quinewssiena.it, 26 novembre 2019
Protocollo tra Società della salute, istituzioni e associazioni per la messa alla prova dei detenuti con pene inferiori ai quattro anni. Anche in diversi Comuni del senese si potrà ricorrere alla messa alla prova, ovvero la misura che consente agli imputati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore a quattro anni, di accedere a un programma di trattamento riabilitativo alternativo alla pena. Lo rende noto la Società della salute senese.
L'iniziativa è frutto di una convenzione con il ministero della giustizia e di un protocollo di intesa fra Società della Salute Senese, Fondazione Territori Sociali Altavaldelsa (Ftsa), la Società della Salute Altavaldelsa, l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterno (Uepe di Siena e Grosseto), la Casa Circondariale di Siena, la Casa di Reclusione di San Gimignano, l'associazione Aleteia - Studi e ricerche giustizia riparativa e mediazione e l'associazione Apab.
Il programma prevede come attività obbligatorie: l'esecuzione di lavori di pubblica utilità presso i Comuni che hanno aderito all'accordo, l'attuazione di condotte riparative, finalizzate a eliminare le conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, il risarcimento del danno cagionato e, ove possibile, l'attività di mediazione con la vittima del reato.
"Dopo due anni di lavoro finalizzati al raggiungimento dell'accordo - sottolineano i responsabili delle associazioni Aleteia, Apab e Il Telaio delle Idee, che svolgono la preziosa attività di promozione e facilitazione della misura - siamo veramente lieti della sottoscrizione di questo Protocollo d'Intesa che, da un lato, permette, di rendere più efficace il percorso di reinserimento sociale e di responsabilizzazione di coloro che hanno commesso un reato, consentendo loro di accedere, in ogni fase del procedimento penale, a servizi di giustizia riparativa e, dall'altro, di conferire risorse per contribuire al miglioramento dei vari servizi offerti da enti locali e da associazioni".
"È un passo importante - aggiunge Giuseppe Gugliotti, presidente della Società della Salute Senese - che testimonia l'attenzione delle nostre Società della Salute e dei nostri Comuni nei confronti di progetti di reale promozione delle persone e, allo stesso tempo, ne evidenzia la capacità di cogliere opportunità per coinvolgere risorse nelle attività di servizio alla comunità".
di Maurizio Bianchi
bandieragialla.it, 26 novembre 2019
In carcere, le diseguaglianze sociali assumono un significato particolare. Nel carcere di Bologna i più fortunati, circa il 15% della popolazione presente, hanno l'opportunità di lavorare, fissi o a rotazione, e quindi possono permettersi un reddito per soddisfare i propri bisogni, aggiungendo risorse proprie a ciò che passa l'amministrazione penitenziaria per la minima sopravvivenza. Fra l'altro la situazione economica di ognuno di noi non è protetta da privacy, dal momento che ogni detenuto può guardare, attraverso il modello 100, lo stato del conto corrente di tutti i compagni di sezione.
La questione del lavoro, quindi, nella vita detentiva è centrale in relazione alla disuguaglianza; molti detenuti, soprattutto stranieri, per ottenere un'occupazione lavorativa, arrivano addirittura a compiere atti di autolesionismo pur di ottenere una mansione lavorativa retribuita.
Diverse volte abbiamo visto che ad atti di autolesionismo è seguita l'ammissione al lavoro e per questo viene da pensare che i criteri di ammissione alle attività remunerate non sono poi così certi e che queste azioni vengano commesse strumentalmente per conquistare quel "di più" che consente di vivere la detenzione in modo meno pesante.
I posti di lavoro sono pochi ed alcuni sono, come detto, a rotazione: alcuni sono assunti Mof (Manutenzione Ordinaria Fabbricati), altri alla Fid (l'officina meccanica "fare impresa Dozza"), altri ancora alla lavanderia o in cucina; ci sono poi i lavori di ordinaria amministrazione, in cui vengono impegnati addetti alle pulizie dei vari reparti, alla manutenzione di aree verdi e gli "spesini", che si occupano di raccogliere l'elenco delle spese dei detenuti e distribuire i generi alimentari e non venduti da imprese esterne per il sopravvitto.
Sono proprio gli "spesini" che accedono alle informazioni sui conti correnti e hanno quindi il termometro della ricchezza e della povertà in carcere: ciò che si ha nel conto corrente diventa quindi anche qui un'etichetta, con cui si è ascritti al catalogo dei poveracci o di quelli che, invece, possono permettersi i "lussi" da detenuto abbiente.
Non so se si può sostenere che in carcere vi siano solo poveri, ma una cosa è certa: la povertà non si misura solo con i soldi, perché proprio in un posto come questo ci si rende conto che si può essere poveri e ricchi al tempo stesso. La ricchezza che ogni detenuto conserva nell'anima è la speranza di riuscire a uscire al più presto da questo incubo, ricostruendo la propria vita in modo positivo per sé e per i propri cari.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 26 novembre 2019
L'Italia istituzionale tace, ma a Ghedi e ad Aviano sono stoccate 70 ogive nucleari Usa. E ne stanno per arrivare di nuovissime. Silenzio di tomba nell'arco istituzionale italiano, sempre loquace sul Papa, sulle parole pronunciate da Francesco il 24 novembre a Hiroshima e a Nagasaki: "L'uso dell'energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine. È immorale il possesso delle armi atomiche". Parole imbarazzanti per i nostri massimi esponenti istituzionali che, come i precedenti, sono responsabili del fatto che l'Italia, paese non-nucleare, invece ospiti e sia preparata a usare atomiche statunitensi, violando il Trattato di non-proliferazione a cui ha aderito, che proibisce agli Stati militarmente non-nucleari di ricevere armi nucleari e di averne il controllo direttamente o indirettamente. Responsabilità ancora più grave perché l'Italia, come membro Nato, si è rifiutata di aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari votato a grande maggioranza dall'Assemblea generale dell'Onu: che impegna gli Stati firmatari a non produrre né possedere atomiche, a non usarle né a minacciare di usarle, a non trasferirle né a riceverle direttamente o indirettamente, con l'obiettivo della loro totale eliminazione.
