di Antonio Mattone
Il Mattino, 6 gennaio 2020
I volontari apparecchiano cinque tavolate al centro del corridoio del padiglione San Paolo, in mezzo alle celle. I detenuti osservano prima sospettosi dall'interno delle loro stanze e poi, quando tutto è pronto, si affacciano silenziosi e increduli. Il pranzo dell'Epifania della Comunità di Sant'Egidio nel centro clinico del carcere di Poggioreale può essere servito.
Il luogo che durante la notte del terremoto del 23 novembre 1980 fu teatro di un brutale delitto e di una grande devastazione, si è trasformato in una bella sala da pranzo dove quaranta carcerati malati possono trascorrere qualche ora fuori dalle loro celle. Tovaglia rossa, tovaglioli con decoro natalizio e un centrotavola con fiori e candele rendono bene l'atmosfera delle feste.
Ai malati che non ce la fanno a stare a tavola, il pasto viene portato nelle loro stanze. Tra gli invitati c'è il direttore generale dell'Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, accompagnato dal direttore sanitario del San Paolo e dal coordinatore della sanità penitenziaria dell'Asl. È una presenza un po' sorprendente se pensiamo che per i suoi predecessori il carcere era un'appendice marginale. Verdoliva invece si è visto già altre volte.
I commensali hanno di fronte uno scorcio delle celle, e sono costretti a vedere le condizioni di disagio con cui devono convivere ogni giorno i detenuti. Con la coda dell'occhio il direttore generale osserva le brande di ferro della stanza di fronte e ricorda ai suoi collaboratori che il centro è un ospedale vero e proprio e i malati devono avere gli stessi letti dei nosocomi napoletani. "Quando li mettiamo i 10 letti che abbiamo già predisposto? E quanti ne occorrerebbero ancora?".
"Uno per ogni malato!", osano i volontari approfittando di una inattesa apertura. Verdoliva continua ricordando cha appena saranno fatti i lavori per evitare le infiltrazioni d'acqua piovana, finalmente potrà essere fatta la dialisi a Poggioreale. Così come è stato comprato un apparecchio radiografico che permetterà di fare le diagnosi a distanza. Anche qui mancano solo i lavori dei locali.
Il provveditore delle carceri campane Antonio Fullone annuisce, e quando viene posta qualche criticità, il manager non si sottrae: fermare il continuo turn over di medici e infermieri e garantire la continuità terapeutica per i malati psichiatrici sono tra i prossimi obiettivi. Intanto il comico di Made in Sud Marco Critelli riesce a coinvolgere in modo delicato e divertente volontari, agenti, carcerati e ospiti nelle sue gag. Il clima è disteso e gradevole, il pranzo è stato buono e il panettone offerto da Sal De Riso viene molto apprezzato. Mancano i re magi ma i detenuti ricevono in dono una felpa per proteggersi dagli spifferi e una busta di caffè che fa sempre comodo.
"È nelle realtà più dure che possiamo riscoprirci umani", afferma commossa Anna che ha servito ad uno dei tavoli. Viene così smentita quella narrazione superficiale e bieca che vede nelle galere il luogo dove sono rinchiusi tutti gli infami. E molto più complesso il carcere, qui si mescolano male, disperazione, malattia, povertà e marginalità sociale.
E il pranzo dell'Epifania ne restituisce il suo vero volto in tutta la sua crudezza, senza indulgere a sentimentalismi o giustificazioni buoniste. Il vangelo di Matteo racconta che i sapienti che venivano dall'Oriente fecero ritorno al loro paese per un'altra strada, mentre la cometa scomparve alla loro vista. E dopo questa giornata qualcuno ha fatto ritorno alla propria casa cambiando i percorsi abituali del consueto modo di pensare o di essere. Altri invece, nel silenzio delle proprie celle, scrutano il futuro in attesa di un nuovo orizzonte.
Cronache della Campania, 6 gennaio 2020
L'appello del figlio di un detenuto "Non chiedo che mio padre torni in libertà, ma voglio che riceva tutte le cure necessarie alla sua patologia". È l'appello lanciato da Michele Pellegrino, figlio di Antonio Pellegrino, 67 anni di Maddaloni, detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dove deve scontare altri sei anni degli otto ai quali è stato condannato.
