Corriere della Sera, 27 novembre 2019
Erano stati condannati all'ergastolo quando avevano 16 anni. Tre uomini arrestati nel 1983 e giudicati colpevoli dell'assassinio di un teenager in una scuola pubblica di Baltimora sono stati scarcerati dopo che la magistratura ha riconosciuto l'errore giudiziario. Alfred Chestnut, Andrew Stewart e Ransom Watkins, ora ultracinquantenni, avevano 16 anni ed erano studenti di liceo quando 36 anni fa finirono dietro le sbarre. All'epoca, l'assassinio del quattordicenne DeWitt Duckett aveva fatto scalpore: il ragazzino era stato ferito mortalmente per rubargli un giaccone della Georgetown University. Revisionando il caso gli investigatori hanno scoperto che a sparargli era stato un altro studente, Michael Willis, a sua volta ucciso in una sparatoria nel 2002.Chestnut, Stewart e Watkins avevano fin dall'inizio protestato la loro innocenza. E avevano continuato a battersi, tanto da rinunciare allo sconto di pena e restare in cella perché negavano di aver commesso il fatto.
Il caso era stato riaperto su insistenza di Chestnut, che qualche mese fa aveva scritto una lettera alle autorità dopo aver ottenuto i documenti con i racconti di diversi testimoni. I quali avevano identificato il killer ma erano stati ignorati dalla polizia.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 27 novembre 2019
Il Tribunale dei ministri sul caso migranti: lo Stato di primo contatto è quello della nave. La responsabilità di assegnare un "porto sicuro" alle navi con i profughi soccorsi in mare spetta allo "Stato di primo contatto", che però non è sempre facile individuare. Tuttavia, volendo seguire "alla lettera" le indicazioni che si possono ricavare da Convenzioni e accordi, "lo Stato di primo contatto non può che identificarsi in quello della nave che ha provveduto al salvataggio"; dunque se un'imbarcazione che ha raccolto i naufraghi batte bandiera tedesca, è alla Germania che deve rivolgersi per ottenere l'approdo.
Così ritiene il tribunale dei ministri di Roma, che anche per questo motivo, il 21 novembre, ha archiviato le accuse di omissione di atti d'ufficio e abuso d'ufficio nei confronti dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini e del capo di Gabinetto Matteo Piantedosi, per aver negato lo sbarco ai 65 migranti che si trovavano a bordo della nave tedesca Alan Kurdi, della Ong Sea Eye, nell'aprile scorso. "L'assenza di norme di portata precettiva chiara applicabili alla vicenda - hanno scritto i giudici Maurizio Silvestri, Marcella Trovato e Chiara Gallo - non consente di individuare, con riferimento all'ipotizzato, indebito rifiuto di indicazione del Pos (Place of safety), precisi obblighi di legge violati dagli indagati, e di conseguenza di ricondurre i loro comportamenti a fattispecie di rilevanza penale".
Niente reati quindi, e niente processo. Qualche giorno fa Salvini aveva esultato alla notizia dell'archiviazione: "Finalmente un tribunale riconosce che bloccare gli sbarchi non autorizzati non è reato"; ora le motivazioni del provvedimento potrebbero accrescere la sua soddisfazione. Oltre a stabilire la responsabilità dello Stato di appartenenza della nave che ha soccorso i profughi, infatti, il tribunale romano aggiunge che quando - come nel caso della Alan Kurdi, e come spesso accade - le coste di quel Paese sono troppo lontane, "la normativa non offre soluzioni precettive idonee ai fini di un intervento efficace volto alla tutela della sicurezza dei migranti in percolo". Le leggi sono inadeguate, e tutto è rimesso a "una concreta e fattiva cooperazione tra gli Stati interessati che, fino a oggi, è di fatto scritta solo sulla carta".
