provincia.fi.it, 28 novembre 2019
Presentata "Archeologia Criminale", l'indagine condotta nella Rems di Volterra e nella casa lavoro di Vasto. Interventi del Garante dell'infanzia e dell'adolescenza Camilla Bianchi e del Difensore civico Sandro Vannini.
"Si tratta di un fossile da eliminare. Abbiamo ancora il codice Rocco del 1930, che prevede varie forme di misure di sicurezza. Sono tantissime, ma le principali sono quelle psichiatriche, per cui chi commette un reato viene prosciolto, perché incapace di intendere e di volere, ma ritenuto pericoloso socialmente, una volta veniva chiuso negli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), oggi viene accolto nelle Residenze per le misure di sicurezza (Rems) per un tempo stabilito dai magistrati.
Altre misure di sicurezza sono destinate a persone imputabili, cioè persone che commettono un reato, vengono condannate e, nella sentenza, si prevede che, al termine della pena, andranno in casa lavoro per un certo periodo, perché ritenuti delinquenti abituali, per tendenza o professionali. Con questo armamentario del secolo scorso, abbiamo 350 persone in Italia che, per reati non particolarmente gravi, non escono dal circuito penitenziario, perché le case lavoro sono delle carceri. La loro pena in molti casi è infinita, perché le misure di sicurezza vengono prorogate. È un paradosso intollerabile".
Così Franco Corleone, garante regionale dei detenuti, ha riassunto il senso della ricerca "Archeologia criminale", che ha commissionato all'Associazione del volontariato penitenziario Avp), ed è stata presentata questa mattina in Sala Fanfani nel Palazzo del Pegaso. La ricerca, condotta da Giulia Melani ed Evelin Tavormina, con il coordinamento di Katia Poneti, si è svolta in due luoghi significativi: la Rems di Volterra e la Casa lavoro di Vasto. A Volterra sono stati presi in esame i fascicoli delle persone presenti nel luglio scorso e lo studio si posto in continuità con le ricerche precedenti svolte nella stessa Rems nel 2018 e sull'Opg di Montelupo nel 2014-2015. A Vasto, dove sono internati più del 40% dei soggetti per i quali è in esecuzione la misura della casa lavoro a livello nazionale, la ricerca del settembre scorso ha interessato 108 persone. Il lavoro, o meglio la sua mancanza, è la questione più paradossale che emerge. Solo 26 lavorano e, di questi, ben 24 svolgono servizi per il funzionamento dell'istituto, non professionalizzanti per il mondo esterno.
"Cosa fare? Credo che le misure di sicurezza non psichiatriche debbano essere abolite. Una persona ha commesso un reato, sconta una pena e poi deve tornare in libertà - ha affermato Corleone - Per quelle psichiatriche c'è il problema di come procedere sulla via di una riforma efficace, dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Nel periodo di proroga del mio mandato, realizzerò un volume con una proposta di riforma del Codice penale per aggredire questo problema, eliminando la non imputabilità e responsabilizzando coloro che hanno patologie psichiatriche, fornendo strumenti e spazi per la cura".
"Credo che il primo passaggio debba essere limitare le misure di sicurezza psichiatriche ai soli reati contro la persona - ha suggerito il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze Marcello Bortolato - La pericolosità ha un senso solo nel caso in cui i reati che si rischia di commettere sono connessi alla minaccia o alla violenza alle persone, mentre per i reati patrimoniali sarebbe il caso di rivedere completamente questo concetto".
Sono intervenuti anche il direttore della Rems di Volterra, Alfredo Sbrana, e lo psichiatra Franco Scarpa, dirigente dell'Azienda Usl di Empoli, già direttore dell'Opg di Montelupo.
"La comunità, dalla quale i ragazzi provengono ed alla quale dovranno tornare, ha un imperativo: la corresponsabilità. Spesso la comunità sa essere madre, accoglie, ma non sa essere padre, non sa essere etica, non sa essere morale, non sa dare valore alla regola - ha osservato la Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Toscana, Camilla Bianchi.
Solo una comunità che sa intessere reali interazioni di prossimità, relazioni materne e paterne di qualità, può sviluppare un reale percorso di crescita, di sviluppo e di recupero al proprio interno. Deve esserci una responsabilità condivisa, affinché sia riconosciuto, anche in ambiti restrittivi, il riconoscimento dei ragazzi e delle ragazze, del loro superiore interesse, per garantire loro un reale orizzonte di speranza e di futuro".
