di Giovanna Favro
La Stampa, 1 gennaio 2020
"La signora Dosio - scrive il magistrato - ha avuto molte possibilità di scelta, decisioni, esclusivamente sue, che le avrebbero consentito di non espiare la pena in prigione". È stato personalmente emesso dal procuratore generale del Piemonte, Francesco Saluzzo, il provvedimento di revoca della sospensione dell'esecuzione della pena nei confronti di Nicoletta Dosio, la pasionaria No Tav in carcere da ieri sera, 30 dicembre, per espiare una condanna definitiva ad un anno di reclusione per una protesta del 2012. Ed è stato lo stesso Saluzzo a ordinare che la 73enne (ritratta nella foto al momento dell'udienza di convalida dell'arresto) venisse condotta in carcere. A ripercorrere la vicenda giudiziaria relativa alla donna, in una nota, è il procuratore generale. Saluzzo definisce "legittime" le critiche nei confronti del provvedimento, ma le ritiene "infondate e inappropriate".
"La signora Dosio ha avuto molte possibilità di scelta, decisioni, esclusivamente sue, che, come per ogni altro condannato in situazione simile, le avrebbe consentito di non espiare la pena in carcere", ricorda il procuratore generale. Dopo la sospensione dell'ordine di esecuzione, la professoressa di Greco ha avuto trenta giorni per chiedere una delle misure alternative previste dall'ordinamento. "Non lo ha fatto - osserva Saluzzo -; anzi, ha pubblicamente 'proclamato' di non avere alcuna intenzione di presentare istanze". Nonostante lo scadere del termine, la Procura generale, "in considerazione dell'età e della misura della pena", ha aperto alla possibilità della detenzione domiciliare, "pur tenendo conto dei precedenti della condanna".
Durante il processo la Dosio "ha spesso violato gli arresti domiciliari per continuare a compiere azioni dimostrative davanti alla caserma dei carabinieri". "Tanto che il procuratore della Repubblica dell'epoca - ricorda Saluzzo - aveva chiesto la revoca della misura". Una richiesta respinta sia dal Gip che dal tribunale del Riesame. "Ieri il mio Ufficio ha preso conoscenza del provvedimento del Tribunale di sorveglianza di Torino, che decideva di non ammettere la signora Dosio al regime della detenzione nel domicilio - conclude Saluzzo - proprio in ragione di quello che sarebbe stato il comportamento della signora, annunciato e pubblicizzato. Di qui la mia decisione".
I no tav intanto anche stamane si fanno sentire protestando contro l'arresto. Oggi in molte città d'Italia - da Torino a Genova, Bologna, Milano, Roma e Napoli - sono previsti presìdi e manifestazioni per dimostrare all'ex professoressa che durante la detenzione non sarà lasciata sola. In Val di Susa il movimento No-Tav sta inoltre organizzando una fiaccolata per domani sera a Bussoleno, con partenza alle 18 dai pressi del locale La Credenza, dove in passato Nicoletta Dosio aveva stabilito la propria dimora durante un periodo di arresti domiciliari.
Come già in occasione di precedenti fermi di esponenti del popolo No-Tav il corteo del primo giorno del nuovo anno si snoderà per le vie del paese valsusino con bandiere e striscioni. Lo slogan scelto è "Nicoletta non sei sola! Libertà per i No-Tav". In queste ore, intanto, anche l'amministrazione cittadina - vicina al movimento contro la Torino-Lione - ha espresso solidarietà via Facebook alla "pasionaria" finita in carcere dopo aver rifiutato le misure alternative in seguito alla recente condanna.
di Stefano Musolino*
Il Manifesto, 1 gennaio 2020
Con dolo o con colpa, si alimenta così il messianismo della repressione penale, torcendola a finalità che le sono estranee e trascurando i devastanti effetti personali, economici e, quindi, sociali e culturali che ne discendono. E si perde di vista l'essenza dei problemi economici e culturali che sono la causa della pervicace resistenza della 'Ndrangheta.
C'è un giudice in Calabria. Molti sembrano averlo dimenticato, ma in queste ore giovani magistrati addetti al Tribunale del Riesame stanno valutando gli esiti dell'indagine cosiddetta Rinascita Scott. C'è un Giudice in Calabria. Molti sembrano averlo dimenticato, ma in queste ore giovani magistrati addetti al Tribunale del Riesame stanno valutando gli esiti dell'indagine cd. Rinascita-Scott. Molti di loro sono alla prima esperienza professionale, dopo il tirocinio, e dovranno emettere una decisione con i tempi strettissimi imposti dalla normativa vigente. Il loro lavoro meriterebbe maggiore rispetto ed attenzione da parte di chi, dentro e fuori la magistratura, interpreta le più recenti dinamiche in termini di tifo pro e contro.
Forse non è un caso se la Corte di Appello di Reggio Calabria continua a vedere i propri effettivi in organico assottigliarsi, mentre aumentano i carichi di lavoro. Fare il tifo è più comodo che prendersi le responsabilità, anche dentro la magistratura.
Sia chiaro: l'enfasi comunicativa sugli esiti delle indagini ha una nobile funzione di esortazione della cittadinanza a liberarsi dal giogo mafioso, mettendo in crisi la mitologica invincibilità della 'Ndrangheta, mentre l'ottimo lavoro svolto dalla Procura di Catanzaro mette a nudo, ancora una volta, le commistioni di interessi che segnano la classe dirigente e quella politica calabrese, nell'ambito di ambigue stanze di compensazione. Si tratta, tuttavia, di accertamenti ancora precari che necessiteranno delle ulteriori verifiche giurisdizionali.
