di Amalia De Simone
Corriere della Sera, 2 gennaio 2020
Giuseppina è libera dopo sei anni, Giovanna per la prima volta rivede le sue figlie. E all'interno del carcere si organizza un presepe vivente aperto alla città. Festeggiare il Natale con la libertà è il regalo più grande, talmente grande che non ti fa sentire il freddo. E così Giuseppina varca la soglia del carcere con una t-shirt e una felpa sbottonata, le buste in mano e alle spalle sei anni dietro le sbarre, di sofferenza ma anche di rinascita.
In prigione ha imparato e trovato un lavoro che comincerà appena dopo le feste. Il Natale ha un regalo anche per Giovanna che per la prima volta ottiene un permesso per poter vedere le sue figlie e trascorrere tre giorni con loro. Entrambe escono dal carcere femminile di Pozzuoli dove solo pochi giorni prima avevano avuto l'opportunità di avere un contatto con l'esterno. Grazie all'educatrice Adriana Intilla, al direttore Carlotta Giaquinto e alle insegnanti, le detenute hanno portato in scena un presepe vivente multietnico e multi culturale, aprendo le porte della prigione alla città. E così il mondo di "fuori" ha visto cosa succede "dentro" e ha potuto capire che dietro ogni detenuto ci può essere una storia e una volontà di cambiare.
Nel carcere femminile di Fuorni le detenute hanno fatto un piccolo albero di Natale e poi hanno addobbato le loro stanze con delle palline e dei pupazzi creati con pezzi di stoffa e il polistirolo. "Abbiamo fatto tanti regali per i nostri bambini e per i nipoti", dice Anna mostrando dei pupazzi. Nel carcere si sente la musica di Assia Fiorillo, una cantautrice che sta lavorando con le detenute e che per il Natale prova ad insegnare loro la canzone "Happy Xmas (War is over)" di John Lennon. "La guerra non è solo quella dei paesi lontani, ci sono tanti tipi di guerra: quelle con sé stessi, quelle in casa e poi le guerre sui nostri territori come quelle di camorra", spiega alle ragazze Assia, che tra uno scherzo e l'altro l'ascoltano con attenzione e poi raccontano le loro battaglie.
"La peggior guerra è quella dei cuori bui", dice Giusy. "Questa sofferenza deve aiutarci a non sbagliare più", racconta Giovanna, riflettendo sui tanti errori. Anna pensa ai suoi due figli: di Mario non ha più saputo nulla perché ne ha perso la patria potestà; Carlo invece potrà vederlo per Natale dopo quattro anni lunghissimi.
Il direttore del carcere Rita Romano insieme all'educatrice Monica Innamorato, ha voluto creare un'occasione di incontro tra le detenute e loro figli con uno spettacolo di magia e la distribuzione di regali arrivati da tutta Italia grazie al progetto gli "Ultimi saranno...". E così molte detenute hanno potuto regalare giocattoli, vestitini e dolci a nipoti, pronipoti e figli.
"È un momento bellissimo - dice Giovanna - perché possiamo fare qualcosa insieme ai nostri bambini come se fosse un giorno normale, come guardare questo bellissimo spettacolo". Anche Vincenza è contenta perché suo figlio adolescente è andato a trovarla ed è rimasto per lo show. "È un po' cresciutello e ora si è anche fidanzato - dice mal celando la gelosia - ma tanto lui lo sa che c'è sempre prima la mamma". "Mi è piaciuto che il mago trasformista richiamasse Mary Poppins - dice Rita Romano direttore del carcere - perché Mary Poppins diceva che quando ci credi tutto può accadere e io voglio portare questo messaggio all'interno del nostro carcere perché io ci credo. Io credo che anche qui possono succedere delle cose belle e la cosa più bella che può accadere è che loro non ritornino più in carcere".
riminitoday.it, 2 gennaio 2020
Iniziativa della Caritas riminese voluta fortemente dall'area educativa dell'istituto e organizzata dall'amministrazione penitenziaria. Anche alla Casa circondariale "Casetti" di Rimini si è festeggiato il Natale, grazie a un'iniziativa voluta fortemente dall'area educativa dell'istituto e organizzata dall'amministrazione penitenziaria assieme al Centro per le famiglie del Comune di Rimini (Cpf) e con l'associazione Caritas Rimini, per cercare di accorciare le distanze fra le persone recluse e i loro familiari.
