di Livio Pepino
Il Manifesto, 2 gennaio 2020
No Tav. Chiediamo al Capo dello Stato di concederle la grazia: non come provvedimento di clemenza ma come atto, sia pur tardivo, di giustizia e come segnale di cambiamento di una politica e di un intervento giudiziario che mostrano sempre più il loro fallimento.
L'arresto di Nicoletta Dosio non sarà indolore. In valle e in decine di città si rincorrono manifestazioni e presidi di protesta mentre lo slogan "Nicoletta libera!" riempie i social. Tutti del resto colgono l'assurdità di rinchiudere in carcere Nicoletta mentre sono in libertà bancarottieri, condannati per corruzione, politici che hanno fatto strame del bene comune.
L'ingiustizia è stridente e apre gli occhi su quel che davvero è accaduto e accade in Val Susa. Con il rifiuto di chiedere misure alternative al carcere Nicoletta - come il Bartleby di Melville con il suo irremovibile "preferirei di no" - ha messo a nudo le prevaricazioni del sistema e la pratica, contro i dissenzienti, di un "diritto penale del nemico" fatto di attenuazione del carattere personale della responsabilità (Nicoletta è stata condannata non per comportamenti specifici ma "perché ha partecipato scientemente alla manifestazione"), di deliberata confusione tra presenza e concorso nel reato, di applicazione spropositata della custodia cautelare in carcere (definita, in alcuni casi di violenza a pubblico ufficiale, "il minimo presidio idoneo a fronteggiare in modo adeguato le consistenti ed impellenti esigenze cautelari"), di mancata concessione di misure alternative per la il solo fatto di "essere No Tav e di abitare in Valle" (come accaduto a Luca Abbà) e di molto altro ancora. Grazie a Nicoletta "il re è nudo".
Non è certo la prima volta in cui le istituzioni reagiscono alle lotte sociali con un surplus di repressione. Ma, nella storia nazionale, ci sono stati momenti in cui la politica (una politica interessata, in qualche misura, al bene comune) ha saputo riprendere il suo ruolo. È accaduto, per esempio, nella primavera del 1970 quando un Parlamento pur a maggioranza moderata (con un governo a guida democristiana) colse che l'aspra conflittualità dell'autunno caldo dell'anno precedente, con oltre 10.000 denunciati per una pluralità di reati, non poteva canalizzarsi, senza ferite permanenti, nelle aule dei tribunali.
Venne così varata l'ultima amnistia politica (concessa con l'art. 1 del decreto presidenziale 22 maggio 1970) estesa a tutti i reati "commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell'occupazione, della casa e della sicurezza sociale e in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni determinate da eventi di calamità naturali" punibili con una pena non superiore nel massimo a cinque anni e, sempre alle stesse condizioni, per la violenza o minaccia a corpo politico o amministrativo, la devastazione, gli attentati alla sicurezza di impianti, il porto illegale di armi o parte di esse e l'istigazione a commettere taluno dei reati anzidetti.
Disse, allora, il relatore della legge autorizzativa dell'amnistia che occorreva dare risposta al "disagio diffuso nella pubblica opinione che, pur deprecando taluni episodi di autentica delittuosità e pericolosità sociale, ritiene in gran parte sproporzionata e sostanzialmente ingiusta la rubricazione di quelle vicende sotto titoli di reato che erano stati dettati in un'epoca in cui era sconosciuta la realtà storica dei conflitti che caratterizzano tutti gli Stati moderni".
Oggi il clima, avvelenato da furori repressivi di diverso segno, è assai diverso. I decreti sicurezza approvati dalla maggioranza gialloverde (e rimasti immodificati con quella giallorosa) hanno nuovamente penalizzato il blocco stradale, aumentato le pene per le occupazioni di stabili e previsto specifici e abnormi aggravamenti sanzionatori per la resistenza o violenza a pubblico ufficiale e reati consimili se commessi "nel corso di manifestazioni", così ribaltando persino l'impostazione del codice fascista che prevedeva (e formalmente prevede) come attenuante "l'aver agito sotto la suggestione di una folla in tumulto". Quanto all'amnistia, la sua stessa evocazione è considerata blasfema, tanto che, a seguito della demagogica riforma costituzionale del 1992, occorrono, per vararla, maggioranze parlamentari più ampie di quelle previste per le modifiche della Carta fondamentale.
