calabriamagnifica.it, 5 gennaio 2020
Il Palazzo della Provincia di Catanzaro ospita l'esposizione dei migliori presepi realizzati dai detenuti della Casa Circondariale di Catanzaro. L' iniziativa, promossa dalla Consigliera di parità e dalla Commissione pari opportunità della Provincia, è nata da un'idea del vicepresidente dell'ente Antonio Montuoro maturata quando, assieme alla Consigliera Morano Cinque, sono stati invitati dalla direttrice del Carcere Angela Paravati a presenziare in qualità di "giurati" alla cerimonia di premiazione dei migliori presepi avvenuta presso la Casa Circondariale il giorno 19 dicembre scorso.
È proprio in tale occasione che è maturata l'idea di consentire ai migliori presepi realizzati artigianalmente dai detenuti di avere "una vetrina speciale" rappresentata dalla sede dell'amministrazione provinciale di Catanzaro e una cassa di risonanza ulteriore per i messaggi sottesi alle opere ispirate ai temi di attualità, ma anche alla famiglia, alla pace e ai sogni.
"Questa lodevole iniziativa - ha dichiarato il presidente della Provincia di Catanzaro Sergio Abramo - sottolinea l'importanza della sinergia tra enti locali e realtà territoriali, e nello specifico è frutto della collaborazione esistente con la Casa circondariale di Catanzaro che possiamo definire un fiore all'occhiello nell'attività rieducativa in un'ottica di futuro reinserimento sociale dei detenuti".
"L'idea - ha affermato Antonio Montuoro, vicepresidente della Provincia di Catanzaro- è nata dal desiderio di valorizzare i migliori lavori realizzati dai detenuti che, ogni anno, sviluppano capacità e manualità nel settore dell'artigianato e realizzano vere e proprie opere curate nei minimi dettagli.
Per premiare il loro impegno - ha sottolineato Montuoro - abbiamo voluto dedicargli, in occasione di queste festività, una vetrina speciale e su mia richiesta, in accordo con il presidente Sergio Abramo, abbiamo deciso di ospitare le loro opere proprio sul piano della presidenza a partire dal 22 dicembre 2019. Abbiamo voluto fare sentire loro e a tutta l'amministrazione penitenziaria la nostra vicinanza in questo periodo così sentito dell'anno".
"Durante la cerimonia di premiazione avvenuta presso la Casa Circondariale mi sono sinceramente emozionata - ricorda la Consigliera di Parità Elena Morano Cinque- "I presepi realizzati dai detenuti infatti coniugano un'evidente maestria artigianale con una carica umana straordinaria.
Durante la cerimonia in Carcere, sentire le voci dei detenuti, spesso rotte dal pianto mentre spiegavano l'idea progettuale del proprio manufatto, è stata per me un'emozione fortissima. Persone che hanno sbagliato nella loro vita ma che hanno rielaborato il male trasformandolo in motivazione al bene e al bello.
Ricordi dei loro familiari, evidenti suggestioni tratte da giornate formative tenute in carcere su tematiche di attualità quali la violenza contro le donne in merito alla quale io stessa qualche tempo fa avevo tenuto loro una relazione, o il valore della ricerca per la lotta contro le malattie rare dei bambini o ancora i temi ambientali.
Insomma ho avuto la netta sensazione che la funzione rieducativa della pena prevista dalla nostra Costituzione, qui presso la Casa Circondariale di Catanzaro, egregiamente diretta dalla dott.ssa Paravati, abbia davvero un significato importante e concreto. Ecco perché anzitutto, in via del tutto estemporanea e non prevista, durante la cerimonia in Carcere ho sentito di istituire una sorta di "ulteriore premio della Consigliera di Parità" oltre a quelli già previsti, provvedendo personalmente ad inviare ai nuovi premiati un cesto per "addolcire" il loro Natale. Ed ecco perché, ovviamente, ho immediatamente sposato con gioia l'idea del vice presidente Montuoro di esporre i presepi presso il Palazzo della Provincia".
"Abbiamo condiviso da subito l'idea del vicepresidente Montuoro - ha dichiarato Donatella Soluri, presidente della Commissione pari opportunità della Provincia di Catanzaro - e riteniamo che i presepi realizzati dai detenuti abbiano saputo ben rappresentare, con attenzione e cura dei dettagli, la natività anche reinterpretandola attraverso dei progetti alternativi. Tra questi - ha evidenziato Soluri - particolarmente toccante è stato il riferimento alle battaglie di Martin Luther King.
Il suo "I have a dream", quel sogno di pace e di un mondo senza discriminazioni, illumina ogni nostra azione finalizzata alla promozione delle pari opportunità. Da sottolineare anche le grandi capacità manuali dei detenuti, la loro creatività, e la volontà di utilizzare per la realizzazione delle varie opere materiale riciclato, nel pieno rispetto dell'ambiente. Ci auguriamo che queste capacità artigiane, sviluppate nell'ambito dei vari laboratori, possano rappresentare nel loro futuro una possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro e nella società".
"Questa iniziativa - ha affermato Angela Paravati, direttrice della Casa circondariale di Catanzaro - è l'esempio dei risultati proficui che si possono raggiungere grazie alla collaborazione con le associazioni, gli enti locali, le realtà del territorio. L'iniziativa è giunta alla quinta edizione con il sostegno della Consolidal e della presidente Teresa Gualtieri.
L'esposizione delle opere presso la Provincia - ha evidenziato Paravati - permette al mondo fuori 'le mura' di vedere cosa succede 'dentro' e capire che ogni detenuto può essere una storia e una volontà di cambiare. L'occasione di realizzazione dei presepi, che ha impegnato i ristrettì sin dal mese di settembre, ha anche rappresentato un modo per superare la sofferenza e la solitudine che accompagnano il trascorrere delle festività natalizie all'interno di un carcere".
di Flavio Lombardi
Il Tirreno, 5 gennaio 2020
Si tratta di una realtà nata per l'inclusione sociale. Solimano: "Per noi è motivo di orgoglio essere presenti dentro il grande evento di Modì". E con essa, anche la dimostrazione pratica di come si producono le "shopper", cioè le borse in pura canapa, che fanno parte dei prodotti di merchandising venduti per la mostra di Modigliani.
"Siamo contenti non solo per il successo che ha avuto l'aspetto commerciale - dichiara il presidente dell'Arci Marco Solimano - ma anche perché si tratta di una realtà nata per l'inclusione sociale che si occupa di persone che si misurano con i percorsi della detenzione e post detenzione o di giustizia riparativa. Si è entrati insomma, in una operazione straordinaria sotto il punto di vista culturale di questa città".
