di Errico Novi
Il Dubbio, 26 novembre 2019
Parte la campagna dell'Ucpi. Il capo M5S risponde. Se ancora oggi il ministro Bonafede considera "una sconfitta" l'eventuale titolo con cui "il giorno dopo i quotidiani direbbero che ha perso sulla prescrizione", se il governo sulla giustizia è in bilico per un messaggio politico prima che per la forza di un diritto, è perché "resiste nell'opinione pubblica la mistificazione secondo cui la prescrizione sarebbe il privilegio di pochi che si possono permettere avvocati in grado di far morire i processi".
A dirlo è il presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza, che al punto arriva dopo un percorso iniziato un anno fa, quando in Parlamento s'è affacciata l'idea dello stop al termine che estingue il reato. Da ieri i penalisti afferrano direttamente il toro per le corna: non solo "l'astensione dalle udienze", prevista per l'intera settimana prossima, ma anche "una campagna social per la verità sulla prescrizione.
Con un approccio studiato, scientifico", spiega il leader dell'Ucpi. Che a fianco, in conferenza stampa, ha Andrea Camaiora, direttore dell'agenzia di comunicazione "The Skill", incaricata dall'Unione di curare l'iniziativa.
"L'obiettivo è convincere i cittadini che la prescrizione riguarda loro, le persone comuni", spiega Camaiora. Da qui una serie di post che nei prossimi giorni verranno rilanciati sui social network. Ai cronisti ne vengono mostrati alcuni: in una vignetta un preoccupato viaggiatore è associato alla didascalia "Prenderesti un treno senza sapere quando arriverai a destinazione? Abolendo la prescrizione, i processi diventeranno così".
Messaggio depurato dalla drammatizzazione politica, insomma. Come l'altro: "La prescrizione senza fine è come un ospedale con liste d'attesa interminabili". Si evoca un concetto familiare per il cittadino utente, legato alle disavventure vissute all'ombra del servizio sanitario. L'hashtag su twitter e dintorni sarà "#ostaggipersempre".
Bene, la controparte cosa fa? Schiera proprio su facebook il carico da novanta, Luigi Di Maio. Stavolta è lui, con un post pomeridiano, ad auspicare che col Pd al posto della Lega "la musica sia cambiata". Colpisce la suggestione scelta: il solito "Berlusconi" che, sostiene Di Maio, "proprio grazie alla prescrizione l'ha fatta franca innumerevoli volte". Con la stoccata a effetto dritta al cuore del nuovo alleato: "Il Pd ai tempi di Berlusconi al governo, ma anche all'inizio della scorsa legislatura, diceva di interrompere la prescrizione ancor prima della sentenza di primo grado, già al rinvio a giudizio".
Ed ecco, in un botta e risposta social durato lo spazio di un pomeriggio, la verità ultima sul romanzo mediatico della prescrizione: se si tratta di "un tema completamente falsato agli occhi dell'opinione pubblica", come dice Caiazza, è esattamente perché per un quarto di secolo il centrosinistra, con gran parte dei giornali, ha taciuto alcune verità (gli illeciti contestati a Berlusconi erano speso di rilievo modesto rispetto all'enormità della macchina inquirente messa in campo, e puntualmente arrivava la prescrizione) e ha detto agli italiani che l'estinzione del reato era un trucco dello spregiudicato Cavaliere.
Ebbene, tanto per dire a che punto la contraddizione politica è arrivata, Caiazza riconosce che "da alcune settimane si sono compiuti passi inimmaginabili fino a poco tempo fa" proprio grazie al Pd e a Italia viva che "ventilano di votare la legge abrogativa della nuova prescrizione, presentata da Enrico Costa, e con i dem che propongono la prescrizione processuale. Vedremo come finirà". Il Pd deve rimettere assieme i cocci lasciati da anni di campagna antiberlusconiana sulla giustizia.
"Il ministro Bonafede non è un nemico ma un ostacolo", spiega Caiazza. Che fornisce dettagli anche sulla "Maratona oratoria" allestita in coincidenza con la settimana di astensione dalle udienze: "Ad oggi siamo a 1000 avvocati che hanno chiesto di alternarsi sul palco davanti al palazzo della Cassazione, dalle 9 alle 20 ininterrottamente da lunedì 2 a sabato 7 dicembre. Racconteranno storie di processi infiniti, per far capire cosa significa".
