto Eures 2019 su "Femminicidio e violenza di genere" in termini relativi rappresenta il valore più alto mai censito, con il 40,3% di vittime femminili rispetto al 35,6% del 2017.
La percentuale più alta dei femminicidi familiari è commessa all'interno della coppia, con 78 vittime pari al 65,6% del totale, in 59 casi si è trattato di coppie "unite" (coniugi o conviventi) mentre 19 vittime sono state uccise da un ex partner. Cresce anche il numero di vittime della criminalità comune, mentre diminuiscono gli omicidi maturati negli ambiti "di prossimità" (donne uccise in contesti lavorativi o di vicinato).
La tendenza si conferma nei primi dieci mesi del 2019 in cui si registra quasi un femminicidio ogni tre giorni, per un totale di 94 vittime. Nell'anno segnato dal caso di Elisa Pomarelli, uccisa quest'estate a Carpaneto Piacentino, il principale movente degli omicidi si conferma quello della gelosia e del possesso (impropriamente definito "passionale"), mentre le armi da fuoco sono lo strumento di morte più utilizzato.
Ma dallo scenario fornito dal rapporto emerge un ulteriore dato preoccupante sul numero di segnalazioni per stalking e minacce: sul totale dei casi monitorati nel 2018, il 28% era già noto a terzi per precedenti maltrattamenti a danno delle vittime "confermando come il femminicidio rappresenti l'ultimo anello di una escalation di vessazioni e violenze che la presenza di una efficace rete di supporto potrebbe invece riuscire ad arginare".
L'analisi conferma la difficoltà da parte delle istituzioni di affrontare in maniera strutturale un fenomeno che è soprattutto sociale e culturale, nonostante gli sforzi prodotti in ultimo con la legge approvata dal primo governo Conte in materia di violenza domestica e di genere, il "Codice rosso". Le nuove disposizioni innovano e modificano la disciplina penale, corredandola di inasprimenti di sanzione, ma resta la difficoltà pratica di gestire l'alto numero di segnalazioni e di estrapolare i casi più gravi, come sottolineato dal Procuratore capo di Milano Francesco Greco a seguito dell'uccisione di una donna da parte dal marito denunciato 4 giorni prima per aggressione. Intanto contro la violenza maschile sulle donne torna a mobilitarsi la rete transfemminista "Non Una di Meno", che sabato 23 novembre scende in piazza a Roma con una manifestazione dal titolo "Contro la vostra violenza, la nostra rivolta", seguita dall'assemblea nazionale del movimento il giorno seguente al Nuovo Cinema Palazzo di Roma.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 21 novembre 2019
Le radiografie in mostra a Milano. "L'orrore quotidiano nelle sevizie che vediamo al pronto soccorso". "Le donne, spesso, non hanno la forza di raccontare. Ma i corpi e le lesioni parlano per loro, rivelano vertigini di orrore quotidiano. Per questo ho deciso di mostrare la violenza domestica come la vediamo noi al pronto soccorso: ossa rotte, nasi spaccati, occhi pesti, mani fratturate, polsi slogati, gambe rotte, coltellate, bruciature, morsi, segni di strangolamento, ferite da torture con pezzi di vetro. O addirittura un pugnale nella schiena. Lo scenario di una guerra nascosta nelle mura di casa che i numeri non riescono a raccontare".
Maria Grazia Vantadori, 59 anni, è una coraggiosa chirurga dell'ospedale San Carlo di Milano che ha deciso di esporre "l'invisibile" delle sue pazienti. Ossia le loro radiografie (anonime) che raccontano le sevizie subite da mariti, ex mariti, compagni, fidanzati. Una mostra estrema e tragica, organizzata per la Giornata contro al violenza sulle donne del 25 novembre, insieme alla Fondazione Pangea, che sarà inaugurata oggi nell'atrio dell'ospedale San Carlo.