Il Cpf ha svolto il consueto laboratorio a sostegno della genitorialità in quattro pomeriggi all'interno del gruppo settimanale di parola "Caffè corretto" della Caritas Rimini Odv per organizzare con alcune persone detenute le letture da fare ai bambini che quel giorno sono entrati con tanta gioia in carcere assieme alle madri e alle nonne, fidanzate, mogli e madri dei loro padri detenuti. L'animazione è stata coordinata da Monica Raguzzoni, che con grande abilità e sensibilità ha saputo catturare l'attenzione dei più piccoli con giochi di prestigio.
Momento clou le rappresentazioni delle storie del postino, della cena di natale, dell'anfora e l'acqua, del pesce triste e dell'uovo che si trasforma in gallina, seguite con attenzione ed entusiasmo da tutti i presenti grandi e piccoli, una trentina tra familiari, detenuti e volontari. Al termine dell'iniziativa un attesissimo Babbo Natale rappresentato dallo storico volontario Tino - del gruppo diocesano di Rinnovamento nello Spirito Santo - è comparso da dietro le quinte per regalare a tutti i figli più piccoli un pensiero da portare a casa con sé".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 2 gennaio 2020
Marcia indietro americana sul ritiro dei soldati dall'Iraq. Il presidente Usa: "L'Iran pagherà, è una minaccia". Khamenei: "Colpiremo senza esitazione". L'Iraq diventa sempre più luogo privilegiato dello scontro tra Stati Uniti e Iran. E ciò non può lasciare indifferenti neppure i responsabili della Difesa a Roma, visto che in Iraq sono stazionati quasi mille soldati italiani sotto il comando americano: una missione volta ad addestrare le forze di sicurezza irachene, oltre a monitorare l'eventualità di un ritorno in forze di Isis. Donald Trump annuncia l'invio di altri 750 soldati americani, destinati ad aggiungersi ai 5.000 che già stazionano in Iraq.
Un netto mutamento di strategia, dopo i ripetuti annunci di voler ridurre drasticamente le truppe Usa nella regione. Ciò avviene mentre la retorica della guerra vede una drammatica impennata. "L'Iran sarà ritenuto pienamente responsabile per le vite perse e i danni di qualsiasi delle nostre sedi. Pagheranno un prezzo salato! Non è un avvertimento, è una minaccia. Buon Anno Nuovo!", ha twittato la sera di Capodanno il presidente Usa. "Se qualcuno ci minaccia, con confronteremo senza esitazione e lo colpiremo", replica dura la Guida Suprema dell'Iran, Ayatollah Ali Khamenei.
Le tensioni sono cresciute dopo che la difficile e controversa alleanza dei soldati americani con esercito iracheno e milizie sciite irachene alleate e sovvenzionate dall'Iran nella comune guerra contro Isis era venuta a scemare con la sconfitta di quest'ultimo a Mosul oltre due anni fa. Negli ultimi tre mesi però lo scenario iracheno si è ulteriormente destabilizzato.
È dalla fine di settembre infatti che le piazze si sono sollevate per chiedere pane, lavoro, lotta alla corruzione e un mutamento radicale dei vertici politici alla guida del Paese. La dura repressione voluta dai vertici militari ha poi causato circa 600 morti e migliaia di feriti tra i manifestanti. Originariamente nate come "apartitiche", le rivolte hanno però gradualmente visto la crescita tra i loro ranghi di gruppi guidati dalle varie fazioni in lotta. Gli attacchi contro i consolati iraniani di Najaf e Karbala hanno avuto come reazione l'arrivo nelle piazze di miliziani armati legati all'Iran privi di qualsiasi scrupolo nell'uso di mitra contro la folla.
La settimana scorsa la situazione è poi degenerata quando un missile sparato contro una base irachena ha provocato la morte di un contractor statunitense. I jet americani hanno replicato domenica bombardando le basi nell'Iraq occidentale e Siria orientale della milizia sciita filo-Teheran Kataib Hezbollah. Raid mirati, ben coordinati, che hanno causato almeno 25 morti tra i guerriglieri.
Le piazze irachene, istigate da elementi fedeli all'Iran, hanno dunque reagito: la folla ha dato l'assalto al compound difeso da alti muri di cemento dell'ambasciata americana nella "zona verde" di Baghdad. Ieri e nelle ultime ore gli attacchi sono stati molto violenti.
