di Michela Bompani
La Repubblica, 23 novembre 2019
Durerà probabilmente ancora poco, dopo un'attesa di anni, il record negativo della Liguria in ambito di organizzazione del sistema carcerario. La nostra regione è l'unica in Italia insieme alla Basilicata a non avere un garante regionale dei detenuti, né un testo che lo istituisca.
Dopo le accuse degli addetti ai lavori e, nell'edizione di ieri, l'appello lanciato dalle colonne di Repubblica dal garante nazionale delle persone detenute Mauro Palma, "entro l'anno salvo sorprese la legge dedicata arriverà in Consiglio regionale". A confermare lo sblocco della situazione è Gianni Pastorino, consigliere ligure di Linea Condivisa (ex Rete a sinistra), primo firmatario della proposta di legge sul tema, ferma in commissione da mesi.
"Nelle prossime settimane si troverà la convergenza sui testi delle diverse proposte di legge già avanzate a riguardo, la nostra e quella del Pd, e - è il suo annuncio - nella seduta del Consiglio del prossimo 17 dicembre se ne discuterà in aula".
Da tempo in stand by, nonostante un sostegno assolutamente trasversale (dalla sinistra a Forza Italia, Pd e M5S compresi), la proposta di legge necessaria per designare un garante dei detenuti da impegnare nelle carceri della Liguria si era arenata a inizio anno "a causa dell'ostruzionismo della Lega - continua Pastorino - che non permetteva la definizione dal punto di vista finanziario dell'istituzione dell'incarico. Arrivare in Consiglio sarà un passo decisivo, e il giusto frutto di un impegno in rete tra associazioni e istituzioni di settore che va avanti dall'inizio della legislatura".
di Nicola Biondo
Il Riformista, 23 novembre 2019
I legali dell'esecutivo: "non ha prove". Torturato, picchiato, scarcerato per un delitto mai commesso dopo 38 anni di processi, Giuseppe Gulotta ha citato per danni il premier Conte e i ministri. Ma gli avvocati dello Stato dicono: "Non le dobbiamo niente". L'avvocato del popolo Giuseppe Conte sa che cosa scrivono i suoi legali? Probabilmente no. Eppure questa storia lo riguarda da vicino. C'è un uomo di 61 anni, si chiama Giuseppe Gulotta e ha passato più della metà della sua vita nei tribunali, ha scontato 22 anni di carcere, è stato torturato in una caserma dei carabinieri di Alcamo, in Sicilia, affinché confessasse un delitto atroce mai commesso, aver ucciso due carabinieri, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo.
Il processo che lo ha spedito all'ergastolo insieme ad altri quattro compagni di sventure era basato su una lunghissima serie di prove false e di abusi, una frode processuale. Dopo trentotto anni Gulotta è stato riabilitato, una sentenza di Cassazione gli ha ridato l'onore e la libertà. Gulotta è un timido. Finisce in tv in prima serata a raccontare la sua vita randagia e il miracolo che l'ha salvata, ma non si monta la testa, mai una parola fuori posto: è stato un detenuto modello e da libero è un modello di moderazione.
Ringrazia i giudici, ricorda sempre le vittime della strage di Alcamo e ha un piccolo sogno nel cassetto: che le istituzioni gli mandino un segnale. un gesto di conciliazione, di solidarietà. La sua storia, arrivata fino al salotto tv di Fabio Fazio, non ottiene però davvero le luci dei riflettori mainstream che avrebbe meritato. Non si fa vivo nessuno. Perché mai? Probabilmente perché quella di Gulotta è una storia "maledetta".
Maledetta come tutte le storie di mafia e di antimafia. A capeggiare il nucleo che tortura e manda Gulotta all'ergastolo, insieme ad altri quattro ragazzi di cui due minorenni, è infatti il colonnello Giuseppe Russo, braccio destro di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Russo viene ucciso nel 1977, l'anno successivo ai fatti di Alcamo che costano la prigione a Gulotta. Anno in cui la sua squadra si macchia di un altro orribile episodio. A seguito della morte del loro capo, ucciso per mano mafiosa a Ficuzza, torturano tre pastori analfabeti.
Ma torniamo a Gulotta e alla sua solitudine. Che qualcosa non funzioni viene percepito anche dalla Suprema Corte. Mentre la Cassazione chiede la sua assoluzione, l'avvocatura dello Stato va giù durissima: Gulotta è colpevole, non è mai stato torturato, vi sta prendendo in giro. "Per chi lavorate voi?", sbotta in aula il Procuratore Generale rivolgendosi ai legali dello Stato. Incredibile vero?
