di Elia Sanna
L'Unione Sarda, 8 gennaio 2020
Sindacalisti in presidio al San Martino. Una delegazione ricevuta dal direttore Assl. Sono arrivati da tutta la Sardegna i sindacalisti della polizia penitenziaria per protestare contro i vertici della sanità oristanese a cui si chiede ormai da anni di creare apposite camere di sicurezza nell'ospedale San Martino, per il piantonamento dei detenuti. Una quarantina sono stati i rappresentanti sindacali che hanno deciso di aderire alla manifestazione, andata in scena sotto il palazzo della direzione della Assl di Oristano, in via Carducci.
I sindacalisti hanno denunciato la grave situazione che vivono i degenti e gli stessi operatori, costretti a scortare e piantonare i detenuti, molti dei quali i Regione di alta sicurezza, nei reparti del San Martino. I sindacati hanno ricordato che esiste un finanziamento già dal 2016 per la ristrutturazione del presidio ospedaliero e nel quale era previsto anche la realizzazione delle camere di sicurezza. Una delegazione di sindacalisti, accompagnati dai consiglieri regionali Annalisa Mele e Emanuele C'era, ha poi incontrato il direttore della Assl di Oristano, Mariano Meloni. Il manager della Assl ha spiegato, durante l'incontro con le organizzazioni sindacali, di aver individuato, nel reparto di Ortopedia del San Martino, i locali idonei dove realizzare le camere di sicurezza. Locali attualmente occupati dai pazienti talassemici. "Stiamo lavorando per individuare una rapida soluzione - ha detto Mariano Meloni - per risolvere entrambi i problemi".
di Antonio Galizia
Gazzetta del Mezzogiorno, 8 gennaio 2020
Lavorare per rendersi utili alla società. Il dibattito che ruota intorno all'importanza dell'attività lavorativa per l'effettivo reinserimento dei detenuti è ampio e complesso. Nel nuovo anno, una iniziativa concreta arriva da Mola: il Comune, insieme all'Uiepe (Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna) della Puglia, attiverà un progetto innovativo che punta a offrire una opportunità di reinserimento a chi ha avuto problemi con la giustizia.
I due enti realizzeranno percorsi di reinserimento di detenuti e di sostegno alle loro famiglie. L'importante obiettivo è stato fissato nel protocollo di intesa, vagliato dalla giunta e sottoscritto tra il Comune e l'Uiepe, e che verrà attuato nell'anno appena iniziato. Finalità precise dell'accordo, agevolare la preparazione e l'attivazione di percorsi individualizzati di reinserimento socio-lavorativo dei detenuti, secondo le competenze dei singoli soggetti.
A tali scopi, saranno programmate e realizzate diverse azioni. Come per esempio quella di "attivare reti di collaborazione con gli stakeholder (portatori di interesse, come aziende, organizzazioni no profit, cooperative) che partecipano ai programmi inclusivi nei confronti delle persone sottoposte a provvedimenti di giustizia".
Previste "attività di formazione, studio, analisi sugli interventi per riconciliare e ricomporre le fratture determinate dai fatti delittuosi, in ciascun attore della dinamica delittuosa: autore di reato, vittima e comunità". "Una iniziativa dalla forte valenza civile - sottolinea l'assessora alle Politiche sociali Lea Vergatti - che responsabilizza tutta la comunità nel processo di rieducazione riparativa del detenuto".
Il sindaco Giuseppe Colonna rimarca l'importanza di tale sottoscrizione: "È un'esperienza pilota per il territorio che punterà ad avviare pratiche di reinserimento virtuoso dei detenuti, mediante le quali essi potranno divenire una risorsa fondamentale per Mola".