Antonio Pellegrino è affetto da severa disfunzione ventricolare sinistra e malattia coronarica multi vasale così come riscontrato dal referto medico del 10 dicembre scorso dell'ospedale di Sessa Aurunca dove è stato ricoverato. Per rimanere in vita Pellegrino è costretto a prendere 15 medicine al giorno così come prescritto dal referto di dicembre. Secondo quanto racconta il figlio, non sempre al padre vengono dati tutti i farmaci di cui ha bisogno perché non a disposizione della struttura penitenziaria.
"Mi sono offerto di portare io quei medicinali per permettere a mio padre di poter essere curato, ma non mi è stato consentito di recapitarglieli. Ogni giorno vado fuori al carcere di Santa Maria per accertarmi delle condizioni di papà". I problemi di Antonio Pellegrino sono cominciati quattro mesi fa.
"Stava male, ma nessuno si è accorto della situazione - ha raccontato il figlio - un giorno non si è presentato al colloquio con noi familiari perché si era sentito male e, allora, ho ottenuto che fosse portato in ospedale per le cure. Nel corso del percorso dal carcere all'ospedale mio padre ha avuto un infarto. Le sue condizioni non erano compatibili con quelle della struttura detentiva e, infatti, mio padre è rimasto ricoverato per venti giorni, al termine dei quali, è tornato in carcere.
Come è possibile leggere dai referti, mio padre dovrebbe essere costantemente sotto controllo, ma, purtroppo, non lo è. Mi appello a tutti affinché mio padre riceva le cure che deve avere, ci sia un monitoraggio costante e, laddove la struttura penitenziaria non riesce a garantire i medicinali necessari, venga permesso a noi familiari di poterli portare. Non chiediamo nulla più nulla meno che rispettare quelli che sono i diritti di essere umano di mio padre".
di Paolo Griseri
La Repubblica, 6 gennaio 2020
Intervista all'ex procuratore. "Temo però che anche questa volta la Francia troverà una giustificazione per ignorare le leggi e non consegnarci i nostri latitanti".
La Francia che concede l'estradizione ai terroristi italiani latitanti?
"Non conosco il fondamento delle indiscrezioni. E se devo dirle quel che penso, credo che anche stavolta non accadrà". Armando Spataro, ex procuratore capo a Torino, coordinatore a Milano del gruppo antiterrorismo, è scettico: "Tante volte si è annunciata quest'intenzione, ma non è mai successo".
Eppure, dottor Spataro, questa volta c'è la convenzione di Dublino che spingerebbe Parigi a consegnare queste persone alla giustizia italiana. Non è così?
"La verità è che i francesi sono sempre stati tenuti a consegnare queste persone all'Italia in base alle Convenzioni in tema di estradizione già prima vigenti. E non l'hanno mai fatto. Adesso si tira fuori la Convenzione di Dublino del 1996, che non a caso dice nell'art. 1 che serve a facilitare l'applicazione tra Stati Ue dei precedenti accordi in materia, quasi a trovare una giustificazione al fatto che in precedenza Parigi aveva ignorato le richieste di Roma".
Non lo ha fatto per la "dottrina Mitterrand"?
"Ormai si utilizza la "dottrina Mitterrand" come un brand, se ne parla a sproposito senza sapere di che cosa si tratti".
Uno scambio tra la rinuncia alla lotta armata e la rinuncia all'estradizione. Non era questo?
"Questa è solo una parte, quella che tutti sbandierano inclusi gli intellettuali che hanno difeso Battisti e ora non fanno autocritica. Comunque la dottrina non era una legge, ma un orientamento politico dello Stato francese. E poi i cardini di quella dottrina li illustrò chiaramente lo stesso Mitterrand in un'intervista a Marcelle Padovani. Le condizioni erano tre: oltre alla rinuncia alla lotta armata, non aver commesso fatti di sangue e non avere subito condanne definitive. Invece la Francia ha negato l'estradizione di terroristi che avevano compiuto omicidi e ferimenti e che avevano subito condanne passate in giudicato".
Com'è potuto accadere che uno Stato Ue negasse l'estradizione di cittadini condannati da un altro Stato europeo?
