di Marco Belli
gnewsonline.it, 31 dicembre 2019
Il Ministro della Salute Roberto Speranza, il Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini e il Vice Capo di Gabinetto vicario del Ministero della Giustizia Leonardo Pucci hanno visitato oggi la Casa Circondariale di Potenza. Ad accoglierli Maria Rosaria Petraccone, Direttrice dell'istituto, Giovanni Lamarca, Comandante di Reparto, e da Giuseppe Palo e Sonia Crovatto, responsabili rispettivamente della area di segreteria e di quella trattamentale, che li hanno accompagnati nella visita alle sezioni detentive e all'intera struttura carceraria.
Le autorità in visita hanno incontrato personale e detenuti, ascoltando istanze e proposte. Il Capo DAP ha illustrato al Ministro le linee guida dipartimentali che orientano il tema del lavoro penitenziario, sottolineando l'importanza dei i laboratori gestiti da cooperative sociali.
Nel corso della visita il Ministro della Salute ha anche raccolto indicazioni e suggerimenti sui temi di sua competenza incontrando il personale sanitario, assicurando costante impegno per la cura e l'assistenza della popolazione detenuta, incluso l'aggiornamento e la formazione sul campo degli operatori.
A conclusione della visita la squadra di calcio a 5 della Casa Circondariale #noinonsiamonumeri, composta da 14 detenuti tesserati dall'Asd Family Volley affiliata al Centro Sportivo Italiano, ha donato al Ministro e al Capo Dap la divisa con cui per la prima volta la formazione dell'Istituto penitenziario potentino ha partecipato a un campionato regionale. Il progetto è previsto da un Protocollo d'intesa sottoscritto da Basentini e da Sergio Contrini, direttore Area Sport e Cittadinanza del Csi.
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 31 dicembre 2019
Incontri tra l'ambasciata di Roma e Il Cairo e visite d'affari di aziende civili e belliche. Intanto nella capitale egiziana aggredito l'attivista egiziano Gamal Eid. E in carcere muore una detenuta
Una camionetta della polizia egiziana in piazza Tahrir, al Cairo. La diplomazia italiana al Cairo continua a lavorare alacremente per promuovere le imprese (e le armi) italiane in Egitto. Venerdì 20 dicembre l'ambasciatore Giampaolo Cantini ha incontrato il ministro della produzione bellica Mohamed al-Assar per discutere di "cooperazione economica".
Né l'ambasciata né la Farnesina hanno diffuso note ufficiali e la faccenda è stata quasi del tutto ignorata dalla stampa italiana. Al contrario di quella egiziana che invece, basandosi sui resoconti ufficiali egiziani, ha approfittato dell'occasione per sottolineare ancora una volta che "i rapporti d'affari italo-egiziano si stanno sviluppando molto bene".
Nell'incontro, al quale ha partecipato anche lo staff dell'addetto militare dell'ambasciata, si è parlato di industria, soprattutto bellica. Cantini ha "espresso il desiderio di aumentare gli investimenti italiani in Egitto incoraggiando le compagnie italiane a investire nel paese", secondo il quotidiano economico Daily News Egypt, facendo in particolare riferimento alla Rheinmentall Defence, azienda leader nella difesa aerea con sede a Roma.
L'ambasciatore ha poi "raccomandato" diverse partnership tra imprese italiane e il ministero di al-Assar, espressione del potente complesso economico-militare egiziano. Cantini, sempre secondo il Daily News, avrebbe anche annunciato il suo impegno a favorire la partecipazione di altre aziende alla prossima edizione della Egypt Defence Expo (la fiera cairota dell'industria militare), a dicembre 2020.
Il vertice tra il diplomatico italiano e il ministro è stato il culmine di una intensa settimana di incontri d'affari. Sabato 21 una delegazione di quindici imprese italiane ha concluso una visita durata quattro giorni, fitta di incontri con esponenti del governo e dell'imprenditoria egiziana. La visita rientrava nell'ambito del secondo Forum economico italo-egiziano (il primo c'è stato a Napoli a settembre). L'industria italiana ha portato a casa nove accordi economici firmati durante la visita, che confermano "il grande potenziale di crescita della cooperazione economica", secondo le parole di Giuseppe Romano, presidente della Cise, Confederazione italiana per lo sviluppo economico, presente al Forum. Stando alle notizie diffuse dalla stampa egiziana, alcune aziende italiane prenderanno parte agli investimenti nei progetti per la nuova capitale amministrativa, faraonica città nel deserto voluta da al-Sisi.