"Il Garante dei detenuti, con i suoi libri, sta sviluppando battaglie non solo di contenuto giuridico e normativo, ma soprattutto di principio, con una impostazione squisitamente riformista - ha concluso il Difensore civico regionale Sandro Vannini. Si è fatto riferimento a 350 persone, che valgono lo 0,49%, in percentuale, ma in termini assoluti sono oltre trecento, sono molti. Una battaglia non solo giuridica e sociale, ma una battaglia di principio. Tutta questa attività dovrebbe diventare un punto di riferimento nazionale, un laboratorio nazionale".
La Repubblica, 28 novembre 2019
Iniziativa del Garante dei detenuti della Campania, finanziata dalla Regione. Presentato ieri mattina, nella Sala Nassirya del Consiglio regionale della Campania, il corso "Basic Life Support and Defibrillation-blsd", dedicato a 150 agenti di Polizia penitenziaria e 20 professionisti in ambito socio-sanitario che operano all'interno delle carceri.
Il corso è promosso dal Garante dei detenuti della Campania, in collaborazione con il Servizio sanitario di urgenza ed emergenza medica ed è finanziato dalla Regione. "Si tratta - ha spiegato Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti - di un corso di pronto soccorso perché l'anno scorso si sono registrati 77 tentativi di suicidio, 11 suicidi in Campania, un migliaio di atti di autolesionismo e una ventina di morti per attacco cardiaco nelle carceri.
Riteniamo che, se non ci sono state delle stragi, è grazie agli interventi degli agenti della polizia penitenziaria. Con questa nuova qualifica potranno salvare ancora più vite in caso di arresti cardiaci". Il corso Blsd, rimarca Ciambriello, "è un modo per migliorare la vita dentro le carceri ed è un modo per rispondere anche al dettame costituzionale che dice che le pene e il carcere servono per rieducare".
Il corso - che si articolerà in 7 incontri che si svolgeranno nella sede del consiglio regionale, il Prap, il carcere di Santa Maria Capua Vetere e quello di Salerno - in questa sua prima edizione vede coinvolta anche la Asl Napoli 1 ed è proprio da una collaborazione con l'azienda che "nascerà, sia al carcere di Poggioreale che in quello di Secondigliano, un movimento di potenziamento delle attrezzature e di potenziamento delle risorse all'interno degli istituti soprattutto per le visite specialistiche. Con il 118 - aggiunge il garante - stiamo migliorando attivamente gli interventi di pronto soccorso".
Il compito delle asl, ha dichiarato Ciro Verdoliva, direttore dell'Asl Napoli 1, è quello di "garantire i servizi sanitari alla città di Napoli e all'isola di Capri. E sulla città insistono le case circondariali di Poggioreale, Secondigliano e Nisida e anche ai loro ospiti è necessario garantire i servizi sanitari. In collaborazione con il garante abbiamo individuato dei punti da migliorare e ci siamo rimboccati le maniche.
Stiamo per iniziare i lavori per garantire la dialisi all'interno del carcere, le trasfusioni per i pazienti talassemici e stiamo per cambiare - anticipa - un'apparecchiatura per la diagnostica con immagini con una digitale e abbiamo programmato anche il teleconsulto. Il rapporto di collaborazione si concretizza oggi il corso di blsd. È un passo avanti per garantire la dignità all'interno delle strutture".
Di iniziativa "davvero importante" ha parlato la presidente del Consiglio regionale della Campania, Rosa D'Amelio. "Abbiamo investito spiega - sulla formazione degli operatori della giustizia e delle guardie carcerarie su interventi di primo soccorso che vanno in aiuto e a sostegno di difficoltà e problematiche che vivono molti carcerati: gli agenti sono a loro i più vicini e questa formazione può salvare molte vite umane.
Quello di oggi è un altro piccolo tassello nel lavoro che stiamo facendo per la difesa dei diritti delle persone detenute ma anche per chi con loro lavora". C'è poi un investimento anche sulla formazione dei reclusi "per offrire loro - conclude la presidente dell'assemblea regionale -un'opportunità lavorativa che possa contrastare il "fenomeno dell'alta recidiva" che si verifica in regione proprio per le scarse "possibilità di reinserimento lavorativo".
napoli.fanpage.it, 28 novembre 2019
I giovani e i minorenni detenuti negli istituti di pena Campani saranno formati per le manovre di di primo soccorso cardio-rianimatorio e defibrillazione cardiaca precoce dagli operatori della Polizia di Stato. È il frutto del protocollo d'intesa siglato tra Polizia di Stato e Dipartimento di Giustizia Minorile "La vita nelle tue mani".