L'interpretazione di norme e regolamenti, però, sembra tutt'altro che scontata. E difficilmente il provvedimento del tribunale porrà fine a denunce e inchieste. Come dimostra la richiesta della Procura di Roma, che aveva sollecitato i giudici ad archiviare il fascicolo con motivazioni ben diverse. Secondo le conclusioni del pm Sergio Colaiocco (avallate dai procuratori aggiunti Michele Prestipino, Paolo Ielo e Francesco Caporale), una volta interpellata l'Italia aveva l'obbligo di concedere il Pos, in forza della Convenzione di Amburgo. Ma non il ministero dell'Interno (e dunque Salvini), bensì la Guardia costiera, che fa capo al ministero delle Infrastrutture. Il quale con un atto del 2015 ha delegato la pratica al Viminale per accelerare le procedure: ma ciò non fa venire meno la propria responsabilità, e le eventuali omissioni.
Nel caso della Alan Kurdi, Salvini fece scrivere a Piantedosi una direttiva di divieto d'ingresso e transito nelle acque italiane che per i pm "appare in contrasto con più di una disposizione di legge". Tuttavia per contestare l'abuso d'ufficio serve un "dolo intenzionale" mirato a provocare danni a terzi, mentre l'ex ministro e il suo capo di Gabinetto avevano altri intenti. Di qui la richiesta di archiviazione per ragioni del tutto differenti da quelle del tribunale: l'illecito di Salvini ci fu, senza però rientrare nei reati di omissione o abuso d'ufficio.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 27 novembre 2019
Il detenuto era un malato terminale ma, denunciano i palestinesi, Israele non gli ha concesso di morire a casa. Almeno 70 i palestinesi feriti o intossicati dai gas lacrimogeni durante le proteste. Sami Abu Diak è spirato nella notte tra lunedì e martedì nel centro medico israeliano di Assaf Harofeh, in stato di detenzione e non a casa, con la sua famiglia, come chiedevano da settimane tante voci palestinesi di fronte al rapido aggravarsi delle sue condizioni.
Abu Diak, 36 anni, ammalato di cancro, è il 222esimo prigioniero politico palestinese a morire in carcere in Israele dall'inizio, 52 anni fa, dell'occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme. "È stato curato in ritardo e male", denunciano i palestinesi. Nonostante fosse un malato terminale e versasse in condizioni critiche, spiegano, i servizi carcerari hanno impedito "fino all'ultimo che Abu Diak ricevesse visite familiari e cure idonee".
Originario di Jenin, nel 2002 Abu Diak era stato arrestato appena 18enne con l'accusa di essere coinvolto nell'uccisione di tre palestinesi collaborazionisti di Israele e condannato a tre ergastoli. "Porteremo il suo caso e quello di altri detenuti nelle carceri israeliane davanti alle organizzazioni internazionali in modo che Israele venga punito per i suoi crimini", ha promesso Ahmed al Tamimi, del Comitato esecutivo dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina. Il movimento islamico Hamas ha condannato quella che ha descritto come "negligenza medica adottata come da Israele per provocare la morte dei detenuti, è un crimine contro l'umanità e una violazione del diritto internazionale".
La morte in carcere di Sami Abu Diak ha accesso i cortei e i raduni del "Giorno della rabbia" con cui ieri i palestinesi, mobilitati principalmente da Fatah, hanno protestato contro la recente decisione presa dall'Amministrazione Trump di non considerare più illegali le colonie israeliane costruite in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Una settantina di manifestanti sono rimasti feriti o intossicati da proiettili di gomma e dal lancio di lacrimogeni da parte dei soldati israeliani. I cortei più partecipati si sono visti a Nablus, Betlemme e Ramallah.
"Abbiamo compiuto solo un primo passo, abbiamo un programma articolato su come rendere libere le nostre città", ha commentato Khaled Mansour dell'ufficio politico del Partito popolare (ex Partito comunista). Non mancano le voci critiche. "Il Giorno della Rabbia ha portato in strada gli attivisti e i ragazzi delle scuole ma non la classe media palestinese. E questo è un segnale grave", notava ieri l'attivista Bilal Jadu.
I palestinesi protestano contro gli insediamenti coloniali e tra i coloni serpeggia il nervosismo. Questi ultimi hanno incassato il nuovo "regalo" di Donald Trump ma guardano con nervosismo alla sorte del premier di destra e principale fautore della colonizzazione, Benyamin Netanyahu, incriminato la scorsa settimana per corruzione, abuso di potere e frode.
