isnews.it, 29 novembre 2019
Nuova udienza davanti alla Corte d'Assise di Campobasso del processo a carico di due dei tre imputati per il decesso di Fabio De Luca. Sfilano i testi dell'accusa. Nuova udienza questa mattina davanti alla Corte d'Assise di Campobasso del processo per omicidio, partito a seguito della morte di Fabio de Luca, il detenuto che perse la vita per via dei traumi riportati all'interno della cella 110 del carcere di Isernia nel novembre del 2014.
In Aula sono stati ascoltati i primi testi dell'accusa: il personale della Polizia penitenziaria e il medico del carcere che per primo soccorse il 45enne. Inoltre sono state acquisite agli atti alcune informazioni fornite dal medico del 118, chiamato ad intervenire quella sera. Durante l'udienza sono stati ricostruiti dunque i momenti salienti di quel 5 novembre di cinque anni fa. Si tornerà in Aula il prossimo 19 dicembre: verranno ascoltati altri quattro testimoni del pm e saranno visionati alcuni filmati estrapolati dal sistema di videosorveglianza del carcere isernino. Imputati nel processo sono Francesco Formigli ed Elia Tatangelo, mentre per Aniello Sequino, che ha scelto il rito abbreviato, il procedimento è in corso davanti dal gup del tribunale di Isernia. La famiglia della vittima, assistita dall'avvocato isernino Salvatore Galeazzo, si è costituita parte civile e continua a chiedere che venga accertata la verità.
La sera del 5 novembre 2014, il 45enne venne portato d'urgenza all'ospedale 'Venezialè con pesanti traumi alla testa. Si parlò di caduta accidentale. L'uomo, secondo le ricostruzioni della Squadra Mobile di Campobasso, che indagò sul caso, si era recato in un'altra cella per prendere una gruccia quando, alla presenza di due detenuti, avrebbe battuto la testa e sarebbe finito in coma. L'11 novembre, dopo circa una settimana di agonia in Rianimazione, De Luca morì al Cardarelli, dove nel frattempo era stato trasferito.
L'autopsia, eseguita due giorni dopo il decesso, stabilì che le ferite sul corpo di De Luca erano incompatibili con una caduta accidentale. "Trauma cranico multifocale": fu il responso contenuto nella relazione del medico legale Vincenzo Vecchione. Morte indotta, dunque, forse a seguito di un pestaggio in cella. Per quel decesso tre ex compagni di detenzione della vittima vennero accusati a vario titolo di omicidio dalla Procura di Isernia. La svolta nelle indagini ci fu nel novembre del 2015, con l'arresto dei presunti responsabili, ora a giudizio.
di Stefano Di Bitonto
internapoli.it, 29 novembre 2019
L'appello:"Fatelo uscire". Dimagrire dieci chili in dieci giorni. E non vedere la luce in fondo al tunnel. Un buco nero fatto di disperazione e dimenticanza materializzatosi nel padiglione Firenze del carcere di Poggioreale. Un inferno in terra per i familiari di Giovanni De Angelis detenuto da una quindicina di giorni e arrivato a pesare in poco tempo 42 chili 8 (a fronte di 49 anni di età). È questa l'ennesima, triste storia che riguarda il carcere più affollato d'Europa.
Le conseguenze di tale sovraffollamento sono sotto gli occhi di tutti, celle invivibili, ambiente carente delle più elementari regole igienico-sanitarie e anche per i parenti aumentano dei detenuti le difficoltà aumentano: costretti a lunghe fila ogni volta per poter incontrare i loro cari rinchiusi. Le difficoltà diventano insormontabili poi quando subentrano patologie come nel caso di Giovanni a cui sono rimaste la madre e la sorella a lottare per lui:"Ha iniziato a tossire sangue dalla bocca ma quello che a noi ha fatto maggior impressione è che è visibilmente dimagrito, dieci chili in pochi giorni.
Mio fratello assume da tempo anche psicofarmaci ma a causa delle sue precarie condizioni ha smesso di prenderli. Qualche tempo fa i risultati dei marker tumorali hanno dato esito positivo e la nostra paura è che questa situazione possa soltanto peggiorare. Abbiamo presentato un'istanza ma ad oggi non abbiamo avuto nessuna risposta. I giorni passano e mio fratello sta sempre più male, siamo disperati", commenta la sorella di Giovanni che da giorni attende di sapere come sta suo fratello.
