di Gianfranco Ferroni
Italia Oggi, 28 novembre 2019
Graphic novel, romanzi e poesie, con la proiezione dei corti realizzati dalle allieve-detenute di Rebibbia: "Bookciak, Azione!" è tornato nella sezione femminile del carcere romano per lavorare con le classi del liceo artistico Enzo Rossi, presente all'interno del penitenziario.
Nell'ambito di speciali laboratori interdisciplinari, guidati dai docenti dell'istituto, le allieve-detenute hanno realizzato i loro bookciak, corti di massimo tre minuti ispirati alle pagine dei libri. Dal graphic novel di Laura Scarpa, War painters 1915-1918 Come l'arte salva dalla guerra, è nato Volti, bookciak vincitore della sezione Rebibbia 2019.
"Per le tante detenute che hanno vissuto in prima persona l'esperienza della guerra in Bosnia", spiegano i docenti Claudio Fioramanti e Lucia Lo Buono che hanno diretto il seminario in carcere, "la scelta del testo di Scarpa è stata quasi immediata. Ognuna a suo modo ha voluto esprimere la guerra quotidiana che vive, ma che grazie all'arte, attraverso la scuola, forse, può essere allontanata e messa da parte. Almeno per un po'. Perché come l'arte salva dalla guerra, la scuola in carcere salva dalla violenza del carcere stesso e aiuta a lenirne la sofferenza".
Nella Casa del Cinema di Roma sono stati mostrati i bookciak vincitori dell'edizione 2019 del premio: "Eroico" di Aurora Alma Bartiromo, studentessa anconetana del Csc di Roma, tratto da "War painters 1915-1918 Come l'arte salva dalla guerra"; "Memorie", liberamente ispirato al romanzo "La lettrice di Cechov" di Giulia Corsalini, trasformato in un delicato corto di animazione dalle sorelle veneziane Elisa e Serena Lombardo; "Napoli Reload", di Elettra White ispirato a "La bella Sulamita" di Renato Gorgoni per la sezione Memory Ciak; e infine "La memoria nel corpo", dall'omonima raccolta di poesie di Antonella Sica, realizzato da 20 allievi del Csc - Centro Sperimentale Piemonte dipartimento di animazione.
milanotoday.it, 28 novembre 2019
"Recuperando il cielo. Voci e immagini dentro e fuori il carcere" è la nuova iniziativa promossa da Attraversamenti luoghi Arti Culture in collaborazione con Consorzio VialedeiMille di Milano.
L'evento si svolgerà presso il negozio del Consorzio - il primo dedicato interamente all'economia carceraria - in viale di Mille 1 (angolo Piazzale Dateo), martedì 26 novembre dalle 18.00 alle 20.00 e vedrà protagonisti i linguaggi della fotografia e della poesia, in linea con l'approccio già sperimentato per altri eventi organizzati a partire dal maggio 2018 da Attraversamenti Luoghi Arti Culture.
In particolare, il Consorzio ospiterà dal 26 novembre al 15 dicembre una mostra fotografica curata da Giovanna Gammarota - Recuperando il cielo - composta da tre sezioni: "Qui dentro", "Là fuori", "Recuperati" che presenta alcuni lavori realizzati da detenuti delle Carceri di San Vittore e Bollate nel corso dei laboratori tenuti dalla critica e storica dell'arte Gigliola Foschi e dal direttore della Galleria San Fedele Andrea Dall'Asta, tra il 2003 e il 2005. Le immagini selezionate ruotano intorno alla dialettica dentro/fuori che connota la condizione carceraria ma mettono a fuoco anche l'istanza del recupero, sociale e individuale, dei detenuti, molto spesso considerati invece come scarti.
I linguaggi artistici e i loro immaginari possono contribuire a "[...] riconoscere la consapevolezza del proprio stato e accompagnare le persone verso un percorso di riscatto" (Giovanna Gammarota)
Anche per questo insieme alla mostra, le testimonianze degli ospiti si alterneranno a quelle di detenuti ed ex detenuti sulle loro esperienze creative e soprattutto, alla lettura di poesie scritte dai partecipanti ai laboratori di poesia condotti nella Casa di Reclusione di Milano - Bollate negli anni da Maddalena Capalbi (che per questa sua attività ha ricevuto l'Ambrogino d'oro dal Comune di Milano).
Alla serata saranno presenti oltre a Gigliola Foschi e a Maddalena Capalbi, Nino Iacovella (poeta e tra i fondatori del blog di poesia "Perigeion"), Francesco Capizzi Cisky-Mck (poeta e rapper) e gli ideatori del progetto Attraversamenti Sergio Di Giorgi e Giovanna Gammarota.
A conclusione dell'incontro si svolgerà l'inaugurazione della mostra accompagnata da un aperitivo (con contributo libero dei partecipanti) che vedrà protagonisti i prodotti eno-gastronomici in vendita presso il concept store di viale dei Mille.
L'Osservatore Romano, 28 novembre 2019
L'incontro con i giornalisti durante il volo verso Roma. Come è consuetudine al termine di ogni viaggio apostolico, sull'aereo che da Tokyo lo stava riportando a Roma, martedì 26 novembre, Francesco ha voluto incontrare i giornalisti al seguito. Prima di rispondere alle loro domande, il Pontefice ha accolto il saluto del direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, e ha così introdotto il colloquio: "Ringrazio per il vostro lavoro, perché davvero è stato un viaggio intenso e anche con un cambio di categorie, perché una cosa era la Tailandia, un'altra cosa il Giappone. Non si può valutare le cose con una stessa categoria; le realtà vanno valutate secondo le categorie che provengono dalla stessa realtà. E queste erano due realtà totalmente diverse. Perciò ci vuole doppio lavoro, e grazie a voi di questo, anche delle giornate molto intense, credo che il lavoro è stato forte. Ringrazio. Io mi sono sentito vicino a voi in questo lavoro. Grazie.
[Padre Makoto Yamamoto, "Catholic Shimbum"]: La ringraziamo di cuore per essere venuto in Giappone da così lontano. Io sono sacerdote diocesano di Fukuoka, proprio vicino a Nagasaki. Vorrei chiederle questo: lei ha visitato Nagasaki e Hiroshima. Santo Padre, come si è sentito? Vorrei chiederle un'altra cosa: la società e la Chiesa occidentale hanno qualcosa da imparare dalla società e dalla Chiesa orientale?
Comincio dall'ultima. C'è una cosa che a me ha illuminato tanto, un detto: "Lux ex Oriente, ex Occidente luxus". La luce viene dall'Oriente, il lusso, il consumismo viene dall'Occidente. C'è proprio questa saggezza orientale, che non è saggezza soltanto di conoscenza, è saggezza di tempi, saggezza di contemplazione. Alla società occidentale - troppo di fretta, sempre - aiuta tanto imparare un po' di contemplazione, fermarsi, guardare anche poeticamente le cose. Sai? Pensando questo - questa è un'opinione personale -, credo che all'Occidente manchi un po' di poesia. Ce ne sono di cose poetiche bellissime, ma l'Oriente va oltre. L'Oriente è capace di guardare le cose con occhi che vanno oltre; non vorrei usare la parola "trascendente", perché alcune religioni orientali non fanno accenno alla trascendenza, ma certamente sì ad una visione oltre il limite dell'immanenza, senza dire trascendenza, oltre. Per questo parlo di "poesia", di ciò che è gratuità, cercare la propria perfezione nel digiuno, nelle penitenze e anche nella lettura della saggezza dei saggi orientali. Credo che a noi occidentali fermarci un po' e dare tempo alla saggezza farà bene. La cultura della fretta [ha bisogno] della cultura del "fermati un po'". Fermati. Non so se serve questo per chiarire la differenza e ciò di cui noi avremmo bisogno.
