di Paolo Ricci Bitti
Il Messaggero, 5 gennaio 2020
A Rebibbia i "Bisonti" battono "Libera" nella prima partita di rugby in carcere che ha messo in campo la squadra dei detenuti e la squadra della comunità gay di Roma. Da una parte i Bisonti, dall'altra Libera, il primo club ovale in Italia esplicitamente per la comunità Lgtb, ma pronto comunque ad accogliere tutti.
In mezzo l'arbitro Valerio Amodeo, allenatore di Libera e fra i più conosciuti e appassionati rugbisti non solo nell'ambiente romano. Siamo partiti dalla circostanza meno importante, il risultato, pure parecchio scontato, per dire dell'unione di due iniziative che dimostrano ancora una volta lo spirito di inclusione del rugby: mentre si gioca è battaglia, dura, senza sconti, scoccano scintille, poi viene la pace più bella del mondo.
Il terzo tempo, insomma - e pazienza se in questi casi, dietro le sbarre - è strettamente analcolico. Fra gli psicologi che lavorano a Rebibbia ce n'è uno che, in fatto di mete e placcaggi, gioca con Libera: così, un paio di mesi fa, è nata l'idea di questo match bel carcere capitolino per intrecciare per un giorno (ma ci sarà la rivincita) il progetto di Libera, nato ormai quattro anni fa con gli allenamenti che si tengono al Tre Fontane, con il progetto Carceri con il quale la Federazione italiana rugby ha portato la palla ovale, le sue regole, le sue risate, i suoi lividi e le sue storie inossidabili di amicizia già in 18 istituti carcerari con molti altri (anche femminili) che sono attesa di cominciare. Squadre come la Drola di Torino e la Giallo Dozza di Torino partecipano anche a campionati federali (C2, il più basso, va da sé) con la particolarità che tutte le altre squadre accettano di giocare in trasferta entrambi i match con i detenuti.
E se i benefici, grazie a queste mete - per nulla sporche e per nulla ultime - sono enormi per i carcerati, diventano persino siderali per le centinaia, ormai migliaia di giocatori "in libertà" che una volta l'anno scoprono la realtà degli istituti di pena. Scoprono che cosa significhi sentire il sinistro e secco clic clac delle porte che più volte, nei corridoi che portano al campo, si aprono davanti a loro per richiudersi alle loro spalle.
Che vedono gli occhi dei detenuti dagli sportellini delle porte blindate; che si separano per due ore dai cellulari; che dividono, alla fine della partita, il rancio con gli avversari; che incrociano gli sguardi con le mogli e i figli dei detenuti in attesa di entrare per la visita mensile. Il progetto Carceri della Fir è una formidabile iniziativa educativa per chi sta fuori, altroché.
Come sanno bene gli operatori quali Giovanni Zavaroni al quale sono affidati i rugbisti di Rebibbia con l'aiuto di altri tecnici volontari dei Bisonti. Ecco, niente telefonini: della partita di questa mattina non c'è nemmeno una foto perché per scattare foto in carcere servono permessi che, con tutta la buona volontà, non si è riusciti ad avere in tempo.
"Ma è lo stesso, ci siamo divertiti tantissimo - dice Germana De Angelis, presidente dei Bisonti, che ogni domenica scendono in campo anche in C2 sui campi un tempo del Cus Roma - per non dire dell'emozione sui visi dei ragazzi di Libera mentre si avventuravano nel mondo di Rebibbia. Chi entra per la prima volta in un carcere, senza essere obbligato a farlo, vive un'esperienza indimenticabile, che fa riflettere per sempre, che ti fa anche apprezzare con più amore attenzione ciò che vivi fuori".