Alcuni manifestanti sono riusciti a penetrare le prime barriere e a dare fuoco ad un'area destinata al ricevimento del pubblico. Tanto che i soldati americani di guardia hanno dovuto reagire facendo largo uso di gas lacrimogeni. La polizia irachena è stata quindi inviata in forze a controllare il quartiere. Ma le manifestazioni continuano anche oggi.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 2 gennaio 2020
Una no-fly zone imposta da Germania, Italia e Francia, con l'eventuale sostegno britannico, per cercare di far tacere le armi e dettare invece la via del dialogo politico in Libia? Il 24 sera ad Erbil il ministro della Difesa Lorenzo Guerini al Corriere della Sera ha sostenuto la necessità che i Paesi europei "impongano il cessate il fuoco in Libia".
Ce lo ha ribadito durante la sua visita natalizia ai 926 militari del contingente italiano in Iraq. "L'opzione militare in Libia ha dimostrato che anziché risolvere i problemi li ha aggravati. C'è bisogno di una forte iniziativa diplomatica europea che per essere efficace non può che passare anche dall'imposizione di un cessate il fuoco", ha dichiarato. Guerini non ha menzionato espressamente l'iniziativa della no-fly zone. Sono temi che vanno ancora discussi dal governo italiano ed in ambito europeo. Ma è da tempo che se ne parla negli Stati Maggiori europei.
Il tema è complicato dal fatto che la Turchia è un membro Nato e comunque resta il tabù delle conseguenze dell'intervento militare internazionale che nel 2011 portò alla caduta del regime di Gheddafi e alla destabilizzazione della Libia. Luigi Di Maio sta organizzando una Missione Europea "per il cessate il fuoco" per gli inizi di gennaio in Libia, che sarà condotta dall'Alto Rappresentante per la Politica Estera e della Sicurezza Joseph Borrel assieme ad altri ministri europei.
In effetti il tema Libia si inserisce nel contesto del ripensamento delle strategie di difesa europee di fronte ad equilibri internazionali sempre più precari, dove gli Stati Uniti e le loro forze militari da tempo ormai non forniscono più quella protezione armata che aveva garantito sicurezza e stabilità al tempo della Guerra Fredda dal 1945 e sino ai primi anni del secondo millennio.
Tra gli scenari che più da vicino preoccupano gli Stati Ue, ed in particolare l'Italia, la Libia è senza dubbio quello centrale. L'incremento rapido degli interventi militari di Russia, a fianco del maresciallo Khalifa Haftar, e della Turchia, a sostegno invece della pletora di milizie schierate col governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez Serraj a Tripoli, ha largamente spiazzato la politica europea nella regione. Non è dunque solo l'Italia oggi che rischia l'irrilevanza.
La visita natalizia ai contingenti italiani all'estero diventa così uno stimolo a riflettere sul significato delle missioni militari. Sono al momento 34 quelle internazionali che vedono impegnati oltre 5.600 militari italiani. Il contingente più numeroso conta 1.100 soldati nel Libano del sud. Ma in Afghanistan ne restano ancora 800, concentrati soprattutto ad Herat. Oltre 530 soldati sono inoltre basati a Pristina per garantire la pacificazione del Kosovo. Ma non sono esclusi mutamenti della disposizione delle forze.
"Vorremmo rafforzare il nostro contributo nel Sahel", ha detto Guerini. I circa 100 soldati in Niger potrebbero dunque aumentare. Si sta anche guardando al Mali e a tutte quelle zone dell'Africa sub-sahariana dove la presenza dell'Isis e dei gruppi jihadisti si sta facendo sempre più forte e minacciosa, diventando tra l'altro motore primo dei flussi migratori verso la Libia e dunque le coste europee.
Quanto all'Iraq uno dei rischi per le missioni italiane di addestramento dell'esercito e della polizia locali è che diventino complici delle gravissime politiche di repressione contro le rivolte della popolazione in corso da fine settembre. Si tratta della crisi più grave nel Paese dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003. I bilanci ufficiali parlano di quasi 600 morti e 20.000 feriti, ma i numeri reali potrebbero essere almeno il triplo.
"Stiamo valutando di aumentare il numero di addestratori dei Carabinieri in modo che insegnino alla polizia irachena a controllare i disordini senza causare vittime tra i manifestanti. L'ordine pubblico va gestito non represso nel sangue", ha chiarito Guerini.