La Corte condanna l'Avvocatura a una pena pecuniaria. hanno portato avanti una lite temeraria. Soldi pubblici, ovvio (e scusate la retorica). È l'inizio del cortocircuito. Due anni dopo la stessa avvocatura si oppone al risarcimento per l'ex-ergastolano, "non merita nulla, è colpevole". Le sentenze della Cassazione per questi principi del Foro sono evidentemente carta straccia: un colpo di Stato contro lo Stato di diritto. Siete sicuri di essere al sicuro?
Per tornare alla nostra storia, il risarcimento per Gulotta arriva ma è parziale: 6 milioni di euro per 22 anni in carcere e 36 di processi. La Corte che lo accorda aggiunge che Gulotta "avrebbe dovuto agire con una tipica azione aquiliana verso i militari responsabili dei fatti di reato che assume essere stati causa della sua ingiusta condanna evocando in giudizio pure i competenti Ministeri con cui quei militari si trovavano in rapporto di immedesimazione organica".
E siamo ad oggi. Martedì si apre a Firenze un processo per risarcimento danni, a essere citato è il vertice del Governo: da Conte ai ministri della Difesa e Interno, Guerini e Lamorgese e con loro il Comando generale dell'Arma e i tre carabinieri che operarono abusi e torture. È la prima volta, mai nessuno aveva "osato tanto". Ma di nuovo per gli avvocati del governo nulla è dovuto. E la faccia feroce che ancora una volta lo Stato mostra a Gulotta riesce anche a piegarsi in un ghigno che in confronto il Marchese del Grillo appare San Francesco.
Non solo secondo gli avvocati del governo "non ci sono prove degli abusi", ma ammesso che ci siano stati i reati sono prescritti si parla di tortura e prove false, non di una mancata notifica) e quindi è prescritto l'eventuale risarcimento. E si arriva agli insulti in carta bollata e con le stimmate del governo: Gulotta, scrivono gli avvocati di Conte "ha prodotto in questo processo solo carte" per provare il danno ricevuto. E che cosa avrebbe dovuto produrre secondo gli azzeccagarbugli del Governo, fiaschi di vino e stracotto di asino?
Attenzione, questo punto riguarda tutti non solo Gulotta. Perché quelle che vengono definite solo "carte" sono sentenze di Cassazione, sentenze di tribunali, indagini compiute da Procure. Come può lo Stato far finta che non esistano, come può negarle? Può capitare a chiunque. Non basta. Secondo l'Avvocatura Gulotta ha già ricevuto "una macroscopica cifra".
Della serie, che cosa vuole ancora? Alzi la mano chi farebbe a cambio, chi baratterebbe la propria vita, 22 anni di carcere e 38 di processi con 5 milioni? E siamo alla fine. Martedì prossimo si apre a Firenze il processo di risarcimento, da una parte una vittima conclamata, dall'altra lo Stato, l'Arma dei Carabinieri, il vertice del Governo.
È la prima volta: perché Gulotta, e i suoi avvocati Pardo Cellini e Saro Lauria, sono coraggiosi e testardi. Qualsiasi sia l'entità del risarcimento c'è un principio da ribadire: non siamo sudditi. E se questo fosse un film l'avvocato del popolo Giuseppe Conte si presenterebbe in aula e prenderebbe posto accanto a Giuseppe Gulotta. al cittadino modello Giuseppe Gulotta. Che lo Stato ha lasciato sempre solo. Lo lasceranno solo anche i parlamentari di questo Paese? Sicuri che vogliano arrendersi a un simile abominio?
Gazzetta di Parma, 23 novembre 2019
"Bene la risposta del Governo di questa mattina alla Camera in merito al Carcere di Parma". A dirlo è il deputato 5 Stelle Davide Zanichelli, autore di una interrogazione parlamentare in cui sollevava diverse criticità che riguardano il penitenziario di via Burla, "in particolare riguardo all'aumento di 200 detenuti a seguito dell'apertura di un nuovo padiglione, che costituisce una positiva estensione dell'edilizia penitenziaria volta a superare il problema del sovraffollamento".
Questa mattina è arrivata la risposta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianluca Castaldi che ha dichiarato espressamente che "le problematiche sono in via di risoluzione", in particolare l'aspetto dell'organico, grazie a un recente concorso per 2.851 nuovi sovrintendenti che potrà costituire un ulteriore un bacino a cui attingere per un ulteriore potenziamento rispetto al recente aumento di 13 unità dell'organico di luglio 2019.