Imbarazzante per i governanti la domanda che papa Francesco fa da Hiroshima: "Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra?". In Italia le bombe nucleari attualmente stimate sono in circa 70, tutte del modello B61, ma stanno per essere schierate sul territorio italiano le nuove e più micidiali bombe nucleari Usa B61-12 (in numero ancora sconosciuto) al posto delle attuali B-61. La B61-12 ha una testata nucleare con quattro opzioni di potenza selezionabili: al momento del lancio, viene scelta la potenza dell'esplosione a seconda dell'obiettivo da colpire. A differenza della B61 sganciata in verticale sull'obiettivo, la B61-12 viene lanciata a distanza e guidata da un sistema satellitare. Ha inoltre la capacità di penetrare nel sottosuolo, anche attraverso il cemento armato, esplodendo in profondità per distruggere i bunker dei centri di comando e strutture sotterranee, così da "decapitare" il paese nemico in un first strike nucleare.
Altrettanto imbarazzante è l'altra domanda del papa: "Come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l'intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti?". L'Italia, quale membro della Nato, ha avallato la decisione di Trump di cancellare il Trattato Inf che, firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan, aveva permesso di eliminare tutti i missili nucleari a gittata intermedia con base a terra schierati in Europa, compresi quelli installati a Comiso. Gli Usa mettono a punto nuovi missili nucleari a raggio intermedio con base a terra, sia da crociera che balistici (questi capaci di colpire gli obiettivi in pochi minuti dal lancio), da schierare in Europa, di certo anche in Italia, contro la Russia e in Asia contro la Cina. La Russia ha avvertito che, se verranno schierati in Europa, punterà i suoi missili nucleari sui territori in cui saranno installati.
Le potenze nucleari posseggono complessivamente circa 15.000 testate nucleari. Oltre il 90% appartiene a Stati Uniti e Russia: ciascuno dei due paesi ne possiede circa 7 mila. Gli altri paesi in possesso di testate nucleari sono Francia (300), Cina (270), Gran Bretagna (215), Pakistan (120-130), India (110-120), Israele (80), Corea del Nord (10-20). Altri cinque paesi - Italia, Germania Belgio, Olanda e Turchia - hanno insieme circa 150 testate nucleari statunitensi dispiegate sul proprio territorio. La corsa agli armamenti si svolge ormai però non sulla quantità ma sulla qualità: ossia sul tipo di piattaforme di lancio e sulle capacità offensive delle testate nucleari.
E quando Papa Francesco afferma che l'uso dell'energia nucleare per fini di guerra è "un crimine non solo contro l'uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune", che mette in pericolo il futuro della Terra, ecco che non dovrebbe tacere chi è impegnato nella difesa dell'ambiente: perché la più grave minaccia per l'ambiente di vita sul pianeta è la guerra nucleare, ed è prioritario l'obiettivo della completa eliminazione delle atomiche. Sarà ora recepito l'avvertimento di papa Francesco nella Chiesa e tra i cattolici - che in Giappone sono in prima fila contro ogni riarmo e riforma della Costituzione di pace?
di Loredana Biffo
caratteriliberi.eu, 26 novembre 2019
Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, vale la pena di ricordare le donne combattenti della Repubblica islamica dell'Iran, che conducono una lotta quarantennale contro l'oppressione del regime clericale fondato da Khomeini. Le donne della Resistenza iraniana, si trovano in prima linea nel conflitto provocato dalla dittatura teocratica e fortemente misogina instaurata da Khomeini nel 1979: si tratta dell'unico caso al mondo di opposizione a base femminile.
La Resistenza ha denunciato la situazione politico-sociale di un paese che vive in condizioni drammatiche, e in cui si registra la costante violazione di qualsiasi diritto: politico, di stampa, sociale e umano. In particolare il regime teocratico fonda la sua essenza proprio sulla sottomissione delle donne, attraverso un'applicazione letterale della sharia. Ciò rende unica in tutto il mondo musulmano l'egemonia femminile sulla Resistenza iraniana, che non a caso vede a capo, nel ruolo di Presidente eletta, una donna: Maryam Rajavi.
Le donne in Iran sono il motore del cambiamento, lo si vede chiaramente nel loro ruolo nelle proteste che da più di un anno scuotono il paese e che si sono intensificate negli ultimi giorni da quando il regime ha annunciato l'aumento del prezzo del carburante, fatto che ha intensificato la lotta legata ad un malessere generalizzato del popolo intero. La discriminazione di genere, e la segregazione a cui sono sottoposte, anziché indebolirle, hanno reso le donne sempre più forti e ribelli. Esse sono le vittime predestinate del governo degli ayatollah. L'abbassamento dell'età legale ed il matrimonio forzato per le bambine, la discriminazione nell'istruzione, la povertà e altri fattori hanno fatto si che decine di migliaia di queste abbandonino la scuola.
Sono 77 i campi di studio vietati alle ragazze (quelle che appartengono alle classi medio alte e che riescono a portare avanti gli studi) molte università non danno l'accesso alle donne. Anche in campo sportivo subiscono pesanti limitazioni, nelle gare internazionali, dove devono gareggiare con il velo per non incorrere nell'arresto una volta rientrate in patria, inoltre non possono entrare negli stadi. È stato un fatto di cronaca recente che ha fatto il giro del mondo il caso di Sahar Khodayari, la 22enne che si è data fuoco per protesta a causa del divieto di entrare allo stadio.
Non più di qualche mese fa un importante ayatollah ha dichiarato in seguito a proteste della comunità internazionale, che la "questione femminile non è negoziabile". Le donne in Iran sono quelle che pagano il prezzo più alto per le proteste che portano avanti, vengono arrestate per "Atti contro la sicurezza nazionale", torturate, violentate e uccise nelle famigerate carceri del regime.
Raheleh Rahemipour: è stata arrestata il 10 settembre 2017 nella sua abitazione di Teheran. Colpevole di aver chiesto al regime notizie del fratello scomparso, Hossei Rahemipour e di sua nipote Golrou Rahemipur, nata in carcere da Reheleh Rahemipour detenuta per sedizione, la bambina è stata separata dalla madre a soli 14 giorni e fatta sparire.
Mansoureh Behkish: condannata nel febbraio 2018 a 8 anni di reclusione per aver chiesto giustizia per 6 dei suoi fratelli e cognati giustiziati negli anni 80. Si tratta di una delle più note attiviste che chiedono giustizia per le vittime del grande massacro di prigionieri politici del 1988.
Mryam Kalangari: di anni 65 prelevata dalla sua abitazione e reclusa nel carcere di Arak il 13 gennaio 2018 nonostante utilizzasse un deambulatore e soffra di varie patologie tra cui complicazioni cardiache, polmonari artrite reumatoide e non sia in grado di sopportare la condizione carceraria. Condannata a 5 anni di reclusione con l'accusa di "Propaganda contro lo Stato".