Ma, soprattutto, la liberazione della provincia vibonese dalla 'Ndrangheta non dipenderà affatto dagli esiti del procedimento avviato dalla Procura di Catanzaro. Pur indugiando su discutibili effetti palingenetici dell'indagine, si tratta di una verità riconosciuta anche da Nicola Gratteri che, infatti, sollecitava la società civile ad occupare i nuovi spazi di libertà che le misure cautelari, concesse dal Gip, garantivano.
Da anni nei distretti calabresi si susseguono investigazioni sempre più complesse e approfondite che stanno progressivamente colmando il gap di conoscenza di un fenomeno criminale che solo per grandi linee può essere sovrapposto a quello di Cosa Nostra. Vi è, infatti, una specificità propria della 'Ndrangheta che è dipesa dalla sua scelta storica di non entrare in contrapposizione con lo Stato e le classi dirigenti sociali, ma di venire a patti e di essere, così, riconosciuta da costoro interlocutore facoltoso e potente. La società calabrese, tuttavia, non sembra avere invertito la rotta, nonostante le misure cautelari emesse, le condanne e confische inflitte in plurimi procedimenti penali.
Anzi, le più recenti statistiche dimostrano un'incontenibile diaspora giovanile, sintomo più evidente di una comunità che ha perso la prospettiva di un futuro migliore. Una società più vecchia, più povera, disgregata e frammentata, con i peggiori servizi sociali.
Diventa, così, comodo confidare nell'azione salvifica di imponenti azioni giudiziarie, senza mettere mai al centro dell'agenda politica le problematiche strutturali che relegano la Calabria ai margini economici e politici del Paese. Ma è comodo anche per i calabresi limitarsi a fare il tifo per le Procure Dda o per la 'Ndrangheta, senza nemmeno chiedersi quanto si è disposti a perdere per combattere queste battaglie, senza rischiare nulla, come se la generosa sovraesposizione di pochi potesse salvare tutti.
Con dolo o con colpa, si alimenta così il messianismo della repressione penale, torcendola a finalità che le sono estranee e trascurando i devastanti effetti personali, economici e, quindi, sociali e culturali che ne discendono. E si perde di vista l'essenza dei problemi economici e culturali che sono la causa della pervicace resistenza della 'Ndrangheta, deresponsabilizzando le istituzioni chiamate a creare le condizioni per investimenti strutturali che possano risollevare la Calabria dalla sua atavica povertà economica. In questa, ancora oggi, il giovane calabrese che guardi al suo futuro si trova ad avere come interlocutori affidabili la 'Ndrangheta o la peggiore politica della clientela che va a braccetto con la prima.
Se non vogliamo vederli partire ancora questi giovani, se non vogliamo vederli partire tutti, dobbiamo dargli altre opportunità, altre risposte. E indagini come l'ultima della Procura di Catanzaro sono solo una parte di queste risposte e - ahimè - neppure la più importante.
Intanto, a Catanzaro, giovani magistrati del Tribunale del Riesame provano a dare risposte tempestive ad istanze di revoca delle misure cautelari di recente imposte, mentre a Reggio Calabria più anziani colleghi della Corte di Appello, in numero sempre minore, tentano di garantire la celebrazione di complessi processi a carico di imputati detenuti. E' questa la magistratura calabrese che andrebbe celebrata, perché fa dell'ordinaria emergenza un'occasione per dare risposte quotidiane di credibilità istituzionale, fondata sul silenzioso e discreto sacrificio personale. Un esempio per tutti!
*Sostituto Procuratore della Repubblica Dda di Reggio Calabria
di Paolo Comi
Il Riformista, 1 gennaio 2020
Si chiama Nicoletta Dosio, ha 73 anni, è una professoressa di latino e greco al liceo, ma da tre anni è in pensione. È sempre stata molto impegnata in politica ed è una No-Tav. Cioè si oppone alla costruzione della linea ferroviaria veloce tra Torino e Lione che attraversa la Val di Susa e perfora il Moncenisio.
Da più di dieci anni esiste il movimento No-Tav, e organizza proteste, manifestazioni, cortei. Raramente ha manifestato usando la violenza. Sicuramente non ha compiuto nessun gesto di violenza in quel giorno di primavera del 2012 (sette anni fa) quando Nicoletta Dosio partecipò, all'epoca sessantenne, a una manifestazione davanti a un casello dell'autostrada Torino-Bardonecchia. Erano un centinaio di persone e misero fuori gioco le barriere autostradali, per una quarantina di minuti, permettendo agli automobilisti di uscire gratis dall'autostrada.
È una cosa bella aprire le barriere dell'autostrada? È un bel gesto danneggiare la società che la gestisce? Non so, non mi pare la domanda giusta. La domanda giusta è un'altra: è ragionevole mettere in prigione una signora di 73 anni che ha partecipato a una manifestazione nella quale si facevano cose proibite? Fare una cosa proibita, cioè disobbedire, è quasi sempre illegale, non sempre è disdicevole, raramente è una cosa gravissima. In questo caso non lo era. Comunque la signora Dosio è stata mandata a processo.
Indagini preliminari, primo e secondo grado, Cassazione, un bel pacchetto di soldi investiti in questa azione penale e, naturalmente, un tribunale un po' intasato. Ma tutto questo è materia per politici. Poniamo invece il problema di diritto. La professoressa Dosio è stata condannata a 1 anno di prigione. È incensurata. Nemmeno si discute sulla condizionale, è automatica. E invece i giudici hanno negato la condizionale con l'argomento che Nicoletta Dosio è sovversiva e pericolosa. Siamo matti? Roba da tribunali speciali fascisti. Forse davvero stiamo entrando, senza accorgercene, in un tunnel autoritario dentro al quale non c'è scampo per nessuno.