La mostra di Modigliani ha reso a Gatta Buia ulteriore visibilità e la Regione ha appena riconosciuto il valore di questo sforzo, concedendo un contributo economico che consentirà al laboratorio la totale autonomia produttiva per la stampa ad alta definizione. Una macchina dal costo di 3 mila euro, il cui assegno arriverà in un mese circa. Niente più lavori esternalizzati quindi. A fare i complimenti a questo ulteriore scatto in avanti di Gatta Buia, il sindaco che ha anche provato, con successo, a stampare lui stesso una "shopper" con la Fillette en Bleu.
Pressa calda, presi i punti di riferimento per la giusta centratura, temperatura 180 gradi e piastra sul tessuto per 25 secondi. Poi, lo sfoglio della pellicola e l'immagine perfetta. Pronta per una qualità eccellente che convinse Sillabe, la concessionaria merchandising per Modigliani, a scegliere Gatta Buia sul resto della concorrenza per questo singolo prodotto.
Salvetti, entusiasta. "Si parla di un mondo per il quale Arci sta facendo cose belle e sono soddisfatto di tutto questo. E le "shopper", sono solo un esempio. Scelte per l'alta qualità delle immagini, unite al grande valore sociale di poter coinvolgere dei detenuti e il loro reinserimento. Nessun regalo, tuttavia. C'è stato un attento vaglio, e quel che Gatta Buia ha ottenuto, se l'è meritato sul campo".
Chiude Solimano. "Per noi è motivo di orgoglio essere presenti con un piccolo ruolo all'interno di uno dei più grandi eventi degli ultimi anni organizzati a Livorno. Speriamo che questa visibilità sia foriera di altre situazioni. Tutto ciò dà un grande valore alla missione che si propone Gatta Buia. Negli ultimi cinque anni, oltre cento persone sono passate attraverso storie diverse per lunghi o brevi periodi dal nostro laboratorio. Siamo una associazione senza finalità di lucro, siamo in convenzione col Tribunale di Livorno e titolati a fare accoglienza. I risultati, giungono grazie anche alle contaminazioni coi nostri volontari e dei ragazzi che svolgono il servizio civile".
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
I conflitti per noi costituiscono un rumore di fondo, una suggestione spettacolare, un'espressione di circostanza, un argomento di conversazione: che dite, Trump ha fatto bene o ha fatto male? Fino a quando non si avvicinano.
A Bagdad sono stato una volta sola, nel 1988. Faceva un caldo formidabile, finiva la guerra con l'Iran, Saddam Hussein sorrideva sotto i baffoni dai manifesti, per strada sparavano in aria per festeggiare e all'aeroporto insistevano per sottoporre i nuovi arrivati a un test dell'Aids. La guerra, costata almeno un milione di morti, era durata otto anni: sembrava un tempo infinito.
Oggi guardo su uno schermo le immagini dalla stessa città. Le fiamme, le tracce dei missili e della morte di Qassem Soleimani. Ascolto le urla e le minacce di nuova morte; e penso quanto poco sia cambiato. Ancora sciiti e sunniti, ancora Iran e America, ancora il mondo spettatore: forse è la stessa guerra, e non è mai finita. Come tante altre.
Pensate all'Afghanistan - un conflitto che dura dal 2001 - o alla guerra civile in Somalia, iniziata nel 1991. Pensate al conflitto arabo-israeliano, iniziato nel 1948 e mai chiuso. Pensate allo scontro tra israeliani e palestinesi. Nella sua forma attuale - un conflitto a bassa intensità, con fiammate improvvise - dura da trentatré anni: la prima intifada risale al 1987. Le stragi di Boko Haram in Nigeria vanno avanti dal 2009 (decine di vittime nella zona del lago Ciad, notizia di ieri).
La guerra in Siria è iniziata nel 2011: sembra ieri.
I due grandi conflitti mondiali del Novecento sono durati, rispettivamente, quattro e sei anni: pareva un tempo lunghissimo. Ma hanno coinvolto l'Europa e l'Italia, e ci hanno cambiato. Per questo le abbiamo comprese, nella loro complessità e nel loro orrore: erano guerre vicine. La guerra, oggi, appare distante. Immagini spaventose consumate per divertimento, video sanguinari e serie televisive farcite di violenza hanno finito per ottundere la nostra capacità di immaginazione e di spavento.
Sì, siamo ottusi. Ci stiamo abituando. Se le brutte notizie si avvicinano troppo, cambiamo destinazione per il viaggio e la vacanza: ma non capiamo la condizione di milioni di essere umani; né la complessità di alcune aree del mondo. Le guerre lontane sono un rumore di fondo, una suggestione spettacolare, un'espressione di circostanza, un argomento di conversazione: che dite, Trump ha fatto bene o ha fatto male? Le guerre lontane ci fanno compagnia. Finché non si avvicinano. Allora, capiremmo.
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
Gli stranieri regolari residenti alla fine del 2018, secondo l'Istat, erano l'8,7% del totale. La Svizzera è al 25%, la Germania all'11,7. In realtà la vera emergenza è l'emigrazione.
Le immagini dei primi nati dell'anno sono commoventi. I neonati, in un Paese che invecchia, sono ancora più i benvenuti. Il primo nato a Torino è stato Hadega; a Brescia Youssef; in Calabria Harshita; in Liguria Daniel; in Friuli Venezia Giulia Amar; in Sicilia Mohammed; in Puglia Iuliana. Che cos'hanno in comune questi bimbi? Sono tutti figli di immigrati. L'Italia è il loro Paese. L'Unicef ha stimato per il giorno di Capodanno la nascita in Italia di oltre mille e duecento bimbi. Speriamo siano stati di più. Comunque uno ogni 39 cinesi.
Questo articolo presumo non piacerà. Forse, alla fine, nemmeno al suo autore. Perché anche chi scrive vorrebbe non vivere la contraddizione italiana di temere l'immigrazione, specie se disordinata, e, nello stesso tempo, di averne razionalmente bisogno. E, dunque, rimuove il pensiero. Una sorta di tabù inconfessabile.
Uno sdoppiamento consapevole della nostra personalità di cittadini. Aperti e disponibili verso lavoratori immigrati operosi, badanti e collaboratori domestici. Insostituibili, preziosi. Gli immigrati di cui conosciamo utilità e impegno sono i benvenuti. A loro concederemmo volentieri la cittadinanza, salvo opporci fermamente alla sola idea appena il discorso si sposta sul piano generale. Ma gli altri immigrati, indistinti, sconosciuti, che vediamo nelle strade e nelle piazze, non sono i benvenuti. Al di là dei buoni sentimenti e dello spirito solidale di cui è ricco per fortuna il Paese.