I medici della Polizia di Stato insegneranno ai minori e ai giovani detenuti negli istituti minorili campani le manovre salvavita e quelle per primo soccorso cardio-rianimatorio e defibrillazione cardiaca precoce. È l'obiettivo del protocollo d'intesa firmato oggi, 27 novembre, tra la Polizia e il Dipartimento di Giustizia Minorile e di Comunità per lo svolgimento di corsi di formazione BLS-D (Basic Life Support Defibrillation).
I corsi saranno tenuti da operatori di polizia, che già si occupano della formazione degli agenti. I giovani partecipanti aderenti al protocollo "La vita nelle tue mani" avranno modo di apprendere ed eseguire le manovre di rianimazione cardio-polmonare che, in alcuni casi, sono determinanti per salvare una vita, e al termine riceveranno un attestato di abilitazione. Testimonial del progetto, l'ex nuotatore e conduttore televisivo napoletano Massimiliano Rosolino e l'attore napoletano Massimiliano Gallo.
Alla firma, nella sede del IV Reparto Mobile, erano presenti il Direttore Centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, per le Comunicazioni ed i Reparti Speciali della Polizia di Stato Armando Forgione, il Questore di Napoli Alessandro Giuliano, il Presidente del Tribunale per i Minorenni Patrizia Esposito, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni Maria de Luzenberger e il Dirigente del Centro di Giustizia Minorile Maria Gemmabella.
unifimagazine.it, 28 novembre 2019
Il prossimo anno ricorrono i venti anni di attività del Polo Universitario penitenziario della Toscana. Oggi l'unità fiorentina conta 60 iscritti, tra cui una donna. Per far conoscere l'offerta formativa è stata realizzata anche una guida dello studente detenuto.
Il prossimo anno compirà vent'anni. Il Polo universitario penitenziario (Pup) della Toscana nasce a Firenze per iniziativa dell'Ateneo ed assume una dimensione regionale dal 2010 grazie a un protocollo che coinvolge gli atenei di Pisa e Siena e, dal 2018, anche di Siena Stranieri. Si tratta della seconda esperienza istituzionale in Italia dopo quella di Torino - oggi i Pup sono ventisette - ed è l'unica oggi ad avere una dimensione regionale e ad offrire l'accesso a tutti i corsi di laurea di quattro atenei.
Dal 2000 a oggi, il Pup targato Unifi ha contato oltre 220 studenti. Una ventina di loro - due dei quali proprio di recente - ha completato gli studi. Altri si sono fermati alla tesi o prima. Di altri ancora, trasferiti in altri penitenziari, si sono perse le tracce. A tutti, però, è stato garantito il diritto di poter diventare "cittadini migliori".
Attualmente l'unità fiorentina conta 60 studenti. "Venticinque in più da quest'anno - sottolinea Maria Grazia Pazienza, delegata del rettore dell'Ateneo fiorentino - un risultato particolarmente importante, frutto di un grande impegno svolto da tutto l'Ateneo nell'attività di orientamento". Per promuovere la conoscenza dell'offerta formativa è stata realizzata per la prima volta anche una guida dello studente detenuto "tradotta - aggiunge Pazienza - anche in lingua inglese".
La maggior parte degli iscritti è detenuta nei circuiti di media e alta sicurezza nel carcere di Prato. Sono tutti uomini con un'eccezione. "Proprio tra le matricole - osserva la delegata - vi è una donna detenuta, a Sollicciano, che ha scelto Giurisprudenza". Per il resto non è possibile tracciare un identikit dello studente tipo per via delle molte differenze di età, livello culturale ed estrazione sociale.
La diversità emerge anche in relazione alla scelta del percorso di studi. Fino a qualche tempo fa, le lauree più gettonate erano Scienze politiche, Scienze umanistiche e Agraria. Il quadro oggi risulta più articolato e non mancano iscritti a Economia, Scienze Alimentari e Tecnologia del Legno, istituito a Firenze più di recente.
L'accesso ai corsi da parte dei detenuti avviene attraverso un colloquio, mentre le lezioni e gli esami sono tenuti dai docenti all'interno del carcere. I tutor (docenti in pensione, operatori del servizio civile, tirocinanti e studenti volontari) svolgono una preziosa funzione di raccordo tra le due istituzioni.
