di Annalisa Servadei
modenatoday.it, 23 novembre 2019
Stimolare il reinserimento nella società di quei detenuti che sono giunti alla fine della loro pena, attraverso lavori socialmente utili alla comunità. Ecco la convenzione tra Comune di Sassuolo e Casa circondariale di Modena. Tinteggiare gli edifici, sistemare i marciapiedi e le aiuole, spalare la neve e pulire le strade, sono solo alcune delle attività socialmente utili in cui i detenuti potranno cimentarsi grazie ad una convenzione tra il Comune di Sassuolo e la Casa Circondariale di Modena per realizzare un progetto lavorativo di reinserimento sociale.
Tale convenzione avrà durata di un anno, con possibilità di rinnovo previa richiesta di una delle due parti prima della naturale scadenza. Le persone individuate svolgeranno, sotto il coordinamento di Sgp, lavori di piccola manutenzione nelle strade, nei parchi e negli edifici cittadini.
"Il Comune di Sassuolo e la Casa Circondariale di Modena, valutata la positiva esperienza pregressa - si legge nella delibera - hanno proceduto alla stipula di una nuova convenzione per l'avvio di progetti di pubblica utilità ai sensi della normativa succitata, promuovendo la realizzazione di un progetto volto ad offrire una opportunità di recupero sociale per un gruppo di soggetti ristretti sul territorio del Comune di Sassuolo, comportante nella fattispecie il coinvolgimento di detenuti da impiegare in interventi di pulizia di aree cittadine pubbliche e patrimoniali e/o di edifici del patrimonio comunale compresi piccoli lavori di manutenzione, nonché in operazioni di trasloco su richiesta dei servizi comunali".
I soggetti saranno individuati e messi a disposizione dalla Casa Circondariale di Modena ed i lavori potranno riguardare: piccoli interventi manutenzione stradale sui marciapiedi, o la copertura di buche e di edifici pubblici come tinteggiature e piccole riparazioni, o ancora la pulizia di aiuole, aree verdi e parchi; o infine gli interventi resi necessari a seguito di particolari eventi atmosferici quali la rimozione della neve dalle aree pubbliche comunali dai marciapiedi, scuole, parcheggi; la sistemazione di panchine, cestini.
"Un'opportunità che ci sembra giusto offrire - sottolinea il Sindaco di Sassuolo Gian Francesco Menani - a chi sta terminando la pena ed abbia intenzione di reinserirsi, anche dal punto di vista lavorativo, nel nostro tessuto sociale. Chi ha sbagliato ed ha pagato per l'errore commesso, è giusto abbia l'occasione di riprendere la propria vita iniziando proprio dal rendersi utile nei confronti della comunità. Le cose da fare, in città, sono tante e non sempre il personale è sufficiente a compiere, in maniera tempestiva e puntuale, tutti gli interventi necessari: grazie a questa convenzione Sgp, e quindi il Comune di Sassuolo, avrà la possibilità di avere a disposizione un'ulteriore persona idonea a svolgere i lavori necessari".
tusciaweb.eu, 23 novembre 2019
La congregazione sulle iniziative che coinvolgono i detenuti di Mammagialla. Secondo le statistiche nel 2018 sono stati 67 i suicidi nelle carceri italiane: un numero al-larmante, tra l'altro costantemente in crescita. Questo drammatico fenomeno ha destato la preoc-cupazione degli educatori e l'attenzione delle autorità che in alcune regioni hanno istituito un piano per la prevenzione delle "condotte suicidarie".
Coerentemente con questo piano, nei mesi scorsi i Testimoni di Geova hanno promosso una campagna su tutto il territorio nazionale, distribuendo in tutti gli istituti penitenziari d'Italia una edizione speciale della Torre di Guardia dal tema "Che senso ha vivere?". In molte carceri sono state organizzate anche conferenze e sessioni individuali di approfondimento che hanno illustrato quali principi morali indicati nelle Sacre Scritture possono dare uno scopo alla vita e promuovere il recupero emotivo e sociale dei detenuti.
Questa iniziativa ha coinvolto con successo anche la Casa Circondariale di Viterbo: gli otto ministri di culto dei Testimoni di Geova che da anni sono impegnati in questo istituto, d'accordo con la Direzione del carcere, hanno allestito nel teatro della struttura viterbese una conferenza con la presentazione della rivista "Che senso ha vivere?" e la proiezione di alcuni video pertinenti all'argomento tratti da jw.org, il sito ufficiale dei Testimoni di Geova. Trenta le persone presenti, ventisette detenuti e tre agenti di polizia penitenziari, oltre alla dottoressa Natalina Fanti, Responsabile degli Educatori: un suo intervento ha aperto i lavori.
Il successo dell'iniziativa è frutto di un lungo e fruttuoso lavoro di collaborazione e fiducia tra i vertici dell'istituto (che non dimentichiamo è un carcere di massima sicurezza e ospita circa 560 detenuti) e i ministri di culto Testimoni. Ai Testimoni di Geova, già due anni fa erano stati concessi due locali adibiti a Sale del Regno (una nel reparto Penale, l'altra nel Reparto Giudiziario, entrambe con regolari adunanze), ma questa era la prima volta che veniva concesso l'uso di un grande locale in cui poter ospitare, insieme, i detenuti del reparto giudiziario e del reparto penale.
