di David Allegranti
Il Foglio, 23 novembre 2019
L'incredibile storia di 251 magistrati che hanno vinto un concorso ma sono tenuti in ostaggio dallo Stato che non li fa lavorare. Hanno finito il concorso, bandito nel 2017, nel maggio scorso; la prima graduatoria è stata pubblicata a luglio; la seconda (caso eccezionale, ma c'era da sciogliere una riserva su una candidata) a metà ottobre.
Il tempo tuttavia continua a passare inutilmente: duecento cinquantuno neo magistrati, come ha spiegato il Foglio la settimana scorsa, attendono ancora di iniziare a lavorare. Dopo la pubblicazione dell'articolo, abbiamo contattato il ministero della Giustizia per sapere che fine abbia fatto il decreto di nomina che per legge deve essere firmato dal ministro della Giustizia, in questo caso Alfonso Bonafede, entro venti giorni dalla pubblicazione della graduatoria. Dall'ufficio stampa fanno sapere che non esiste alcun decreto di nomina.
Anche all'Ufficio centrale di bilancio presso il ministero dicono che da loro non è passato niente da vistare. Eppure i neo magistrati, giustamente esasperati dalle lungaggini, si sono attivati e hanno cercato di reperire informazioni. Una situazione surreale, visto che stiamo parlando di un concorso pubblico e che la trasparenza dovrebbe essere totale.
Specie visto che al governo ci sono alcuni presunti paladini dello streaming. Finora però è accaduto tutto il contrario: i neo magistrati si sono dovuti ingegnare raccogliendo informazioni per conto proprio e, in base alle notizie da loro raccolte, il decreto sarebbe stato firmato il 13 novembre ma già il 14 novembre sarebbe stato rimandato indietro al ministro e al suo capo di gabinetto dalla direzione generale del Bilancio. La Ragioneria, secondo quanto ricostruito dai partecipanti al concorso, avrebbe negato il visto.
"La nota che ho visionato diceva che il visto non poteva essere apposto perché nel decreto di nomina si faceva riferimento, ai fini della copertura finanziaria, a una norma inidonea (in sostanza un capitolo nel quale non c'erano soldi)", spiega al Foglio uno dei magistrati che hanno partecipato al concorso. "Si diceva quindi che il decreto doveva essere modificato ed integrato facendo riferimento all'articolo 48 della legge di Bilancio 2020".
Insomma, dice un altro candidato che ha partecipato e vinto il concorso, "hanno bandito un concorso ma poi non avevano i soldi per assumerci. Ma perché non ce l'hanno detto per tempo? Alcuni di noi hanno lasciato il lavoro che facevano. Altri hanno preparato questo esame per anni, potendo contare sull'impegno delle loro famiglie".
Ma che cosa, c'è scritto nell'articolo 48 della legge di Bilancio 2020, che fa parte del Capo II, "misure in materia di giustizia"? "La disposizione consente al ministero della Giustizia di assumere i magistrati vincitori del concorso per 320 posti bandito con decreto ministeriale 31 maggio 2017, le cui procedure si concluderanno nel corso dell'anno 2019. Si prevede che l'immissione in servizio dei nuovi magistrati avverrà a decorrere dal 1° gennaio 2020 e si prevede un totale di 250 vincitori".
Insomma, la legge di Bilancio che deve ancora essere approvata prevede l'assunzione per il 2020 dei 250 (in realtà 251 magistrati) che hanno superato il concorso e impegna le risorse economiche per farli lavorare. Questi magistrati però potevano già essere assunti nel 2019. Solo che nessuno gliel'ha detto e hanno dovuto ricorrere a informazioni parziali o di seconda mano. La situazione è diventata ancora più assurda perché, nel frattempo, è stato indetto, pochi giorni fa, un nuovo concorso per la copertura di 310 posti di magistrato ordinario. E, in più, il ministro Bonafede da giorni si vanta dei risultati straordinari raggiunti dal suo ministero.
"Rivendico con orgoglio lo storico risultato che abbiamo già raggiunto ampliando di ben 600 unità il ruolo organico della magistratura grazie alla previsione contenuta nella legge di bilancio per il 2019", ha detto il ministro Bonafede in un question time alla Camera.