Idea lanciata al congresso Ucpi di Taormina, "e che viene da un mio trauma di militante radicale: parlai nel cuore della notte da solo, come chiesto da Marco Pannella", racconta Caiazza. È la goccia che scalfisce il muro delle verità precostituite, che non ammettono contraddittorio. A furia di vedere mille avvocati che intervengono da un palco per un'intera settimana, ai cittadini potrebbe venire il dubbio che hanno qualche ragione dalla loro parte. Esempio spasmodico di lotta nonviolenta. Che, almeno nel caso di Pannella, più di una volta ha fatto miracoli.
di Pietro Di Muccio de Quattro
L'Opinione, 26 novembre 2019
I rapporti tra politica e magistratura dovrebbero basarsi sul principio, ribadito anche qui, secondo cui "Non esiste separazione dei poteri senza separazione degli uomini di potere". Accade invece in Italia che, quando gli uomini di potere vestono la toga dei magistrati, la loro separazione dalla politica, cioè dal potere legislativo e esecutivo, non è affatto stabilita come esigerebbe in teoria e in pratica la separazione dei poteri nel corretto "Governo costituzionale".
In Italia un magistrato in carica può essere nominato ministro o sottosegretario della Giustizia. Un procuratore della Repubblica può candidarsi in un partito a governare una regione dopo aver inquisito gli esponenti del partito avverso. La legge lo consente. Ma non lo consente la correttezza istituzionale; anzi, il senso della giustizia, che per un magistrato dovrebbe essere il sesto senso della professione. Chi disistima i magistrati avrà buon gioco nell'accusarli di combattere battaglie politiche mascherate da inchieste giudiziarie. Poiché l'indipendenza della magistratura nella Costituzione è garantita in modi che non si riscontrano in nessuna Costituzione sulla terra, occorrerebbe una disposizione costituzionale per recidere il legame tra rappresentanza politica e magistratura.
I magistrati dovrebbero essere ineleggibili in assoluto, accettando tale clausola all'atto del giuramento d'ingresso in magistratura: "semel abbas, semper abbas". Se i giudici sono soggetti solo alla legge, non possono appartenere alle assemblee rappresentative che "producono" la legge. La "soggezione" diventa fittizia o formale senza la distinzione tra il politico legiferante e il magistrato giusdicente. Lo stesso dicasi per il potere esecutivo che esprime l'indirizzo governativo e, per quanto l'amministrazione pubblica debba essere imparziale, non ha l'imparzialità della giurisdizione. È ineccepibile, immune da riserve di opportunità e convenienza, che il ministero della Giustizia sia amministrato dai magistrati che amministra?
Tutto l'apparato degli esistenti istituti per preservare la "purezza" dei caratteri propri della magistratura (indipendenza e imparzialità), quali l'ineleggibilità, i distacchi, le aspettative, le incompatibilità, eccetera, non raggiunge lo scopo, come i più avveduti tra giudici e cittadini percepiscono. Né lo raggiungerà la pur commendevole revisione legislativa della complessa materia all'esame della Commissione giustizia del Senato. A tacere che la smaccata militanza di qualche singolo magistrato, proprio per la sua stessa veste, induce alla diffidenza anche verso i tanti altri magistrati pur non esposti politicamente, mentre le porte girevoli tra politica e magistratura assestano un colpo funesto alla credibilità di chi le attraversa entrando e uscendo da una parte all'altra.
L'obiezione, invero capziosa, dei magistrati è che la toga non rappresenta una "deminutio capitis". L'elettorato passivo spetta a loro in quanto cittadini. In effetti questo punto di vista è stato avallato dalla Corte costituzionale, con un'argomentazione tuttavia anfibologica, tipica di certe sue sentenze, secondo cui "i magistrati godono degli stessi diritti di libertà garantiti ad ogni altro cittadino" però "hanno una posizione peculiare che comporta l'imposizione di speciali doveri anche come regola deontologica".
La Consulta purtroppo non ha voluto spingersi ad ammettere ciò che pare una "verità effettuale" (Machiavelli), cioè che gl'istituti per proteggere e separare i magistrati dalle commistioni politiche non riescono ad evitare che "possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità".
Dunque, l'equiparazione sic et simpliciter dei magistrati ai comuni cittadini quanto alle istituzioni politiche, non regge. Il giudice è la bocca della legge, che parla uguale per tutti. Non può diventare la bocca dell'elettore, che esprime una parte, o l'espressione del Governo che lo nomina. Voler tenere il piede in due staffe risulta inoltre autolesionistico per i magistrati, la cui autorevolezza crescerebbe a dismisura se prendessero totalmente le distanze dalla politica.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 26 novembre 2019
Il premier Giuseppe Conte ha dichiarato ieri sera che non intende intervenire per fermare il blocco della prescrizione. E ha messo il Pd con le spalle al muro. Il Pd accetterà questo diktat o si ribellerà? La sortita di Conte è stata preceduta da una serie di dichiarazioni, a raffica, di Luigi Di Maio. Il quale ha spiegato che la cancellazione della prescrizione dopo il processo di primo grado (che fu decisa dal governo Conte-Salvini, ma la cui attuazione era stata rinviata di un anno) è giusta anche se il governo (precedente) aveva giurato che sarebbe entrata in vigore solo dopo la riforma della giustizia e invece la riforma non c'è.