Le sfide non finiscono qui. Proprio nelle zone a ridosso tra le regioni irachene e curde stanno infatti rinascendo numerose cellule di Isis. Agli inizi di novembre cinque soldati italiani sono rimasti gravemente feriti nella zona di Kirkuk. Segno che l'Iraq è ben lontano dall'essere stabilizzato.
di Francesco Petrelli*
Il Dubbio, 1 gennaio 2020
Abolita l'estinzione del reato per violazione dei termini, il tempo sarà come una terra lieve sulla tomba del diritto. Nessuno più ne avvertirà il peso. Dobbiamo tutti inchinarci all'enormità della conquista, alle nuove ideologie del diritto penale simbolico che guardano ad orizzonti più ampi, non all'oggi o al domani ma al sempre.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 1 gennaio 2020
Stanotte in Italia è entrato in vigore il Codice Travaglio. Sì, è vero, questo è stato il paese di Beccaria, di Calamandrei, di Sciascia. Beh: è stato. Dimenticatelo. Ora è il paese di Travaglio. Il quale, dopo aver imposto la legge spazza-corrotti, largamente incostituzionale, da questo momento in poi fa scattare il codice "giustizia eterna".
di Giuseppe De Tomaso
Gazzetta del Mezzogiorno, 1 gennaio 2020
Chissà che cosa avrebbe scritto oggi il maestro di Racalmuto alla vigilia della riforma che introduce lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Sosteneva lo straordinario scrittore siciliano Gesualdo Bufalino (1920-1996) che tutti i libri del suo conterraneo, e talent scout, Leonardo Sciascia (1921-1989), gigante della letteratura italiana, sono un unico grande libro sulla giustizia. Non sbagliava.
Battaglia di civiltà e di verità contro l'abolizione della prescrizione: le prossime iniziative Ucpi
camerepenali.it, 1 gennaio 2020
Prosegue la battaglia contro l'abolizione della prescrizione. Nonostante il prossimo e preannunciato vertice di maggioranza, perdura il silenzio del Ministro di Giustizia in ordine alla richiesta dei dati statistici su quali siano i reati che ogni anno si prescrivono, fino ad oggi non a caso sistematicamente nascosti alla pubblica opinione e al Parlamento della Repubblica, e incredibilmente persino al Governo che il prossimo 7 gennaio 2020 dovrà discutere sul tema della prescrizione senza conoscerne i dati.
di Antonia Postorivo
Il Riformista, 1 gennaio 2020
La morte di due giovanissime ragazze è un dolore immenso. La vita scorrerà ma sarà come morire ogni giorno nel ricordo di Gaia e Camilla. Ecco io credo che per i genitori, per gli amici cari questo è il sentimento del giorno dopo e dei giorni a venire. Alle due vite spezzate si aggiunge una terza vita appesa ad un filo. La vita di colui che era alla guida dell'auto.
La vita di un altro giovane che il destino baro ha voluto quella sera, in quell'ora e in quel posto. Inizierà un procedimento e un processo per stabilire la dinamica dell'incidente e le colpe. Tutto questo creerà altro dolore. Un processo che dovrà rendere giustizia alle vittime e ai loro familiari e che dovrà lasciare fuori dalle aule di giustizia la rabbia, il rancore e la professione dei genitori dei protagonisti.
Il vuoto lasciato dalle giovani ragazze dovrà convivere con la realtà processuale. Comprendo che sarà difficile far convivere una perdita cosi grande con le logiche giuridiche e con la ricostruzione di quella terribile sera ma, inevitabilmente, tutti questi sentimenti contrastanti tra loro dovranno convivere. Dolore e verità dovranno convivere con una serie di fredde analisi che sembreranno analisi impietose, irrispettose del dolore immenso che si prova ma nessuno si potrà sottrarre alla legge e al rispetto di essa.
Corso di Francia, luogo della tragedia, è una strada di Roma grandissima, enorme, un'autostrada dentro il Centro di Roma, priva di adeguata illuminazione e di strisce pedonali visibile, come in tutta Roma ma questa è altra storia. Dalle prime ricostruzione siamo di fronte ad un conducente che guidava in stato di ebbrezza, ad alta velocità con semaforo verde. Gaia e Camilla, dalla ricostruzione dei fatti, stavano attraversando la strada con semaforo rosso per i pedoni, al buio e non sulle strisce pedonali. Ai pedoni che camminano sulla strada è richiesta la stessa attenzione e la stessa diligenza imposte ad automobilisti e a motociclisti, perché la sicurezza stradale è frutto del rispetto collettivo delle norme. È un discorso che interessa non solo la disciplina del traffico, ma anche l'incolumità fisica di tutti gli utenti della strada.