La prima [domanda]: Nagasaki e Hiroshima. Ambedue hanno sofferto la bomba atomica, e questo le rende simili. Ma c'è una differenza. Nagasaki non ha avuto solo la bomba, ma anche i cristiani. Nagasaki ha radici cristiane, un cristianesimo antico. La persecuzione dei cristiani c'era in tutto il Giappone, ma a Nagasaki molto forte. Il segretario della Nunziatura mi ha regalato un facsimile in legno dove c'è il "wanted" di quel tempo: "Si cercano cristiani! Se ne trovi uno, denuncialo e avrai tanto, se trovi un sacerdote, denuncialo e avrai tanto". Una cosa così, andrà al museo. Colpisce questo: sono stati secoli di persecuzioni. Questo è un fenomeno cristiano, che "relativizza", nel senso buono della parola, la bomba atomica, perché sono due cose. Se uno va a Nagasaki pensando soltanto: "Sì, va bene, era cristiana... Ma c'è stata la bomba atomica", e si ferma lì [trascura una parte della sua storia]. Invece andare a Hiroshima è soltanto per la bomba atomica, perché non è una città cristiana come Nagasaki. Per questo io sono voluto andare in ambedue. È vero, in ambedue c'è stato il disastro atomico.
Hiroshima è stata una vera catechesi umana sulla crudeltà. La crudeltà. Non ho potuto vedere il museo di Hiroshima, perché sono stato giusto il tempo [dell'incontro], perché è stata una giornataccia quella, ma dicono che è terribile, terribile: lettere dei Capi di Stato, dei generali che spiegavano come si poteva fare un disastro più grande. Per me è stata un'esperienza molto più toccante di quella di Nagasaki. A Nagasaki è stata quella del martirio: ho visto un po' il museo - en passant - del martirio; ma quella di Hiroshima, molto toccante. E lì ho ribadito che l'uso delle armi nucleari è immorale - questo deve andare nel Catechismo della Chiesa Cattolica -, e non solo l'uso, anche il possesso, perché un incidente, [a causa] di un possesso, o la pazzia di qualche governante, la pazzia di uno può distruggere l'umanità. Pensiamo a quel detto di Einstein: "La quarta guerra mondiale si farà coi bastoni e con le pietre".
[Shinichi Kawarada, "The Asahi Shimbum"]: Vorrei fare una domanda sul nucleare. Come lei ha giustamente indicato, una pace duratura non è realizzabile senza un disarmo. Il Giappone è un Paese che gode della protezione nucleare degli Usa, ed è anche produttore di energia nucleare, cosa che comporta un grande rischio per l'ambiente e per l'umanità, come è stato tragicamente dimostrato dall'incidente di Fukushima. Come può il Giappone contribuire alla realizzazione della pace mondiale? Dovrebbero essere spente le centrali nucleari?
Torno sul possesso di industrie nucleari. Sempre può accadere un incidente. Voi lo avete sperimentato, anche il triplice disastro, che ha distrutto tanto. Il nucleare è al limite. Le armi escludiamole, perché quella è distruzione. Ma l'uso del nucleare è molto al limite, perché ancora non siamo arrivati alla sicurezza totale. Non ci siamo arrivati. Tu potresti dirmi: "Sì, anche con l'elettricità si può fare un disastro per una mancanza di sicurezza". Ma è un disastro piccolo. Un disastro nucleare, di una centrale nucleare, sarà un disastro grande. E ancora non è stata elaborata la sicurezza. Io - ma è un'opinione personale - non userei l'energia nucleare finché non ci sia una totale sicurezza dell'uso. Ma io sono profano in questo e dico un'idea. Alcuni dicono che l'energia nucleare è contraria alla custodia del creato, che lo distruggerà e che si deve fermare. È in discussione. Io mi fermo sulla sicurezza. Non ha la sicurezza per impedire un disastro. Sì, è uno nel mondo in dieci anni, ma poi [incide] sul creato: il disastro della potenza nucleare sul creato, e anche sulla persona.
Ancora dura il disastro nucleare in Ucraina, per tanti anni. Distinguo dalla guerra, dalle armi. Ma qui dico che dobbiamo fare ricerca sulla sicurezza, sia sui disastri sia sull'ambiente. E sull'ambiente credo che siamo andati oltre il limite, oltre il limite: nell'agricoltura ad esempio i pesticidi, nell'allevamento dei polli - i medici dicono alle mamme di non dare da mangiare i polli di allevamento, perché sono ingrassati con gli ormoni e ai bambini faranno male alla salute -; tante malattie rare che ci sono oggi a causa dell'uso non buono per l'ambiente. Sono malattie rare. I cavi elettrici e tante altre cose... La custodia dell'ambiente è una cosa che va fatta oggi o mai più. Ma tornando sull'energia nucleare: costruzione, sicurezza e custodia dell'ambiente.
[Elisabetta Zunica, "Kyoto News"]: Hakamada Iwao è un condannato a morte giapponese, in attesa della revisione del processo. Era presente alla messa al Tokyo Dome, ma non ha avuto modo di parlare con lei. Ci potrebbe confermare se fosse in programma o no un breve incontro con lei? Perché il tema della pena di morte in Giappone è molto discusso. Poco più di un mese prima della modifica del Catechismo su questo tema, è stata eseguita la condanna di ben 13 detenuti. Su questo tema non c'è un riferimento nei suoi discorsi di questa visita. Come mai, non si è voluto pronunciare in questa occasione, oppure ha avuto modo di parlarne con il primo ministro Abe?
Su quel caso della pena di morte, l'ho saputo dopo, non sapevo di quella persona: non lo sapevo. Con il Primo Ministro ho parlato in generale di tanti problemi: di processi di condanne eterne che non finiscono mai, sia con la morte sia senza la morte. Ma di questo ho parlato come di un problema generale, che esiste anche in altri Paesi: le carceri sovraffollate, la gente che aspetta con una prigionia preventiva, senza presunzione di innocenza... Aspetta lì, aspetta, aspetta... Quindici giorni fa ho fatto un intervento al convegno internazionale di diritto penale e ho parlato nel merito di questo tema: il tema delle carceri, il tema della precauzione [custodia cautelare] e poi della pena di morte, di cui è stato chiaramente detto che non è morale, non si può fare. Credo che questo va insieme a una coscienza che si sviluppa sempre di più. Ad esempio, alcuni Paesi non osano l'abolizione per problemi politici ma fanno la sospensione: è un modo di dichiarare, senza dichiarare: l'ergastolo, per esempio. Ma il problema è che la condanna deve essere sempre per il reinserimento: una condanna senza "finestre" di orizzonte non è umana. Anche l'ergastolo: si deve pensare come un ergastolano può reinserirsi, dentro o fuori. Ma sempre ci vuole l'orizzonte, il reinserimento. Lei mi dirà: ma ci sono condannati pazzi, per un problema di malattia, di pazzia, di incorreggibilità genetica, per così dire... Ma bisogna cercare il modo che almeno possano fare delle cose che li facciano sentire persone. Oggi, in tante parti del mondo le carceri sono sovraffollate, sono depositi di carne umana, che invece di crescere in salute, tante volte si corrompe per questo. Dobbiamo lottare contro la pena di morte, a poco a poco... Ci sono casi che a me danno gioia perché ci sono Stati, Paesi che dicono: ci fermiamo. Ho parlato con il governatore di uno Stato, lo scorso anno, e lui prima di lasciare il posto ha fatto quella sospensione quasi definitiva. Sono passi, passi di una coscienza umana. Invece, altri Paesi ancora non sono riusciti a inserirlo nella linea dell'umanità.
[Jean-Marie Guénois, "Le Figaro"]: Lei ha detto che la vera pace può essere solo una pace disarmata. Ma che cosa succede per la legittima difesa, quando un Paese è attaccato da un altro? In questo caso, esiste ancora la possibilità di una "guerra giusta"? Piccola domanda: si è parlato di un'enciclica sulla non violenza: è ancora in progetto, questa enciclica sulla non violenza? Due domande.