Sono innumerevoli i casi di donne vittime della ferocia del regime, ma il loro motto è "combattere l'oppressore fino alla morte". La libertà delle donne iraniane, è indissolubile dalla libertà di quell'intero popolo.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 26 novembre 2019
È necessario partire dalla straordinaria valenza simbolica acquisita dall'Ebraismo agli occhi degli europei, costruita su due capisaldi: Cristianesimo e Shoah. Per capire la realtà profonda dell'antisemitismo, oggi più forte che mai, che cosa in esso si nasconda davvero in Italia come altrove, è necessario innanzi tutto partire da un dato: dalla straordinaria valenza simbolica acquisita dall'ebraismo agli occhi degli europei. Una tale valenza si è costruita su due capisaldi, il Cristianesimo e la Shoah. Grazie a essi l'Ebraismo oggi si presenta virtualmente come il momento iniziale e al tempo stesso il punto d'arrivo dell'intera storia d'Europa, in certo senso l'alfa e l'omega di tale storia, il principio e la fine.
Il principio, allorché l'emanazione religiosa neotestamentaria del giudaismo uscì dalla Palestina e si diffuse su questo continente dando forma e sostanza a quella civiltà europea che è ancora la nostra; e insieme però anche il punto terminale della vicenda che ebbe allora inizio. La fine da cui l'Europa non si risolleverà più, segnata dal suo suicidio storico tra le fiamme dell'Olocausto. Per l'Europa, insomma, l'Ebraismo è divenuto una sorta di luogo simbolico dell'Origine e contemporaneamente della Catastrofe.
Non basta. Proprio in ragione della Shoah, l'Ebraismo ha assunto - oggi soprattutto - anche il carattere di luogo simbolico di un giudizio sull'Europa che evidentemente non può che essere di irrimediabile condanna. Un giudizio che dal 1945 in avanti - e ben a ragione - esso ha rivendicato ed espresso in una molteplicità di forme. Attraverso le innumerevoli testimonianze autobiografiche, i tanti racconti, le smaglianti analisi e i bellissimi libri dei suoi storici e intellettuali, aventi tutti per argomento la persecuzione e lo sterminio; così come attraverso una richiesta incessante di risarcimento simbolico che ha come momento centrale la rievocazione instancabile, l'enfasi sulla memoria. La medesima funzione ha avuto in un certo senso anche la presenza di Israele. Una presenza ingombrante, che tuttora condiziona ogni mossa dei Paesi europei in quell'area cruciale del mondo costringendoli a una continua scelta, sempre difficile e imbarazzante, tra l'obbligatorio ricordo del passato e le ragioni della realpolitik? presente. Una presenza, quella di Israele, che per giunta non si stanca di mortificarci contrapponendo alla nostra pavida debolezza una rude fiducia e familiarità con la forza per noi inconcepibili.
In mille modi insomma l'Ebraismo sta lì, piantato come un fastidioso memento che impedisce all'Europa di dimenticare le proprie colpe legate indissolubilmente alla tragedia di un declino storico ormai a un passo dall'irrilevanza. Ma essere chiamati in giudizio non piace a nessuno. Anche se a farlo sono le Vittime, i Giusti per definizione: che proprio per questo, però, quasi sempre non sono amati per nulla, e anzi come si sa, risultano assai spesso antipatici. È per l'appunto questa sorda antipatia, è l'insofferenza per quanto detto finora, ciò che si muove nel fondo dell'odierno antisemitismo. Lo si può dire in un modo ancora più crudo: è l'insofferenza verso chi sentiamo aver acquisito una sorta di oggettiva superiorità morale ma a spese delle nostre disgrazie e delle nostre vergogne.
Se un tale sentimento può avere lo spazio che ha, ciò avviene, tuttavia, anche per la responsabilità della cultura democratica europea. La quale, quasi vergognandosi di sé e della propria tradizione storicista, si è arresa ai canoni del multiculturalismo, dell'eticismo, del pacifismo di principio, dell'approccio "postcoloniale", egemoni nelle università degli Stati Uniti e nella loro cultura. Sicché - a cominciare dalla fine della Seconda guerra mondiale e sempre di più avvicinandoci ai giorni nostri - essa ha offerto una narrazione della storia europea virata progressivamente in negativo. La terribile vicenda novecentesca con l'ombra cupa delle sue guerre e dei suoi massacri è stata in un certo senso proiettata all'indietro su tutto il nostro passato, finendo per costruirne una versione dominata di fatto dalla negatività. Soprattutto nei manuali scolastici, nella divulgazione e nel sentire comune, si è così affermata un'immagine della storia d'Europa - cioè alla fine un'immagine della nostra identità - fatta in massima parte di élite inadeguate, di risorgimenti falliti, di inutili stragi, di religioni causa per antonomasia di guerre e violenze, di disprezzo per le donne, di discriminazione nei confronti di ogni genere di diversità, di razzismo, di traffici di schiavi, di masse oppresse, di bellicismi sempre delittuosi, di sopraffazione e sfruttamento ai danni dell'universo mondo. In una prospettiva dove a prevalere sembra essere sempre stato il dato dell'interesse materiale. E dove, per converso, viene messa una sordina su tutta quella parte della storia che invece ha fatto dell'Europa odierna, guarda caso, il luogo dove milioni di dannati della terra cercano disperatamente asilo.
Ne risulta che l'atteggiamento diciamo così censorio che l'Ebraismo non può non avere verso il passato europeo (o che comunque come ho già detto esso per così dire oggettivamente incarna agli occhi degli stessi europei) cada sul terreno già in precedenza concimato da una lezione di autostima negativa quotidianamente impartita agli abitanti del continente.
È facile supporre allora come l'antisemitismo che oggi rialza la testa dappertutto, più che la manifestazione di un'effettiva avversione diretta nei confronti degli ebrei, rappresenti in realtà qualcos'altro. Vale a dire l'effetto aggressivo di un avvilimento, una forma di ottusa rivalsa per la capillare mortificazione che l'identità europea si trova a subire da tempo. Di rivalsa, e insieme diciamo pure d'invidia: nei confronti di un'identità storica che appare circonfusa della luce fulgida del martirio e della vittoria agli occhi di chi, invece, ha un'identità di cui non sa bene che cosa farsi e a proposito della quale sa solo che di certo non ha motivo di menare alcun vanto.