A riprova di questa fattiva collaborazione, la stessa dottoressa Fanti ha osservato: "In questa Casa circondariale, da molti anni opera la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. I ministri di Culto, che fanno regolarmente ingresso nei vari reparti, illustrano a tutti i detenuti interessati i principi biblici, utili per un eventuale cambiamento volto a un recupero sociale. La Direzione ha messo anche a disposizione due locali (Sale del Regno) dedicate alla loro attività. La loro opera rende sicuramente costruttiva la detenzione di alcuni soggetti, che mostrano la volontà di voler modificare il proprio stile di vita". Attualmente sono undici i detenuti che stanno studiando la Bibbia nel carcere di Viterbo.
milanotoday.it, 23 novembre 2019
Martedì 26 novembre ore 18.00: inaugurazione della mostra fotografica, dentro e fuori il carcere, promossa da Attraversamenti luoghi, Arti e Culture in collaborazione con Consorzio Viale dei Mille.
"Recuperando il cielo. Voci e immagini dentro e fuori il carcere" è la nuova iniziativa promossa da Attraversamenti luoghi Arti Culture in collaborazione con Consorzio VialedeiMille di Milano. L'evento si svolgerà presso il negozio del Consorzio - il primo dedicato interamente all'economia carceraria - in viale di Mille 1 (angolo Piazzale Dateo), martedì 26 novembre dalle 18.00 alle 20.00 e vedrà protagonisti i linguaggi della fotografia e della poesia, in linea con l'approccio già sperimentato per altri eventi organizzati a partire dal maggio 2018 da Attraversamenti Luoghi Arti Culture.
In particolare, il Consorzio ospiterà dal 26 novembre al 15 dicembre una mostra fotografica curata da Giovanna Gammarota - Recuperando il cielo - composta da tre sezioni: "Qui dentro", "Là fuori", "Recuperati" che presenta alcuni lavori realizzati da detenuti delle Carceri di San Vittore e Bollate nel corso dei laboratori tenuti dalla critica e storica dell'arte Gigliola Foschi e dal direttore della Galleria San Fedele Andrea Dall'Asta, tra il 2003 e il 2005.
Le immagini selezionate ruotano intorno alla dialettica dentro/fuori che connota la condizione carceraria ma mettono a fuoco anche l'istanza del recupero, sociale e individuale, dei detenuti, molto spesso considerati invece come scarti. I linguaggi artistici e i loro immaginari possono contribuire a "[...] riconoscere la consapevolezza del proprio stato e accompagnare le persone verso un percorso di riscatto" (Giovanna Gammarota).
Anche per questo insieme alla mostra, le testimonianze degli ospiti si alterneranno a quelle di detenuti ed ex detenuti sulle loro esperienze creative e soprattutto, alla lettura di poesie scritte dai partecipanti ai laboratori di poesia condotti nella Casa di Reclusione di Milano - Bollate negli anni da Maddalena Capalbi (che per questa sua attività ha ricevuto l'Ambrogino d'oro dal Comune di Milano). Alla serata saranno presenti oltre a Gigliola Foschi e a Maddalena Capalbi, Nino Iacovella (poeta e tra i fondatori del blog di poesia "Perigeion"), Francesco Capizzi Cisky-Mck (poeta e rapper) e gli ideatori del progetto Attraversamenti Sergio Di Giorgi e Giovanna Gammarota.
A conclusione dell'incontro si svolgerà l'inaugurazione della mostra accompagnata da un aperitivo (con contributo libero dei partecipanti) che vedrà protagonisti i prodotti eno-gastronomici in vendita presso il concept store di viale dei Mille. Attraversamenti Luoghi Arti Culture è un format interdisciplinare che vuole mettere in dialogo diversi linguaggi artistici e artisti di differenti discipline intorno a temi di forte impatto sociale, ponendo l'arte al centro dell'intervento sul territorio.
Tra i presupposti del progetto vi è la constatazione che le arti possono oggi favorire il superamento di confini e muri, spesso simbolici e invisibili, tra le persone e far emergere l'individualità - unica e irripetibile propria di ogni essere umano - in opposizione alle logiche mediatiche prevalenti. Il Consorzio Viale dei Mille è un Consorzio di cooperative che si occupano di economia carceraria, nato grazie alla lungimiranza del Comune di Milano che ha scelto di sostenere un carcere migliore, che aiuta a non commettere gli stessi errori.