Sì, il progetto c'è, ma la farà il prossimo Papa, perché a mala pena ho tempo di... Ci sono progetti che sono nei cassetti...: uno sulla pace, per esempio, è lì, sta maturando, e quando sarà il momento lo farò. Ma parlo abbastanza di questo: per esempio, il problema del bullying con i ragazzi delle scuole, è un problema di violenza, ne ho parlato proprio ai giovani giapponesi, sull'argomento. È un problema che con tanti programmi educativi stiamo cercando di aiutare a risolvere. È un problema di violenza, e i problemi di violenza si devono affrontare... Ma un'enciclica sulla non violenza ancora non me la sento matura, devo pregare di più e cercare la via.
Sulla pace e le armi: c'è quel detto romano "Si vis pacem, para bellum". Lì non siamo stati maturi. Le Organizzazioni internazionali non riescono, le Nazioni Unite non riescono... Fanno tante cose, tante mediazioni, è meritevole. Paesi come la Norvegia, per esempio: sempre disposti a mediare, a cercare un'uscita per evitare le guerre... Questo si sta facendo e a me piace. Ma è poco, ancora si deve fare di più. Lei pensi - senza offendere - al Consiglio di Sicurezza: c'è un problema con le armi, tutti d'accordo per risolvere quel problema per evitare un incidente bellico, tutti votano sì, uno col diritto di veto vota no e tutto si ferma. Ho sentito - io non sono in grado di giudicare se è buono o no, è un'opinione che ho sentito - che forse le Nazioni Unite dovrebbero fare un passo in avanti rinunciando nel Consiglio di Sicurezza al diritto di veto di alcune nazioni. Non sono tecnico, in questo, ma l'ho sentito come una possibilità. Non so cosa dire, ma sarebbe bello che tutti avessero lo stesso diritto.
Nell'equilibrio mondiale ci sono argomenti che in questo momento io non sono capace di giudicare. Ma tutto quello che si può fare per fermare la produzione di armi, per fermare le guerre, andare al negoziato, anche con l'aiuto dei facilitatori, questo di deve fare sempre, sempre. E dà dei risultati: alcuni dicono pochi, ma incominciamo con il poco, poi andiamo oltre con i risultati del negoziato per cercare di risolvere dei problemi. Per esempio, nel caso di Ucraina-Russia: non si parla di armi, è stato il negoziato per lo scambio di prigionieri, questo è positivo. È sempre un passo per la pace. C'è stato adesso un confronto per pensare a una pianificazione di un regime governativo nel Donbass, diverso, e stanno discutendo: questo è un passo avanti della pace.
È successa, poco tempo fa, una cosa bella e brutta. La cosa brutta è - devo dirlo - l'ipocrisia "armamentista". Paesi cristiani - almeno di cultura cristiana -, Paesi europei - si dice "Europa culta" - che parlano di pace e vivono delle armi: ipocrisia, si chiama questa. È una parola evangelica: Gesù la dice tante volte nel capitolo 23° di Matteo. Bisogna finirla con questa ipocrisia. Che una Nazione abbia il coraggio di dire: "Io non posso parlare di pace, perché la mia economia guadagna tanto con la fabbricazione delle armi". Senza insultare e senza sporcare quel Paese, ma parlare come fratelli, la fratellanza umana: fermiamoci, ragazzi, fermiamoci, perché la cosa è brutta! In un porto - adesso non lo ricordo bene - in un porto è arrivata da un Paese una nave piena di armi che doveva consegnare a una nave più grande diretta nello Yemen. Noi sappiamo cosa succede nello Yemen. E i lavoratori del porto hanno detto "no". Sono stati bravi! E la nave è tornata a casa sua. È un caso, ma ci insegna come ci si deve comportare su questo. La pace oggi è molto debole, molto debole, ma non bisogna scoraggiarsi. E con le armi favoriamo questa debolezza.
[Jean-Marie Guénois, "Le Figaro":] E la legittima difesa con le armi?
L'ipotesi della legittima difesa rimane sempre. È un'ipotesi che anche nella teologia morale va contemplata, ma come ultima risorsa. Ultima risorsa, con le armi. La legittima difesa va fatta con la diplomazia, con le mediazioni. Ultima risorsa la legittima difesa con le armi. Ma sottolineo: ultima risorsa! Noi stiamo andando avanti in un progresso etico che a me piace, nel mettere in questione tutte queste cose. Questo è bello: dice che l'umanità va avanti anche per il bene, non solo per il male. Grazie a Lei.
[Cristiana Caricato, "TV 2000"]: La gente legge sui giornali che la Santa Sede ha acquistato immobili per centinaia di milioni nel cuore di Londra, e rimane un po' sconcertata da questo uso delle finanze vaticane, in particolare quando viene coinvolto anche l'Obolo di San Pietro. Lei sapeva di queste operazioni finanziarie? E soprattutto, secondo Lei, è corretto l'uso che viene fatto dell'Obolo di San Pietro? Lei spesso ha detto che non si devono fare i soldi con i soldi, spesso ha denunciato quest'uso spregiudicato della finanza, poi però vediamo che queste operazioni coinvolgono anche la Santa Sede, e questo scandalizza. Come vede tutta questa vicenda?
Grazie. Prima di tutto, la buona amministrazione normale: arriva la somma dell'Obolo di San Pietro, e che cosa faccio? La metto nel cassetto? No. Questa è una cattiva amministrazione. Cerco di fare un investimento, e quando ho bisogno di dare, quando ho le necessità, durante l'anno, si prendono i soldi, e quel capitale non si svaluta, si mantiene o cresce un po'. Questa è una buona amministrazione. Invece l'amministrazione "del cassetto" è cattiva. Ma si deve cercare una buona amministrazione, un buon investimento: chiaro questo? Anche un investimento... da noi si dice "un investimento da vedove", come fanno le vedove: due uova qui, tre qui, cinque lì. Se cade uno, c'è l'altro, e non si rovinano. È sempre su qualcosa di sicuro, è sempre su qualcosa di morale. Se tu fai un investimento dell'Obolo di San Pietro su una fabbrica di armamenti, l'Obolo lì non è più l'Obolo! Se tu fai un investimento e stai per anni senza toccare il capitale, non va. L'Obolo di San Pietro [di un anno] si deve spendere durante un anno, un anno e mezzo, fino a che arrivi l'altra colletta, quella che si fa a livello mondiale. Questa è buona amministrazione: sul sicuro. E sì, si può anche comprare una proprietà, affittarla, e poi venderla, ma sul sicuro, con tutte le sicurezze per il bene della gente e dell'Obolo. Questo è un aspetto.
Poi è accaduto quello che è accaduto: uno scandalo, hanno fatto cose che non sembrano pulite. Ma la denuncia non è venuta da fuori. Quella riforma della metodologia economica che aveva già incominciato Benedetto XVI è andata avanti, ed è stato il Revisore dei conti interno a dire: qui c'è una cosa brutta, qui c'è qualcosa che non funziona. È venuto da me e gli ho detto: "Ma Lei è sicuro?" - "Sì", mi ha risposto, mi ha fatto vedere i numeri. "Cosa devo fare?" - "C'è la giustizia vaticana: vada e faccia la denuncia al Promotore di Giustizia". E in questo io sono rimasto contento, perché si vede che l'amministrazione vaticana adesso ha le risorse per chiarire le cose brutte che succedono dentro, come questo caso, che, se non è il caso dell'immobile di Londra - perché ancora questo non è chiaro -, tuttavia lì c'erano casi di corruzione. Il Promotore di Giustizia ha studiato la cosa, ha fatto le consultazioni e ha visto che c'era uno squilibrio nel bilancio. Poi ha chiesto a me il permesso di fare le perquisizioni. Ho detto: "È chiaro questo suo [studio]?" - "Sì, c'è una presunzione di corruzione e in questi casi io devo fare perquisizioni in questo ufficio, in questo ufficio, in questo ufficio...". E io ho firmato l'autorizzazione. È stata fatta la perquisizione in cinque uffici e al giorno d'oggi - sebbene ci sia la presunzione di innocenza - ci sono capitali che non sono amministrati bene, anche con corruzione. Credo che in meno di un mese incominceranno gli interrogatori delle cinque persone che sono state bloccate perché c'erano indizi di corruzione. Lei potrà dirmi: questi cinque sono corrotti? No, la presunzione di innocenza è una garanzia, un diritto umano. Ma c'è corruzione, si vede. Con le perquisizioni si vedrà se sono colpevoli o no. È una cosa brutta, non è bello che succeda questo in Vaticano. Ma è stato chiarito dai meccanismi interni che cominciano a funzionare, che Papa Benedetto aveva cominciato a fare. Per questo ringrazio Dio. Non ringrazio Dio che ci sia la corruzione, ma ringrazio Dio che il sistema di controllo vaticano funziona bene.