Qui dove Maria Grazia Vantadori non soltanto fa la chirurga da 26 anni ("mi raccomando - dice - chirurga non chirurgo") ma è la referente del Casd, centro ascolto soccorso donna. "In tutti questi anni di prima linea, ho visto centinaia e centinaia di radiografie di donne con lesioni di ogni tipo, anche gravissime.
Anche di fronte all'evidenza - dice Vantadori - molte continuavano a negare che gli autori di quelle sevizie fossero i loro mariti e familiari. Per paura, vergogna, timore di perdere i figli. Pur nel rischio di essere uccise". Una negazione della violenza domestica drammatica, che però i corpi martoriati invece rivelano. Fino all'estremo di una donna arrivata al San Carlo con un pugnale conficcato nella schiena.
"Sì, quella donna è sopravvissuta, anzi una sopravvissuta. Perché la sfida del nostro centro - dice Vantadori - è non solo soccorrere, ma anche aiutare le pazienti a uscire da quella schiavitù. Chi le accoglie deve saper decodificare i loro silenzi, comprendere quelle le lesioni incompatibili con quanto le donne narrano". Segni di strangolamento sul collo, insomma, sono ben difficili da giustificare con una caduta sulle scale, ma possono essere invece, proprio per la parte del corpo aggredita, dice Vantadori, "la pericolosa anticamera del femminicidio".
Quindi il secondo passaggio, dopo il pronto soccorso, è quello del centro di ascolto dell'ospedale stesso, dove le donne trovano un percorso: verso una casa rifugio, verso una separazione, verso un sostegno psicologico. Una mostra dura, innovativa, ma emblematica, che ha messo insieme l'ospedale San Carlo di Milano, l'associazione Pangea e Reama, un network di mutuo aiuto tra associazioni e soggetti per il contrasto alla violenza sulle donne.
Perché è soltanto trovando una rete che ci si può affrancare da prigioni come quelle che raccontano (o tacciono) le donne che arrivano nei pronto soccorso. Spiega Simona Lanzoni, vicepresidente di Pangea: "Con la rete Reama abbiamo voluto creare intorno alle donne un circuito in grado di supportarle, ma anche chiedere la reale applicazione della Convenzione di Istanbul".
La violenza sulle donne, ha ricordato Matteo Stocco, direttore dell'azienda socio sanitaria Santi Paolo e Carlo "è una grave violazione dei diritti umani". Ricorda Vantadori: "Ho visto donne dell'alta società massacrate dai loro mariti e immigrate poverissime con le ossa rotte. La violenza domestica non ha censo né razza, colpisce tutte. Molte grazie all'accesso pronto soccorso si sono poi salvate, alcune, purtroppo no. Ed è a loro che penso".
di Alberto Cisterna (Magistrato)
Il Riformista, 21 novembre 2019
C'è un pullulare di ultime file delle cosche alla ricerca di un reddito dal Servizio di protezione o d'uno sconto di pena. Inquinano le indagini con scenari immaginifici. E ci sono magistrati arrangiati, spesso non in grado di orientarsi in un fiume di balle.
Le transizioni sono sempre difficili da misurare: come stabilire quando il bianco diventa nero, quando la luce diviene buio. Eppure esiste un attimo, spesso impercettibile, in cui un raggio verde che dura pochi attimi separa il giorno dalla notte, un momento in cui le tenebre stanno per prendere il sopravvento sulla luce sempre più fioca che, però, non si rassegna ancora a scomparire.
Tre decenni or sono la storia del terrorismo subì una svolta epocale con l'arrivo dei primi pentiti. Le prime defezioni, i primi cedimenti. Lo Stato, a fronte del terribile spiegarsi della violenza delle cellule rosse e nere, trovava un'insperata via d'uscita nella collaborazione di uomini e donne di primo rilievo del Br o di Prima Linea o dei Nar Quasi negli stessi anni, in quella temperie anche la mafia siciliana e la camorra campana conoscevano le prime, importanti defezioni.