"Anche per quanto riguarda la direzione, la prossima emanazione di un decreto interministeriale che individua l'assunzione di 45 nuovi dirigenti penitenziari potrà contribuire a tamponare la situazione - scrive in una nota Zanichelli.
La vicinanza rispetto agli operatori di polizia penitenziaria è rappresentata inoltre dalle recenti misure del primo Governo Conte, che ha innalzato ulteriormente il livello di tutela penale per gli operatori di pubblica sicurezza, escludendo l'applicabilità dell'esimente della particolare tenuità prevista dall'art. 131 bis del codice penale proprio rispetto ai reati di violenza, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Inoltre è anche garantita la copertura per gli interventi finalizzati all'abbattimento delle barriere architettoniche interne all'istituto, così come la predisposizione di una nuova cucina aggiuntiva in vista dell'apertura del nuovo padiglione per i primi mesi del 2020. Infine, risale ad aprile l'istituzione di un Gruppo di lavoro, composto da operatori penitenziari esperti nel settore, con il compito di individuare nuovi modelli organizzativi finalizzati a una migliore gestione degli eventi critici in ambito penitenziario.
Sappiamo che le carceri vivono situazioni difficili, sia per il personale della polizia penitenziaria, che per i detenuti. Anche per questo motivo il 29 Ottobre il ministero ha disposto la sospensione per due mesi le assegnazioni ad "Alta Sicurezza 3? al carcere di Parma. Resta infatti ferma intenzione di questo Governo intervenire per contrastare il problema del sovraffollamento delle carceri con l'obiettivo di garantire agli operatori un contesto lavorativo più sicuro".
di Anna Alberti
Gente, 23 novembre 2019
Apre al pubblico il primo teatro europeo collegato a un Istituto di pena. Al Beccaria i ragazzi imparano le regole, un mestiere e la gioia di stare insieme e pensare al futuro. "Ci sono voluti 25 anni per aprire questo luogo al pubblico, superando mille ostacoli, ma finalmente siamo al debutto".
Cerchiamo 2.800 persone da portare in carcere, si legge sul cartellone. La provocazione è del team di Puntozero, l'associazione culturale che opera all'interno del Beccaria di Milano, il carcere minorile. "Lo sappiamo che è un messaggio forte, ma puntiamo in alto: siamo quasi pronti al debutto di Romeo & Juliet Disaster, libera elaborazione dell'opera di Shakespeare, il prossimo 8 dicembre. Ma soprattutto abbiamo terminato i lavori e ottenuto tutti i permessi per aprire il teatro al pubblico", dice il regista Beppe Scutellà.
Lui e la compagna Lisa Mazoni, attrice e presidente dell'associazione (momentaneamente impegnata a stirare un abito di scena), sono anima e fac totum di questa compagnia, oltre che riconosciuti professionisti spesso in scena al Piccolo e in altri teatri milanesi: "Ci abbiamo messo quasi 25 anni di impegno incessante per raggiungere questo obiettivo, superando mille ostacoli burocratici, ma finalmente ci siamo: questa è la prima sala teatrale indipendente all'interno di un carcere minorile in Europa. Un teatro vero, in cui i nostri ragazzi si misureranno ogni sera con un pubblico pagante. Logico che cerchiamo di farci pubblicità: i milanesi li vogliamo tutti qui".
E Milano qui c'è, eccome. A partire dalle sedie, le quinte, il sipario e i tendaggi donati dalla Scala (che ha ceduto parte dei vecchi arredi del Piermarini). Per continuare con il contributo del Piccolo Teatro, delle Fondazioni Marazzina, Comunità di Milano, Cariplo e di tante altre associazioni che hanno reso possibile l'impresa insieme con benefattori privati.
Un'impresa che di per sé è già uno spettacolo: "La compagnia è composta da giovani detenuti ed ex detenuti di otto nazionalità diverse, più volontari, studenti liceali e universitari. Tutti insieme per portare avanti un'idea di rieducazione fondata sul recupero culturale, sociale, e anche affettivo di questi ragazzi. Un'idea che era quella di Antonio Salvatore, storico e lungimirante direttore del carcere minorile, che per i giovani detenuti aveva voluto una teatro e una chiesa".