Sulla vicenda è intervenuto anche Pietro Ioia, presidente degli Ex D.O.N., un'associazione che riunisce alcuni ex detenuti campani che tentano di ritrovare un posto nella società dopo la detenzione e che punta a sensibilizzare l'opinione pubblica sulle difficili condizioni dei detenuti:"I familiari del detenuto Giovanni De Angelis sono disperati perché è un malato affetto da patologia psichiatrica e da qualche tempo era anche in cura perché gli sono stati riscontrati valori tumorali alti. È detenuto per reati minori e sta rifiutando il cibo per mancanza di medicinali, spero che non stiamo di fronte a un'altro come quello di Ciro Rigotti. Vista la gravità della situazione domani allerterò personalmente il garante Samuele Ciambriello, questo è una caso che noi, come Ex Don, seguiremo molto da vicino".
ottopagine.it, 29 novembre 2019
"Carcere: il lavoro possibile, il lavoro negato" dalle ore 9.30 alle ore 14.00, presso la Sala Siani del Consiglio Regionale Isola F13, centro direzionale. L'iniziativa promossa dal Garante dei detenuti della regione Campania, con il contributo dell'Osservatorio sulla vita detentiva, vuole rappresentare un momento di confronto con gli attori sociali e istituzionali che operano nell'ambito delle politiche attive del lavoro.
L'obiettivo è quello di condividere e diffondere le esperienze maggiormente significative di inserimento lavorativo delle persone ristrette e riflettere circa la normativa vigente sugli sgravi fiscali e/o contributivi del nostro paese. I lavori saranno introdotti dal Presidente del Consiglio Regionale Rosetta D'Amelio, e presieduti dal Garante dei detenuti Samuele Ciambriello. Interverranno il Presidente della Commissione lavoro del Consiglio Regionale Nicola Marrazzo, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza Adriana Pangia, il Presidente Gruppo Giovani Imprenditori Vittorio Ciotola, il Provveditore campano dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone, il Professore Ordinario di "Diritto del Lavoro" dell'Università Luigi Vanvitelli Fulvio Corso e la rappresentante dell'U.I.E.P.E. Giusi Forte.
Nella seconda parte della mattinata è prevista una "Tavola rotonda" presieduta da Stefano Anastasia, Garante delle persone private della libertà personale delle Regione Umbria e Lazio (Portavoce nazionale dei Garanti dei detenuti) con gli interventi del Direttore regionale dell'Inps Giuseppe Greco, il Responsabile Anpal (Agenzi strumentale del Ministero del Lavoro) regioni Campani e Calabria, Michele Raccuglia, il Presidente regionale Associazione Antigone, Luigi Romano; il Garante dei detenuti della regione Emilia-Romagna Marcello Marighelli, il Segretario regionale CGIL, Nicola Ricci.
"L'incontro ha l'ambizione di far entrare nel mondo carcerario lavoro normale che riscatta la condizione dei detenuti e favorisca il loro inserimento nella società in maniera dignitosa e democratica. Mediante il lavoro negli istituti, nonché con corsi di formazione professionale, coincidente le persone detenute, oltre a provvedere alle proprie esigenze personali, possono sviluppare determinate professionalità e competente spendibili direttamente nel mercato del lavoro all'esito del loro percorso rieducativo, coincidente con l'espiazione della pena inflitta", dichiara il Garante Campano dei detenuti Samuele Ciambriello.
di Samuele Bartolini
Il Tirreno, 29 novembre 2019
"Ci siamo quasi. Il provveditore alle opere pubbliche di Toscana Marche Umbria, Marco Guardabassi, sentirà a breve il suo funzionario di Pisa, Alessandro Iadaresta. Sapremo a breve quale ditta farà i lavori e quanto costeranno". Il garante regionale dei detenuti Franco Corleone vede il traguardo. I saggi nella "zona d'ora d'aria" in vista della realizzazione del teatro stabile al carcere di Volterra potrebbero cominciare a Natale.