Il Comune e l'Uiepe puntano, dunque, alla riabilitazione sociale attraverso il lavoro, consapevoli che soprattutto per queste persone non avere alcuna occupazione intellettuale o manuale non permette di riflettere sulla propria vita, su sé stessi e sulle situazioni che hanno portato a vivere nell'illegalità.
di Paolo Guiducci
ilponte.com, 8 gennaio 2020
Giornata a contatto, giovedì 12 dicembre, con i detenuti del carcere per una trentina di volontari grazie alla seconda edizione di Celle aperte, l'iniziativa proposta dal cappellano don Nevio Faitanini e resa possibile dalla disponibilità della direzione, rappresentata della dottoressa Carmela De Lorenzo, e del commissario capo Aurelia Panzeca.
Questa volta il Magistrato di Sorveglianza di Bologna ha autorizzato l'ingresso nelle sezioni dell'istituto penitenziario a volontari provenienti da otto differenti realtà volontaristiche, solidali o cooperativistiche del territorio riminese che a vario titolo operano dentro e attorno la Casa circondariale, occupandosi dei temi della legalità e della privazione della libertà.
C'erano rappresentanti delle associazioni Caritas Rimini onlus, Papa Giovanni XXIII, della Cooperativa Cento Fiori, della parrocchia San Benedetto di Cattolica, del Centro per le famiglie del Comune e della Diocesi di Rimini, del gruppo di volontari, della Congregazione delle suore missionarie di Cristo, di Comunione e Liberazione: un gruppo eterogeneo di persone di tutte le età e provenienze, alcune in carcere per la prima volta, attirate dall'opportunità di poter trascorrere un'intera giornata all'interno dei "Casetti" fianco a fianco con le persone recluse, con la rara opportunità di avere accesso alle sezioni dove si trovano le celle.
Dall'apertura delle celle del mattino dopo la prima conta alla "chiusura" per il pranzo delle 11.30 (anche se, con l'occasione di questa iniziativa, le celle sono state lasciate volutamente "aperte" per consentire un maggiore contatto e interscambio tra le persone detenute e i volontari in visita), fino alle due ore d'aria dalle 13 alle 15, per terminare con il bilancio condiviso dell'esperienza, che è stato tracciato da detenuti e volontari insieme nella cappella della casa circondariale dalle 15.30 alle 16.30.
"Celle aperte" è un progetto che ha pochi eguali nelle carceri italiane e che è arrivato nel carcere di Rimini grazie alla mediazione della cappellania: il buon esito della giornata dietro le sbarre è stato condiviso da tutti, ospiti, partecipanti e polizia penitenziaria, i quali hanno auspicato in modo trasversale che l'iniziativa possa ripetersi presto, e più spesso, perché in grado di alleggerire i pensieri, alleviare gli animi e rompere la routine della quotidianità carceraria, e questo non soltanto per le persone recluse.
Tra i volontari sono molte le impressioni che sono state condivise con don Nevio, don Matteo Donati della parrocchia di Cattolica e il Vicario generale della Diocesi di Rimini, don Maurizio Fabbri. Da chi ha dimenticato giudizi e pregiudizi trovandosi di fronte a persone di cui non ha voluto conoscere i reati, rispondendo così alla chiamata della sua professione di fede, a chi si è trovato inaspettatamente a confidarsi, a chi invece ha preferito fare domande anche sulle cose più pratiche, come il lavaggio dei vestiti o il funzionamento della spesa personale.
A colpire una volontaria è stato quel tempo perlopiù vuoto, quell'assenza di attività o passatempi che rischia di rendere diseducativa la permanenza in carcere e di trasformare quel vuoto in "tempo perso". Va precisato invero che quella mattina non erano presenti i detenuti quotidianamente impegnati nell'attività di pulizia dei locali dell'istituto, come anche in mensa, lavanderia e nei lavori di manutenzione del fabbricato, ovvero 29 persone, cui va aggiunta una trentina di partecipanti ai corsi di alfabetizzazione, di scuola media e di biennio di base. Senza dimenticare che poi ci sono le altre attività e momenti di confronto e animazione organizzate da parte delle diverse associazioni di volontariato che hanno accesso alla struttura.