Scoprire di essere minoranza italiana nel vagone della metropolitana di una nostra città può suscitare un senso incontrollabile di estraneità. Normale. Lo scacciamo per buona educazione. La stragrande maggioranza degli imprenditori apprezza il lavoro degli immigrati che impiega. Sa che non potrebbe farne a meno. Ma nello stesso tempo non è raro vedere molti industriali o commercianti applaudire ai porti chiusi - che mai peraltro lo sono stati - e alla politica delle frontiere sigillate, alla Orbán. La porta serrata in faccia agli altri. Quelli che non si conoscono. Ma i propri bravi collaboratori sono lombardi, veneti, pugliesi, ormai da sempre.
Il ritardo costante e la mancata programmazione del decreto flussi (ultimo nell'aprile scorso) non facilitano il reperimento di manodopera. E giustamente chi ha un'azienda, e non riesce a coprire i profili lavorativi di cui ha bisogno, ne sollecita l'allargamento delle maglie. I nostri connazionali che si lamentano, a torto, del lavoro loro sottratto mai si adatterebbero a mansioni riservate ormai solo agli immigrati. Un apprezzato imprenditore marchigiano dell'agroalimentare Giovanni Fileni ("Scegli il bio", recita lo spot) confessa che senza immigrati avrebbe già chiuso.
Sono rari i suoi conterranei che accettano di lavorare in un pollaio, seppure biologico. L'amministratore delegato della Fincantieri, Giuseppe Bono, ha spiegato che nei prossimi due o tre anni avrà bisogno di almeno 6 mila lavoratori, operai, tecnici, saldatori, ma non sa dove trovarli. In Italia il numero delle (dei) badanti, è ormai superiore al milione. Quasi il doppio dei dipendenti del sistema sanitario nazionale. Se si fermassero tutti insieme tante famiglie sarebbero alla paralisi, nella disperazione.
L'Istat ha appena aggiornato i dati sulla popolazione italiana. O non li leggiamo oppure ci siamo già fatalmente rassegnati al declino. A cominciare da coloro che invocano "prima gli italiani", che sono sempre di meno. Al primo gennaio del 2019 eravamo residenti in 60 milioni 359 mila 546. In un anno 124 mila in meno. Ma il saldo naturale (vivi e morti) è ancora peggiore. Nel 2018 era negativo per 193 mila 386 unità. I nati vivi nel 2018 (439 mila 747) sono al minimo dall'Unità d'Italia. Il tasso di fecondità è 1,32 per donna. Dovrebbe essere superiore a 2 per garantire la stabilità della popolazione. "Ultimi gli italiani", senza volerlo. Questo è lo slogan vero.
La popolazione straniera residente era pari, alla fine del 2018, sempre secondo i dati Istat, a 5 milioni 255 mila 503 unità, l'8,7 per cento del totale con un incremento di 111 mila unità, senza tenere conto ovviamente degli irregolari. La Svizzera è al 25 per cento; la Germania all'11,7. Siamo all'undicesimo posto in Europa per presenza di immigrati. Nel 2018 i nuovi permessi di soggiorno rilasciati ai cittadini non comunitari sono stati 242 mila, il 7,9 per cento in meno rispetto a un anno prima. Il sollievo di meno sbarchi, meno arrivi per la prima volta dall'Africa - di cui si è parlato tanto in questi giorni - è compensato dalla constatazione, più amara e silenziosa, che l'Italia come terra di emigrazione non sia più così tanto attrattiva. Perché non cresce.
E, infatti, aumentano dell'1,9 per cento i nostri connazionali che si trasferiscono all'estero in cerca di un lavoro. In realtà sono molti di più perché le statistiche registrano solo le cancellazioni all'anagrafe. Oltre il 65 per cento dei nuovi permessi a immigrati è andato a persone con meno di 30 anni. Mentre i nostri giovani - l'emergenza emigrazione di cui non ci occupiamo - soprattutto laureati e in particolare dal Sud se ne vanno in massa. Il saldo migratorio, da anni ormai, non compensa la negatività del saldo naturale. Fa peggio di noi, in Europa, solo la Romania che è un Paese a fortissima emigrazione. Insomma, non c'è una invasione, semmai una lenta inesorabile evacuazione.
Qualche riflessione in più, pacata e non strumentale, sul tema dell'immigrazione (la necessità di avere manodopera di qualità, programmando gli arrivi) e dell'emigrazione, soprattutto dei nostri giovani laureati, guardando al futuro del Paese, al suo benessere reale, sarebbe opportuna. Vivere di slogan, false percezioni e pregiudizi, è il modo migliore per invecchiare ciecamente, impoverendosi nel rancore, lasciando in eredità non solo debiti ma anche l'incapacità di capire l'evoluzione futura del Paese. Una società multietnica è inevitabile. Bisogna solo scegliere se governarla o semplicemente subirla.
recensione di Marco Bruna
La Lettura - Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
Da più di 30 anni in carcere per omicidio (forse innocente). La storia vera che ha ispirato il nuovo romanzo di John Grisham. Alla vicenda di Joe Bryan è ispirato il nuovo legal thriller di John Grisham, "L'avvocato degli innocenti", uscito da poco per Mondadori. Il protagonista del romanzo è l'avvocato Cullen Post, un prete episcopale deluso dal sistema giudiziario americano.
Insieme alla sua associazione no profit Guardian Ministries, Post si occupa di riaprire casi in cui il condannato potrebbe essere innocente. Con tenacia e dedizione, per esempio, Post riesce a fare scagionare Duke Russell, destinato alla pena di morte in Alabama per lo stupro e l'omicidio di Emily Broone, e a fare arrestare il vero colpevole, Mark Carter.
Il 15 ottobre 1985 Mickey Bryan, 44 anni, insegnante di Clifton, Texas, venne trovata uccisa con quattro colpi di pistola; il 23 ottobre suo marito Joe fu arrestato con l'accusa di omicidio. Oggi ha 79 anni ed è in carcere da 34. Una torcia macchiata di sangue e un detective "esperto" di tracce ematiche sono serviti all'accusa per ottenere una condanna in una vicenda che ha molti lati oscuri. Una torcia macchiata di sangue e un detective "esperto" di tracce ematiche sono elementi chiave anche del legal thriller. Che però in questo caso...