"Per anni in Francia è prevalso negli ambienti pseudo intellettuali un pregiudizio contro la giustizia italiana. Ricordo un episodio di molto tempo fa. Nell'ottobre del 2008 partecipavo a un convegno giuridico a Parigi sugli anni di piombo in Italia. Un giurista prese la parola scagliandosi contro "i tribunali speciali che in Italia giudicano i terroristi". Non ce la feci a stare zitto. Mi alzai dalla platea, chiesi scusa interrompendo il collega francese e chiedendogli quando e dove aveva appreso quella falsa notizia. A quel punto si alzò un signore che sedeva da un'altra parte della platea: "Sono Oreste Scalzone. Ha ragione il dottor Spataro. In Italia non ci sono stati tribunali speciali".
La tesi di coloro che in Francia sono ancora oggi contrari all'estradizione è che i latitanti del terrorismo siano ormai anziani e si siano inseriti nella società. Insomma perché incarcerarli dopo quarant'anni?
"Perché hanno un conto aperto con la giustizia che altri hanno pagato e loro no".
I loro legali chiedono una grazia. Che cosa risponde?
"Non entro nel tema della grazia, si tratta evidentemente di giudicare caso per caso, ogni situazione è diversa e io non la conosco. Poi, certo, la grazia è prevista dalla legge. Ma deve essere concessa dal Capo dello stato italiano. In linea generale, però, dico che molti di coloro che dovrebbero essere estradati non hanno mai manifestato alcun pentimento personale o espresso autocritica peri feroci delitti che hanno commesso. E poi la strada è semplice: quanti ritengono di avere diritto a concessioni di benefici e permessi, in conseguenza delle condizioni di salute di alcuni o per altre ragioni, potranno, una volta estradati, rivolgersi al Tribunale di sorveglianza competente per chiedere la concessione di quelli possibili. Questo è quello che fanno tutti i detenuti in Italia e non si vede per quale motivo per loro dovrebbe essere diverso".
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 6 gennaio 2020
E se questa cupa processione di forche, questa esultanza scomposta per un brillìo di manette, questo sangue che scorre sotto l'applauso ammorbante del "popolo", questo tutti contro uno o contro pochi) non fosse altro che un rito catartico, un esorcismo collettivo per placare gli istinti violenti della comunità?
Il giustizialismo non è soltanto una cultura propagandata e codificata dall'alto, non è solo cinica manutenzione degli spiriti indignati da parte delle élites o dei tribuni della plebe, ma anche una forza primordiale che viene dal basso e che risponde a una precisa condizione psicologica, qualcosa che attiene alle pulsioni profonde degli esseri umani e alla loro vita collettiva. Individuare una vittima all'interno di un gruppo (popolo, etnia, scuola, squadra, famiglia, setta) per poi spingerla ai margini di quel gruppo permette di convogliare la violenza endemica verso un obiettivo esterno, che sia esso un individuo o una minoranza di individui, un politico corrotto o un immigrato clandestino. E non importa se siano colpevoli o innocenti, poiché la logica tribale del sacrificio è estranea alle precisioni e alle sottigliezze del diritto. La maggioranza ha bisogno di emettere una condanna per mondare se stessa da ogni colpa: è lo schema classico del capro espiatorio.
Nelle società moderne la costruzione del capro espiatorio avviene nell'intreccio malsano tra la propaganda dei governi e i pregiudizi popolari, tra manipolazione ideologica e credenze striscianti. Il caso più famoso è l'Affare Dreyfus, l'ebreo alsaziano ufficiale dell'esercito accusato ingiustamente di spionaggio e alto tradimento che ha rappresentato per la società francese di fine Ottocento il colpevole ideale; per dirla con le parole di Georges Clemenceau "Dreyfus è il capro espiatorio del giudaismo sul quale convergono e si accumulano tutti i presunti crimini precedentemente commessi dagli ebrei".
Ebrei traditori, zingari, omosessuali, kulaki, minoranze etniche, oppositori politici, ma anche sovrani decaduti, banchieri, massoni, re Mida globali, kasta, ciò che caratterizza il capro espiatorio sono le sue qualità estreme; estrema povertà, estrema ricchezza, estrema bellezza o bruttezza, estrema distanza o vicinanza dal gruppo che lo respinge o lo scaccia via.
