di Viviana De Vita
Il Mattino, 22 novembre 2019
Il detenuto aveva dolori addominali, i sanitari: "Solo una colica". Ma era una perforazione intestinale. L'?accusa: omicidio colposo. Si trasforma in processo la tragedia nella quale nell'aprile 2018, perse la vita il 50enne di Angri Aniello Bruno detenuto a Fuorni e deceduto nel reparto di rianimazione del Ruggi per un'ischemia acuta intestinale.
A deciderlo, ieri, è stato il gup del tribunale di Salerno Ubaldo Perrotta che, all'esito dell'udienza preliminare, ha rinviato a giudizio tre medici del carcere e uno del pronto soccorso del nosocomio di via San Leonardo accusati tutti di omicidio colposo in relazione alla morte del 50enne.
Dovranno presentarsi davanti ai giudici per il processo tre medici della Casa circondariale e il medico operante al pronto soccorso dell'ospedale cittadino. Si sono invece già costituiti parte civile, con l'avvocato Pierluigi Spadafora, i familiari del detenuto.
La vicenda risale alla primavera dello scorso anno quando il 50enne, recluso in una cella del carcere di Fuorni, cominciò a stare male e le sue condizioni sembravano aggravarsi sempre più con continui episodi di vomito. Nonostante ciò, nessuno dei sanitari interni al carcere, prescrisse adeguati esami per accertare le reali cause del suo malessere. Solo dopo dieci lunghi giorni nel corso dei quali le condizioni del 50enne peggiorarono sempre più, i sanitari della casa circondariale predisposero il trasferimento del detenuto al nosocomio di via San Leonardo.
Giunto al pronto soccorso, è anche in questa fase che la Procura individua colpe ed omissioni, il detenuto fu visitato dal medico Giuseppe De Nicola che, sottovalutando la sintomatologia del paziente, concluse con una diagnosi di una banale colica renale e lo dimise facendolo tornare in cella. Al rientro in carcere, però, le sue condizioni peggiorarono ulteriormente tanto che durante un colloquio con la moglie, non sarebbe riuscito più a parlare dai dolori, preferendo tornare in cella. Solo tre ore dopo i sanitari del carcere predisposero un nuovo trasporto in ospedale. Qui immediatamente drammatiche apparvero le sue condizioni. Il paziente fu operato d'urgenza per una perforazione dell'intestino. Ma non servì a salvarlo
di Francesco Patanè
La Repubblica , 22 novembre 2019
L'avvocato: "L'indagine su di lui non c'entra, era depresso". Il giudice, da pochi mesi in pensione, era indagato a Caltanissetta per la fuga di notizie a vantaggio dell'ex patron rosanero Zamparini. Il giudice Cesare Vincenti, ex presidente dell'ufficio del gip di Palermo, si è suicidato lanciandosi da una finestra del palazzo in cui abitava, in via Rapisardi.
La notizia ha gettato nello sconforto tutto il palazzo di giustizia: dai colleghi gip ai magistrati della procura, ai giudici del tribunale e della corte d'appello. Solidarietà e vicinanza alla famiglia arriva anche dall'Ordine degli avvocati.
Vincenti era andato in pensione il 19 giugno con un enorme peso sul cuore. Una settimana prima la casa del magistrato era stata perquisita nell'ambito di un'indagine della procura di Caltanissetta. Vincenti aveva ricevuto un avviso di garanzia per una fuga di notizie relative alla richiesta di misure cautelari nei confronti di Maurizio Zamparini, ex patron del Palermo calcio, e per una presunta corruzione legata al figlio Andrea (anche lui indagato), messo a capo del comitato etico della fallita Us Città di Palermo creato dall'ex presidente rosanero Giovanni Giammarva.
Sull'indagine la procura nissena mantiene il più stretto riserbo, ma da quanto è filtrato nei mesi scorsi i pm sospettavano che Vincenti avesse anche fatto pressioni su un giudice civile di Palermo, sollecitandolo a firmare subito un provvedimento che riguardava una vendita immobiliare cui era interessato il figlio.
Cesare Vincenti era andato in pensione il 19 giugno scorso, così come previsto da tempo. Due settimane fa aveva organizzato una festa di commiato per il suo pensionamento al palazzo di giustizia. Alla cerimonia aveva partecipato però solo il personale amministrativo del suo ufficio.
Il giudice soffriva di depressione da oltre un anno ed era seguito da uno specialista. L'avvocato Paolo Grillo, a nome di tutta la famiglia, ha sottolineato che "l'indagine di Caltanissetta che lo riguardava non ha avuto alcun peso nella decisione del presidente. Era sereno e sicuro di essere innocente, esattamente come il figlio Andrea".
