di Alessia Rastelli
Corriere della Sera, 22 novembre 2019
La senatrice: stanca ma non mi arrendo. Insulti, scorta: la mia vita cambiata a 89 anni. "La tentazione di abbandonare il campo ogni tanto si affaccia. Se a quasi 90 anni finisci bersagliata da insulti, sotto scorta, senza più la vita semplice e riservata di prima, credo sia normale chiedersi "ma chi me l'ha fatto fare?". Però dura poco, non sono una che si arrende facilmente".
Quindi, senatrice Segre, sarà presidente della Commissione contro l'odio, nata su sua iniziativa?
"Se me la propongono, sono dell'idea di dire sì. Sono stata in dubbio e certo il calendario degli anni non va indietro. Ma io credo in questa Commissione, dunque spero di reggere".
L'astensione del centrodestra proprio sulla "sua" Commissione lo scorso 30 ottobre. E poi lo striscione di Forza Nuova apparso a Milano vicino al teatro in cui stava parlando, l'assegnazione della scorta, i messaggi d'odio e le polemiche di chi li mette in dubbio, l'incontro con Matteo Salvini trapelato anche se sarebbe dovuto restare riservato. Sono state settimane faticose per Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau, dove fu deportata a 13 anni, senatrice a vita nominata da Mattarella il 19 gennaio 2018. Al Corriere rilascia la prima intervista dopo quasi un mese di silenzio.
Come si sente dopo quello che è successo?
"Sono esausta. Troppa esposizione, troppo odio, troppe polemiche, troppa popolarità, troppo tutto. Alla mia età mi trovo a condurre un'esistenza che non avrei mai immaginato".
La sua vita è cambiata con la scorta?
"Né io né i miei familiari abbiamo chiesto nulla. Il Comitato per la sicurezza e l'ordine pubblico della Prefettura di Milano ha ritenuto di garantirmi una tutela, che è una forma di protezione più blanda della scorta. Naturalmente sono rimasta di stucco: a quasi 90 anni e per la sola colpa di essere una sopravvissuta alla Shoah e di esporre pacatamente i miei convincimenti, c'è bisogno che sia tutelata la mia sicurezza. È certo un condizionamento nella vita privata e mi disturba l'idea di essere un peso per lo Stato, però i carabinieri che mi accompagnano sono ragazzi meravigliosi che mi hanno adottata come una nonna, non solo con professionalità, ma anche con affetto".
Lei ha raccontato più volte nelle sue testimonianze la forza di continuare a vivere, ridotti a scheletri, nel gelido inverno del lager. Nasce da lì la forza di oggi?
"Ho passato quarantacinque anni, dopo la guerra, a macerarmi nel rimorso di non riuscire a parlare. Poi a 60 anni ho trovato le parole per fare il mio dovere. Per decenni ho rivissuto gli incubi del passato pur di testimoniare nelle scuole, nella speranza che anche un solo studente accogliesse il mio doloroso dono. Oggi, grazie alla scelta stupefacente del presidente Mattarella di nominarmi senatrice a vita, posso raggiungere milioni di persone. Se smettessi avrei una vita più serena, ma non sarei in pace. E poi la darei vinta proprio agli odiatori".
Cosa risponde a chi critica la "Commissione Segre"? C'è chi parla di "bavaglio".
"Mi sembra una barzelletta: "Qual è il colmo per un'ebrea sefardita? Diventare il capo dell'Inquisizione spagnola". Ma figuriamoci! Sono arrivati al paradosso di ribattezzarla con tono demonizzante "Commissione Segre-Boldrini" gli stessi partiti che nella passata legislatura, alla Camera, avevano approvato all'unanimità le conclusioni della Commissione Jo Cox, cioè la vera "Commissione Boldrini". Siamo seri. La Commissione che ho proposto non può giudicare né censurare nessuno e non può cambiare le leggi. Si tratta di studiare un fenomeno, di avanzare proposte su un problema per cui tutti, anche gli esponenti dell'opposizione quando parlano a telecamere spente, si dichiarano allarmati. L'odio in rete dilaga. La convinzione di agire in una zona franca e nell'anonimato sta producendo un imbarbarimento, una sorta di bullismo su larga scala, che le leggi esistenti non riescono a contenere".
