di Francesca Lagatta
lacnews24.it, 27 novembre 2019
L'avvocato ha annunciato che presenterà un esposto al ministro della Giustizia per protestare contro il trattamento subito dal suo assistito. Costretto a un isolamento integrale che sta mettendo a dura prova il suo equilibrio mentale.
In altre parole, murato vivo. È la sorte che starebbe toccando a un detenuto della casa circondariale di Paola, dove si trova rinchiuso dallo scorso 19 ottobre. A denunciare il fatto è il suo avvocato Francesco Liserre, che già due volte si è rivolto al tribunale affinché riesca a cambiare il corso di un destino che appare seriamente compromesso. "Se il grado di civiltà di un paese, come scriveva Voltaire, si misura osservando le sue carceri - afferma il legale - allora la nostra civiltà è drammaticamente e irrimediabilmente compromessa".
La vicenda - Per capire come si è arrivati a questa situazione, è necessario fare un passo indietro e raccontare i fatti da principio. Il protagonista è un uomo di Diamante, indagato del reato di maltrattamenti in famiglia. Le manette per lui sono scattate quando ha violato la disposizione del divieto di avvicinamento alla ex convivente, stazionando sotto casa della donna. "Provvedimento cautelare - tiene a precisare l'avvocato - formalmente ineccepibile".
Anche se per tutelare i diritti del suo assistito, ha immediatamente proposto appello alla Sezione Riesame del Tribunale di Catanzaro, la cui udienza di discussione è fissata per il prossimo 10 dicembre.
La legge del carcere - Fin qui tutto regolare. I problemi, per l'uomo, sono cominciati quando ha varcato la soglia del carcere paolano. Perché se la legge italiana fa acqua da tutte le parti, quella carceraria non perdona. Benché l'uomo sia imputato in un processo non ancora iniziato in primo grado e, pertanto, innocente fino a prova contraria, si ritrova, di fatto, da più di un mese, in totale isolamento diurno e notturno, al solo fine di sottrarlo alla furia degli altri detenuti, che mal digeriscono gli "infami", ossia, chi si macchia di atti di violenza di ogni genere nei confronti di donne e bambini.
"È una condizione allucinante e disumana - dice ancora Liserre - con tutte le prevedibili e nefaste conseguenze psicologiche, contraria a quella finalità rieducativa, costituzionalmente garantita, che vieta trattamenti inumani e afflittivi della pena che annichiliscano e degradino la dignità di qualsiasi essere umano".
Un trattamento, sottolinea il legale, che non sarebbe riservato neanche ai criminali più più spietati. "Per gli ergastolani - continua Liserre - sono previste forme detentive di eccezionale rigore che prevedono al massimo l'isolamento diurno e spazi più ampi di quelli riconosciuti al mio assistito". "Sono circa 40 giorni - dice affranto Liserre - che il mio assistito è letteralmente sigillato (testuale terminologia utilizzata dai costernati agenti di Polizia Penitenziaria del carcere di Paola - uomini di grande professionalità e sensibilità ma impotenti dinanzi a questo scempio), ad eccezione dei colloqui con il sottoscritto difensore, per timore delle sicure conseguenze alla propria incolumità".
Pertanto, dopo aver denunciato l'allarmante situazione, per iscritto, e in più occasioni al Personale della Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Paola, presenterà un dettagliato esposto al ministro della Giustizia, al Dap, nonché a tutti gli altri organi istituzionali competenti. "Indipendentemente dalla commissione e dal definitivo accertamento anche del più efferato delitto", la dignità di qualunque cittadino non dove "mai essere sacrificata sull'altare di becere logiche, giustizialiste e populiste" che troppo spesso condannano un detenuto, ancora prima delle sentenza, a pagare il conto con la giustizia con la propria vita. La vicenda di Stefano Cucchi dovrebbe averci insegnato qualcosa.