È una sorta di antisemitismo "indiretto", "di risulta", ad alimentare il quale gioca - sto parlando in particolare dell'Italia - un ultimo fattore: l'uso politico dell'Ebraismo da parte dei non ebrei. Cioè l'uso che gli esponenti politici non ebrei - solo loro, solo e sempre esponenti della politica, e dunque perlopiù, ahimè, personaggi agli occhi dell'opinione pubblica largamente screditati - fanno spesso e volentieri dell'Ebraismo.
Quando per attestare il proprio impeccabile status etico-ideologico si affrettano a cogliere strumentalmente la minima occasione per manifestare a gran voce la propria vicinanza/solidarietà/amicizia/stima, ecc., ecc. nei riguardi dell'Ebraismo.
Mostrando quasi una sorta d'interesse personale a enfatizzare oltremisura ogni più insignificante miserabile gesto antisemita per esibire quanto su quel piano sia irreprensibile la propria immagine e reprensibilissima invece quella dei loro avversari. Che un comportamento di tal genere sia davvero di vantaggio alla lotta contro l'antisemitismo, anche di questo, però, mi pare lecito dubitare moltissimo.
di Raniero La Valle
Il Manifesto, 26 novembre 2019
"Appena un istante, tutto venne divorato da un buco nero di distruzione e di morte". Così il papa ad Hiroshima. Ma lui è l'unico che resta ancorato a quel buco nero e che mette in gioco la sua autorità di leader per parlare da quel buco nero a un mondo che sembra volere sprofondarvi di nuovo. Chi ha colto fin dal suo sorgere l'inaudita novità del pontificato di Francesco, non si stupirà delle sue fermissime parole da Hiroshima e Nagasaki.
DA "queste terre che hanno sperimentato come poche altre la capacità distruttiva cui può giungere l'essere umano" per condannare le armi nucleari come "un crimine" e il pensiero stesso che le ha concepite. Un papa che ha cominciato a Lampedusa ("Vergogna!" salvare le banche e non i naufraghi), che nel memoriale della Shoà in Israele ha rinominato il peccato originale come il peccato non dell'Adam, ma di Caino, che ha aperto l'Anno santo non a Roma ma a Bangui, che ha convocato la Chiesa intera al capezzale dell'Amazzonia morente per il fuoco appiccato dagli uomini, non poteva non salire a quel buco nero.
Vi è salito come al vero nuovo altare su cui l'umano, e insieme anche il divino, sono bruciati per il sacrificio. E ha detto queste parole: "Con convinzione desidero ribadire che l'uso dell'energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l'uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L'uso dell'energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo... Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra?".
Come sono lontani i vescovi americani che al Concilio, per assolvere la strategia della deterrenza e l'equilibrio del terrore, impedirono che si condannasse anche il solo possesso delle armi nucleari! Ora la Chiesa, finché il papa è il papa, ne condanna oltre al possesso anche la fabbricazione e il commercio, perché la corsa agli armamenti, egli ha detto appena è arrivato a Nagasaki, "spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell'ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo".
Ed ha aggiunto una nuova definizione alla pace, dopo quella di Giovanni XXIII ("la pace è fuori della ragione") dicendo che "la vera pace è disarmata": o è disarmata o non è, ossia non può esserci: "Le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. La vera pace può essere solo una pace disarmata". Essa non sta solo in un non fare (non fare la guerra) ma in un costruire continuo nella giustizia il bene di tutti.
Giustamente noi ci siamo scandalizzati al sapere che pochi ricchi hanno tanta ricchezza quanto la metà più povera della terra, ma ancora di più dovremmo indignarci al sapere che la grottesca enormità della spesa per gli armamenti (giunta, dicono gli analisti, a 1800 miliardi di dollari l'anno scorso) non solo toglie ogni speranza ai poveri, ma impedisce di porre mano alla vera emergenza che minaccia un altro buco nero per il mondo intero: la devastazione degli ecosistemi e la fine stessa della storia. Perché tutto si tiene. "È un grave errore pensare che oggi i problemi possano essere affrontati in maniera isolata senza considerarli come parte di una rete più ampia", ha detto papa Francesco a Tokyo. E non a caso parlando al recente Congresso mondiale del diritto penale, ci ha tenuto a dire che sta per mettere nel Catechismo della Chiesa cattolica un nuovo peccato, quello ecologico, che grida anch'esso, come la guerra, contro Dio e gli uomini.
Perché se il sistema politico non giunge a metterlo tra i crimini, lui intanto lo ascrive al peccato; e si sa come nella storia i due termini si siano, anche fortunosamente, intrecciati.
La verità è che siamo arrivati a quella svolta epocale per la quale la salvezza dell'umanità e del mondo non è più solo l'argomento delle religioni e delle Chiese, ma è l'urgenza stessa della politica e del diritto. Le due salvezze si incontrano, diventano una sola, fede e storia, grazia e libertà, sono portate dai fatti a incontrarsi in una sintesi nuova, escono dalla dialettica degli opposti. Eppure proprio ora l'irrompere dei particolarismi, dei nazionalismi, dei sovranismi sta distruggendo quel tanto di ordine internazionale che con tanta fatica si era cominciato a costruire dopo la prova della seconda guerra mondiale.
Nel messaggio di Nagasaki sulle armi nucleari il papa ha denunciato proprio questo rovesciamento che è in corso, che si manifesta nello "smantellamento dell'architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un'erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell'attuale contesto segnato dall'interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e anche dedizione da parte di tutti i leader". Ormai gli appelli, le denunce, e anche milioni di voci che si levano dalle piazze non bastano più.
Va ripresa con coraggio la strada gloriosa dell'internazionalismo, la costruzione del multilateralismo. Questo, oggi, è il vero "stato d'eccezione" su cui ieri si insediavano i vecchi sovrani. Ma per fare questo occorre tornare alla politica per promuovere una politica per la Terra; occorre fondare un diritto capace di dettare regole impegnative per tutti, un costituzionalismo mondiale e un sistema di garanzie che lo renda efficace, occorre una Costituzione per la Terra.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 26 novembre 2019
Dopo il 40mo venerdì consecutivo di proteste nelle strade, l'annuncio dello sciopero generale giovedì 28. 150 gli arresti in pochi giorni. Bisogna tornare al "decennio nero" degli anni '90 per assistere a una serie di arresti in massa come è avvenuto in quest'ultima settimana in Algeria. "Più di 150 persone arrestate in pochi giorni" secondo un primo bilancio pubblicato dal Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti (Cnld) "con capi d'accusa come quello di "indossare l'emblema amazigh (berbero, ndr)" o quelli di attentato "all'unità nazionale" e "all'integrità dell'esercito" o al "divieto di adunata sediziosa".