Meglio andare coi piedi di piombo. Certo. Dopo il sopralluogo del 2 agosto la realizzazione del teatro stabile trova tutti d'accordo. Comune di Volterra, Regione Toscana, Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, Provveditorato alle opere pubbliche e Soprintendenza di Pisa e Livorno. Hanno detto tutti sì. E la "zona dell'ora d'aria" per i detenuti pare lo spazio adatto. Mala Soprintendenza, l'ente culturale che controlla la correttezza dei lavori, vuole vederci chiaro. Prima vasaggia-to il terreno.
Va capito il sottosuolo è ok. Se invece saltasse fuori che non si può scavare troppo a fondo rischiando di superare le mura antiche col tetto del teatro, la procedura per realizzare il carcere si farebbe più complessa. Tocca invece al Provveditorato alle opere pubbliche cercare la ditta dei saggi, capire quanto vuole essere pagata.
Il garante è convinto che siamo a un passo dall'affidamento dei lavori per fare i saggi. Potrebbero cominciare entro Natale. È tramontata invece la speranza di vedere realizzato il teatro stabile entro Natale 2020. "Se ne riparla nel 2021", taglia corto Corleone. Segno che non è facile far suonare con la stessa armonia l'orchestra della macchina amministrativa quando dentro ci ben cinque enti pubblici, locali e interregionali.
Non svanisce invece il milione di euro stanziato dal Ministero della Giustizia. L'ex provveditore dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone ha garantito che l'impegno dei fondi è stato spostato sul 2020. Così ci sarà un anno in più per fare la gara d'appalto. Insomma, tanta aria in più nei polmoni per dare vita al progetto definitivo e costruire il teatro.
Ieri Franco Corleone ha presentato a Palazzo del Pegaso, la sede del consiglio regionale a Firenze, il volume "Archeologia criminale". Fa il punto sulle misure di sicurezza psichiatriche e non psichiatriche in Italia. Con due focus. Uno sulla Rems di Volterra. L'altro sulla Casa lavoro di Vasto. Dice Corleone: "Il 2 febbraio è prevista l'apertura della Rems da nove posti a Empoli. Darà una mano a quella di Volterra.
Ma per quanto riguarda gli ospiti alla Rems di Volterra, un rischio è il sovraffollamento. La soluzione è la realizzazione di una nuova struttura, sempre a Volterra, che sostituisca la vecchia Rems. Da realizzare in due anni".
Intanto ieri il nuovo provveditore dell'amministrazione penitenziaria Gianfranco De Gesu ha incontrato i direttori di tutte le carceri della Toscana. È a conoscenza del progetto del teatro stabile al carcere di Volterra. Ne parlerà a breve con Corleone.
di Valerio Sofia
Il Dubbio, 29 novembre 2019
Dopo quasi due mesi di proteste anche violente che hanno causato quasi 400 morti, nuovi scontri e nuove vittime si sono registrate in Iraq, dove un ulteriore salto di qualità si è determinato con l'assalto al consolato iraniano di Najaf. Gli scontri più violenti si sono accesi a Najaf e Nassiriya, oltre che a Baghdad. Siamo nell'area sciita, eppure da un po' di tempo nel mirino degli iracheni c'è l'Iran con la sua influenza crescente sul paese mesopotamico. Najaf è uno dei centri più sacri e importanti dell'islam sciita iracheno, e qui si è sempre vissuto un rapporto altalenante col primo paese sciita al mondo, l'Iran.