Joe e Mickey Bryan si sentirono per l'ultima volta al telefono lunedì 14 ottobre 1985, poco dopo le nove di sera. Joe chiamò la moglie dalla sua stanza d'albergo di Austin, dove si trovava per partecipare all'annuale conferenza per i presidi delle scuole superiori del Texas. Mickey, 44 anni, era di buon umore, stava correggendo i compiti dei suoi alunni nella loro casa di Clifton, a quasi due ore di macchina da Austin. Joe stava guardando i Country Music Awards alla tv. Parlarono del temporale che era scoppiato quella sera. Joe e Mickey erano sposati da sedici anni. Non avevano figli. Spesso capitava di incontrarli mano nella mano durante una delle loro lunghe passeggiate in città. Dai tabulati telefonici analizzati dalla polizia risulta che la chiamata durò fino alle 21.15. Mickey insegnava ai bambini di quarta della scuola elementare di Clifton, 3.442 abitanti. La mattina del 15 ottobre, l'aria ancora umida dopo la pioggia, Mickey era in ritardo. Di solito la sua collega Susan Kleine, docente di quinta, la trovava già seduta alla cattedra alle 7.15. Alle 8, non vedendola arrivare, Susan diede l'allarme al preside, Rex Daniels, che chiamò prima la casa dei Bryan e poi i genitori di Mickey, Otis e Vera Blue. Mickey era stata a casa loro il pomeriggio precedente. Se non fosse stata bene, avrebbe avvisato i superiori. A Clifton non succedeva mai niente di nuovo.
Daniels fu il primo a precipitarsi dai Bryan, in Avenue O, alla periferia sud della cittadina. Poco dopo arrivarono i genitori di Mickey. La macchina della donna, una Oldsmobile marrone, era parcheggiata dentro il garage aperto. I quotidiani del 15 ottobre, il "Waco Tribune-Herald" e il "Dallas Morning News", giacevano nel vialetto d'ingresso. Entrarono in casa tutti insieme e si separarono. Qualche istante dopo si sentirono le urla di Vera dalla camera da letto: Mickey era distesa sul materasso, in una pozza di sangue. La sua camicia da notte era tirata su fino alla vita. La vestaglia era ancora piegata ai piedi del letto. La sveglia, puntata alle sei, non era stata disattivata. Otto giorni dopo, il 23 ottobre 1985, suo marito Joe Bryan venne arrestato con l'accusa di omicidio. Oggi ha 79 anni ed è in carcere da 34.
Alla vicenda di Joe Bryan è ispirato il nuovo legal thriller di John Grisham, "L'avvocato degli innocenti", uscito da poco per Mondadori. Il protagonista del romanzo è l'avvocato Cullen Post, un prete episcopale deluso dal sistema giudiziario americano. Insieme alla sua associazione no profit Guardian Ministries, Post si occupa di riaprire casi in cui il condannato potrebbe essere innocente. Con tenacia e dedizione, per esempio, Post riesce a fare scagionare Duke Russell, destinato alla pena di morte in Alabama per lo stupro e l'omicidio di Emily Broone, e a fare arrestare il vero colpevole, Mark Carter.
Il caso al centro del libro è quello dell'ergastolano Quincy Miller, in carcere da oltre vent'anni per l'assassinio di Keith Russo, l'avvocato che aveva seguito la sua causa di divorzio. Russo, 37 anni, venne ucciso il 16 febbraio 1988 nel suo ufficio con due colpi di fucile calibro 12 alla testa. Quincy Miller è "un nero in una cittadina di bianchi" - l'immaginaria Seabrook, undicimila abitanti, sorta in mezzo alle paludi della Florida settentrionale. Miller, 51 anni, avrebbe sparato al suo avvocato perché non era contento di come lo ha assistito. La sua incriminazione serve in realtà a coprire un traffico di droga che ha il benestare dello sceriffo Pfitzner.
Quincy Miller, come Joe Bryan, è stato incastrato dal ritrovamento di una torcia elettrica nel bagagliaio dell'auto. La perizia dell'accusa ha stabilito che le macchioline sulla lente provenivano dal sangue della vittima. L'assassino usò la torcia per farsi luce durante l'omicidio.
L'esperto in tracce ematiche che testimoniò contro Miller è l'ex ispettore della squadra omicidi di Denver, Paul Norwood: "Nel 1987, un anno prima del processo a Quincy, Norwood partecipò a un seminario di ventiquattro ore sull'analisi delle macchie di sangue organizzato da una compagnia privata del Kentucky". La sola preparazione scientifica di Paul Norwood è quel corso. Ha una bella parlantina e riesce a convincere i giurati. I tribunali americani erano pieni di consulenti come lui negli Anni 80, prima dell'avvento del test del Dna.
I vicini di casa di Joe e Mickey Bryan, interrogati dalla polizia, non notarono alcun movimento sospetto la sera in cui Mickey fu uccisa. Non vennero ritrovate impronte digitali sospette - a parte quella del palmo di una mano sulla testiera del letto, di cui non fu mai chiarita l'appartenenza - e non c'erano orme insanguinate, un dettaglio che Grisham ha inserito anche nel romanzo.
Mickey venne uccisa con quattro colpi d'arma da fuoco: uno all'addome e tre alla testa. Non c'erano segni di abuso sessuale né indizi che facevano pensare all'intrusione di ladri. I Bryan possedevano una pistola calibro 375, sparita dopo il delitto. Erano scomparsi anche i mille dollari che la coppia teneva in una scatola di metallo in camera. Joe disse alla polizia di averli ritrovati in macchina, una Mercury nera, qualche giorno dopo il delitto e che si era scordato di averli messi lì. Il caso fu affidato al Texas Ranger Joe Wilie, conosciuto per la poca pazienza.
Per Clifton era il secondo omicidio in poco tempo: quattro mesi prima era stato ritrovato, in un boschetto di cedri, il corpo della diciassettenne Judy Whitley, stuprata e strangolata, la bocca coperta da nastro adesivo. La paura di un serial killer spinse gli inquirenti ad affrettare le indagini. Quando il fratello di Mickey, Charlie Blue, ritrovò la torcia nel bagagliaio di Joe Bryan, che gli aveva prestato l'auto per qualche giorno, avvisò subito il ranger Wilie. Le analisi di laboratorio certificarono la presenza sulla lente di sangue umano di tipo 0, come quello di Mickey ma anche di quasi metà della popolazione americana. Come nel romanzo di Grisham, anche la condanna di Joe Bryan passò dalla perizia di un detective, Robert Thorman. Thorman seguì, quattro mesi prima dell'omicidio, un corso di 40 ore sull'analisi delle tracce ematiche e venne chiamato a testimoniare come esperto. Fu lui a stabilire, nel processo di otto giorni cominciato nel marzo 1986 a Meridian, Texas, che la torcia era stata usata sul luogo del delitto e il sangue schizzato in seguito ai colpi sparati dall'assassino. Per l'accusa, capitanata dal procuratore distrettuale Andy McMullen e dal pubblico ministero Gary Lewellen, era la prova che Joe Bryan aveva ucciso la moglie. Joe avrebbe guidato da Austin a Clifton nella notte tra il 14 e il 15 ottobre per uccidere Mickey. Poi sarebbe tornato nel suo albergo a due ore di macchina.