Anche lì boss di un certo rilievo sceglievano la via della resa e del pentimento offrendo agli inquirenti squarci imprevisti nel velo del silenzio. Magistrati di primissimo livello (Falcone, Borsellino, Vigna, Maddalena, D'Ambrosio, Pomarici e qualche altro) erano il suggello e la garanzia che deviazioni e depistaggi sarebbero stati evitati anche in quella terra cosi infida e paludosa.
Le grandi professionalità messe in campo erano, al contempo, un argine e un deterrente per mistificatori, calunniatori o semplici profittatori dell'emergenza giudiziaria a caccia di qualche beneficio. Il numero dei sedicenti pentiti messi alla porta, arrestati per menzogne varie. sbugiardati e allontanati dagli stessi giudici che li interrogavano è stata la cifra oscura, e rimasta oscura, di un presidio di competenze che rassicurava e rendeva il processo penale uno strumento ovviamente sempre impreciso, sebbene con un coefficiente ancora tollerabile e tollerato.
La spinta vitale di quella stagione, protrattasi sino alla fine del secolo scorso anche grazie all'olocausto del 1992, si fondava nella profonda conoscenza che quegli inquirenti avevano dei fenomeni criminali e delle loro dinamiche; loro fiutavano il vero e il falso, le chiacchiere e la verità, la pista e il depistaggio. Il candidato alla collaborazione passava da un filtro severo, stava a bagnomaria per mesi prima di entrare in un'aula di giustizia.
Certo c'erano anche allora innocenti accusati ingiustamente (Tortora tra tutti), ma il sistema aveva al proprio interno un patrimonio di conoscenze, di prudenze, di diffidenze che mitigavano i danni, lenivano le ferite più profonde. Sono passati due decenni e innanzi agli occhi si stende un deserto con poche oasi. Un vuoto pressoché assoluto di collaboratori di rilievo. Un pullulare di terze, quarte e anche ultime linee delle cosche - qualche volta alla ricerca di un reddito di cittadinanza dal Servizio di protezione per poter sopravvivere o di uno sconto di pena per uscire delle celle - inquina le indagini con chiacchiere in libertà, scenari immaginifici, racconti da romanzi gialli di quart'ordine, teorie complottistiche variopinte.
A fronteggiare questo profluvio di banalità pochissimi inquirenti che abbiano ancora capacità professionali adeguate allo scopo. Qua e là si scorgono le nubi scure di inquirenti arrangiati che raccolgono narrazioni e chiacchiere di seconda e terza mano in fiumi di verbali in cui non riescono a muovere un obiezione, a sollevare una contestazione.
Appaiono ciechi e muti al cospetto di ciarlieri di vario genere che parlano di cose che chi li ascolta non conosce e, quindi, non controlla. Così le tenebre sono calate e il raggio verde che ancora distingueva il giorno dalla notte è stato sopraffatto. L'esperienza di decenni, il sacrificio di tanti appare tante e troppo volte immiserito a un fenomeno da baraccone, corrotto dal solito convegno, dalla solita intervista, dal solito libro che nessuno ormai acquista.
Dichiarazioni roboanti e fantasmagoriche si stagliano come lampi e risultano solo buone per qualche articoletto sui giornali del giorno dopo e presto finiscono nell'oblio: indimenticabile ancora l'annuncio delle certe connessioni tra l'Isis e la ndrangheta lanciato da una titolata toga qualche tempo or sono e che costrinse il ministro dell'Interno a un'immediata smentita.
L'emblema stesso dei nuovi tempi di cui il Csm o la Procura generale della Cassazione avrebbero fatto bene a chieder conto. Il tutto al cospetto di giornalisti troppe volte parimenti sprovveduti e impreparati, quando purtroppo non embedded nei corpi di spedizione inquirenti con la promessa di qualche scoop e con la speranza di qualche compiacente pentito disposto a darne per imminente il pericolo di vita per la loro coraggiosa attività di denuncia (con Pippo Fava o Beppe Alfano o Mario Francese a rigirarsi nella tomba).