Un'uscita di scena di Netanyahu e la possibile creazione di una maggioranza centrista dopo le probabili nuove elezioni legislative (a marzo) - il partito centrista Blu Bianco guadagna dei sondaggi dopo l'incriminazione del premier - se da un lato non lasciano immaginare cambiamenti di qualche rilievo nel rapporto tra occupanti ed occupati, tra israeliani e palestinesi, dall'altro potrebbero mettere il freno all'annessione a Israele di buona parte della Cisgiordania occupata promessa da Netanyahu.
Al nervosismo si richiamano alcuni per spiegare il moltiplicarsi degli episodi di vandalismo compiuti nelle ultime settimane dai coloni israeliani a danno di palestinesi e talvolta anche dell'Esercito. Scritte ingiuriose in ebraico sono apparse ieri mattina sulle case del villaggio palestinese di Jabaa, in apparente risposta alla rimozione da parte dell'Esercito di una tenda eretta dai coloni in un uliveto fuori dall'insediamento di Bat Ayin.
Ad Ayn as Sawiyah i coloni, denunciano i palestinesi, hanno distrutto circa 30 alberi di ulivo. Venerdì scorso sassi lanciati dai coloni hanno ferito una decina di palestinesi a Hebron, tra cui un bimbo di 18 mesi. Il centro israeliano per i diritti umani B'Tselem riferisce che negli ultimi due anni si è registrato un aumento considerevole del numero di attacchi contro i palestinesi da parte dei coloni.
di Youssef Hassan Holgado
Il Manifesto, 27 novembre 2019
A due anni dall'attentato. Terremoto politico nel governo laburista e sull'Isola, si dimettono in successione: il braccio destro del premier e il ministro del Turismo, si sospende il titolare dell'Economia.
"Tre anni dopo che nostra moglie e madre ha rivelato i crimini finanziari di Keith Schembri e due anni dopo il suo assassinio, Schembri si è dimesso dalla carica di capo di gabinetto del primo ministro Joseph Muscat". Inizia così il comunicato dei famigliari di Daphne Caruana Galizia, assassinata due anni fa mentre indagava su un caso di corruzione che coinvolgeva vari esponenti politici maltesi. Tra questi c'è anche il ministro del Turismo Konrad Mizzi, le cui dimissioni hanno fatto seguito a quelle del capo di gabinetto. Un vero e proprio terremoto politico causato dagli ultimi importanti sviluppi relativi all'indagine sull'assassinio della giornalista.
Il 14 novembre è stato arrestato Melvin Theuma, formalmente un tassista ma figura grigia in questa vicenda, considerato l'intermediario tra gli assassini e il mandante dell'attentato. Per confessare il nome del mandante, Theuma ha chiesto e ottenuto la grazia dal presidente della Repubblica, l'unico in grado di concedere e firmare un tale atto. Il nome fatto dal tassista è quello di Yorgen Fenech, un noto imprenditore che è stato arrestato dalle forze armate maltesi mentre era in fuga dall'Isola con il suo yacht. Dal giorno del suo arresto, avvenuto mercoledì scorso, Fenech è stato rilasciato su cauzione per ben tre volte secondo il Times di Malta. Nel frattempo, durante gli interrogatori con la polizia ha chiesto il perdono presidenziale in cambio della verità sull'assassinio di Daphne.
È stato proprio Fenech a dare vita a questa serie di dimissioni visto che avrebbe collegato Keith Schembri ad un grave caso di corruzione. Il magnate maltese, secondo il Times of Malta, avrebbe anche affermato di essere soltanto un anello della catena che porta all'omicidio della giornalista. Fenech avrebbe dichiarato inoltre che Schembri conoscesse l'intermediario Theuma e che addirittura gli avrebbe promesso un incarico di governo.