Militanti politici di sinistra, autori di piccoli reati, politici, ministri, sindacalisti: tutti a rischio, tutti vittime potenziali di una società che non si fonda più né sulla politica, né sul buonsenso, né tantomeno sulla cultura, ma solo sul populismo penale più esagerato e paradossale. Nicoletta Dosio, dopo la condanna in Cassazione, ha detto che lei non intendeva chiedere le misure alternative. Che se lo Stato riteneva di dover catturare una sovversiva pericolosa, lo facesse.
E così quando nei giorni scorsi si sono presentati a casa sua i carabinieri, un po' goffi, per controllare che la sua abitazione fosse adatta a ospitare una persona ai domiciliari, lei ha spiegato di non avere mai chiesto i domiciliari e dunque che non era potere di nessuno assegnarglieli. I carabinieri se ne sono andati con la coda tra le gambe e sono andati a chiedere chiarimenti al giudice di sorveglianza. Il quale, possiamo immaginare, finito suo malgrado in questo vicolo cieco, non ha saputo fare altro che ordinare l'arresto. Che è avvenuto ieri sera. Ora Nicoletta passerà capodanno in cella. Vediamo se qualcun interverrà. Forse l'unico che può farlo è Mattarella. Farebbe bene a farlo già nel discorso di stasera.
Non è questione di essere favorevoli o contrari alla Tav. Non c'entra niente. Il problema è se consideriamo ancora legittima la lotta politica - nostra o dei nostri avversari - o se preferiamo affidare tutto alle Procure.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 1 gennaio 2020
Le quattro corsie dell'autostazione di Lampugnano, zona ovest di Milano, somigliano a delle rampe di lancio, sparano razzi verso l'ignoto. Le compagnie raddoppiano, triplicano le corse verso sud durante le feste. Sopra corriere, a volte nuove altre arnesi degli anni Novanta, si affolla gente che non va in vacanza, scende giù a tirare il fiato dopo mesi passati a intonacare muri, spingere carrelli, servire drink agli happy hour, un'umanità transumante che sale e scende, lavora e riposa, e resta in stallo senza possibilità di salite sociali.
Sui bus ci vanno quelli che possono spendere meno di cento euro, e non le centinaia richiesti sotto Natale per montare su frecce o aerei. I poveri esistono ancora, sono tantissimi, pure se lisciano lo schermo dello smartphone ultimo, sono vivi, incazzati, percorsi da un odio che si nutre di frustrazioni secolari. Non sono cattivi veri, solo incattiviti, magari il livore che gli sale dal fegato alla bocca non dura nemmeno tanto, ma un passaggio giornaliero lo fa anche dentro i cuori più teneri. I calabresi che godono delle retate che ritualmente aprono le albe a sirene spiegate e luci intermittenti sono tanti, molti più di quanto si pensa.
Con loro non bisogna essere eccessivamente cattivi: nei volti pallidi di quelli tirati giù dal letto di buon'ora ci vedono il dritto che gli ha fregato il posto al Comune, che gli ha preso il letto in ospedale, che ha preteso qualcosa per rilasciargli un certificato, una licenza, che lo ha messo sotto strozzo, sotto pizzo, che gli ha preso casa o terra, o ambedue, l'avvocato, lo sbirro o il magistrato che lo hanno fatto fesso, che hanno coperto un suo aguzzino, il politico che ha sempre porto le mani da baciare, il malandrino che ha mostrato il pugno ricoperto col sangue tuo.
No, ai calabresi che salgono e scendono con le corriere, che nel passato ricordano i carri bestiame e i bastimenti, non è facile spiegargli una posizione diversa dalla gioia, rispetto al blitz quotidiano, hanno sofferto troppo per farsi parlare di diritti e garanzie, pensano facile, a volo di terra, si dicono che sia giusto che i cattivi abbiano anche un solo giorno di dolore, e che tanto i furbi un rimedio lo trovano sempre. Con loro ha gioco facile chiunque impugni una spada, qualunque sia il suo nome e indipendentemente dalle ragioni per cui lavori di scimitarra, un eroe vale l'altro e il migliore degli eroi prima o poi finirà sotto lama, e anche del suo giorno di dolore i calabresi ne godranno.
No, non è che i calabresi siano davvero cattivi, ma è che loro, per loro stessi, le garanzie, il diritto, non li hanno mai visti applicati e non gliene frega tanto se per una volta la stessa sorte tocchi ai forti. Tutto durerà poco, i dritti veri in un modo o in un altro bucheranno la rete, con la muffa ci resteranno i fessi che si fanno più furbi di ciò che sono, e a ogni giro ci rimetteranno le penne gli sfigati dell'errore fisiologico e statistico. In Calabria i più non è che non siano garantisti, le garanzie non le hanno mai conosciute per le fasce deboli.