Anche Matteo Salvini e Giorgia Meloni dicono di essere bersagliati.
"Colgo l'occasione per esprimere loro solidarietà. Sarò un'illusa, ma continuo ad auspicare che tutti si uniscano in un impegno bipartisan per prevenire le epidemie dell'odio. Io ho sperimentato i danni che possono produrre".
Da più parti, dopo l'astensione sulla Commissione contro l'odio, il razzismo, l'antisemitismo che lei ha proposto, il centrodestra ha ribadito l'"amicizia per Israele". I due aspetti sono collegabili?
"Sono argomenti separati. Mi ha fatto piacere ricevere il messaggio affettuoso del presidente Reuven Rivlin, anche se non potrò andare in Israele perché i viaggi lunghi mi affaticano. Succede spesso che mi chiedano di prendere posizione sul conflitto israelo-palestinese, ma non lo accetto. Non voglio mischiare temi diversi. Non sono un'esperta ed escludo di dover rispondere, in quanto ebrea, di quello che fa Israele. Il mio disagio fu espresso magistralmente da Clara Sereni in un articolo su l'Unità, La colpa di essere Ebrea, del 16 gennaio 2006. Raccontava di essere stata costretta a esprimersi sulla questione mediorientale e di avere dovuto quasi giustificarsi di essere ebrea. "Non dovrei più farlo", sottolineava. Fatta questa premessa, anche io ho le mie idee: ho un grande rimpianto per Yitzhak Rabin e ho molto sperato di vedere la pace basata sul principio "due popoli, due Stati". Ormai posso solo sperare che la vedano i miei figli".
Anche sui messaggi di odio contro di lei sono stati avanzati dubbi.
"Sapevo poco di questi messaggi perché non sono iscritta ai social network e i miei figli avevano deciso di risparmiarmi tali miserie. Dopo il rapporto dell'Osservatorio antisemitismo del Centro di documentazione ebraica contemporanea, ho dovuto occuparmene ed è stato molto sgradevole. Per le oscenità che ho dovuto vedere. Ma anche perché, facendo leva sul numero dei messaggi, "200 al giorno", scaturito da un'inesattezza giornalistica, si è scatenata una campagna negazionista in cui non solo veniva contestato quel numero, ma l'esistenza stessa delle espressioni di odio. Scopo: far passare tutti per visionari o speculatori".
Come stanno davvero le cose?
"I messaggi non solo esistono, ma sono una valanga. Nessuno può dare numeri attendibili perché occorrerebbe monitorare milioni di pagine Facebook, Twitter, Instagram, siti, blog. Quello che emerge è un campione, la punta dell'iceberg. Sono stati registrati picchi in corrispondenza di una mia maggiore esposizione. Il meccanismo è questo: qualcuno inizia postando un attacco contro di me spesso veemente, non necessariamente di cattivo gusto, ma da lì parte la ridda dei commenti che si trasforma in una gara di esternazioni triviali, truci, immonde: decine, a volte centinaia, sotto ogni singolo post. Abbondano gli auguri di morte, gli insulti, il rammarico perché "i nazisti non hanno finito il lavoro", l'accusa di essere una vecchia rimbambita e manovrata "dai comunisti". Poi ci sono quelli più specifici".
Di cosa si tratta?
"Ho ricordato di essere stata clandestina e mi hanno scritto: "Parli così fino a quando non trovi un immigrato che ti stupra vecchiaccia". Ho ricordato lo sterminio dei rom e mi hanno augurato di avere la casa svaligiata dagli zingari. Poi ci sono i qualunquisti indignati per "un'altra da mantenere", gli antisionisti fanatici che mi ritengono complice della "Shoah dei palestinesi", perfino frange animaliste che postano la mia foto di vent'anni fa in pelliccia e dicono che sono come i nazisti perché approverei le torture sui visoni".