Joe venne condannato a 99 anni di carcere nel penitenziario di Huntsville. L'esperto Robert Thorman, come il Paul Norwood del romanzo di Grisham, arrivò alla sua conclusione senza analizzare la torcia in quanto prova fisica ma solo attraverso fotografie ingrandite del corpo del reato. Tra le prove che non vennero prese in considerazione, e che avrebbero potuto aprire nuove piste nelle indagini, c'è il mozzicone di sigaretta ritrovato dalla polizia nella cucina dei Bryan. Né Joe né Mickey fumavano. Il Texas Ranger Joe Wilie disse di averlo portato dentro casa dalla strada dopo che si era attaccato alla suola delle sue scarpe.
Il colpo di scena sarebbe arrivato nei primi anni Novanta. Leon Smith, direttore del "Clifton Record", decise di tornare sul caso e scoprì, dagli interrogatori ufficiali, che il sospettato più accreditato per l'omicidio della diciassettenne Judy Whitley era un poliziotto di Clifton, Dennis Dunlap, che diede le dimissioni subito dopo il ritrovamento del corpo. Secondo una delle sue ex mogli si vantò anche di avere una relazione con Mickey Bryan e di essere stato con lei la sera del delitto. Il suo ruolo nell'omicidio non potè mai essere verificato: Dunlap si impiccò il 12 aprile 1996 nel garage della sua casa di Rosenberg, Texas.
Dal 2007 Joe ha diritto alla libertà vigilata, che gli è stata negata già sette volte, nonostante i gravi problemi di insufficienza cardiaca. Oggi è rappresentato da Walter Reaves e Jessica Freud, che continuano a battersi per riaprire il caso. La battaglia di Joe Bryan non è ancora finita.
acistampa.com, 5 gennaio 2020
Nel giorno dell'Epifania ogni cella della Casa Circondariale di via della Lungara, a Roma, riceverà una calza della Befana. Isola Solidale e So.Spe. insieme per far festeggiare l'Epifania ai detenuti di Regina Coeli. Lunedì 6 gennaio, infatti, ogni cella della Casa Circondariale di via della Lungara, a Roma, riceverà una calza della Befana contenente dolci, caramelle, cioccolata, biscotti e altri beni alimentari. Le calze sono state preparate presso la sede della So.Spe, dai volontari delle due associazioni. All'acquisto dei prodotti hanno contribuito anche alcuni detenuti ospiti presso l'Isola Solidale.
L'Isola Solidale, infatti, è una struttura che da oltre 50 anni accoglie a Roma detenuti ed ex detenuti grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000.
L'Associazione So.Spe. (Solidarietà e Speranza) opera invece a favore di ragazze madri, bambini e adolescenti e si impegna nel sostegno e nel recupero di persone vittime di violenze e povertà, detenuti e famiglie disagiate.
"Per chi si ritrova a vivere l'esperienza del carcere - commenta Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale - il periodo delle festività può essere ancora più duro da affrontare rispetto agli altri giorni dell'anno. Con questo gesto che facciamo quest'anno vogliamo portare un pensiero e un po' di felicità a queste persone, sperando che possano avere al più presto l'opportunità di riprendere in mano la propria vita".
"Da oltre 30 anni - aggiunge Suor Paola D'Auria, fondatrice della So.Spe. - la nostra associazione confeziona per la festa del 6 gennaio le calze per i detenuti di Regina Coeli. Quest'anno abbiamo scelto di farci aiutare anche dall'Isola Solidale, perché il nostro obiettivo comune è quello di aiutare le persone detenute a sentirsi ancora accettate e parte della società, perciò facciamo in modo che la mattina della Befana possano trovare questa sorpresa, sperando di allietare la loro giornata".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
James Dailey, 73 anni, veterano della guerra del Vietnam, rischia di essere messo a morte nello stato americano della Florida, se il governatore Ron De Santis non interverrà direttamente.
Il 30 dicembre è infatti scaduto il rinvio della data di esecuzione, prevista a novembre, e presto potrebbe esserne fissata una nuova. Dailey è stato condannato a morte 32 anni fa per l'omicidio, avvenuto nel 1985 nella contea di Pinellas, della quattordicenne Shelly Boggio. Fu un omicidio terribile: 31 coltellate, il corpo gettato in acqua e lasciato annegare.
A convincere la giuria fu la testimonianza di un noto informatore seriale della polizia, Paul Skalnik, che aveva un "curriculum" di tutto riguardo: molestatore seriale, otto matrimoni alle spalle, 25 condanne per frode e una condanna a 20 anni in vista per furto aggravato. Skalnik, che in seguitò si sarebbe vantato di aver mandato in carcere 34 persone, quattro delle quali nel braccio della morte, venne rilasciato non appena dichiarò che Dailey gli aveva rivelato di aver assassinato Shelly Boggio.
Per quell'omicidio fu condannato, ma all'ergastolo, anche Jack Pearcy, all'epoca co-inquilino di Dailey. Appena tre settimane fa, il 18 dicembre, Percy ha sottoscritto una dichiarazione volontaria attribuendosi ogni responsabilità e scagionando Dailey: "Quella notte stava a casa a dormire". Come minimo, il governatore De Santis dovrebbe concedere a Dailey la possibilità che le dichiarazioni di Percy vengano esaminate approfonditamente. Il 20 per cento dei 367 annullamenti di condanne a morte nella recente storia degli Usa è dipeso da false incriminazioni fatte da informatori in cambio di benefici di pena. In Florida è accaduto ben 29 volte, più che in ogni altro stato della federazione.
di Federica Lavarini
La Lettura - Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
Avvocato, 72 anni, prima donna magistrato nel suo Paese, prima donna musulmana a ricevere il Nobel (per la Pace, nel 2003), vive esule a Londra. "Il regime instaurato nel 1979 è criminale e un giorno verrà processato presso il tribunale internazionale. Quello stesso Rouhani che avete accolto nel 2016 - ricordate le statue coperte? - ora è responsabile dei morti in strada"
Era il 2003 quando Shirin Ebadi, a Stoccolma per ritirare il Premio Nobel per la Pace, durante il suo discorso affermava: "Negli ultimi anni, il popolo iraniano sta prendendo coscienza del proprio diritto ad avere un ruolo negli affari pubblici e, quindi, poter decidere del proprio destino. Questo si può osservare anche in altri Paesi musulmani. Tuttavia, con il pretesto che la democrazia e i diritti umani non sarebbero compatibili con gli insegnamenti dell'islam e la struttura tradizionale della società islamica, alcuni musulmani giustificano il dispotismo di molti governi degli Stati islamici. Infatti, non è così facile governare, con metodi patriarcali e paternalistici, popolazioni consapevoli dei propri diritti".