varesenews.it, 27 novembre 2019
Presentato martedì mattina ai Miogni un servizio che aiuta la popolazione carceraria a sbrigare diverse pratiche. "Chi ha commesso un errore, domani potrà riprendersi la vita tra le mani, perché chi sta qui, ricordiamolo, continua ad essere cittadino". Il difensore regionale della Lombardia Carlo Lio era questa mattina al carcere dei Miogni per la presentazione dello "Sportello del Garante regionale dei detenuti" di Varese. Pratiche sanitarie pensionistiche, richieste, ricongiungimenti familiari e avvicinamenti, addirittura pratiche automobilistiche in vista di un rinnovo della patente che può rappresentare un'occasione fondamentale per ricostruirsi una vita fuori dalle sbarre, per avere "una seconda chance". Da oggi questo servizio è una realtà e al cercare di Varese era presente anche il prefetto Enrico Ricci che ha elogiato questo servizio, "perché bisogna credere e praticare l'umanità della pena invocata dalla Costituzione, come pure la funzione rieducative del carcere".
Un nuovo servizio dunque per Varese - ma non per il Varesotto perché già attivo nel carcere di Busto Arsizio, oltre che in altre località della Lombardia - che ha l'obiettivo di incidere in maniera reale sui diritti dei detenuti, specialmente per quelli che hanno meno possibilità di essere aiutati da un legale, come ha ricordatolo stesso Lio. Inoltre l'agevolazione di tutte le pratiche - proprio come per quelle automobilistiche - può aiutare ad accorciare i tempi burocratici e influire positivamente sulla rieducazione. La grande scommessa è l'abbassamento del tasso di recidiva (cioè la propensione scommettere nuovamente rati una volta tornati in libertà) che per il sistema carcerario italiano ancora molto elevato rispetto agli altri Paesi europei: siamo al 68%, mentre per chi è affidato a misure alternative si ferma al 19% (fonte: il Sole24Ore su dati Ministero della Giustizia).
Per questo nel 2018 il ministero della giustizia si è dotato presso l'Ufficio di Gabinetto del gruppo di lavoro "Osservatorio permanente sulla recidiva" L'unico antidoto conosciuto per ovviare a questa piaga dagli altissimi costi sociali è rappresentato infatti dal lavoro. Quindi ogni pratica che diviene meno macchinosa anche per arrivare a questo obiettivo, da queste parti è ben accolta. "Per il momento non sono ancora stati fissati gli orari e i giorni in cui questo servizio sarà attivo", ha spiegato la direttrice della Casa circondariale di Varese, Carla Santandrea.
Alla cerimonia del "taglio del nastro" era presente anche il questore di Varese Giovanni Pepè, l'assessore ai servizi sociali del Comune di Varese Roberto Molinari, il comandante polizia penitenziaria Alessandro Croci, la direttrice dell'Ats Insubria Barbara Lamperti, il Direttore Ufficio Esecuzione Penale Esterna (Uepe) Maria Grazia Mezzanzanica che hanno sottolineato, ciascun secondo i propri ambiti di competenza, l'importanza delle politiche di ascolto e d'intervento finalizzate al reintegro in società di quelle persone che si vengono a trovare in regime di libertà sospesa.
Gli uffici dove si potranno imbastire colloqui individuali è stato ricavato con la ristrutturazione di due stanze al piano terreno della struttura. Per accedere al Garante regionale è necessario fare domanda attraverso apposito modulo che va presentato all'amministrazione penitenziaria di Varese. In tutto il carcere dei Miogni di Varese ospita 82 detenuti.
agensir.it, 27 novembre 2019
Mons. Viganò, "la speranza non deve venire meno in carcere". "Non chiedo mai a un detenuto se è un credente o se prega. Infatti un credente, anche se peccatore, non smette mai di essere credente. Quando il peccato assume i contorni del reato questo non preclude l'essere discepolo del Signore. Discepolo, che in un momento della propria vita, non è riuscito a manifestare il volto di Dio e si è ripiegato sui propri interessi individualistici come il potere".
Sono le parole di mons. Mons. Dario Edoardo Viganò, vice-cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e delle Scienze sociali della Santa Sede, che scrive nell'introduzione del libro "Atonement. Storia di un prigioniero e degli altri" edito dalla Libreria editrice vaticana.
