di Roberto Russo
Corriere del Mezzogiorno, 9 gennaio 2020
Progetto innovativo dopo l'intesa con il Provveditorato e il garante. Quindici detenuti provenienti da Poggioreale e Scampia lavoreranno in Procura a Napoli nell'ambito di un programma di reinserimento. L'iniziativa voluta dal procuratore Giovanni Melillo. Quindici detenuti napoletani, attualmente richiusi tra Poggioreale e Scampia, lavoreranno per un anno negli uffici della Procura di Napoli, nell'ambito di un progetto per il reinserimento e la rieducazione dei condannati in applicazione dell'articolo 27 della Costituzione. A volere fortemente l'esperimento è stato il procuratore Giovanni Melillo in persona.
Originalità - Napoli quindi sarà la prima Procura di una grande città italiana (la prima in assoluto è stata Lecce) a utilizzare nei suoi uffici alcuni reclusi. Già firmato, il 13 dicembre scorso, un protocollo tra Procura, provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziari (Antonio Fullone) e garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello. Come anticipato dal sito "Fanpage" l'intesa preoccupa il sindacato Confsal Unsa, perché il suo segretario Mario De Rosa ritiene che "nonostante i nobili fini e la piena legittimità del protocollo, si impiegheranno detenuti in un settore molto delicato".
I paletti - In realtà l'accordo prevede maglie molto strette nell'individuazione dei quindici detenuti ai quali verrà concesso il beneficio di poter lavorare per dodici mesi in ambiente giudiziario. Sarà infatti loro affidata la movimentazione dei fascicoli interna all'ufficio, il tutto avverrà ovviamente dopo che il magistrato di sorveglianza avrà concluso l'istruttoria per poter concedere i permessi lavorativi e dopo che il Provveditorato campano avrà individuato i detenuti ritenuti maggiormente idonei per questo tipo di attività. Va detto che il progetto deve ancora ottenere la relativa copertura economica e perciò si sta lavorando per raggiungere l'obiettivo che non è certo semplice.
La strategia - L'azione di recupero sociale che si vuole operare con l'assunzione temporanea dei detenuti è coerente con le convinzioni dell'attuale procuratore di Napoli. Melillo non è solo un magistrato esperto di camorra, ma è anche da anni docente universitario di procedura penale e appassionato di organizzazione e ammodernamento tecnologico della giustizia. Nel 2015 da capo di gabinetto dell'allora Guardasigilli Andrea Orlando, ha maturato una significativa esperienza anche nel mondo delle carceri e si è potuto rendere conto di persona delle difficili condizioni di vita in molte carceri italiane.
La solidarietà - Del resto la particolare sensibilità del capo della Procura napoletana verso i drammi dei reclusi, è confermata dal suo messaggio di saluto del luglio dell'anno scorso alla giornata per l'emergenza carceri voluta dalle camere penali. In quell'occasione Melillo disse tra l'altro: "Chi non ascolta le voci di chi è in carcere si macchia di gravi responsabilità". Per Melillo la buona condotta richiede attenzione: "In occasione della rivolta a Poggioreale, due magistrati del mio ufficio", aggiunse Melillo, "si sono recati ad ascoltare le ragioni esposte civilmente da due detenuti.
La legalità non si arresta di fronte al cancello di un penitenziario. Chi in Procura lavora sul carcere incontra le Camere penali, il garante nazionale, e costruisce con loro azioni concrete". Dal punto di vista della sicurezza tra gli operatori volontari e gli altri soggetti che si occupano del recupero dei detenuti, vengono respinte tutte le possibili preoccupazioni. "Non saranno certo scelti detenuti a casaccio, ma persone che in carcere stanno compiendo un percorso di riabilitazione e che dovranno possedere precise caratteristiche".
Fronte avanzato - Insomma, l'esperimento napoletano si annuncia avanzatissimo nel suo genere perché se è vero che i detenuti ottengono ordinariamente permessi lavorativi anche in altri enti pubblici (Comuni in primis), ciò non è accaduto in una Procura di una grande città. Napoli potrebbe così costituire il fronte più avanzato di un progetto sociale per molti aspetti unico.
redattoresociale.it, 9 gennaio 2020
Il progetto della cooperativa Rigenerazioni, nato dentro al carcere minorile Malaspina di Palermo, da un anno si è ampliato all'esterno con Casa San Francesco e il bistrot "Al fresco".
cotti in fragranza. Con l'energia che da sempre li ha caratterizzati e grande spirito di servizio, accolgono con gioia il riconoscimento del Gambero Rosso come progetto solidale 2019. E' il gruppo del progetto sociale "Cotti in Fragranza" portato avanti dalla cooperativa Rigenerazioni con il coordinamento di Lucia Lauro e Nadia Lodato.