Si moltiplicano i Comuni che vogliono darle la cittadinanza onoraria. Ma ci sono anche amministrazioni che si rifiutano.
"Tra le innumerevoli manifestazioni di affetto, ci sono le decine e decine di Comuni, retti da maggioranze di diverso orientamento, che mi vogliono conferire la cittadinanza. Mi dicono che alcune iniziative hanno risvolti strumentali. Io non me ne curo, presumo la buona fede. Così fin qui le ho accolte onorata, preoccupandomi solo - per non apparire maleducata - di avvisare che, alla mia età, non posso andare a ricevere gli attestati. Però anche questo sta diventando un nuovo terreno di battaglia di cui farei a meno".
A Sesto San Giovanni il sindaco ha detto che lei "non ha a che fare con la storia della città". A Biella Ezio Greggio ha rinunciato alla cittadinanza onoraria dopo che era stata negata a lei.
"Avere creato imbarazzo a quelle giunte mi dispiace. Il caso di Biella è stato però l'occasione di ricevere un fiore raro come il gesto di Greggio, che è molto più di una cittadinanza".
A Napoli lei stessa ha fatto un passo indietro...
"In quel caso non c'è stata una proposta dell'amministrazione comunale, ma la strumentalizzazione di un'assessora. Per rispondere alle critiche sulle sue dichiarazioni di odio verso Israele, ha detto: "Allora facciamo la Segre cittadina onoraria". Io amo moltissimo Napoli, la prima città italiana insorta contro i nazisti, ma non mi presto come scudo umano per levare dall'imbarazzo l'assessora".
Ieri ha accolto Giuseppe Conte al Memoriale della Shoah di Milano. Cosa vi siete detti?
"Il premier ha voluto vedere tutto e ha sforato di almeno mezz'ora sui suoi programmi perché si è fatto spiegare ogni dettaglio".
L'avere votato la fiducia al governo giallo-rosso può aver pesato sulle critiche delle settimane scorse?
"Non faccio parte della maggioranza, sono indipendente e decido volta per volta. Avrei preferito confermare l'astensione come per il primo governo Conte, ma ho sentito dentro di me un campanello d'allarme e ho deciso in coscienza per l'interesse del Paese".
Qual era l'allarme?
"Si era creato un clima parossistico di continue forzature, con le emergenze artefatte a ogni arrivo di poche decine di disgraziati - questioni che oggi la ministra Lamorgese risolve con una telefonata -, con l'invocazione dei pieni poteri, con la preparazione di una specie di crociata. Credo che anche chi ha creato quel clima si sia poi reso conto di avere esagerato. Nella nuova ondata di odio che si è abbattuta su di me, mi hanno anche scritto: "Rispetta la nostra religione!", quando sono l'Osservatore Romano e l'Avvenire a denunciare che è proprio l'abuso politico dei simboli religiosi a costituire una mancanza di rispetto".
Salvini è venuto a casa sua. Come è andato l'incontro?
"Non voglio dire nulla perché ci siamo impegnati entrambi alla riservatezza per evitare strumentalizzazioni politiche. In ogni caso incontrarsi e parlarsi, a maggior ragione tra due colleghi senatori e concittadini milanesi, più che un gesto di civiltà dovrebbe essere considerato un fatto normale".
È stata proposta la sua candidatura a presidente della Repubblica. Lei ha declinato.
"Ho grande stima per Lucia Annunziata e sono certa che abbia fatto quella proposta per manifestarmi apprezzamento e solidarietà. Tuttavia mi sono trovata, mio malgrado, ad essere già una figura sulla quale si concentrano fin troppi significati simbolici. Non è il caso di aggiungerne altri e di coinvolgermi in ambiti impropri. Alla presidenza della Repubblica deve stare un arbitro che abbia le energie per correre in mezzo al campo e che soprattutto abbia una sopraffina sapienza politica ed istituzionale, come il presidente Mattarella. Non una novantenne arrivata come una marziana sulla scena politica"
ladigetto.it, 22 novembre 2019
Giovedì 5 dicembre alle ore 20.00 la prima "Cena galeotta" presso il ristorante Panorama in Viale Venezia 19 a Calceranica al Lago. Nell'ambito del progetto "Liberi da dentro 2019", cofinanziato da Fondazione Caritro, si terrà la prima "cena galeotta" trentina, un evento culinario e culturale per avvicinarsi in maniera atipica e stimolante ai temi del reinserimento sociale di detenuti ed ex-detenuti.