Il volume "Atonement", curato dalla giornalista Antonella Bolelli Ferrera, è firmato da Salvatore Torre, detenuto cinquantenne fine pena mai, divenuto negli anni scrittore. Sempre nel testo, indica ancora mons. Viganò: "Queste pagine toccano non solo per i contenuti che veicolano, ma per le parole, per le espressioni, spesso forti, a volte anche volgari, che dicono proprio quel mondo fangoso e martoriato da cui difficilmente si intravvede l'orizzonte di un'alba non solo rinnovata ma anche capace di essere, a propria volta, olio profumato sulle ferite profonde e spesso sanguinanti dell'umanità".
Seguendo progetti di pastorale carceraria dagli anni 90, prima in Brasile e poi in Italia, mons. Viganò ha sottolineato nel volume di Torre: "Il carcere deve rappresentare per le persone recluse un tratto dell'esistenza che ha come obiettivo non semplicemente pagare un debito con la giustizia ma individuare le strade possibili per una rinnovata esistenza. E molti istituti di pena hanno equipe di educatori, psicologi che, insieme alle guardie carcerarie, sanno offrire cammini di riappropriazione della proprie esistenza. Per Salvatore Torre è stata la scrittura, per altri la recitazione - ricordo il bellissimo film dei fratelli Taviani "Cesare deve morire" del 2012, Orso d'oro a Berlino - così come per altri i mestieri della migliore tradizione italiana. Papa Francesco su questo è chiaro: 'se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare!'".
giornalelavoce.it, 27 novembre 2019
Come preannunciato, l'associazione Avp d'Ivrea "Tino Beiletti", la scorsa settimana, in sala Santa Marta, ha presentato il Progetto "Carcerati Cittadini" che si tradurrà in un lavoro statistico sulla conoscenza che i cittadini hanno del carcere di Ivrea. Molto più semplicemente un questionario on-line (all'indirizzo www.avpivrea.it) o cartaceo da consegnare ai volontari con domande sul diritto allo studio, al lavoro, sulla pena preventiva e rieducativa, su un mondo e su argomenti, insomma, di cui spesso si sente parlare, ma non sempre se ne parla a ragion veduta.
Oltre ai volontari Avp, alla conferenza hanno partecipato alcuni giornalisti, amministratori pubblici e imprenditori particolarmente vicini alla campagna di sensibilizzazione. "Grazie a tutti coloro che sono intervenuti" ha commentato il presidente Giulio Tassi mostrando i lavori di alcuni detenuti (origami, manufatti del laboratorio "Scacco... maglia" ecc). Al tavolo dei relatori anche Marilena Pola, molto attiva nel mondo della scuola, Paolo Balbi, project manager del progetto e Silvio Salussolia redattore della rivista "Alba".
"La nostra consapevolezza - commenta Giulio Tassi - è che la cittadinanza non ha la pressoché minima conoscenza delle dinamiche della carcerazione e del forte impatto economico e sociale della Casa circondariale d'Ivrea. La considerazione, gli atteggiamenti ed i comportamenti che si assumono nei confronti dei carcerati sono infatti in genere tali da escluderli poi, da un loro reinserimento. Una visione diversa esiste ed è quella di vedere anche il detenuto come una risorsa e non solo una minaccia permanente che per esperienza vissuta può produrre anche risultati a dir poco sorprendenti. Per questo è stato predisposto un questionario anonimo destinato alla popolazione eporediese, per conoscere l'orientamento, la conoscenza e nel contempo attivare una maggiore consapevolezza sulla questione carceraria. L'elaborazione dei risultati darà un quadro più preciso per poter meglio intervenire ed operare a favore dei cittadini tutti, compresi i carcerati.
L'associazione - L'Associazione Volontari Penitenziari, nata nel 2011, continua la presenza e l'attività di operatori volontari iniziata nella Casa Circondariale di Ivrea, negli anni settanta. Una presenza silenziosa, ma ormai insostituibile, che offre alle persone private della libertà un aiuto concreto, che si compie nelle varie forme di solidarietà previste dalla riforma penitenziaria del 1975. E si va dalla fornitura di beni per l'igiene personale e di indumenti, alla gestione di una serie di attività ludiche, ricreative, scolastiche, culturali e formative con attività sul territorio. Infine anche una rivista "Alba" che è una finestra vera e propria sempre aperta su questo mondo. I volontari cercano anche di costruire e tenere viva la necessaria relazione tra la città e coloro che vivono nel carcere. E per chi ne volesse sapere di più la sede si trova al civico 6 di piazza Castello.
di Giacomo Mazzocchi
attualita.it, 27 novembre 2019
Il rugby è lo sport educativo e formativo per eccellenza che insegna a stare insieme e condividere tutto, rispettare tutto e tutti perché la Meta è un obiettivo che si raggiunge in collettivo. Ormai sono tanti i giovani che nei carceri italiani hanno imparato a vivere insieme nel rugby e tantissimi hanno avuto l'occasione per reinserirsi pienamente e positivamente nella società.