Ad attirare un'altra volontaria è stato il bisogno di vedere con i propri occhi se in quel luogo c'era ancora speranza per l'umano, una risposta interiore che ha risuonato come un "sì". Il momento del pranzo è stato di pura condivisione, fin dalla sua preparazione. Tra una resistenza e un cenno di timidezza, molte delle persone detenute scese dalle sezioni al termine della giornata trascorsa insieme hanno voluto ringraziare al microfono chi aveva dedicato loro il proprio tempo libero e chi l'aveva resa possibile, in un intercalare di riconoscenza che ha fatto comprendere, oltre alla valenza di iniziative simili, anche la loro efficacia.
di Luigi Pandolfi
Il Manifesto, 8 gennaio 2020
Con le guerre c'è sempre chi ci guadagna e chi ci perde, anche nel mercato dei soldi. E sarà così anche questa volta. L'economia contemporanea è caratterizzata dalla voracità dei mercati finanziari. È lì che sta il vero potere. Per questo, non c'è da meravigliarsi se di fronte all'acuirsi della tensione tra Usa e Iran alcuni fondi speculativi già si fregano le mani. Con le guerre c'è sempre chi ci guadagna e chi ci perde, anche nel mercato dei soldi.
E sarà così anche questa volta. Anzi, è già così: il prezzo del petrolio, trascinato per buona parte dal mercato dei derivati, è schizzato fino a oltre 70 dollari al barile dopo l'attentato al generale Soleimani. Non ci sono pozzi e raffinerie chiuse o saltate in aria, non ancora, ma l'ipotesi, solo l'ipotesi, che la crisi tra Iran e Usa possa risolversi in un conflitto aperto ha già indotto molti "analisti" a rivedere al rialzo le stime sull'andamento del prezzo del greggio nel breve termine, mettendo benzina nel mercato dei cosiddetti commodity derivatives, gli strumenti finanziari che hanno come sottostante materie prime.
È anche vero che il brivido della scommessa, dell'azzardo, non è per tutti e per questo altri investitori, prudentemente, stanno facendo rotta verso lidi sicuri. Come l'oro, mai così caro da sette anni a questa parte (1.588,13 dollari l'oncia), ma anche il palladio (ci vogliono adesso 2.020 dollari per un'oncia), metallo più raro e per questo maggiormente al riparo da cadute improvvise. Il denaro si è svincolato da un pezzo dall'abbraccio dell'oro e di altri materiali, ma quando i tempi si fanno cupi il metallo prezioso è sempre una garanzia. Soldi e oro tornano ad essere la stessa cosa, ovviamente non per tutti, certamente non per i ceti popolari.
Per usare una terminologia in uso agli operatori finanziari, si potrebbe dire, insomma, che anche in questo contesto investitori "orso" e investitori "toro", pur giocando partite diverse, si nutrono delle medesime aspettative. Tutte legate al rischio che la situazione, in un modo o in un altro, possa precipitare rovinosamente (o quasi).
Ma eccessi di euforia e di incertezza, slanci speculativi e chiusure difensive, insieme possono giocare brutti scherzi ad una economia mondiale che paga già il conto di una scriteriata guerra commerciale ed i postumi di una crisi che in alcune aree dell'economia-mondo capitalistica - leggi Europa - ancora non si riescono ad estirpare (in Germania la produzione di automobili è scesa nell'anno appena trascorso ai livelli del 1996, un calo del 9%). È quanto paventa l'agenzia di rating americana Moody's, quando parla di "shock finanziari particolarmente importanti" nel caso di conflitto duraturo tra la prima potenza economica e militare mondiale ed il Paese degli Ayatollah.