Stante lo scenario di gioco (sezione G9, il campetto ristretto, prato solo nella fantasia dei giocatori, ché quello regolamentare ed erboso esterno ai blocchi richiede lunghe procedure) e la quarantina di giocatori (una ventina per parte) si è deciso di fare quattro tempi a touch-rugby e un ultimo quarto d'ora di rugby vero (contatto): mischie che sbuffano e spingono, placcaggi alle caviglie, collisioni, ruck (raggruppamento con la palla a terra), maul (raggruppamento con la palla in mano), touche (rimesse laterali) con "ascensore" (due giocatori che ne sollevano un terzo). I Bisonti, rodati da tre anni ormai di allenamenti, hanno sempre vinto, ma si sapeva.
"È inutile, i giocatori, da una parte e dall'altra - continua Germana De Angelis - non vedevano l'ora di giocare a rugby vero, quello che ti appassionata di più. C'è stata la massima correttezza in ogni frangente e anche i ragazzi di Libera, non abituati al campionato, se la sono cavata molto bene. Vogliono tutti ripetere l'esperienza.
Avevamo solo un paio d'ore, perché poi il campetto serve per la passeggiata di tutti i detenuti, ma siamo riusciti anche a infilarci il terzo tempo. E ci ha fatto piacere vedere ancora una volta il sostegno della direzione di Rebibbia a queste iniziative: a bordocampo c'erano i vicedirettori Fazioli e Grasselli e registriamo sempre la piena disponibilità dell'amministrazione carceraria e della polizia penitenziaria".
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 5 gennaio 2020
Nel giorno del 29esimo anniversario dell'eccidio del Pilastro, i familiari dei tre carabinieri uccisi chiedono con una lettera che siano riaperte le indagini sulla banda della Uno Bianca. Ventinove anni dopo la strage del Pilastro, i familiari di Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini chiedono che siano riaperte le indagini sulla banda della Uno Bianca.
Scelgono il giorno della commemorazione del terribile eccidio, il cui anniversario ricorreva appunto ieri, per diffondere in una lettera un appello "affinché venga fatta piena luce sulle tante ombre che aleggiano su questa vicenda". Perché per i familiari dei tre militari barbaramente uccisi al Pilastro, la banda dei fratelli Savi che per sette anni insanguinò Bologna, l'Emilia-Romagna e le Marche, lasciandosi dietro 24 morti e più di 100 feriti, non fu solo una banda di "semplici" criminali, pur se poliziotti con simpatie per la destra estrema.
Scrivono le famiglie che "un contributo in questa direzione potrebbe arrivare anche dalla preannunciata informatizzazione e pubblicazione degli atti processuali, così come avvenuto per altre vicende. Ci batteremo e continueremo a opporci ai vergognosi sconti di pena". La giustizia italiana ha chiuso i conti con i tre fratelli e i loro complici: Alberto, il più giovane dei Savi, usufruisce di permessi premio e ha trascorso il Natale fuori dal carcere, Marino Occhipinti è in libertà condizionata, liberi sono i gregari Luca Vallicelli e Pietro Gugliotta.
Continuano a scontare l'ergastolo in carcere Fabio e Roberto Savi ma quest'ultimo, riporta l'Ansa, due anni fa avrebbe reiterato la richiesta di grazia che nel 2005 fu costretto a ritirare dopo le polemiche sollevate dai familiari delle vittime. Una richiesta a cui sia la Questura che la Procura generale di Bologna si sarebbero opposte.
Il suo avvocato Donata De Girolamo assicura: "Non c'è alcuna richiesta di grazia al momento. Roberto Savi è detenuto nel carcere di Bollate ma non ha incontrato il fratello". I familiari dei tre carabinieri uccisi, intanto, chiedono ancora di conoscere la verità su alcuni interrogativi senza risposta: "Come il foglio di servizio della pattuglia sparito - scrivono nella lettera - o il cambio auto della banda a San Lazzaro, dove un testimone notò un quarto uomo".