Non è dato sapere molto altro sul contenuto degli accordi economici e sulle aziende firmatarie, tanto meno per quel che riguarda quelli in ambito militare. Secondo il sito Sicurezza internazionale, il 2018 è stato un anno d'oro per l'export militare italiano in Egitto. L'anno scorso infatti il regime di Abdel Fattah al-Sisi ha pagato oltre 69 milioni di euro per l'acquisto di armi, munizioni e sistemi di informazione per la sicurezza di provenienza italiana, quasi dieci volte il volume d'affari del 2017. I nuovi accordi fanno presagire altri segni positivi per l'industria bellica italiana. Gli armamenti, spiega il quotidiano della Luiss, "sono volti principalmente all'impiego militare, sia per l'esercito sia per la polizia e le forze di sicurezza".
Le stesse forze di sicurezza che in questi giorni sono tornate a fare notizia con altre violazioni. Domenica è toccata di nuovo a Gamal Eid, direttore dell'Arabic Center for Human Rights Information, storica organizzazione per i diritti umani. L'avvocato è stato aggredito sotto casa da una decina di uomini armati e a volto coperto.
Mentre alcuni lo tenevano fermo e lo picchiavano, altri lo hanno cosparso di vernice. È la seconda aggressione del genere in pochi mesi. Entrambe portano chiaramente la firma degli apparati di sicurezza statali, denuncia Eid. Si aggrava anche la situazione nelle carceri. Domenica scorsa una donna detenuta è morta nel complesso di al-Qanater, in seguito a una grave negligenza medica dell'autorità penitenziaria. Nella stessa prigione dieci donne sono da due settimane in sciopero della fame. Tra queste c'è la 39enne Aisha al-Shater, figlia di un noto leader della Fratellanza musulmana, detenuta in condizioni durissime e in queste ore in serio rischio di vita, secondo quanto riporta Human Rights Watch.
euronews.com, 31 dicembre 2019
Decine di uomini stipati in celle minuscole. Nelle sovraffollate prigioni del nord-est della Siria, da mesi migliaia di membri e fiancheggiatori dello Stato islamico sono sorvegliati dalle forze curde. Almeno 2500 di loro si stima provengano da paesi europei e occidentali: in molti casi si trovano in un limbo giuridico, dal momento che gli stati di provenienza continuano a fare orecchie da mercante di fronte agli appelli alla cooperazione curdi, stretti tra la morsa dell'offensiva turca e le schermaglie con il Daesh, che oggi si può dire defunto solo nella sua incarnazione statale e territoriale. E se a novembre Erdogan si è trovato nelle condizioni di poter fare la voce grossa, avviando le operazioni di rimpatriodei jihadisti detenuti nelle carceri turche, i curdi restano nello stesso limbo dei prigionieri che sorvegliano, il cui destino è tutt'altro che chiaro.
"Tornare a casa" - Daniel D. è un giovane svizzero di 25 anni. Lavorava come muratore a Ginevra, prima di unirsi ai jihadisti sotto lo pseudonimo di Abu llias al Swisri ("lo svizzero"). "Non ho ucciso nessuno - spiega - né in Europa né qui. Non ho troppi rimpianti, al contrario, mi sono anche sposato in Siria. Non tutti sono terroristi qui". "Voglio solo andare a casa" conclude. "Non vogliono riprendermi, anche se si suppone che la Svizzera sia il paese dei diritti umani. Possono mettermi dove vogliono, purché io stia con mia moglie e mio figlio mi va bene". Di nazionalità danese, Kasper M. era invece un artigiano prima di partire per il Medio Oriente. Per lui, gli attentati compiuti in Europa dallo Stato islamico non sono altro che ritorsioni.
"È la guerra, ecco cos'è" dice, serafico. "Molte famiglie di Isis sono state bombardate, molte donne e bambini, quindi loro hanno fatto lo stesso. Non vogliono che torniamo indietro, ma forse non hanno molta scelta". "Non c'è altra soluzione - continua - non è una buona idea tenerci qui a tempo indeterminato. Ci sono molte persone in questa prigione, migliaia di combattenti di uno stesso gruppo. E se usciranno tutti insieme, forse ne formeranno un altro".