Le autorità carcerarie e quelle della Federugby hanno collaborato nel progetto 'Rugby Oltre le Sbarrè ed oggi sono in tanti negli istituti di pena ad allenarsi con tecnici abilitati a formare squadre, a partecipare ad una attività agonistica che può arrivare dalle sfide fra istituti, alle attività interne, fino alla serie C; a viaggiare in trasferte.
A dare ancora, insomma, un senso alla propria vita. A diventare bravi giocatori di rugby che quando riacquistano la piena libertà, trovano un ambiente che li aspetta e li rispetta e che loro sono entusiasti di rispettare. Fra le prime carceri a tuffarsi nel progetto, vi sono quelle di Torino e Bologna che ogni anno si affrontano per una sfida dal sapore di Coppa Italia. Sarà un derby speciale quello che andrà in scena, domani, 28 novembre alle 14 presso il carcere Dozza di Bologna.
A sfidarsi saranno la squadra Giallo Dozza - formata dai detenuti della stessa casa circondariale della città felsinea - e quella della Drola di Torino, composta da detenuti de "Le Vallette", l'istituto di pena del capoluogo piemontese. Incipit dai contenuti prettamente sportivi, ma il contesto va ben oltre quello del campo e i punti conquistati al di fuori hanno una valenza più ampia rispetto a quelli che il rettangolo da gioco mette in palio. La partita in calendario a Bologna nel primo pomeriggio di domani giovedì è, infatti, una sfida tra le due realtà che hanno sposato per prime il progetto "Rugby oltre le sbarre".
Il percorso intrapreso dalle due case circondariali - con il pieno sostegno della Federazione Italiana Rugby, parte attiva nello sviluppo del progetto - ha svolto la funzione di volano verso altre realtà simili che hanno aperto le proprie porte al rugby come uno degli strumenti per l'educazione e il reinserimento dei detenuti: grazie al protocollo Fir/Dap, sono oggi sedici gli istituti dove viene praticato il rugby, dall'11 settembre di quest'anno incluso ufficialmente dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria tra le attività utili all'educazione e alla formazione del detenuto, mentre Drola, Giallo Dozza e Bisonti di Frosinone, si sono aggiudicati il Bando della Presidenza del Consiglio "Inclusione Sociale attraverso lo sport".
Da dieci anni a oggi il numero delle case circondariali che hanno aperto le porte al rugby è in costante aumento. All'interno delle carceri sono presenti detenuti che hanno ottenuto, studiando, il patentino da direttore di gara. Un contesto, quello delle carceri, dove i valori educativi del Gioco trovano piena applicazione: rispetto per le regole, per l'avversario, verso l'arbitro e le sue decisioni; il sostegno che si riceve e si offre ai compagni di squadra.
"Il Rugby oltre le sbarre è un progetto consolidato - afferma Stefano Cantoni, Consigliere Federale referente del Progetto Carceri per la Federazione Italiana Rugby - ed entrambe le squadre, provenienti dal carcere della Drola e Dozza, militano nel campionato regionale di Serie C grazie alle modifiche alle regolamentazioni che il Consiglio ha posto in essere negli anni, consapevole dell'alto valore educativo e sociale di queste attività svolte con passione, entusiasmo e senso civico dai nostri Club.