Come fa notare l'antropologo e filosofo francese Réné Girard autore del celebre Le bouc émissaire (1982), probabilmente lo studio più approfondito sul concetto di capro espiatorio, "il rito sacrificale non è altro che la replica del primo linciaggio spontaneo che riporta l'ordine all'interno di una collettività. Attorno alla vittima sacrificata la comunità trova pace, producendo una specie di solidarietà nel crimine".
Il sacrificio è dunque violenza legalizzata e funzionale all'equilibrio sociale del gruppo, in particolare nei momenti di crisi (carestie, guerre, epidemie, conflitti sociali). Nella Bibbia (Levitico) il capro sacrificato deve placare l'ira di Dio, è un animale scelto a sorte su cui però converge il biasimo di tutta la comunità, in realtà, sottolinea Girard, la bestia viene uccisa affinché tutti possano mondarsi dei propri peccati e non per paura di una reale ritorsione divina. L'aspetto religioso non è altro che il contenitore simbolico, l'involucro di un'espiazione tutta umana. Un tratto talmente interiorizzato e trasmesso nel corso della storia che spesso chi viene colpito dalla vendetta del gruppo accetta docilmente il suo destino senza ribellarsi, giocando il ruolo di vittima consenziente. Le tecniche di manipolazione, la semplice prostrazione degli individui nei confronti del potere inquisitorio, la sproporzione di mezzi tra accusa e difesa rendono tutti noi dei potenziali Benjamin Malaussène, il surreale personaggio inventato dallo scrittore Daniel Pennac, direttore tecnico di un grande magazzino nonché "capro espiatorio di professione".
Nella mitologia classica la prima vittima consenziente è Edipo, l'incestuoso e parricida Edipo, che accetta senza battere ciglio il verdetto ottuso dei tebani i quali lo credono colpevole di aver portato in città un'epidemia di peste; vittima di una mistificazione, Edipo è un innocente perseguitato dal pregiudizio popolare.
Le sue parole remissive, la sua stoica accettazione di una colpa che non ha commesso equivalgono a una confessione estorta sotto tortura nella cella buia di un commissariato. Questo tratto di vittima consenziente emerge ancora di più nel sacrificio di Cristo nel Nuovo Testamento che in fondo svela apertamente questo meccanismo di autoassoluzione collettiva alle spese del più debole, "l'agnello di Dio", letteralmente capro espiatorio umano-divino, afferma di sacrificarsi per salvare il genere umano ma allo stesso tempo si dichiara innocente, accetta il martirio non perché è colpevole di lesa maestà ma perché sa che c'è bisogno di un colpevole per interrompere il circolo vizioso della violenza.
Per un breve tratto però, perché la società contemporanea sostituisce rapidamente i suoi bersagli, sempre alla ricerca di nuove vittime, di nuovo sangue da far scorrere per placare la rabbia repressa e alienata delle maggioranze. La rete da questo punto di vista è un formidabile moltiplicatore dell'indignazione popolare e di conseguenza della calunnia corale. Diffamare qualcuno senza nessuna prova, additare un comportamento ritenuto non conforme alla volontà del gruppo, perché infedele, osceno, immorale, evocare complotti e cospirazioni da parte di misteriosi burattinai o di fantomatiche spectre del crimine planetario, significa aver continuamente bisogno di costruire capri espiatori diversi, in una ricerca spasmodica che diventa fine a sé stessa, generando una società di inquisitori frustrati e di vittime designate.
di Guido Rampoldi
Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2020
Al punto in cui ormai è giunta la guerra per procura libica, l'ingresso in campo di truppe turche non è certo il male peggiore. Per quanto possano risultare brutali, quei soldati appartengono a un esercito regolare: insomma non sono i macellai al soldo del generale Haftar e neppure certe bande di miliziani-negrieri schierati con il governo di Tripoli e un tempo cari al Viminale.
Se i turchi dovessero fermare Haftar e imporre l'armistizio, Ankara incasserà un lauto profitto a spese degli europei, puniti perché anche in questa occasione velleitari e inconcludenti. Ma ancor peggio sarebbe per tutti se vincesse Haftar, perché la lunga e rischiosa anarchia militare che ne conseguirebbe potrebbe costare assai cara, all'Eni e all'Italia.