In questo quadro, lo sforzo istituzionale è enorme e in questi anni si è tradotto in accordi, iniziative, occasioni di incontro e di scambio anche attraverso il dialogo con un'altra istituzione - l'istituto penitenziario - concepita ovviamente per altre finalità. In questo confronto rientra, tra l'altro, l'apertura di una nuova sala studio presso il penitenziario di Prato che punta a rispondere al bisogno di spazi adeguati da parte degli studenti.
Un impegno particolare dell'Ateneo è rivolto a far conoscere ad altri soggetti e all'opinione pubblica l'esperienza del Pup e, in questa prospettiva, rientrano l'esperienza del primo periodico universitario realizzato dagli studenti detenuti, "Spiragli", coordinato da Silvia Pezzoli, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Sociali, che si è già concretizzata in tre numeri in appena un anno di attività.
Va nella stessa direzione la scelta di partecipare al Festival delle Donne dove alcuni studenti del Polo universitario penitenziario hanno sviluppato una riflessione sul tema delle relazioni familiari e delle emozioni, collegate alla genitorialità attraverso la letteratura e il cinema, che sono state riportate in un'occasione pubblica presso la Biblioteca dell'Isolotto.
In vista dei 20 anni di attività dell'unità fiorentina sono in programma varie iniziative tra cui un convegno che si svolgerà all'inizio del nuovo anno, dove si farà il punto dei risultati raggiunti per delineare nuove tappe da percorrere. Intanto, la realtà fiorentina in carcere è cresciuta di interesse anche sotto il profilo della ricerca. Proprio in questi mesi infatti un gruppo interdisciplinare fiorentino ha cominciato a indagare sul livello di recidiva tra gli studenti detenuti e sul contributo dei poli universitari alla "rieducazione" del condannato per un reinserimento sociale, così come previsto dalla Costituzione.
Quotidiano di Sicilia, 28 novembre 2019
Il presidente della Consulta ha incontrato a Catania gli studenti del Dipartimento di Giurisprudenza. Presentato il docu-film che racconta il viaggio dei sette giudici nei penitenziari italiani. Un "viaggio" nelle carceri italiane tra Carta Costituzionale, illegalità e anche emarginazione. Un argomento su cui negli ultimi anni si sono accesi spesso i riflettori dell'opinione pubblica, in particolar modo sul tema dei diritti umani dei detenuti tra pene detentive e funzione rieducativa della pena stessa.
Ne ha discusso martedì pomeriggio, con gli studenti del dipartimento di Giurisprudenza, il presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi, prendendo spunto dalla proiezione del docu-film di Fabio Cavalli, prodotto da Clipper Media con Rai Cinema, dal titolo "Viaggio in Italia: la Corte Costituzionale nelle carceri".
Un docufilm che racconta il viaggio di sette giudici della Corte Costituzionale che incontrano i detenuti di sette istituti penitenziari italiani. E dal film al "viaggio" cominciato il 4 ottobre a Roma dal Carcere di Rebibbia, cui sono seguite le tappe negli istituti penitenziari di Milano, Nisida, Terni, Genova e Lecce, ma anche nei tribunali, nei teatri e negli atenei di Firenze, Napoli e anche Catania.
"Questo è un viaggio nel viaggio perché grazie al film riusciamo a illustrare il significato del primo, quello nelle carceri a contatto con i detenuti - ha esordito il presidente della Consulta Lattanzi -. Il film commuove e ci fa capire cose che altrimenti non avremmo potuto comprendere. Il carcere viene visto come un qualcosa che non ci riguarda, che è da un'altra parte e, invece, il carcere è una parte del Paese con delle persone reali che hanno i diritti di ogni persona anche se in qualche misura affievoliti o limitati dall'esistenza della prigione".
Il presidente della Corte costituzionale, inoltre, si è soffermato anche sulla situazione delle carceri definendola "comunque meno drammatica di quella che possa immaginare anche se sta aumentando il numero dei detenuti". "La Costituzione è di tutti, la Costituzione non conosce le mura del carcere e anzi può essere vista come un ponte per il mondo esterno" ha concluso il presidente Lattanzi alla presenza, tra gli altri, del rettore dell'Università di Catania Francesco Priolo, del decano di Giurisprudenza Vincenzo Di Cataldo, del prof. emerito di Diritto processuale penale Delfino Siracusano, del prof. di Diritto costituzionale Gianluca Ferro, del prof. di Diritto processuale Fabrizio Siracusano e del direttore della Casa circondariale "Piazza Lanza" Elisabetta Zito.