Non solo gli effetti diretti sull'economia di un aumento incontrollato ed incontrollabile del prezzo del petrolio (che potrebbe fare il paio con un aumento altrettanto incontrollato del prezzo di altri idrocarburi come il gas, visto il caos libico), ma anche, e soprattutto, il pericolo di un peggioramento delle "condizioni operative e di finanziamento", espressione ermetica, che tradotta significa una contrazione del mercato dei capitali, di cui risentirebbero subito alcuni settori produttivi dell'economia ed i livelli occupazionali.
Per le società del settore energetico, nello specifico, secondo Moody's tutto questo si potrebbe tradurre in un "andare incontro a un più difficile accesso ai capitali nel 2020, con un indebolimento della liquidità, un aumento dei costi del capitale e un intensificato rischio default per le società con scadenze incombenti".
C'è poco da fare: la filosofia che guida i mercati finanziari non si cura di eventuali cadute dell'economia reale e delle condizioni di vita di milioni di persone. Diversamente, non si spiegherebbe come la morte, le malattie, le catastrofi naturali, ogni tipo di sventura siano entrati nel carnet delle cose e degli eventi su cui poter speculare, scommettere, "investire". È un'altra guerra, quotidiana, che si combatte sulle piazze finanziarie e nei mercati paralleli di tutto il mondo. Che dalla guerra vera o in potenza, minacciata o cercata, può trarre grandi vantaggi.
La Repubblica, 8 gennaio 2020
La testimonianza di Nancy Okail, attivista egiziana pubblicato in "Fuga dall'Egitto - Inchiesta sulla diaspora del dopo-golpe", di Azzurra Meringolo Scarfoglio (Infinito Edizioni). "Non sai neanche come salutarli, due bambini cosi piccoli che osservi nel buio della notte mentre sognano gli eroi e le eroine delle fiabe che racconti loro di giorno. Fa male dire loro che alla fine vissero tutti felici e contenti, sapendo di mentire".
È un brano del lungo racconto di Nancy Okail, attivista egiziana condannata a cinque anni di carcere nel giugno del 2014, nell'ambito del processo contro le Ong, che ha portato alla condanna di 43 attivisti, con l'accusa di aver ricevuto fondi illegali, aver lavorato per istituzioni fuori legge e aver sostenuto l'opposizione al governo e le sue poche organizzazioni di protesta. Racconto pubblicato in un libro, "Fuga dall'Egitto - Inchiesta sulla diaspora del dopo-golpe", di Azzurra Meringolo Scarfoglio (Infinito Edizioni), con la prefazione di Moni Ovadia, l'introduzione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, e le illustrazioni di Gianluca Costantini.
Giornalisti, sindacalisti, artisti, medici, attivisti. È un reportage all'interno della nuova diaspora egiziana, composta dagli esuli di ultimissima generazione. Giornalisti, sindacalisti, artisti, medici, poeti, politici e attivisti per i diritti umani scappati dal loro Paese quando, dopo il golpe dell'estate del 2013, i militari sono tornati al potere. Un viaggio che parte da New York e Washington, tocca la Silicon Valley, Londra, Berlino, Doha, Istanbul e arriva quasi al Polo Nord.
La fuga dai processi sommari. I nuovi esuli egiziani sono arrivati fin qui per sfuggire al carcere, a sommari processi di massa, a tentativi di cooptazione, alla censura di chi non voleva che raccontassero - ad esempio - dettagli scomodi sulla tragica fine di Giulio Regeni. Per alcuni l'esilio è arrivato dopo lunghi periodi di detenzione, segnati da torture fisiche e psicologiche. Dalla diaspora raccontano il viaggio con il quale è iniziato il loro esilio, spesso una fuga improvvisa che li ha resi parte di quella che alcuni storici hanno già definito la più importante ondata migratoria nella storia dell'Egitto contemporaneo.
E tra gli esuli che sognano di tornare in patria nasce anche una nuova intellighenzia, che lavora per quando in Egitto tornerà la libertà.