La rete di soggetti vede impegnate le Associazioni Apas, Dalla Viva Voce, Trentino Arcobaleno, Microfinanza e Sviluppo Onlus, il Museo Diocesano Tridentino e Scuola di Preparazione Sociale nell'organizzazione di eventi culturali. Gli enti pubblici partner sono la Provincia Autonoma di Trento e i Comuni di Trento, Riva del Garda e Rovereto. La data prevista per "Sapori di libertà", questo il titolo dell'evento, è giovedì 5 dicembre alle ore 20.00 presso il ristorante Panorama, gestito dalla cooperativa sociale Lievito Madre, in Viale Venezia 19 a Calceranica al Lago.
Tre studenti, che hanno frequentato il corso dell'Istituto Alberghiero di Levico Terme, all'interno del carcere, si uniranno allo chef e allo staff del Panorama per preparare la cena. Durante la serata i volontari delle Associazioni partner cureranno alcune letture autobiografiche e testimonianze di vita di persone detenute, col fine di sensibilizzare e informare i partecipanti all'evento.
Dopo gli eventi di biblioteca vivente e dell'esperienze di economia carceraria in occasione della fiera Fa' la cosa giusta, "Liberi da dentro 2019" prosegue, grazie alla preziosa collaborazione con la cooperativa sociale Lievito Madre. La Società Cooperativa Sociale Lievito Madre è una cooperativa di tipo B per l'inserimento lavorativo, costituitasi il 23 aprile 2012 su progetto condiviso dalla Comunità di San Patrignano (allora in sede a S. Vito di Pergine), dall'Istituto di Formazione Professionale Alberghiero di Rovereto e Levico Terme e da altre realtà, con l'obiettivo di offrire opportunità di crescita personale e lavorativa a giovani sia provenienti da situazioni di svantaggio sociale, che da percorsi di formazione professionale.
A partire dal 2016 Lievito Madre ha iniziato una nuova avventura progettuale e lavorativa attraverso l'apertura e la gestione del Ristorante Pizzeria Panorama di Calceranica al Lago, un locale situato in uno dei luoghi più suggestivi del lago di Caldonazzo, disponendo di un'ampia terrazza direttamente sul lago stesso. La compagine sociale è formata da sei soci e dal presidente, Roberto Postal, socio fondatore di Delta Informatica. Per partecipare a "Sapori di libertà" è necessario prenotare al 349 5547182.
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 22 novembre 2019
Il popolo iraniano è oggi protagonista delle cronache per le rivolte che si sono estese a oltre 130 città a causa dei rincari del costo della benzina. Ci giungono notizie di centinaia di morti e migliaia di feriti per la cieca repressione in atto da parte dei Pasdaran, complice il black-out di internet e delle comunicazioni imposto dal regime.
A ben vedere, in Iran la repressione è in atto da quarant'anni, da quando, nel 1979, la rivoluzione komeinista ha portato al potere un regime teocratico che ha fatto della sistematica violazione dei diritti umani la leva del suo dominio. Nella giornata mondiale dell'infanzia con Nessuno tocchi Caino abbiamo voluto far conoscere lo scempio di quella norma internazionale, una delle poche cogenti, che vieta le esecuzioni di minorenni e che pone l'Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato.