Obiettivo del Consorzio è comunicare l'essenza del lavoro negli istituti di pena, portando "fuori" la professionalità e la qualità dei prodotti artigianali realizzati "dentro". Lo spazio del Consorzio, in Viale dei Mille 1 a Milano, è un luogo di vendita ma soprattutto di incontro virtuoso tra il mondo del carcere e il territorio. Si ringrazia la Galleria San Fedele e la Fondazione San Fedele per aver concesso l'uso delle immagini.
di Erika Negroni
ilnuovogiornale.it, 23 novembre 2019
La Casa accoglienza di Cadeo, dedicata a coloro che possono beneficiare delle misure alternative alla detenzione e guidata dalla Caritas Diocesana, si presenta alle Istituzioni del territorio e alla Diocesi. La Casa, offrirà alle tre persone che saranno ospitate la possibilità di vivere per un periodo prefissato in una dimensione comunitaria, con un accompagnamento educativo e avvalendosi di preziosi strumenti quali il lavoro e l'animazione della comunità accogliente.
"Questa iniziativa è rivolta a situazioni di quasi "ex detenuti" a cui si dà la possibilità attraverso un percorso di rientrare nella società", così ha aperto la mattinata di presentazione Mario Idda, direttore della Caritas di Piacenza-Bobbio. Un progetto nato grazie ad un grande lavoro di squadra, come sottolineato dalle parole del vescovo mons. Gianni Ambrosio: "Qui la Chiesa di Piacenza-Bobbio è riuscita a mettere a frutto l'impegno e l'esperienza di tutti noi e a dare segno di una buona umanità". Impegno realizzato da più partner: Parrocchia di Roveleto, Comune di Cadeo, Rotary, Opera Pia, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Mcl, Centro di Solidarietà Piacenza e i docenti dell'Università Cattolica di Piacenza (per assistenza tecnica e formativa). La Casa di accoglienza ha trovato dimora nell'area rurale tra Cadeo e Carpaneto, in un fabbricato dell'Opera Pia dove sono stati ricavati due appartamenti e un laboratorio.
"Cadeo è un territorio che, come ci tramanda la storia, è nato con la vocazione all'accoglienza - così è intervenuto Bricconi, primo cittadino di Cadeo. Un'accoglienza oggi non facile per tutti e per la quale noi Istituzioni dobbiamo aiutare i cittadini a fare un percorso di comprensione, senza lasciarsi guidare dalla paura".
Rieducare, non punire. "Questo è uno di quei luoghi in cui lo Stato deve stare - ha spiegato Maurizio Falco, prefetto di Piacenza - Se non abbiamo la grandezza del riscatto non avremo mai utilità della condanna. "Il poter accedere a pene alternative è una norma prevista dallo Stato, ha aggiunto Giovanni Marro, segretario regionale dell'Organizzazione sindacale autonoma di Polizia penitenziaria".
Una Casa che punta alla rieducazione e all'accompagnare il detenuto a fine pena a rientrare nella società, come ricordato la dott.ssa Sandrolini di Udepe: "Qui costruiremo percorsi di inclusioni sociale. Si lavorerà sull'uomo e non solo sull'errore".
"Quante occasioni di riscatto ha offerto Gesù agli uomini del suo tempo? Ecco, stare in questo solco ci ha fatto dire sì - ha spiegato don Umberto Ciullo, parroco di Roveleto -. Questa è una di quelle occasioni straordinarie in cui siamo chiamati a salire di un gradino e a dare il meglio di noi stessi".
lameziainstrada.com, 23 novembre 2019
Partito il progetto "Rispetta la Legge, ne vale la Pena", promosso dall'Amministrazione comunale di Trebisacce ed ideato dall'Assessore all'Istruzione Roberta Romanelli. L'idea progettuale, che mira a rafforzare il concetto di rispetto della legalità, si pone quale obiettivo principale quello di promuovere tra gli adolescenti la cultura della legalità, del rispetto delle regole e del senso di responsabilità verso sé stessi e i cittadini. L'obiettivo potrà essere raggiunto permettendo agli studenti di toccare con mano le conseguenze del violare le norme giuridiche.
A tal fine, mercoledì 20 novembre, nel CineTeatro Gatto ha avuto luogo un partecipato ed emozionante incontro tra le classi quinte degli Istituti d'Istruzione Superiore di Trebisacce, a cui hanno partecipato il sindaco di Trebisacce, Avv. Franco Mundo, l'assessore all'istruzione, Avv. Roberta Romanelli, il responsabile dell'area socioculturale Dott.ssa Carmela Vitale, il Dott. Giuseppe Carrà, Direttore Penitenziario Casa Circondariale R. Sisca, il Dott. Carmine Di Giacomo, Comandante di Reparto Polizia Penitenziaria Casa Circondariale "R. Sisca", la Dott.ssa Maria Pia Barbaro, Responsabile Area Trattamentale Casa Circondariale "R. Sisca".
Nel corso dell'incontro, gli studenti hanno ascoltato la testimonianza di tre detenuti della casa circondariale, le cui parole sono arrivate potenti al cuore dei tanti ragazzi presenti.
Interagendo attraverso una serie di domande con coloro che stanno scontando una pena per i propri reati, gli studenti hanno creato un rapporto empatico di interlocuzione che ha aperto loro una visione importante sulle prospettive del domani, sulle conseguenze delle proprie scelte e del proprio agire.
Questo primo incontro funge da prologo alla visita che gli studenti compiranno, nelle prossime settimane, presso l'istituto penitenziario di Castrovillari, a conclusione di un percorso di comprensione che abbracci un'esperienza complessa e istruttiva.