Le tenebre sono calate su quel mondo pulsante, magmatico, ma sempre vitale e indispensabile che erano le collaborazioni di giustizia del secolo passato, Prosciugate le conoscenze, squalificate le competenze, annacquate le speranze resta la desolazione dì chi si consente di dire - senza provare alcuna vergogna perché non ha alcuna reale consapevolezza di quanto afferma - che "la mafia esiste, ma non si vede", come gli spiriti, come i marziali, come gli dei, come l'anima, come un virus che contagia.
Una generazione di saggi magistrati si è trasformata in un'ortodossia con la sua Santa Inquisizione sempre vigile per mettere al rogo l'apostata, il miscredente, il dubitante, l'eretico che non cede al nuovo credo anti-mafioso e alle sue stucchevoli (e spesso corrotte) liturgie.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 21 novembre 2019
L'esito positivo della messa alla prova blocca la confisca per equivalente disposta nei confronti dell'evasore fiscale. Con la sentenza 47101, depositata ieri, la Cassazione accoglie il ricorso contro la decisione del tribunale, che dava il via libera alla confisca per equivalente delle somme oggetto di sequestro preventivo, pur avendo dichiarato di non doversi procedere per il reato di omesso versamento dell'Iva perché estinto grazie all'esito positivo della messa alla prova.
Una scelta contestata, con successo, in Cassazione. Ad avviso della difesa, infatti, la confisca, prevista dalla legge sui reati tributari (articolo 12-bis del Dlgs 74/2000), può essere disposta solo in presenza di una sentenza di condanna o in caso di patteggiamento. Ma deve essere esclusa nell'ipotesi, come nella vicenda esaminata, di estinzione del reato grazie al superamento della messa alla prova, istituto previsto dall'articolo 168-ter che sospende il processo in attesa dei risultati raggiunti dall'imputato, salvo poi riprenderlo in caso di esito negativo. Sul punto il codice penale chiarisce che il superamento della prova non pregiudica l'applicazione delle sanzioni amministrative accessorie. E certamente, come precisa la Suprema Corte, la confisca per equivalente non è una sanzione amministrativa accessoria.
La misura ablatoria, confermano i giudici della quinta sezione penale, può essere disposta, per espressa previsione normativa, solo se c'è una sentenza di condanna o l'applicazione della pena su richiesta delle parti. Ipotesi diverse dalla sentenza che dichiara l'estinzione del reato quando la "riparazione" sociale - alla quale è finalizzata questa forma alternativa di definizione del processo - è andata a buon fine. A differenza del patteggiamento e del verdetto di condanna, infatti, con la messa alla prova si prescinde dall'accertamento della responsabilità penale. Per la Corte di cassazione resta dunque ferma, come indicato dal codice penale, solo la possibilità di applicare le sanzioni amministrative accessorie, nel caso siano previste dalla legge.
di Domenico Alessandro De Rossi
Ristretti Orizzonti, 21 novembre 2019
A seguito dei tragici fatti di cronaca recente, che hanno visto ancora una volta personale della Polizia penitenziaria dare segnali di grave sofferenza, ricorrendo talvolta senza apparenti segni di preavviso anche ad atti violenti e/o autolesionistici, per iniziativa del sindacato Cgil, grazie all'attiva collaborazione del Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per il Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, si sono tenute il 16,17,18 ottobre u.s., tre giornate di lavoro presso i penitenziari di Trento, Rovigo ed Udine volte a conoscere la presenza di eventuali fattori causali dello "stress di contesto nelle carceri".