Accanto alle affinità e al sostegno anche politico del recente passato, infatti, c'è anche una rivalità etnica tra arabi e persiani e religiosa per la guida del mondo sciita. Così dal 1 ottobre le proteste contro il carovita e la corruzione hanno preso di mira l'attuale governo iracheno. Questo è stato sul punto di dimettersi, ma poi in suo sostegno è intervenuto l'Iran che blindato il premier Adel Abdul Mahdi, e a quel punto la rabbia dei manifestanti si è diretta anche contro Teheran. Anche perché nel frattempo milizie sciite filo iraniane hanno a più riprese avuto responsabilità nella morte di diversi manifestanti iracheni. Un bilancio che ormai ha quasi raggiunto i 400 morti ufficiali, fra cui le 14 vittime di ieri a Nassiriya, dove si sono registrati almeno 70 feriti quando prima dell'alba le forze dell'ordine hanno aperto il fuoco sui manifestanti. A Najaf, invece, è stato assaltato il consolato iraniano, e le forze armate hanno annunciato la creazione di un'unità di crisi per ripristinare l'ordine. Una folla di manifestanti ha dato alle fiamme il consolato di Teheran, urlando "l'Iran fuori dall'Iraq". Le forze di sicurezza hanno usato lacrimogeni e pallottole vere per disperdere i dimostranti, due dei quali sarebbero rimasti uccisi. Il personale diplomatico iraniano era stato evacuato prima dell'attacco. Da Teheran è arrivata la condanna per l'assalto, e la richiesta di punire i responsabili. Il ministero degli Esteri dell'Iraq ha subito condannato l'attacco affermando che esso mira a danneggiare "i rapporti storici dell'Iraq con l'Iran".
di Paolo Pirani
Il Riformista, 29 novembre 2019
"La globalizzazione passa attraverso i diritti, non i mercati", sosteneva con passione Stefano Rodotà. Osservando quello che sta provocando, anche in Italia nel mondo produttivo, saremmo tentati di dire che, come il capitalismo di cui è la manifestazione attuale, cambia pelle più velocemente e radicalmente di quello che riescono a fare il pensiero e l'azione politica e sindacale. E sono queste rapide mutazioni che allora rendono vano lo sforzo di puntellare diritti e tutele. Di fronte ai rischi di deindustrializzazione che si colgono in particolare in Europa si deve prendere coscienza che non sarà più sufficiente attestarsi su posizioni puramente "difensive" o di concorrenza "fratricida".
La trincea nel migliore dei casi potrà rallentare quel che avviene, ma sarà pur sempre una immobile linea Maginot facilmente aggirabile. Certo, nel momento nel quale emergono importanti questioni industriali occorre avere la forza di affrontarle con unità, realismo e determinazione, specie per impedire lo sfociare in drammatiche situazioni sociali.
Siamo in presenza di una prima fase della globalizzazione che ha concluso il suo percorso. La redistribuzione della ricchezza si è risolta in un maggiore accentramento di essa in meno detentori; i dazi, le guerre commerciali, l'emersione di potenti competitori come la Cina, l'incessante rivoluzione tecnologica hanno terremotato perfino il mito dell'economia globale come nuovo approdo in un'età dell'oro.
E il predominio della finanza ha accentuato inevitabilmente gli squilibri. Tanto che, se ci si fa caso, le analisi più puntuali delle prospettive economiche in divenire vengono più dagli analisti finanziari che dai tradizionali economisti. Che sia in atto un cambiamento di scenario lo sostengono il Financial Times che ritiene necessaria una "nuova agenda" come Walter Stahel, considerato il padre dell'economia circolare che dà il benservito alla globalizzazione a favore della cosiddetta performance economy nella quale, almeno in parte già vivremmo.
Il tramonto del vecchio capitalismo è per certi versi storia già "digerita" e lo si comprende dalle reazioni degli opposti che nel caso in questione sono gli Stati Uniti di Trump e la Cina. Il primo ha predicato protezionismo e ritorno a casa di capitali e produzioni, minando il vasto campo delle nuove tecnologie.
La seconda, conquistando impetuosamente terreno nello sviluppo delle reti e della intelligenza artificiale, si è impossessata disinvoltamente della bandiera del libero mercato con la quale punta a rappresentare "interessatamente" anche le esigenze delle zone più povere del globo. Le nuove tecnologie risultano perciò il terreno privilegiato delle fondamentali strategie di "guerra" economica per il solo fatto che penetrano ovunque e ovunque stabiliscono nuove gerarchie (e diseguaglianze) a partire dalla conoscenza.
Finora l'unica reazione in qualche modo "alternativa" a questa evoluzione inarrestabile lo si può trovare nei fautori della green economy perché se non altro mobilita un pensiero, i giovani, mette in discussione anch'esso da un altro punto di vista la logica dei profitti e l'uso delle proprietà. A questo punto però dobbiamo chiederci se la strumentazione e le strategie di cui si dispone per far fronte a questa stagione difficile di cambiamenti sia adeguata o meno.