Beninteso: non conviene a nessuno che la Libia diventi il campo di battaglia di una guerra tra cattivi e pessimi. Ma prima di intonare il consueto "mamma li turchi!", la politica e l'informazione italiane provino a raccontarsi finalmente chi è Haftar e quali sono i suoi metodi. Un aiutino: lo scorso 17 luglio nella città libica di Bengasi una unità del generale, sotto il comando di suo figlio Khaled, è piombato in casa di Seham Sergiwa, parlamentare eletta nelle prime e uniche elezioni libiche (2014) e l'ha rapita, dopo aver sparato al marito e picchiato selvaggiamente il figlio 14enne. Da allora, e malgrado gli appelli di Onu, Unione europea e Amnesty ad Haftar, della Sergiwa non si hanno più notizie.
Nessuno dubita che sia stata uccisa, probabilmente dopo essere stata violentata. La sua colpa: interpellata da una emittente libica, aveva criticato l'offensiva lanciata da Haftar su Tripoli. Inoltre a suo tempo era stata autrice di un documentato report inviato alla Corte penale internazionale circa gli stupri di massa compiuti durante la guerra civile dalle truppe di Gheddafi, parte delle quali ora combattono per il generale Haftar.
Il rapimento della Sergiwa non ha suscitato in Italia alcuna interrogazione parlamentare ed è stato pressoché ignorato dall'informazione, probabilmente a motivo di due circostanze: in quanto nemico dei Fratelli musulmani, Haftar ha da tempo estimatori a destra e sinistra; e da quando si è avvicinato ai tubi dell'Eni (2017) non dispiace ai governi italiani, da tempo disponibili a scaricare al Serraj e a confermare anche in Libia la nomea per la quale l'Italia non finisce mai una guerra dalla parte in cui l'aveva cominciata.
A conferma, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio giorni fa ha fatto la voce grossa con al Serraj, colpevole di aver chiesto ad Ankara l'aiuto che si attendeva da Roma e dalla Ue, e si è intrattenuto assai amichevolmente con Haftar, ricevendone in cambio lodi ("Lei deve essere orgoglioso di se stesso, può essere l'esempio di tutti i giovani libici, un modello") che avrebbero messo in grave disagio - data l'origine - chiunque fosse provvisto non dico di una dignità ma perlomeno di un cervello. Subito dopo, al Serraj ha chiesto ai turchi di accelerare i tempi dello sbarco.
Qualcuno chiamerà "realismo" la benevolenza che l'Italia riserva ad Haftar: ma è un realismo che ignora la realtà. Haftar non vuole alcuna soluzione politica (non la vuole il suo primo sponsor, l'Egitto), ma non ha alcuna possibilità di prendersi tutta la Libia perché non ha grande seguito nella popolazione, presso la quale è considerato con ragione il Quisling di un'alleanza egiziano-emiratina-saudita cui si è aggiunto Putin. Il suo "Esercito nazionale libico" è una sommatoria di lanzichenecchi: bande salafite finanziate dalle petromonarchie del Golfo, reduci gheddafiani, mercenari russi, milizie del Chad, Janjawid sudanesi già distintisi in patria nell'arte del massacro. Insomma pendagli da forca che potranno conquistare territori ma non riusciranno a dominarli, e finiranno inevitabilmente col produrre tante ribellioni e un'anarchia militare ancora più sanguinolenta.
Di conseguenza scambiare smancerie con Haftar, come hanno fatto Di Maio e altri ministri degli ultimi governi italiani, significa raccontarsi alla popolazione libica come amici di un tiranno ripugnante, fama che in futuro potrebbe esporre Italia ed Eni a giustificate rappresaglie. Questo rischio da noi non viene messo in conto, probabilmente perché si ritiene che i libici, e gli arabi in generale, siano predisposti ad assoggettarsi docilmente al rais di turno, una volta vincitore. Ma anche se abbiamo difficoltà a crederlo, i libici non sono tanto diversi da noi. Certo non lo era la deputata Seham Sergiwa, i cui titoli accademici, conseguiti in ottime università occidentali, non trovano equivalenti nei curricula della gran parte dei parlamentari italiani.