"Si tratta probabilmente di un incremento senza precedenti di cui vado particolarmente fiero, perché segna una svolta reale per il ripristino dello stato di salute degli uffici giudiziari di tutto il territorio". Senz'altro è vero che con la legge di Bilancio 2019 Bonafede ha aumentato il ruolo organico del personale della magistratura per il triennio 2020-2022, ma lascia a casa - per ora - i 251 magistrati che hanno finito quest'anno, a maggio, le prove del concorso bandito nel 2017 da Andrea Orlando, le cui coperture economiche erano state previste durante la precedente legislatura. Il problema è che i vincitori del concorso finito nel maggio 2019 non inizieranno a lavorare prima dell'anno prossimo e ancora non si è capito se questo decreto di nomina esiste per davvero oppure, per evitare una figuraccia sulle mancate coperture, si continua a far finta che non ci sia.
di G. Mau.
Il Manifesto, 23 novembre 2019
I dati della Polizia di Stato. Oggi a Roma corteo di "Non una di meno". L'analisi e lo studio della violenza sulle donne mostra ora con dati certi, provenienti dalla Polizia di Stato, che il fenomeno è in diminuzione nel biennio 2018-2019. Aumentano le denunce, soprattutto al nord, ma calano del 16,7% le violenze sessuali (nel 2017 erano in aumento del +14%), del 2,9% i maltrattamenti in famiglia, del 12,2% gli atti persecutori. Dunque, parlare di "emergenza" è abbastanza improprio, per una questione che è piuttosto il sintomo di una società poco evoluta, gretta e violenta, senza distinzione di sesso. Un fenomeno per arginare il quale non occorrono barricate o muri, ma cure.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 23 novembre 2019
È dal febbraio 2018 che la legge istitutiva di un fondo per gli orfani di femminicidio attende il regolamento che la faccia funzionare. Nel frattempo ai ragazzi sono negati i soldi che servono per riprogettare il futuro una delle promesse non mantenute dai politici. Forse la più odiosa. Perché riguarda i bambini, i figli delle vittime di femminicidio.
Alcuni hanno il padre in carcere, altri sono orfani di entrambi i genitori perché dopo il delitto l'uomo - come talvolta accade - si è suicidato. Vengono affidati agli zii, ai nonni, ad altri parenti. Molti sono invece trasferiti in "casa famiglia", perché non hanno nessuno che possa prendersi cura di loro. Tutti hanno comunque bisogno di sostegno, soprattutto economico. Un aiuto per studiare, per costruirsi un futuro.
Ma anche un appoggio psicologico che nella maggior parte dei casi rappresenta una speranza. E invece niente, tutto è bloccato. Le inchieste avviate in tutta Italia sui delitti in famiglia evidenziano come sia proprio questo uno degli aspetti più gravi da affrontare: salvare i piccoli dalla follia dei grandi. Non a caso la legge ha previsto una serie di tutele per i ragazzi come "l'accesso al gratuito patrocinio, l'assistenza medico-psicologica, la sospensione della pensione di reversibilità all'omicida, la possibilità di modificare il cognome".
Ma soprattutto "borse di studio, formazione, inserimento lavorativo" oltre ai contributi per le famiglie affidatarie. Il programma indispensabile però si scontra con una serie di ostacoli che appaiono tuttora insormontabili. I regolamenti attuativi non sono stati varati e dunque i fondi sono stati bloccati. Fermi anche i soldi necessari a risarcire chi ha subito atti persecutori, e aggressioni: 25mila per la violenza sessuale; 25mila euro per lesioni gravissime; 10mila per eventuali spese mediche assistenziali. Una situazione assurda, un intoppo inaccettabile.