Il progetto di economia circolare solidale, nato come biscottificio nel 2016 nel carcere minorile Malaspina di Palermo, da poco più di un anno ha aperto, infatti, una sede esterna all'interno del complesso storico di Casa San Francesco specializzandosi anche in prodotti freschi. Oltre, infatti, ai prodotti da forno, dentro Casa San Francesco vengono prodotte delle prelibatezze fresche per il servizio catering e per il bistrot Al Fresco, nel giardino dell'ex convento Casa San Francesco di Ballarò. Il biscotti dolci e salati vengono realizzati in parte dai giovani detenuti dell'Ipm di Palermo e in parte dentro il laboratorio di Casa San Francesco da giovani usciti dal circuito penale e richiedenti asilo. Il gruppo prepara ogni giorno inoltre i pasti per le mense dei tre poli dedicati ai senza dimora. Attualmente dentro il laboratorio lavorano 4 giovani guidati dallo chef Francesco Gambino mentre nel laboratorio dentro l'Ipm ci sono altri tre ragazzi.
"Collaboro con questa realtà da circa 9 mesi - racconta Giovanni di 17 anni, uno dei ragazzi che cucina dentro il laboratorio di Casa San Francesco - e ne sono molto contento. Ho avuto un trascorso un po' difficile e ora vivo in una comunità per minori: questa esperienza mi sta aiutando in tante cose facendomi migliorare sempre di più. Se in passato la mia impulsività mi ha fatto compiere alcuni errori, oggi, invece, grazie al progetto mi sento più autonomo e anche in grado di autogestirmi meglio. Oggi mi sento rigenerato perché con buona volontà e pazienza ho messo, a poco a poco, cuore e passione in un lavoro che mi piace sempre di più. Il riconoscimento del Gambero Rosso ci stimola ancora di più ad impegnarci per costruire il nostro futuro".
"E' un riconoscimento che ci riempie di orgoglio e ci fa iniziare l'anno nuovo col piede migliore - afferma con soddisfazione una delle coordinatrici del progetto, Lucia Lauro - grazie soprattutto alla novità più consistente del 2019: l'apertura del bistrot Al Fresco nel cuore di Ballarò. E' importante sottolineare che abbiamo sempre camminato con le nostre gambe e continueremo a farlo. Solo adesso stiamo proseguendo alla completa ristrutturazione del giardino del bistrot grazie al sostegno della fondazione San Zeno. Vogliamo dedicare questo traguardo al nostro chef Francesco Gambino che per noi è la figura chiave perché, con la sua grande competenza, sensibilità e inarrestabile forza, ci ha guidato facendo migliorare sempre di più la nostra cucina fatta solo da lui e dai ragazzi. Pur facendo la sua professione, tra l'altro, in termini di dedizione ai ragazzi per noi è come se fosse un educatore nato. La sua forte determinazione di adesione al progetto ha permesso, grazie ad un confronto partecipativo costante con noi, di farci crescere molto come azienda dedicata esclusivamente al percorso di vita nuova di questi ragazzi".
"E' un riconoscimento inaspettato che ci riempie di gioia - afferma lo chef Francesco Gambino da poco più di un anno alla guida del laboratorio di Casa San Francesco - perché, solo a piccoli passi abbiamo raggiunto questo titolo prestigioso e significativo. Naturalmente, tutto ciò ci sprona sempre di più a continuare a fare nel migliore dei modi il nostro lavoro. Sicuramente per i ragazzi che seguo è una soddisfazione ancora più bella perché li motiva ad acquisire sempre più competenze nella cucina e nella ristorazione. Tra me e i ragazzi si è creata con il tempo una bella armonia di gruppo in cui ci si aiuta, ci si rispetta ed arricchisce a vicenda nella prospettiva di fare camminare sempre di più questa impresa sociale. I giovani sono diventati amici nel lavoro e anche fuori dal lavoro e questo è anche più bello".