L'esilio dopo lunghe detenzioni e torture. "Azzurra Meringolo - dice Moni Ovadia - con questa panoramica umana sugli esuli da un Paese governato da una dittatura ci sollecita a non lasciare nel dimenticatoio donne, uomini e processi che non abbandonano il campo a seguito di una sconfitta, ma la metabolizzano e riprendono il cammino con altre modalità, ma con lo stesso orizzonte ideale".
Mentre Riccardo Noury nella sua introduzione afferma: "L'Egitto è considerato da molti Paesi occidentali un partner chiave nella lotta al terrorismo a livello regionale e questa è la giustificazione usata per rifornirlo di armi, software di sorveglianza e altro materiale, nonostante le prove che dimostrano il loro utilizzo per commettere gravi violazioni dei diritti umani".
I nuovi esuli egiziani, intervistati dall'autrice, sono dispersi nel mondo per sfuggire al carcere, a tentativi di cooptazione, alla censura di chi non voleva che raccontassero - ad esempio - dettagli scomodi sulla tragica fine di Giulio Regeni. Per alcuni l'esilio è arrivato dopo lunghi periodi di detenzione, segnati da torture fisiche e psicologiche.
milanofinanza.it, 8 gennaio 2020
Fondazione Sacra Famiglia e il carcere di Opera realizzano il primo progetto di inclusione sociale che coinvolge persone disabili e detenuti. Fondazione Sacra Famiglia che dal 1896 si prende cura delle persone fragili con complesse o gravi fragilità e disabilità fisiche, psicologiche e sociali e l'Associazione in Opera della Casa di reclusione di Milano-Opera hanno dato vita a un progetto unico nel suo genere: Legami in Opera.
Legami in Opera ha visto coinvolti sette uomini tra i 55 e i 70 anni, con difficoltà cognitive medio-lievi (e un vissuto decennale in Sacra Famiglia) e 15 detenuti, italiani e stranieri (il più giovane di 23 anni e il più anziano di 65): insieme hanno realizzato alcuni strumenti musicali. Il percorso è durato tre mesi e si è strutturato attraverso una serie di incontri con frequenza settimanale, da giugno a fine ottobre. Gli strumenti sono stati poi utilizzati durante il Recital di Natale di Sacra Famiglia, un evento speciale che ha visto come protagonisti-attori ospiti storici e volontari. Nel corso del progetto le fragilità di ciascuno sono diventate occasioni di esperienza e vita comune, l'iniziale "lontananza" tra persone disabili e carcerati è sparita per fare spazio a canzoni, lavoro insieme e nuove amicizie.
"Siamo molto orgogliosi di aver partecipato a questo progetto", ha commentato Barbara Migliavacca, responsabile dell'iniziativa, "i detenuti hanno vissuto l'esperienza in maniera positiva e gli ospiti sono riusciti, grazie all'aiuto di questi nuovi amici, a creare uno strumento musicale bello e vivo. Ne è nata un'esperienza unica e toccante e di questo non possiamo che ringraziare l'Associazione In Opera e il Direttore Di Gregorio per averci aiutato a realizzarla. Ogni barriera o prigione fisica, psichica e sociale può essere superata insieme nella solidarietà in un progetto comune".
I detenuti, a seguito di questa esperienza hanno scritto diverse lettere, di cui uno stralcio recita: "Lo sguardo buono e il sorriso sincero di questi nuovi amici mi ha spiazzato. Prima di conoscerli...avevo l'idea che fossero gravemente malati e che questo fatto costituisse un peso schiacciante. Con le mie parole "di prima" avrei detto che, senza nemmeno un processo, erano stati messi all'ergastolo. E da un ergastolano ti aspetti volto cupo e pensieri oscuri. Invece...". Visto il grande successo il progetto si ripeterà in primavera.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 8 gennaio 2020
È un prefabbricato in legno di abete di poco meno di 30 metri quadrati. Il tetto ha le falde inclinate come nella tradizionale idea di casa che ci accompagna fin dall'infanzia e, quando era ancora uno scheletro ligneo in costruzione, rimandava tanto alla indimenticabile scena della costruzione della casa in "Sette spose per sette fratelli". Una "piccola, miracolosa, casetta nel parco di Rebibbia", per dirla invece con le parole di Renzo Piano, senatore a vita nonché archistar genovese, promotore e supervisore dell'iniziativa che, insieme ad altre tre, fa parte del progetto sulle periferie elaborato dal Gruppo di lavoro G124, presentato nella prestigiosa cornice della Sala Zuccari di Palazzo Madama il 28 novembre scorso.