A nove mesi dall'inizio delle proteste, di fronte a questa escalation il popolo algerino continua a contestare il regime e ad affermare la propria contrarietà alle presidenziali, previste per il 12 dicembre, visto che "si tratta più di una campagna di arresti che di una campagna elettorale". Come effetto di questa dura repressione, le proteste si intensificano sempre più. A poco meno di tre settimane dalle elezioni, il livello della mobilitazione è intatto, come è sembrato evidente durante il quarantesimo venerdì consecutivo dell'hirak (movimento), che ha visto un fiume di persone sfilare nelle strade per chiedere il boicottaggio delle presidenziali, viste come l'ennesimo tentativo del regime di "riciclarsi". Dal primo giorno di campagna elettorale, lo scorso 17 novembre, si sono moltiplicate anche le manifestazioni di dissenso nei confronti dei cinque candidati alle presidenziali. A Tlemcen centinaia di giovani hanno cercato di ostacolare l'incontro di Ali Benflis, presidente del partito Talai el Houriyat, con decine di persone arrestate e condannate in tempi rapidissimi. Stessa sorte è toccata al candidato islamista, ex ministro del Turismo, Abdelkader Bengrina, bloccato per ore in un hotel, con le immagini della sua "liberazione" da parte della polizia che hanno fatto il giro dei social.
Il Cnld ha indetto lo sciopero generale questo giovedì, 28 novembre, per "chiedere il rilascio di tutti i detenuti dell'hirak e l'immediata cessazione della repressione giudiziaria", con un appello rivolto a tutte le associazioni, i sindacati e agli esponenti della società civile. Lo stesso Cnld non esclude "l'annullamento dei risultati delle prossime elezioni presidenziali del 12 dicembre" perché il voto sarà totalmente boicottato in diverse wilaya (regioni, ndr), come in Cabilia, "compromettendo uno dei fondamenti della costituzione algerina: l'unità nazionale". Nonostante gli incontri dei candidati senza pubblico e gli inviti al boicottaggio, il vero uomo forte del regime, il generale Ahmed Gaïd Salah, non pensa ad alcun rinvio delle elezioni, ma al contrario continua ad esprimere "la sua soddisfazione riguardo alla volontà degli algerini di andare massicciamente alle urne".
Le incertezze sul voto del 12 dicembre rimangono, come confermato dal diplomatico Abdelaziz Rahabi, intervistato dal giornale online Tsa. "Mi sarebbe piaciuto un clima diverso, con la liberazione dei detenuti di opinione e l'apertura dei media (...). L'unica certezza è che non è stato possibile raggiungere un accordo politico che consentisse alle elezioni di svolgersi in condizioni adeguate e che avrebbe incoraggiato gli algerini ad andare alle urne".
di Flore Murard-Yovanovitch
Il Manifesto, 26 novembre 2019
Intervista a Omer Shatz. Parla l'avvocato che denuncia all'Aja le colpe europee nei respingimenti in Libia. "In mare è in corso una guerra ma il nemico non sono gli Stati, bensì civili vulnerabili che preferiscono morire che tornare nei campi".
Lo scorso mese di giugno è stato presentato alla Corte penale internazionale (Cpi) un esposto che accusa l'Unione europea e gli Stati membri di "crimini contro l'umanità" per le politiche migratorie che hanno causato migliaia di morti in mare e respingimenti in Libia.
La responsabilità europea nelle morti è dimostrata in un documento di 242 pagine che analizza ogni scelta, decisione, dichiarazione pubblica dei funzionari e dei politici dei Paesi membri e delle istituzioni comunitarie. Al cuore della denuncia, che prende in esame il periodo dal 2014 ad oggi, la consapevolezza delle autorità italiane e europee nella creazione di quella che è la "rotta migratoria più mortale del mondo" e delle conseguenze letali dei respingimenti sistematici dei migranti in Libia.
I reati ipotizzati riguardano l'"omissione di soccorso" - l'Ue non avrebbe intenzionalmente salvato i migranti in difficoltà in mare per scoraggiare gli altri, nella consapevolezza del crescente numero di morti a seguito del passaggio dall'operazione "Mare nostrum" a "Triton" (2014-2016): quasi 20.000 morti; e "crimini per procura" - dopo che le navi delle Ong sono intervenute salvando i migranti e sbarcandoli in Europa, l'Ue ha delegato alla sedicente Guardia costiera libica l'intercettazione e il refoulement dei migranti nei campi libici, commettendo - secondo gli autori dell'esposto - crimini contro l'umanità di persecuzione, deportazione, detenzione, schiavitù, stupro, tortura e altri atti inumani (2016-2019): 50.000 i civili respinti in Libia.
In particolare, vengono chiamati in causa i Paesi che hanno svolto un ruolo cruciale nella definizione della politica europea sulla migrazione, cioè Italia, Germania e Francia. Tra i nomi che compaiono negli atti d'accusa ci sono quelli dei primi ministri Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Emmanuel Macron e Angela Merkel. Ma anche quelli degli ex ministri dell'Interno Marco Minniti e Matteo Salvini. Ora l'ufficio della procura dell'Aia dovrà decidere se acquisire la denuncia, un primo passo che potrebbe portare all'apertura di una inchiesta.
Tra gli avvocati che hanno preparato il caso ci sono l'esperto di diritto internazionale dell'Istituto di studi politici di Parigi, Omer Shatz, a cui il manifesto ha rivolto alcune domande, e l'avvocato franco-spagnolo Juan Branco, consigliere di WikiLeaks. I due esperti discutono oggi della loro tesi alle ore 14.30 all'Università Europea di Firenze (School of Transnational Governance).
Avvocato Shatz, che esito prevede potrà avere il vostro esposto alla Cpi?
Il risultato non potrebbe essere più certo. Legalmente non esiste uno scenario in cui funzionari dell'Ue e degli Stati membri non possano essere processati per i crimini contro l'umanità commessi in Libia e nel Mediterraneo centrale. Se la Corte continuerà ad indagare per gli stessi crimini solo gli attori africani, lasciando ai loro omologhi europei piena impunità, sarà per sempre percepita come uno strumento colonialista e un tribunale parziale. Quindi, in un certo senso, la Cpi deve scegliere se sacrificarsi per salvare l'Ue: una scelta difficile, visto che l'Ue è il principale finanziatore e sostenitore della Corte.