Del cappellano di questa chiesa, don Gino Rigoldi, molti hanno sentito parlare. Ora è arrivato il momento della ribalta anche per la compagnia teatrale, alla sua prima stagione indipendente con lo spettacolo shakespeariano in scena dall'8 al 22 dicembre, e con un nuovo cartellone che proseguirà nel 2020. "I ragazzi qui imparano a stare alle regole, ma anche a fidarsi gli uni degli altri, degli adulti di riferimento", dice ancora Lisa Mazoni, che tra una telefonata e un rammendo cerca di rispondere alle nostre domande. "E poi apprendono un mestiere che servirà loro in futuro: scenografia, riprese video, illuminotecnica, regia, sartoria teatrale, oltre che recitazione. Grazie alle competenze acquisite, una volta liberi avranno poi accesso a tirocini alla Scala, al Piccolo e in altri teatri".
Un percorso non facile né scontato, ci spiega ancora Beppe Scutellà, capocomico, regista e all'occorrenza anche cuoco, quando i giovani attori si fermano a pranzo o a cena. "All'inizio i ragazzi sono diffidenti, recalcitrano: recitare non è certo una cosa da "duri". Poi negli anni succede che alcuni chiedono al magistrato di turno di poter continuare a recitare in teatro da esterni, una volta fuori. Accade anche a molti studenti che iniziano giovanissimi a frequentare il laboratorio teatrale. Crescono con noi, restano".
Lo conferma Camilla Ponti, volontaria, attrice e studentessa di psicologia che presto si laureerà con una tesi sul teatro nel carcere. "Quando li ho conosciuti, cinque anni fa, mi sono subito innamorata della voglia di rivalsa di questi ragazzi, del loro desiderio di imparare, di immaginare un futuro diverso. E qui ho capito che la rieducazione non è solo sbarre, deve passare anche dalla cultura, dal coinvolgimento affettivo. Puntozero abbraccia fino al midollo questi principi: dà a tutti la possibilità di esprimersi, di tirare fuori il meglio. D'altronde non si può provare a cambiare se non si hanno a disposizione stimoli diversi dalla strada".
Per lei, come per altri volontari, l'esperienza al carcere minorile ha rappresentato anche un'occasione di crescita personale: "Sul palcoscenico ho scoperto qualcosa di me, le mie paure, ma anche i miei punti di forza. Perché il teatro smuove cose che non ti aspetti: ricordi, difese, conflitti. È un incredibile motore di cambiamento. Tutto questo oggi è soprattutto una passione, ma spero che potrà diventare parte del mio lavoro, in un prossimo futuro".
È il momento di smetterla con le chiacchiere: il regista richiama tutti sul palcoscenico, si spengono le luci, e dal caos in un attimo magicamente emerge l'ordine. La grande bellezza. Per scoprirla, non resta che cominciare a prenotare.
di Giorgio Barbieri
La Tribuna, 23 novembre 2019
I primi cittadini chiedono pene severe, immediate e certe. Il procuratore: "Celle già sovraffollate e senza personale". "La prevenzione serve ed è utile, ma l'unico modo per mettere fine ai furti è punire i responsabili. Basta carceri con porte girevoli, i colpevoli stiano in cella da subito". A dirlo sono i sindaci, tutti, dal Pd alla Lega, testimoni dell'ennesimo raid d'autunno dei ladri in provincia. Ma a rispondere è direttamente il procuratore della Repubblica di Treviso: "Non si può, le carceri sono già oltre i limiti".
"In carcere" - "Io so che periodicamente in questo periodo arrivano gli incursori, e so che le denunce e le statistiche descrivono il fenomeno fino ad un certo punto, la realtà è che abbiamo una pattuglia per tre comuni. La battaglia è persa in partenza" dice il sindaco di Santa Lucia di Piave Riccardo Szumski, "soprattutto con questo sistema legislativo: se per mandare in carcere un ladro dobbiamo aspettare la Cassazione siamo morti.... Prendere i ladri sul fatto è impossibile, ma se il carcere è carcere, allora magari qualcuno ci pensa due volte, e se aggiungessimo magari prevenzione e più pattuglie allora qualcosa cambierebbe".
Gli fa eco Pieranna Zottarelli da Roncade, sindaco Pd che già l'anno scorso dovette assistere ad un vero e pesantissimo assedio di ladri nelle sue frazioni: "Il ladro preso in flagranza è una rarità, ma non per inefficienza della rete, che c'è ed è capillare, ma per rapidità di esecuzione dei furti e altrettanto rapida fuga. La soluzione? Pene certe, detenzione immediata. non servono a nulla le carceri con le porte girevoli. I ladri devono trovarsi nella condizione che non sia più conveniente continuare".