[Philip Pullella]: Se mi permette volevo proseguire un po' su questa domanda che ha fatto Cristiana, con un po' più di dettagli. C'è molta preoccupazione nelle ultime settimane per quello che sta succedendo nelle finanze del Vaticano, e secondo alcuni c'è una guerra interna su chi deve controllare i soldi. La maggior parte dei membri del consiglio di amministrazione dell'Aif si è dimessa. Il gruppo Egmont, che è il gruppo di queste autorità finanziarie, ha sospeso il Vaticano dalle comunicazioni sicure dopo il raid del 1° ottobre. Il direttore dell'Aif è ancora sospeso, come ha detto Lei, e ancora non c'è un Revisore generale. Cosa può fare o dire Lei per garantire alla comunità finanziaria internazionale e ai fedeli in generale, che sono chiamati a contribuire all'Obolo, che il Vaticano non tornerà a essere considerato un "paria" da tenere escluso, di cui non fidarsi, e che le riforme continueranno e che non si tornerà alle abitudini del passato?
Grazie della domanda. Il Vaticano ha fatto passi avanti nella sua amministrazione. Per esempio lo Ior oggi è accettato da tutte le banche e può agire come le banche italiane, normalmente, cosa che un anno fa ancora non c'era. Ci sono stati dei progressi. Poi, riguardo al gruppo Egmont. Il gruppo Egmont è una cosa non ufficiale, internazionale; è un gruppo a cui appartiene l'Aif. E il controllo internazionale non dipende dal gruppo Egmont, il gruppo Egmont è un gruppo privato, che ha il suo peso, ma è un gruppo privato. Monyeval farà l'ispezione: l'ha programmata per i primi mesi dell'anno prossimo e la farà. Il direttore dell'Aif è sospeso, perché c'erano sospetti di non buona amministrazione. Il presidente dell'Aif ha fatto forza con il gruppo Egmont per riprendere la documentazione, e questo la giustizia non può farlo. Davanti a questo io ho fatto la consultazione con un magistrato italiano, di livello: cosa devo fare? La giustizia davanti a un'accusa di corruzione è sovrana in un Paese, è sovrana, nessuno può immischiarsi lì dentro, nessuno può dare le carte al gruppo Egmont [e dire]: "Le vostre carte sono qui". No. Devono essere studiate le carte che fanno [emergere] quella che sembra una cattiva amministrazione nel senso di un cattivo controllo: è stato l'Aif - sembra - a non controllare i delitti degli altri. Il suo dovere era controllare. Io spero che si provi che non è così, perché ancora c'è la presunzione di innocenza; ma per il momento il magistrato è sovrano e deve studiare come è andata; perché al contrario un Paese avrebbe una amministrazione superiore che lederebbe la sovranità del Paese. Il presidente dell'Aif scadeva il 19 [novembre]; io l'ho chiamato alcuni giorni prima e lui non si è accorto che lo stavo chiamando - così mi ha detto. E ho annunciato che il 19 lasciava. Ho trovato già il successore: un magistrato di altissimo livello giuridico ed economico nazionale e internazionale, e al mio rientro prenderà la carica nell'Aif e continuerà la cosa così. Sarebbe stato un controsenso che l'autorità di controllo fosse sovrana sopra lo Stato. È una cosa non facile da capire. Ma quello che ha un po' disturbato è il gruppo Egmont, che è un gruppo privato: aiuta tanto, ma non è l'autorità di controllo del Moneyval. Moneyval studierà i numeri, studierà le procedure, studierà come ha agito il Promotore di Giustizia e come il giudice e i giudici hanno determinato la cosa. So che in questi giorni incomincerà - o è incominciato - l'interrogatorio di alcuni dei cinque che sono stati sospesi. Non è facile, ma non dobbiamo essere ingenui, non dobbiamo essere schiavi. Qualcuno mi ha detto - ma io non credo -: "Sì, con questo fatto che abbiamo toccato il gruppo Egmont, la gente si spaventa...". E si sta facendo un po' di terrorismo [psicologico]. Ma lasciamo da parte. Noi andiamo avanti con la legge, con il Moneyval, con il nuovo presidente dell'Aif. E il direttore è sospeso, ma magari fosse innocente, io lo vorrei, perché è una cosa bella che una persona sia innocente e non colpevole. Ma è stato fatto un po' di rumore con questo gruppo, che voleva si toccassero le carte che appartenevano al gruppo.
[Philip Pulella]: È per garantire ai fedeli che le cose vanno bene?
È per garantire questo! Guarda, è la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori. Da fuori, [è successo] tante volte. Ci hanno detto: "Guarda...", e noi con tanta vergogna... Ma in questo Papa Benedetto è stato saggio: ha cominciato un processo che è maturato, è maturato e adesso ci sono le istituzioni. Che il Revisore abbia avuto il coraggio di fare una denuncia scritta contro cinque persone...: sta funzionando il Revisore. Davvero non voglio offendere il gruppo Egmont, perché fa tanto bene, aiuta, ma in questo caso la sovranità dello Stato è la giustizia. La giustizia è più sovrana anche del potere esecutivo. Più sovrana. Non è facile da capire, ma vi chiedo di capire questa difficoltà. Grazie a Lei.
[Roland Juchem, "cic]: Santo Padre, sul volo da Bangkok a Tokyo ha mandato un telegramma alla signora Carrie Lam di Hong Kong. Che cosa pensa della situazione lì, con le manifestazioni e dopo le elezioni comunali? E quando potremo accompagnarla a Pechino?
I telegrammi si mandano a tutti i capi di Stato, è una cosa automatica: sono un saluto e anche un modo cortese di chiedere permesso di sorvolare il loro territorio. Questo non ha un significato né di condanna né di appoggio. È una cosa meccanica che tutti gli aerei fanno: quando tecnicamente entrano, avvisano che stanno entrando, e noi lo facciamo con cortesia. Salutiamo. Questo non ha alcun valore nel senso che Lei domanda, soltanto un valore di cortesia.
L'altra cosa che Lei mi chiede è cosa penso [della situazione di Hong Kong]. Ma non è soltanto Hong Kong: pensi al Cile, pensi alla Francia, la democratica Francia: un anno di "gilet gialli". Pensi al Nicaragua, pensi ad altri Paesi latinoamericani, il Brasile, che hanno problemi del genere, e anche a qualche Paese europeo. È una cosa generale. Che cosa fa la Santa Sede con questo? Chiama al dialogo, alla pace... Ma non è solo Hong Kong, ci sono varie realtà che hanno dei problemi che io in questo momento non sono capace di valutare. Io rispetto la pace e chiedo la pace per tutti questi Paesi che hanno dei problemi. Problemi così ci sono anche in Spagna... Conviene relativizzare le cose e chiamare al dialogo, alla pace, perché si risolvano i problemi.
[Roland Juchem, "cic"]: E quando andrà a Pechino?
Ah, mi piacerebbe andare a Pechino! Io amo la Cina...
[Valentina Alazraki, "Televisa"]: L'America Latina è in fiamme. Abbiamo visto dopo il Venezuela e Cile immagini che non pensavamo di vedere dopo Pinochet. Abbiamo visto la situazione in Bolivia, Nicaragua o altri Paesi: rivolte, violenza nelle strade, morti, feriti, anche chiese bruciate, violate. Qual è la sua analisi su quello che sta succedendo in questi Paesi? La Chiesa e lei personalmente, come Papa latinoamericano, state facendo qualcosa?