Tra questi, quella dei pedoni è la fascia di utenti considerata più debole e quindi oggetto di una particolare attenzione volta a salvaguardarla. Questo però non significa che chi cammina a piedi non debba rispettare delle regole che contribuiscono alla propria sicurezza e a quella di chi circola con un veicolo o con un motoveicolo. Il Codice della Strada prevede regole chiare da rispettare per i pedoni. Camminare su una strada pubblica significa esserne un utente a tutti gli effetti e come tale si è sottoposti a norme e a sanzioni per i trasgressori. Come guidare in stato di ebbrezza e ad alta velocità è gravissimo e chi lo fa se ne assume le gravi conseguenze, Come è giusto che sia e come la legge prevede.
Il dolore e la rabbia dovranno fare i conti con la realtà processuale e comprendere che un complesso di situazioni hanno concorso a rendere mortale l'incidente: la velocità, l'assunzione di alcol, ma anche l'imprudenza delle due vittime e la colposa insufficienza dell'illuminazione pubblica. Nulla riporterò Gaia e Camilla in vita ma la ricostruzione dei fatti dovrà avvenire nel rispetto della legge e sarò, come sempre, un misto di ragione e anche di sentimento.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 1 gennaio 2020
Nel 2019 la famiglia del giovane geometra romano morto nell'ottobre 2009 ha ottenuto finalmente la condanna dei carabinieri che lo pestarono. Oggi la sorella Ilaria fa il bilancio di un periodo dirompente, "che mi ha trasformata completamente".
È a Ferrara, Ilaria Cucchi, a trascorrere le vacanze natalizie con Fabio Anselmo, il suo avvocato e compagno, quando viene reso pubblico il caso dell'ennesimo brutto episodio che sarebbe avvenuto all'interno della caserma dei carabinieri di Copparo, dove nel settembre scorso sarebbero stati intralciati i soccorsi per un uomo arrestato che aveva bisogno di cure (vedi il manifesto del 29 dicembre).
Ancora una volta il "dovere" di militante per i diritti delle persone private di libertà la chiama e lei non si sottrae: si dà da fare, partecipa alla conferenza stampa, indaga, denuncia. È sempre di corsa, Ilaria, e raramente si concede evasioni. Ma nel 2019, a conclusione del primo grado del processo bis, ha raccolto i frutti di dieci anni di battaglie dolorose, con la condanna dei due carabinieri che nel 2009 pestarono suo fratello Stefano, morto una settimana dopo essere stato arrestato.
Ilaria, quest'anno è stato un anno particolare per lei...
Decisamente un anno estremamente significativo. Però tutti questi ultimi dieci anni sono stati anni particolari, pieni di risvolti, di momenti estremamente difficili, di tante cadute e di tante risalite. Dieci anni che come donna mi hanno completamente trasformato.
Come?
Dieci anni fa ero una donna e una madre "perfetta", così mi definiva mio fratello Stefano, lo ripeté anche l'ultima volta che lo sentii per telefono. Si stava lamentando delle sue difficoltà e io lo spronavo. Mi disse: "Ma tu che ne sai, tu che hai una famiglia, un lavoro, una vita perfetta!". E in effetti io mi sentivo tale. Poi ho capito che la realtà era abbastanza diversa da come l'avevo immaginata e me la raccontavo.
Un po' di perbenismo?
Assolutamente sì. Io mi sentivo e apparivo perfetta, e pensavo di essere soddisfatta della mia vita da "mulino bianco". Stefano mi chiedeva sempre: "Ma tu sei felice, Ila?". Ho capito dopo che quella non era la mia vita, quando mi sono trovata immersa, mio malgrado, in una realtà che mi era totalmente estranea fino al giorno della sua morte. Dieci anni fa ero talmente fiduciosa nelle istituzioni da affidare nelle loro mani la salvezza di mio fratello, senza capire che loro erano parte del problema.
Però questa fiducia in realtà lei l'ha sempre mantenuta, come dimostra la perseveranza nella richiesta di una giustizia processuale.
Sì, diciamo che se non avessi avuto rispetto in quelle stesse istituzioni che in fondo mi avevano tradita e abbandonata, ed erano diventate il mio peggior nemico, non avrei avuto motivo per perseguire la giustizia. Che finalmente è arrivata dopo dieci anni.
Parliamo del suo rapporto con la politica: come è cambiato in questi anni?