Alla scelta di Di Maio e Conte si oppongono con tenacia i penalisti e - in Parlamento - Forza Italia. Mara Carfagna ha definito scellerata la scelta del governo di consacrare l'eternità del processo. I penalisti hanno deciso una azione di protesta che durerà dal 2 al 7 dicembre con una maratona oratoria dalla mattina alle 9 fino alla sera alle 8 davanti alla Cassazione, a Roma.
Il Presidente delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, ha definito la norma che Conte vuole salvare una norma sciagurata, perché mette in discussione i diritti costituzionali dei cittadini. Perché Conte ha deciso di andare al braccio di ferro? Probabilmente per aiutare Di Maio, che in questo momento è in fortissima difficoltà politica, e forse immagina di poter recuperare qualche posizione premendo l'acceleratore sulla pista giustizialista. Questa accelerata può spingere il Pd verso la rottura e la crisi? Può darsi, ma in questo momento è difficile capire chi, nei partiti italiani, sia favorevole e chi contrario alla crisi.
Il Pd potrà accettare questo schiaffo, che travolge un principio essenziale dello Stato di diritto? Speriamo di no. Nessuna persona responsabile, oggi, si augura la crisi di governo. L'Italia non ne ha bisogno. Ma se il prezzo deve essere quello di compiere un nuovo passo, lunghissimo, sulla strada della democrazia autoritaria e giudiziaria, beh, è un prezzo inaccettabile. Abolire la prescrizione in assenza di riforma della giustizia è una follia, e forse una provocazione. Se la si accetta non si può più sapere quale sarà il prossimo passo.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 26 novembre 2019
Retribuzione, carichi familiari, codice rosso: l'Italia ancora indietro rispetto agli altri Paesi europei. "Contrastare sia la violenza fisica sia economica, a partire dall'introduzione della parità di genere nelle retribuzione" è questo l'impegno il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, preso via twitter nella giornata contro la violenza sulle donne.
"Una piaga sociale - scrive Catalfo - che dobbiamo combattere tutti insieme e con ogni mezzo". Molto si è fatto, ma i dati di una donna colpita ogni 15 minuti, e 220 uccise nel 2019, mostrano che la rivoluzione deve essere soprattutto culturale. Un bilancio per capire cosa resta da fare va tentato. Eccolo.
Fermare la strage - Per far fronte all'urgenza femminicidi sono state varate le norme sul Codice Rosso. Entro tre giorni la donna che denuncia deve essere ascoltata da un magistrato. Con la conseguenza che il violento viene spesso arrestato. Ma questo non basta a fermare la strage. Perché? Secondo le vittime il problema è che dopo quell'accelerata tutto si fermi in attesa del processo che magari inizia dopo un anno e mezzo.
Nel frattempo il violento viene mandato ai domiciliari dove continua a perseguitare la vittima. C'è chi, in attesa di processo, ha persino ucciso. "Occorre ridurre i tempi sia delle indagini che dei dibattimenti perché attualmente dopo pochi mesi (in assenza di sentenza) vittima e carnefice si ritrovano faccia a faccia", concorda l'autrice della norma, l'ex ministro Giulia Bongiorno. Ma avverte: "Per far ciò niente scorciatoie: non vorrei che per far presto si svuotasse il dibattimento privilegiando patteggiamento e abbreviato. A che serve inasprire le pene e poi si ampliano i riti alternativi che le svuotano, come mi dicono voglia fare Bonafede?".
Necessari gli interventi annunciati in favore dei bambini che nei femminicidi perdono sempre mamma e papà. E il finanziamento del fondo di sostegno a favore delle associazioni e delle strutture a sostegno delle vittime di maltrattamenti.
Disparità di genere - Nel Gender Equality Index 2019, l'indice delle diseguaglianze uomo-donna calcolato in base a dati del 2017 riguardo a lavoro, ricchezza, conoscenza, tempo, potere e salute, siamo sotto la media Europea: la parità è stata raggiunta al 63% contro il 67,4% degli altri Paesi Ue. Se in Europa lavorano due donne su tre, da noi poco più della metà (53%). Il tasso di occupazione più basso dopo la Grecia. E chi lavora, in un anno, guadagna il 43,7% in meno di un uomo. Contratti meno stabili, prestazioni interrotte per ragioni di welfare familiari, minore possibilità di carriera. Soprattutto ai livelli dirigenziali.