Il 25 novembre, tra due giorni, è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Al di là dei proclami, delle buone intenzioni, delle nuove promesse che non saranno mantenute, basterebbe raccogliere l'appello che arriva da tutte le associazioni di volontariato, prima fra tutte Sos Villaggi dei Bambini che da anni si occupa degli orfani, ma anche delle mamme in difficoltà perché devono nascondersi per sfuggire alla furia del partner. E garantire che un futuro per questi ragazzi è davvero possibile.
di Errico Novi
Il Dubbio, 23 novembre 2019
Trattativa senza sbocchi con Bonafede: cambia la strategia dem. Due segnali chiari. Il primo lo invia Alfonso Bonafede. Con l'ampia intervista al Sole 24 Ore di ieri disegna i contorni del nuovo processo civile. L'altra metà del cielo, quello non coperto dalle nubi del dissenso. "Andrà in Consiglio dei ministri la settimana prossima", conferma il guardasigilli.
di Marcello Matté
settimananews.it, 23 novembre 2019
"Le carceri devono avere sempre una "finestra", cioè un orizzonte. Guardare ad un reinserimento. E si deve, su questo, pensare a fondo al modo di gestire un carcere, al modo di seminare speranza di reinserimento; e pensare se la pena è capace di portare lì questa persona". Con questa citazione della prof.ssa Severino, Papa Francesco conclude il Discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell'Associazione internazionale di diritto penale (15/11). Una proiezione nel futuro al termine di un'analisi lucida e forte sulla condizione presente del sistema penale.
di Gianna Gancia
Il Riformista, 23 novembre 2019
Egregio direttore, tante, tantissime, forse troppe cose si son dette e si possono dire in tema di tortura. Personalmente, mi piace riandare a una esclamazione semplice, quasi banale, eppure tanto cara a un intellettuale come Leonardo Sciascia: "C'è ancora un giudice a Berlino!".
Cara a Sciascia perché, nella leggenda, era l'urlo liberatorio di un povero contadino prussiano, ingiustamente espropriato da un feudatario. Sì, c'è ancora un giudice a Berlino! Non importa se tu sei il più potente tra i potenti ed io l'infimo tra gli infimi. C'è un giudice a Berlino che applicherà la legge. La quale è uguale per tutti, potenti e meschini! Ed io riavrò il mio podere, perché è un mio diritto.
E ancora: lo Stato liberale, con i suoi apparati, ha sì il diritto di interrogarmi, ma mai quello di pestarmi a sangue per estorcermi confessioni. È la differenza, non banale, tra stato di diritto e stato di polizia. Una differenza che distingue anche il corrispondente ruolo apicale, quello del ministro dell'interno in una democrazia liberale dal ministro di polizia nei regimi autocratici. Una differenza che coincide con la legge e con il diritto, che nulla hanno a che spartire con la tortura la quale, come ci insegnava Beccaria, manda assolti i potenti colpevoli e condanna i deboli innocenti. La tortura è il sopruso, la sopraffazione del più debole da parte del più forte.
La legge, invece, è il diritto, è la legalità, che punisce un reo solo a seguito di equo processo. Ecco, essere contro la tortura significa essere contro i soprusi e le sopraffazioni, sempre. E a favore del diritto e della legge. Dalla parte dei contadini prussiani di ieri, di oggi e di domani.
di Chiara Formica
2duerighe.com, 23 novembre 2019
Uno Stato civile, il cosiddetto stato di diritto, sarebbe tale se non necessitasse di una legge contro la tortura, ma come definire uno Stato in cui viene auspicata la cancellazione della legge che punisce il reato di tortura? Il 19 novembre il segretario della Lega, Matteo Salvini, intervenendo al Congresso nazionale del Sap (Sindacato Autonomo di Polizia) a Rimini, ha ribadito la sua contrarietà al reato di tortura, promettendo l'abolizione della legge appena tornerà al governo.
"Ormai lo sport preferito da alcuni detenuti è la denuncia immotivata di violenza o tortura da parte di donne e uomini in divisa. Bisogna rivedere quella normativa perché c'è l'avvocato "gratis", all'infinito, non per i poliziotti ma per i delinquenti e quindi qua c'è qualcosa che non funziona" commenta l'ex ministro degli Interni, aggiungendo: "quando torniamo al governo dobbiamo rivedere questa legge perché non si può lavorare col terrore di non poter garantire la propria sicurezza e l'altrui sicurezza".
Il reato di tortura, in Italia, è stato introdotto soltanto due anni fa, con estremo ritardo rispetto a molti altri Paesi ed è stato un barlume di civiltà politica perché orientato a tutelare i diritti dei più deboli.