"Avere avuto l'attenzione positiva del Gambero Rosso al nostro progetto - continua Nadia Lodato anche lei responsabile del progetto - ci ha sorpreso ma nello stesso tempo riempito di soddisfazione. In qualche modo viene premiata l'innovazione, l'approccio partecipativo e l'evoluzione rapida che ha avuto il progetto Cotti in Fragranza.
Questo, infatti, pur essendo gestito da una piccola cooperativa, oggi riceve commissioni da tutta Italia e perfino anche dal Belgio. Considerato che la mole di lavoro sta crescendo stiamo pensando anche di ampliare le risorse umane dedicate alla produzione. Non escludiamo, infatti l'inserimento di altri ragazzi e poi da poco al nostro gruppo si è aggiunta una nuova chef pasticcera che è anche educatrice - un'assistente sociale con la passione della pasticceria che ha fatto la scuola di alta formazione nella pasticceria Cappello - che è impegnata dentro la realtà dell'Ipm Malaspina".
chietitoday.it, 9 gennaio 2020
Il progetto della Onlus "Voci di dentro" finanziato dalla Regione Abruzzo prevede una redazione composta da detenuti, giornalisti, studenti, educatori, mediatori e volontari. Sarà presentato oggi, giovedì 9 gennaio, alle ore 15, nella casa circondariale di Chieti il primo numero di In carta libera: il fascicolo di otto pagine inserito all'interno della rivista Voci di dentro.
"Si tratta di un "percorso integrato di in-formazione e giornalismo sociale - spiegano i volontari dell'associazione che dal 2008 opera nelle carceri abruzzesi - attraverso laboratori di scrittura e giornalismo, informatica e webjournalism, grafica editoriale, fotografia e video si vuole fornire opportunità di formazione professionale e sociale a persone in stato di disagio/devianza".
Alla presentazione sarà presente la redazione giornalistica composta da detenuti, giornalisti professionisti, studenti, educatori, mediatori e volontari di Voci di dentro che operano nelle Case circondariali di Chieti e Pescara. Oltre alle persone detenute, collaborano al progetto di Voci di dentro l'ITC Galiani-De Stelich, il Liceo GB Vico, l'Uepe, l'associazione Granello di Senape Padova, le Case Circondariali di Chieti e Pescara.
italiafruit.net, 9 gennaio 2020
Marmellate, verdure sottolio e succhi di frutta: questa la produzione del nuovo laboratorio di trasformazione alimentare inaugurato nella casa circondariale di Massa Marittima (Grosseto): dodici i detenuti coinvolti (su circa 60 reclusi nell'istituto penitenziario) in un percorso formativo di alta specializzazione. A fornire le materie prime le aziende agricole locali della rete associativa Pulmino Contadino.
I prodotti porteranno l'etichetta "Reati di gola", brand creato dagli stessi detenuti che hanno già lavorato in aula con più esperti, sia per la comunicazione e grafica che per la parte alimentare, nutrizionale e biologica oltre che di cucina.
L'obiettivo è dare ai detenuti una "una buona formazione da potere spendere all'esterno", ha spiegato la direttrice del carcere, Maria Cristina Morrone, che ha anche ringraziato Carlo Mazzerbo da cui ha ereditato il progetto insieme al passaggio di consegne alla direzione del carcere.
Coinvolti nel progetto anche Slow Food condotta Monteregio, attiva nel carcere dal 2006, e la sede di Follonica del Cpia 1 Grosseto, il Centro per l'istruzione degli adulti che ha integrato nel programma formativo scolastico il progetto che collega l'istruzione alla formazione e quindi al lavoro. L'iniziativa ha avuto anche il contributo del ministero del Lavoro e delle politiche sociali insieme alla Regione Toscana, vincendo il bando regionale per il terzo settore del 2018.
viveresenigallia.it, 9 gennaio 2020
Una lettera alla propria giovinezza reclusa. Sarà letta e presentata venerdì 10 gennaio 2020, alle ore 9.30, nel carcere di Montacuto di Ancona in una mattinata con momenti di ascolto, musica, riflessione e testimonianze, organizzata dalla Fondazione Gabbiano di Senigallia, in collaborazione con la Direzione della Casa circondariale.