La pratica del rugby negli istituti carcerari certifica il valore dell'attività formativa e i forti legami che il rugby genera: sono numerosi i casi di detenuti che, reinseriti nella società, hanno continuato a giocare, mentre nel carcere di Pesaro alcuni di loro hanno frequentato i corsi Cnar e l'abilitazione a svolgere il ruolo di arbitro". "Sarà il terzo incontro tra il carcere della Drola e della Dozza. Un derby che aggiunge un senso di sfida ad un progetto di cui siamo orgogliosi, in particolare, per la capacità di incarnare appieno, nelle difficoltà date dal contesto, i valori fondanti del nostro gioco".
salernonotizie.it, 27 novembre 2019
Andrà in scena lunedì 23 dicembre 2019, alle ore 18.30, presso l'I.C.A.T.T. di Eboli, Istituto a Custodia Attenuata per il Trattamento dei Tossicodipendenti diretto dalla Dott.ssa Concetta Felaco, lo spettacolo teatrale dal titolo "Natale in casa... Icatt" la cui regia sarà curata da Enzo D'Arco. L'iniziativa nasce su proposta dell'Associazione di Promozione Sociale "Mi girano le ruote" di Campagna, presieduta da Vitina Maioriello. Saliranno sul palco alcuni ragazzi ospiti della struttura penitenziaria diretti dall'abile regista ed attore professionista valdianese, Enzo D'Arco.
Lo spettacolo è l'evento finale di un progetto di teatro fortemente voluto dal sodalizio "Mi girano le ruote" a cui, negli ultimi mesi, hanno preso parte i ragazzi ospiti dell'istituto penitenziario. Un laboratorio teatrale di qualità, un vero e proprio corso di formazione professionale tenuto da D'Arco, accolto con grande entusiasmo dai ragazzi e che è stato finanziato con fondi provenienti dalle rassegne teatrali tenutesi nella primavera di quest'anno curate dall'associazione campagnese.
"Il teatro - dichiara Maioriello - è salutare, fa bene all'anima, è l'arte più nobile e profonda. Uno strumento potente che, oltre ad avere un grande valore trattamentale, svolge al contempo una preziosa funzione di collegamento con la società insegnando a chi ha sbagliato qualcosa di più su se stesso. Lo porta ad una sorta di rinascita, dopo la quale può reinserirsi in maniera più consapevole nella comunità civile".
Al termine della rappresentazione ci si intratterrà con gli ospiti attualmente detenuti per uno scambio di auguri e un dolce rinfresco natalizio. In un periodo in cui le condizioni delle carceri italiane fanno tanto discutere, nella Casa Circondariale di Eboli si prova a fare entrare la magia del Natale affinché chi si trova in carcere possa intraprendere nuovi percorsi, nuove strade che portino ad un concreto reinserimento una volta scontata la pena. Per partecipare allo spettacolo è necessario contattare gli organizzatori al 331.4182348 per avviare la procedura di registrazione che consentirà di accedere nell'istituto di custodia.
di don Alberto de Nadai e Steven Stergar
Voce Isontina, 27 novembre 2019
Domenica 3 novembre i detenuti di Gorizia hanno voluto organizzare una giornata di incontro con la direzione della Caritas diocesana guidata dall'arcivescovo Carlo.
L'evento è stato preparato e preceduto da una serie di incontri formativi indispensabili per giungere nel migliore dei modi in tali occasioni di confronto con persone dell'esterno e non solite alla struttura.
Suddivisa in tre parti pre-individuate, la giornata del 3 novembre ha avuto come principali obiettivi quelli di far incontrare la comunità di detenuti con gruppi esterni alle mura del carcere, incentivando un dialogo informale e paritario tra parti.
La prima parte della giornata ha visto il celebrare della Santa Messa nell'aula adibita agli incontri formativi e scolastici. In tale momento, la Diocesi goriziana ha effettuato un servizio comunitario per un gruppo di cittadini momentaneamente esclusi dalle attività esterne di condivisione e partecipazione, ricevendo in dono dai detenuti un mosaico realizzato in occasione dell'onomastico dell'Arcivescovo; il dono fa riferimento diretto ad Aquileia, come luogo d'incontro tra i vari popoli, metafora di ciò che il carcere è a tutti gli effetti, seppur sotto altra luce.
La seconda parte ha previsto un pranzo comunitario occasione unica per poter tutti assieme partecipare a un momento informale di scambio culturale e sociale, consentendo agli ospiti esterni di dialogare in prima persona con i detenuti, ascoltando e rispondendo alle loro storie e ai loro quesiti.