E aggiunge: "Pensare di difendere tutte le case, ovunque, è materialmente impossibile. Schierarsi tutti dalla stessa parte e lavorare per prevenzione e attenzione aiuta". Dal capoluogo il sindaco Mario Conte prima sottolinea come "i dati siano in netto miglioramento", poi prosegue: "Bisogna lavorare per tenere alta l'attenzione. Cercare di aiutarsi è utile, prevenire è l'unica strada; presidiare tutto il territorio è impossibile, la battaglia è squilibrata anche perché le bande si sentono tutelate per l'incertezza della pena. Servono leggi più severe. Non sono state fatte: dove c'erano i ministri Cinque Stelle siamo al disastro".
La giustizia - Le esigenze dei sindaci però si scontrano con la realtà dei fatti. "Il problema è complesso", afferma il procuratore Michele Dalla Costa, "e si è aggravato nel corso degli anni perché si sono inserite norme punitive mentre la legislazione non consente di usare questo strumento. E il problema è che non si cambiano le leggi perché le carceri sono sovraffollate, non all'altezza con le esigenze repressive né con la tutela del detenuto. Non c'è personale per la vigilanza e non ci sono momenti di vera e propria rieducazione. Il paradosso che è meglio non mandare gente in galera perché chi ci va ha un tasso di recidiva estremamente elevato".
Per il capo della Procura di Treviso i dati sono però in calo. "Ma per quanto riguarda la repressione le forze non sono sufficienti", aggiunge Dalla Costa, "capisco che ci sia del malcontento generalizzato, la i dati indicano un calo dei processi".
luccaindiretta.it, 23 novembre 2019
"Liberi dentro" è il progetto che coinvolge i detenuti del carcere di San Giorgio e gli ospiti della Casa San Francesco di Lucca e ha visto la realizzazione in queste due sedi di laboratori permanenti per la digitalizzazione dei documenti amministrativi Asl.
Il percorso è stato sviluppato dall'Asl Toscana nord ovest con alcuni partner che hanno creduto fin da subito nella rilevanza dell'iniziativa: l'Arcidiocesi di Lucca - ufficio pastorale Caritas, la casa circondariale San Giorgio di Lucca ed il Gruppo volontari carcere di Lucca. Oltre all'azienda sanitaria, che ha investito quasi 21mila euro, hanno finanziato l'intervento la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (40mila euro), la Caritas diocesana (oltre 28mila euro) e la Regione Toscana (quasi 16mila euro), per un costo totale superiore ai 100mila euro.
Un primo bilancio del progetto, innovativo a livello nazionale, è stato fatto ieri (21 novembre) durante un convegno che si è tenuto nella cappella Guinigi del complesso di San Francesco, nel corso del quale i detenuti della casa circondariale e gli ospiti della casa di San Francesco di Lucca hanno anche raccontato la loro esperienza di lavoro, che consiste essenzialmente nella digitalizzazione di documenti amministrativi attraverso la scansione, la categorizzazione e l'inserimento di dati in un programma on line.
L'importanza ed il carattere innovativo del percorso, attivato un anno fa, sono stati evidenziati dall'assessore regionale al diritto alla salute Stefania Saccardi, dal direttore amministrativo dell'azienda Asl Toscana nord ovest Gabriele Morotti, insieme anche al capo staff della direzione Alessandro Iala e alla responsabile del progetto per l'Asl Giuliana Martinelli, dall'arcivescovo di Lucca monsignor Paolo Giulietti, dal presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Marcello Bertocchini, insieme alla vice presidente Lucia Corrieri Puliti, dal sindaco di Lucca e presidente della conferenza zonale sindaci della Piana di Lucca, Alessandro Tambellini, dal sindaco di Viareggio e presidente della conferenza zonale dei sindaci della Versilia, Giorgio Del Ghingaro, dal sindaco di Borgo a Mozzano e presidente conferenza zonale dei sindaci della Valle del Serchio, Patrizio Andreuccetti, dal direttore dell'ufficio detenuti e trattamento del Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria Toscana-Umbria, Angela Venezia, dal direttore della Caritas di Lucca Donatella Turri, dal direttore della casa circondariale di Lucca, Santina Savoca e dal presidente Gruppo volontari Carcere, Gabriele Ferro.
Il progetto è caratterizzato da un alto valore sociale ma presenta anche una grande utilità pratica, visto che l'Azienda sanitaria potrà sostituire una parte dell'archivio amministrativo cartaceo con uno digitale, più facile da consultare, liberando così anche alcuni spazi. L'aspetto più importante, comunque, è sicuramente quello legato all'inclusione attiva dei detenuti, ai quali viene offerta un'opportunità di impiego che continua nel tempo e si fornisce una piccola fonte di guadagno e competenze specifiche che potranno essere utilizzate quando avranno scontato la pena.