In Calabria non è che si tifi per un procuratore o per un altro, si inneggia il nome del giustiziere occasionale, con la certezza che domani sarà un giorno uguale all'ingiustizia dei giorni passati. Che sostanzialmente sarà la medesima politica ad amministrare, fingendo nomi e facce nuove. Che sarà la solita melassa a riempire i vuoti temporaneamente creati dalla Legge. I calabresi non sono davvero forcaioli, gratuitamente cattivi. Sono umani, umanamente cedono ai moti di rabbia, ma poi lo sanno che la Legge è con loro che sarà veramente dura.
di Domenico Grillone
Corriere della Calabria, 1 gennaio 2020
Rilanciare il programma "Liberi di scegliere" che il presidente del Tribunale per i minorenni Roberto Di Bella ha voluto raccontare in un libro che ripercorre i suoi vent'anni di servizio nella comunità reggina, attraverso una legge dello Stato. E' l'obiettivo delle associazioni "Libera" e "Centro Comunitario Agape" che hanno discusso, nel salone delle udienze del tribunale per i minorenni reggino, assieme allo stesso giudice Di Bella, Mimmo Nasone per l'associazione Libera, Giuseppe Marino per le Camere Minorili della Calabria, Patrizia Surace Giudice Onorario, l'on. Dalila Nesci firmataria del disegno di legge Liberi di scegliere e Mario Nasone, presidente del Centro Comunitario Agape, la proposta di legge della stessa onorevole pentastellata.
"Il percorso ancora è lungo - dichiara il giudice Di Bella nel corso dell'incontro - al momento noi ci muoviamo con dei protocolli governativi elaborati dal Ministero dell'Istruzione, Giustizia, Famiglia. Protocolli legati a volontà contingenti, situazioni estemporanee ed hanno una durata limitata nel tempo. La legge garantirebbe una continuità giuridica, sociale ed economica al progetto, per questo è molto importante". Ma per fare questo, spiega il Giudice, "abbiamo bisogno di investimenti stabili, economici, culturali, di una prospettiva di lungo periodo perché il fenomeno criminale è soprattutto un fenomeno culturale, a maggior ragione qui in Calabria. Noi lo riscontriamo giorno dopo giorno durante la nostra attività".
Si ricorda che il percorso "Liberi di scegliere" ha dato l'opportunità a tanti minori che vivevano in contesti familiari di ndrangheta di rompere con i clan di appartenenza e fare delle esperienze significative di crescita e di responsabilizzazione. Da qui l'esigenza di normare un percorso da tutti considerato virtuoso.
"Dal lavoro del giudice Di Bella e dai vari protocolli di legalità Liberi di scegliere, firmati in questi anni - sottolinea Dalila Nesci, promotrice della proposta di legge - ho elaborato, grazie anche all'aiuto del presidente Di Bella, questa proposta di legge che spero venga presto calendarizzata e discussa. E' stata già depositata nel mese di agosto, Siamo nella fase della presentazione e pubblicazione ed il testo è già visibile. Ho ritenuto importante mettere al centro dell'attenzione del nuovo governo questo tema e quindi abbiamo sistematizzato nel testo di legge questo percorso attraverso un meccanismo di comunicazione tra gli uffici giudiziari, penali, e minorili affinchè si possa subito intervenire per tutelare i minori qualora ci sia necessità".
"Abbiamo inserito la pena accessoria dell'associazione di stampo mafioso - continua Nesci - quando sono coinvolti dei minori nei riguardi dell'imputato perché andiamo a scardinare la dinamica tramandata di generazione in generazione della subcultura mafiosa. Inoltre vogliamo istituire una rete di protezione ed assistenza sociale, sanitaria, psicologica, di inserimento lavorativo sia per i minori che per i loro familiari". Un testo di legge per il quale si presume possa essere approvato all'unanimità.
"In maniera informale - risponde l'onorevole Nesci - so che ci sono sensibilità comuni e diffuse sia nel centrodestra che nel centrosinistra. Però è una materia molto delicata che non può essere approvata in un giorno, non soltanto per le critiche degli anni passati ma perché va ad intaccare la sfera, l'integrità del minore e per questo motivo bisogna andare cauti. Intanto c'è un testo di legge ed è possibile cominciare a discuterlo".
Per Patrizia Surace, Giudice Onorario, "c'è bisogno di uno strumento normativo che possa far diventare una pratica, su tutto il territorio nazionale, quello che è stato una sperimentazione da parte del tribunale dei Minori della città. L'obiettivo è quello di fornire su tutto il territorio nazionale degli strumenti operativi che si muovano all'interno di una cornice stabile che abbia anche dei riferimenti centrali attraverso cui coordinare l'operato, all'interno di tutti i tribunali dei minorenni che ne facciano richiesta, con lo scopo di monitorare l'andamento di questi casi".
"L'investimento istituzionale è già notevole - continua la dottoressa Surace - se consideriamo l'accordo quadro del 2017, i protocolli successivi ed in ultimo quello del 5 novembre del 2019. Questo significa che c'è la massima attenzione delle istituzioni, anche di Ministeri importanti e significativi che avranno un ruolo fondamentale. A questo punto la cornice normativa rappresenta l'ultimo tassello".
Una legge, quella proposta da Dalila Nesci che per Mimmo Nasone di Libera, ha radici lontane. "Nel momento in cui dovrebbe essere approvata diverrebbe un grande strumento al servizio dei ragazzi che purtroppo vivono in contesti di mafia e non solo. Darebbe un sostegno concreto a quelli che sono dei percorsi già avviati e quelli in itinere e che adesso hanno bisogno di concretezza. Una cornice istituzionale che intanto riconosca l'efficacia di questo servizio che ormai ha radici nel 1980 grazie a don Italo Calabrò con le prime esperienze di accompagnamento di questi minori ma tutto si è fondato sul volontariato".