Fa suo l'appello a indagare ancora anche il deputato dem Andrea De Maria: "Occorre approfondire il contesto di quelle azioni criminali, che assunsero un carattere eversivo e destabilizzante della democrazia". "I Savi - ha detto ieri Anna Stefanini, madre di Otello - non possono provare alcun pentimento. Stiamo attenti a farli uscire, non vorrei si finisse come con Angelo Izzo (autore della strage del Circeo, ndr) che ha ammazzato ancora". Parla dei permessi premio anche Rosanna Zecchi, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime: "Penso che questa non sia giustizia".
Grigolon ha ricordato i vigili del fuoco morti in provincia di Alessandria e i poliziotti uccisi in servizio a Trieste: "Come i nostri carabinieri avevano trovato l'amore e la forza di mettersi al servizio degli altri", lanciando un appello ad abbassare i toni. Anche il generale di brigata Claudio Domizi ha preso la parola: "Andrea, Otello, Mauro, non vi dimentichiamo. Non dimentichiamo tutti quei berretti rimasti a terra, impregnati di sangue, di tanti servitori dello Stato".
Parole di comprensione per il dolore dei familiari dal sindaco Virginio Merola: "Le persone che hanno sofferto non potranno mai dimenticare, ma la giustizia in Italia è dovuta al nostro sistema democratico che i criminali della Uno Bianca hanno disprezzato, ma di cui oggi godono i vantaggi". "Condivido la rabbia dei familiari delle vittime" ha scritto su Fb la candidata del centrodestra alle Regionali Lucia Borgonzoni, mentre il governatore Stefano Bonaccini ha espresso sui social "solidarietà all'Arma dei carabinieri".
di Paolo Borrometi
Avvenire, 5 gennaio 2020
C'è un prima e c'è un dopo nella storia della Sicilia. Lo segna una data: 6 gennaio 1980. Quel giorno venne drammaticamente assassinato sotto gli occhi della sua famiglia l'uomo che aveva avviato una nuova stagione politica nell'Isola, Piersanti Mattarella.
Fortemente sostenuto da Aldo Moro, Mattarella fu ucciso da presidente della Regione quando era riuscito a dare forma a un Governo di regole per una terra abituata a non averne. Nessuno slogan da ostentare - come si potrebbe mal pensare in un'epoca come la nostra, abituata ai continui "cinguettii" del politico di turno - ma un progetto autentico e rigoroso da realizzare, fatto di interventi concreti: controlli rigorosi sull'aggiudicazione delle gare d'appalto, lotta alla speculazione edilizia, una nuova legge urbanistica (rivoluzionaria per la Sicilia, con la riduzione degli indici di edificabilità) per fare solo qualche esempio.
Sorretta da una grande fede, la sua fu una rivoluzione gentile - culturalmente, civicamente e spiritualmente cresciuta all'interno dell'Azione Cattolica - che lo portò a schierarsi apertamente contro la criminalità mafiosa in anni in cui il nostro Paese era privo di una qualsiasi legislazione antimafia (e men che meno di una cultura dell'antimafia) che ne sapesse riconoscere la pervasività e la pericolosità. Il tutto muovendosi all'interno di un partito, la Democrazia Cristiana, che fra i suoi maggiori esponenti locali schierava purtroppo anche politici come Vito Ciancimino, per tanti anni sindaco e assessore ai lavori pubblici di Palermo, referente proprio allora di quegli stessi corleonesi che già ne insanguinavano impuniti le strade.
Per avere un'idea di Mattarella e del suo rigore basta rileggere il discorso che solo un mese prima di essere assassinato tenne davanti a Sandro Pertini, in occasione della sua visita presidenziale nell'Isola, in cui chiese espressamente al Capo dello Stato di aiutare i siciliani a liberarsi dall'oppressione mafiosa fermamente convinto che il riscatto dell'Isola non potesse (e ancora oggi non può) che passare dalla liberazione dei suoi "legacci".