Le donne nei board sono il 32,6%, nei Cda il 28,5%. Era molto peggio la situazione prima della legge Golfo-Mosca: nel 2011 le donne nei Cda erano il 7%. Nel 2005 avevamo il più ampio divario nel potere politico ed economico ora siamo al 13esimo posto. Nonostante le donne conseguano risultati migliori degli uomini nei settori scientifici, con più ampia possibilità di impiego e di retribuzione, stereotipi ancora fanno sì che poche bambine siano avviate alle materie Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica).
Carichi familiari - La maternità in un Paese in deficit di nascite è ancora un ostacolo per le donne che lavorano. Una su quattro è costretta a lasciarlo dopo il secondo figlio. Solo un uomo su 4 si occupa quotidianamente, anche solo per poco tempo, delle faccende domestiche e solo 2 padri su 3 si occupano quotidianamente dei bambini. In più pesa sulle spalle delle donne la cura degli anziani e delle persone disabili. Qualcosa è stato fatto per aiutare nella conciliazione famiglia-lavoro, ma è ancora troppo poco.
Quote rosa - Scarsa la media delle donne anche in Parlamento. Tuttavia attualmente sono il 35%, ovvero 334, di cui 225 alla Camera e 109 al Senato, più della media dei Paesi Ue-28, che é pari al 29,4%, indice del fatto che le norme promozionali della parità funzionano soprattutto come incentivo culturale.
Donne imprenditrici - Sarà che l'opzione imprenditoriale a volte é l'unica concessa, ma le donne imprenditrici aumentano. Sono circa 700mila. Nel 2016 eravamo già sopra la media Ocse con circa il 16% che avevano scelto un lavoro autonomo, contro il 10 di Francia, Regno Unito e Germania.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 26 novembre 2019
Per troppo tempo hanno avuto diritto di parola solo i carnefici: pubblicati dagli editori, invitati in tv, quasi mitizzati. Poi finalmente la parola l'hanno presa le vittime. La notizia alla radio di un bambino amputato. È il ricordo di piazza Fontana che un altro ragazzino di mezzo secolo fa, Gianrico Carofiglio, ha affidato al Corriere.
Il bambino si chiama Enrico Pizzamiglio. Ora ha 62 anni. Quel pomeriggio era alla banca nazionale dell'Agricoltura per pagare una bolletta, insieme con sua sorella Patrizia, di tre anni più grande. Il padre aveva affidato loro la commissione, perché non poteva assentarsi dall'edicola che mandava avanti.
Enrico e Patrizia hanno fatto gli edicolanti in via Lorenteggio, Milano, per tutta la vita. Entrambi hanno superato un lungo calvario, in particolare il più piccolo, che ha subito amputazioni parziali ai piedi e ha imparato a convivere con le protesi. Hanno fatto con amore un lavoro duro, che in questi anni è diventato ancora più difficile. Appartengono in qualche modo alla grande comunità del Corriere, ma non hanno mai parlato di piazza Fontana, e anche in questo cinquantenario non se la sono sentita di raccontare un dolore che resta soltanto loro.
Il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime, Carlo Arnoldi, nella strage ha perso il padre. Racconta che, per quanto ne sa, non ci sono superstiti tra le donne e gli uomini rimasti feriti cinquant'anni fa. Molti erano adulti, qualcuno già anziano. È possibile che si sbagli. Qualcuno che quel 12 dicembre l'ha vissuto sulla propria persona dovrebbe ancora essere vivo. Aspettiamo la sua testimonianza. Perché è troppo angosciante pensare che di quel giorno, relativamente vicino e così importante per l'Italia e per Milano, non sia rimasto davvero nulla.
Colpevoli certi non ce ne sono. In carcere non c'è nessuno. Non esiste una verità storica incontestata, e quindi condivisa. Esiste una verità giudiziaria, che si può così sintetizzare: estremisti di destra - forse infiltrati tra gli anarchici, certo coperti dai servizi segreti - hanno colpito innocenti per provocare una svolta reazionaria.
Che cosa sanno di tutto questo i nostri figli e nipoti? Non molto più di nulla. Eppure riannodare il filo della memoria non è impossibile. In questi giorni è stato giustamente ricordato l'assassinio di Antonio Annarumma, un poliziotto di ventidue anni ammazzato con un tubo di ferro dagli estremisti di sinistra a Milano il 19 novembre 1969. Un delitto negato e occultato per molti anni.