"È stata un'esperienza emozionante - ha dichiarato l'Assessore all'Istruzione Roberta Romanelli, deus ex machina del progetto - che sicuramente ha lasciato il segno in tutti i presenti. Sono certa che questo progetto legalità produrrà frutti importanti nella coscienza e nella consapevolezza degli alunni. Dobbiamo imparare dagli errori che sono stati commessi, ma è importante anche capire che anche quando sbagliamo, se troviamo in noi stessi la forza di volontà per pagare i nostri errori e ricominciare, possiamo farcela.
Come Amministrazione comunale continueremo ad investire sulla formazione esperienziale dei cittadini di domani, perché è attraverso esperienze istruttive come quella che derivano da questo progetto che si forgiano gli uomini e le donne di domani.
Sono doverosi e sentiti i ringraziamenti a tutti coloro che hanno permesso la realizzazione di questa iniziativa: al direttore della casa circondariale di Castrovillari Dott. Carrà, alla resp. dell'area trattamentale Dr.ssa Barbaro, al Comandante della polizia penitenziaria Dott. Di Giacomo, al funzionario educativo Dott. Bloise e, soprattutto, ai detenuti che, per essere con noi e raccontare la propria esperienza, hanno rinunciato alla possibilità di sfruttare il proprio permesso altrove. La loro è stata un'importante testimonianza di come nella vita si possa sbagliare e si debba pagare ma anche della necessità di non mollare mai. Solo se non si molla si può cercare di recuperare. Grazie ai ragazzi, attenti e partecipi e ai docenti che ci hanno supportato".
Il sindaco di Trebisacce, Avv. Franco Mundo, nel suo intervento ha dichiarato: "L'evento di oggi ribadisce un concetto importante: non bisogna cercare scorciatoie per ottenere ciò che vogliamo, ma piuttosto dobbiamo lavorare duramente, con impegno, studiando, imparando e non avendo paura delle sfide, se pur complesse che il domani ci propone.
Al tempo stesso dobbiamo ricordarci che, anche se si è sbagliato, ci si può redimere, riconoscendo i propri errori e operando per pagare il proprio debito con la società. Sono lezioni importanti e siamo fieri di averle condivise con gli alunni degli Istituti d'istruzione superiore di Trebisacce".
Corriere del Mezzogiorno, 23 novembre 2019
L'Orientale pubblica il "Sillabo" destinato agli agenti di custodia per capire i detenuti. Se un detenuto di fede islamica si adombra perché qualcuno ha adagiato un altro libro sulla copia del suo Corano, non è un pericoloso estremista ma solo un seguace fedele dei precetti religiosi. Essi infatti impongono che il libro sacro venga riposto "in un luogo pulito e dignitoso, mai sul pavimento o in bagno e sul Corano non va appoggiato alcun altro oggetto". È una delle informazioni disponibili nel "Sillabo", documento in 102 pagine sugli usi e costumi islamici messo a punto dall'Università L'Orientale di Napoli (in collaborazione con il ministero della Giustizia) ad opera di un gruppo di ricerca guidato dal professor Michele Bernardini.
Della pubblicazione se n'è parlato durante un convegno nel mese di ottobre. La sua finalità rappresenta una novità assoluta. Il Sillabo è infatti destinato agli agenti penitenziari di tutto il Paese nell'ambito del Training project europeo che servirà valutare "il rischio di radicalizzazione all'interno degli istituti penitenziari". Insomma, gli agenti grazie al Sillabo saranno in grado di intendere meglio usi e tradizioni dell'Islam e anche di accorgersi con maggiore efficacia di possibili atteggiamenti dei detenuto che denotino radicalizzazione. Le abitudini, i rituali di preghiera, il dress code, ma pure i divieti e i limiti imposti dalla religione e tutti quei comportamenti che è difficile mettere in atto all'interno di una cella.
Per esempio, tornando al Corano, quasi nessuno sa che esiste un vero e proprio rituale anche solo per disfarsi di una copia che risulti usurata, strappata o comunque non più leggibile. È assolutamente vietato gettarla nei rifiuti. La tradizione prescrive che vada avvolta in un panno e deposto in una buca, insomma seppellita; in alternativa si può abbandonarla in un corso d'acqua.
Scrive in premessa il professor Bernardini: "Vogliamo offrire uno strumento per quanti, operando nei penitenziari, intendano affrontare con spirito costruttivo un atteggiamento diffuso di contrapposizione che identifica nel mondo occidentale il nemico da abbattere".
Prima di redigere il "catalogo", i ricercatori dell'Orientale hanno tenuto numerosi incontri con gli agenti di custodia "per comprendere - aggiunge Bernardini - i problemi che insorgono in un contesto in cui la convivenza è obbligatoria; si va dall'assolvimento dei riti al pudore, dall'uso del Corano all'alimentazione, dal modo di pregare alla gestione del denaro".