Una sfida aperta alla mafia che da presidente della Regione portò avanti impegnandosi anzitutto a ripristinare quelle condizioni di legalità nell'amministrazione che fatalmente collidevano con gli interessi mafiosi. Rino La Placa, già parlamentare - uno degli uomini più vicini a Piersanti allora e all'attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella poi - ricorda come "la sua lotta senza quartiere agli abusi, alle sopraffazioni, ai facili arricchimenti" non fece "affatto piacere ai boss mafiosi, in quel periodo più arroganti che mai".
Era la sua impostazione così come la sua caratura ad essere di per sé assolutamente contraria alla mentalità mafiosa. Nessun ammiccamento a nessun personaggio che volesse dominare il territorio, sostituendosi allo Stato. Nessun piegarsi all'arroganza. Fu in questa direzione che maturò la netta contrarietà di Mattarella alla politica alla Ciancimino. Una vera e propria contrapposizione, innanzitutto culturale, fra i due uomini.
Non a caso fu proprio lui a essere tra i primi a sbarrare la strada a "don Vito" negli incarichi direttivi di partito. Cammino che terminò - come ricorda ancora La Placa - "nel congresso del 1983 con l'altro Mattarella, Sergio". Fu poi, ma solo poi, che tutta la Sicilia ne prese le distanze. Quanto ai fatti tragici di quel 6 gennaio dell'Ottanta, per l'omicidio di Piersanti Mattarella quindici anni dopo furono condannati i boss della cupola mafiosa ma non vennero mai individuati gli esecutori materiali del delitto, nonostante secondo il giudice Falcone quella mattina, sul luogo dell'omicidio, vi fossero due killer dei Nar, Fioravanti e Cavallini.
Anni in cui sappiamo quanta parte delle istituzioni fosse invasa dalla presenza mafiosa, diventa ancor più fondamentale conoscere con certezza chi siano stati gli esecutori materiali di quel crimine, appurare se oltre alla mafia vi siano stati coinvolti altri soggetti.
Mattarella pagò con il sacrificio della vita il suo profondo rispetto per quelle stesse istituzioni democratiche e per l'idea di una politica alta e nobile, non solo pulita, ma protagonista di un'azione di pulizia e di modernizzazione a tutto tondo, che a cominciare dal suo interno e dai suoi rappresentanti potesse raggiungere l'intera società. Una grande lezione, la sua, da non dimenticare. Che in Sicilia e in tutta Italia a distanza di quarant'anni dà una risposta di dovere e di speranza a un bisogno e a un auspicio ancora drammaticamente attuali, purtroppo.
di Massimo Krogh
Il Mattino, 5 gennaio 2020
Torno su un argomento che non smette d'essere attuale, la durata del processo. Abbiamo uno dei processi penali più lunghi del mondo e si fa di tutto per mantenere questo primato attraverso vari istituti, quali tre gradi di giudizio (con noi li ha solo la Francia, ma in forma attenuata), la costituzione di parte civile, istituto che esiste solo da noi, se non sbaglio, e che produce l'allungamento del percorso processuale con l'aumento delle parti, indagini preliminari sottoposte a termini platonici, prescrizione del reato continuamente ritoccata con l'effetto di allungare piuttosto che accorciare il processo, l'obbligatorietà di esercizio dell'azione penale (art. 112 Cost.).
Inutile parlare del processo civile, una sorta di nave crociera senza porto di arrivo. Non è superfluo il dato storico. Nel 2015 nasceva in Inghilterra, con la Magna Carta, il rito accusatorio che si diffondeva nei paesi di Common law; nello stesso anno, il IV Concilio Lateranense istituiva il processo inquisitorio, cioè l'inquisizione. Noi veniamo da questo ramo, secoli di diversità culturale non si colmano con le leggi.
Cose forse già dette ma che giova ribadire. La lunghezza del processo penale, quello civile nella sua eternità diventa invisibile, è un dato di fatto che favorisce eventuali errori e determina un quadro complessivo lontano dalla logica; l'opposto di una cultura e una sensibilità moderna, che vorrebbero un processo breve e tale da non provocare eccessiva e ingiusta sofferenza per l'accusato.