Il Modulo Affettività e Maternità in carcere (M.A.MA.), è frutto di una collaborazione interistituzionale fra l'Ufficio Tecnico del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, guidato dall'architetto Ettore Barletta, il Provveditorato Regionale del Lazio, Abruzzo e Molise e un team di tre giovani architetti dell'Università romana La Sapienza che, guidati dalla professoressa Pisana Posocco e sotto la supervisione di Renzo Piano, hanno disegnato la casa.
Si tratta di un piccolo spazio abitativo, dotato di soggiorno, angolo cottura, zona pranzo e una piccola loggia per accedervi che sorge in un'area verde all'interno dell'istituto penitenziario Rebibbia Femminile, impreziosita dalla robusta presenza di una magnolia e di un eucalipto. La parte strutturale del modulo in legno è stata realizzata nella falegnameria della Casa circondariale Mammagialla di Viterbo da un gruppo di detenuti addetti alla lavorazione, coordinati dal direttore tecnico convenzionato con l'istituto e coadiuvati da alcuni detenuti di Rebibbia.
Ma, soprattutto, è il luogo dove le donne detenute nell'istituto romano possono incontrare i propri congiunti, mangiare insieme e insieme sedersi attorno a un tavolo. Un modo per rendere meno traumatica la distanza con i propri cari al momento del colloquio e, al tempo stesso, permettere alla detenuta di mantenere il ruolo di madre con il proprio nucleo familiare in un ambiente che intende, appunto, ricreare quello domestico.
agenzianova.com, 8 gennaio 2020
Almeno undici detenuti sono morti dall'inizio dell'anno nella prigione centrale di Makala, la più grande nella capitale congolese Kinshasa. Lo ha riferito ai media locali un funzionario del carcere, precisando che le ultime tre persone sono morte lunedì per mancanza di cure e medicinali.
Secondo Emmanuel Cole, responsabile di un'organizzazione locale attiva nella difesa dei diritti dei carcerati, la prigione di Makala e quasi tutte le carceri del paese sono sprovviste di cibo e medicinali da quando, a ottobre scorso, lo stato ha smesso di erogare fondi per queste necessità.
Il ministro della Giustizia congolese Celestin Tunda Ya Kasende ha ammesso "ritardi nei pagamenti", ma assicurato che dallo scorso lunedì la situazione è stata regolarizzata. La prigione centrale di Makala fu costruita durante la colonizzazione belga per accogliere 1.500 persone. Secondo Cole, il complesso ospita attualmente 8.618 detenuti tra cui solo 500 condannati.
di Chiara Nardinocchi
La Repubblica, 8 gennaio 2020
Il terzo settore si ribella alla figura di mero controllore impostagli dal Decreto Salvini. A sparire sono le realtà più ridotte e diffuse specialmente nel centro e nord Italia. Il rapporto di ActionAid e Open Polis. Bandi che vanno deserti, piccole realtà locali un tempo fiore all'occhiello e simbolo di integrazione chiuse, migranti spostati di città in città come pacchi postali. Sono queste alcune delle conseguenze dei decreti sicurezza, provvedimenti simbolo del governo giallo verde, fortemente criticati dall'opposizione, ma che ad oggi non sono stati né abrogati né modificati.