Le accuse gravissime, ancora da verificare da parte degli inquirenti, hanno portato alle dimissioni del capo di gabinetto ieri mattina, dopo che la polizia ha perquisito la sua casa. Poi è stato il turno del ministro Konrad Mizzi il quale ha affermato: "Ho sentito il dovere, nel contesto delle attuali circostanze politiche, di dimettermi con lealtà verso la gente, il Partito Laburista e il presidente del consiglio dei ministri. Voglio chiarire ancora una volta - ha continuato Mizzi - che non ho avuto alcuna relazione, direttamente o indirettamente con 17 Black o Yorgen Fenech". Sarebbe proprio la società offshore 17 Black, di cui Fenech è proprietario, il mezzo attraverso il quale ottenevano le presunte tangenti i due membri del governo laburista. Nel frattempo il ministro dell'economia Chris Cardona si è autosospeso fino a conclusione delle indagini.
"Esortiamo ora le autorità maltesi a perseguire immediatamente Schembri per la sua vasta e lunga attività criminale" affermano i famigliari di Daphne. Chiedono anche di capire come mai il primo ministro Muscat avrebbe protetto i membri del suo governo fino ad oggi. "Il mancato perseguimento di Schembri, Mizzi e dei loro protettori ha avuto conseguenze fatali per nostra moglie e nostra madre. Se ciò continuerà, ci saranno conseguenze fatali per la democrazia maltese" concludono i famigliari. A distanza di due anni dalla sua morte, finalmente le inchieste di Daphne, da sempre screditate e prese di mira dal mondo politico, stanno facendo tremare non soltanto il governo, ma l'intera Isola.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 26 novembre 2019
Da tempo, l'Italia arretra sul piano della tutela dei diritti attraverso i suoi esponenti politici e, di solito, lo fa con grande acclamazione dei più. Appena pochi giorni fa, ad esempio, Matteo Salvini è stato ospite del Congresso Nazionale del Sindacato Autonomo della Polizia e, per l'occasione, ha ribadito che, dovesse tornare al governo, abolirebbe il reato di tortura perché, a suo dire, la polizia deve essere libera di lavorare.
La Repubblica, 26 novembre 2019
L'iniziativa, alla seconda edizione, è promossa dalla Fondazione "Con il Sud" nell'ottica di affermare il principio del fine rieducativo della pena. Reinventarsi pasticceri, fornai, operatori ecologici, sarti. Apprendere un mestiere e, magari, trovare anche un impiego stabile. Una prospettiva che potrà realizzarsi grazie agli 8 progetti, selezionati con il Bando "E vado a lavorare", per il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti nelle regioni del Mezzogiorno.
di Daniele Livreri*
Il Dubbio, 26 novembre 2019
Da qualche tempo, soprattutto in correlazione al dibattito sulla lotta all'evasione fiscale, si assiste a ripetute invocazioni a un maggior impiego dello strumento detentivo. Il tutto sembra sottendere un argomento noto: il nostro è il paese del ben godi, in cui in carcere non ci sta nessuno, se non qualche mal capitato straniero. In linea con questa visione delle cose, qualche anno fa un noto giornalista riportava in tv una sorta di barzelletta raccontatagli da un magistrato, per il quale, piuttosto che pagare salatissimi divorzi, conveniva uccidere il coniuge, tanto non si finiva in galera.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 26 novembre 2019
Storia di un nonno ai domiciliari che per proteggere il nipote sconfina per circa 200 centimetri. Un mese dopo, un tribunale del riesame riconosce il carattere meritorio di quei pochi passi. Ma è troppo tardi. Sto faticosamente esumando vecchie corrispondenze, di galera o giù di lì, spesso nemmeno aperte.
di Angela Nocioni
Il Riformista, 26 novembre 2019
Il capo dei Casalesi, condannato a vari ergastoli, da otto anni in isolamento totale: "Fatemi lavorare. Fatemi far qualcosa. Fatemi almeno pulire la cella da solo". Lo strano caso dello psichiatra 125. A Michele Zagaria, boss dei Casalesi detenuto in isolamento totale da otto anni per condanne a una serie di ergastoli, una cosa soltanto era risultata di sollievo al silenzio della galera da solo: lo psichiatra identificato con il numero 125.
di Antonia Postorivo
Il Riformista, 26 novembre 2019
Servono più magistrati e più personale amministrativo: la proposta del ministro Bonafede è invece anticostituzionale. Si parla tanto di prescrizione. Il ministro della Giustizia ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. La tenuta della maggioranza dell'attuale Governo sembrerebbe dipendere da questo. Addirittura il nostro sistema giudiziario non funzionerebbe senza "questa riforma epocale della prescrizione".