Bisogna ricordare che il punto cruciale che può violare il tessuto civile di un Paese è l'imposizione della forza costrittiva del diritto con attitudine a incidere in modo diretto e immediato sul collettivo senza i necessari anticorpi. Ciò da noi avviene nell'abbraccio dei media, da cui emerge una rappresentazione illusoria di giustizia, fra l'altro condita dall'incertezza della pena. Questo è il quadro che si è affermato in Italia, vale a dire un giustizialismo senza giustizia. La capacità d'inventare l'impossibile! La chiave del bene e del male nelle mani del pubblico ministero, cui è delegata una capacità d'intervento sociale senza limiti, in un contesto dove il servizio giudiziario sparisce per le sue disfunzioni. L'incongruenza, quindi, di un controllo di legalità appariscente in fase di indagini e invisibile in fase di giudizio.
È probabile che il veleno del Paese stia nella burocrazia che s'insinua nella formazione, modulazione e interpretazione delle leggi. Con troppe parole si è detto che il processo deve essere breve, ed invece è lunghissimo; con troppe parole si vuole sottrarre la giustizia all'influenza politica, e invece si è, talvolta, sottoposta la politica alla giustizia. Troppe parole guastano quando mancano i fatti, proprio ciò che da noi avviene non di rado.
Persino avviene che la giustizia punisca i buoni premiando i cattivi. Questi si salvano spesso con la prescrizione, mentre gli innocenti che cadono nel processo ne vivono il lungo calvario prima di uscirne. Lo ricorda con poetica intelligenza il film Pinocchio di Benigni, dove appare l'immagine del giudice che manda in prigione gli innocenti assolvendo e premiando i colpevoli.
La eccessiva durata dei processi diviene una sorta di stallo della giustizia, che ha effetti negativi sugli investimenti, giacché chi investe teme il blocco giudiziario per ogni eventuale questione che possa insorgere. Ciò, naturalmente, impoverisce il Paese e incoraggia la fuga delle forze giovani. L'analisi dei fatti non rallegra, ma non deve oscurare la speranza.
di Francesco Bechis
formiche.net, 5 gennaio 2020
Intervista al giudice emerito della Corte Costituzionale. La prescrizione Bonafede? I Cinque Stelle non sanno liberarsi del mito di Robin Hood e dello Stato feroce, viola la Costituzione e il buonsenso. La controproposta Pd? Meno peggio, ma non risolve i problemi della Giustizia italiana.
Uno strappo alla Costituzione e soprattutto al buonsenso. Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, non usa mezzi termini sulla riforma della prescrizione di Alfonso Bonafede. Anche su un tema fondante come la Giustizia la maggioranza è divisa in due, ma c'è poco da sorprendersi, "ormai le opposizioni stanno nei governi".
Professore, qual è il suo giudizio definitivo sulla riforma Bonafede?
"Voltaire la chiamava "esclavage de l'esprit". Rimanere intellettualmente prigionieri di un'idea (sbagliata). Il M5S ha costruito la sua fortuna sulla valorizzazione del volto feroce dello Stato, che attira italiani che hanno visto troppi film con Robin Hood, il giustiziere".
E oggi?
"Oggi i leader del M5S non sanno liberarsene, come si sono (parzialmente) liberati della retorica della democrazia diretta".
Cosa non funziona della nuova prescrizione?
"La prescrizione senza termine viola principi costituzionali (la durata ragionevole dei processi, il fine riabilitativo della pena) e di buon senso (come può un giudice disporre di tutte le prove dopo venti anni o più? Una persona non è diversa dieci anni dopo?). Aggiungo una cosa".
Prego.
"I dati disponibili sulle accuse cadute in giudizio rendono la lunga durata della "processabilità" un'ingiustizia palese".
I proponenti sostengono che il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio aumenta la certezza della pena...