Le due parti sono servite come ulteriore preparazione per intavolare la discussione avvenuta nel terzo, e conclusivo momento della giornata, dove il gruppo formatori ha preso in prima persona la parola in qualità di moderatori dell'assemblea.
Un vero e proprio sinodo, nel quale questi e il gruppo lavoro dei detenuti hanno potuto presentare un'idea di progettualità rieducativa pensata e trascritta grazie al lavoro e alle esperienze maturate nei mesi passati. Un progetto scritto, siglato dai detenuti e dai formatori, e consegnato nelle mani della Caritas nella speranza che questa possa prender parte attiva alla realizzazione e promozione di attività esterne per i soggetti detenuti della Casa Circondariale, nonché per coloro che hanno già scontato la pena giudiziaria ma non hanno alternative e possibilità al di fuori delle mura.
Un progetto "casa" che possa allora essere esempio di comunità e partecipazione alla vita sociale. Detenuti e gruppo dei formatori auspicano che con il sostegno della Caritas, ogni parte integrante operativa in carcere potrà svolgere nei migliori dei modi quel lavoro di rieducazione e inclusione sociale necessario al reinserimento dei detenuti.
di Stefania Vatieri
La Nuova Sardegna, 27 novembre 2019
Un gruppo di detenuti celebra la Giornata contro la violenza sulle donne. I detenuti di Badu e Carros dicono No alla violenza sulle donne. Nella giornata mondiale è stata presentata all'interno della casa circondariale nuorese l'installazione sul tema della violenza di genere creata da un gruppo di detenuti, che attraverso l'arte hanno voluto esprimere il loro pensiero.
Una iniziativa messa in campo dalla direttrice Patrizia Incollu e dal commissario capo della polizia penitenziaria del carcere barbaricino e referente regionale delle pari opportunità della polizia penitenziaria, Manuela Cojana, che grazie alla collaborazione di un gruppo di detenuti hanno dato vita a un'opera con l'obiettivo di sensibilizzare i detenuti sul sempre più attuale tema della violenza sulle donne. Il simbolo scelto è l'ormai celebre scarpetta rossa che i detenuti hanno intagliato e posizionato alla base di un pannello dove è stata incisa la frase dello scrittore irlandese Oscar Wilde: "Date alle donne occasioni adeguate ed esse potranno fare tutto". Ai lati dell'opera due sedie rosse che simboleggiano la quotidianità. "In questa giornata così importante abbiamo voluto lanciare un messaggio e dare voce al pensiero dei detenuti del carcere di Badu e Carros - spiega Manuela Cojana commissario capo della Polizia penitenziaria.
I detenuti hanno lavorato diversi giorni per la realizzazione dell'installazione con l'aiuto del capo d'arte falegname del carcere. La frase l'ho scelta perché racchiude una tematica molto importante che parla di opportunità negate e uomini sempre più intimoriti dal valore delle donne". Un problema che secondo la referente per le pari opportunità sfocerebbe nei gesti estremi di cui ogni giorno sono piene le cronache dei giornali.
Ogni quarto d'ora c'è una donna che subisce una violenza. Un dato agghiacciante, che racconta non solo un verità che fa paura ma anche il fatto che a colpire siano uomini vicini, nella cerchia di parenti e amici, delle nostre madri, sorelle, compagne e amiche.
È noto infatti che sono spesso i partner o gli ex partner a commettere gli atti più gravi: in Italia sono responsabili del 62,7 per cento degli stupri. Una lunga scia di violenza che a volte culmina con l'estrema conseguenza: il femminicidio, dove nel 38 per cento dei casi di omicidi di donne, il responsabile è, ancora una volta, il partner.
In Italia e nel mondo subisce violenza, mediamente, una donna su tre dai 15 anni in su". "Stiamo parlando di un fenomeno dilagante che negli ultimi anni sta assumendo i contorni di una vera emergenza sociale - conclude Manuela Cojana. Il fatto che l'opera sia stata realizzata da mani maschili simboleggia il fatto che senza l'aiuto degli uomini non è possibile porre fine a questo sterminio".