Nel 2019, sono stati impiccati almeno 6 minorenni al momento del fatto secondo quanto riportato da fonti non-ufficiali. Erano stati 7 nel 2018 (comprese due ragazze per l'omicidio del marito che erano state costrette a sposare a 13 e 15 anni), 5 nel 2016, 3 nel 2015 e almeno 17 nel 2014. La Fondazione Abdorrahman Boroumand ha documentato almeno 140 esecuzioni di minorenni in Iran dall'inizio del 2000. Nel Rapporto ufficiale dello Special Rapporteur delle Nazioni Unite per l'Iran Javaid Rehman, reso pubblico lo scorso 23 ottobre, vi sarebbero almeno 90 minorenni nei bracci della morte iraniani.
L'Iran primeggia anche tra quei pochi altri Paesi in cui negli ultimi sei anni abbiamo registrato esecuzioni di minori, con un numero di ragazzi impiccati che è più del doppio di quanti mandati al patibolo da Arabia Saudita, Pakistan, Sudan del Sud e Yemen messi insieme. In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del diciottesimo anno d'età.
A seguito delle richieste della comunità internazionale, il regime iraniano ha dato ad intendere che il nuovo codice penale - approvato nella sua ultima versione dal Consiglio dei Guardiani nell'aprile 2013 - abolisce la pena di morte per gli adolescenti di età inferiore a 18 anni. Tuttavia, ai sensi degli articoli 145 e 146 del nuovo codice penale, l'età della responsabilità penale è ancora quella della "pubertà", cioè nove anni lunari per le ragazze e quindici anni lunari per i ragazzi.
Quindi, l'età della responsabilità penale non è cambiata affatto nel nuovo codice penale. Per i reati Hudud, come sodomia, stupro, fornicazione, apostasia, consumo di alcool per la quarta volta, moharebeh (fare guerra a Dio) e i reati Qisas, come l'omicidio, resta per i giudici il potere discrezionale di decidere se un bambino ha capito la natura del reato e, pertanto, se può essere condannato a morte. Sento dire che di fronte alle proteste di piazza c'è il rischio che alle prossime elezioni si affermino le forze conservatrici.
Lo trovo ridicolo se penso che l'attuale Ministro della Giustizia del Governo "riformista" di Hassan Rohani è l'ultraconservatore Ebrahim Raisi, 60 anni, conosciuto per avere condannato a morte decine di migliaia di prigionieri politici negli anni Ottanta, ovvero durante il decennio successivo alla rivoluzione khomeinista. Non esiste il volto buono del regime, non esiste il "moderato" Rohani con il quale proseguire nella politica di appeasement, perché la natura di questo regime è sempre la stessa: quella che riconosce nella Guida Suprema il suo fondamento e nel disconoscimento dei diritti umani come internazionalmente riconosciuti la sua ragion d'essere. Per questo sconcerta il silenzio del Governo italiano sulle esecuzioni e le condanne a morte, a partire da quelle dei minori, che continuano in Iran, sconcerta l'assenza di una parola a sostegno del popolo iraniano e di condanna della repressione in atto, sconcerta la prosecuzione della politica di accondiscendenza che anziché sostenere un cambio democratico in Iran assimila, rendendoci indifferenti alle quotidiane atrocità a danno del popolo iraniano, i nostri regimi cosiddetti democratici sempre più a quello iraniano.
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 22 novembre 2019
Il Cremlino si prepara a infliggere un altro duro colpo alla libertà di stampa, in Russia già spesso calpestata. La Duma ha infatti approvato ieri in via definitiva degli emendamenti alla legge sui media che potrebbero presto permettere alle autorità russe di bollare blogger e giornalisti con l'infamante etichetta di "agente straniero".
Il progetto è stato sostenuto in aula da 311 deputati, solo quattro si sono astenuti e, come spesso avviene alla Duma, nessuno ha votato contro. Ora, per diventare legge, il provvedimento dovrà passare dal Senato e quindi dalla scrivania di Putin. Gli emendamenti proposti prevedono che una persona che partecipa alla creazione di notizie per testate inserite nella lista nera degli agenti stranieri o ricevendo denaro dall'estero possa essere a sua volta riconosciuto come "agente straniero" e costretto a presentarsi come tale al suo pubblico.