Che conseguenze può avere la scelta della procuratrice Fatou Bensouda di indagare solo sui crimini commessi nei centri di detenzione contro migranti e rifugiati e di perseguire solo i trafficanti di esseri umani ed alcuni esponenti libici coinvolti nel traffico?
La procuratrice sta indagando solo 3 o 4 individui, che non sono i principali responsabili, e tutti africani. Poiché la corte ha completamente fallito in otto anni di indagini, ha rinviato i suoi poteri ai singoli Stati che non hanno interesse a indagare su questi crimini; perché i governi - libici ed europei - sono i principali trafficanti di esseri umani. Infine, la Cpi ha condiviso le sue prove e informazioni-chiave con i principali sospettati, contaminando l'intera indagine.
L'Italia ha appena rinnovato gli accordi con la cosiddetta guardia costiera libica, l'Ue prosegue la propaganda, l'inchiesta della Cpi evita di perseguire i più alti rappresentanti dell'Italia e della Ue... Come pensate di rompere questa impunità?
Al di là delle gravi implicazioni sulla legittimità e la credibilità di questo tribunale, se la Cpi non vuole andare avanti con le indagini sugli attori dell'Ue noi procederemo con l'azione penale nei tribunali nazionali sulla base della giurisdizione universale. Prima o poi, alla Cpi o altrove, ci sarà un secondo tribunale di Norimberga, perché per la prima volta dalla seconda guerra mondiale l'Europa è direttamente implicata in crimini contro l'umanità.
Il cuore della vostra tesi è che i politici europei avessero piena consapevolezza dei loro atti e delle loro conseguenze, sia nella creazione della "rotta migratoria più letale del mondo", sia dei crimini perpetrati nei campi di prigionia in Libia...
Stiamo assistendo a due fenomeni sorprendenti: il primo è il modo in cui l'Europa ha inventato dal nulla, con la disumanizzazione e la reificazione dei "migranti", una categoria fittizia di civili, solo allo scopo di colpirli. Ciò che è iniziato con la discriminazione e la criminalizzazione, è diventato poi rigetto e in ultima analisi sterminio. Questa deriva è accaduta a piccoli passi, così il processo per il quale siamo arrivati a tollerare il massacro sistematico di 20.000 bambini, donne e uomini, e il trasferimento forzato e la schiavitù di 50.000 sopravvissuti nei campi di concentramento, è quasi "invisibile". Il secondo fatto, è che descriviamo tutto questo come una "tragedia" o disastro naturale, mentre si tratta in realtà, in modo innegabile, di una decisione consapevole: una politica intenzionale, attentamente calcolata e pianificata con cura.
Parliamo dei rappresentanti al più alto livello europeo, tra cui Commissionari Ue, direttori di Frontex, ex ministri dell'Interno come Marco Minniti e Matteo Salvini? Psicologicamente abbiamo difficoltà a percepire che l'Ue, una democrazia liberale, sia implicata in atroci crimini...
Sono totalmente d'accordo. In risposta al nostro caso, la Commissione europea ha dichiarato che il suo "obiettivo primario è quello di salvare vite nel Mediterraneo"; ma se questo fosse vero, perché allora impediscono alle Ong di salvare vite in mare? Perché criminalizzano coloro che agiscono sulla base del diritto internazionale? Hanno anche detto che i campi in Libia devono essere chiusi e i sopravvissuti evacuati. Ma se fosse vero, perché continuano a rimandarci ogni giorno centinaia di persone?
Con il suo collega Juan Branco ha letto migliaia di pagine di rapporti, fonti diplomatiche, documenti interni della Commissione europea, di Frontex: quale idea vi siete fatta della catena di comando dell'Unione europea?
L'Ue è un apparato di potere molto burocratico, dove ogni parte del puzzle può razionalizzare al massimo il proprio processo decisionale. La dissonanza dell'Ue tra il suo discorso e la pratica è orwelliana, mentre si è arresa de facto alle teorie di destra populista sulla presunta "sostituzione etnica". L'Ue paga le milizie libiche per eseguire i crimini che non può commettere da sola, ad esempio il respingimento e l'internamento nei campi di concentramento; mentre paga anche l'Unhcr e l'Iom per mantenere in vita i sopravvissuti e fargli accettare di tornare nei loro Paesi; l'Unione europea finanzia l'operazione Sophia per addestrare le milizie libiche e gestire i droni per monitorare il refoulement. Abbiamo quindi a che fare con un apparato di potere molto sofisticato, che utilizza mezzi materiali, finanziari, tecnologici e simbolici per razionalizzare al massimo le proprie azioni illecite, tenerle lontane dall'attenzione pubblica ed evitare le proprie responsabilità.
Infatti, dal cuore della civiltà occidentale, rimandiamo esseri umani in campi paragonabili ai Lager.... siamo di fronte ad una chiara svolta storica: qual è il peso morale per tutti noi, cittadini di uno spazio politico dove sono commessi tali crimini?
Ci siamo purtroppo abituati al modo in cui viene definita la popolazione bersaglio: i migranti come gruppo sono una invenzione degli ultimi anni. Prima parlavamo di "immigrati" o "emigranti". A differenza degli Ebrei, Bosniaci, Uiguri, Yazidi, e Rohingya c'è poco di comune tra i membri di questo gruppo "migrante", a parte la loro caratteristica di essere in movimento: provengono da diverse nazionalità, religioni, culture e contesti socioeconomici, le loro motivazioni per il transito sono diverse. L'unico elemento comune per perseguitarli è il loro desiderio di fuggire da un'area di conflitto armato. Come scriveva Saviano, c'è una guerra tranquilla nel Mediterraneo. Ma il nemico di questa guerra non sono Stati o combattenti, ma civili vulnerabili che preferiscono "suicidarsi" in mare per non soffrire ulteriormente nei campi. Sono nato sulle rive del Mediterraneo e come padre di un bambino penso ogni giorno a come si sia trasformato questo bellissimo Mare nostrum, nel più grande cimitero del mondo, pieno di bambini morti di cui non conosceremo mai il nome. Il male radicale o banale forse significa proprio questo: non riuscire a capire come una "cortese" Unione europea, sia coinvolta in un'impresa così letale. L'ironia è che costruendo muri per proteggere i valori dell'Europa - la nozione liberale di diritto dell'uomo, i principi dei diritti umani - essi stessi vengano distrutti in modo irreversibile. Non c'è mai stata una "crisi migratoria" ma una "crisi esistenziale dell'Europa".
di Cristin Cappelletti
open.online, 26 novembre 2019
I documenti ottenuti dall'International Consortium of Investigative Journalism rivelano un sistema di prigionia di massa. Un lavaggio del cervello sistematico per milioni di uiguri musulmani detenuti in Cina nella regione dello Xinjiang. È quanto rivelano i documenti ufficiali delle autorità cinesi di cui è entrato in possesso l'International Consortium of Investigative Journalists (Icij), a cui appartengono anche la Bbc e il The Guardian.