Le indagini sul suicidio sono affidate ai carabinieri della compagnia San Lorenzo, coordinati dal sostituto procuratore Federica La Chioma. Subito dopo la tragedia, sono arrivati in via Rapisardi il procuratore Francesco Lo Voi, il questore Renato Cortese e il capo della squadra mobile Rodolfo Ruperti. Presenti anche il comandante provinciale dei carabinieri Arturo Guarino e il comandante del reparto operativo Mauro Carrozzo.
Il pm nelle prossime ore deciderà se disporre l'autopsia. I carabinieri hanno acquisito le immagini dell'impianto di videosorveglianza del palazzo. Vincenti, che abitava al terzo piano, si sarebbe buttato dal pianerottolo del quinto piano da una finestra del vano scale che dà sul parcheggio interno.
La Camera Penale di Palermo ricorda il presidente Cesare Vincenti, avendone apprezzato il tratto signorile ed il ruolo di terzietà del giudice, rispettoso di tutte le parti del processo ed esprime il proprio cordoglio ai suoi cari congiunti, "non sottacendo che questo evento costituisce la conseguenza di un perverso circuito mediatico-giudiziario che travolge vita e affetti senza alcun discernimento.
L'ex capo dei Gip suicida era indagato per corruzione e violazione di notizie riservate. "Il principio costituzionale di non colpevolezza, unico strumento di contrasto alla gogna mediatica, è un segno di civiltà che deve essere richiamato e ribadito in momenti drammatici come questo - dicono i penalisti - Una tragedia che si consuma subito dopo il trentennale della scomparsa di Sciascia, che della nostra terra contemporanea ha saputo evidenziarne tratti, contraddizioni e crudeltà".
di luigi romano
napolimonitor.it, 22 novembre 2019
"Direttore, quanti detenuti assumono psicofarmaci?". "Sono sincero... tutti". L'appuntamento con la direzione della casa circondariale di Avellino è alle nove del mattino. Il carcere - come spesso capita con gli istituti di nuova generazione - è fuori dal centro città, in una contrada nel paese di Bellizzi Irpino. Chi viene da Napoli e non dispone di un'auto, deve prendere almeno un paio di autobus per raggiungerlo. La posizione degli istituti di pena è questione delicata: la collocazione di una struttura detentiva, oltre a restituire la storia e l'idea di pena che si vuole perseguire, ci racconta della capacità di intessere e mantenere i rapporti tra il "dentro" e il "fuori".
La Casa di reclusione "Antonio Graziano" è stata costruita poco prima del terremoto del 1980 e inaugurata quattro anni dopo. Il carcere è immerso tra le colline di noci e castagni a ridosso delle montagne che circondano la città. La struttura di cemento e mattoncini rossi - che ricordano quelli di un'antica casa di correzione inglese - è protetta da una doppia cinta difensiva, la prima con ringhiere di ferro arrugginite, la seconda fatta di muro spesso e vetri di protezione.
Subito dopo il primo check point (dove un'edicola di San Basilide, protettore degli agenti di custodia, accompagna l'ingresso ai metal detector) ci sono gli uffici dell'amministrazione, e dopo un altro cancello le sezioni di reclusione: alta sicurezza (As3), detenuti comuni, detenuti protetti, reparto femminile.
"Il carcere sta diventando un manicomio!", mi dice un agente di penitenziaria mentre attraversiamo la sezione di "isolamento disciplinare", che in realtà somiglia più a un serbatoio di casi disperati: detenuti che si cospargono di feci, che manifestano manie persecutorie, che compiono atti di autolesionismo... È la punta d'iceberg di una sofferenza strutturale che non trova alcuna attenzione da parte del Dipartimento di salute mentale territoriale. Gli psichiatri arrivano in carcere - se va bene - una volta al mese, mentre gli psicologi sono a disposizione dei seicento detenuti solo per diciannove ore totali. Le "gocce" per dormire, invece, vengono date indiscriminatamente e in assenza di diagnosi.
L'isolamento carcerario racconta per lo più storie di uomini travolti da disagi psichici intercettati solo al loro culmine: la marginalità diventa fattore di criminalità, semplificando in maniera elementare il piano delle contraddizioni nelle nostre relazioni sociali. I reati sono per lo più violenze in famiglia, aggressioni, oltraggio a pubblico ufficiale. La sfera penale ha il compito di fornire la soluzione più semplice e immediata al problema. Qualcuno ha oltrepassato la linea e va punito con il carcere.