Ma questa definizione, che tanto ricorda quella di "spia", potrà essere affibbiata a chiunque diffonda queste informazioni. In pratica si tratta di una nuova spada di Damocle non solo per i giornalisti ma anche per gli utenti dei social media. Le proteste internazionali Il rappresentante dell'Osce per la libertà dei media, Harlem Désir, ha invitato i parlamentari russi a bocciare la proposta. "Potrebbe avere un effetto spaventoso sui giornalisti e sui blogger, sugli esperti e su altri individui che pubblicano informazioni, soprattutto online", ha denunciato Désir.
Una ferma condanna è giunta anche da Amnesty International, Reporter senza frontiere e altre Ong per la difesa dei diritti umani, che hanno definito il progetto "un ulteriore passo verso la limitazione dei media liberi e indipendenti". Quello che il Cremlino ha in mente è di estendere anche ai singoli individui una legge che ha già suscitato tanta indignazione a livello internazionale.
Questa norma, varata nel 2012 dopo un'ondata di proteste anti-Putin, dà al governo il potere di marcare come "agenti stranieri" le organizzazioni che ricevono fondi dall'estero e sono impegnate in "attività politiche". Si tratta di una definizione ampia e porosa che consente di fatto al Cremlino di colpire qualunque ente reputi fastidioso costringendolo a severi controlli e a volte alla chiusura. Dal 2017 anche le testate giornalistiche possono finire nella black-list e un mese fa il bollino è toccato al Fondo Anticorruzione di Aleksey Navalny, il più carismatico degli oppositori di Putin.
di Jesus Mesa
Internazionale, 22 novembre 2019
Per le strade della Bolivia regna il caos. Anche se i protagonisti della crisi che attraversa il paese andino - l'ex presidente Evo Morales e il nuovo governo di destra - sostengono di voler "pacificare la Bolivia", la realtà è diversa. Dal io novembre, quando Morales si è dimesso dopo quasi tredici anni al potere, la violenza è aumentata.
E la formazione del nuovo governo "di transizione" guidato dalla senatrice dell'opposizione Jeanine Arie z, che il 12 novembre ha giurato come presidente ad interim davanti a un parlamento mezzo vuoto, ha fatto salire la tensione. La crisi è cominciata con le elezioni presidenziali dello ottobre, vinte di misura da Morales, ma giudicate irregolari dall'opposizione e dall'Organizzazione degli stati americani (Oas).
All'inizio i manifestanti protestavano contro i brogli, mentre oggi criticano soprattutto il modo in cui Morales, il primo presidente indigeno del paese, si è dimesso (su invito del comandante delle forze armate) e ha lasciato in fretta la Bolivia per chiedere asilo in Messico. In tutte le città ci sono scontri tra le forze dell'ordine e i sostenitori di Morales. Nella zona cocalera di Cochabamba, il bastione dell'ex presidente nel centro del paese, la situazione è particolarmente grave. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh), il 15 novembre sono morte nove persone, contadini e indigeni.
Ancora più preoccupante è il decreto firmato da ikriez, che dispensa i militari da ogni responsabilità penale. La norma, che regola l'intervento delle forze armate a fianco della polizia, è stata approvata lo stesso giorno in cui a Cochabamba i sostenitori dell'ex presidente si sono scontrati con l'esercito e la polizia.
Un articolo del decreto stabilisce che "il personale delle forze armate coinvolto nelle operazioni per ripristinare l'ordine interno e la stabilità sarà esente da responsabilità penali nel caso in cui, nel compimento delle proprie funzioni costituzionali, agisca per legittima difesa o necessità e nel rispetto dei princìpi di legalità, assoluta necessità e proporzionalità".
Precedente pericoloso L'ex presidente Morales ha criticato il decreto su Twitter e anche la Cidh ha e spesso un parere negativo. Secondo il Movimiento al socialismo (Mas, il partito di Morales), la misura è una "licenza di uccidere" e sarà usata per punire legalmente i dirigenti del movimento. Invece per Afiez e i suoi ministri, è solo uno strumento per contribuire "alla pace sociale".