I documenti classificati sono arrivati all'Icij attraverso una catena di uiguri esiliati. Il governo cinese sostiene però da tempo che i campi dello Xinjiang offrano istruzione e formazione volontaria contro l'estremismo alla minoranza uigura. Dai documenti trapelati, ribattezzati China Cables, emerge invece come Pechino abbia dato istruzioni precise su come gestire questi posti: cioè prigioni di massima sicurezza, con una rigida disciplina, punizioni e divieto di fuga, dove la vita dei detenuti viene monitorata continuamente.
Negli ultimi due anni attraverso descrizioni, testimonianze di ex detenuti, e immagini satellitari è emerso un sistema di campi gestiti dal governo nello Xinjiang abbastanza grande da contenere un milione o più di persone. Ultima in ordine di tempo è la rivelazione fatta dal New York Times che attraverso documenti classificati ha svelato gli ordini impartiti dal presidente cinese Xi Jinping in merito alla repressione degli uiguri: "Nessuna pietà".
Ma quello messo in atto da Pechino è un sistema pensato nei minimi particolari, un sistema di massima sorveglianza orwelliana grazie al supporto di tecnologia super sofistica fornita, secondo diverse denunce, da aziende cinese come Huawei e da tecnologia statunitense super specializzata. Secondo Adrian Zenz, accademico tedesco esperto della regione e sui campi, quello che sta avvenendo in Cina "è probabilmente la più grande detenzione di minoranze etno-religiose dopo l'Olocausto". Ma Pechino nega: "I documenti, i cosiddetti documenti di cui state parlando sono vere e proprie macchinazioni. Se volete noi possiamo fornire molta documentazione sul tipo di educazione vocazionale del centro detentivo. Non ascoltate le fake news, le fabbricazioni dei fatti", ha dichiarato l'ambasciatore cinese a Londra, Liu Xiaoming.
Campi di "rieducazione": cosa dicono i documenti - A partire dal 2017 circa un milione di uiguri, secondo le stime del governo statunitense, sono stati rinchiusi in campi che Pechino definisce "centri di istruzione e formazione professionale". Un programma che la Cina giustifica nel contesto della sua lotta contro il terrorismo islamico. In questi campi costruiti in tutto Xinjiang, la regione autonomia a nord ovest della Cina, i detenuti sono costretti a imparare il mandarino, a rinunciare a presunti pensieri "estremisti" e a sottoporsi a un indottrinamento quotidiano sul partito comunista cinese.
Diversi ex detenuti hanno affermato di aver subito torture e abusi sessuali. Abduweli Ayup intervistato da Al Jazeera, ora esule a Istanbul, ha dichiarato di essere stato violentato da 20 uomini in una sola notte durante il suo periodo di internamento e di essere stato più volte umiliato torturato. Storie che si intrecciano con quelle che di donne che raccontano di essere state anch'esse violentate e perfino costrette ad abortire. I documenti classificati rivelano come ogni aspetto della vita di un detenuto venga monitorato e controllato: "Gli studenti devono avere una posizione fissa sul letto, un posto fisso in classe e una stazione fissa durante il lavoro, ed è severamente vietato che questo venga cambiato".
Linee guida rigide per garantire una sorveglianza ravvicinata 24 ore su 24. Regolamenti che stabiliscono anche "disposizioni per alzarsi, telefonare, lavarsi, andare in bagno, organizzare e fare le pulizie, mangiare, studiare, dormire, chiudere la porta e così via". "Le porte del dormitorio - si legge - devono essere chiuse due volte per gestire e controllare rigorosamente le attività degli studenti per prevenire fughe durante le lezioni, i periodi di alimentazione, le pause del bagno, l'ora del bagno, le cure mediche, le visite della famiglia".
E proprio le famiglie rimangono per mesi all'oscuro del destino dei familiari, rastrellati per strada e deportati dall'oggi al domani. Ai detenuti non è permesso di tenere cellulari e le chiamate a madri, padri, figli, fratelli sono consentite solo una volta alla settimana, mentre le video chiamate sono concesse una volta al mese. Un modo, si legge nei documenti, "per rassicurare la famiglia e il detenuto sul suo stato di salute".
Oltre i confini cinesi: la longa manus della repressione di Pechino - Il file più lungo, il cosiddetto telegramma, istruisce inoltre il personale del campo su come prevenire le fughe, mantenere la totale segretezza sull'esistenza dei campi, sui metodi di indottrinamento forzato, come controllare le epidemie di malattia e quando consentire ai detenuti di vedere i parenti o persino usare il bagno. Il documento, che risale al 2017, mette inoltre a nudo un sistema di valutazione del comportamento per infliggere punizioni o ricompense per i detenuti. Un sistema che aiuta a determinare, tra le altre cose, se i detenuti possono entrare in contatto con la famiglia e quando vengano rilasciati.
Ma l'azione di Pechino si estende anche oltre i suoi confini. I documenti descrivono le direttive esplicite volte ad arrestare anche gli uiguri con cittadinanza straniera e per rintracciare coloro che vivono all'estero attraverso l'aiuto di ambasciate e consolati cinesi. Tanti i cittadini kazaki di etnia uigura che sono stati trattenuti in Cina durante viaggi nello Xinjiang deportati in una dei campi di "rieducazione" con il tacito assenso dei rispettivi governi. La repressione di Pechino non ha colpito però solo gli adulti. Negli ultimi anni in parallelo al nascere di nuovi campi e strutture di internamento è aumentato anche il numero degli orfanotrofi. I bambini, strappati alle famiglie deportati nei campi subiscono lo stesso programma di indottrinamento in un tentativo da parte di Pechino di eliminare per sempre la cultura e l'identità uigura.