E soprattutto cosa si può fare per non rimanere travolti e lasciare impoverire sia il tessuto economico che sociale non di un singolo Paese, ma dell'Europa. Vero che Ursula von der Leyen si è spesa perché sotto la sua Presidenza l'Europa faccia passi in avanti nella economia circolare e del clean tech.
Ma il Vecchio Continente premuto da un lato dal confronto Usa-Cina e frenato dal timore dei sovranismi pare ancora troppo impacciato per esercitare il necessario colpo di reni. Ma tutti possiamo fare qualcosa per riemergere da questo pericoloso stagno di apparente impotenza. Ad esempio ragionare sui compiti dello Stato in una situazione mai contemplata in precedenza. Che attributi strategici deve avere, senza abbandonare le necessità del momento? È ancora e sempre lo Stato degli ammortizzatori sociali come unica risposta alle crisi, o deve indossare i panni di uno Stato regolatore dell'economia che ristabilisce il primato di politiche industriali sulle convenienze contingenti, asseconda concretamente le innovazioni, comprende che non esistono solo palcoscenici globali ma anche quelli di nuove economie locali, si impegna a fondo per realizzare le condizioni migliori per creare lavoro e non rifugiarsi nell'assistenzialismo?
Inoltre anche a sinistra, si riflette su un postulato che nel passato è stato oggetto di profonde divisioni: ma se il modus operandi del capitalismo è quello che osserviamo, non è forse giunto il momento di instaurare laddove non c'è o rafforzare dove già esiste la partecipazione dei lavoratori alla vita delle aziende? Questo è un terreno di lavoro quanto mai importante per le forze sociali e ovviamente per il movimento sindacale.
Che ha maturato soprattutto nel suo ruolo contrattuale proposte e strategie utili in questa direzione. Ma questa "patata bollente" non va lasciata in mano alla sola politica o a un'opera di nuova ingegneria istituzionale. È di tutta evidenza che occorra un nuovo patto che collochi l'iniziativa e le proposte di imprese e sindacati nella nuova fase economica che non solo produce imponenti mutamenti ma è anche attraversata da incognite pesanti, ad esempio i livelli di indebitamento e la gigantesca massa di liquidità che si muove a livello globale e di aree, ma anche il vuoto di investimenti che invece andrebbe intelligentemente comato.
C'è bisogno di un nuovo patto che possa rianimare anche un grande dibattito sul futuro coinvolgendo soprattutto i giovani con le lavoratrici e i lavoratori. Non si può fare altrimenti perché le inadeguatezze delle attuali classi dirigenti sono tali che difficilmente potranno essere colmate in breve tempo.
Vanno viceversa incalzate. Il divario fra ciò che si manifesta e le risposte che si cercano di dare però è talmente alto da far temere che sia prossimo ad un livello di guardia. Continuare a restare fermi nelle vecchie certezze è assai pericoloso. Sarebbe come rimanere impigliati nella rete della memoria, quando invece la realtà corre a velocità della luce. Non ce lo possiamo permettere.
cuneocronaca.it, 29 novembre 2019
"Destini incrociati" a Saluzzo e Savigliano. Da giovedì 12 a sabato 14 dicembre la provincia di Cuneo ospita la sesta edizione della rassegna nazionale di teatro in carcere "Destini incrociati", promossa dal Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, che raggruppa 33 compagnie teatrali provenienti da 16 regioni d'Italia, e dalla Compagnia "Voci Erranti" di Savigliano.
Per la prima volta in provincia di Cuneo (dopo Firenze 2012, Pesaro 2015, Genova 2016, Roma 2017 e Firenze 2018), l'appuntamento propone tre giornate di teatro con attori-detenuti che giungeranno nel Cuneese, in regime di massima sicurezza, provenienti dai carceri di Cosenza, Livorno, Pesaro, Palermo, oltre che di Saluzzo. Saranno proiettati, inoltre, gli spettacoli realizzati da altre 15 realtà carcerarie italiane, ma non mancheranno seminari, conferenze, mostre d'arte, dimostrazioni di lavoro.