Anche di piazza Fontana è importante che si parli. Le iniziative non mancano. Il Comune farà senz'altro la sua parte, come le associazioni. La giornalista Anna Migotto ha girato un documentario sulla reazione dei milanesi che sarà presentato il 15 dicembre, anniversario dei funerali. Il regista Marco Tullio Giordana ha chiesto alla Rai di trasmettere il film Romanzo di una strage, che tra l'altro difende la memoria di Giuseppe Pinelli e del commissario Luigi Calabresi, anche loro in modo diverso vittime delle conseguenze di quell'evento terribile. Sono tanti segnali, che però andrebbero legati da un disegno comune. Rivolto in primo luogo ai nostri ragazzi.
Piazza Fontana non è soltanto un posto in cui sono morte e sono rimaste ferite troppe persone in modo assurdo e ingiusto. È anche l'inizio di anni drammatici per la convivenza civile. Anni in cui le giovani generazioni mimarono la guerra civile combattuta dai padri tra il 1943 e il 1945. In cui la fedeltà al patto costituzionale fu violata sia da bande armate rosse e nere, sia da apparati dello Stato. Non è sempre facile districarsi tra gli eccessi ideologici, tra i dietrologi di professione e tra i negazionisti, tra chi esagera pensando che non si sappia nulla e chi esagera pensando che si sappia tutto. Ma custodire e trasmettere il ricordo è un dovere.
Per troppo tempo hanno avuto diritto di parola solo i carnefici: pubblicati dagli editori, invitati in tv, quasi mitizzati. Poi finalmente la parola l'hanno presa le vittime. Libri come Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi e Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi hanno avvicinato i giovani a una vicenda che non conoscono, ma che li riguarda. De te fabula narratur, di noi parla la storia. Piazza Fontana dovrebbe essere ricordata - a cominciare dai nomi e dalle biografie delle vittime - in tutte le scuole di Milano. Che in questi anni sta tornando capitale morale; e quindi può essere anche la capitale della memoria.
di Raffaella Ianuale
Il Gazzettino, 26 novembre 2019
I primi sessanta sono già stati trasferiti, ma entro fine mese ne arriveranno altri quaranta. Cento condannati per mafia che sconteranno la loro pena nella Casa circondariale Filippo del Papa di Vicenza. Considerato che il padiglione di massima sicurezza, inaugurato quattro anni fa, ha una capienza di duecento posti per il sindacato di polizia penitenziaria Uspp qui si verranno a breve a concentrare duecento condannati per 416 bis, accusati cioè di associazione a delinquere di stampo mafioso.
"Tutti affiliati a mafia, ndrangheta, sacra corona unita e camorra" dice Leonardo Angiulli segretario per il Triveneto dell'Uspp. In una regione che, come dimostrano le ultime inchieste, è stata colonizzata in alcune sue aree strategiche proprio dalla criminalità organizzata di stampo mafioso. Il caso è già finito sul tavolo del comitato per la sicurezza e l'ordine pubblico e "come sindacati di categoria abbiamo incontrato il prefetto di Vicenza".
Oltre a questo c'è un'interrogazione dell'onorevole vicentina Maria Cristina Caretta che proprio ieri ha incontrato gli agenti di polizia penitenziaria. "Ho presentato un'interrogazione al ministro della giustizia per informarlo delle condizioni in cui versa il carcere e per sapere come intenda intervenire" dice la deputata di Fratelli d'Italia che aveva già incontrato le principali sigle della polizia penitenziaria Sappe, Cnpp e Cgil. Tra le emergenze sovraffollamento, personale insufficiente, pochi blindati e mancanza di un direttore reggente. Fabrizio Cacciabue, attuale responsabile, è infatti a scavalco tra il carcere Due Palazzi di Padova e quello di Vicenza dove riesce a garantire la sua presenza per due giorni alla settimana.
"Alcune sezioni del carcere restano inabitate a causa della carenza di personale, questo elemento sommato all'affollamento contribuisce a rendere le condizioni di lavoro problematiche e ad alto rischio" spiega la parlamentare. Sono 331 i detenuti attualmente accolti a cui si sommano i cento ad alta sicurezza già assegnati.
Gli agenti di polizia penitenziaria in servizio sono 190 "la carenza di personale è stimata di circa sessanta unità a dimostrarlo il fatto che in un anno hanno accumulato circa 50mila ore di lavoro straordinario, oltre a questo - prosegue Caretta - dispongono di soli due blindati vecchi e spesso in riparazione e anche il sistema di sorveglianza è insufficiente".
Una situazione che rischia di degenerare con l'arrivo dei detenuti di alta sicurezza per i quali parla di "turismo penitenziario" il sindacalista Angiulli. "Servono uomini e mezzi per garantire gli spostamenti di questi detenuti che per il 95% provengono dal Sud e sempre al Sud hanno commesso i loro reati - spiega - quindi devono attraversare l'Italia anche solo per le udienze dei processi.