Appena approvata la legge nel luglio 2017, l'Onu l'aveva definita incompleta e inapplicabile. Lo stesso firmatario, il senatore Luigi Manconi, dopo la serie di emendamenti e rimbalzi tra Camera e Senato, al momento della votazione aveva preferito astenersi, non riconoscendovi più i principi che l'avevano ispirata.
A mettere in luce le criticità delle affermazioni di Salvini è anche Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone: "quello di Salvini sulla tortura è un messaggio che si pone contro il buon senso, la giustizia, l'umanità e i diritti umani. Un messaggio contro la legalità, un messaggio che spacca il Paese [...] Salvini vorrebbe probabilmente l'impunità di chi usa violenza e invece sarebbe importante che tutti quegli operatori delle carceri e delle forze dell'ordine che lavorano nel rispetto della legge e dei diritti delle persone arrestate - e sono la stragrande maggioranza - reagiscano a questo tipo di messaggio che tendenzialmente non condanna l'uso arbitrario e truce della violenza, fisica o psichica".
SI recenti fatti di cronaca giudiziaria stanno dimostrando la necessità di una legge che contrasti seriamente la tortura, eppure il segretario leghista ha scelto proprio questo momento storico per rinnovare il suo dissenso rispetto al reato in questione. Pochi giorni dopo la condanna dei due carabinieri che uccisero Stefano Cucchi prendendolo a botte e dopo gli arresti domiciliari dei 6 agenti di polizia penitenziaria del carcere di Lorusso e Cutugno.
È vero che i carabinieri condannati per l'omicidio Cucchi non sono stati condannati per tortura, ma è anche vero che all'epoca dell'apertura del processo questo reato non era previsto dal codice penale, come spiegato anche da Associazione Antigone. Coerente con la volontà di eliminare il reato di tortura, la posizione di Salvini in merito alla vicenda dei 6 agenti di polizia penitenziaria sottoposti agli arresti domiciliari per il reato di tortura.
"Uno Stato civile punisce gli errori, se uno sbaglia in divisa sbaglia come tutti gli altri. Però che la parola di un detenuto valga gli arresti di un poliziotto a me fa girare le palle terribilmente. Quindi la mia massima solidarietà a quei sei padri di famiglia", questo il commento di Matteo Salvini. Secondo l'accusa gli atti di violenza degli agenti nei confronti dei detenuti sarebbero avvenuti dall'aprile 2017 fino al novembre 2018.
Dalla ricostruzione dei fatti si evince che gli agenti avrebbero picchiato i detenuti con calci e pugni, indossando guanti in modo da non lasciare tracce e colpendoli allo stomaco, così che i lividi fossero meno visibili. Le violenze sarebbero avvenute nelle stanze prive di videocamere di sorveglianza, nei corridoi, sulle scale e nei passaggi tra una sezione e l'altra.
Dalle carte del pm risultano minacce, schiaffi e sputi nei confronti di detenuti che venivano malmenati, denudati e insultati. Alla violenza fisica infatti si sarebbe aggiunta anche quella psicologica: dal versare detersivo per piatti sul letto di un detenuto al leggere ad alta voce, davanti agli altri reclusi, i capi di imputazione dei detenuti riportati negli atti del processo.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 23 novembre 2019
Interrogazione di Roberto Giachetti ai Ministri Bonafede e Speranza. Roberto Giachetti di "Italia Viva" ha presentato una interrogazione a risposta scritta ai ministri Bonafede e Speranza sul caso di Antonino Tomaselli, malato terminale per un tumore ai polmoni, detenuto in custodia cautelare in regime di 41bis presso il carcere di Opera.
di Franco Mirabelli*
Il Riformista, 23 novembre 2019
Con la legge "spazza-corrotti" il governo precedente ha introdotto la norma che prevede, dal 1 gennaio 2020, che dal grado d'appello sia bloccato l'istituto della prescrizione, che quindi resterebbe in vigore solo per il primo grado di giudizio. La prescrizione è certamente uno strumento imperfetto, che ha consentito non arrivassero a sentenza alcuni processi, ma è anche lo strumento con cui fino ad ora si è cercato di dare concretezza al principio costituzionale che garantisce ai cittadini una durata ragionevole del processo.