Davide Storlazzi, giovane detenuto, ha pensato di dare corpo ai suoi pensieri e alle sue emozioni scrivendo a se stesso, o meglio, alla sua giovinezza in catene per porle tante domande, per confrontarsi con lei su quanto vissuto, ma soprattutto sulla vita che sarà. Pagine dense di vita, di desideri e di aspettative, messe in fila nelle giornate di una detenzione che può trasformarsi in occasione per pensare al senso più profondo dell'esistenza.
La 'Lettera' nasce all'interno degli incontri di giornalismo che da anni sono proposti all'interno dell'istituto penitenziario grazie alla Fondazione Gabbiano di Senigallia (editore del settimanale diocesano 'La Voce Misena') e che dà vita alla pubblicazione del periodico 'Fuori riga', pensato e scritto dai detenuti che partecipano al corso di giornalismo.
La presentazione dell'elegante volumetto, curato dalla grafica di 'Immaginario' di Serra de Conti, sarà impreziosita dalle note della pianista Ilenia Stella, che interpreterà musiche dal vivo grazie alla disponibilità di un pianoforte (gentilmente concesso dalla ditta 'Bevilacqua'), strumento che raramente trova ospitalità tra le mura di un penitenziario. Sarà presente anche il Garante regionale dei diritti dei detenuti, Andrea Nobili, insieme al personale istituzionale e volontario che opera all'interno della struttura.
di Sandra Signorella
ilpaesenuovo.it, 9 gennaio 2020
La direttrice Russo: "Riconnessione familiare fattore di riabilitazione". Arriva con qualche giorno di ritardo la Befana nel carcere di Lecce, ma porta ugualmente un clima di festa e costituisce l'occasione per qualche momento di serenità per i detenuti e i loro figli.
L'iniziativa, giunta alla sua ventunesima edizione, è promossa dall'associazione di volontariato carcerario Comunità Speranza ed è sostenuta dalla Direzione Penitenziaria nell'ambito di un percorso di umanizzazione che può avere effetti positivi sul recupero del detenuto. Si inizia domani, giovedì 9 gennaio, e si prosegue per quattro pomeriggi, animati, come di consueto, da attività, giochi e spettacoli, in collaborazione con i ragazzi e le ragazze dell'Oratorio don Bosco di Campi Salentina e l'associazione Fermenti Lattici. Come momento conclusivo saranno consegnate 300 calze, al cui confezionamento hanno dato una mano diverse realtà.
"Particolarmente generoso è stato il contributo della Parrocchia San Bernardino Realino di Lecce, della Pro Loco di Surbo e della Cgil provinciale - dicono i volontari di Comunità Speranza - Alla direttrice del carcere ed agli operatori penitenziari, che hanno sostenuto l'iniziativa e a tutti coloro che ci hanno accompagnato in questo percorso di solidarietà, rivolgiamo i nostri sentiti ringraziamenti".
"L'Istituto vuole rivolgere maggiore attenzione ai bambini che fanno visita al proprio genitore detenuto - afferma la direttrice Rita Russo. Ci stiamo impegnando affinché i piccoli (centinaia ogni settimana) arrivino in un luogo non ostile. Stiamo facendo attrezzando il carcere con spazi e occasioni per i bambini e per le loro famiglie, sposando convintamente proposte e progetti in collaborazione con associazioni ed enti pubblici e privati. Crediamo nella tutela dell'infanzia e nella riconnessione familiare come potente fattore di riabilitazione sociale dei nostri detenuti".
Askanews, 9 gennaio 2020
Le canzoni di Marcello Cirillo e il cabaret di Mario Zamma, il 7 e 8 gennaio, hanno chiuso l'edizione di "Note in Carcere sotto le feste" portando musica e risate nelle carceri di Rebibbia femminile e Rebibbia Nuovo Complesso. Insieme a Manuela Villa, che si è esibita a il 30 dicembre a Regina Coeli e il 3 gennaio alla Casa Circondariale di Velletri, i due artisti sono stati protagonisti del progetto nato da un'idea di Franco Califano, promosso dal vice presidente del Consiglio regionale del Lazio, Giuseppe Cangemi, e realizzato con l'agenzia Vie Musicale.