Prigionieri che nessuno vuole - In molti casi, questi uomini si trovano in carcere da oltre nove mesi. E nessuno al momento è in grado di dire quanto ancora dovranno restarci. Sul punto, perfino Donald Trump, durante il vertice Nato di inizio dicembre, ha punzecchiato l'omologo francese Emmanuel Macron, uno dei più riluttanti a riprendere in casa le centinaia di jihadisti partiti dalla Francia. "Vorresti riprenderti qualche simpatico jihadista dalla Siria?", lo ha incalzato Trump. Ma - al netto dei sarcasmi e delle relative orecchie da mercante - la questione si fa è sempre più sera: lo scorso ottobre, nelle prime ore dell'offensiva turca contro le forze curde nella regione, una sommossa è scoppiata nel campo profughi di al-Hol, che ospita le famiglie - in molti casi europee - dei jihadisti rinchiusi nelle carceri curde. L'obiettivo, a quanto sembra, era tentare di fuggire nel caos dei combattimenti.
Non era la prima volta, in realtà, che nel campo si registravano violente rivolte: in molti, tra gli ospiti della struttura, conservano una fede cieca per l'ideologia takfirista dell'Isis, considerando i curdi e il personale umanitario presente alla stregua di infedeli da aggredire o da cui proteggersi. E anche chi sembra aver rinnegato il fondamentalismo del Daesh è comunque costretto a restare in questo limbo: tra carcerieri curdi sotto-organico, che da mesi dicono di non essere più in grado di gestire una simile massa di prigionieri, e paesi di provenienza le cui porte potrebbero non riaprirsi più.
di Riccardo De Vito*
Il Manifesto, 31 dicembre 2019
Il 7 febbraio 2018 Luigi Saraceni, nel commentare per questa rubrica una sentenza della Corte di Cassazione penale, che riteneva non punibile penalmente la coltivazione di sei piantine di cannabis destinate ad uso personale, auspicava che questa soluzione "in assenza di un intervento risolutivo del legislatore potesse diventare patrimonio unanime della giurisprudenza". Parole profetiche. A distanza di poco meno di due anni possiamo dire che, mentre la politica si contorce in un dibattito asfittico e moraleggiante, la giurisprudenza di legittimità torna sulla controversa materia della coltivazione di piante di cannabis.
Sappiamo perché sia tema spinoso: una distonia tra le formulazioni del comma 1 e del comma 1-bis dell'art. 73 Dpr 309/90 impedisce in astratto di configurare la non punibilità della coltivazione in caso di destinazione all'uso personale, a differenza di quanto accade per la detenzione dei derivati (marijuana e hashish).
Di qui un problema serio per il principio di uguaglianza, al quale le Sezioni Unite penali ora offrono una risposta ragionevole e chiara per l'interprete. Siamo in attesa delle motivazioni della decisione presa all'udienza del 19 dicembre 2019 e la cautela è d'obbligo.
L'anticipazione tuttavia parla chiaro. Dopo aver ripetuto, conformemente al dato normativo, che per integrare il reato di coltivazione è sufficiente la conformità al tipo botanico della pianta e l'attitudine di questa a maturare e produrre sostanza stupefacente, le Sezioni Unite precisano che "devono ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all'ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell'ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore".
Possiamo dire di trovarci di fronte alla reintroduzione della provvidenziale nozione di coltivazione "domestica" ritenuta, a differenza della coltivazione "imprenditoriale", non penalmente rilevante. L'inversione di rotta rispetto all'orientamento consolidato nelle sentenze gemelle delle Sezioni Unite penali di nove anni fa (28605/2008 Di Salvia e 28606/2008 Valletta) è lampante.
Nel fare piazza pulita della distinzione tra tipologie di coltivazione, quelle sentenze specificavano che "costituisce condotta penalmente rilevante qualsiasi attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia realizzata per la destinazione del prodotto a uso esclusivamente personale". Si trattava di un approccio che esaltava il rigore della legge, appena temperato dalla dichiarata irrilevanza di condotte non offensive in concreto. In cosa consistesse questa inoffensività, tuttavia, non era dato sapere, mantenendosi la Cassazione sullo stesso livello di genericità della sentenza 360/1995 della Corte costituzionale. Di qui le interpretazioni contrastanti dei giudici di merito e il diffondersi di un orientamento rigorista che vedeva soltanto nel reato impossibile (totale assenza di efficacia psicotropa) la via d'uscita dal penale.
Inutile rimarcare le dannose conseguenze sul processo e sul carcere di questo orientamento. C'è da augurarsi che il ripristino di criteri limpidi di distinzione tra condotte penalmente rilevanti e condotte sanzionate soltanto in via amministrativa produca alcuni effetti sperati: allontanare il consumatore occasionale e personale dalle vie dello spaccio e della criminalità; far riflettere la politica sulla pluralità delle tipologie di consumo e sulla necessità di affrontare questa diversità con politiche sociali non repressive.