La politica si guarderà bene dal riprendere un ruolo di governo lungimirante della società. E tuttavia la scelta di Nicoletta non può restare relegata nell'ambito di una coerenza etica individuale. Il suo è un gesto politico e deve avere un seguito politico. Nell'immediatezza dell'arresto l'associazione "Volere la luna" ha chiesto al Capo dello Stato di concederle la grazia: non come provvedimento di clemenza ma come atto, sia pur tardivo, di giustizia e come segnale di cambiamento di una politica e di un intervento giudiziario che mostrano sempre più il loro fallimento. Non ci sarà l'amnistia e, probabilmente, neppure la grazia, riservata nel Belpaese a chi è organico al potere di sempre (da Sallusti, a Bossi, agli agenti della Cia condannati per il sequestro di Abu Omar). Ma l'apertura di una campagna per la grazia avrebbe comunque l'effetto di costringere la politica, la cultura, il mondo del lavoro a schierarsi sulla libertà di dissentire, sul valore della libertà personale, sull'entità del potere punitivo. E non sarebbe poca cosa.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 2 gennaio 2020
In caso di sequestro dei beni delle aziende il giudice che ha emesso il provvedimento può decidere sulle modifiche al regime di amministrazione dei beni sottoposti al vincolo anche durante la pendenza del procedimento. Una regola che, precisa la Cassazione con la sentenza 51973 del 24 dicembre scorso, vale solo per i sequestri disposti nel vigore della nuova normativa: la legge 161 del 2017, entrata in vigore il 19 novembre del 2017, con il quale è stato modificato il Codice antimafia. Per i sequestri precedenti, come il caso esaminato, il giudice chiamato a risolvere tutte le questioni che riguardano il sequestro preventivo è quello che procede.
La Suprema corte precisa, infatti, che la nuova normativa processuale è priva di una disciplina transitoria, ed è dunque sottoposta al criterio del tempus regit actum, secondo il quale la legge non dispone che per l'avvenire ed è priva di effetto retroattivo. Il chiarimento si è imposto dopo che il Gip del Tribunale di Napoli - che doveva decidere su questioni relative all'amministrazione giudiziaria dei beni aziendali sottoposti a sequestro per equivalente, nell'ambito di un procedimento per reati finanziari - dopo la dichiarazione di incompetenza del Tribunale partenopeo, ha ritenuto a sua volta la propria incompetenza funzionale e trasmesso gli atti alla Cassazione per la soluzione del conflitto negativo di competenza. E l'indicazione della Cassazione è arrivata. I giudici di legittimità precisano, infatti, che essendo del tutto innovativa la competenza del giudice che ha emesso il decreto di sequestro, per reati diverso da quelli previsti dall'articolo 416-bis comma 1 del codice penale, non ha effetto retroattivo secondo le disposizioni dettate dall'articolo 11 delle disposizioni sulla legge in generale.
di Andrea Magagnoli
Il Sole 24 Ore, 2 gennaio 2020
Cassazione -Sezione V penale -Sentenza 3 dicembre 2019 n. 49136. Bancarotta fraudolenta configurabile se manca la prova relativa all'effettivo utilizzo dei beni aziendali. Lo afferma la Corte di cassazione con la sentenza 49136/2019 depositata il giorno 3 dicembre 2019.
Il caso di specie - Il caso di specie trae origine dalla condanna di un imputato per il reato di bancarotta fraudolenta. Si trattava in particolare dell'amministratore di una società condannato per avere distratto una parte dei beni aziendali, tanto da sottrarli alla loro funzione di garanzia della ragioni di eventuali creditori della persona giuridica. Ad avviso dei giudici di merito dall'accertamento di tale condotta conseguiva la configurabilità della condotta criminosa sanzionata dall' articolo 216, comma 1, n.1 della legge fallimentare.
L'imputato, tuttavia ritenendosi leso nei propri diritti, ricorreva allora per cassazione con apposito atto del proprio legale, ove vi deduceva che nulla gli poteva essere contestato né tantomeno il reato di bancarotta fraudolenta, erroneamente ritenuto sussistente nel caso di specie, da parte dei giudici di merito.