Cangemi ha ringraziato i direttori di Rebibbia Femminile e Nuovo Complesso, Maria Carmela Longo e Rosella Santoro, le amministrazioni di Regina Coeli e Velletri e il corpo di polizia penitenziaria "per aver consentito la realizzazione degli spettacoli.
Come l'estate scorsa anche durante le festività abbiamo voluto donare un po' di serenità ai detenuti e a tutto il personale che lavora nelle carceri. Le strutture che ci hanno ospitato hanno sempre garantito massima collaborazione per la buona riuscita degli eventi, i detenuti hanno accolto con grande partecipazione e affetto gli artisti i quali non hanno risparmiato voce e cuore dimostrando professionalità e di aver compreso fino in fondo il senso di questa iniziativa". In estate tornerà l'appuntamento con Note in Carcere.
Il Mattino, 9 gennaio 2020
Al pranzo di Natale del 23 dicembre aveva promesso ai detenuti che sarebbe ritornato e dopo due settimane Francesco Cicchella, l'attore comico reso famoso dalla trasmissione Made in Sud e vincitore di Tale e quale show, è riapparso nel carcere di Poggioreale. Questa volta con uno spettacolo tutto suo. L'evento, organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio, ha visto 154 carcerati dei vari padiglioni nella chiesa del penitenziario, gli stessi a cui l'artista aveva rivolto la promessa, con l'aggiunta di qualche new entry, facendo registrare così il tutto esaurito. Dopo i saluti della direttrice Maria Luisa Palma e di Antonio Mattone, è cominciato lo show.
Accompagnato dal maestro Paco Ruggiero e con Gennaro Scarpato a fargli da spalla, Cicchella ha via via messo in scena i personaggi più noti del suo repertorio, a cominciare da Gigi D'Alessio, Tiziano Ferro e per finire con Michael Bublé, l'imitazione che forse lo ha reso famoso, intervallata da quella di Gigione, il cantante mattatore delle feste popolari, mischiando così il genere folk-dance del cantautore napoletano
a quello pop-swing della star canadese. Ne è uscita una esilarante performance che è stata molto applaudita dal pubblico presente. Quindi il comico è sceso in platea coinvolgendo in modo empatico e spiritoso i detenuti e ne sono nate alcune gag divertenti che hanno riscosso applausi a più riprese. Tra il pubblico erano presenti anche alcuni operatori penitenziari, in un clima disteso e piacevole, a testimonianza di come queste iniziative facciano bene a chi è recluso ma anche a chi lavora tra quelle mura. "Con questo spettacolo voglio augurarvi l'inizio di un anno sereno" ha detto Cicchella in conclusione della esibizione ai detenuti, che gli hanno tributato una meritata e calorosa standing ovation.
di Silvio Messinetti
Il Manifesto, 9 gennaio 2020
Le terre della Piana di Gioia Tauro sono luoghi di sfruttamento bracciantile ma anche di insurrezione per la libertà. Quel novello "Euno" di origine senegalese che ha permesso agli inquirenti di Palmi di scoperchiare la filiera di schiavismo a San Ferdinando non è che l'ideale epigono degli insorti di Rosarno.
Son trascorsi esattamente 10 anni da quando scesero in strada con rabbia per protestare contro il ferimento di uno di loro. Un "fratello", a cui qualcuno "per gioco" aveva squarciato un braccio sparandogli con un fucile ad aria compressa. Allo stremo per essere picchiati e derubati, per essere sfruttati negli agri e costretti a vivere come bestie in edifici fatiscenti senza né elettricità, né acqua, né bagni, i migranti avevano dato sfogo alla loro collera. Sono passati dieci anni ma le condizioni di vita dei migranti non per nulla cambiate. La politica ha soffiato sul fuoco, quella di destra. Si è voltata dall'altra parte, quella di sinistra (il Pd di Marco Minniti è solo la punta dell'iceberg). Si è preferito gestire in malo modo l'emergenza, senza riuscire a creare un modello reale di integrazione.