Così l'accoglienza diventa mero controllo. A finire sotto i riflettori della seconda parte del rapporto pubblicato da ActionAid e Openpolis dal titolo: "La sicurezza dell'esclusione" è il corto circuito generato dai decreti sicurezza all'interno del sistema di accoglienza. La drastica riduzione degli importi per la gestione dei centri ha portato al taglio dei servizi volti all'integrazione come gli insegnanti di italiano, i consulenti legali e i mediatori.
I Cas dunque divengono strutture dove i migranti devono attendere la decisione sulle richieste di asilo, trasformando di conseguenza il ruolo del Terzo settore denigrato a mero controllore dei soggetti 'accolti'. Un cambiamento non gradito alla maggior parte degli attori che hanno quindi disertato i bandi di gara. Le prefetture nel caos. Ad essere in difficoltà in primis sono le prefetture che vedono andare deserti i bandi e non possono far altro che ripeterli. Questo ha portato nel tempo alla perdita di decine di posti e messo le prefetture in una condizione di immobilità tra regole inapplicabili e l'obbligo di garantire il servizio.
"I dati - sottolinea Livia Zoli, responsabile Global inequality and migration di ActionAid - confermano come il nuovo capitolato svantaggi l'accoglienza diffusa. Non a caso il tema dei bandi deserti e delle gare riproposte emerge in maniera più decisa nel Centro e nel Nord Italia, dove prefetture e realtà del Terzo Settore avevano negli scorsi anni puntato su centri di dimensioni medio piccole, in un'ottica di inclusione dei migranti".
Il caso Toscana. Tra i tre tipi di centro ora previsti (singole unità abitative, centri collettivi fino a 50 posti e centri fino a 300 posti) i tagli più consistenti coinvolgono proprio quelli che prevedono l'accoglienza diffusa in appartamenti. La Toscana è presa ad esempio in quanto una delle regioni più colpite: a Livorno su mille posti messi a bando dopo l'approvazione del dl sicurezza solo 564 sono stati effettivamente assegnati mentre a Firenze le nuove gare hanno portato alla firma di solo tre convenzioni per un totale di 285 posti sui 1.800 inizialmente offerti.
Per questo alcune regioni si stanno muovendo. A giugno la stessa Toscana ha stanziato 4 milioni di euro da destinare come cofinanziamento a favore di enti pubblici o del terzo settore per progetti destinati alle persone straniere rimaste prive di reti di inserimento sociale.
Mentre la regione Lazio, che già lo scorso anno aveva stanziato 1,2 milioni di euro per sopperire ai tagli del decreto sicurezza, grazie a un emendamento al bilancio del consigliere Alessandro Capriccioli ha destinato 700mila euro per realizzare percorsi di autonomia, corsi di italiano, assistenza legale e formazione per richiedenti asilo, rifugiati e beneficiari di altre forme di protezione internazionale.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 8 gennaio 2020
L'aria che tira è quella della spartizione tra Tripolitania e Cirenaica. A puntate, con una riunione internazionale dopo l'altra, si va verso una sorta di "declassamento" di fatto del riconoscimento dell'Onu assegnato al governo di Tripoli per aprire la strada, al massimo, a qualche labile soluzione confederale dove il nocciolo vero della questione è la divisione delle risorse petrolifere.
Per evitare l'escalation del conflitto non ci sono altre soluzioni: cosa che era già evidente nel 2011 quando il 19 marzo Francia, Gran Bretagna e Usa attaccarono Gheddafi per sostenere i ribelli di Bengasi.
Tutti sapevano già allora che le divisioni tribali ma anche regionali e locali avrebbero avuto un ruolo decisivo perché lo Stato libico esisteva da 40 anni solo nella persona di Gheddafi e nella sua cerchia di potere, non in una realtà amministrativa e militare tenuta dal raìs in una condizione quanto mai labile per il timore che si costituisse qualche realtà nazionale a lui ostile. E infatti una volta che la Francia di Sarkozy - a sua volta foraggiato da Gheddafi - ha infiltrato la cerchia di potere nei mesi precedenti la rivolta lo stato libico ha cominciato a liquefarsi e non è mai più riaffiorato, preda delle divisioni interne, del radicalismo islamico e delle influenze internazionali.