Ancora oggi, sedici anni dopo queste affermazioni, Shirin Ebadi, 72 anni, avvocato, prima donna giudice in Iran e prima donna musulmana a ricevere il Nobel, nelle sue apparizioni pubbliche è capace di trasmettere una vibrazione inquieta a noi che viviamo nelle democrazie occidentali e, con la sua raffinata dote oratoria, fare percepire come democrazia e libertà non siano affatto diritti acquisiti una volta per sempre. Shirin Ebadi ha difeso molte donne e molti uomini che in Iran hanno lottato per i diritti umani. Dal 2009 vive in esilio, a Londra. L'abbiamo incontrata all'università di Verona, invitata per una conferenza.
L'Occidente è rimasto scioccato dal caso di Nasrin Sotoudeh, l'avvocata iraniana condannata nella scorsa primavera a 148 frustate e 38 anni di carcere per avere lottato a favore dei diritti umani...
"Purtroppo non c'è soltanto il caso di Nasrin: in questo momento sono detenute in Iran più di cento donne per il solo fatto di avere difeso i diritti umani. Nel 2009, il Parlamento italiano ha insignito del premio Alexander Langer una di loro, Narges Mohammadi. Sono anni che lei è in carcere: prima ha scontato sei anni, poi è stata rilasciata e poi di nuovo condannata ad altri 16 anni. È molto malata e non le viene riconosciuto il diritto di essere curata. È madre di due gemelle e suo marito, durante il regime attuale, è stato in carcere 14 anni. Nell'Organizzazione non governativa di cui facevo parte in Iran, Narges era una mia collega: non è un'avvocata, ma un ingegnere attivista per i diritti umani. Io chiedo al Parlamento italiano, che ha premiato Narges, di fare pressione sul governo iraniano per permettere a questa donna di andare in ospedale ed essere curata".
Il popolo iraniano da anni lotta per la libertà: lo abbiamo potuto vedere clamorosamente nelle settimane scorse e ancora nei giorni scorsi. Perché non riesce a conquistarla?
"Perché le reazioni del governo sono molto violente e il popolo non vuole armarsi, altrimenti diventerebbe una guerra civile tra fratelli. Inoltre, dobbiamo tenere presente che molti governi internazionali sostengono questo regime. Ricordate, voi italiani, quando, nel 2016, Rouhani è venuto in Italia? Ricordate come avete ricoperto le statue, quattro anni fa, per non mancargli di rispetto? Quello stesso presidente, ora, è responsabile dei morti provocati dalle violente repressioni delle proteste in strada".
Come giudica il ruolo e la politica delle Nazioni Unite in Iran e nel complesso del Medio Oriente?
"Non hanno grandi poteri: non possono e non devono entrare nel Paese. È il Consiglio di Sicurezza che prende le decisioni importanti e ci sono cinque Paesi che possono mettere il veto. Dunque...".
Che cosa vogliono dirci i popoli che, dal 2011, sono scesi a protestare nelle piazze delle città più importanti del Medio Oriente e del Nord Africa nell'ambito di quella stagione che è stata (troppo presto) entusiasticamente definita delle "primavere arabe"?
"Ognuno di questi Paesi è diverso dall'altro, ma tutti questi popoli stanno lottando per ottenere libertà, democrazia e giustizia. La comunità internazionale, invece di sostenere i governi dittatoriali a capo di questi Paesi, dovrebbe stare dalla parte dei popoli e difendere le istanze dei cittadini. Sono popoli che vogliono affermare i propri diritti, raccontare l'esistenza di una società civile che i regimi cercano di sopprimere. Nel racconto dei media è necessario separare quello che viene raccontato del regime iraniano da quello che è il popolo iraniano. Il regime iraniano è criminale e, un giorno, verrà processato presso il tribunale internazionale".
Qual è il ruolo degli studenti nelle proteste?
"È fondamentale. Gli studenti iraniani sono molto attivi politicamente, sono consapevoli della situazione e conoscono bene il governo al potere. Purtroppo, molti di loro sono stati arrestati durante le recenti manifestazioni. La polizia voleva entrare all'università, ma gli studenti l'hanno bloccata. Il regime li ha però ingannati: i poliziotti si sono nascosti in due ambulanze e sono entrati nell'università dicendo che c 'erano dei feriti. Quando le ambulanze sono entrate, la polizia è scesa, ha arrestato i ragazzi, li ha caricati sull'ambulanza e li portati via. Di loro non si hanno più notizie".
Quali sono state le conseguenze dei recenti oscuramenti di internet in Iran?
"La situazione è peggiorata, soprattutto per gli attivisti. Il procuratore dice che sono state arrestate mille persone, ma probabilmente sono molte di più: sono tutti giovani che vogliono libertà e democrazia, che manifestano in strada perché non vedono nessun futuro per loro stessi e il loro Paese".
Vorrebbero rimanere in Iran...
"Certo, tutti dovrebbero poter vivere nel proprio Paese. Tra il popolo iraniano e il regime c'è un abisso di distanza. Ci sono cinquemila anni di cultura iraniana. Sessant'anni fa, le donne iraniane hanno ottenuto il diritto di voto e poi sono state elette al Parlamento ancora prima delle donne svizzere. Il 50% dei nostri studenti sono ragazze. La maggior parte dei docenti universitari sono donne. Noi abbiamo poeti, scrittori, intellettuali molto bravi. La cultura della nostra società è molto alta. Purtroppo, nel 1979 c'è stata una rivoluzione e il regime di adesso è arrivato al potere. La cultura che il regime iraniano cerca di imporre ai cittadini iraniani non è quella del popolo iraniano".
Che relazione c'è, in Iran, tra la legge che viene applicata nelle aule di giustizia e la religione professata?
"C'è una grande differenza tra la legge musulmana, il Corano, e la legge applicata nei tribunali, soggetta alle diverse interpretazioni dell'islam. L'interpretazione che dà il regime iraniano è molto arretrata, molto obsoleta: secondo le leggi iraniane - per esempio - il "valore" della vita della donna è la metà di quella di un uomo".
A che cosa ha dovuto rinunciare in questi anni e perché sta portando avanti tutto questo?
"Ero un avvocato, sono stata la prima donna magistrato del mio Paese. Ho dovuto rinunciare al mio lavoro, tutti i miei averi sono stati confiscati, la mia casa; ho dovuto lasciare le Ong che ho fondato in Iran e, dal 2009, non sono più potuta tornare nella mia patria e nella città in cui amavo vivere, Teheran. Dieci mesi all'anno sono in viaggio perché la voce del popolo iraniano, che non esce dal Paese a causa della censura, possa arrivare in tutto il mondo".
Dov'è la sua famiglia?
"Quella di origine è in Iran. Io ho due figlie che vivono fuori dal Paese. Con mio marito, dal momento che io non potevo tornare in Iran e lui non voleva venire a vivere all'estero, abbiamo deciso un divorzio consensuale. Questo lo racconto nel libro Finché non saremo liberi, pubblicato in Italia da Bompiani nel 2016".