L'obiettivo generale di Liberi dentro è infatti quello di contribuire - all'interno di un più vasto programma di azioni formative - alla riabilitazione dei detenuti, o comunque di persone che hanno avuto l'esperienza del carcere, per definirne il percorso verso la futura autonomia e il reinserimento nel mondo del lavoro.
diocesipistoia.it, 23 novembre 2019
Il progetto "Grappoli 2019" proposto dalla Cooperativa in Cammino ha offerto esperienze lavorative a minorenni segnalati dalla magistratura e a detenuti a fine pena. Una proposta di riscatto che porta frutto. Con il mese di ottobre la Cooperativa In Cammino ha concluso il progetto "Grappoli 2019" che ha attivato percorsi di inclusione lavorativa nei sei mesi da aprile a ottobre 2019. Il progetto - illustrato dalla Cooperativa in un comunicato stampa- è stato possibile grazie al finanziamento della fondazione Caript sul Bando socialmente 2018, della Caritas diocesana e della Fondazione Un Raggio di luce.
Il progetto ha attivato delle esperienze lavorative vere e proprie nel settore della carpenteria in ferro e nell'orticultura ed è rivolto a ragazzi giovanissimi seguiti dal tribunale dei minorenni (nel laboratorio) e persone che sono nella fase finale-semiliberi, in arresti o detenzione domiciliare, in affidamento in prova di un loro percorso giudiziario (negli orti). Pur avendo caratteristiche e condizioni di età differenti, quanti seguono il progetto sono purtroppo accomunati da un modo negativo di pensare il lavoro, mirato esclusivamente a un riscontro economico, mistificando tutti quegli aspetti positivi che il lavoro porta con sé, primo fa tutti un effettivo inserimento sociale.
Quanti sono stati coinvolti nel progetto - si legge nel comunicato - "hanno svolto la loro attività sotto la guida di un istruttore che ha curato l'aspetto organizzativo e l'acquisizione di competenze specifiche in un contesto in cui si assumono le regole e i comportamenti richiesti dal normale mercato del lavoro". Un aspetto, quest'ultimo che resta determinante per la Cooperativa In Cammino, in quanto favorisce: "una situazione nella quale è possibile verificare, correggere, stimolare quegli atteggiamenti che stanno alla base di un effettivo inserimento lavorativo positivo e di andare a intervenire sulle mentalità che generano marginalità". Il progetto ha poi previsto un contributo economico di presenza per andare incontro alle legittime necessità delle persone inserite.
La cooperativa In Cammino ha effettuato 16 inserimenti della durata media di tre mesi nel laboratorio di carpenteria in ferro e 22 inserimenti della durata media di tre mesi negli orti che la Cooperativa ha in affitto nei pressi della sede in via Seiarcole.
Al termine del corso è stata senz'altro più facile la ricerca di un'occupazione stabile; "alcuni hanno trovato impiego in aziende del territorio, altri sono ancora alla ricerca di un'occupazione all'altezza delle necessità"; in ogni caso la cooperativa ha accompagnato diverse persone al loro fine pena, mettendole nella condizione di poter cercare un lavoro liberi dai condizionamenti e dai possibili preconcetti legati alla loro storia di detenzione.
Le attività proposte nel progetto "Grappoli" - si legge nel comunicato - "sono da considerarsi una sorta di "palestra" nella quale migliorare le proprie capacità lavorative, ma anche misurarsi con sé stessi e attivare quelle risorse e attitudini che rendono capaci di collaborare, progettare, costruire insieme".
Consistente, infine, il numero di giovanissimi in carico al tribunale dei minorenni, per i quali un approccio concreto con un lavoro manuale ha costituito motivo di rinnovato interesse e di partecipazione tale da mutare il loro atteggiamento di fronte alla vita e alla società. "Cogliamo l'occasione - conclude la Cooperativa in cammino - per ringraziare quanti, con il loro finanziamento, hanno reso possibile questo progetto". Info: incamminocooperativa.org.
ntr24.tv, 23 novembre 2019
Il 27 novembre alle ore 12 si terrà presso la casa circondariale di Capodimonte a Benevento la conferenza stampa per la presentazione di un innovativo corso ricreativo destinato ai detenuti.