Non stiamo parlando di autori di piccoli reati, ma di 416 bis che hanno bisogno di personale e mezzi ad ogni spostamento quando aumenta il rischio di fughe ed evasioni". Parlando di stime al rialzo il carcere di Vicenza potrebbe accogliere fino a 470 detenuti. "Impensabile - per l'Uspp - già ora abbiamo avuto da inizio anno ad ora 687 eventi critici, che coinvolgono aggressioni tra detenuti, al personale e danneggiamento alle strutture e cinque nostri agenti sono finiti al pronto soccorso con prognosi talvolta serie".
Un affollamento delle carceri che non riguarda solamente la casa circondariale di Vicenza, ma che attanaglia tutte e nove le strutture detentive venete che complessivamente accolgono 2.525 detenuti, dei quali 1.407 stranieri. I sindacati di categoria hanno stimato che a Padova ci sia un sovraffollamento del 60%, nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia del 45%, al Santa Bona di Treviso del 35%, mentre a Verona il Montorio è addirittura al 66%.
Anche quest'ultimo è infatti oggetto di un'interrogazione al ministro della giustizia dell'onorevole leghista Paolo Tosato. Per il carcere di Vicenza i rappresentanti di categoria, anche per far fronte ai nuovi arrivi, chiedono quindi potenziamento del personale, un maggior contingente che non coinvolge solo gli agenti, ma anche gli ispettori e i sovrintendenti, e un direttore fisso in pianta organico. "Queste problematiche devono trovare una soluzione nel più breve tempo possibile - conclude Caretta - per evitare che la situazione degeneri e porti a complicazioni e situazioni gravissime".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 26 novembre 2019
La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. La denuncia del capo dello Stato. E uno studio dell'Istat mette a nudo gli stereotipi più comuni sui ruoli di genere. Il 7,4% degli italiani ritiene accettabile che "un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha flirtato con un uomo", il 6,2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto.
Più del doppio (il 17,7%) ritengono accettabile che un uomo controlli abitualmente il cellulare o l'attività sui social network della moglie o compagna. Sono i dati della rilevazione statistica sugli stereotipi, sui ruoli di genere e l'immagine sociale della violenza realizzata dall'Istat e diffusa ieri, nella Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Gli stereotipi più comuni tra gli italiani sono: "Per l'uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro" (32,5%), "gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche" (31,5%), "è l'uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia" (27,9%). Il meno diffuso è "spetta all'uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia" (8,8%).
Persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se vuole. Elevata anche la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire (23,9%).
Il 15,1%, inoltre, ritiene che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l'effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Per il 10,3% della popolazione spesso le accuse di violenza sessuale sono false (il 12,7% degli uomini, il 7,9% delle donne); per il 7,2% "di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì", per il 6,2% le donne serie non vengono violentate. Per finire con l'1,9% secondo cui non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria moglie o compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.
Il 63,7% della popolazione considera causa della violenza le esperienze violente vissute in famiglia durante l'infanzia, il 62,6% ritiene che alcuni uomini siano violenti perché non sopportano l'emancipazione femminile mentre il 33,8% associa la violenza ai motivi religiosi (in particolare al Centro-Nord). Sui motivi che possono scatenare la violenza, il 77,7% l'attribuisce al fatto che gli uomini considerano le donne oggetti di proprietà (84,9% donne e 70,4% uomini), il 75,5% dà la colpa all'abuso di droghe o alcol, 75% al bisogno di sentirsi superiori. Infine per il 70,6% dipende dalla difficoltà degli uomini a gestire la rabbia.
A una donna che ha subito violenza il 64,5% consiglierebbe di denunciare, il 33,2% di lasciare il compagno. Il 20,4% indirizzerebbe la donna verso i centri antiviolenza e il 18,2% verso servizi pubblici o professionisti (ad esempio consultori, psicologi, avvocati). Il 58,8% della popolazione tra i 18 e i 74 anni, senza differenze tra uomini e donne, si ritrova negli stereotipi di genere.
Il fenomeno aumenta al crescere dell'età (65,7% dei 60-74enni e 45,3% dei giovani) e tra i meno istruiti. Gli stereotipi sono più frequenti al Sud (67,8%), in particolare in Campania (71,6%), e meno diffusi al Nord-est (52,6%), con il minimo in Friuli Venezia Giulia (49,2%). Sardegna (15,2%) e Valle d'Aosta (17,4%) presentano i livelli più bassi di tolleranza verso la violenza; Abruzzo (38,1%) e Campania (35%) i più alti.