Qualcuno mi ha detto questo: "Si deve fare un'analisi". La situazione oggi nell'America Latina assomiglia a quella del 1974-1980, dove in Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, Paraguay con Strössner, e credo anche Bolivia, con Lidia Gueiler, avevano l'operazione Condor in quel momento. Una situazione in fiamme, ma non so se è un problema simile o di altro genere. Davvero, in questo momento non sono capace di fare l'analisi totale di questo. È vero che ci sono dichiarazioni precisamente non di pace. Ciò che accade in Cile mi spaventa, perché il Cile sta uscendo da un problema di abusi che ha fatto soffrire tanto e adesso ha un problema del genere che non capiamo bene. Ma è in fiamme, come Lei dice, e si deve cercare il dialogo e anche l'analisi. Ancora non ho trovato un'analisi ben fatta sulla situazione in America Latina. E [ci sono] anche governi deboli, molto deboli, che non sono riusciti a mettere ordine e pace all'interno. E per questo si arriva a questa situazione.
[Valentina Alazraki, "Televisa"]: Evo Morales ha chiesto una sua mediazione, per esempio. Cose concrete...
Sì, cose concrete. Il Venezuela ha chiesto la mediazione e la Santa Sede sempre è stata disposta. C'è un buon rapporto; siamo lì presenti per aiutare quando è necessario. La Bolivia ha fatto qualcosa del genere, ancora non so bene su quale strada, devo vedere, ma ha fatto anche una richiesta alle Nazioni Unite che hanno inviato dei delegati, e anche qualche Paese dell'Unione europea. Il Cile, non so se ha fatto qualche domanda di mediazione internazionale. Il Brasile certamente no, ma anche lì ci sono dei problemi. È una cosa un po' strana, non vorrei dire una parola di più perché sono incompetente, perché non ho studiato bene e sinceramente non capisco bene il problema.
Ma approfitto della sua domanda: voi avete parlato poco della Tailandia, e la Tailandia è un'altra cosa, differente dal Giappone, un'altra cultura, totalmente diversa, una cultura della trascendenza, una cultura anche della bellezza, diversa dalla bellezza del Giappone: una cultura con tanta povertà e tante ricchezze spirituali. Ma c'è anche un problema che fa male al cuore e che ci fa pensare a Grecia e le altre [libro di Valentina Alazraki]: Lei è una maestra in questo problema dello sfruttamento, Lei lo ha studiato bene, e il Suo libro ha fatto tanto bene. E la Tailandia, alcuni posti della Tailandia sono duri, sono difficili in questo. Ma c'è la Tailandia del Sud, c'è anche la bella Tailandia del Nord, dove non ho potuto andare, la Tailandia tribale, come c'è l'India del Nordest tribale, che ha tutta un'altra cultura. Io ho ricevuto una ventina di persone di quella zona, i primi cristiani, primi battezzati, che sono venuti a Roma, con un'altra cultura diversa, quelle culture tribali, che in India si conoscono bene, ma in Tailandia ancora non si conoscono bene; è a Nord. E Bangkok, abbiamo visto, è una città modernissima, è una città forte, grande, ma ha dei problemi diversi da quelli del Giappone e ha ricchezze diverse da quelle del Giappone. Questo è importante. Ma il problema dello sfruttamento ho voluto sottolinearlo, e ringrazio Lei per quel Suo libro.
Come anche vorrei ringraziare il "libro verde" [L'alfabeto verde di Papa Francesco] di Franca Giansoldati... dov'è? Ah, è lì. Due donne che vengono sul volo e che hanno fatto ognuna un libro che tocca dei problemi di oggi: il problema ecologico, il problema della distruzione della madre terra, dell'ambiente; e il problema dello sfruttamento umano, che Lei ha toccato. Si vede che le donne lavorano più degli uomini e sono capaci: grazie. Grazie a voi, ambedue, per questo contributo. Grazie. E ancora ho nel cuore la camicia di Rocío [il riferimento è alla camicia di una giovane donna messicana assassinata che Valentina Alazraki ha donato al Papa durante una recente intervista].
E a tutti voi, grazie per aver fatto delle domande dirette, grazie. Questo fa bene, fa sempre bene. Pregate per me. Buon pranzo. Grazie.
ansa.it, 28 novembre 2019
Alexander Pereira è tornato in carcere a San Vittore a raccontare ai detenuti la Tosca che il 7 dicembre inaugura la stagione della Scala, come ormai fa ogni anno dal 2014, cioè dal suo arrivo alla guida del teatro milanese. Anche quest'anno una quarantina fra donne e uomini ha ascoltato il racconto della trama e fatto domande sull'opera e non solo.
Visto che è l'ultimo anno da sovrintendente del Piermarini, dato che dal 15 dicembre andrà a dirigere il Maggio Fiorentino, a Pereira è stato chiesto quale opera, di quelle realizzate a Milano, gli è rimasta nel cuore. E lui ha risposto che "quello a cui sei più affezionato è sempre l'ultimo bambino", dunque "questa Tosca, che è emozionante, e sarà anche la mia ultima prima".
In realtà, un po' di Pereira ci sarà anche nelle inaugurazioni dei prossimi due anni. Se il suo successore Dominique Meyer non cambierà la programmazione. il prossimo anno - ha spiegato Pereira - l'apertura dovrebbe essere con Otello e quello successivo con Macbeth, con Anna Netrebko nel ruolo forte di Lady Macbeth. "È una delle migliori cantanti del mondo - ha sottolineato - È difficile trovarne di migliori per ruoli forti". Sarà lei Tosca il 7 dicembre, con un cast che include il tenore Francesco Meli e il baritono Luca Salsi.
"Il racconto sarà nel passato, non una Tosca in blue jeans" ha assicurato aggiungendo che il regista Davide Livermore ha deciso di utilizzare comunque dei video "per rendere più plastica" la vicenda.
I detenuti hanno anche chiesto al sovrintendente se la Scala potrebbe mettere sotto la sua egida un nuovo gruppo teatrale interno al carcere. Pereira non ha chiuso alla possibilità ma ha rilanciato con un progetto per far esibire insieme i cori del carcere di San Vittore, di Firenze e di Bologna. "Mi sembra molto bello" ha aggiunto.
La diffusione della musica d'altronde è sempre stato uno dei suoi obiettivi, motivo per cui ha, ad esempio, istituito le opere per bambini. E non solo. Negli anni si è sempre più irrobustito il programma della Prima diffusa che porta una serie di eventi legati all'opera inaugurale in tutta la città (quest' anno ne fa parte anche un concerto di Patti Smith), e permette anche di vederla in diretta in diversi punti della città: dall'ospedale Niguarda, all'Ottagono, al liceo Virgilio, al mercato comunale di Corvetto, alla palestra Heracles.
E, ovviamente, a San Vittore dove insieme ai detenuti vedranno l'opera una settantina di ospiti fra cui assessori, magistrati ma anche personaggi come la scenografa Margherita Palli. Una serata con un rinfresco realizzato grazie a una serie di donazioni, a partire dai 40 panettoni messi da Coop fino al riso.
di Stefano Ceccanti
Il Riformista, 28 novembre 2019
Aiuto al suicidio: cosa ha detto la Consulta. Se si considerano le reazioni alla prima ordinanza della Corte costituzionale sull'aiuto al suicidio, al comunicato che anticipava la sentenza e quelle al testo definitivo della medesima, non si può non rilevare un consenso crescente.
Ciò nonostante il fatto obiettivo che la Corte abbia sviluppato i suoi ragionamenti in modo piuttosto lineare nel tempo. La cosa, in generale, non deve stupirci più di tanto se si pensa che anche la legge sul testamento biologico, analogamente a quella sulle unioni civili, contestate al momento dell'approvazione, hanno visto poi rapidamente consolidare un consenso pressoché unanime.
Tant'è che si sono perse per strada le notizie su possibili raccolte di firme su referendum abrogativi. Ciò anche al netto di una più raffinata capacità di discernimento sempre più favorita in questo periodo dall'attuale pontificato, più attento all'obiettiva complessità dei profili giuridici rispetto a facili assertività di principio, a reazioni difensive per il timore di derive libertarie unilaterali che si esprimeva nella retorica dei cosiddetti principi non negoziabili. Il pontificato di Francesco non parte comunque affatto da zero se si considera che l'uso limitato del diritto penale per affermare principi è un portato del Concilio Vaticano II, in particolare della dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae e che aveva avuto ulteriori sviluppi anche nell'Enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II, in particolare al suo paragrafo 71.