Per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne è stato scelto il 25 novembre perché in questo stesso giorno del 1960, furono uccise le tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana. È una data importante, per ricordare a tutti che il rispetto è alla base di ogni rapporto e che non possiamo continuare a veder crescere il numero delle donne che subiscono violenza. Simbolo di questa giornata sono appunto le scarpe rosse.
di Paoletta Farina
La Nuova Sardegna, 27 novembre 2019
Progetto del Polo universitario carcerario di Bancali: un team al femminile insegna la "sorellanza". "Riparto da me". Tre parole in cui è condensata l'esperienza che sta vivendo una decina di detenute del carcere di Bancali. Grazie a un progetto del Polo universitario penitenziario, creato e proposto da un gruppo di volontarie di cui fanno parte la docente e delegata al Pup per il Dipartimento di Agraria, Marilena Budroni, Caterina Arru, direttrice della Biblioteca universitaria, Rita Marras, da sempre impegnata nella tutela dei detenuti, la naturopata Angela Sanna e la counselor Laura Masala.
Il progetto è stato fortemente voluto anche dal delegato rettorale Emmanuele Farris e dalla responsabile dell'Area trattamentale del carcere di Bancali Ilenia Troffa. Il Pup dell'Università da diversi anni porta avanti un lavoro di orientamento e istruzione universitaria all'interno di diversi istituti penitenziari (oltre Sassari, Alghero, Tempio e Nuoro) e che ha già visto numerosi detenuti conseguire una laurea. Era quindi tempo di provare ad interagire con le donne carcerate, minoranza spesso dimenticata.
Un team tutto al femminile si è messo all'opera, coinvolgendo prima di tutto gli educatori, e dal 7 novembre (e lo farà fino al prossimo mese) incontra settimanalmente le donne in carcere per offrire strumenti utili di consapevolezza delle capacità e delle potenzialità di ogni persona. Perché le donne abbiano la possibilità di costruire autostima già in carcere e un futuro quando le sbarre si riapriranno e ci sarà una nuova vita a cui andare incontro. È infatti dimostrato che le donne sono punti di snodo fondamentali per sovvertire il degrado e la violenza familiare, un destino che spesso sembra ineluttabile e che può non esserlo se le donne cambiano la percezione di se stesse.
Un percorso reso possibile anche dalla direttrice del carcere, Elisa Milanesi, e dagli educatori che hanno aderito mettendo in campo le loro competenze e affiancando il gruppo di volontarie. "Un progetto innovativo e unico in questo momento nelle carceri italiane, dove la collaborazione tra Università, Area trattamentale e libere professioniste consente di ottenere sinergie a vantaggio delle detenute, ma anche delle istituzioni coinvolte", spiega la responsabile Marilena Budroni.
La popolazione carceraria femminile, a Bancali è una minoranza di appena 11 donne rispetto ai 451 detenuti complessivi. Donne con un livello basso di istruzione, molte straniere, così che anche la comunicazione non è sempre facile.
Perciò, gli incontri non hanno un approccio didattico di tipo accademico, ma tendono a creare anche al di là dei temi che vengono affrontati, un rapporto tra donne che vivono all'interno di una casa di reclusione e donne che vivono al di fuori, in uno scambio reciproco di condivisione di esperienze e vita.
"Direi che il fine ultimo è di creare una "sorellanza" che regala a tutte le donne coinvolte arricchimento, e consapevolezza che la diversità è un bene da coltivare, che niente è mai perduto e che si può ricominciare a credere in se stesse anche in carcere", afferma Budroni. Le emozioni sono palpabili ad ogni incontro, a partire dal primo di presentazione del progetto, per le rose regalate alle detenute e tanti altri momenti di grande empatia si sono creati da quando sono cominciati gli appuntamenti settimanali.
Sedute in cerchio, si pratica tutte insieme autostima, yoga e meditazione, utili - come è stato dimostrato in altre carceri che già hanno avviato questo tipo di sperimentazione - contro stress, conflitti e autolesionismo. Si impara a prendersi cura di mente e il corpo, del proprio benessere fisico attraverso l'aroma terapia e la naturopatia di genere, a praticare una alimentazione sana e adottare uno stile corretto di vita.