Infatti con la generosa collaborazione della Keiron SRl sarà possibile offrire ai ristretti un corso di fitness in realtà virtuale con l'utilizzo di innovativi visori e software all'avanguardia.
La proposta, comunque innovativa, costituisce un ulteriore valida offerta di attività trattamentale volta al miglioramento del benessere psicofisico della persona in un ambiente particolarmente carente di spazi come il carcere. L'attività ha già superato un primo test presso la sezione femminile dell'istituto suscitando interesse e curiosità nelle detenute che hanno subito mostrato di apprezzare, e di padroneggiare, l'ambiente virtuale proposto per gli esercizi ritenendolo particolarmente adatto viste le privazioni di spazi e movimento subite per la mancanza della libertà.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 novembre 2019
Può accadere che al regime del 41bis, la frontiera massima dell'intervento punitivo dello Stato, vi sia rinchiuso un detenuto che non appartiene alla criminalità organizzata e tantomeno al terrorismo? La risposta è sì. Si tratta di un calabrese settantenne, Nicola Antonio Simonetta, che rimane ancora al 41bis nel carcere di Parma, nonostante la presenza di due sentenze che escludono la partecipazione al sodalizio mafioso.
In sostanza il 41bis gli viene considerato applicabile anche se due sentenze processuali hanno reso evidente l'assenza di coinvolgimenti in contesti mafiosi. La più importante, di secondo grado, c'è stata il 28 ottobre scorso che ha riformato la precedente, proprio quella che gli ha fatto scattare il 41bis: da promotore di associazione semplice (e non mafiosa) a mero reato di partecipante all'associazione per lo spaccio prevista dall'art. 74 dpr 309/ 90, escludendo anche l'aggravante mafiosa. Infatti da 27 anni di carcere, la pena è stata ridotta a 13. L'altra, relativa ad altro procedimento, è stata pronunciata in primo grado e lo ha assolto dal vincolo associativo.
Il suo avvocato difensore Maria Elisa Lombardo, del foro di Locri, ha fatto quindi istanza direttamente al ministro della Giustizia per chiedere l'immediata revoca del regime del carcere duro visto che non ci sono più i presupposti. A questo si aggiunge anche la sua delicata condizione di salute: ha il morbo di Crohn. Se trasferito nel centro clinico di altro regime, infatti, potrà con maggiore facilità essere curato.
Del caso è stata informata anche a Rita Bernardini del Partito Radicale. L'avvocata Lombardo spiega a Il Dubbio che il ministro non solo non ha disposto la revoca, ma non ha dato alcuna risposta in merito. "Dovrebbe essere un atto dovuto, così come ad esempio è accaduto con Massimo Carminati - spiega la legale - quando essendo decaduta l'associazione mafiosa, giustamente gli è stato prontamente revocato il
41bis. Non comprendo perché ciò ancora non sia avvenuto con il mio assistito". L'avvocata Lombardo sottolinea anche il fatto che non può fare nulla, nemmeno una istanza alla magistratura di sorveglianza di Roma competente per il 41bis, visto che non ha ottenuto ancora nessuna risposta formale dal ministero della Giustizia.
Una situazione singolare che nasce da un procedimento giudiziario molto complesso e che l'avvocata è riuscita, in parte, a decostruirlo in appello. Il procedimento più importante, per il quale Simonetta è stato condannato al 41bis, riguarda la famosa operazione "new bridge" e prende le mosse da una ampia indagine internazionale, nella quale la Dda di Reggio Calabria, in collaborazione con l'Fbi americana, ha investigato con lo scopo di mettere a fuoco eventuali collegamenti tra esponenti legati alla famiglia mafiosa dei Gambino di New York e soggetti italiani legati, o appartenenti, alle famiglie mafiose della 'ndrangheta calabrese.
L'indagine parte e si concentra intorno alla figura di Franco Lupoi, un italo- americano che vive a Brooklyn, con qualche precedente penale, considerato attiguo alla famiglia dei Gambino, al quale verrà presentato un'agente provocatore, tale Jimmy, che si fingerà interessato a traffici illeciti. L'avvocata Lombardo che difende Simonetta, spiega che tutto l'impianto accusatorio nasce da due fondamentali e mai provati presupposti: uno, che Lupoi appartenesse alla famiglia dei Gambino di New York, ma in dibattimento è emerso che abbia fatto solo da autista per un certo periodo di tempo. Due, che l'agente provocatore Jimmy si "inserisce" in una pianificazione di compravendita di eroina per raccogliere riscontri investigativi, ma, non è mai emersa, né tantomeno è mai stata dimostrata, la realtà di un preesistente traffico di sostanze stupefacenti tra l'Italia e l'America nel quale Lupoi fosse coinvolto.