"Bisogna mettersi d'accordo sul fine della pena. È un fine retributivo, come dicono i penalisti, con parola che nasconde non pochi equivoci? Siamo sicuri che la incerta giustizia umana debba rispettare l'immagine della bilancia, nel senso che debba servire a ribilanciare l'equilibrio turbato?".
Il Pd ha presentato una proposta per sospendere la prescrizione per un massimo di trenta mesi dopo la sentenza di primo grado e di un anno dopo la sentenza di appello. Può funzionare?
"Mi pare il meno peggio, potrebbe essere un compromesso. Non risolve i problemi di giustizia ed efficienza".
Con i giusti correttivi si può evitare un processo infinito?
"Non vedo quali correttivi. Se una persona è giustiziabile senza un termine e se la giustizia arriva sempre tardi, si è nelle mani di un potere arbitrario, giudice dei tempi. I proponenti non sanno quale pessimo servigio stanno facendo alla giustizia italiana, trasformando i giudici in moderni dittatori, unici poteri in grado di tenere sotto scacco persone, senza rimedi efficienti (cioè che giungano in termini ragionevoli)".
In molti accusano una mala-gestio della prescrizione. L'istituto deve essere riformato?
"Basta leggere le statistiche per rendersi conto della situazione. Una persona con grande esperienza, come Greco, ha proposto una radicale depenalizzazione. Un'altra, come Sgubbi, ha dimostrato quanto grave sia l'introduzione del "diritto penale totale".
Quali sono le riforme più urgenti per la giustizia italiana?
"Sono decenni che se ne parla. Basta fare l'elenco. I tempi: un processo, tutti e tre i gradi, in un solo anno. L'estensione del penale: sanzionare in via amministrativa tutto ciò che non ha vera rilevanza criminale. L'accusa: sia affidata a persone che abbiano equilibrio e procedano con cautela, senza maxi-retate, pubblicità, gestione delle ricadute mediatiche, comunichino riservatamente (come vuole la Costituzione) le accuse agli interessati".
Poi?
"Da ultimo, ma non con minore importanza, una riforma della giustizia che riguarda i giornali e i media: non fare da megafono, selezionare attentamente le notizie, attendere il giudizio e non accontentarsi dell'accusa".
Professore, non è singolare che due forze che governano insieme abbiano idee così antitetiche sulla Giustizia?
"Perché me lo chiede? Ormai le opposizioni stanno nei governi".
di Luigi Ferrarella
La Lettura - Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
"Riforma epocale", la esalta il ministro della Giustizia quando deve rivendicarne l'approvazione. "Si applicherà solo al 3% dei processi", la minimizza il ministro Bonafede quando per rintuzzare le critiche ne predice "effetti solo fra 3-4 anni".
di Patrizio Gonnella
L'Espresso, 5 gennaio 2020
Elena e Margherita hanno rispettivamente diciassette e diciotto anni. Studiano a Firenze. Lo scorso ottobre hanno avuto l'ardire di partecipare a una manifestazione di lavoratori a Prato solidarizzando con quegli operai che lamentavano il mancato pagamento del loro stipendio per ben lunghi sette mesi.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 5 gennaio 2020
Ci si può dolere ma non sorprendere del fatto che le cose di giustizia in Italia abbiano preso questa piega. E non solo le cose di giustizia ma generalmente quelle riguardanti i diritti e le libertà della persona. Sorprendersene significa non aver compreso la natura profonda del sentimento italiano verso quelle due faccende, i diritti e le libertà della persona: due faccende risentite e trattate dagli italiani come realtà non solo trascurabili ma persino ripugnanti.
sassilive.it, 5 gennaio 2020
Scade il 6 gennaio il termine per richiedere l'accesso come pubblico all'esito finale del laboratorio che si svolgerà nella Casa Circondariale di Potenza giovedì 16 gennaio 2020. Ad andare in scena saranno alcuni detenuti che presenteranno una restituzione del laboratorio tenuto da Silvia Gribaudi, ospite del progetto Toil, voluto e prodotto dalla Compagnia Teatrale Petra.