Come si sente rispetto ai popoli che lottano per la libertà?
"Hanno scelto questa lotta e sanno che niente si ottiene gratuitamente".
Lei ripete ai giovani: "Dovete lottare per seguire i valori in cui credete".
"Ogni cosa ha un prezzo. La libertà, la democrazia, la giustizia hanno un prezzo che ogni popolo deve pagare. Se un popolo non sarà pronto a pagare questo prezzo, non avrà mai questi diritti. Anche in Occidente, le generazioni passate hanno fatto sacrifici che hanno permesso ai giovani di oggi di stare seduti tranquilli in un'aula ad ascoltarmi. Così, noi stiamo lottando perché, un giorno, i nostri figli possano godere di diritti come quello di ascoltare, sicuri, qualcuno che sta parlando in un'aula universitaria".
di Roberto Saviano
L'Espresso, 5 gennaio 2020
Erdogan ha messo in galera migliaia di persone colpevoli solamente di criticarlo. La testimonianza dell'artista curda Zehra Dogan. Quando Enes Kanter, il cestista turco dei Boston Celtics, si è schierato a favore della causa curda contro l'aggressione militare turca, la domanda che gli veniva posta più di frequente era questa: "Ma perché prendi posizione, tu che sei una star del basket in Usa e potresti vivere una vita tranquilla?". Kanter ha sempre risposto che per lui era impossibile tacere perché nelle prigioni turche ci sono migliaia di detenuti innocenti, la cui unica colpa è aver criticato il governo di Erdogan.
Allo stesso modo, quando lo scrittore e giornalista turco Ahmet Altan è stato scarcerato - solo per pochi giorni - dall'ingiusta detenzione cui è costretto dal 2016, ha detto di non riuscire a gioire pienamente perché il suo pensiero andava alle migliaia di persone ingiustamente detenute. Dalle parole di Kanter e di Altan è evidente che bisogna raccontare cosa accade nelle prigioni turche, che bisogna spiegare chi è detenuto e perché.
Zehra Dogan è un'artista curda con cittadinanza turca, condannata a 2 anni, 9 mesi e 22 giorni di prigione per un disegno che rappresenta Nusaybin, città resistente a Sud-Est della Turchia, abitata prevalentemente da curdi e teatro di una terribile strage di curdi già negli anni 90.
Nel marzo del 2013, dopo decenni di conflitto, era iniziato un processo di pace tra il governo turco e il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), ma le speranze sono durate poco: nel 2015 ricominciano gli scontri e Nusaybin è di nuovo sotto l'assedio dei militari dell'esercito di Erdogan. Ai giornalisti è impedito l'accesso alla città, ma Zehra Dogan ci va lo stesso perché sa che con i suoi disegni può testimoniare ciò che sta succedendo e raccontarlo al mondo.
A Nusaybin c'è un coprifuoco perenne e Zehra, come tutti, è costretta a vivere rifugiata in casa. Per far arrivare i suoi disegni fuori da quell'inferno, li scannerizza e li pubblica su Twitter. Quando, il 19 luglio 2016, termina il coprifuoco, la città è irriconoscibile, ridotta in macerie sotto cui giacciono i corpi delle vittime curde, spesso giovanissime. Un report dell'Onu conterà 1.786 edifici distrutti a Nusaybin e fino a 500.000 sfollati in tutta l'area.
È in quei giorni che sull'account Twitter delle polizie speciali turche, Zehra vede una foto scattata proprio a Nusaybin, accompagnata da commenti vittoriosi. Zehra decide di ridisegnarla, ribaltando il punto di vista: non più quello dei carnefici, ma quello delle vittime. I carri armati delle forze armate governative diventano enormi scorpioni che mangiano persone e i vessilli dell'esercito turco solo la rivendicazione orgogliosa della distruzione.
Pochi giorni dopo, il 21 luglio 2016, Zehra viene arrestata. Nell'interrogatorio le chiedono insistentemente: "Perché disegni?". In questa domanda non c'è solo la volontà di trovare "prove" contro una "dissidente", ma c'è anche tutto il disprezzo nei riguardi di una donna che attraverso la scelta artistica prende posizione, difende la sua identità, ma soprattutto non nasconde o dissimula le sue idee. Zehra viene processata e condannata per "propaganda terroristica"; va in carcere per un disegno e dunque vivrà il carcere da artista per raccontare, nel modo che le riesce meglio, ciò che accade tra quelle quattro mura precluse a ogni sguardo, perché ogni detenuta è una magnifica storia di lotta, dolorosa sì, ma carica di vita.
Una storia che deve essere raccontata. Stando lì, in carcere, Zehra può essere testimone altrettanto necessaria come lo era stata fuori durante l'assedio. Userà ogni tipo di materiale per dipingere: come supporto lenzuola, asciugamani, giornali; come pennelli penne di uccello e per colori cibo, cenere, capelli, sangue mestruale.
Zehra Dogan è stata rilasciata il 24 febbraio 2019 e oggi vive a Londra; le sue opere vengono esposte e raccontano il dramma di un paese che non tollera la dissidenza e la punisce con la detenzione. Di più, le sue opere sono preziosissime perché raccontano uno dei luoghi meno conosciuti che esistono, anche nelle democrazie più avanzate, il carcere.
Siamo lontani dalla Turchia di Erdogan, lo so, ma anche in Italia il carcere è un buco nero, sconosciuto, raccontato solo dai Radicali. È dunque con immenso piacere che ho accolto la nomina di Pietro Ioia a garante dei detenuti per il Comune di Napoli. Ioia è un ex detenuto che ha percorso una strada lunga, difficile e tormentata che lo ha portato a essere, oggi, un anello di congiunzione tra il dentro e il fuori. È di ponti che abbiamo bisogno: il tempo delle fortificazioni è finito.
di Paolo Lambruschi
Avvenire, 5 gennaio 2020
Donna appesa a testa in giù e presa a bastonate: le cronache dell'orrore dal lager di Bani Walid, in Libia. Sei morti in due mesi. Spuntano i nomi degli schiavisti: "Ci stuprano e ci uccidono"
Una giovane eritrea appesa a testa in giù urla mentre viene bastonata ripetutamente nella "black room", la sala delle torture presente nei centri di detenzione in Libia. Questa è una sequenza di frame del video choc spedito dai suoi aguzzini ai familiari della donna presa a bastonate allo scopo di estorcere soldi per salvare la figlia.
Una giovane eritrea appesa a testa in giù urla mentre viene bastonata ripetutamente nella "black room", la sala delle torture presente in molti centri libici per migranti. Il video choc - di cui riportiamo solo alcuni fermo immagine - è stato spedito via smartphone ai familiari della sventurata che devono trovare i soldi per riscattarla e salvarle la vita.