"Oggi - continua Mimmo Nasone - se non fosse stato per l'aiuto concreto della Cei, non avremmo avuto grandi risorse dal punto di vista economico per portare avanti tutti quei servizi strutturali che servono a garantire la riservatezza e la sicurezza sia delle mamme che dei minori. Ecco perché la legge diventa uno strumento necessario, oggi più che mai. Ovviamente la legge dovrebbe accompagnarsi ad altri interventi che coprano a 360 gradi non solo i danni subiti dai ragazzi ma che serva a prevenire tante situazioni con una serie di politiche sociali, del lavoro, della cultura che in qualche modo possano aprire gli occhi ai ragazzi per fare delle scelte libere. La libertà delle scelte si fonda soprattutto sull'opportunità che i ragazzi hanno di formarsi una coscienza ed una consapevolezza".
Anche per Giuseppe Marino, rappresentante delle Camere Minorili della Calabria, dopo la sperimentazione del percorso "occorre riuscire a far diventare legge quello che è stata una attività che ha portato frutti positivi sia per i minori intercettati nel percorso ed anche per lo Stato che a tal modo ha potuto far valere le sue prerogative attraverso un percorso virtuoso: non lo Stato che condanna ma lo Stato che aiuta ad iniziare una nuova vita". Per Mario Nasone dell'Agape l'incontro con il Giudice Di bella e gli altri ospiti ha rappresentato un momento di sintesi ma anche di rilancio.
"Nel senso che, conclusa la sperimentazione - spiega Nasone - vista la positività di questo lavoro che non è pretestuoso definire rivoluzionario, è giunto il momento che questo percorso abbia una validazione soprattutto da parte delle istituzioni. Ovviamente non riteniamo che la legge sia salvifica, che possa risolvere tutti i problemi perché qui si tratta di fare una rivoluzione culturale a 360 gradi, ma la legge può essere uno strumento importante per mettere dei tasselli, delle certezze. Per cui noi abbiamo voluto questo incontro per lanciare questa prima proposta di legge, elaborata dall'onorevole Nesci, sulla quale speriamo che poi si apra un dibattito tra tutte le forze politiche in modo tale da trovare una sintesi".
"E' chiaro - sottolinea il rappresentante dell'Agape - che nel momento in cui il giudice Di Bella va via, le preoccupazioni sono tante. E il rischio è che tutto possa essere vanificato. Certamente non vogliamo una legge che favorisca l'allontanamento dei minori dalle famiglie, come qualcuno ha malignato. Vorremmo si attuasse una strategia diversificata, che possa sostenere i minori all'interno del proprio nucleo familiare, fare molta prevenzione e soprattutto investire risorse perché qui occorrono operatori (che non ci sono), educatori, assistenti sociali, psicologi. E ricordiamo che i figli dei mafiosi sono in tutta Italia anche se da noi il problema è più acuto. Essere figli di mafiosi non è una colpa e si può uscire se si danno a questi ragazzi delle opportunità. Speriamo che assieme alla legge si apra un dibattito che coinvolga non solo gli addetti ai lavori ma anche tutti quelli che in qualche modo hanno dei ruoli educativi, di prevenzione. E speriamo che anche la Regione Calabria mantenga le promesse fatte, ma al momento non mantenute, perché occorre la collaborazione di tutti. Da questa esperienza tre sono stati i segnali più importanti: i ragazzi che sono usciti, le donne che hanno deciso di rompere con i clan e gli stessi mafiosi, detenuti, che durante alcuni incontri in carcere gli stessi hanno considerato il presidente Di bella come un giudice che vuole bene ai loro figli".
di Manlio Melluso
Il Sicilia, 1 gennaio 2020
Il primo gennaio, dopo aver manifestato davanti al consiglio comunale di Palermo per chiedere che il regolamento sul garante comunale per i diritti delle persone detenute sia messo in discussione con urgenza, i "Babbo Natale" del Comitato Esistono i diritti, "in nome di Papa Francesco e Marco Pannella" - si legge in una nota firmata da Gaetano D'Amico, presidente del comitato, Alberto Mangano, vicepresidente, e Pino Apprendi, membro di presidenza - si recheranno alle ore dieci davanti il carcere dell'Ucciardone per brindare simbolicamente con i detenuti "ad un anno che è già passato e per ribadire che è tempo che il consiglio comunale di Palermo istituisca la figura del garante comunale per i diritti dei cittadini detenuti. Palermo sia città pilota per tutte le città Siciliane". All'iniziativa hanno aderito l'Osservatorio della Camera Penale, Agius Associazione dei Giuristi Siciliani, Antigone Sicilia, No Muos e Mete.
di Paolo Mesolella
caserta24ore.altervista.org, 1 gennaio 2020
La Regione Campania approva il progetto di Noi Voci di Donne "Ricomincio da me": educazione, contrasto prevenzione, sono questi i punti di forza delineati nel progetto in partenariato con generazione libera e in collaborazione con l'ITIS "Giordani" di Caserta e la Casa Circondariale di Carinola. Il territorio in cui questo progetto si rivolge è un territorio che presenta numerose problematiche tra cui quella della violenza tra le mura domestiche che ricopre ancora un triste primato. La necessità è quella di attivare iniziative di formazione che vedano il coinvolgimento di diversi destinatari come: insegnanti, alunni, operatori del settore, detenuti.
Nello specifico il progetto prevede la formazione degli alunni dell'ITIS "Giordani" di Caserta, del personale docente e del personale ATA, nonché, una mirata formazione per la sezione dei maltrattanti e sex offenders della Casa di Reclusione "G.B. Novelli" di Carinola, ed in fine un corso di perfezionamento per gli Operatori di Ascolto operandi nel settore pubblico e privato. L'obiettivo, è quello di prevenire tutte le forme di violenza attraverso la sensibilizzazione e l'educazione alla non violenza, tramite interventi mirati, aventi lo scopo di garantire strumenti pratici di rilevazione ed intervento su ogni tipologia di violenza manifestata o svelata in ambito scolastico.