Non c'è però dubbio che solo in questa fase il sistema di distinzioni tra legge morale e legge civile e sulla possibilità di rinuncia a punire comportamenti ritenuti negativi sembra acquisire un maggiore rilievo coerente e sistematico. Lo hanno spiegato bene Giorgio Armillei su www.landino.it e padre Francesco Occhetta su Civiltà Cattolica del 2 novembre. In ogni caso, al di là delle cause, il consenso cresce perché il percorso argomentativo appare particolarmente solido su quella che è una parziale rinunzia a punire. Andiamo a vederlo nel dettaglio.
La Corte nella sentenza 242/2019, riparte dalla prima sentenza e quindi dalle sue acquisizioni fondamentali, in particolare dal rifiuto di opporre in maniera unilaterale due principi: il diritto alla vita e quello all'autodeterminazione.
Lo Stato protegge la vita ma non fino al punto di condannare sempre e comunque il singolo che, a determinate condizioni, decide di "accogliere la morte", quasi che la persona fosse di sua proprietà; nel contempo accetta l'autodeterminazione, ma si pone a difesa di chi volesse usarla contro soggetti deboli e vulnerabili spingendoli al suicidio, con una obiettiva eterogenesi dei fini delle teorie libertarie (punto 2.2). Per questo l'aiuto al suicidio resta un disvalore perché rompe i legami comunitari, ma ciò non comporta che vada sempre punito negando a priori qualsiasi forma di autodeterminazione.
Lo Stato può arrestarsi e rinunciare a punire, analogamente a quanto accade con l'interruzione volontaria di gravidanza nei casi previsti dalla legge (richiamata esplicitamente nel testo). La Corte ricorda quindi di aver individuato un'area di non punibilità, in cui il ricorso alla pena sarebbe incostituzionale, in relazione a una persona "(a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Se la legge sul testamento biologico ha già consentito di chiedere e ottenere la sedazione profonda "non vi è ragione per la quale il medesimo valore debba tradursi in un ostacolo assoluto, penalmente presidiato, all'accoglimento della richiesta del malato di un aiuto che valga a sottrarlo al decorso più lento conseguente all'anzidetta interruzione dei presidi di sostegno vitale".
Questo passaggio è quello chiave sia come fondamento della decisione sia come richiamo a un precedente intervento del Parlamento che consente di evitare vuoti in modo non arbitrario (punto 2.3). Consapevole della delicatezza delle questioni e delle diverse modalità possibili con cui configurare concretamente queste situazioni, a questo punto la Corte ricorda di aver lasciato tempo al Parlamento, ma che esso è passato invano e che non appare neanche "imminente" una nuova legge (punto 3).
Come poteva però la Corte agire non creando un semplice vuoto (che sarebbe stato pregiudizievole per i soggetti vulnerabili) e non umiliando il legislatore e la sua discrezionalità, dal momento che il tempo era stato lasciato perché più soluzioni erano astrattamente possibili, che non c'era cioè "un contenuto costituzionalmente obbligato" la cui presenza invece legittima di solito le sentenze additive?
Come costruire una sentenza di quel tipo, che aggiunge disposizioni, come se si trattasse di emendamenti parlamentari, e che è immediatamente operativa, se c'era e c'è un margine di discrezionalità politica? La Corte lo spiega chiarendo che essa ha finito per seguire strettamente la logica della legge sul testamento biologico già richiamata in precedenza. È grazie a quella che il vuoto poteva essere riempito e si superava il problema dell'invasione di campo finendo col rimettersi a quanto già fatto dal legislatore stesso. La procedura con la quale l'intervento del medico rientra nelle condizioni di non punibilità è infatti ripresa di peso dalla legge 219 del 2017 sul testamento biologico (punto 5) senza peraltro che ci possa essere alcun vincolo di coscienza per il medico (punto 6).
Non si tratta infatti di un diritto soggettivo del paziente né di una depenalizzazione del reato, ma di uno spazio limitato di non punibilità, di rinuncia a punire. Insomma si aggiungono disposizioni ma in sostanza non ci si sostituisce al legislatore perché il materiale per riempire il vuoto è ripreso da una legge di poco precedente. È quello che ragionevolmente il Parlamento avrebbe fatto se fosse stato in grado di superare lo stallo.
Se si può parlare di supplenza, sostiene in sostanza la Corte, è il Parlamento che ha votato quella legge che supplisce se stesso e noi siamo in fondo solo i tramiti di questo passaggio. Se poi le Camere vorranno e potranno fare qualcosa di meglio, seguendo un analogo equilibrio tra diritto alla vita e all'autodeterminazione, sarà bene, conclude la Corte, che lo facciano prima possibile: ve lo ribadiamo "con vigore" affermano i giudici (punto 9).
Come risolvere infine il caso da cui la questione si era originata (Cappato-Dj Fabo) ed eventuali casi analoghi precedenti, visto che la sentenza non può essere retroattiva mutuando una procedura prima non utilizzabili? I giudici non puniscano, dice pragmaticamente la Corte, se ritengono che ci siano state "garanzie sostanzialmente equivalenti." (punto 7). È tempo che anche la politica parlamentare riprenda questa pacatezza e razionalità, senza ricorrere a facili unilateralità, visto che essa è sempre più condivisa, anche grazie alla Corte, dalla società italiana.
di Massimo Rossi*
Libero, 28 novembre 2019
Chi soffre dolori insopportabili per una malattia irreversibile ma non vive grazie a una macchina. E chi non muove neanche un muscolo. Ecco gli esclusi dalla possibilità di scegliere la fine vita. Allora è proprio vero che d'ora in avanti si potrà morire rapidamente, e senza soffrire, dopo aver patito un inferno di dolore dentro a una malattia irreversibile.
È questo che ha deciso in sostanza la Corte Costituzionale con la sentenza numero 242 depositata lo scorso venerdì, con cui è stata ampiamente motivata la pronuncia di incostituzionalità parziale della norma di Legge che punisce l'aiuto al suicidio (l'articolo 580 del nostro Codice Penale) già anticipata con il comunicato stampa dello scorso 25 settembre emesso all'esito dell'udienza pubblica di discussione.
Aiuto che resta in ogni caso generalmente punibile in tutte le ipotesi di reato diverse da quella, ben circoscritta, specificamente individuata dalla Consulta e, di fatto, riferibile al caso concreto di Dj Fabo, che Marco Cappato, noto radicale ed esponente dell'Associazione Luca Coscioni, ha accompagnato in Svizzera a darsi appunto una morte rapida e indolore; quella che in termini non del tutto felici ma realistici viene spesso definita "la dolce morte".
Non di suicidio in generale stiamo quindi parlando, quello, per intenderci, indotto da sofferenze dell'anima quali una pena d'amore, un dissesto finanziario o la vergogna per un gesto che non si sarebbe voluto commettere. Nel caso Cappato si parla invece delle sofferenze fisiche o psichiche non più sopportabili, indotte da una malattia irreversibile (quand'anche non in stato terminale) patite da un paziente che, perfettamente in grado di autodeterminarsi in piena libertà e autonomia, decide di porre fine alla propria vita rapidamente e senza ulteriori sofferenze assumendo direttamente una sostanza dal nome pentobarbital sodium, prescrittagli da un medico a valle di rigorose verifiche circa la ferma e libera volontà del malato e circa l'effettiva situazione della sua patologia medica.
Questo è ciò che fino a pochi giorni fa si poteva fare in alcuni Paesi anche europei, fra cui la Svizzera, ma che non si poteva fare in Italia. Questo è il motivo per cui Marco Cappato è stato incriminato per aver aiutato Fabio Antoniani a recarsi in Svizzera a porre fine alla propria vita e alle proprie non più sopportabili sofferenze. La sentenza della Consulta è stata già bene esaminata, anche su questo giornale, da altri commentatori. Non starò quindi a ricordare e approfondire i numerosi paletti posti dalla Corte a presidio di una corretta procedura che sia rispettosa della specificità dei casi all'interno dei quali è stata riconosciuta la non punibilità.