È quello che accade a Bani Walid, centro di detenzione informale, in mano alle milizie libiche. Ma anche nei centri ufficiali di detenzione, dove i detenuti sono sotto la "protezione" delle autorità di Tripoli pagata dall'Ue e dall'Italia: la situazione sta precipitando con cibo scarso, nessuna assistenza medica, corruzione. In Libia l'Unhcr ha registrato 40mila rifugiati e richiedenti asilo, 6mila dei quali sono rinchiusi nel sistema formato dai 12 centri di detenzione ufficiali, il resto in centri come Bani Walid o in strada. In tutto, stima il "Global detention project", vi sarebbero 33 galere. Vi sono anche detenuti soprattutto africani non registrati la cui stima è impossibile.
La vita della ragazza del Corno d'Africa appesa, lo abbiamo scritto sette giorni fa, vale 12.500 dollari. Ma nessuno interviene e continuano le cronache dell'orrore da Bani Walid, unanimemente considerato il più crudele luogo di tortura della Libia. Un altro detenuto eritreo è morto qui negli ultimi giorni per le torture inferte con bastone, coltello e scariche elettriche perché non poteva pagare. In tutto fanno sei morti in due mesi.
Stavolta non siamo riusciti a conoscere le sue generalità e a dargli almeno dignità nella morte. Quando si apre la connessione con l'inferno vicino a noi, arrivano sullo smartphone con il ronzio di un messaggio foto disumane e disperate richieste di aiuto, parole di angoscia e terrore che in Italia e nella Ue abbiamo ignorato girando la testa o incolpando addirittura le vittime.
"Mangiamo un pane al giorno e uno alla sera, beviamo un bicchiere d'acqua sporca a testa. Non ci sono bagni", scrive uno di loro in un inglese stentato. "Fate in fretta, aiutateci, siamo allo stremo", prosegue. Il gruppo dei 66 prigionieri eritrei che da oltre due mesi è nelle mani dei trafficanti libici si è ridotto a 60 persone stipate nel gruppo di capannoni che formano il mega centro di detenzione in campagna nel quartiere di Tasni al Harbi, alla periferia della città della tribù dei Warfalla, situata nel distretto di Misurata, circa 150 chilometri a sud-est di Tripoli.
Lager di proprietà dei trafficanti, inaccessibile all'Unhcr in un crocevia delle rotte migratorie da sud (Sebha) ed est (Kufra) per raggiungere la costa, dove quasi tutti i migranti in Libia si sono fermati e hanno pagato un riscatto per imbarcarsi. Lo conferma lo studio sulla politica economica dei centri di detenzione in Libia commissionato dall'Ue e condotto da "Global Initiative against transnational organized crime" con l'unico mezzo per ora disponibile, le testimonianze dei migranti arrivati in Europa.
I sequestratori, ci hanno più volte confermato i rifugiati di Eritrea democratica contattati per primi dai connazionali prigionieri, li hanno comperati dal trafficante eritreo Abuselam "Ferensawi", il francese, uno dei maggiori mercanti di carne umana in Libia oggi sparito probabilmente in Qatar per godersi i proventi dei suoi crimini. Bani Walid, in base alle testimonianze raccolte anche dall'avvocato italiano stanziato a Londra Giulia Tranchina, è un grande serbatoio di carne umana proveniente da ogni parte dell'Africa, dove i prigionieri vengono separati per nazionalità.
Il prezzo del riscatto varia per provenienza e sta salendo in vista del conflitto. Gli africani del Corno valgono di più per i trafficanti perché somali ed eritrei hanno spesso parenti in occidente che sentono molto i vincoli familiari e pagano. Tre mesi fa, i prigionieri eritrei valevano 10mila dollari, oggi 2.500 dollari in più perché alla borsa della morte la quotazione di chi fugge e viene catturato o di chi prolunga la permanenza per insolvenza e viene più volte rivenduto, sale. Il pagamento va effettuato via money transfer in Sudan o in Egitto.
Dunque quello che accade in questo bazar di esseri umani è noto alle autorità libiche, ai governi europei e all'Unhcr. Ma nessuno può o vuole fare niente. Secondo le testimonianze di alcuni prigionieri addirittura i poliziotti libici in divisa entrano in alcune costruzioni a comprare detenuti africani per farli lavorare nei campi o nei cantieri come schiavi.
"Le otto ragazze che sono con noi - prosegue il messaggio inviato dall'inferno da uno dei 60 prigionieri eritrei - vengono picchiate e violentate. Noi non usciamo per lavorare. I carcerieri sono tre e sono libici. Il capo si chiama Hamza, l'altro si chiama Ashetaol e del terzo conosciamo solo il soprannome: Satana". Da altre testimonianze risulta che il boia sia in realtà egiziano e abbia anche un altro nome, Abdellah. Avrebbe assassinato molti detenuti.
Ma anche nei centri di detenzione pubblici in Libia, la situazione resta perlomeno difficile. Persino nel centro Gdf di Tripoli dell'Acnur per i migranti in fase di ricollocamento gestito dal Ministero dell'Interno libico e dal partner LibAid dove i migranti lasciati liberi da altri centri per le strade della capitale libica a dicembre hanno provato invano a chiedere cibo e rifugio. Il 31 dicembre l'Associated Press ha denunciato con un'inchiesta che almeno sette milioni di euro stanziati dall'Ue per la sicurezza, sono stati intascati dal capo di una milizia e vice direttore del dipartimento libico per il contrasto all'immigrazione. Si tratta di Mohammed Kachlaf, boss del famigerato Abd Al-Rahman Al-Milad detto Bija, che avrebbe accompagnato in Italia nel viaggio documentato da Nello Scavo su Avvenire. È finito sulla lista nera dei trafficanti del consiglio di sicurezza Onu che in effetti gli ha congelato i conti.
Ma non è servito a nulla. L'agenzia ha scoperto che metà dei dipendenti di LibAid sono prestanome a libro paga delle milizie e dei 50 dinari (35 dollari) al giorno stanziati dall'Unhcr per forniture di cibo a ciascun migrante, ne venivano spesi solamente 2 dinari mentre i pasti cucinati venivano redistribuiti tra le guardie o immessi nel mercato nero.
Secondo l'inchiesta i danari inoltre venivano erogati a società di subappalto libiche gestite dai miliziani con conti correnti in Tunisia, dove venivano cambiati in valuta locale e riciclati. Una email interna dell'agenzia delle Nazioni Unite rivela come tutti ne fossero al corrente, ma non potessero intervenire. L'Acnur ha detto di aver eliminato dal primo gennaio il sistema dei subappalti.