"Destini incrociati", che vedrà la già sicura partecipazione di oltre 300 studenti provenienti da alcuni dei principali istituti scolastici della Granda, chiamati a prendere parte a laboratori di accompagnamento alla visione, si tiene con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, il Ministero di Giustizia/Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e la Fondazione Piemonte dal Vivo con il contributo della Compagnia di San Paolo, della Cassa di Risparmio di Saluzzo e delle Città di Saluzzo e Savigliano. La rassegna è promossa in Rete da 22 organismi aderenti al Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, avendo come capofila l'associazione Teatro Aenigma. Per maggiori informazioni visitare il sito Internet www.vocierranti.org o telefonare al numero 340.3732192.
"Detenuti da tutta Italia, alcuni dei quali usciranno per la prima volta dal regime detentivo, giungeranno a Saluzzo e Savigliano nel corso della tre giorni. Il teatro in carcere è ormai in Italia un'esperienza matura sia sul piano artistico che organizzativo/progettuale, come dimostra anche il recente sviluppo del teatro negli istituti di pena per minori - afferma Grazia Isoardi, direttrice artistica della rassegna -. Evidenti sono poi gli sconfinamenti verso gli ambiti del cinema, della produzione video/fotografica ed editoriale; così come cominciano ad emergere esperienze di professionalizzazione di attori ex-detenuti".
La rassegna, che a Saluzzo coinvolgerà La Castiglia, l'antico palazzo comunale, il teatro civico Magda Olivero e la casa di reclusione, con un'appendice presso il Teatro Milanollo di Savigliano, sarà occasione per restituire un ampio panorama delle nuove esperienze drammaturgiche sperimentate da registi e autori professionisti che da anni lavorano nelle realtà detentive del Paese. Si assisterà a spettacoli nati dalle narrazioni e dalle biografie dei detenuti, spesso direttamente coinvolti anche nel processo di scrittura e allestimento.
Tra i personaggi più attesi che animeranno l'evento sono attesi Elvio Fassone, scrittore, già magistrato e componente del Consiglio Superiore della Magistratura che racconterà la sua corrispondenza, ancora viva, con un giovane condannato all'ergastolo; Angelica Corporandi D'Auvare, vedova del prof. Alberto Musy, che ha trasformato la propria personale vicenda di vita in uno spettacolo teatrale. Interverrà anche Ronald Jenkins, docente di teatro alla Wesleyan University di Middletown (Connecticut) che relazionerà su alcune esperienze lavorative condotte in carcere in Usa e Indonesia sulla Divina Commedia di Dante.
"La diversità di queste esperienze rispetto al teatro istituzionalizzato - spiega Vito Minoia, presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere - non appare come una moda teatrale, ma come una condizione genetica che ci consente di delineare un ambito di lavoro teatrale, con una forte connotazione artistica e al tempo stesso educativa e inclusiva, una zona pratica della scena contemporanea ricca di implicazioni sociali e civili. Tra gli altri spicca il dato della sensibile diminuzione della recidiva in chi fa teatro in carcere: si riduce dal 65 al 6%".
di Elisabetta Burla*
Ristretti Orizzonti, 29 novembre 2019
Sabato 23 novembre alla casa circondariale di Trieste si è svolto l'incontro mensile organizzato dal Garante comunale dei diritti dei detenuti in collaborazione con l'Area pedagogico Giuridica della Casa Circondariale tra le persone private della libertà e le persone autorizzate all'ingresso per stimolare riflessioni, coltivare il confronto e riportare, anche nella società, l'importanza della conoscenza necessaria a superare pregiudizi e a permettere di pensare a percorsi diversi. Stante la prossimità della giornata mondiale contro la violenza sulle donne il tema scelto è stato proprio quello della violenza di genere affrontato attraverso la proiezione del film "L'amore rubato" della regista Irish Braschi.
Il lungometraggio attraverso la storia di cinque donne diverse tra loro per estrazione sociale, età, cultura, contesto familiare riesce a raccontare le varie sfumature di violenza che possono essere agite nei confronti delle donne, i diversi soprusi e agiti da parte di uomini violenti, morbosi, controllanti, egocentrati.