"La violenza sulle donne non smette di essere emergenza pubblica - ha commentato ieri il presidente Sergio Mattarella -. Le donne sono oggetto di molestie, vittime di tragedie palesi e di soprusi taciuti perché consumati spesso dentro le famiglie o perpetrati da persone conosciute".
Basta leggere le cronache. Ieri, ad esempio, un trentenne di Portici è stato arrestato mentre picchiava la compagna davanti al figlio di 9 anni. A Massa domenica notte è stata divelta la statua che ricorda Cristina Biagi, massacrata dall'ex marito. Si tratta del sesto episodio di danneggiamento in due anni.
di Roberto Petrini
La Repubblica, 26 novembre 2019
Alleggerimento delle pene detentive per chi evade; deburocratizzazione delle norme per evitare appalti-pirata che resteranno in vigore solo per i contratti sopra i 200 mila euro; salta l'imposta municipale sulle piattaforme marine. Sono questi i punti d'intesa raggiunti ieri, durante una lunga riunione al ministero dell'Economia, tra il viceministro Misiani, il sottosegretario Baretta, e i relatori del decreto fiscale.
Si tradurranno in un pacchetto di emendamenti pronti per essere presentati dal governo direttamente, o attraverso la relatrice e presidente della Commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco. Ieri sera intanto il governo ha presentato un primo antipasto di emendamenti tra i quali sono da segnalare i 180 milioni per gli straordinari di forze di polizia e vigili del fuoco e l'esenzione da parte degli obblighi della fatturazione elettronica per gli 007. In primo piano la questione delle cosiddette manette agli evasori previsti dall'articolo 39.
La norma fortemente voluta dai Cinque stelle prevede un abbassamento delle soglie di imponibile evaso e un aumento delle pene detentive che salgono fino 8 anni. La norma è stata fortemente contrastata dai renziani e ieri, durante la riunione, Luigi Marattin ha posto nuovamente il problema dell'arresto e dei sequestri nel corso di un accertamento.
Di conseguenza si è sviluppato un braccio di ferro con i Cinque stelle: il governo e il Pd hanno tentato una mediazione che ha coinvolto anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che, alla fine, si è impegnato a formulare una nuova proposta con una riduzione delle pene detentive.
Soluzione anche sull'articolo 4, la norma volta ad evitare che in caso di appalti a forte tasso di manodopera la società che ha ricevuto la commessa chiuda i battenti e non paghi le ritenute Irpef ai lavoratori. Per evitare questa situazione la norma prevedeva che a pagare le ritenute Irpef fosse la società che ha dato in appalto i lavori e che ogni mese la società che ha avuto l'appalto comunicasse alla ditta "madre" una dettagliata distinta con codice fiscale, orari e retribuzione di ciascun lavoratore.
La norma era stata supportata soprattutto da Leu e avversata da Italia Viva. Anche in questo caso il governo ha trovato una soluzione di mediazione: le norme resteranno ma solo per i contratti che superano il valore di 200 mila euro, per i contratti di minore entità ci saranno solo maggiori controlli e sarà dunque evitata la responsabilità in solido tra le due società coinvolte nei confronti del Fisco.
Viene poi eliminato l'articolo 38 del decreto fiscale che aveva istituito la nuova tassa municipale sulle piattaforme marine per l'estrazione di idrocarburi, una sorta di Imu marittima. La tassa, che sarebbe partita dal 2020, prevedeva un aliquota del 10,6 per mille attribuita al Comune di riferimento. Troppe proteste e difficoltà sul piano giuridico e il governo ha deciso di fare retromarcia.
di Giorgio Mannino
Il Riformista, 26 novembre 2019
Il giudice Cesare Vincenti era indagato per corruzione. Parla il figlio avvocato, anche lui coinvolto nell'inchiesta. Tre settimane fa, la pensione del genitore: non c'era quasi nessuno. "Non ce la faccio più. non posso più andare avanti così, ma credetemi non è per l'indagine".
Tra le poche righe scritte su un biglietto con la solita indecifrabile calligrafia, spicca questa frase nelle parole di addio, lasciate su carta, ad una vita nell'ultimo anno devastata da un mal di vivere insopportabile. Ha deciso di andarsene così. lucidamente. il giudice Cesare Vincenti, ex capo dell'ufficio gip di Palermo, togliendosi la vita giovedì scorso verso le 12. Il salto dal quinto piano della sua abitazione in via Sciuti non gli ha lasciato scampo.
Stimato professionista, cultore del diritto, magistrato infaticabile e dalle spiccate doti umane. Vincenti era andato in pensione da poche settimane al termine di una carriera durata 43 anni. sempre lontana dal clamore mediatico. E macchiata, lo scorso giugno, da un'inchiesta partita dagli uffici della procura di Caltanissetta.