Ciò che mi preme è invece individuare il punto più qualificante della decisione della Consulta. All'interno della propria sentenza, la Corte ricorda che una persona che si trovi nelle condizioni sopra descritte ben potrebbe già decidere di "accogliere la morte" sulla base della legislazione vigente.
Il riferimento è alla legge 219 del dicembre 2017 (più nota come legge sul testamento biologico) che prevede la possibilità per il paziente di chiedere formalmente, senza che i medici possano opporsi, l'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale in atto. Ricorda ancora la Consulta che, fra i trattamenti sanitari rifiutabili dal paziente, la medesima legge ricomprende i trattamenti di idratazione e di nutrizione artificiale.
La sentenza sottolinea inoltre che, in tale situazione, al paziente la legge vigente garantisce di poter ricorrere alla sedizione profonda, in associazione alla terapia del dolore, per fronteggiare le sofferenze provocate dal suo legittimo rifiuto di trattamenti di sostegno vitale "quali la ventilazione, l'idratazione o l'alimentazione artificiali: scelta che innesca un processo di indebolimento delle funzioni organiche il cui esito - non necessariamente rapido - è la morte".
A dire della stessa Corte, dunque, la legge vigente non garantisce una morte rapida, i cui tempi sono infatti dettati dalla rilevanza vitale delle diverse terapie sanitarie rifiutate.
A fronte di questo quadro legislativo la Corte conclude che non si vede il motivo per il quale, se il "valore della vita" non esclude comunque il diritto del paziente di rinunciarvi attraverso il legittimo rifiuto delle terapie anche salva vita, non si possa consentire alla persona di rinunciare al medesimo "valore vita" attraverso una scelta di morte che egli consideri più dignitosa nella sua rapidità, priva di sofferenza e anche in assenza di un periodo più o meno lungo di "annullamento totale e definitivo della coscienza e della volontà del soggetto sino al momento del decesso".
Periodo che i parenti del paziente non potrebbero che vivere con insopportabile sofferenza sul piano emotivo, aspettando un momento non prevedibile nel suo preciso accadimento. Questa lunga premessa serve per introdurre l'argomento vero che mi sta a cuore e che riguarda in qualche modo ciò che, con una sorta di gioco di parole, potrebbe paradossalmente definirsi come un aspetto "incostituzionale" della decisione della Corte Costituzionale in commento.
Occorre infatti sottolineare come uno dei paletti fissati dalla Consulta riguardi la circostanza secondo la quale, per rendere non punibile l'aiuto, è altresì necessario che il paziente sia "tenuto in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale". Siffatta condizione appare a prima vista ledere il diritto costituzionalmente garantito di ciascun cittadino all'uguaglianza davanti alla legge (articolo 3 della Costituzione italiana).
Se infatti pensiamo a una persona afflitta da una malattia irreversibile e da dolori non più sopportabili, che però non sia tenuta in vita da una macchina, non si vede perché, per tale solo motivo, questa stessa persona non possa decidere in piena libertà e autonomia di porre fine alla propria vita, con l'assunzione rapida e indolore del pentobarbital sodium, senza dover necessariamente aspettare, in mezzo alle atroci e non più sopportabili sofferenze indotte dalla sua malattia irreversibile, di trovarsi solo di lì a qualche mese, peggiorando nel frattempo la malattia, nella condizione di essere attaccato a una macchina e di poter quindi finalmente optare legittimamente per il suicidio medicalmente assistito.
Con la tentazione, magari, di indursi a fingere di avere bisogno di un supporto di ventilazione per essere aiutato a respirare, pur di "coprire" anche tale ultima condizione imposta dalla sentenza della Consulta. Oppure trovandosi lo stesso paziente nella condizione di dover rifiutare cibo e acqua per poter essere alimentato e idratato artificialmente e così creare, in quest'altro modo, la sussistenza del quarto "paletto".
Una situazione, questa, che non potrà non essere considerata, approfondita e risolta, eventualmente con una nuova pronuncia che estenda la parziale incostituzionalità della norma in questione anche a casi come quello testé descritto. Senza considerare che del tutto discriminata appare anche la situazione della persona che, attaccata o non attaccata a una macchina di sostegno vitale che sia, non si trovi nella possibilità, a causa di una totale infermità, di riuscire, da solo, ad attivare il meccanismo che introduce in circolo il pentobarbital sodium. Cosa che Dj Fabo è riuscito a fare con il solo muscolo ancora attivo del suo corpo e cioè quello utile ad aprire e chiudere la bocca.
È infatti con un morso, letteralmente, che Dj Fabo ha detto addio alla vita e alle sue sofferenze. Cosa potremmo rispondere, dunque, a chi non fosse in grado di suicidarsi assumendo direttamente e senza l'intervento di terzi la sostanza in questione? Che purtroppo per lui l'alternativa di una morte rapida e indolore non esiste e che potrà quindi solo accedere al rifiuto delle terapie ex legge 219/2017, con tutte le conseguenze del caso, anche in termini di durata di un'agonia, per sè e per i propri famigliari, non preventivabile?
Ecco perché qualcuno ha scritto che l'eutanasia, e cioè la buona morte che un medico pietoso potrebbe dare a chi glielo chiede nelle situazioni sopra descritte, è cosa più democratica del suicidio assistito; perché non escluderebbe nessuno e tutti saremmo davvero uguali, almeno di fronte alla morte.
*Avvocato componente del collegio di difesa di Marco Cappato
di Alessia Guerrieri
Avvenire, 28 novembre 2019
I parenti delle vittime italiane: "Non li uccidete". Nessuna consolazione, nessuna gioia di sapere che chi tre anni fa uccise a Dacca i propri cari è stato condannato alla pena di morte, perché rispondere "con la morte ad altra morte non è la soluzione".
Certo "fa male ancor di più", dicono, sapere che in questi anni "non c'è stato alcun ravvedimento da parte degli imputati", come dimostra il grido "Allah akbar" dei condannati dopo la sentenza. "Sono tre anni e mezzo che aspetto questo giorno, pensavo avrei trovato un po' di pace, invece sono tristissimo".
Luciano Monti - che il primo luglio del 2016, alla Holey Artisan Bakery, perse la figlia incinta - parla di "ferite ancora aperte e sanguinanti", della "rabbia che fa vedere queste persone non pentite del loro gesto". Ma è chiaro che "mentre ho dentro la testa il film di quello che è accaduto a mia figlia in quei minuti - continua - rimango nella certezza che la pena di morte non è mai una soluzione".
L'odio e la vendetta sono idee già scartate tre anni fa anche dal figlio, oggi parroco di Santa Lucia di Serino in provincia di Avellino, don Luca Monti. Alla notizia della sentenza "mi sono fasciato nel silenzio in chiesa per cercare di capire meglio e nell'intimo del mio cuore ho provato ad ascoltare la parola di Dio".
Da uomo è contento che "la giustizia abbia fatto il suo corso", ma sulla sentenza di morte "preferisce pregare" più che commentare. Il pensiero della sorella Simona e del bambino che portava in grembo, "mi fa sperare che quel sangue possa contribuire a creare un mondo più giusto e fraterno". Ciò che ferisce di più don Luca è che "sia stato usato il nome di Dio per mascherare odio, quando Dio è Amore".
Per questo "la pena di morte per noi non è una consolazione". Per Cristina Rossi, sorella di Cristian friulano di 47 anni ucciso nell'attentato, l'unica consolazione "sarebbe capire le motivazioni per cui degli innocenti sono morti. La pena capitale per noi è inconcepibile come cultura, è qualcosa contro l'essere umano". Oggi per i parenti delle 9 vittime italiane si chiude una fase, "ma è comunque una giornata triste perché dopo quello che è successo quella notte a Dacca, in base alle leggi in vigore in quel Paese, altre vite andranno perse".