In particolare osservava il ricorrente nella propria tesi difensiva, di non aver mai distratto i beni facenti parte del capitale sociale tanto da non farne venir meno la loro funzione di garanzia alle ragioni di eventuali creditori della persona giuridica che avrebbero potuto ottenere il pagamento di eventuali crediti sui beni costituenti il capitale sociale. Dopo aver compiuto il proprio corso il procedimento veniva deciso dagli ermellini con la sentenza qui in commento.
Il reato di bancarotta fraudolenta - La questione di una certa importanza riguarda un reato di frequente applicazione nel corso delle procedure fallimentari; l'illecito di bancarotta fraudolenta può consistere infatti (in una delle sue configurazioni ai sensi del n. 1 comma 1 articolo 216 della legge fallimentare) in una condotta distrattiva dei beni facenti parte del capitale sociali tanto da farli venir meno alla loro funzione di garanzia delle ragioni dei creditori sociali, in fase applicativa pertanto diviene necessario delimitare con esattezza i contorni della condotta criminosa definendo quando si possa ritenere sussistente la distrazione dei beni della persona giuridica.
Tale condotta deve in particolare estrinsecarsi in un comportamento che determini l'impossibilità di reperire i beni sociali, così da ledere in maniera definitiva le ragioni di eventuali creditori della persona giuridica. In un solo modo osservano i giudici della Corte suprema di cassazione è possibile che venga meno la responsabilità del soggetto al quale è imputabile l'attività di distrazione, si tratta dell'ipotesi in cui esso dà prova che i beni siano stati destinati a un fine legittimo e conferente con la funzione loro assegnata dalla normativa.
In tale caso non si potrà dare corso alla contestazione del reato di bancarotta fraudolente venendo meno i presupposti oggettivi.
La responsabilità dell'imputato - Nel caso di specie l'imputato era sicuramente responsabile per due ordini di motivazioni: relativa alla sua posizione in seno alla persona giuridica e alla mancanza della prova circa una legittima destinazione dei beni dei quali era stata contestata la distrazione. Infatti al momento dell'esecuzione della procedura fallimentare l'amministratore svolgeva tale funzione nei confronti della società della quale era stato dichiarato il fallimento e proprio per tale posizione avrebbe dovuto avere un compito di tutela del capitale sociale in modo da garantirne l'integrità e la salvaguardia, invece egli aveva tenuto una condotta palesemente contraria.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 gennaio 2020
La denuncia arriva dal Garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello. "Nelle Comunità campane per i minori, il diritto alla salute è negato", ha denunciato il Garante regionale delle persone private della libertà Samuele Ciambriello durante la sua conferenza stampa di fine anno relativa alla relazione sui minorenni e i giovani detenuti.
Il Garante in sintesi denuncia il rischio che alcuni diritti fondamentali siano assicurati per chi è in carcere, mentre siano totalmente negati per chi è affidato alle comunità per minori o per adulti con problemi di tossicodipendenza. Ciambriello e le comunità residenziali della Campania hanno ribadito l'importanza di alcuni diritti fondamentali, e per quanto riguarda il diritto alla salute, il ripristino dell'esenzione del ticket per i minori dell'area penale e corsi di formazione.
"Noi comunità alloggio, insieme al Garante dei detenuti chiediamo aiuto perché stiamo portando avanti una battaglia di civiltà e di giustizia che, al momento, ci vede soccombere. Stiamo provando a riaffermare il diritto alla salute pubblica gratuita per i minori dell'area penale che accogliamo nelle nostre comunità e che viene negato. Una discriminazione ancora più forte se si pensa che per i loro coetanei ristretti presso gli Istituti penali minorili questo diritto è invece garantito", così hanno scritto in una lettera aperta al ministro della Salute Roberto Speranza, e al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca.
"La comunità non può essere una panacea e/o vivere l'isolamento istituzionale e degli enti locali", si legge sempre nella lettera aperta illustrata dal garante Ciambriello che ha fortemente sottolineato un dato allarmante: 7.600 persone detenute nell'area esterna. Nell'ultimo anno si sono verificati tre suicidi per persone sottoposte ad arresti domiciliari. Gli assistenti sociali per quest'area sono solamente ventiquattro.
Altri dati importanti emergono dalla relazione aggiornata al 15 novembre 2019 sui minorenni ed i giovani adulti in carico ai servizi minorili. In Campania vi sono 70 detenuti minorenni detenuti a Nisida e Airola. 1130, invece, sono i minorenni e giovani adulti in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni a Napoli di cui 387 presi in carico per la prima volta nel 2019. Minorenni ai quali i diritti alla sanità ed alla formazione professionale citati dal garante Ciambriello e dalle comunità sono negati.