Come avviene per ogni Stato "fallito" ma potenzialmente assai ricco che produce gas e petrolio gli appetiti interni ed esterni sono forti, qui come in Iraq o in Yemen. In più la vastissima Libia è un incrocio nevralgico tra Mediterraneo e Africa che fa troppo gola alle potenze coinvolte nella regione. Tutto dunque è la Libia, tranne una cosa: un porto sicuro per i migranti come hanno cercato di illudersi e illudere i nostri governi. Anche in questo abbiamo sbagliato di grosso perdendo di vista la vera partita geopolitica.
Decideranno le battaglie sul campo come quella in corso a Sirte tra il generale Khalifa Haftar, il governo di Tripoli e la città-stato di Misurata, dove ci sono oltre 300 militari italiani a guardia di un ospedale. Ma a fare la differenza saranno soprattutto i due protagonisti delle vicende mediterranee, Putin ed Erdogan, che oggi si incontrano ad Ankara a inaugurare il Turkish Stream ma a parlare anche di molto altro, dalla Libia alla Siria, alla tensione Usa-Iran. Erdogan, alleato della Nato ormai fuori controllo, ha inviato le truppe a Tripoli e mercenari jihadisti per aiutare Sarraj e i Fratelli Musulmani, Putin appoggia con i suoi mercenari Haftar, insieme a Egitto, Emirati, Arabia Saudita, con Francia e Stati Uniti che esibiscono un atteggiamento sempre assai ambiguo ma di fatto più favorevole al generale che a Tripoli. Dalla parte di Haftar, a parte Putin, ci sono i maggiori acquirenti di armi di Washington come sauditi ed emiratini, alleati tra l'altro di Usa e Israele contro l'Iran degli ayatollah.
L'Italia non sta in mezzo ma sotto. Ufficialmente è con Tripoli ma sta cercando di riposizionarsi intensificando i rapporti con Haftar incontrato da Di Maio a dicembre e che dovrebbe tornare presto a Roma. L'Italia sta sotto perché i suoi alleati occidentali hanno turlupinato il governo Berlusconi nel 2011 quando attaccarono Gheddafi e la spinsero, su decisione dell'ex presidente Napolitano, a unirsi ai raid della Nato. Sta sotto perché deve salvare capra e cavoli, in particolare l'Eni, che è ancora la maggiore azienda libica, gestisce il gasdotto Green Stream e fornisce il 70% dell'elettricità al Paese, insieme a quelle commesse che il defunto raìs ci aveva promesso (50 miliardi di euro). La Libia era la nostra torta di frutta candita ma da tempo le fette le decidono gli altri.
Un decennio fa nella tenda di Gheddafi il raìs distribuì onorificenze e medaglie a Giulio Andreotti, Lamberto Dini, all'ex ministro Giuseppe Pisanu, a Vittorio Sgarbi, al premier Berlusconi, a Frattini, Prodi e D'Alema. Aveva in pratica premiato tutta la classe dirigente della Repubblica che di lì a poco poi lo avrebbe abbandonato.
L'attuale ministro degli Esteri italiano Di Maio, ieri alla riunione Ue sulla Libia a Bruxelles e oggi al Cairo con Francia Grecia e Cipro, invece deve stare attento a non fare gaffe. Così prima di incontrare il fronte pro-Haftar e anti-turco vedrà il ministro degli Esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu. Sulla Libia non abbiamo più nessuna leva, non piacciamo troppo ad Haftar e neppure a Sarraj che ormai parla solo con Erdogan. Per questo stiamo sotto botta: è finita da un pezzo per noi l'era dei ricchi premi e cotillons, quelli li dava solo il raìs.
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