In altre parole Haftar è il problema, non la soluzione. Un'Italia consapevole e dotata di un qualche coraggio cercherebbe di toglierlo di mezzo, anche attraverso la Corte penale internazionale, cui non sarebbe difficile far giungere prove di tanti misfatti. In ogni caso quell'Italia che non c'è la smetterebbe di confidare nell'aiuto americano, nel rinsavimento di Macron, nella buona volontà dell'amico Putin, ed entrerebbe in campo con un'iniziativa propria. Una proposta del genere è stata formulata di recente dall'ex segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo, ma senza alcun risultato. A Di Maio non mancano bravi consiglieri, tra i diplomatici. Affidi a quelli la politica estera, che è una cosa seria, e si dedichi alle batracomiomachie pentastellate. Quantomeno eviterebbe di rendere ancora più tragicomico un Paese che già provvede da solo a coprirsi di ridicolo.
di Fiorenza Sarzanini e Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 6 gennaio 2020
L'annuncio del governo di Tripoli alla luce delle nuove tensioni sul terreno. Nella delegazione anche i ministri degli Esteri di Germania, Francia e Gran Bretagna. L'intenzione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio rimane quella di andare in Libia prima possibile anche per placare le polemiche e gli attacchi sul suo "immobilismo" che arrivano dall'opposizione. Ma l'aggravamento del conflitto e soprattutto l'opportunità politica di trattare in questo momento con il generale Khalifa Haftar, hanno fatto saltare la missione dell'Unione Europea prevista per domani. "Rinviata a data da destinarsi, alla luce delle condizioni attuali": lo rende noto il ministero degli Esteri del Governo di accordo nazionale libico. Alla missione avrebbero partecipato l'Alto rappresentante Ue per la politica estera Josep Borrell e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Il clima è di tensione altissima, con possibili gravi conseguenze sul doppio fronte immigrazione e terrorismo. A Palazzo Chigi ieri descrivevano la situazione come "fluida e incerta". Per questa mattina alla Farnesina era stata convocata una riunione operativa. I piani di volo per la delegazione, che comprendeva i ministri degli Esteri di Germania, Francia e Gran Bretagna, erano stati già predisposti.
La missione Ue si prefiggeva di avere colloqui diretti sia con il capo del governo legittimato dall'Onu, Serraj, sia con il generale Haftar. Il recente invio da parte della Turchia di oltre un migliaio di miliziani siriani filoturchi, a sostegno di Serraj, ha complicato non poco le cose. Le forze armate dell'Egitto, che con l'Arabia Saudita ha condannato la scelta di Erdogan di intervenire nel conflitto, hanno compiuto un'ampia esercitazione non lontano dalle coste libiche.
Sia sul terreno che nell'area la situazione è incandescente e ai problemi legati alla sicurezza, ai corridoi diplomatici che i libici potranno e vorranno garantire, si aggiungono motivi di opportunità politica dopo i razzi lanciati, presumibilmente da forze armate legate ad Haftar (che però ha seccamente smentito un coinvolgimento) contro la caserma dei cadetti di Tripoli causando almeno 30 vittime e l'immediata reazione dell'esercito di Serraj, che ha causato almeno tre vittime sull'altro fronte, e sarebbe stata condotta anche con l'utilizzo di un drone di fabbricazione turca.
L'escalation di attacchi, da una parte e dall'altra, ha momentaneamente suggerito, anche ai nostri servizi presenti sul posto, di imporre una sorte di congelamento della missione, che avrebbe il compito di esprimere con una voce sola l'appello alla cessazione delle ostilità e alla scelta di un percorso diplomatico sul quale anche il segretario dell'Onu non si stanca di insistere. "Ogni azione militare provoca sofferenze ingiuste alla popolazione civile, aggrava la crisi umanitaria e alimenta una pericolosissima escalation del conflitto", ha ribadito ieri sera Di Maio dopo aver parlato al telefono con il ministro degli Esteri libico Mohamed Siyala. "L'Italia - ha spiegato - chiede a tutti un'immediata cessazione di ogni azione militare e il ritorno ad un percorso di dialogo politico sotto egida Onu".