La questione centrale sul diritto alla salute è il ripristino dell'esenzione assicurata da leggi nazionali e dal Dpr 448/88, dove vengono descritte le finalità istituzionali rappresentate dall'esecuzione dei provvedimenti dell'Autorità Giudiziaria, soprattutto la garanzia dei diritti soggettivi dei minori come il diritto alla salute ed ad una crescita armonica, sia fisica che psicologica; diritto all'istruzione, al lavoro, alle attività ludiche, alla socializzazione e il diritto alla non interruzione dei processi educativi in atto ed al mantenimento dei legami significativi.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 2 gennaio 2020
Bambini in carcere, da Sollicciano parte un appello al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede affinché si sblocchi la situazione dell'Icam, l'istituto a custodia attenuata per le detenute madri il cui progetto è stato ratificato nel 2010 da Ministero, Regione e Comune ma i cui lavori non sono mai partiti. A lanciarlo è l'associazione Progetto Firenze insieme al cappellano del penitenziario don Vincenzo Russo, che si rivolgono anche al capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini.
"A Firenze i tempi per l'apertura dell'Icam si sono dilatati all'infinito - ha detto Massimo Lensi di Progetto Firenze - Da quando furono compiuti i primi passi nel lontano 2006, poco è stato fatto di concreto: solo una lunga fila di rinvii a tempo illimitato, burocrazie e tante promesse. Siamo nel 2020 e l'unica struttura territoriale per i bambini e le loro madri detenute è tuttora il nido del carcere di Sollicciano".
L'Icam, secondo l'iniziale progetto, doveva sorgere sulla palazzina di Rifredi donata gratuitamente dalla Madonnina del Grappa. Oggi però l'immobile, la cui gestione spetterebbe alla Società della Salute, affonda nel degrado e la gara d'appalto per iniziare la ristrutturazione non è stata fatta.
"Nel nostro ordinamento - ha proseguito Lensi - esiste una legge, la numero 62/2011, rivolta a favorire il rapporto tra madre e figlio minore, nel corso del processo penale e durante l'esecuzione della pena. Una legge dello Stato che contiene dei limiti e delle incertezze, certo, ma che a Firenze potrebbe essere applicata con facilità grazie alla disponibilità di una struttura di accoglienza e a una forte coesione politica territoriale". Secondo il cappellano don Russo, "da anni si continua a giocare sulla pelle dei bambini, farli crescere in carcere è gravissimo, oltre che incostituzionale". Nel frattempo, per migliorare le condizioni di vita dei bambini di Sollicciano, Palazzo Vecchio ha raccolto la proposta lanciata al Corriere Fiorentino del direttore del carcere Fabio Prestopino di portare all'asilo nido o in ludoteca i piccoli. "Stiamo lavorando a un progetto comune - ha detto l'assessore all'istruzione Sara Funaro - per permettere ai bimbi in carcere di vivere più tempo lontano dalle sbarre". Questo progetto però, secondo l'associazione Progetto Firenze, "non può che essere una misura temporanea".
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 2 gennaio 2020
Capelli rosso fuoco e l'immancabile bandiera No Tav attorno al collo: il volto storico della lotta in Val di Susa, Nicoletta Dosio, 73 anni, si stampa sugli striscioni dei militanti raccolti nella notte di capodanno davanti al carcere Lorusso e Cotugno di Torino in cui la donna è detenuta da lunedì.
"Sto bene, sono contenta della scelta che ho fatto perché è il risultato di una causa giusta e bella, la lotta NoTav che è anche la lotta per un modello di società diverso e nasce dalla consapevolezza che quello presente non è l'unico dei mondi possibili", fa sapere Nicoletta in una lettera dal carcere indirizzata ai tanti che in queste ore le stanno esprimendo solidarietà e sostegno.
In tutta Italia infatti i militanti che si oppongono all'alta velocità si sono raccolti nelle piazze per "brindare simbolicamente con Nicoletta" nella notte più lunga dell'anno ed esprimerle vicinanza e affetto. Dopo il presidio del 31 dicembre a Susa, il fitto programma di incontri è proseguito nella giornata di ieri con una fiaccolata serale a Bussoleno.