Il reparto di isolamento si trova alla fine di uno dei bracci della struttura "a palo telegrafico" (un unico corridoio in cui si innestano diversi moduli). È stato da poco ristrutturato, per cui non ci sono più i bagni a vista e sono state eliminate le infiltrazioni nelle celle. La risistemazione dell'edificio, strappata a fatica dal bilancio dell'istituto, ha coinvolto anche altre sezioni con l'obiettivo di introdurre le docce in stanza. Ne rimangono sprovvisti soltanto il femminile e l'alta sicurezza. È nella prassi, d'altronde, che si testano le nuove tecniche di tenuta della sicurezza interna. Nell'ultimo triennio, per esempio, quasi tutti gli istituti hanno iniziato a dotarsi di una sezione destinata ai detenuti "articolo 32", ovvero quelli che hanno mostrato particolare avversione al regime detentivo.
Lo spiega in maniera chiara, in una circolare datata giugno 2019, lo stesso Dipartimento di amministrazione penitenziaria: "Come è noto, il Dipartimento - condividendo alcune delle argomentazioni rappresentate dal personale della polizia penitenziaria per tramite delle organizzazioni sindacali - ha sentito il bisogno di proporre nuovi modelli di gestione della popolazione detenuta, unitamente a nuovi e più attuali progetti di definizione delle piante organiche degli istituti. Proprio nel solco delle proposte di riassetto gestionale [...] deve innestarsi il contributo degli uffici provveditoriali per ciò che concerne l'individuazione di nuovi spazi detentivi di Alta o Media sicurezza, ovvero per ciò che riguarda l'ottimizzazione dei circuiti detentivi all'interno degli istituti.
Le informazioni in possesso del Dipartimento permettono di affermare che: a) sussisterebbero soluzioni sfruttabili, idonee ad attuare azioni di parziale alleggerimento delle quantità e delle presenze detentive nelle carceri; b) potrebbero essere adottate proposte di diversa classificazione, con il recupero di nuovi spazi, pur nel rispetto della territorialità della pena o delle esigenze trattamentali o sanitarie".
Una delle possibilità di questo riassetto sta nel fatto che le celle di isolamento disciplinare manterranno solo in via residuale il loro fine storico, quello di raddrizzare la schiena del "detenuto irascibile". Negli istituti che non hanno articolazioni psichiatriche, potranno con facilità, se necessario, essere trasformate in bracci assai più simili a quelli manicomiali.
Continuo ad attraversare l'istituto accompagnato dalla penitenziaria. La configurazione cambia da un braccio all'altro, ma ci sono alcune costanti. Quella principale è il ferro, che riporta alla mente l'era delle carceri d'oro di inizio anni Ottanta, quando con la costruzione dei nuovi edifici si realizzarono profitti enormi. Ancora oggi gli scheletri di ferro pesante si poggiano a incastro sui cortili interni che dividono le aree delle sezioni, ma di ferro arrugginito sono anche alcune parti del vecchio padiglione (quello dove sono imprigionati i detenuti che non mostrano una progressione trattamentale, in particolar modo dal punto di vista della socializzazione e della "rieducazione").
Nel femminile sono recluse trenta donne. Per ragioni di sicurezza il reparto si raggiunge soltanto dall'esterno ("Maschietti e femminucce hanna sta' divisi..."), anche perché l'edificio è separato dagli altri. Incrocio gli occhi di una ragazza che avevo conosciuto all'istituto di Pozzuoli in uno degli incontri dello sportello di Antigone.
Sopraggiunge un po' di imbarazzo tra me e lei per la presenza del Comandante, ma ci capiamo con uno sguardo e le immagini dei nostri colloqui irrompono in silenzio, in un istante: le richieste per mantenere le relazioni con la famiglia, il bisogno di gestire la tossicodipendenza, il desiderio di andare via da Pozzuoli. Ad alcune di queste istanze siamo riusciti a fornire delle sponde, poi una volta trasferita la donna, ognuno ha ripreso a rincorrere la propria vita.
Siamo nel reparto. Una ragazza un po' agitata si avvicina per chiedere udienza al Comandante. Dice di aver bisogno di modulare nuovamente la terapia perché non riesce a dormire: "Tengo l'ansia, e il dottore non si fa vedere da sei mesi". Spesso ho sentito descrivere dai detenuti il proprio stato emotivo con la parola "ansia", un modo unico per raccontare l'arcipelago infinito delle emozioni sofferte: il dolore di una morte non salutata, la separazione da un compagno o una compagna, la nostalgia di un figlio o la voglia di averlo, il desiderio (a volte ossessivo) di fare l'amore. Tutto è ansia e per l'ansia servono le gocce.