Tutte situazioni potenzialmente conflittuali. Ovviamente tra i momenti più a rischio tensione c'è la preghiera i cui orari possono variare. Perciò ogni musulmano praticante - detenuti compresi - dovrebbe avere la possibilità di conoscere l'ora esatta. Dato per scontato l'utilizzo del tappetino dove inginocchiarsi, viene ribadito che non si può disturbare l'orante con foto, video, voci, suoni o musica e chi prega non va interrotto se non per gravi motivi. Inoltre, anche un prigioniero deve essere in grado di orientarsi per potersi rivolgere verso La Mecca. Quasi superfluo ricordare che durante il Ramadan, mangiare, bere o fumare davanti a un digiunante viene considerata una mancanza di rispetto.
E a proposito di cibi vietati, se è nota a tutti al proibizione per alcol e carne di maiale, meno conosciute sono le interdizioni per altri cibi haram ossia "impuri". Un islamico osservante non potrà mai mangiare carne d'asino, di uccelli rapaci o di serpenti. Infine, un divieto curiosissimo ai nostri occhi di occidentali è il caso dei crostacei e dell'intera classe di invertebrati che hanno una conchiglia. Quindi niente gamberi per capirci.
Ma per un detenuto islamico potrebbe persino essere vietato consumare merendine o altri prodotti dolciari confezionati. Anche qui il motivo è quello della "contaminazione" da grassi animali tra cui potrebbe esserci il grasso di maiale. Sempre per motivi religiosi i musulmani osservanti non amano avere cani come animali da compagnia. Il quadrupede che venga a contatto con oggetti o alimenti li rende impuri.
Alcune limitazioni tra i musulmani di pensiero salafita riguardano anche l'abbigliamento degli uomini. Questi ultimi "non possono lasciare scoperta l'awra, ossia la zona del corpo compresa tra l'ombelico e le ginocchia, nemmeno di fronte ad altri maschi. Altro motivo di possibile tensione riguarda l'obbligo di lasciarsi crescere la barba e tagliare i baffi.
Negli Usa un detenuto musulmano si è opposto fermamente alla richiesta del direttore del carcere di accorciare la barba per motivi igienici. Ovviamente nel Sillabo viene ribadito che le detenute musulmane che indossano il velo provano molto imbarazzo nel toglierlo per controlli, soprattutto quando la richiesta arriva da agenti maschi. È sempre opportuno che vi sia personale femminile per questo tipo di richieste.
di Marco Mangianti
bandieragialla.it, 23 novembre 2019
È una storia che sconvolse il Salento quella di Marcella di Levrano, quando il 5 aprile 1990, all'età di 25 anni, in un bosco fra Mesagne e Brindisi venne ritrovato il suo corpo privo di vita, sfigurato da violenti colpi di pietra e abbandonato da più di dieci giorni. Sua madre, Marisa Fiorani, oggi, 12 novembre 2019, dopo più di 29 anni, è qui davanti a noi detenuti per raccontarci quei fatti che sconvolsero la sua già tortuosa vita e tutta la comunità salentina.
Marisa ha deciso con grande forza d'animo che la storia di sua figlia non doveva essere dispersa nel tempo, per mantenerne vivo il ricordo e per ridare speranza a chi come noi vive in una condizione opposta a quella della vittima, aiutandoci a confrontarci apertamente su quei percorsi che fino ad oggi le istituzioni hanno per lo più ignorato, e cioè le strade di riconciliazione e di consapevolezza su cui ognuno di noi dovrebbe camminare per guardare la sofferenza delle vittime dei reati e per vivere così pienamente il senso della pena che stiamo scontando. L'incontro è stato realizzato grazie all'associazione "Libera" ed alla Prof.ssa Emanuela Tarantini che da tempo collabora con l'area educativa dell'istituto per realizzare incontri fra noi e la società esterna.
Mamma Marisa già da ragazza vive sulla sua pelle la crudeltà di una relazione crudele, decidendo dopo anni di soprusi e vessazioni di crescere da sola le sue tre bambine, allontanandosi dal marito e da una Brindisi ostile e tropo retrograda per una donna sola. Si stabilisce a Mesagne, a 25 km dal capoluogo salentino. Nonostante le difficoltà economiche riesce a non fare mancare nulla alle sue figlie, impartendo loro una corretta disciplina e avviandole a percorsi scolastici a cui lei, in passato, aveva dovuto rinunciare e che proprio per questo non vuole manchino anche a loro.
Tutto sembra funzionare, e le ragazze emergono nella vita e nello studio grazie alle loro capacità e ai sacrifici della mamma. Ma qualcosa comincia a non andare: Marcella, la secondogenita, ragazza fino a quel momento "modello", al secondo anno di scuola superiore, una sera non torna a casa, venendo ritrovata due giorni dopo completamente fatta di eroina. Nonostante gli sforzi e le inascoltate richieste di aiuto della madre, Marcella viene cacciata da scuola, entrando in un vortice che la inghiottisce velocemente, e la fa entrare in contatto con elementi di spicco della malavita locale, della cui organizzazione viene via via a stretta conoscenza. Il calvario di madre e figlia si trascina per quattro lunghi anni, fino a che Marcella, rimasta incinta, decide di "ripulirsi" dalla droga per il bene della bambina, che nasce nel 1984.