Al tempo sentivo la politica come qualcosa di molto distante. Sono stata accusata tante volte di voler fare politica, di voler strumentalizzare. Quello che mi sento di dire è che tutto ciò che abbiamo fatto in questi anni - dico "noi" perché da soli non si fa nulla - è politica, con la p maiuscola. Quella che serve, quella sul campo. E che non dimentica i diritti.
Certo, ma in questi anni è entrata a contatto anche con la politica meno "pura", diciamo, quella di chi si sporca le mani e scende a compromessi. Che rapporto ha con quel tipo di politica?
Mah, mi viene in mente la discussione sul reato di tortura: ecco credo che su certi temi non si debba mai scendere a compromessi. E infatti, la legge che è stata varata, frutto di molti compromessi, sembra fatta apposta per non essere applicata nelle aule di giustizia. Sui diritti non possiamo scendere a compromessi.
Non crede che però il varo di quella brutta legge possa aver contribuito a mutare il clima, permettendo poi alla giustizia di fare il suo corso anche per Stefano?
Per quanto riguarda il nostro processo, l'introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano non ha avuto alcuna influenza. Semmai in questi ultimi anni, grazie al dibattito sulla tortura e alla risonanza che ha avuto la nostra battaglia, l'Italia ha fatto un passo avanti dal punto di vista culturale. E poi qualcosa è scattato anche da parte di chi fa la giustizia. Perché la giustizia è fatta dalle persone.
Ci sono cose di questi dieci anni che non rifarebbe?
Guardi, io non mi pento di nulla. Se tornassi indietro rifarei ogni cosa, anche quelle che mi sono costate tanta fatica, come mostrare le foto del cadavere di Stefano.
E la foto di Francesco Tedesco, l'imputato che dopo nove anni ha deciso di parlare e di accusare i suoi colleghi, la ripubblicherebbe sui social?
Scelsi una foto qualunque, sono stata molto criticata per quel post. Ma oggi sento di non dovermi rimproverare di nulla.
Sulle droghe ha cambiato idea in questi dieci anni? Cosa pensa della legalizzazione?
Che domanda difficile... a me le droghe fanno paura. Oggi, da madre, ancora di più. La droga mi spaventa, è pericolosa. Certo è che Stefano non è morto di droga.
Una volta si è pure candidata. Poi mai più...
Sì, nel 2013 mi candidai con Antonio Ingroia, per Rivoluzione civile, perché credevo in lui e sentivo che c'era un vuoto sul tema dei diritti. Oggi quel vuoto è perfino cresciuto, il messaggio che costantemente passa e che ahimè raccoglie sempre più consensi è che i diritti, se sono diritti di qualcun altro, possono essere sacrificati.
Un mese fa però ha rifiutato la candidatura a sindaca di Roma...
Era stata una provocazione, e io ho risposto dicendo che ero disposta a scendere in campo a condizione che tutti i partiti facessero un passo indietro. Così non è stato e quindi...
È dei partiti che non si fida?
Beh sì, devo dire di sì.
"Il coraggio e l'amore" è il libro che ha scritto a quattro mani con Fabio Anselmo e che racchiude un po' tutto il percorso di questi dieci anni. Perché questo titolo?
Perché purtroppo per portare avanti queste battaglie, che poi diventano delle vere e proprie battaglie di civiltà e patrimonio di tutti, ci vuole ahimè tanto coraggio. C'è purtroppo ancora bisogno di eroi, e così non dovrebbe essere. Un coraggio che si è nutrito di amore, in tutte le sue espressioni: l'amore per la verità, per la giustizia, l'amore per Stefano. E poi c'è l'amore che è nato tra me e Fabio: dal male è scaturito qualcosa di bello.
Se non ci fosse stato l'amore tra lei e Fabio sarebbe stato tutto più difficile?
Per quanto riguarda la battaglia giudiziaria no, sarebbe stata assolutamente la stessa cosa. Perché Fabio lo vedo battersi quotidianamente nelle aule di giustizia, e lo fa con la stessa forza e determinazione con cui l'ha fatto nei processi per Stefano Cucchi. Per quanto riguarda me, invece, questo amore è stato ed è una motivazione. Lo è stato ogni volta che avevo voglia di piangere perché Stefano non c'era più, perché mi aveva abbandonata, perché quel fratello che anche nelle sue difficoltà più grandi si preoccupava sempre che io fossi felice se ne era andato. Ma ho capito dopo che non mi aveva lasciata da sola: mi aveva lasciata con Fabio. E questo amore per me rimane il suo regalo, il regalo di Stefano.
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