Fabio Tondat è il fratello di Marco, imprenditore 39enne di Cordovado. Di fronte a questa sentenza - ammette - c'è un po' di tristezza, perché non ci restituisce i nostri cari e quindi cambia poco: resta l'amarezza per altre morti. In questi anni, l'associazione dedicata a Marco - continua - promuove progetti per "valorizzare la vita perché questo può contribuire a far crescere una volontà di andare avanti più forte rispetto a quello che può essere un vile attentato".
Emozioni e razionalità si sono susseguite in pochi minuti invece nella mente di Patrizia D'Antona, sorella di un'altra delle vittime italiane, Claudia. "La prima reazione è stata emozionale - spiega - mi ha lasciata neutra nel senso che nulla potrà cambiare le cose e riportare indietro mia sorella". Poi, da persona di legge e sotto il profilo razionale, ha pensato che "la giustizia ha fatto il suo corso, ferme restando le mie personali riserve sulla pena di morte". La sentenza era attesa in Italia, tuttavia, "per la mia famiglia non è una consolazione sapere che subiranno la pena capitale", aggiunge infine Graziella Riboli, che nell'attacco ha perso la sorella Maria.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 28 novembre 2019
L'allevamento di bestiame è il principale motivo di acquisizione illegale di terreni delle riserve e dei territori nativi della foresta amazzonica del Brasile. L'allevamento favorisce la deforestazione e viola i diritti dei popoli nativi e tradizionali a vivere sulla loro terra. Sono queste le conclusioni presentate da Amnesty International in un rapporto sull'acquisizione illegale di terreni protetti nell'Amazzonia brasiliana. La storia non è nuova. Tra il 1988 e il 2014 - si legge nel rapporto - circa due terzi delle zone deforestate dell'Amazzonia sono state recintate e convertite in pascoli. Si tratta di 500.000 chilometri quadrati, cinque volte la superficie del Portogallo.
Ma ora, complice anche lo smantellamento dei programmi federali di protezione dell'ambiente disposta dall'amministrazione Bolsonaro, la situazione si è aggravata, andando a interessare cinque aree protette dell'Amazzonia brasiliana: i territori nativi Karipuna e Uru-Eu-Wau-Wau e le riserve di Rio Ouro Preto e Rio Jacy-Paraná nello stato di Rondônia, e il territorio nativo Manoki nello stato di Mato Grosso. Dati ufficiali, immagini satellitari e visite sul posto hanno consentito ad Amnesty International di verificare come le acquisizioni illegali di terreni, collegate all'allevamento di bestiame, stiano aumentando in tutte e cinque le aree.
Gli allevatori di bestiame e i grileiros - privati che acquisiscono illegalmente i terreni - seguono un modello ricorrente per convertire la foresta pluviale tropicale in pascoli. Prima vengono identificati i lotti, poi vengono abbattuti e portati via gli alberi e infine vengono appiccati gli incendi, spesso ripetutamente, prima di recintare il terreno, seminarlo e portarvi il bestiame. In quattro delle cinque aree protette Amnesty International ha raccolto testimonianze sulle violenze, le minacce e le intimidazioni che hanno spesso accompagnato le nuove invasioni. Nella quinta area, la riserva di Rio Jacy-Paraná, praticamente tutti gli abitanti originari sono stati sgomberati con la forza e hanno paura di rientrare nei luoghi dove ora vivono gli invasori armati coinvolti nell'allevamento del bestiame.
Amnesty International ha presentato una richiesta di accesso alle informazioni agli stati di Rondônia e Mato Grosso per sapere quanto bestiame pascola nelle aree protette e i suoi movimenti. Le autorità dello stato di Rondônia hanno fornito dati incompleti. Nonostante cinque solleciti, quelle dello stato di Mato Grosso non hanno mai risposto. Secondo i dati parziali relativi allo stato di Rondônia, nel novembre di un anno fa c'erano oltre 295.000 capi di bestiame nei territori dei nativi e nelle aree protette.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 28 novembre 2019
Riforma di Dublino ma, prima ancora, l'avvio di un meccanismo di distribuzione dei migranti tra gli Stati membri in modo da non vedere più navi cariche di disperati attendere per giorni l'indicazione di un porto sicuro. È lungo questo asse che la commissione guidata da Ursula von der Leyen dovrà provare a riscrivere le politiche europee sull'immigrazione, rese sempre più urgenti anche dalle condizioni drammatiche in cui sono costretti a vivere quasi 40 mila profughi sulle isole greche dell'Egeo.
Sono almeno quattro anni, dalla crisi del 2015, che a Bruxelles si prova a rimettere mano al regolamento di Dublino senza mai approdare a nulla per gli interessi contrastanti delle varie capitali. Al punto che un buon testo che andava incontro alle esigenze dei Paesi di primo ingresso e approvato dal parlamento europeo nel 2017, è rimasto chiuso in un cassetto senza neanche essere discusso dal Consiglio europeo.
Una situazione di stallo insopportabile, che però adesso potrebbe interrompersi. La Germania appare infatti determinata a raggiungere in tempi stretti un accordo tra gli Stati sulla una bozza di riforma del sistema di asilo europeo presentata da Berlino il 13 novembre scorso. Il testo - che potrebbe essere discusso al summit dei ministri dell'Interno del 2 e 3 dicembre prossimi, stabilisce il superamento del principio per cui la responsabilità di un migrante ricade oggi totalmente sul primo Paese nel quale mette piede e, pur prevedendo un primo esame della richiesta di asilo alla frontiera esterna, instaura un sistema obbligatorio di distribuzione dei profughi basato su quote stabilite in base alla popolazione di ogni Stato e sulla sua forza economica.
La determinazione della Germania a superare un meccanismo giudicato "inefficace", come è spiegato nel documento fatto circolare informalmente nelle capitali, è dimostrata anche dalle pressioni che Berlino proprio in questi giorni sta esercitando sui partner europei chiamandoli a discutere la sua proposta. Una prima riunione è prevista per oggi con Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Austria, Svezia, Finlandia, Danimarca e Portogallo. Domani toccherà invece a Italia, Grecia, Spagna e Cipro i Paesi maggiormente coinvolti dagli arrivi dei migranti.
Appare invece sempre più in salita la possibilità che altri Paesi entrino a far parte dell'accordo per la distribuzione dei migranti siglato a settembre alla Valletta da Malta, Italia, Francia e Germania. Nonostante l'ottimismo più volte manifestato dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, finora non si è registrata nessun altra adesione oltre a quella già manifestata da tempo da Portogallo, Lussemburgo e Irlanda. La freddezza con cui la proposta è stata accolta prova quanto profonde siano ancora le divisioni tra gli Stati di fronte a una situazione che rischia invece di precipitare in una nuova emergenza, come dimostrano le condizioni di vita dei profughi in Grecia. Ieri il nuovo presidente dei Msf, Christos Christou, ha scritto una lettera ai leader europei dopo aver visitato i campi che si trovano sulle isole dell'Egeo dove vivono stipate come sardine 38 mila persone, 12 mila delle quali sono bambini."Quello che ho visto - ha spiegato - è comparabile a quello che si vede in zone di guerra o colpite da catastrofi naturali".
di Franco Corleone e Katia Poneti
Il Manifesto, 27 novembre 2019
Si presenta oggi a Firenze in Consiglio regionale una ricerca sulle Misure di sicurezza, dal titolo significativo di Archeologia criminale. Si è trattato di esplorare istituti arcaici, ma ancora utilizzati, del nostro sistema penale, destinati a gestire la cosiddetta "pericolosità sociale".
- Petizione per i figli delle detenute: "Bimbi fuori dal carcere a 3 anni"
- Caro Bonafede, la tua riforma è una ferita allo Stato di diritto
- "Anche i detenuti-lavoranti hanno diritto all'indennità di disoccupazione"
- I penalisti: la politica raccolga il testimone di Lattanzi
- Assistenza sanitaria. "Il carcere sia un'opportunità per proteggere chi è vulnerabile"