La storia passata sembra solo un brutto capitolo chiuso, ma l'ombra della droga riavvolge Marcella quando il "padre" di sua figlia dimostra di non avere nessuna intenzione di essere un vero padre per la bimba appena nata, diventando anche violento nei confronti della compagna. Dopo un periodo trascorso ancora una volta nel "tunnel", Marcella capisce che è necessario tagliare di netto con quel mondo, per il bene suo e della figlia che sta crescendo.
Riprende il percorso di disintossicazione e nel frattempo inizia a collaborare con la Polizia, fornendo informazioni sul giro che prima frequentava e che ora si sente in dovere di contrastare. Le persone coinvolte erano nel frattempo diventate membri della Sacra Corona Unita, e per questo il rischio diventa elevatissimo.
Marcella ha l'abitudine di segnare tutto su un'agendina sin da quando era ragazzina. Forse per questo qualcuno decide di intervenire, per evitare che i fatti, gli orari ed i nomi lì appuntati finiscano nelle mani sbagliate. Viene quindi prelevata dalla propria abitazione e condotta nel bosco, in contrada "Lucci", a circa metà strada fra Mesagne e Brindisi. Viene uccisa a colpi di pietra in volto ed abbandonata, perché questa è la morte riservata agli infami.
"Non fa niente per me, ma ti prego, dopo pensa alla mia bambina..." Queste le parole lasciate nell'agenda di una vita, segno di una storia terribile e di un delitto atroce, avvenuto nel salentino a fine anni 80. Marisa, al termine del racconto dell'omicidio della figlia, rimane in piedi davanti a una platea di detenuti attoniti e ammutoliti, fiera, in assoluta compostezza; con gli occhi lucidi esorta tutti a prendere coscienza del male e ad attivarci per ristabilire il nostro futuro, con la semplicità e la dolcezza con la quale una madre esorta i propri figli.
I riscontri positivi, da parte nostra, non tardano ad arrivare, e dopo un lungo applauso di stima, tanti di noi si avvicinano al palco per esprimere cordogli ma soprattutto ammirazione, e lo fanno anche per quelli che rimangono in silenzio non riuscendo a esprimere le emozioni che li attraversano. Anche il dr. Ziccone, responsabile dell'area educativa, sale sul palco per un intervento, visibilmente commosso per la storia e per come è stata raccontata, sottolineando che ognuno di noi è chiamato ad impegnarsi per riappropriarsi della propria dignità morale e sociale, con percorsi di responsabilizzazione e mai dimenticando le vittime dei reati. Molti detenuti, al termine dell'incontro, hanno abbracciato Marcella come fosse la loro mamma; la tristezza è accompagnata dalla voglia di ricominciare, con la speranza di una vita migliore, grazie a questa testimonianza potente che Marisa ci ha regalato.
di Simona Musco
Il Dubbio, 23 novembre 2019
Per la Consulta "esiste una circoscritta area in cui l'incriminazione dell'aiuto al suicidio non è conforme alla Costituzione". "L'esigenza di garantire la legalità costituzionale deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore".
È quanto si legge nelle motivazioni depositate ieri dai giudici della Consulta in merito all'incostituzionalità parziale dell'articolo 580 del codice penale, questione sollevata nel corso del processo al radicale Marco Cappato per l'aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani, alias Dj Fabo, avvenuto il 27 febbraio 2017. Una decisione alla quale Fabo era arrivato autonomamente, dopo lunghe sofferenze causate da un incidente stradale che lo aveva lasciato tetraplegico e totalmente cieco, pienamente capace di intendere e volere ma in una condizione di dolore e priva, per il suo sentire, di dignità.
E la Consulta, che già nel 2018 aveva invitato, inutilmente, il Parlamento a colmare il vuoto normativo, è intervenuta per conciliare il diritto all'autodeterminazione e la necessità di evitare abusi nei confronti delle persone più vulnerabili.
Sebbene, dunque, "l'incriminazione dell'aiuto al suicidio", non possa ritenersi di per sé in contrasto con la Costituzione, la norma contiene "una circoscritta area di non conformità costituzionale", nei casi in cui l'aspirante suicida si identifichi in una persona affetta da una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti capace di prendere decisioni libere e consapevoli. In casi del genere, dunque, "l'assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita" può presentarsi al malato come l'unico modo per sottrarsi "a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare" per Costituzione. Ovvero proprio come nel caso di Dj Fabo, sottolineano i giudici.
È lo stesso malato a poter scegliere di porre fine alla propria vita, con l'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la sedazione profonda continua, in forza della legge sul testamento biologico. Ma in assenza di leggi che consentano medicalmente la morte, il paziente sarebbe costretto a "subire un processo più lento e più carico di sofferenze per le persone che gli sono care". Nei limiti considerati, dunque, "il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce per limitare ingiustificatamente nonché irragionevolmente la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze - scrive la Consulta -, imponendogli in ultima analisi un'unica modalità per congedarsi dalla vita".