Se è vero che il sovraffollamento rallenta ogni procedura di gestione interna, l'elemento più fragile di questa complessa macchina è proprio quello sanitario. Patologie cancerogene lasciate alla gestione dei medici di guardia (duecentoquaranta ore mensili), disabilità articolari, malattie infettive sepolte nel quotidiano assordante e ossessivo del recluso. Il punto è talmente critico che qualche magistrato di sorveglianza ha ritenuto di inviare un fascicolo alla Procura della Repubblica. La sanità campana è in ginocchio, ma il fardello maggiore è scaricato sugli ultimi, e tra questi ci sono i detenuti, i quali a differenza di altri non possono che attendere. Poche e isolate sono le spinte per la creazione di un coordinamento regionale tra i direttori delle Asl, le direzioni degli istituti e le rappresentanze del corpo detenuto, così come per la predisposizione di strumenti idonei a concretizzare il superamento della vecchia medicina penitenziaria. Basti pensare, per avere un'idea di quanto il piano della vita reale all'interno degli istituti sia lontano da quello normativo, che sono serviti undici anni per creare un sistema di prenotazione delle visite specialistiche (con attesa minima di circa otto mesi) interno al carcere.
Sono quasi le due di pomeriggio quando lascio il carcere. Di fronte all'istituto un piccolo capannello di gente è al chiosco che offre caldarroste e riparo in attesa dei colloqui. Il quotidiano dei familiari racconta di un inverno rigido in arrivo, bambini che non fanno i compiti e "vogliono solo giocare a pallone". Mi allontano mormorando un saluto, lasciando le persone e le loro storie in compagnia delle colline a ridosso del Partenio.
csvmarche.it, 22 novembre 2019
Comunicato dell'associazione Bracciaperte: focus sul ruolo del lavoro nel periodo della detenzione. La formazione professionale in carcere è un tema di grande attualità, visto che le principali statistiche affermano che i casi di recidiva calano bruscamente per quei detenuti che hanno vissuto parte della detenzione lavorando.
Per questo il servizio svolto dall'associazione di volontariato Bracciaperte all'interno della Casa Circondariale di Pesaro (e di altri penitenziari delle Marche) assume grande valore, poiché getta le basi per una formazione di base in vari ambiti di lavoro.
Il presidente di Bracciaperte Mario Di Palma ha lanciato un corso di formazione per aspiranti volontari, che si articolerà nei pomeriggi di venerdì 22 e venerdì 29 novembre, anticipato da un seminario che si è già tenuto sabato 16 novembre nella Sala Rossa del Comune di Pesaro.
Al seminario inaugurale interverranno, oltre a Di Palma, Massimiliano De Simone (regista dei video "Artigiani dentro"), Enrichetta Vilella (coordinatrice dell'Area Pedagogica-Trattamentale della Casa Circondariale di Villa Fastiggi), Sara Mengucci (assessore alla Solidarietà del Comune di Pesaro), concludendo la mattinata con l'intervento del consigliere regionale Andrea Biancani. In apertura di incontro saranno proiettati i video tutorial "Artigiani dentro" realizzati nella sezione femminile del carcere di Pesaro nel corso del 2019, grazie all'impegno del regista De Simone.
"Questa iniziativa è staa pensata per sensibilizzare la cittadinanza - spiega Mario Di Palma, presidente di Bracciaperte - al tema, quanto mai attuale, della formazione professionale nel periodo della detenzione, che rappresenta la chiave di cambiamento delle vite di tante persone. Ci tengo a ringraziare alcune realtà locali che hanno sostenuto questo evento, come le aziende Tecnowool ed Emmedipiservice, il Banco Alimentare e la Fondazione Wanda Di Ferdinando". Nel corso dell'incontro del 16 novembre, sarà presentato il corso di formazione organizzato da Bracciaperte insieme all'associazione "Isaia - Volontari col carcere".