"Le detenute, dopo una diffidenza iniziale, stanno partecipando con curiosità e gradimento - racconta Marilena Budroni - e anche per noi si è aperta un'opportunità di conoscenza e comprensione di una realtà troppo spesso ignorata. Ci siamo trovate di fronte a persone profondamente vere, con un passato di violenze subite ma che hanno voglia di riscatto e noi vogliamo offrire loro gli strumenti per poter arrivare a una rinascita. Anche la violenza sulle donne si combatte rafforzando le donne".
Con il progetto "Riparto da me" il Polo universitario penitenziario aggiunge un nuovo tassello alla missione educativa nei confronti della popolazione carceraria, perché è la cultura che può sconfiggere la violenza.
di Michele Sasso
La Stampa, 27 novembre 2019
A luglio 2016 morirono 20 persone in un bar-ristorante di Dacca. Un tribunale antiterrorismo di Dacca, la capitale del Bangladesh, ha condannato sette persone alla pena di morte in relazione all'attacco sferrato il primo luglio 2016 contro il bar-ristorante Holey Artisan Bakery nel quartiere diplomatico di Gulshan nel quale morirono 20 persone, tra cui nove italiani. Lo riferisce il sito "Bdnews24". Mojibur Rahman è il giudice che ha emesso le sentenze, contro le quali gli imputati possono ricorrere in appello.
I sette condannati a morte - Jahangir Hossain alias Rajib Gandhi, Rakibul Hasan Regan, Aslam Hossain alias Rashedul Islam alias Rash, Abdus Sabur Khan alias Soheil Mahfuz, Hadisur Rahman Sagar, Shariful Islam Khaled alias Khalid e Mamunur Rashid Ripon - erano presenti in tribunale al momento della lettura della sentenza. Un altro imputato, Mizanur Rahman alias Boro Mizan, è stato assolto dai giudici di un altro tribunale.
Nell'attentato di matrice jihadista nel quartiere diplomatico di Gulshan, oltre alle vittime locali, morirono anche sette giapponesi, un americano e un indiano. I terroristi obbligarono i clienti del ristorante a recitare versi del Corano, e uccisero gli occidentali che non conoscevano il testo sacro. Gli imputati condannati sono accusati di aver ideato il massacro, che fu opera invece di cinque giovani.
Il commando fece irruzione nel ristorante nel tardo pomeriggio, e vi rimase tutta la notte. Le forze di sicurezza decisero l'assalto al locale all'alba e dopo ore di scontro a fuoco hanno tratto in salvo 13 persone ma gli altri erano stati evidentemente già trucidati. Una volta dentro il bar ristorante nel quartiere diplomatico della capitale del Bangladesh, le teste di cuoio - hanno trovato i corpi senza vita di 20 persone. Nove italiani, sette giapponesi, una studentessa indiana appena 19enne e tre bengalesi dei quali uno era cittadino americano.
Dei sette terroristi del commando, sei sono stati uccisi e uno catturato. Tutti i componenti del commando erano cittadini del Bangladesh. Due anni dopo, il 26 novembre 2018, la corte aveva presentato accuse formali per otto membri del gruppo jihadista locale Jamaat-ul-Mujahideen. Il processo prese il via dopo una settimana, il 3 dicembre. La polizia ha accertato che all'attacco parteciparono 21 persone, ma solo 8 furono accusate, poiché le altre 13, inclusi i cinque esecutori della strage, morirono nell'attentato o in altre operazioni successive delle forze speciali. Le autopsie sui corpi dei nove italiani evidenziarono segni di torture, tagli provocati da armi affilate (probabilmente machete) e mutilazioni. Nell'attentato morirono i connazionali Cristian Rossi, 47 anni; Marco Tondat, 39; Nadia Benedetti, 52; Adele Puglisi, 54; Simona Monti, 33; Claudia Maria D'Antona, 56; Vincenzo D'Allestro, 46; Maria Riboli, 34; Claudio Cappelli, 45.
- Stati Uniti. Riconosciuti innocenti e liberati dopo 36 anni di carcere
- Migranti. I giudici scagionano Salvini: "Le Ong sbarchino nel loro Paese"
- Israele. Muore in carcere Sami Abu Diak, "Giorno di Rabbia" palestinese
- Malta. Inchiesta sull'omicido di Caruana Galizia, cadono le prime teste
- La pericolosa regressione dalla pena alla punizione