Ma essendo necessario evitare situazioni di abuso - da qui il no ad un annullamento "secco" della norma incostituzionale - è necessario ricavare "criteri di riempimento". L'aiuto al suicidio non è dunque reato nei casi in cui il paziente si trovi ad affrontare una patologia irreversibile che comporta grave sofferenza fisica o psicologica, che lo porti a dipendere da trattamenti di sostegno vitale mantenendo, comunque, la capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.
Presupposti la cui verifica rimane in capo a strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale, coadiuvate dai comitati etici territorialmente competenti, per garantire la tutela delle situazioni di particolare vulnerabilità. La decisione della Consulta riguarda, però, solo i fatti successivi alla sentenza, mentre i casi precedenti, come il caso Cappato, occorrerà che l'aiuto al suicidio sia stato prestato con modalità che diano garanzie equivalenti.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 23 novembre 2019
Libertà di informazione. Dalla nascita all'arresto: la storia del fondatore di WikiLeaks. Julian Assange nasce nel 1971 a Townsville in Australia, da un'artista, Christine Assange, e un architetto, John Shipton. A sedici anni, sa già scrivere programmi informatici. Verso la fine degli anni Ottanta diviene membro di un gruppo di hacker noto come International Subversives. Nel 1991 subisce un'irruzione nella sua casa di Melbourne da parte della polizia federale australiana, con l'accusa di essersi infiltrato nel sistema informatico del Pentagono. Nel 1992 gli vengono rivolti ventiquattro capi di accusa per reati di "pirateria informatica".
Assange è condannato, ma in seguito è rilasciato per buona condotta, dopo aver pagato una grossa multa.
A partire dal 2006 è tra i promotori del sito web WikiLeaks, di cui diviene caporedattore. WikiLeaks nel corso degli anni pubblica documenti da fonti anonime e informazioni segrete su politici corrotti, assassinii politici, repressioni e guerre. Il materiale pubblicato tra il 2006 e il 2009 attira sporadicamente l'attenzione dei media, ma è il caso Chelsea Manning che porta WikiLeaks, nel 2010. al centro dell'interesse internazionale.
Chelsea Manning, attivista statunitense, è accusata di aver fornito a WikiLeaks migliaia di documenti riservati di cui era venuta a conoscenza lavorando quale analista di intelligence dell'Esercito Usa durante la guerra in Iraq. Viene per questo condannata a 37 anni di detenzione in un carcere di massima sicurezza. Rilasciata dopo 7 anni di carcere duro, sarà nuovamente incarcerata nel 2019 per essersi rifiutata di testimoniare contro Assange.
Nel 2010 WikiLeaks rende di pubblico dominio oltre 250.000 documenti statunitensi, molti dei quali etichettati come "confidenziali" o "segreti". Tra questi diversi video sulle stragi di civili compiute dagli Usa in Iraq e Afghanistan. WikiLeaks viene messa sotto inchiesta in Australia e Julian Assange rischia di nuovo l'arresto.
Nello stesso anno, mentre Assange è in Gran Bretagna, il tribunale svedese di Stoccolma emette nei suoi confronti un mandato di arresto in contumacia, con l'accusa di aver avuto rapporti sessuali non protetti, seppur consenzienti, con due donne. Assange, presentatosi spontaneamente negli uffici di Scotland Yard, viene arrestato in forza di un mandato di cattura europeo. Assange viene rilasciato su cauzione, ma la Svezia ne chiede l'estradizione dalla Gran Bretagna, col chiaro intento di estradarlo negli Stati Uniti dove lo attende un processo per spionaggio che prevede l'ergastolo o la pena di morte.
Nel 2012 la Corte Suprema britannica decreta la sua estradizione in Svezia. Assange si rifugia, a Londra, nell'Ambasciata dell'Ecuador che gli garantisce il diritto di asilo. Qui resta confinato per sette anni, nonostante anche una Commissione delle Nazioni Unite denunci il fatto che Assange è detenuto arbitrariamente e illegalmente in Gran Bretagna.
Nel frattempo WikiLeaks prosegue la sua attività. Nel 2016 pubblica oltre 30.000 email e documenti inviati e ricevuti tra il 2010 e il 2014 da Hillary Clinton, Segretaria di Stato dell'Amministrazione Obama. Tra questi una email del 2 aprile 2011, la quale rivela il vero scopo della guerra Nato alla Libia perseguito in particolare da Usa e Francia: impedire che Gheddafi usasse le riserve auree della Libia per creare una moneta pan-africana alternativa al dollaro e al franco Cfa, la moneta imposta dalla Francia a 14 ex colonie.
La crescente pressione internazionale, esercitata sull'Ecuador soprattutto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Svezia, raggiunge il suo scopo. Privato dall'Ecuador del diritto di asilo, Julian Assange viene arrestato nell'aprile 2019 dalla polizia britannica, con l'imputazione di essersi sottratto al mandato emesso dalla Corte Suprema nel 2012.