La scuola è il luogo d'elezione per la crescita e lo sviluppo delle abilità sociali per i giovani ed è uno dei principali contesti in cui i le modalità comportamentali vengono modellate e rinforzate. Inoltre, è fondamentale per gli operatori conoscere il fenomeno sociale della violenza e delle discriminazioni, conoscere le direttive organizzative e gestionali di uno sportello d'ascolto, conoscere le problematiche che colpiscono le vittime di reato, saper strutturare un intervento immediato e di accompagnamento della vittima, strutturare le giuste tecniche di ascolto delle vittime afferenti allo sportello.
Per la formazione dei sex offenders e dei maltrattanti, l'obiettivo primario è quello di riconoscere i meccanismi che hanno portato a commettere il reato e ad identificare lo stress che provoca l'aggressività al fine di maturare delle strategie adatte a gestirla.
La Presidente di Noi Voci di Donne, dott.ssa Pina Farina, si dice soddisfatta" stiamo lavorando per una crescita comune e sana che vede coinvolti diversi attori appartenenti ad ambiti diversi. Il nostro obbiettivo è quello di dare ai nostri giovani strumenti utili al contrasto della violenza di genere. Da anni lavoriamo anche a sostegno dei detenuti, perché è nostro dovere trasmettere le nostre competenze per la sicurezza pubblica. La rete dei partecipanti a questo progetto, è una rete solita e compatta che da tempo collabora con la nostra organizzazione in attività di prevenzione e di sensibilizzazione".
di Alberto Leiss
Il Manifesto, 1 gennaio 2020
Il saggio di Edoardo Lombardi Vallauri "La lingua disonesta. Contenuti impliciti e strategie di persuasione" (Il Mulino, 2019). In questo libro si esamina a un certo punto il modo di parlare dei politici italiani di maggior - forse effimero? - successo: Renzi e, naturalmente, Salvini e Di Maio.
Come avviene in tanti messaggi pubblicitari e in certi modi di "conversazione" sui social, la disonestà si manifesta così nel disimpegno da ogni tentativo di descrivere la realtà e la sua complessità, sia pure con parole capaci di attirare l'attenzione di pubblici larghi, per affidarsi a formule accattivanti e fondate su "contenuti impliciti, impliciti linguistici, presupposizioni, vaghezze".
Dire per esempio, renzianamente, "Il passato non ci basta e il futuro è casa nostra", che cosa mai potrà significare? Simili artifici - per l'autore del saggio - "sono sfruttati per indurre una processazione meno vigile e meno accurata dell'informazione" favorendo alla fine comportamenti mentali e elettorali - o nel consumo di prodotti commerciali - che in realtà sarebbero contrari al "proprio interesse" e a ciò che - se non fossero condizionati - "riconoscerebbero essere il bene comune".
Esistono dunque metodi, per così dire, scientifici per smascherare la lingua disonesta e metterci al riparo dal suo malefico influsso? Opportunamente il recensore solleva anche qualche interrogativo sulla possibilità di tracciare una linea netta tra onestà e disonestà, pure sul terreno del linguaggio. E cita espressioni che appartengono a grandi comunicatori del passato che non metteremmo, immagino, sullo stesso piano dei giovani leader nostrani citati: da Kennedy a Martin Luther King, e persino al messaggio evangelico di Gesù. Certo bisognerebbe a questo punto estendere l'analisi dalle proposizioni linguistiche alle concrete azioni politiche, ai loro obiettivi, ai risultati, e alle biografie degli autori di quelle proposizioni.
Ci vorrebbe anche una riflessione sul significato stesso della parola "onestà", insidiata a mio modo di vedere da quella radice che porta al concetto di "onore", termine ormai carico di ambiguità e appesantito da una anacronistica matrice patriarcale. I grillini hanno vinto al grido di "onestà, onestà", ma vediamo anche in questa richiesta elementare - e certo lì per lì condivisibile - tutti i rischi di un ammiccamento che poi produce derive giustizialiste, mischiate a incompetenza e approssimazione, a dir poco, nell'attività di governo.
La cosa buona, mentre le librerie e le edicole si riempiono di testi che si dedicano con successo all'amore per le lingue, antiche e moderne, i significati delle parole, il valore civile della letteratura, è che la propaganda carica di odio, rancore, volgarità e trucchi retorici sembra determinare una rivolta abbastanza ampia. Le piazze si riempiono di movimenti ambientalisti, femministi, anti-populisti.
Non tutto il male viene per nuocere, si potrebbe ripetere con il noto "luogo comune". Restando però in guardia su tutti i "fronti". Quando le simpatiche Sardine, dopo la grande manifestazione romana, enunciano richieste tra cui una afferma: "la violenza venga esclusa dai toni della politica e anzi ... la violenza verbale venga equiparata a quella fisica" vedo il rischio che la conclamata mitezza si trasformi nel suo contrario, riducendo tutto (come piace proprio ai populisti) a faccenda normativa e semmai penale. Non sarà disonesto, ma è sbagliato.
Mattarella, il discorso di fine anno: "È il momento di ritrovare fiducia, l'Italia vera è altruista"
di Silvia Morosi
Corriere della Sera, 1 gennaio 2020
Nel discorso il capo dello Stato cita i vigili del fuoco morti ad Alessandria, il sindaco di Rocca di Papa deceduto da eroe e l'astronauta Parmitano che vede l'Italia dallo spazio. E rivolge un pensiero ai giovani, al clima e al senso del dovere.