Una pubblico ridotto rispetto alle presenze riscontrate nelle precedenti occasioni ma al termine della proiezione del film liberi e reclusi si sono seduti in cerchio e hanno sviluppato alcune riflessioni sul delicato tema. A dirigere il confronto il dott. Paolo Di Nisio psicoterapeuta, vice presidente dell'Associazione Inter Pares il cui scopo è quello di garantire percorsi di rivisitazione critica dei comportamenti posti in essere da uomini maltrattanti, e l'avv. Esmeralda Di Risio, Consigliere dell'Ordine degli Avvocati e Tesoriere della Camera Penale di Pordenone, che ha illustrato gli aspetti di novità introdotti dal c.d. codice rosso.
Il confronto, molto partecipato, ha permesso di far emergere alcune tematiche, prima tra tutte quella della solitudine. Solitudine che spesso porta a isolarsi e a vivere in modo errato il rapporto con l'altro. Ma l'incontro ha anche permesso di fare luce su di un altro aspetto: l'importanza del percorso terapeutico volto a risolvere i comportamenti violenti; comprendendo e superando i propri traumi si possono instaurare corretti rapporti con l'altro.
*Garante comunale dei diritti dei detenuti di Trieste
di Francesca Paci
La Stampa, 29 novembre 2019
Da due mesi, dalle proteste contro il presidente al Sisi mobilitate dal sedicente imprenditore in esilio Mohamed Ali e terminate con oltre duemila arresti, il governo del Cairo ha stretto ancora di più la morsa sulla stampa. Ieri, secondo il sindacato dei giornalisti egiziani, la National Security ha prelevato nella sua casa di Qalyubiya il giornalista Ahmed Shaker, un collaboratore del periodico Rose al Youssef.
A rilanciare immediatamente la notizia sui social network è stato il sito d'informazione indipendente (uno degli ultimi) MadaMasr, protagonista a sua volta pochi giorni fa di una visita non esattamente amichevole degli apparati di sicurezza. Il caso di MadaMasr, famoso per tenere viva la memoria di Giulio Regeni in un Paese dove invece si preferisce non ricordare, ha fatto rapidamente il giro del mondo e i quattro redattori trattenuti in custodia cautelare - Shady Zalat, Rana Mahmoud, Mohamed Hamadi e la direttrice Lina Attallah - sono stati poi rilasciati. Ma il messaggio, ribadito ieri con il fermo di Shaker, è forte e chiaro.
Lo è stato da subito: quando, dopo aver portato via nella notte Zalat e il suo computer, la polizia in borghese ha fatto irruzione nella redazione di MadaMasr e, incurante della presenza di alcuni colleghi di France24 nonché di diplomatici francesi accorsi su chiamata dei connazionali, ha perquisito le stanze e ammanettato gli altri tre reporter pochi al Cairo hanno avuto dubbi sul casus belli, l'articolo appena pubblicato sul figlio maggiore del presidente al Sisi al centro di uno scontro di poteri interno agli apparati di sicurezza e inviato in Russia ad occuparsi di uno dei più attivi alleati del regime, Putin.
Nelle ultime ore tutti e quattro i giornalisti di MadaMasr sono stati rilasciati mentre per ora non si sa nulla di Ahmed Shaker. La denuncia di Amnesty A detta di Amnesty International dal 20 settembre le autorità egiziane hanno lanciato la più ampia campagna repressiva da quando al Sisi è diventato presidente.
Sull'onda della sfida lanciata dalla Spagna da Mohmaed Ali la sicurezza ha portato in cella una cifra senza precedenti di oppositori, tra cui almeno 111 minorenni. L'accusa è sempre quella di "intelligenza con il nemico" (i Fratelli Musulmani) ma nella rete sono finiti avvocati per i diritti umani, attivisti, esponenti politici, semplici manifestanti e giornalisti (molti sono ora liberi ma restano sotto processo). L'Egitto è con la Turchia e la Cina il Paese con il più alto numero di reporter in carcere
di Alberto Negri
Il Manifesto, 29 novembre 2019
Per l'Italia la Libia è ormai diventata il "porto del silenzio". Certo non è tragicamente il porto "sicuro" per i migranti che qualcuno qui si azzarda ancora a pensare perché la guerra intestina tra Tripoli e Bengasi è diventata sempre più vasta, è diventata una guerra di droni, di schieramenti militari e diplomatici per procura in cui brilliamo per un assordante silenzio. Se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, stiamo perdendo ancora più credibilità.