Il titolare della Farnesina ha avuto contatti anche con Serraj e con Bruxelles. Questa sera dovrebbe incontrare a Roma Borrell e il collega tedesco Heiko Maas, ma a questo punto anche la cena rischia di saltare. "La situazione in completa evoluzione su diversi fronti, dalla Libia all'Iran e all'Iraq, non permette per il momento di fare nessuna programmazione sull'agenda dei prossimi giorni di Borrel", fanno sapere dall'Unione Europea. E su questa incertezza pesa anche l'atteggiamento della Francia che, pur avendo aderito alla missione comune, appare intenzionata a giocare una partita indipendente. Tanto da aver predisposto autonomi piani di volo.
di Francesco Semprini
La Stampa, 6 gennaio 2020
La Turchia comincia l'invio graduale delle truppe. Il governo di unità nazionale contrario alla missione Ue. Sull'attacco all'accademia militare a Tripoli accuse all'aviazione di Haftar. Il generale nega: "C'è la mano dell'Isis". Il Governo di accordo nazionale libico chiede a Bruxelles di non inviare la propria delegazione a Tripoli per trovare una mediazione politica alla crisi bellica in atto, azzerando di fatto lo sforzo europeo di reinserirsi nel dossier del Paese nordafricano dopo un'assenza di fatto durata oltre un anno.
La missione capitanata dall'Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, con protagonisti i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia con Luigi Di Maio, sarebbe dovuta arrivare domani nella capitale libica ma "questioni di sicurezza" ne rendono l'attuazione complicata, pericolosa. In realtà, spiegano fonti locali, dietro il rinvio c'è il disinteresse da parte del Gna di Fayez al Sarraj di dare spazio trattative diverse da quelle che hanno portato all'accordo tra Tripoli e Ankara con il conseguente supporto militare della Turchia alla Tripolitania. Come dire, "siete arrivati tardi, un alleato già lo abbiamo".
La missione europea, del resto, era già nata zoppa avendo registrato la defezione della Francia, da sempre vicina a Khalifa Haftar, tanto che Parigi avrebbe finanche impedito a Di Maio di divulgare un comunicato congiunto di condanna dell'attacco di sabato all'accademia di Tripoli smontando la già fragile architettura europaa messa in piedi a dicembre. E con essa gli sforzi organizzativi della Conferenza di Berlino prevista per la seconda metà di questo mese. Inutili i tentativi di recupero in extremis del ministro Di Maio che ieri ha tentato, inutilmente, di contattare al telefono Sarraj: da Tripoli nessuna risposta. Oltre al fatto che la missione sarebbe stata bersaglio di proteste da parte di attivisti che nella capitale si stanno mobilitando da giorni dinanzi all'estremo tentativo dei Paesi europei.
"L'Italia e l'Europa andassero prima da Haftar convincendolo al ritiro, prima di venire qui", spiegano alcuni attivisti dalla capitale. Se Bruxelles e le cancellerie del Vecchio continente rimango al palo, ad accelerare è invece il presidente turco Recep Tayyip Erdogan il quale ha reso noto che l'invio "progressivo" di soldati turchi in Libia. Il dispiegamento delle truppe verso la Libia è già iniziato e con esso l'inizio di una nuova fase destinata a portare a decisive mutazioni sul campo con i russi protagonisti militari in Cirenaica e cambi di equilibri nel lungo periodo.
Lo conferma il precipitare degli eventi sul terreno dove la situazione è sempre più complessa. Dopo la chiamata alla jihad dichiarata da Haftar, assume i contorni di un giallo l'attacco al collegio militare di Hadaba, a sud di Tripoli, un'esplosione - apparentemente provocata da un missile - che sabato sera ha provocato la morte di almeno 28 persone ed il ferimento di altri 18. Cadetti di polizia, ufficialmente, miliziani pro-Sarraj, secondo ambienti filo-Haftar che, in un intreccio di dichiarazioni e smentite, si sono prima attribuite la responsabilità dell'attacco salvo poi negare in un secondo momento un coinvolgimento nel raid, sostenendo che si sia trattato invece di opera dei terroristi di Isis o di Al Qaeda. Il portavoce del generale, Ahmed Al Mismari, ha smentito ha precisato che "l'esplosione ha avuto luogo dall'interno e non dall'esterno" e che tutti gli elementi inducono a pensare a un attentato terroristico contro i cadetti dell'Accademia militare a Tripoli così come era avvenuto per quella a Bengasi.