*L'autore è Presidente di Magistratura democratica
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 31 dicembre 2019
Senatrice a vita, perseguitata nella Shoah a 14 anni, Liliana Segre è una testimone doppiamente preziosa: per le superficialità di oggi e per le atrocità viste allora. Niente vendette né perdono verso i suoi carnefici. Ma neanche sconti a chi con leggerezza ne "celebra" le gesta.
Le vittime della Shoah, gli ebrei, i Rom, gli omosessuali, gli psicolabili, gli affetti da handicap, non furono martiri. Nella stragrande maggioranza dei casi non intendevano testimoniare con il sacrificio della vita la loro fede in una religione o in una causa. Furono vittime, travolte e divorate da una tempesta di ferocia, odio e spietatezza che non potevano prevedere e tanto meno capire.
Liliana Segre, sopravvissuta all'assassinio del padre e dei nonni, alla deportazione ad Auschwitz-Birkenau, alla tremenda "marcia della morte" del gennaio 1945, era una di loro. Ha raccontato in diverse occasioni di aver "scoperto" le sue origini ebraiche solo dopo l'avvio della campagna razziale, nel 1938. Aveva 8 anni, era stata battezzata prima ancora che le leggi razziali entrassero in vigore. Si trovò all'improvviso alle prese non solo con la violenza straziante della discriminazione, destinata poi a diventare persecuzione aperta, ma anche con quella zona grigia che ha tanto spesso denunciato nei suoi discorsi: quella di chi non aderiva ma neppure sabotava, di chi non era del tutto complice ma neppure riteneva necessario opporsi. Come la Svizzera, che avrebbe chiuso i confini di fronte a lei e a suo padre quando, il 10 dicembre 1943 cercarono inutilmente rifugio a Lugano.
Forse nella proposta di una commissione parlamentare contro l'odio in rete avanzata con successo dalla senatrice a vita Segre più che il desiderio di censurare e punire c'è quello di svegliare e risvegliare, di combattere una passività che è tanto pericolosa quanto le forme attive di razzismo. "L'atmosfera dovuta all'ignoranza e all'indifferenza che è stata la regina del mondo di allora c'è purtroppo anche oggi", dice.
Quella commissione, discutibile se immaginata come motore di sanzioni contro la libera espressione di opinioni pur se aberranti, sarebbe destinata a svolgere più meritorie e soprattutto più utili funzioni se immaginata come la ricerca di un antidoto a quei veleni, senza i quali il razzismo esisterebbe comunque ma non prospererebbe. Alcuni dei sopravvissuti si assunsero subito la pesantissima responsabilità di testimoniare l'orrore che avevano conosciuto, nella speranza di impedire così che potesse ripetersi e forse di saldare un debito con i tantissimi che non ce l'avevano fatta. Accettarono di rimanere ostaggi della loro stessa tragedia fino a esserne in molti casi uccisi, come Primo Levi e Jean Améry.
Molti altri, come Alberto Sed scomparso pochi mesi fa o la stessa Liliana Segre, combatterono una guerra non meno lunga e non meno dolorosa contro la prigionia di quel passato, per cercare di recuperare una forse impossibile normalità, per riuscire a convivere con il trauma di quell'orrore senza precedenti e a superarlo senza dimenticarlo. Solo dopo decenni hanno rotto il silenzio per iniziare a raccontare. "Imparai ben presto a tenere per me i miei ricordi tragici e la mia profonda tristezza. Nessuno mi capiva. Ero io che dovevo adeguarmi a un mondo che voleva dimenticare gli eventi dolorosi appena passati. Ho iniziato prestissimo a tacere. Mi ci sono voluti 45 anni per riuscire ad andare a parlare davanti agli studenti, senza mai nominare odio e vendetta, e a fare il mio dovere di testimone", racconta Liliana Segre.
In un'epoca segnata dal rancore, Liliana Segre, sopravvissuta e senatrice a vita, è diventata così doppiamente testimone.
Delle atrocità vissute quando era appena quattordicenne ma anche della capacità di battere il lascito tremendo di quell'esperienza, di vincere gli spettri che inevitabilmente aveva depositato nell'anima delle vittime, di riuscire lo stesso a vivere sino a ritrovarsi capace, a 89 anni, di affermare con drammatica serenità: "Io non perdono e non dimentico ma non odio".
Nella superficialità del discorso politico e culturale contemporaneo parole del genere rischiano di essere confuse con uno dei tanti slogan "contro l'odio". Pronunciate da chi aveva tutti i motivi di odiare e quell'odio ha saputo superare in una battaglia durata decenni è la testimonianza di una vittoria contro la morte, e contro chi della morte aveva fatto un sinistro feticcio. Quella testimonianza è il dono più prezioso di cui essere grati a Liliana Segre.