Chi sono gli uiguri? - Minoranza turcofona di religione musulmana, gli uguri hanno vissuto prevalentemente in Asia centrale, in particolare nella regione ora conosciuta come Xjinjiang. Infatti è solo nel 1911 che l'allora Turkestan dell'Est, finisce sotto il controllo del governo cinese. Dopo alcune esperienze di autonomia governativa, nel 1949 viene creato uno Stato del Turkestan orientale. Avrà vita breve perché, nello stesso anno, lo Xinjiang diventerà ufficialmente parte della Cina comunista. Gli uiguri hanno dovuto a lungo affrontato l'emarginazione economica e la discriminazione politica come minoranza etnica, che ora rappresentano quasi 11 milioni di persone in un paese in cui quasi il 92% della popolazione di 1,4 miliardi è di etnia cinese Han. La maggior parte degli uiguri cinesi vive nello Xinjiang, una regione prevalentemente montuosa e desertica nell'estremo nord-ovest del paese.
I problemi con Pechino - Le tensioni tra Uiguri, da un lato, e il governo e la popolazione cinese Han della regione, dall'altro, sono spesso sfociate nella violenza. Nel 2009, gli uiguri iniziarono delle rivolte nella capitale dello Xinjiang, Urumqi. In quegli scontri 200 persone rimasero uccise, vittime che per le autorità cinesi sarebbero state in prevalenza Han. La Cina ha incolpato i separatisti uiguri e ha promesso di eliminare l'ideologia islamica militante tra la popolazione uigura. In una dichiarazione al The Guardian, la Cina ha affermato che i campi sono uno strumento efficace nella sua lotta contro il terrorismo e non violano la libertà religiosa.
Secondo l'ambasciata cinese nel Regno Unito "da quando sono state prese le misure, negli ultimi tre anni non c'è stato nessun singolo episodio di terrorismo. Lo Xinjiang si è trasformato di nuovo in una regione prospera, bella e pacifica". "Le misure preventive non hanno nulla a che fare con l'eradicazione dei gruppi religiosi - scrive l'ambasciata. La libertà religiosa è pienamente rispettata nello Xinjiang".
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 26 novembre 2019
Informazione nel mirino. Pesante avvertimento ai giornalisti di Mada Masr. La direttrice Lina Atallah: "È solo l'inizio". Il raid delle forze di sicurezza sembra collegato a un'inchiesta pubblicata sul figlio maggiore del presidente e sulle tensioni all'interno dei servizi.
La redazione di Mada Masr, sito di informazione indipendente egiziano, è stata attaccata domenica dalle forze di sicurezza. Diversi membri del giornale sono stati trattenuti per alcune ore e tre di loro, tra cui la direttrice Lina Atallah, sono stati portati in una stazione di polizia e rilasciati solo in serata. Appena il giorno prima era stato arrestato durante una perquisizione notturna in casa un altro redattore, Shady Zalat, detenuto per più di 24 ore in un luogo sconosciuto.
Il raid è avvenuto intorno alle 13.30 di domenica, quando circa venti uomini in borghese hanno fatto irruzione negli uffici della redazione. Ai presenti sono stati immediatamente confiscati computer portatili e telefoni, poi ispezionati dagli agenti. Le forze di sicurezza hanno ripetutamente interrogato alcuni giornalisti nel corso del pomeriggio, mentre le comunicazioni con l'esterno venivano completamente interrotte e a nessuno, compresi gli avvocati, veniva concesso di accedere all'interno.
Anche due collaboratori stranieri, un cittadino statunitense e una britannica, sono stati fermati, identificati e interrogati, mentre due giornalisti francesi arrivati per un'intervista con Atallah sono stati trattenuti e poi rilasciati in seguito a pressioni dei funzionari diplomatici arrivati sul posto. Alla fine, anche Shady Zalat è stato rilasciato, quando il sequestro della redazione era ancora in corso, abbandonato su un'autostrada nel deserto all'estrema periferia della capitale.
L'arresto di Zalat sabato era suonato come un preoccupante avvertimento per i giornalisti di Mada. "È solo l'inizio - aveva commentato Atallah -, questo è un messaggio per dire che è arrivato il nostro turno". In effetti Mada Masr, nonostante le difficoltà di questi anni, è stata una delle pochissime piattaforme di informazione riuscite a sopravvivere alla repressione e alle restrizioni della dittatura. Nata nel 2013, poco prima del colpo di stato, Mada viene fondata da un gruppo di giornalisti espulsi da una importante società di informazione e in poco tempo si afferma come uno dei siti più in vista del panorama egiziano. Senza cedere alla faziosità di una politica estremamente polarizzata, ma mantenendo sempre chiara la sua ispirazione e la vicinanza alle lotte civili, politiche, sociali e per i diritti umani, insieme a una grande professionalità, Mada Masr ha fatto del lavoro di inchiesta, di documentazione e ricerca una cifra del suo stile di informazione.
Anche dopo l'oscuramento del sito in Egitto nel 2017 (insieme ad almeno altri 500 siti) ha continuato a operare, cercando di restare accessibile al pubblico egiziano attraverso alcuni stratagemmi che aggirano il blocco. Ma Mada Masr (pubblicato in arabo e in inglese) è anche una fonte imprescindibile di notizie, analisi e approfondimenti e punto di riferimento per la stampa straniera e i ricercatori di tutto il mondo. Il sito ha spesso pubblicato in esclusiva notizie provenienti dall'interno degli apparati di stato, senza mai paura di toccare argomenti tabù, come i servizi di sicurezza o l'esercito.
Il raid di domenica sembra legato proprio a una di queste inchieste, uscita pochi giorni fa, che riguarda direttamente il figlio maggiore del presidente Abdel Fattah al-Sisi, Mahmoud. Secondo diverse fonti interne al Servizio di intelligence generale e un'altra fonte vicina alle autorità degli Emirati Arabi, il giovane Mahmoud al-Sisi (un ufficiale di alto livello nello stesso servizio di sicurezza) starebbe per essere rimosso dal suo incarico e inviato in una missione di lungo periodo a Mosca, come delegato militare. Non un declassamento dunque, ma comunque un modo per allontanarlo dagli apparati, dove il suo operato sembra aver generato tensioni e malessere, anche per l'influenza crescente esercitata sul padre-presidente. Nell'Egitto di al-Sisi, soprattutto negli ultimi anni, non è più chiaro quali siano le linee rosse da non superare, il potere agisce in modo arbitrario, spesso senza una logica prevedibile.
Mada Masr in ogni caso non si arrende. Ieri in un messaggio pubblicato dalla pagina Facebook la redazione ha ringraziato per la solidarietà ricevuta, annunciando: "Siamo sani e salvi e pronti a tornare". "La nostra unica opzione - scrive Atallah - è lottare per poter continuare a fare il nostro lavoro".
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