Corriere di Bologna, 23 novembre 2019
Costantin Fiti, romeno di 27 anni, era stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Pier Luigi Tartari nel corso di una rapina. Si è ucciso giovedì poco dopo le 22, impiccandosi nella sua cella del carcere bolognese della Dozza, Costantin Fiti, romeno di 27 anni condannato all'ergastolo per l'omicidio di Pier Luigi Tartari, pensionato di 73 anni ucciso a settembre 2015 ad Aguscello, nel Ferrarese nel corso di una rapina da parte della banda di Ivan Pajdek. Era un gruppo di rapinatori seriali spietati che in quegli anni seminarono razzie e violenze nelle campagne tra Ferrara e Rovigo, con i quali operava anche Norbert Feher, alias Igor il russo. Tartari fu massacrato di botte, torturato e ucciso, lasciato agonizzante in un casolare in campagna. Per puro caso quella notte anche Feher non era con la banda, accertarono le indagini, da cui si era allontanato per degli screzi sulla divisione del bottino. Costantin Fiti, che sarebbe stato in cella di isolamento, era stato processato assieme a Patrik Ruszo e al capo della banda Ivan Pajdek, condannati rispettivamente all'ergastolo e a 30 anni di reclusione. Solo pochi giorni fa il sindacato di polizia penitenziaria Sinappe aveva sollevato alcune criticità dovute al sovraffollamento all'interno della struttura, con una lettera alla direzione del carcere e al provveditorato dell'amministrazione penitenziaria di Emilia-Romagna e Marche. La direzione ha risposto confermando in una nota le problematiche che impediscono, ad esempio, di rispettare i tempi per le dimissioni dei detenuti ricoverati in infermeria. Almeno due detenuti ad alto rischio suicidiario, inoltre, sono stati sottoposti a sorveglianza speciale.
Un altro suicidio nel carcere di Bologna, di Antonio Ianniello*
Si è verificato il secondo suicidio nel corso del 2019 nel carcere di Bologna nel giro di qualche mese. Questa volta si è trattato della tragica vicenda personale di un ragazzo condannato all'ergastolo e in isolamento diurno che ha deciso di spezzare la propria vita difficile.
C'è grande sconforto personale e istituzionale al cospetto di questi tragici accadimenti, anche considerando che, nell'attuale contesto penitenziario, le condizioni detentive delle persone e le condizioni lavorative degli operatori sembrano tendere a un progressivo deterioramento alla luce del numero sempre meno sostenibile delle presenze in carcere.
Riguarda il recente periodo l'evidente peggioramento delle condizioni detentive presso gli spazi dell'Infermeria del carcere di Bologna (arrivata a contare la presenza di 100 persone), e in particolare di quelli destinati all'accoglienza delle persone che fanno ingresso in carcere dove stanno sino a 3 persone per cella, anche per non brevi lassi temporali, chiuse 20h su 24h.
In simili frangenti emerge l'inadeguatezza del complessivo sistema che deve tendere al recupero della persona e che, invece, non di rado, può anche degradare verso trattamenti inumani.
Pur nell'attuale complessità della situazione, e nella pratica impossibilità di poter presidiare le (non poche) situazioni che possono essere potenzialmente stressanti in un contesto di privazione della libertà personale, risulta urgente rendere più incisivi gli interventi orientati alla prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, attraverso il coinvolgimento di tutti i soggetti, istituzionali e non, che fanno parte della comunità penitenziaria, e anche chiedendo l'ausilio delle persone detenute, addestrate, attraverso attività di gruppo fra area penitenziaria e area sanitaria, a offrire vicinanza e supporto sociale ai soggetti a rischio.
E sin da subito andrà dedicata grande attenzione alle persone comunque coinvolte in questo tragico evento (personale e altre persone detenute), prevedendo uno spazio in cui possa essere rielaborato emotivamente l'evento, secondo quanto indicato dal Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere.
Persiste la necessità che la società esterna perseveri nella costruzione di relazioni di prossimità con il carcere, coltivando buone prassi all'interno insieme a chi lì vive con grande senso di responsabilità, insieme a chi lì lavora con grande senso del dovere, insieme a chi lì opera in attività di aiuto con grande generosità.
*Garante per i Diritti delle persone private della Libertà personale del Comune di Bologna
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