"Sento la solidarietà collettiva e provo di persona cosa sia una famiglia di lotta. L'appoggio e l'affetto che mi avete dimostrato quando sono stata arrestata, e le manifestazioni la cui eco mi è arrivata da lontano, confermano che la scelta è giusta e che potrò portarla fino in fondo con gioia.
Parlo di voi alle altre detenute e ripeto che la solidarietà data a me è per tutte le donne e gli uomini che queste mura insensate rinchiudono", scrive ancora Dosio, arrestata lunedì nella sua casa di Bussoleno, dove i cittadini si sono riversati in strada per rallentare l'auto che la trasportava.
Ex insegnante in pensione, la pasionaria del movimento Notav, da due anni anche tra le coordinatrici nazionali di Potere al Popolo, era stata condannata di recente in via definitiva a un anno di carcere per violenza privata e blocco autostradale per una dimostrazione del 2012 sull'autostrada del Frejus: un gruppo di manifestanti aveva aperto le sbarre di un casello autostradale della Torino- Bardonecchia, causando danni alla società autostradale.
A differenza degli altri undici attivisti condannati, Dosio aveva sempre dichiarato di essere pronta ad andare in carcere e di non voler chiedere misure alternative come i domiciliari. "Per ottenerle dovrei riconoscere il disvalore della mia condotta, esercito così, ancora una volta, la mia libertà", aveva ripetuto la donna in questi mesi. Le reazioni di sdegno e denuncia per la sua carcerazione hanno attraversato la politica e le istituzioni, e non solo negli ambienti più vicini al movimento NoTav.
"C'è davvero uno strano concetto di giustizia in questo Paese", ha affermato Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu, mentre l'esponente Pd e sottosegretario all'Ambiente, Roberto Morassut, ritiene l'arresto "sproporzionato, una misura sbagliata e senza senso".
"Non condivido nulla del movimento No Tav, ma le proteste anche scomode e con le quali non si è d'accordo non vanno ignorate", ha commentato Morassut. Rifondazione comunista e Partito comunista italiano invece parlano di decisione "ingiustificabile" da parte della Procura Generale di Torino che avrebbe dato "dimostrazione dell'ossessione repressiva contro il movimento No Tav". L'unica "colpa" della donna, prosegue Rifondazione "è di essere irriducibilmente No Tav, di continuare ad anteporsi alla realizzazione di un'opera affaristica, inutile, dissipativa di colossali somme di denaro pubblico".
Anche l'Unione sindacale di base esprime piena solidarietà a Nicoletta e "invita tutte le proprie strutture a mobilitarsi per la sua liberazione". Intanto il procuratore generale di Torino, Francesco Enrico Saluzzo, che ha "personalmente emesso il provvedimento di revoca della sospensione dell'esecuzione della pena" replica alle espressioni di critica sulla vicenda definendole "infondate ed anche inappropriate".
"Il mio Ufficio ha applicato con rigore, come fa ogni giorno, le norme che ci sono date e che sono presidio di legalità e di imparzialità", ha spiegato Saluzzo, sottolineando che "la signora Dosio ha avuto molte possibilità di scelta, decisioni, esclusivamente sue, che, come per ogni altro condannato in situazione simile, le avrebbero consentito di non espiare la pena in carcere. Dopo la sospensione dell'ordine di esecuzione, disposta dal mio Ufficio, ha avuto trenta giorni di tempo per chiedere una delle misure alternative previste dal nostro ordinamento. Non lo ha fatto; anzi, ha pubblicamente proclamato anzi di non avere alcuna intenzione di presentare istanze".
Per i Giuristi Democratici si tratta invece di "una storia sbagliata" e intervengono sul caso per esprimere il loro impegno "a difesa del sacrosanto diritto alla protesta contro la regina delle grandi opere inutili".
"I giuristi democratici - si legge in una nota chiedendo un radicale cambio di rotta nella gestione dei conflitti sociali e ambientali, quale è certamente quello relativo al progetto Tav, che dovrebbe tornare a essere materia di un serio, civile, realistico e produttivo confronto tra comunità e governi locali e centrali, anziché materia di giudizi penali e ostentazione di potere militare e di ordine pubblico".
di Enrico Nistri
Corriere Fiorentino, 2 gennaio 2020
Il mondo del carcere interessa relativamente poco all'opinione pubblica. È un mondo chiuso e prevale spesso la convinzione che chi vi è recluso se la sia cercata, anche se buona parte dei carcerati è costituita da detenuti in attesa di giudizio, per cui vale la presunzione d'innocenza.