Quello che si chiude è "un decennio impegnativo", contrassegnato da una lunga crisi economica e da mutamenti "tanto veloci quanto impetuosi". Con queste parole il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è rivolto agli italiani per il tradizionale discorso di fine anno, parlando dalla Sala dei Tofanelli, senza scrivanie tra lui e la telecamera (qui il discorso integrale). Il Capo dello Stato ha ricordato i passi avanti compiuti nel 2019, richiamando alla coesione nazionale e invitando a frenare - in nome dell'interesse nazionale - lo scontro tra le parti politiche, a tutti i livelli. Mattarella ha invitato, quindi, a osservare il Paese dal di fuori, "come ci vedono dall'estero", richiamando l'immagine dell'Italia vista dallo spazio donatagli da Julie Payette, astronauta oggi al vertice di un Paese amico come il Canada. Un Paese, il nostro, "proteso nel Mediterraneo e posto, per geografia e per storia, come uno dei punti di incontro dell'Europa con civiltà e culture di altri continenti". Una condizione che ha contribuito a costruire la nostra identità, "sinonimo di sapienza, genio, armonia, umanità", parole che richiamano le celebrazioni di Leonardo da Vinci organizzate nel 2019 e quelle di Raffaello e Dante che si terranno nel 2020. Un'occasione per ampliare l'orizzonte delle riflessioni, "senza, naturalmente, trascurare il presente e i suoi problemi" (qui il commento di Marzio Breda).
"Più fiducia verso l'Italia" - Nelle parole del Presidente è risuonata forte la necessità di unire gli sforzi per consentire "a un'ancora troppo vasta area del Paese di uscire dallo stato di bisogno in cui versa", nonostante le misure adottate per farvi fronte e la solidarietà. "Abbiamo ampie possibilità per affrontare e risolvere questi problemi - ha aggiunto Mattarella -. E per svolgere inoltre un ruolo incisivo nella nostra Europa e nella intera comunità internazionale. L'Italia riscuote fiducia. Quella stessa fiducia con cui si guarda, da fuori, verso il nostro Paese deve indurci ad averne di più in noi stessi, per dar corpo alla speranza di un futuro migliore".
"Fiducia nei giovani" - Nel discorso non sono, poi, mancati riferimenti alla vita "reale" e alle emergenze che hanno toccato il Paese nell'anno passato: un pensiero è andato alle popolazioni delle città minacciate, come Venezia, dei territori colpiti dai sismi o dalle alluvioni, delle aree inquinate, perché "il tema della tutela dell'ambiente è fondamentale per il nostro Paese. I giovani l'hanno capito. E fanno sentire la loro voce proiettati, come sono, verso il futuro e senza nostalgia del passato". Ogni società - ha sottolineato il Capo dello Stato - "ha sempre bisogno dei giovani. Se possibile ancor di più oggi che la durata della vita è cresciuta e gli equilibri demografici si sono spostati verso l'età più avanzata". A loro, quindi, va data fiducia, "anche per evitare l'esodo verso l'estero. Diamo loro occasioni di lavoro correttamente retribuito. Favoriamo il formarsi di nuove famiglie". Il Presidente ha poi ringraziato i giovani della Locanda del Terzo Settore, un'associazione di ragazzi disabili per avergli donato per Natale una sedia, con questa scritta: "Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi".
Un pensiero per i Vigili del Fuoco - Un ricordo è andato ai tre Vigili del Fuoco vittime dell'esplosione di una cascina di Alessandria, provocata per truffare l'assicurazione. Un evento che offre agli italiani due diverse immagini che si confrontano: "L'una nobile, l'altra che non voglio neppure definire. Ma l'Italia vera è una sola: è quella dell'altruismo e del dovere. L'altra non appartiene alla nostra storia e al sentimento profondo della nostra gente. Quella autentica è l'Italia del Sindaco di Rocca di Papa, Emanuele Crestini. Nell'incendio del suo municipio ha atteso che si mettessero in salvo tutti i dipendenti, uscendone per ultimo".
"Grazie al Papa e a Parmitano" - Il ringraziamento finale è stato rivolto a Matera, Capitale della cultura europea, e a Parma che ne eredita il testimone; a Papa Francesco, che esercita il suo magistero "con saggezza e coraggio e che mostra ogni giorno di amare il nostro Paese"; alle donne e agli uomini delle Forze Armate e delle Forze dell'Ordine; a Luca Parmitano, il primo astronauta italiano al comando della stazione spaziale internazionale. "Da lassù - ha concluso - avverte quanto appaiano incomprensibili e dissennate le inimicizie, le contrapposizioni e le violenze in un pianeta sempre più piccolo e raccolto. E mi ha trasmesso un messaggio che faccio mio: la speranza consiste nella possibilità di avere sempre qualcosa da raggiungere. È questo l'augurio che rivolgo a tutti voi".
di Emma Bonino
Il Riformista, 1 gennaio 2020
L'immigrazione - anzi, direttamente, "l'invasione", termine imposto dalla stereofonica grancassa di politici disonesti e analisti corrivi - ha cessato da tempo di rappresentare in Italia un tema di discussione o un problema di governo, per diventare la prova provata dell'egemonia culturale sovranista, il segno più eloquente e vergognoso della resa della politica alle parole d'ordine di una xenofobia dall'impronta indiscutibilmente razziale. In teoria, non dovrebbe essere possibile, né intellettualmente ammissibile, discutere dell'immigrazione (in un Paese come l'Italia, o in un continente come l'Europa) a prescindere da considerazioni non diciamo scientifiche, ma almeno fattuali sulla struttura demografica della popolazione, sulla composizione della popolazione attiva e delle relative classi di età, sul contributo che gli stranieri offrono al prodotto nazionale e al bilancio pubblico e sui complicati processi di integrazione sociale e culturale. Invece, in Italia è diventato doveroso, anche da parte di politici del campo nominalmente anti-sovranista, parlare dell'immigrazione a partire da "preoccupazioni", "percezioni" e "allarmi" indotti con campagne di comunicazione e condizionamento martellanti, dentro e fuori dagli spazi della comunicazione in senso stretto politica.