Il corso, aperto a chiunque desideri conoscere meglio la complessa realtà di un istituto penitenziario, si svolgerà il 22 e 29 novembre nei locali del Quartiere Muraglia-Montegranaro in via Petrarca 18. Il corso è rivolto a volontari già in servizio, operanti in Bracciaperte o in Isaia, oppure a persone intenzionate ad iniziare il servizio in una delle due associazioni. Appuntamento dalle ore 17.30 alle 20.30 con le seguenti tematiche: venerdì 22 novembre "Gestione dell'adattamento psicologico da restrizione" e venerdì 29 novembre "La carcerazione: vissuti e disagi". In generale, si tratteranno tutte le tematiche correlate alla gestione di persone detenute con problemi psichiatrici e tossicodipendenze. Il corso fa seguito ad un'analoga iniziativa formativa organizzata nel dicembre 2018 dall'associazione "Isaia", che ha visto alcune persone iniziare il servizio di volontariato all'interno della locale Casa Circondariale. Queste iniziative formative sono state rese possibili grazie ai patrocini del Ministero della Giustizia e del Comune di Pesaro ed al contributo del Centro Servizi Volontariato delle Marche. Per informazioni è possibile telefonare al 0721.491006, oppure scrivere a
di Milvana Citter
Corriere del Veneto, 22 novembre 2019
Otto carcerati sono stati rinviati a giudizio per la rivolta del 17 febbraio del 2013. Si erano organizzati con olio bollente e bombole di gas da campeggio minacciando di farle esplodere, per aggredire gli agenti di polizia penitenziaria e tentare di coinvolgere anche gli altri detenuti in una sommossa di tutto il carcere di Santa Bona. Scatenando attimi di vero panico all'interno dell'istituto di pena trevigiano.
Una rivolta finita per nove detenuti con la cella d'isolamento e una denuncia. In quegli scontri, infatti, sette guardie carcerarie erano rimaste ferite. E ora, a distanza di 6 anni da quei fatti, su richiesta del pubblico ministero Barbara Sabattini, otto di loro, che oggi hanno tra i 31 e i 47 anni di nazionalità marocchina e tunisina, finiranno a processo con le accuse di resistenza, lesioni e danneggiamento aggravati. La posizione di un altro imputato, nel frattempo espulso dal Paese, è stata invece stralciata.
A scatenare la rivolta dei detenuti reclusi nella cella numero 12, la sera del 17 febbraio 2013, sarebbero state le condizioni di detenzione ritenute precarie dagli imputati. Che dopo alcune rimostranze lecite con il personale di sorveglianza e i dirigenti del carcere, avevano deciso di passare alle vie di fatto e inscenare la rivolta. Tutti i detenuti di quella cella, avevano iniziato a rovesciare le brande e rompere mobili e suppellettili.
A scagliarli contro i muri, facendo intervenire gli agenti penitenziari. Ma contro di loro era pronto un vero e proprio piano d'attacco. E appena le guardie avevano tentato di entrare nella cella, avevano scagliato loro addosso olio bollente, riscaldato sulle bombolette a gas da campeggio che tenevano in cella, e che avevano poi avvolto in stracci imbevuti di liquido infiammabile. Minacciando di farle esplodere e far saltare in aria l'intero carcere. Una vera e proprio sommossa che ha rischiato di degenerare.
Perché dopo il lancio di oggetti, i detenuti avevano colpito gli agenti che cercavano di riportare la calma, scalciando e tirando pugni a destra e a manca. Gli operatori, seppur contusi, erano riusciti a bloccarli ma non era ancora finita, perché vistisi bloccati i detenuti della cella 12 avevano tentato di incitare i compagni delle altre celle a ribellarsi e continuare la rivolta in tutta la struttura. Fortunatamente non c'erano riusciti ed erano finiti in isolamento.
Mentre gli agenti feriti venivano accompagnati in ospedale per essere visitati, medicati e dimessi con prognosi da 5 ai 10 giorni per le contusioni e lievi ustioni causate dall'olio bollente. Per quei fatti tutti e nove erano stati denunciati e ora, a sei anni di distanza dovranno affrontare un processo.
Anche se alcuni di loro, hanno completamente cambiato vita e oggi sono fuori dal carcere, lavorano e hanno una famiglia. La giustizia però, presto o tardi presenta il conto e per loro è arrivato ieri mattina quando, assistiti dagli avvocati Carlo Cianci, Diego Melioli, Paola Miotti, Luca Motta e Valentina Sartor, sono comparsi davanti al Gup Bruno Casciarri per l'udienza preliminare. Su richiesta della procura, tutti sono stati rinviati a giudizio, il processo inizierà il 20 ottobre del 2020.
agrigentonotizie.it, 22 novembre 2019
Il Presidente della Regione siciliana Nello Musumeci ha inviato una nota al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. La delicata situazione in cui versa il carcere "Pasquale Di Lorenzo" di Agrigento è al centro di una nota che il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci ha inviato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
In particolare, il governatore fa riferimento alla notizia delle violenze che sarebbero state perpetrate nei confronti dei detenuti ospitati nel reparto di isolamento, che ha indotto la Procura della Repubblica ad avviare un'inchiesta, nonché a quella delle rimostranze degli agenti di polizia penitenziaria in servizio presso la casa circondariale, che lamentano il grave stato di criticità organizzativa in cui versa la struttura, legato all'esiguo numero di agenti in servizio.