La Repubblica, 31 dicembre 2019
L'immagine fu pubblicata da media locali. Il pugno duro del governatore del West Virginia. Saranno licenziati una trentina di aspiranti guardie carcerarie del West Virginia, negli Stati Uniti, che durante il loro apprendistato hanno fatto il saluto nazista in una foto di gruppo. Lo ha annunciato il governatore Jim Justice in un comunicato in cui ha fatto sapere che seguirà tutte le raccomandazioni rivoltegli da un rapporto interno che aveva suggerito il licenziamento dei responsabili. "Questo tipo di comportamento non sarà tollerato da nessuna agenzia governativa finché ricoprirò questo incarico", ha promesso il governatore.
La foto scattata durante un corso di formazione era stata pubblicata dai media Usa a inizio dicembre. I secondini in uniforme vi fanno il saluto nazista sotto la scritta "Hail Byrd!", dal nome della loro istruttrice, Kassie Byrd. Proprio l'istruttrice aveva cercato di ridurre l'episodio a una goliardata osservando che il riferimento era al fatto che lei fosse "una dura come Hitler". Il rapporto inviato al governatore, però, censura pesantemente l'iniziativa dei secondini che definisce frutto di "ignoranza" e di "una deplorevole mancanza di giudizio".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 31 dicembre 2019
Il 30 dicembre il pastore Wang Yi, della Early Rain Covenant Church, una delle "chiese domestiche" protestanti più popolari della Cina, è stato condannato a nove anni di carcere da un tribunale di Chengdu, nella provincia del Sichuan, per "incitamento alla sovversione dei poteri dello stato" e "attività economiche illegali". La vicenda era iniziata poco più di un anno fa, il 9 dicembre 2018, quando la polizia di Chengdu fece irruzione nei locali della chiesa e arrestò circa 100 fedeli, tra cui il pastore Wang. La Early Rain Covenant Church è stata fondata nel 2005 e da allora ha sempre rifiutato di presentare domanda di riconoscimento all'Ufficio degli affari religiosi, che approva le "associazioni patriottiche religiose" cui è consentito operare senza subire persecuzioni da parte delle autorità.
Le "chiese domestiche" (chiamate così perché i fedeli tendono a riunirsi e a svolgere funzioni religiose in case private) sono sempre più nel mirino del governo da quando, nel 2018, è stata emendata la Legge sugli affari religiosi. Da varie provincie (tra cui Henan, Zhejiang, Guangdong ed Heilongjiang) arrivano denunce di chiese costrette a chiudere, proprietà sequestrate o distrutte, croci e altre insegne cristiane rimosse dalle facciate dei locali.
di Francesco De Palo Palazzi
formiche.net, 30 dicembre 2019
L'ex sottosegretario (renziano) alla Giustizia a Formiche.net: "Né di lato né indietro: da Bonafede mi aspetto un passo che impedisca questa riforma. Conte la disinneschi perché è sinonimo di un populismo penale". "Dal nostro punto di vista ribadisco il punto fondamentale della questione: garantire che non vi sia una sorta di ergastolo processuale".
di Franco Giubilei
La Stampa, 30 dicembre 2019
L'assistenza in carcere è un'emergenza trascurata. Reparti senza medici nel periodo festivo. In media, ogni recluso in terapia ha a sua disposizione uno psichiatra per 4 minuti alla settimana. Le attività rieducative, scolastiche e lavorative sono ridotte al minimo. Dietro le sbarre i suicidi sono dieci volte più frequenti che nel resto della società.
di Diodato Pirone
Il Messaggero, 30 dicembre 2019
Processi, la riforma di Bonafede spacca i rosso-gialli. Renziani sulle barricate. Premier e Pd vogliono cambiare i decreti Salvini, dubbi M5S. Sarà la giustizia, e in particolare la prescrizione, la prima tappa dello slalom di gennaio di Giuseppe Conte. Tappa spinosissima, perché M5S, Pd e Iv viaggiano su binari lontanissimi e il rischio è che lo stallo sulla riforma Bonafede inquini sul nascere il confronto nel governo dal quale il presidente del Consiglio vuol far ripartire la sua agenda.
- Perché in Italia il reo non paga quasi mai
- Rosato (Iv): "Prescrizione, il governo rischia grosso, siamo pronti a votare il testo di FI"
- Buon processo eterno. Previsioni di ingiustizia per l'anno che verrà
- La legge "spazza-corrotti" sotto il tiro dei giudici
- Anche il palpeggiamento integra il reato di violenza sessuale