Vincenti era finito sotto indagine, insieme al figlio avvocato e professore di diritto commerciale Andrea, per corruzione e abuso d'ufficio nell'ambito del caos giudiziario che ha travolto la società Palermo Calcio. Secondo l'ipotesi dei pm nisseni. il magistrato avrebbe rivelato la notizia di custodia cautelare nei confronti dell'ex patron del Palermo Maurizio Zamparini che, grazie alla presunta soffiata del giudice, avrebbe poi lasciato ogni incarico nel cda della società per evitare l'arresto.
Il giudice in cambio avrebbe chiesto per il figlio Andrea un ruolo nell'organismo di vigilanza della società rosa nero, guidata dall'allora presidente Giovanni Giammarva. Un incarico da 6 mila euro lordi all'anno per tre anni. Accuse tutte da dimostrare ma che a livello mediatico hanno fatto scoppiare una bomba dagli effetti devastanti: "Mio padre visse molto male la notizia. Nella sua lucidità era consapevole che il sua malessere non gli avrebbe consentito di sfruttare appieno le sue capacità mentali", spiega il figlio Andrea.
"Sapeva - aggiunge - che l'indagine non avrebbe avuto seguito perché infondata, ma se fosse stato rinviato a giudizio, la sua paura era quella di non potersi difendere a causa della malattia. Questa cosa lo deprimeva ancora di più e si corrodeva giorno dopo giorno nonostante le mie rassicurazioni".
La malattia da un lato e l'isolamento dall'altro. Tre settimane fa. in occasione del pensionamento, Vincenti aveva organizzato nel suo ufficio una piccola festa di commiato. Tra quelle mura, però, erano pochissimi i magistrati: "E vero, sicuramente c'erano pochi colleghi di mio padre", conferma il figlio Andrea.
"C'era tutto il personale tecnico-amministrativo, molti avvocati, ma tutto sommato non c'è stata una partecipazione massiva. L'indagine a suo carico, in tal senso, avrà influito ma credo che questo derivi anche dal fatto che mio padre fosse schivo, abbia vissuto il suo lavoro con una serietà tale da renderlo avulso da logiche che non fossero fermamente legate allo svolgimento del suo mandato. Questo lo ha reso, forse, poco parte di un sistema".
Un sistema che, tuttavia, si è stretto attorno alla figura del giudice solo dopo la sua morte. Tra le panche in legno della gremita chiesa San Francesco di Paola - dove venerdì scorso hanno avuto luogo i funerali - la rappresentanza di avvocati e magistrati è stata nutrita. E le frasi pronunciate dal prete Antonio Porretto, durante l'accorata omelia, hanno avuto il sapore di un amaro ammonimento: "Non sei l'unico morto, chissà quanta gente qui non sa amare, non sa perdonare", tuona rivolgendosi al feretro del giudice.
"Ricordati - aggiunge - anche di quelli che in vita non ti hanno voluto tanto bene, hanno tempo per convertirsi. Perché c'è luce oltre il puzzo della morte". Nei giorni scorsi in tanti hanno lacrimato parole di cordoglio e di vicinanza nei confronti della famiglia di Cesare Vincenti. L'avvocato Stefano Giordano su Facebook ha scritto che "il gesto del galantuomo presidente Vincenti sembra essere un gesto di un uomo d'altri tempi, che si ribella contro l'ipocrisia di un mondo in cui lui era controcorrente".
Un altro avvocato, Antonio Tito, lo ha ricordato come "un ottimo magistrato, un uomo integerrimo e perbene". Il presidente del tribunale del capoluogo. Salvatore Di Vitale ha definito la scomparsa di Vincenti "un grave lutto per la magistratura italiana".
La Camera penale di Palermo, invece, ha morso: "Tale evento costituisce la conseguenza di un perverso circuito mediatico-giudiziario che travolge vita e affetti senza alcun discernimento. Il principio costituzionale di non colpevolezza è un segno di civiltà che dev'essere richiamato e ribadito in simili momenti drammatici".
Adesso. in caso di rinvio a giudizio. toccherà al tiglio Andrea difendersi e difendere la memoria del padre: "C'è stato un certo accanimento nei confronti della mia famiglia. E, in fondo, sono contento di essere indagato perché, se si andasse a processo, dimostrerò la mia innocenza e quella di mio padre. Se non fossi stato indagato anche io, il procedimento, con la morte di mio padre, si sarebbe estinto e qualche malpensante avrebbe potuto legare il gesto all'indagine. Per fortuna ci saranno tempi e luoghi per rendere giustizia. la stessa alla quale mio padre ha creduto per tutta la sua vita". Fino alla resa ad una malattia "che l'aveva profondamente cambiato".
Ansa, 26 novembre 2019
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