Il governo di Sarraj, sostenuto dalla comunità internazionale, continua invece a ritenere che l'autore dell'attacco sia l'aviazione del generale Haftar sostenuta dagli Emirati Arabi, tanto che Tripoli ha chiesto una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu per discutere delle "atrocità e dei crimini di guerra di Haftar". Il vice premier del Gna, Ahmed Maiteeg ha definito l'attacco "terrorista" e ha promesso la prosecuzione della lotta contro le forze di Haftar. Ovviamente con al fianco l'alleato turco.
laluce.news, 6 gennaio 2020
Sono stati liberati alcuni dei più noti esponenti del movimento di protesta antigovernativo che da quasi un anno chiede che il Paese nord africano cessi di essere un regime militare e si trasformi in una democrazia civile. Tra questi Lakdar Bouregaa, un veterano della guerra di liberazione che nel 1962 si concluse con gli accordi di Evian che sancirono il ritiro delle truppe francesi.
Bouregaa, 86 anni, che era in carcere da 6 mesi, è stato rilasciato insieme ad altri 75 oppositori e con questa decisione il potere militare sembra volere accettare una delle precondizioni che Hirak aveva posto per l'inizio di una trattativa finalizzata ad una transizione verso una nuova amministrazione non più dominata da una ristretta cerchia di generali. Le accuse contro l'anziano mujahid erano del tutto politiche, al momento dell'arresto la televisione di Stato aveva detto che era imputato di "offesa alle autorità" e di "contribuire a minare il morale delle forze armate" Nel giorno in cui avrebbe dovuto iniziare il suo processo Bouregaa è stato liberato per decisione della stessa magistratura.
Bouregaa era stato un comandante dell'esercito di liberazione nazionale e fondatore nel 1963 del Fronte per le Forze Socialiste, uno dei più vecchi partiti di opposizione dell'Algeria. Prima del suo arresto, aveva preso parte alle manifestazioni che hanno scosso l'Algeria dallo scorso febbraio, inizialmente contro Bouteflika, e poi contro l'intero l'establishment dopo che il presidente era stato costretto a dimettersi. Tra gli altri detenuti liberati su cauzione giovedì, il generale in pensione Hocine Benhadid, 73 anni, anche lui accusato di "demoralizzare l'esercito" dopo aver criticato Gaid Salah, Mohamed Tadjadit, un attivista soprannominato "poeta del Hirak" e Abdelhamid Amine, che era già stato condannato a tre mesi di reclusione per le sue vignette anti-governative. Dopo il voto segnato dalla scarsa affluenza alle urne e da massicce manifestazioni di protesta, Abdelmadjid Tebboune, ex premier sotto Bouteflika, ha prestato giuramento come nuovo presidente dell'Algeria il 19 dicembre.
di Guido Camera e Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2020
Pioggia di ricorsi alla Corte costituzionale sulla retroattività dei benefici solo ai detenuti che collaborano. È già stata dichiarata l'illegittimità dei limiti per i permessi premio. La "Spazza-corrotti" perde i pezzi. Nel suo primo anno di vita, la legge 3/2019, cavallo di battaglia del M5S e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, non ha infatti retto al banco di prova della giurisprudenza. È stata soprattutto la mancanza di una disciplina transitoria a far approdare le norme di fronte ai giudici che, in più di una occasione, ne hanno limitato l'applicazione. E ora si attendono gli esiti dei procedimenti aperti di fronte alla Corte costituzionale, che dovrà fare chiarezza sulla natura di una delle misure simbolo della legge, ovvero l'equiparazione, per la concessione dei benefici penitenziari, dei fenomeni corruttivi a quelli mafiosi e terroristici. Ma andiamo con ordine.
di Glauco Giostra
La Lettura - Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
Le campagne di chi invoca misure sempre più repressive e nega la funzione riabilitativa della pena sono molto efficaci. Non basta, per contrastarle, ricordare il valore dei principi costituzionali. Bisogna venire incontro alla richiesta di sicurezza che sale dall'opinione pubblica, dimostrando che nella realtà dei fatti il furore vendicativo contro i detenuti non riduce affatto i pericoli, anzi li aumenta, per i cittadini onesti.
- Roma. Rugby, a Rebibbia i "Bisonti" battono "Libera" nella prima partita in carcere
- Uno bianca, "Ora riaprire le indagini"
- Di dovere e di speranza. Piersanti Mattarella, 40 anni dopo
- Quanti danni gravi per il paese dai tempi lunghi del processo
- Il pasticcio brutto (e incostituzionale) della prescrizione. Parla Sabino Cassese