"A ciò si aggiungono - scrive Musumeci - le segnalazioni di carenze e criticità strutturali di diversa natura, nonché quelle riconducibili al sovraffollamento della struttura, che ospita un numero di soggetti maggiore rispetto a quello previsto".
Il governatore ha segnalato la situazione anche al provveditore dell'Amministrazione penitenziaria della Sicilia "per le valutazioni di competenza e gli interventi che riterrà di avviare per il superamento delle criticità in argomento". "Ritengo doveroso - conclude il presidente nella lettera al guardasigilli - informarla personalmente della problematica, certo dell'attenzione che riserverà alla medesima e confidando al riguardo in ogni suo autorevole intervento".
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 22 novembre 2019
Difficile immaginare un palcoscenico più adatto, per una "cena con delitto", dell'ambiente carcerario. È su questa ambientazione evocativa che l'associazione di Promozione Sociale L'Oblò Onlus Liberi Dentro ha puntato per coinvolgere i detenuti della casa circondariale di Busto Arsizio in un esperimento di mediazione artistica.
L'iniziativa, nata nel 2016, ha avuto successo e ha portato nell'istituto penitenziario lombardo quasi 400 persone, sulla scorta della popolarità crescente di cui gode questo genere di spettacolo, una specie di gioco di ruolo a squadre. La formula è collaudata: una cena a teatro e, tra una portata e l'altra, il pubblico può assistere a una pièce "gialla". I convitati, sollecitati dagli indizi che il copione lascia trapelare, possono calarsi nei panni dei detective, dalla valutazione delle prove all'interrogatorio dei sospettati, e alla fine chi scopre il colpevole si aggiudica il premio della serata.
I detenuti di Busto Arsizio partecipano sia come interpreti, sia come cuochi e camerieri al servizio del pubblico di commensali: ma l'aspetto più originale, e in fondo più divertente, è che si tratti di una "cena in galera" e che sotto le spoglie dei personaggi da indagare ci siano degli "esperti", come gli organizzatori amabilmente evidenziano.
"Il pubblico sperimenta una dimensione di convivialità nuova e antica insieme - spiega Elisa Carnelli, presidente dell'associazione Oblò - L'iniziativa è nata nel 2016 quasi per gioco, anno dopo anno la gente tornava e la voce si è sparsa in fretta: l'anno scorso abbiamo dovuto programmare una data aggiuntiva perché le tre date organizzate erano andate sold-out in pochi giorni. Crediamo che il successo di Una sera in galera stia proprio nell'occasione di passare una serata coinvolgente sperimentando una modalità di socializzazione che paradossalmente fuori dal carcere non sempre si riesce a trovare e contribuendo allo stesso tempo a sostenere l'impegno sociale della rieducazione carceraria". Lo spettacolo di quest'anno si intitola "Il cerchio delle bande nere" e occuperà il cartellone del teatro del carcere nella prima del 29 novembre, cui seguiranno gli spettacoli del 13 dicembre 2019, 17 e 24 gennaio 2020.
wikieventi.it, 22 novembre 2019
"Recuperando il cielo. Voci e immagini dentro e fuori il carcere" è la nuova iniziativa promossa da Attraversamenti luoghi Arti Culture in collaborazione con Consorzio VialedeiMille di Milano.
L'evento si svolgerà presso il negozio del Consorzio - il primo dedicato interamente all'economia carceraria - in viale di Mille 1 (angolo Piazzale Dateo), martedì 26 novembre dalle 18.00 alle 20.00 e vedrà protagonisti i linguaggi della fotografia e della poesia, in linea con l'approccio già sperimentato per altri eventi organizzati a partire dal maggio 2018 da Attraversamenti Luoghi Arti Culture.
In particolare, il Consorzio ospiterà dal 26 novembre al 15 dicembre una mostra fotografica curata da Giovanna Gammarota - Recuperando il cielo - composta da tre sezioni: "Qui dentro", "Là fuori", "Recuperati" che presenta alcuni lavori realizzati da detenuti delle Carceri di San Vittore e Bollate nel corso dei laboratori tenuti dalla critica e storica dell'arte Gigliola Foschi e dal direttore della Galleria San Fedele Andrea Dall'Asta, tra il 2003 e il 2005.