Non sono mancati, è vero, in questi anni storie di "resistenti" e di realtà che non si son limitate all'assistenzialismo ma che hanno lavorato per la tutela dei diritti dei migranti. Da Emergency con il poliambulatorio di Polistena ai Medici per i diritti umani (Medu) attivi nella baraccopoli di san Ferdinando, da Sos Rosarno alla cooperativa Valle del Marro. Ma la verità è che a livello centrale non c'è stata la volontà politica di dare soluzioni stabili al problema. I braccianti di Rosarno reclamano da sempre un tetto e la dignità. In cambio hanno ricevuto repressione e sgomberi. Perché come dice don Pino De Masi, parroco di Rosarno e referente di Libera a queste latitudini: "Il problema migranti nella Piana è solo una piccola scatola contenuta in una più grande che è la conduzione di servitù e di annullamento di ogni dignità umana su cui regge la produzione di ricchezza di gran parte del capitalismo. Ed è, a sua volta una piccola scatola contenuta in una ancor più grande che è la questione meridionale mai voluta risolvere in questo nostro paese".
Gli invisibili sono tanti e sparpagliati in ogni lembo della Piana. Non c'è più la baraccopoli, polverizzata dall'allora ministro Salvini. Ma i migranti vivono sempre allo stesso modo. Nel disinteresse assoluto del governi. I ministri dell'agricoltura sono come dei fantasmi da queste parti. Né l'attuale Teresa Bellanova né il predecessore Gianluca Centinaio vi hanno mai messo piede.
Intanto, i raccoglitori invisibili della Piana, all'alba di ogni giorno, compaiono agli incroci stradali in attesa di essere presi dai caporali. Nei pressi del ponte sul fiume Mesima ma anche, nell'interno, lungo le stradine sterrate nelle campagne al confine tra le province di Reggio e Vibo. Vivono, si fa per dire, in casolari diroccati, in tuguri scrostati senza infissi, solo cartoni e coperte. Sono isole di emarginazione, senza diritti e senza futuro. Non solo a Rosarno ma anche a Rizziconi e Taurianova. In un casolare di Collina di Rizziconi, intorno agli ulivi non curati ci vivono in trenta. Eppure è confiscato alla 'ndrangheta dal 2005. Poi abbandonato.
In un altro terreno requisito alle cosche, in contrada Russo Spina di Taurianova, vivono più di 250 braccianti, in dimore diroccate, baracche, roulotte e perfino nelle porcilaie. Infine, in questo girone della disperazione, c'è la nuova tendopoli di San Ferdinando, realizzata nel 2017. È quella istituzionale. Attualmente ospita oltre 500 persone.
Di fronte ci sono ancora i cumuli dei resti delle baracche, tonnellate di rifiuti pericolosi, lì da dieci mesi, dall'arrivo delle ruspe di Salvini. "I fondi promessi dal Viminale non li abbiamo mai visti", denuncia il sindaco Andrea Tripodi. Solo promesse disattese in questo decennale. Tuttavia, don De Masi non perde l'ottimismo: "Non lasciamoci rubare la speranza. Non stiamo a guardare. Prima che sia troppo tardi, diamoci tutti da fare, sporchiamoci le mani per costruire il cambiamento. E allora in questo lembo di terra del sud ci sarà spazio e dignità per noi. Per i nostri giovani e per i dannati della terra".
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 9 gennaio 2020
Per la prima volta nella Piana di Gioia Tauro due braccianti immigrati denunciano caporali e imprenditori. Così, dopo un'inchiesta durata più di un anno, e in coincidenza col decennale della rivolta di Rosarno, sono scattati gli arresti per 13 caporali africani e 7 imprenditori calabresi, anche grossi, e sono state sequestrate tre aziende agricole.
È l'operazione Euno, la più importante per questo territorio, che prende il nome dallo schiavo siciliano che nel 136 a.C. guidò la prima guerra servile contro il possidente terriero Damofilo. Ma, denuncia il procuratore di Palmi, Ottavio Sferlazza, "c'è l'amarezza per il fatto che ancora una volta la magistratura è chiamata a una funzione di supplenza.
Abbiamo interrotto un'attività criminale, assicurando giustizia a persone alle quali era stato negato il diritto di avere diritti e in particolare il diritto di affrancarsi dal bisogno. Ma - insiste il magistrato - dobbiamo registrare l'assenza della politica, quella alta, che dovrebbe risolvere queste condizioni di mancanza di accoglienza e integrazione che favoriscono lo sfruttamento". Il procuratore dà atto "ai prefetti di essersi impegnati, all'umanità delle forze dell'ordine", ricorda lo smantellamento della baraccopoli di San Ferdinando, "ma si continua a vivere in una condizione di emarginazione". E accusa: "Dopo 10 anni non è cambiato molto".