La stessa rappresentazione del dibattito come uno scontro tra opposti estremismi - tra chi "vorrebbe accogliere tutta l'Africa" e chi "vuole chiudere tutti i porti" - è un prodotto di questa "verità" alternativa (e falsa) che sul tema dell'immigrazione si è appunto imposta come la sola "verità" possibile. Non c'è in realtà alcuna forza politica che proponga la completa deregolamentazione del dossier migratorio. Ma questa rappresentazione intimidatoria degli oppositori alla "immigrazione zero" (che invece ha molteplici sostenitori), impedisce di discutere proposte di passaggio da un regime di sostanziale proibizione a uno di ragionevole regolamentazione, come nel caso della proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero", sostenuta in Parlamento da Radicali italiani e +Europa.
Non c'è dunque da stupirsi che sul tema dell'immigrazione il passaggio dal Conte I al Conte II non abbia segnato alcuna discontinuità, né sul piano politico, né su quello normativo. Come sulla prescrizione, anche sull'immigrazione continua a dominare una impostazione, che in nome di un ideale distorto di giustizia o di sicurezza, è disposta a sacrificare o a cancellare i diritti fondamentali della persona umana. I decreti sicurezza, il monumento della stagione salvianiana al Viminale, sono rimasti intatti e continuano a essere intangibili, malgrado i rilievi del Quirinale che Radicali italiani ha chiesto al Presidente Mattarella di ripetere a chiare lettere nel suo messaggio di fine anno agli italiani.
L'illusione di una revisione parziale degli accordi con la Libia per il controllo del fenomeno migratorio è stata spazzata via dalla sfida di Haftar, dalla discesa in campo di Erdogan e Putin e dalla certificazione della sostanziale assenza di una vera realtà statuale, oltre che della totale irrilevanza italiana nello scenario libico. La stretta sulla protezione umanitaria, imposta da Salvini, ha prodotto una quantità di nuovi irregolari (stimati intorno ai 70.000) che è doppia rispetto al numero dei migranti sbarcati nel 2018 e 2019 (meno di 35.000), con il risultato paradossale di accrescere ope legis i cosiddetti clandestini, in nome della lotta all'immigrazione clandestina.
L'unica vera emergenza infatti - quella di una quantità abnorme di irregolari impiegati nelle famiglie e nelle imprese italiane e per legge non regolarizzabili - continua a essere elusa e rinviata con danni enormi sia per l'efficienza e la trasparenza del nostro sistema economico, sia per il nostro bilancio pubblico (almeno 4 miliardi di imposte e contributi previdenziali che vanno ogni anno in fumo).
Eppure è chiaro a chiunque non voglia negare e rimuovere il problema che solo per non deteriorare ulteriormente la struttura demografica della popolazione (l'Italia ha perso oltre 400.000 residenti tra il 2015 e il 2018), poco più di 10.000 permessi di soggiorno per motivi di lavoro all'anno - quanti ne sono stati rilasciati negli ultimi anni agli stranieri non comunitari - sono del tutto insufficienti. Infatti nello stesso periodo, malgrado un andamento tutt'altro che felice del ciclo economico, il numero di irregolari è raddoppiato passando da 300.000 a oltre 600.000 persone.
Eppure nel nostro Paese è proprio la realtà economica a dimostrare al di là di ogni dubbio che un apporto significativo di forza lavoro straniera non accompagna fenomeni di impoverimento, ma di dinamismo economico. Il caso dell'Emilia Romagna, ad esempio, è paradigmatico, visto che è la prima regione in Italia per incidenza degli stranieri sul totale della popolazione residente (12,1%, anno 2018) e nello stesso tempo quella che registra negli ultimi anni forti performance economiche (il migliore export pro capite italiano) e una disoccupazione inferiore non solo alla media italiana, ma europea.
Non mi stancherò di ripetere tutto questo nella campagna elettorale che vedrà impegnate nel prossimo mese le liste di +Europa in Emilia Romagna a sostegno della candidatura di Stefano Bonaccini. La guerra agli stranieri è la guerra al nostro futuro. Basterebbe dare uno sguardo - fosse pure su Wikipedia - ai numeri della popolazione mondiale e al rapporto tra globalizzazione economica e dinamiche demografiche per capire che il sogno funesto di una sorta di immunità etnica del mondo europeo e nord americano appartiene, in ogni caso, al nostro passato. Il nazionalismo che infiamma l'Occidente è la reazione prevedibile a questo stato delle cose.
Ma la responsabilità della politica e delle classi dirigenti dovrebbe essere quella di affrontare i problemi di assestamento legati a queste dinamiche in modo realistico e responsabile, non di aizzare le folle con letture disonestamente cospiratorie, come quella di un progetto di "sostituzione etnica" della popolazione bianca, ordito da oscure centrali finanziarie internazionali per espropriare l'Occidente della sua ricchezza e della sua identità.
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