Insistendo nel dare fiducia ai trafficanti di uomini di Tripoli, nella speranza che nessuno se ne accorga e gli italiani abbocchino alla missione di ieri del premier Conte in Ghana effettuata all'insegna dello slogan "aiutiamoli a casa loro". Intanto manteniamo sul campo un contingente a Misurata di oltre 300 uomini, ufficialmente a difesa di un ospedale ma probabilmente anche a fare altro, un po' come accade con le forze speciali in Iraq, ferite recentemente in un'imboscata con un ordigno artigianale.
Il generale Khalifa Haftar ci ha appena inferto un'umiliazione dopo l'altra cui non abbiamo comunque saputo rispondere. Dopo avere abbattuto un drone italiano e uno americano, Haftar ha chiesto scusa agli Usa ma non a noi, anzi ci ha minacciato mentre circolavano foto di miliziani che danzavano allegramente sui resti del veivolo. Haftar poi ha pure bombardato ieri i miliziani alleati di Tripoli che andavano a difendere i pozzi di El Feel dell'Eni. Insomma ci prende a schiaffi.
L'abbattimento dei droni è stato un evento assai rilevante. Accompagnato nelle scorse settimane dallo schieramento in Libia dei contractor russi della Compagnia Wagner, società di mercenari che Mosca usa quando non si vuole sporcare le mani e che ha già impiegato anche in Siria e Ucraina. Gli Stati Uniti hanno accusato la Russia di speculare sul conflitto ma per non restare colti di sorpresa, dopo essersi sbilanciati sul governo di Tripoli, hanno mandato una delegazione da Haftar, che notoriamente è pure cittadino americano, in passato legato alla Cia - per ammissione della stessa Cia. "Un colloquio proficuo", ha twittato Matthew Zais, vice del Dipartimento dell'Energia che faceva parte della delegazione con Victoria Coates della sicurezza nazionale, l'ambasciatore Richard Norland e il numero 2 di Africom, il generale di brigata Steven deMilliano. Haftar ha quindi potuto negoziare con gli Usa su tutto, dal petrolio agli aspetti politico-militari.
E noi che facciamo? Ecco cosa facciamo. Ai primi di dicembre è previsto a Roma l'arrivo del ministro degli Esteri russoLavrov, in un primo momento accompagnato anche dal ministro per la difesa russo Shoigu intenzionato a incontrare i nostri vertici in vista anche della conferenza di Berlino sulla Libia. La nostra risposta nei giorni scorsi è stata: "Shoigu non ci interessa". Ora bisogna capire che cosa ormai ci interessa più del mondo, dato che gli americani trattano con Haftar e i russi ci hanno più volte offerto una mediazione con il generale.
Perché queste proposte? Haftar è stato esplicito nell'affermare di non volere la cooperazione con l'Italia mentre la Russia, che ha forti e storici legami con l'Eni, ritiene che gli italiani possano contribuire a stabilizzare la Libia e a limitare le pretese energetiche della altre potenze visto che proprio l'Eni continua a fornire l'80% dell'energia ed è una compagnia chiave per lo sfruttamento del gas nel Mediterraneo orientale.
E poi, soprattutto, perché chi non controlla il petrolio non controlla la Libia. Haftar ha le mani sui terminali nella Sirte ma non può esportare legalmente il suo greggio e dipende ancora dai proventi distribuiti alle milizie dalla Banca centrale. Inoltre, pur avendo insediato una sistema parallelo per la gestione dei dinari stampati proprio da Mosca, ha contratto una montagna di debiti con russi ed egiziani. È ovvio che i russi non fanno nulla per nulla e che agli americani potrebbe poi non dispiacere in Libia un dittatore come l'egiziano Al Sisi, in una sorta di condominio in cui a noi riserveranno, nel nostro assordante silenzio, i piani bassi. Forse le cantine.
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