A maggior ragione, il mondo del carcere sembra interessare poco ai politici. I detenuti non votano, anche perché larga parte di loro è costituita da stranieri; se poi si tratta di bambini, detenuti al seguito delle madri, il disinteresse non cambia. Se non votano i grandi, figuriamoci i piccoli, condannati da colpe non loro a vivere i primi anni della loro vita dietro le sbarre.
Quanto è successo, e soprattutto quanto non è successo a Firenze nella casa di reclusione di Sollicciano ne costituisce una conferma. I servizi sul Corriere Fiorentino lo documentano ampiamente. Esisterebbe una legge dello Stato, la 62 del 2011, che prevede la possibilità di favorire il rapporto fra mamme e figli minori durante l'attesa di giudizio o l'espiazione della pena attraverso l'istituzione di Istituti a custodia attenuata per madri detenute. Ma a Firenze ci sarebbe molto di più: una palazzina, a Rifredi, che la Madonnina del Grappa ha donato dieci anni fa alla Società della Salute per la realizzazione di una casa accoglienza.
E ci sarebbe anche un protocollo d'intesa con le firme di ministero della Giustizia, Tribunale di sorveglianza, Istituto degli Innocenti, nonché della Regione, che ha stanziato 700.000 euro per i lavori di ristrutturazione. Invece tutto è rimasto bloccato, per le more burocratiche, in un disinteresse generale scosso solo nelle ultime settimane dalle dichiarazioni di don Vincenzo Russo, nella sua duplice veste di direttore della Madonnina del Grappa e di cappellano del carcere di Sollicciano, e di Massimo Lensi, dell'associazione "Progetto Firenze".
Esiste, è vero, la disponibilità del Comune a lavorare su un progetto per consentire alle associazioni di volontariato di accompagnare i figli delle detenute all'esterno del carcere, ma si tratta comunque di una soluzione provvisoria. C'è da sperare che, anche una volta venuto meno il clima di commozione legato alle festività natalizie, politica e burocrazia riescano a superare i residui intralci. Chi ha sbagliato è giusto che paghi, anche perché per reati bagatellari è difficile oggi andare in carcere, ma senza pregiudicare il diritto dei bambini a vedere un cielo senza grate. In un'arcaica etica veterotestamentaria le colpe dei padri potevano ricadere sui figli. Le colpe delle madri, nemmeno lì.
palermotoday.it, 2 gennaio 2020
Organizzato un presidio davanti all'istituto penitenziario "in nome di Papa Francesco e Marco Pannella" per ribadire "la necessità e l'urgenza dell'istituzione della figura del garante".
Presidio davanti al carcere Ucciardone ieri per il Comitato 'Esistono i diritti'. Dopo aver manifestato davanti Palazzo delle Aquile, sede del Comune, nel 2019 per chiedere al Consiglio comunale che il regolamento sul garante comunale per i diritti delle persone detenute "venga con urgenza messo in discussione", il nuovo anno per il comitato è iniziato con un sit-in davanti all'istituto penitenziario "in nome di Papa Francesco e Marco Pannella" per ribadire "la necessità e l'urgenza dell'istituzione della figura del garante".
"Abbiamo consegnato una lettera al presidente del Consiglio comunale Orlando con la quale chiediamo di convocare con urgenza la conferenza dei capigruppo affinché venga messa all'ordine del giorno la discussione del regolamento per la sua approvazione. Palermo sia città pilota per tutte le città siciliane", dice il presidente del comitato Gaetano D'amico. Per il vice presidente, Alberto Mangano, "un atto come questo, che tutela diritti fondamentali della persona, non può essere oggetto di tatticismi d'aula o di interessi di partiti e deve vedere un voto di approvazione unanime".
"Le carceri stanno vivendo un momento storico negativo, non solo per il sovraffollamento che rappresenta già un grave problema, ma per la mancanza di una visione generale del sistema carcerario - dice l'ex parlamentare regionale Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia.