Il Responsabile Onu contro la tortura, Nils Melzer, dopo avergli fatto visita nel carcere britannico di massima sicurezza, dichiara: "Julian Assange è detenuto in un carcere di massima sicurezza, in condizioni di sorveglianza e isolamento estreme e non giustificate, mostra tutti i sintomi tipici di un'esposizione prolungata alla tortura psicologica. È necessario che il governo britannico lo liberi immediatamente per proteggere la sua salute e la sua dignità. È inoltre da escludere la sua estradizione negli Usa".
La vita di Julian Assange, di fatto rapito e detenuto in condizioni inumane (gli viene proibito perfino di vedere i figli), è sempre più in pericolo, sia per i lunghi anni di sofferenze che hanno deteriorato la sua salute, sia per la pericolosa situazione in cui si troverebbe se fosse estradato negli Usa. Qui sarebbe in mano a coloro che hanno tutto l'interesse a non farlo arrivare a un processo che, soprattutto se permettesse all'imputato di difendersi, sarebbe estremamente imbarazzante per l'establishment politico-militare.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 23 novembre 2019
Il rapporto Onu: 103mila baby profughi in cella. Donald Trump, questa goffa ma drammatica caricatura di Ciclope planetario incredibilmente eletto presidente della nazione più ricca del mondo, aveva annunciato già la scorsa estate che presto avrebbe annullato il limite massimo di venti giorni imposto da una legge del suo Paese per la detenzione dei piccoli migranti che, da soli o con i genitori, tentano di passare il famigerato confine dal Messico agli Stati Uniti.
Detto fatto. Un report dell'Onu, stilato con tutti crismi dal professor Manfred Nowak lo ha appena confermato: in questo momento, in palese violazione del diritto internazionale, in barba alla sempre più vana e non rispettata Convenzione sui Diritti dei Bambini, sono 103.000 i minori non accompagnati, impietosamente separati dai genitori, che restano a marcire nelle galere americane. I giuristi definiscono questo periodo "stato di custodia" ma soltanto chi, come il sottoscritto, ha qualche esperienza educativa riguardo alla formazione dei bambini e degli adolescenti sa cosa può significare per loro una segregazione di tale portata.
È la fine traumatica del sogno infantile: veleno dentro il pozzo della coscienza collettiva, se è vero, come gli psicologi dell'età evolutiva hanno dimostrato, che le crudeltà inferte alle personalità ancora acerbe, specialmente quelle più fragili e insicure, sono destinate a trasformarsi nel tempo in tragici boomerang pronti a tornare indietro verso chi li ha lanciati, come fatali rendiconti.
A me lo insegnò un ragazzo rumeno che aveva visto i draghi dell'abbandono ed era sopravvissuto, quando mi disse: "Professore, se fai del bene a qualcuno, prima o poi lo riceverai anche tu, non direttamente dalla persona che ne ha beneficiato, bensì da un altro da cui magari nemmeno te lo aspettavi". Si fermò un attimo per gustarsi la mia sorpresa, sinceramente da lui, spesso distratto e poco concentrato, non me lo sarei mai immaginato; poi, dall'alto della sua precoce esperienza di orfano, aggiunse: "Vale ancora di più se fai del male.
Stai sicuro che questo ti ritornerà raddoppiato da un luogo imprevisto e non sarà per niente facile accettarlo per te e per chi ti starà vicino". Se andiamo a rivangare nella storia personale dei terroristi, o più semplicemente nel passato degli individui disadattati, sempre sul punto di compiere reati, inevitabilmente scopriamo un vecchio sopruso, l'ingiustizia patita, il groviglio non sciolto. È la sindrome di Lee Harvey Oswald, l'assassino di John Fitzgerald Kennedy, sul quale Don DeLillo scrisse Libra (1988), uno dei suoi romanzi più belli; oppure di Sirhan Bishara Sirhan, il criminale giordano di origine palestinese che pose fine alla vita di Bob Kennedy, fratello minore del Presidente.
Scandalizzare i più piccoli, lo spiega in modo inequivocabile il passo evangelico (Matteo, 18.6), è come gettare del napalm sulle generazioni future, distruggere i ponti di collegamento fra i pensieri e le azioni di chi diventerà adulto, fare terra bruciata intorno a se stessi. Poi c'è qualcosa di più. Quei bambini messicani oggi reclusi nelle prigioni statunitensi perché hanno cercato di sfuggire alla povertà, alla miseria, all'indigenza, non sono soltanto una dinamite sociale. L'oltraggio che stanno subendo chiama in causa tutti noi, in quanto loro incarnano il principio d'umanità violato: avete presente l'alba del pianeta Terra?
Ecco, i mezzi lazarilli dagli occhi pesti, incarcerati così, chicos dietro alle sbarre, impediscono che sorga. Bloccano la Grande Ruota. Se è vero, come scrisse Kant, che in guerra bisogna evitare i gesti tali da rendere impossibile ogni futura riconciliazione, noi dovremmo avere il coraggio di credere che per garantire la pace è necessario stabilirne le condizioni: se queste non vengono rispettate nei consessi planetari, dovremmo alzare la voce. Spingere chi dice di rappresentarci, come italiani ed europei, a prendere posizione. Altrimenti, se la politica continua a essere un semplice siparietto televisivo, i Trump avranno sempre la meglio.
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