Gli incontri hanno visto la partecipazione di numerosi professionisti appartenenti non solo alla Polizia Penitenziaria nelle sedi coinvolte: Trento (n. 7), Rovigo (n. 47) e Udine (n. 12) con la compilazione di n. 4 questionari anonimi e strettamente riservati alla Commissione. La decisione di avviare un percorso di conoscenza, sostenuto da metodologie scientifico/multidisciplinari, è stato motivata dalla urgenza di non ritardare ulteriormente l'individuazione dei possibili fattori che possano compromettere il benessere e l'integrità di coloro che lavorano negli istituti carcerari.
Il protocollo operativo messo a punto da uno staff di specialisti del settore si è potuto realizzare grazie alla collaborazione di operatori della Polizia Penitenziaria, dei funzionari giuridico-pedagogici e degli assistenti sociali che hanno attivamente partecipato ai focus group.
Per approfondire le cause degli elementi esogeni stressanti e potenzialmente dannosi per il benessere del personale di Polizia, attraverso indagini caratterizzate da specifiche metodologie di rilevamento, il sindacato ha richiesto il contributo del C.S.P. Centro Studi Penitenziari di Roma, gruppo multidisciplinare che si occupa del contesto penitenziario e delle sue diverse problematiche. Lo psichiatra dr. Pier Luigi Marconi per le neuroscienze, il dr. Sandro Libianchi specialista in medicina interna, responsabile medico nel carcere di Rebibbia di Roma, il prof. Domenico Alessandro De Rossi esperto di architettura penitenziaria, già consulente del Dap, hanno gentilmente messo a disposizione le loro risorse professionali garantendo l'articolato supporto scientifico destinato al rilevamento dei dati della modellistica e dei criteri di valutazione.
I professionisti sono membri di organizzazioni di alto valore scientifico ed umanitario, quali la Fidu (Federazione Italiana Diritti Umani), la Artemis Neurosciences ed il Co.N.O.S.C.I. (Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane) di cui il dr. Libianchi è presidente p.t.
Nelle tre giornate di lavoro precedenti il convegno di Padova è stato avviato un primo livello di indagine pilota circa il complesso argomento dello stress negli ambienti destinati alla detenzione. La metodologia impiegata è basata su criteri multidisciplinari con strumenti di osservazione validati a livello internazionale.
Una comparazione relativa alle eventuali criticità presenti nel contesto lavorativo e sulla loro relazione con il senso di benessere o di malessere percepito ha completato l'indagine. Nelle giornate di lavoro che hanno visto un'interessata ed attiva partecipazione del personale impegnato presso i penitenziari delle provincie coinvolte, sono state sviluppate tematiche destinate alla esplorazione del delicato rapporto malessere/benessere relazionale oltre che tecnico-ambientale, per la prevenzione dell'eventuale danno lavorativo e della valutazione diretta dello stress di contesto.
Il Provveditorato del Triveneto, unitamente ai corpi intermedi sindacali hanno saputo dimostrare in questa occasione grande sensibilità e lungimiranza in merito alla gestione delle delicate questioni delle problematiche di coloro che operano in alcuni particolari settori, quali sono quelli della complessa realtà penitenziaria. L'osservazione promossa dal Sindacato, anche se limitata per ovvi motivi organizzativi al solo "focus" del Triveneto, rappresenta oggi un innovativo approccio pilota che, ai fini della conoscenza più estesa della situazione lavorativa interessante la Polizia penitenziaria, meriterebbe una non più rinviabile estensione esplorativa per disporre di dati differenziati utili a comporre una valutazione del quadro nazionale nelle sue diverse realtà territoriali.
Visti i significativi risultati ottenuti che hanno offerto obiettivi elementi per future azioni organizzative ed operative all'interno della organizzazione nel suo complesso, fattore auspicabile è quello di poter procedere in futuro - nell'interesse del personale e del buon funzionamento dell'amministrazione tutta - ad una azione sistematica di un più vasto rilevamento, capace di offrire un quadro esaustivo della situazione penitenziaria nel Paese.
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