Diminuiscono i reati e aumentano, in maniera sproporzionata, i detenuti. L'area metropolitana di Palermo ospita quattro carceri e circa 1.800 fra uomini, donne e minori detenuti, per questo urge nominare il garante". All'iniziativa hanno aderito l'Osservatorio sulle carceri della Camera penale, l'associazione dei Giuristi siciliani, il movimento No Muos, Antigone e l'associazione Mete Onlus.
di Elia Sanna
L'Unione Sarda, 2 gennaio 2020
I sindacati unitari della Polizia penitenziaria manifesteranno il prossimo 7 gennaio sotto la Assl di Oristano per chiedere di istituire le camere di sicurezza nell'ospedale San Martino.
Sono anni che le organizzazioni sindacali di categoria sollecitano la politica e i vertici della sanità oristanese a mettere mano alla realizzazione delle camere di sicurezza nel principale presidio sanitario della città. L'obiettivo dei sindacati (Sappe, Osapp, Uilpa, Sinappe, Uspp, Cisl, Cgil e Cnpp) è quello di assicurare la tutela dell'incolumità, non solo al personale della polizia penitenziaria, ma anche agli operatori sanitari e degli utenti.
"Ci troviamo costantemente a piantonare detenuti di ogni tipologia e grado di pericolosità nelle corsie degli ospedali - si legge in una nota - senza che possano essere garantiti gli standard minimi di sicurezza. La camera di degenza dei detenuti piantonati può essere raggiunta da chiunque, in qualsiasi momento senza che possa impedirlo con conseguenze gravissime.
Il personale ha giù subito delle aggressioni da qualche paziente ricoverato, esponendosi a rischi e alle criticità conseguenti di eventuali malori dei componenti della scorta come accaduto anche di recente. Le camere di sicurezza danno maggiori garanzie a tutti coloro che all'interno degli ospedali si prodigano per tutelare la salute dei pazienti e l'incolumità del personale civile". La manifestazione è fissata per martedì alle ore 9,30 in via Carducci davanti alla Assl.
di Carolina Masserani
Il Giornale, 2 gennaio 2020
Un incontro d'arte e storia con il genio da Vinci, grazie anche a una collaborazione tra l'ambiente artistico e quello carcerario. In programma nelle sale di Palazzo Morando fino al 5 gennaio (ingresso libero), la mostra "Leonardo prigioniero del volo": esposti 30 abiti ispirati alla creatività leonardesca, un evento per le celebrazioni dei 500 anni dalla morte dello scienziato-artista.
Già, proprio così: la moda e l'arte rendono omaggio al grande personaggio. I "maghi di ago e filo" hanno costruito via via una vera e propria narrazione, ricreando le macchine e le invenzioni di Leonardo da Vinci. Il percorso della mostra si snoda nelle sontuose stanze del Palazzo, dedicate a questi capi di abbigliamento di alta sartoria che raccontano pure mesi di ricerca, precisione, abilità, tecnica e creatività. Le sculture in tessuto riaccendono la macchina dei sogni di Leonardo e sollecitano la fantasia dei visitatori che volano dal passato al presente, attraverso geometrie di stoffa, legno, metallo. In particolare, qualche abito ricorda la passione del genio rinascimentale per il volo e le leggi dell'aerodinamica.
Alla realizzazione dell'esposizione hanno contribuito la onlus Catena in Movimento, con Cristian a capo del laboratorio sartoriale presente all'interno della seconda Casa di Reclusione di Milano Bollate e il Teatro della Moda che ha messo a disposizione dieci creazioni dei suoi allievi. In campo anche stilisti e pittori emergenti e affermati, la mostra è stata curata dal funzionario giuridico-pedagogico del carcere di Bollate, Simona Gallo.
Il progetto di rieducazione e re-inserimento sociale ha coinvolto 40 detenuti che si sono ispirati ai quadri e alle macchine per volare, da guerra e da lavoro di Leonardo. Catena in Movimento, associazione nata circa due anni e mezzo fa, ha già portato avanti dei progetti, tra questi due mercatini il cui ricavato è stato devoluto a fondazioni o associazioni di promozione sociale.
Tutti gli abiti saranno messi all'asta a sostegno della Casa Sollievo Bimbi, hospice pediatrico per l'accoglienza di minori gravemente malati e il sostegno alle loro famiglie aperto ad aprile 2019 da Vidas ("Leonardo prigioniero del volo", allestita a Palazzo Morando Costume Moda Immagine in via Sant'Andrea 6, è visitabile da martedì a domenica dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 17,30, informazioni al numero 02.88465735).
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