L'ong Human Rights Watch e il suo direttore per le Americhe, il cileno José Manuel Vivanco, hanno chiesto ad Ariez di abrogare il decreto, perché rappresenta un precedente pericoloso: "Non rispetta gli standard internazionali e di fatto dà ai militari il messaggio, pericolosissimo, che hanno carta bianca per commettere abusi", sottolinea Vivanco. Anche l'alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ricordato al governo provvisorio della Bolivia che i militari "non dovrebbero svolgere compiti di competenza della polizia.
Se questo succedesse, la loro partecipazione dovrebbe essere soggetta alla legge internazionale sui diritti umani. Le forze dell'ordine devono rendere conto delle loro azioni, compreso l'uso della forza", si legge in un comunicato. Per provare a smorzare la polemica, il ministro della presidenza boliviano Jerjes Justiniano Atala ha detto che il decreto "si limita a definire i compiti delle forze armate su base costituzionale per garantire la stabilità del paese".
Ma le proteste proseguono e il principale focolaio del conflitto è proprio a Cochabamba. Secondo la Cidh, con le vittime del 15 novembre a Cochabamba i morti dall'inizio delle proteste in Bolivia sono saliti a 23. La presidente Jeanine Ariez continua a ripetere che vuole convocare nuove elezioni il prima possibile, ma ancora non l'ha fatto. Il motivo, sostiene, è che prima di indire la votazione bisogna rinnovare completamente il tribunale supremo elettorale.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 21 novembre 2019
È stato l'anno orribile delle carceri italiane. Evasioni clamorose, ribellioni, un numero altissimo di telefonini sequestrati ai detenuti di ogni pericolosità sociale, e un'escalation di aggressioni: oltre mille episodi di violenza contro gli agenti di polizia penitenziaria tra l'inizio del 2018 e i primi sei mesi del 2019.
di Daniele Priori
Il Riformista, 21 novembre 2019
La campagna del Partito Radicale sugli Istituti penali minorili: "Privare un minore della libertà significa impedirgli di compiere un percorso di reinserimento. Occorre anzitutto far prevalere l'interesse del minore che non può essere garantito all'interno delle mura di un carcere".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 21 novembre 2019
In Italia il 35 per cento dei detenuti è in prigione per violazione delle norme sulle droghe. Che ci stanno a fare? Ilaria Cucchi ha detto che ora finalmente suo fratello può riposare in pace. Ora che sono stati condannati (seppure solo in primo grado) i carabinieri ritenuti responsabili del pestaggio che poi ha provocato la sua morte.
di Valter Vecellio
lindro.it, 21 novembre 2019
"Ottenere una terapia è facilissimo. Ed è più facile trovare un sedativo che una tachipirina", Siamo abituati, a cadenza quotidiana, a essere diffusamente informati sul 'dire' e sul 'fare' di papa Francesco. Con qualche eccezione. Come se sia scattata una sorta di parola d'ordine, osservata un po' da tutti, il messaggio papale in occasione dell'incontro con i seicento penalisti provenienti da tutto il mondo non ha molta eco.
Il Riformista, 21 novembre 2019
"Dal 1992 a oggi, sono oltre 26mila, quasi 1.000 all'anno, gli individui che hanno subito una illegittima detenzione prima di essere definitivamente assolti con sentenza passata in giudicato. Numeri pesanti che ci obbligano a una scrupolosa riflessione sulla efficacia degli strumenti normativi finora predisposti per tutelare il massimo rispetto del diritto alla libertà personale e per preservare il nostro sistema dal rischio di errori suscettibili di produrre conseguenze nefaste sulla vita degli imputati e delle loro famiglie".
- Se il bambino va in carcere ad incontrare un familiare recluso
- Tanti dubbi sul blocco della prescrizione ma un altro processo (più veloce) è possibile
- Giustizia, lo scontro non va in prescrizione
- Salvini contro il reato di tortura. L'ex ministro vorrebbe rivedere la legge
- Riforma della giustizia, la proposta del Coordinamento familiari vittime stragi