Le immagini selezionate ruotano intorno alla dialettica dentro/fuori che connota la condizione carceraria ma mettono a fuoco anche l'istanza del recupero, sociale e individuale, dei detenuti, molto spesso considerati invece come scarti. I linguaggi artistici e i loro immaginari possono contribuire a "riconoscere la consapevolezza del proprio stato e accompagnare le persone verso un percorso di riscatto" (Giovanna Gammarota).
Anche per questo insieme alla mostra, le testimonianze degli ospiti si alterneranno a quelle di detenuti ed ex detenuti sulle loro esperienze creative e soprattutto, alla lettura di poesie scritte dai partecipanti ai laboratori di poesia condotti nella Casa di Reclusione di Milano - Bollate negli anni da Maddalena Capalbi (che per questa sua attività ha ricevuto l'Ambrogino d'oro dal Comune di Milano).
Alla serata saranno presenti oltre a Gigliola Foschi e a Maddalena Capalbi, Nino Iacovella (poeta e tra i fondatori del blog di poesia "Perigeion"), Francesco Capizzi Cisky-Mck (poeta e rapper) e gli ideatori del progetto Attraversamenti Sergio Di Giorgi e Giovanna Gammarota. A conclusione dell'incontro si svolgerà l'inaugurazione della mostra accompagnata da un aperitivo (con contributo libero dei partecipanti) che vedrà protagonisti i prodotti eno-gastronomici in vendita presso il concept store di viale dei Mille.
di Gianni Vernetti
La Stampa, 22 novembre 2019
La richiesta all'Occidente dei giovani di Hong Kong di proteggere i loro diritti non è rimasta inascoltata: l'approvazione unanime e bipartisan al Senato e alla Camera dei Rappresentanti statunitense del "Hong Kong Human Rights and Democracy Act", rappresenta la definitiva "internazionalizzazione" della crisi.
Primi firmatari del provvedimento sono stati il repubblicano Marco Rubio al Senato e il democratico Jim MacGovern alla Camera e, dopo la firma del Presidente Donald Trump, il provvedimento diventerà legge. Il voto unanime del Congresso Usa non è soltanto l'ennesimo capitolo che vede le due superpotenze americana e cinese contrapporsi e competere su quasi tutti i dossier, ma è qualcosa in più: l'affermazione di come sia illusorio pensare che si possa separare la libertà dei commerci dalla libertà degli individui.
Peraltro questa è anche la vera sfida che ha di fronte a sé la Repubblica Popolare Cinese nei prossimi anni: diventare un attore serio, responsabile e protagonista di una comunità internazionale sempre più globalizzata e interdipendente, in grado anche di accettare la sfida della "Nuova Via della Seta", lungo la quale non possono però correre solo "merci", ma anche "diritti".
Il Foreign Office britannico ha rivolto un appello alle autorità di Hong Kong per la fine immediata delle violenze, condannando l'assalto al Politecnico e invitando al dialogo politico fra le parti, non dimenticando gli accordi del 1997, in base ai quali Londra restituì a Pechino la sovranità sulla città/stato con la "Basic Law", che garantiva una vera autonomia, un sistema legislativo indipendente, libertà di parola, stato di diritto, pieno rispetto dei diritti umani. Le fondamenta, dunque, del modello "Un paese, due sistemi".
L'Unione europea ha condannato le violenze, denunciando anche il blocco all'accesso al campus di Hong Kong del personale medico e ricordando la necessita di garantire l'esercizio delle libertà fondamentali di espressione e di manifestare.
La reazione di Pechino è stata fin qui molto negativa e ieri il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang ha condannato con forza il provvedimento accusando gli Usa di ingerenza negli affari interni della Cina. In questo contesto colpisce il silenzio del governo italiano e soprattutto il suo allontanarsi dalla solidarietà europea e occidentale sul tema.
Due settimane fa il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, a Shanghai in occasione della "China International Import Expo", dichiarò sulla vicenda di Hong Kong che "in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui, quindi per quanto ci riguarda, noi abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri Paesi".
Una posizione, dunque, di estrema prudenza, peraltro ribadita in queste ore dal governo italiano che ha scelto di non esprimersi sugli ultimi sviluppi a Hong Kong, optando per il mantenimento di un profilo molto basso. La "non ingerenza" italiana sul rispetto dei diritti fondamentali è una novità che allontana il paese non soltanto dai partner tradizionali (Ue e Usa), ma anche da una parte rilevante della storia della nostra politica estera.