Silvia Gribaudi, regista e performer, entrerà in carcere con la sua poetica per un laboratorio intensivo con i detenuti, grazie all'azione "Artisti in transito" di "Teatro oltre i limiti" la rassegna di promozione del teatro in carcere organizzata da Petra su Potenza e Matera. Artisti in transito vuole mettere in relazione detenuti e mondo teatrale. Quanto un luogo ritenuto così "lontano" nell'immaginario collettivo può aiutare la poetica degli artisti e quanto viceversa la poetica degli artisti può stimolare i detenuti?
Silvia Gribaudi, come altri artisti negli scorsi mesi, varcherà le porte del carcere per aggiungere un tassello al racconto di teatro come strumento per superare quel limite.
L'esito finale del laboratorio si svolgerà il 16 gennaio alle 15.00 nella Casa Circondariale. L'evento, aperto al pubblico come tutte le iniziative del progetto Toil, necessita però della prenotazione con un certo anticipo, per permettere il disbrigo delle pratiche di accesso alla struttura. Per chiedere di assistere alla performance è necessario inviare una mail con i propri dati anagrafici e un numero di telefono all'indirizzo
A marzo è previsto lo spettacolo finale del laboratorio teatrale con i detenuti, con in programma diverse repliche aperte al pubblico e alle scuole. "Teatro oltre i limiti" è un progetto di Petra finanziato dall'Unione delle Chiese metodiste e valdesi, con il contributo dell'Agenzia Regionale Lab - Lavoro Apprendimento Basilicata, in partenariato con il Ministero di Giustizia Dap Casa Circondariale di Potenza e Casa Circondariale di Matera, il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, il sostegno della Commissione Regionale Pari Opportunità della Basilicata e del Garante Regionale dell'infanzia e dell'Adolescenza di Basilicata, la collaborazione di Città delle 100 Scale Festival e Nessuno Resti Fuori, Festival di teatro città e persone e il patrocino dell'Ordine degli Psicologi di Basilicata.
calabriaeconomia.it, 5 gennaio 2020
Si svolgerà venerdì 10 gennaio 2020, con inizio alle ore 15.30, presso la Sala delle Culture del Palazzo della Provincia di Catanzaro, il convegno dal titolo "Il carcere in Italia, tra politiche securitarie e condanne internazionali".
L'evento, organizzato dalla Camera Penale "Alfredo Cantàfora" di Catanzaro e dall'Osservatorio Carcere della stessa Camera Penale, si pone l'obiettivo di affrontare il sempre più attuale problema del rapporto esistente tra la funzione rieducativa della pena e la concreta possibilità della sua attuazione. Nel corso dell'incontro, particolare attenzione sarà dedicata alle recenti politiche in materia di sicurezza, alla cronica problematica del sovraffollamento carcerario e alle condanne internazionali, ad opera della Cedu, che hanno sanzionato l'Italia proprio in materia penitenziaria.
Dopo i saluti istituzionali dell'avv. Antonello Talerico (Presidente dell'Ordine Distrettuale degli Avvocati di Catanzaro), dell'avv. Agostino Siviglia (Garante Regionale dei diritti delle persone detenute) e della dott.ssa Laura Antonini (magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Catanzaro), i lavori saranno introdotti dall'avv. Ermenegildo Massimo Scuteri (Presidente della locale Camera Penale).
Nel prosieguo, saranno chiamati a confrontarsi sul tema il prof. Mauro Palma (Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute), la dott.ssa Angela Paravati (Direttrice della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro), il Prof. Andrea Porciello (docente di Filosofia del Diritto presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro) e l'avv. Gianpaolo Catanzariti (Responsabile dell'Osservatore Nazionale Carcere dell'Ucpi). I lavori saranno conclusi dall'avv. Orlando Sapia (Responsabile dell'Osservatorio Carcere della locale Camera Penale) che sarà anche il moderatore dell'incontro.