Fa i nomi dei braccianti morti bruciati, ma anche dell'ultimo trovato morto in un campo "per una grave forma di Tbc, morto per il freddo, morto sul lavoro". Lavoratori, insiste Sferlazza, "sacrificati sull'altare dell'inefficienza della politica". Le indagini, condotte dai carabinieri della stazione di San Ferdinando e della compagnia di Gioia Tauro, col supporto del nucleo ispettorato del lavoro di Reggio Calabria, hanno permesso di raccogliere concrete prove su "un fenomeno odioso e inaccettabile".
Alle 5 del mattino presso la baraccopoli di San Ferdinando e il campo container di Rosarno, i caporali obbligavano i braccianti, anche quelli che avrebbero voluto usare la bici, a salire a bordo di furgoni dove ne venivano stipati più di 15, su tavole di legno, secchi di plastica, cassette e copertoni. In alcuni casi i carabinieri hanno scoperto alcuni lavoratori che, rannicchiati nel bagagliaio di station wagon, alla vista dei militari scappavo per non farsi identificare.
Un'inchiesta "vecchia maniera", hanno sottolineato gli investigatori, frutto soprattutto di pedinamenti, osservazioni, videoriprese, ma anche nascondendo dei Gps sui mezzi dei caporali per seguirli e identificare le imprese coinvolte. Qui i braccianti erano costretti a lavorare 7 giorni su 7, festivi compresi, per 10-12 ore, senza alcuno dispositivo di protezione e con ogni tempo. "Anche se piove, se diluvia, devono andare a lavorare", è l'ordine che si sente in un'intercettazione. La paga giornaliera era di un euro a cassetta di frutta raccolta, comunque non superiore a 2-3 euro per ogni ora di lavoro.
Così invece dei 50 euro giornalieri previsti da contratto nel ricevevano 25-30, ma poi ne dovevano consegnare 6 al caporale e altri 7 per non chiari "contributi". Uno sfruttamento che si è riusciti a provare "grazie al coraggio di due immigrati che hanno avuto fiducia nelle istituzioni", sottolinea il procuratore. Il primo è stato un senegalese picchiato e ferito con un forcone "solo perché aveva chiesto quanto pattuito col caporale".
Il secondo, un nigeriano, "aveva osato pretendere 297 euro che doveva avere". Nove persone sono così venute a cercarlo per dargli una lezione ma lui è riuscito a scappare. Gli arrestati e gli indagati, in tutto 35, sono accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione di alcune ragazze nigeriane.
Tra le accuse a un caporale e un imprenditore anche l'estorsione, per aver non solo non corrisposto quanto dovuto a un bracciante, ma anche per avergli impedito di venire a lavorare, "un licenziamento di fatto". Davvero un trattamento di sottomissione, documentato anche dal filmato che riprende il baciamano dei braccianti a un caporale, risultato poi anche un imam. "Questa inchiesta- ci tiene a sottolineare il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Giuseppe Battaglia - ha il fine nobile di tutelare le fasce deboli. Non siamo qui solo per combattere la 'ndrangheta, ma per proteggere tutti, italiani e immigrati".
Lo conferma il comandante Gruppo di Gioia Tauro, tenente colonnello, Andrea Milani. "Non abbiamo assolutamente trascurato il fenomeno del caporalato, e la lotta a questo fenomeno criminale". E finalmente qualcuno collabora. "Non potevamo ascoltare inermi questa loro richiesta di aiuto - conferma il comandante della compagnia di Gioia Tauro, capitano Gabriele Lombardo. Così per 6 mesi abbiamo vissuto coi braccianti, alzandoci alle 4 col freddo e la pioggia.
Anche nei giorni di allerta meteo, mentre scuole e uffici restavano chiusi, noi eravamo nei campi in mezzo al fango. Ora auspico che altri decidano di denunciare, noi saremo ben lieti di ascoltarli". Intanto le tre aziende sequestrate saranno affidate ad amministratori che ne gestiranno l'attività mettendo in regola i lavoratori. Per loro la vita cambia. Ma l'inchiesta non è certo finita.
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