Un mondo sempre più interdipendente è per sua natura fatto di molteplici "ingerenze" fra i tanti attori della comunità internazionale, che accettano, tanto negli accordi economici e commerciali, quanto nel rispetto della legalità internazionale e dei diritti umani, "limitazioni" e "regole sovranazionali". L'Italia che promuoveva alle Nazioni Unite la campagna per la moratoria universale della pena di morte, non era solo più umana, ma anche più efficace.
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 22 novembre 2019
Serve una disciplina precisa per definire i requisiti dello jus culturae: la legge può prepararla una Commissione mista Camera-Senato. Bene ha fatto il segretario del Pd Nicola Zingaretti a rilanciare il tema della cittadinanza degli immigrati, proponendolo come una delle esigenze di fondo dell'agenda di governo. In effetti il tema dovrebbe rientrare permanentemente tra gli obiettivi di interesse nazionale, al di là delle preoccupazioni elettorali di questo o quel partito o delle cautele di questo o quel governo, al di là di eventuali emergenze quali il caso Ilva e i purtroppo sempre più frequenti disastri ambientali. La concessione della cittadinanza italiana - e qui penso soprattutto ai giovani immigrati - costituisce infatti nello stesso tempo una premessa e la base di partenza di un loro corretto e positivo inserimento nel tessuto sociale, economico e culturale del paese.
È presumibile che un figlio di immigrati nato in Italia, che ha frequentato scuola materna, scuola elementare e scuola media, ovvero, pur non essendo nato in Italia, ha conseguito il titolo della scuola media prima dei 18 anni, scriva e parli correttamente la nostra lingua, conosca la nostra storia e cultura come dovrebbero conoscerla i suoi coetanei italiani. Ebbene, questo giovane ha tutti i diritti di vedersi riconosciuta subito la cittadinanza italiana, a prescindere dal paese di provenienza e dal colore della pelle. In queste situazioni jus soli e jus culturae convergono entrambi nel sostenere il diritto alla cittadinanza.
Sul terreno culturale e sociale quel giovane ha acquisito la medesima posizione di chi è per nascita cittadino italiano. Negargli il diritto alla cittadinanza anche prima dei 18 anni sarebbe contrario al principio di eguaglianza, solennemente sancito dall'art. 3 della Costituzione senza distinzione di lingua, razza o religione. Ha cioè le medesime possibilità di essere da adulto un buon cittadino di chi è nato cittadino italiano, anzi le possibilità sono forse maggiori perché presumibilmente proviene da contesti sociali e economici talmente disastrati da indurlo a mantenere e difendere la posizione di cittadino in un paese certamente più avanzato di quello di provenienza.
Sulla base di queste premesse mi sembra che il tema del riconoscimento della cittadinanza italiana ai giovani immigrati, lungi dall'essere divisivo, dovrebbe incontrare una larga convergenza tra tutte le forze politiche. Certo, il tema solleva problemi demografici, economici, sociali, ed anche identitari, di grande rilievo e complessità, che rendono assai delicato il passaggio dal principio di fondo dell'accoglienza ad una disciplina legislativa che dovrà essere molto precisa e analitica nel definire i requisiti dello jus culturae, ed anche nel promuovere condizioni tali da garantire l'accesso ai vari livelli di istruzione. Muovendosi in questa direzione il problema della durata del soggiorno in Italia necessario ai fini della cittadinanza rimarrebbe assorbito dal titolo di studio, o comunque dalla frequenza scolastica per una durata pari agli anni necessari al conseguimento del titolo.
Come si vede, la traduzione del principio dello jus culturae in una concreta disciplina legislativa comporterà la soluzione di numerosi e delicati problemi. La via migliore per agevolare il lavoro parlamentare potrebbe essere quella di affidare il compito di predisporre una bozza della nuova legge sulla cittadinanza ad una commissione mista di Camera e Senato, che potrebbe a sua volta avvalersi del bagaglio di conoscenza e di esperienza, anche comparata, di operatori sociali e di studiosi con specifiche competenze e professionalità in materia.
Alla base di questo programma stanno evidentemente la convinzione condivisa e la scelta politica di fondo che i flussi migratori possono contribuire positivamente allo sviluppo economico, sociale, culturale ed anche morale del nostro Paese, contrastando le derive razziste che inevitabilmente si accompagnano a chi pensa di risolvere il problema della grandi migrazioni chiudendo i confini e respingendo lo straniero e il diverso.
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