Cosa c'entra Simonetta in tutto questo? Lupoi è suo genero in quanto ne ha sposato l'unica figlia. La prima severa condanna, poi riformata in appello, nasce dalla convinzione dei giudici di primo grado che Simonetta sia stato il "regista occulto" del traffico internazionale di sostanze stupefacenti organizzato da Lupoi e Jimmy.
L'avvocata Lombardo riesce a decostruire l'impianto accusatorio evidenziando che il coinvolgimento emerge sostanzialmente da un unico episodio, datato 20aprile 2012, in cui Simonetta, Jimmy e Lupoi hanno un fugace incontro di pochi minuti. Le indagini porteranno a monitorare due soli episodi di cessione di sostanza stupefacente avvenuti tra Reggio Calabria e New York tra Lupoi e Jimmy. Da tutto ciò si pianificava che si sarebbe dovuto avviare un intenso e continuativo traffico che però non è mai partito.
"Tant'è che nell'inerzia delle parti - sottolinea l'avvocata Lombardo -, le autorità stanche di attendere ulteriori sviluppi, decidono di chiudere l'operazione nel febbraio 2014". In sostanza, in primo grado, Simonetta è stato condannato a 27 anni di reclusione perché avrebbe - pur non comparendo mai - occultamente coordinato il traffico che altri (Jimmy e Lupoi) stavano organizzando. Poi è arrivata la sentenza di secondo grado che ha derubricato il reato in capo al Simonetta in una mera partecipazione ad una associazione semplice.
Rimane il dato oggettivo che Simonetta non ha nessuna condanna per mafia, non risulta appartenente a nessuna 'ndrina, ma è tuttora al 41bis. L'avvocata Maria Elisa Lombardo chiede la revoca immediata, altrimenti non rimane che ricorrere alla Corte Europea di Strasburgo.
radiosienatv.it, 23 novembre 2019
La misura consente agli imputati di accedere a un programma di trattamento riabilitativo alternativo alla pena. È stato presentato ieri, 22 novembre, nei locali del palazzo dell'amministrazione provinciale di Siena, il Protocollo di Intesa per l'attivazione dell'iniziativa "messa alla prova" per detenuti con pene inferiori ai 4 anni. Anche in diversi Comuni del senese si potrà ricorrere, dunque, alla cosiddetta "messa alla prova", ovvero la misura che consente agli imputati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore a quattro anni, di accedere a un programma di trattamento riabilitativo alternativo alla pena.
Ciò è stato reso possibile con la firma della Convenzione con il Ministero di Giustizia e del Protocollo di intesa fra Società della Salute Senese, Fondazione Territori Sociali Altavaldelsa (Ftsa), la Società della Salute Altavaldelsa, l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterno (Uepe di Siena e Grosseto), la Casa Circondariale di Siena, la Casa di Reclusione di San Gimignano, l'Associazione "Aleteia - Studi e ricerche giustizia riparativa e mediazione" e l'Associazione "Apab".
Il programma prevede come attività obbligatorie: l'esecuzione di lavori di pubblica utilità presso i Comuni che hanno aderito all'accordo, l'attuazione di condotte riparative, finalizzate a eliminare le conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, il risarcimento del danno cagionato e, ove possibile, l'attività di mediazione con la vittima del reato.
"Dopo due anni di lavoro finalizzati al raggiungimento dell'accordo - sottolineano i responsabili delle Associazioni Aleteia, Apab e "Il Telaio delle Idee", che svolgono la preziosa attività di promozione e facilitazione della misura - siamo veramente lieti della sottoscrizione di questo Protocollo d'Intesa che, da un lato, permette, di rendere più efficace il percorso di reinserimento sociale e di responsabilizzazione di coloro che hanno commesso un reato, consentendo loro di accedere, in ogni fase del procedimento penale, a servizi di giustizia riparativa e, dall'altro, di conferire risorse per contribuire al miglioramento dei vari servizi offerti da enti locali e da associazioni".
"È un passo importante - aggiunge Giuseppe Gugliotti, presidente della Società della Salute Senese - che testimonia l'attenzione delle nostre Società della Salute e dei nostri Comuni nei confronti di progetti di reale promozione delle persone e, allo stesso tempo, ne evidenzia la capacità di cogliere opportunità per coinvolgere risorse nelle attività di servizio alla comunità".
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