Magari fosse vero, magari... Invece mai battaglia sulla riforma della giustizia in Italia fu così sbagliata come questa sulla modifica dei tempi della prescrizione. Battaglia portata avanti poi da un ministro che di mestiere fa l'avvocato: la cosa è ancora più grave. Ma cos'è quest'oggetto misterioso? Perché la ami o la odi? La prescrizione è quel meccanismo giuridico che estingue i reati dopo un certo periodo di tempo dal fatto. È chiaro che l'importanza della prescrizione è dettata dal fatto che questo istituto giuridico determina l'estinzione del reato decorso un tempo stabilito dalla legge.
Di fatto ha una sua logica ma da molti anni in Italia si è parlato di prescrizione soprattutto come un problema: in Italia la regola entra in conflitto con la frequente lunghezza dei procedimenti. I dati statistici sono chiari: molte indagini si prescrivono perché cominciano tardi e a volte finiscono tardi. Molti processi poi finiscono con assoluzioni senza sentenza perché i reati sono prescritti.
Pur condividendo che l'estinzione di un reato, senza che venga stabilito un colpevole o anche un innocente, non è cosa buona e giusta, di chi è la colpa e perché questo accade nel nostro ordinamento? Come evitare che rimangano impuniti i colpevoli e liberare, dopo anni di lunghi processi, chi invece poi verrà assolto?
Proviamo a proporre delle soluzioni: velocizzare i processi, informatizzare sempre di più i nostri Tribunali, aumentare il personale di Procure. Corti d'Appello, Tribunali e Cassazione. Potrebbero essere "idee interessanti", forse possono sembrare banali, ovvie o fattibili. Sono soluzioni che possono non piacere ma su una cosa ci si ci trova tutti d'accordo: non sono modifiche anticostituzionali! Possibile che non ci si renda conto che introducendo "il blocco della prescrizione" addirittura dopo il primo grado di giudizio, anche in caso di assoluzione, si è di fronte ad una norma aberrante?
Che allungherebbe solo a dismisura la durata di un processo e che lederebbe palesemente la dignità di un innocente, di un colpevole ed anche di chi è parte civile o parte offesa in un processo? In Italia la prescrizione è legittima difesa! È divenuto strumento necessario proprio per difendere gli imputati dall'eccessiva lunghezza dei processi e delle indagini.
Il nostro Paese - non lo dico io ma le statistiche - è uno dei Paesi europei dove i giudici impiegano più tempo a concludere un processo penale, dove i processi sono più lunghi, dove anche la fase delle indagini ha tempi lunghissimi. Bloccare la prescrizione porterebbe ad ulteriori allungamenti dei tempi della giustizia, e non perché gli avvocati non avranno più convenienza a usare tattiche dilatorie: le tattiche sono usate a volte dalle procure che cercano la prova mentre si svolge il processo e non nella fase delle indagini.
Per non parlare dell'intenzione stravagante di bloccare la prescrizione anche per gli imputati che venissero assolti in primo grado, mettendoli a rischio poi di attendere anni prima di un giudizio definitivo senza poter neanche contare sulla prescrizione.
"Con più risorse, in termini di magistrati e personale amministrativo, i processi saranno più veloci" ha spiegato il ministro Bonafede. Condivido le affermazioni del ministro e rilancio: signor ministro velocizziamo i processi. pretendiamo che tutte le parti in causa abbiano pari dignità e lanciamo dalla finestra del suo ufficio la riforma anticostituzionale che ha in mente di fare. Se lo farà io sarò sotto la finestra ad "acchiappare al volo" la riforma per evitare di sporcare Via Arenula e riporre la carta nell'apposito contenitore previsto per la raccolta differenziata. Nel frattempo il Paese Le sarà grato perché avrebbe contribuito e renderlo un Paese civile e giusto.