In Italia, ormai, si è arrivati a oltre 60mila detenuti per poco più di 50mila posti in carcere con ben 8 mila detenuti in più rispetto a tre anni e mezzo fa e un tasso di affollamento che sfiora attualmente il 120% che ha causato innumerevoli condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo. Proprio il legislatore nell'ottobre scorso ha varato la Riforma dell'ordinamento penitenziario che ha apportato modifiche in tema di assistenza sanitaria, di semplificazione delle procedure e di accesso alle misure alternative. E sulla maggiore flessibilità della pena si discute da anni anche alla luce dei dati che testimoniano come i detenuti affidati al circuito carcerario tornano a delinquere nel 68% dei casi, mentre il tasso di recidiva tra chi è affidato a misure alternative si ferma al 19 per cento.
Nel corso dell'incontro con gli studenti il rettore Priolo ha evidenziato che "si tratta di un tema particolarmente importante sui diritti dei detenuti e sul ruolo della Carta costituzionale vigente da 70 anni che segna i diritti di tutti i cittadini e della Consulta che rappresenta il luogo in cui i nostri diritti vengono difesi". Per il prof. Di Cataldo "negli ultimi anni è mutata la consapevolezza della situazione dei detenuti e si pensava che la detenzione fosse un problema di una fascia circoscritta della popolazione, di soggetti diversi di cui nessuno si preoccupava". "Ma non è così e, infatti, è maturata una progressiva presa di coscienza dell'importanza del tema per l'intero sistema sociale e non a caso la Corte costituzionale è stata protagonista di questo cambiamento radicale di prospettiva" ha aggiunto il docente.
gonews.it, 28 novembre 2019
Si chiama "Come a casa. Per una genitorialità consapevole". Coinvolti dieci papà detenuti. L'associazione "Girotondo Intorno al Sogno" di Arezzo ha promosso, grazie ad un protocollo siglato con il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, il progetto "Come a Casa" finalizzato alla promozione di una genitorialità consapevole all'interno degli istituti penitenziari, tra cui anche la Casa Circondariale di Livorno dove si è appena concluso.
Rivolto ad un gruppo di dieci papà detenuti, "Come a casa", attraverso una serie di incontri, ha coinvolto direttamente i bambini e le mamme, oltre al personale di Polizia Penitenziaria che lavora all'interno dell'area colloqui del Carcere. Con l'utilizzo di una sorta di "spartito" del progetto, ovvero la lettura del libro "Il sogno di Cora" (Edizioni Chartusia) e grazie anche ad esperienze di pet therapy e musicoterapia, i professionisti dell'associazione sono riusciti, nel corso degli incontri, a sostenere un percorso di crescita e maturazione dei detenuti rispetto al loro ruolo di padre, garantendo nel contempo ai bambini la possibilità di confrontarsi in maniera più serena con l'assenza della figura paterna.
Il progetto è stato presentato a palazzo comunale nel corso di una conferenza stampa presieduta dall'assessore Andrea Raspanti che si è dichiarato favorevole nel sostenere il progetto che offre l'occasione anche in carcere di creare un rapporto autentico tra padre e figlio e di garantire ai detenuti il diritto all'affettività.
"Il progetto - ha detto - è stato pienamente accolto dall'Amministrazione in quanto risponde alle linee di mandato, ovvero favorire la conoscenza della presenza penitenziaria nel nostro territorio e al tempo stesso accrescere i rapporti tra casa circondariale e comunità".
Alla conferenza hanno partecipato tutti i soggetti coinvolti tra cui il funzionario giuridico-pedagogico area trattamentale, Alessia La Villa; esponenti dell'Associazione "Girotondo Intorno al Sogno, psicoterapeute e agenti della polizia penitenziaria.
Alle ore 18 di mercoledì 27 novembre presso la Biblioteca di Villa Maria(via Calzabigi) l'Associazione "Girotondo Intorno al Sogno" unitamente alla Casa Editrice Carthusia, al direttore del carcere di Livorno dott. Carlo Mazzerbo, all'educatrice referente del progetto Alessia La Villa, al Garante per i diritti dei detenuti Giovanni De Peppo, presentano il libro "Il sogno di Cora".
di Antonio Mattone
Il Mattino, 28 novembre 2019
Il cardinale Crescenzio Sepe ha proseguito il suo viaggio nelle carceri cittadine visitando ieri mattina la Casa circondariale "Giuseppe Salvia Poggioreale", dopo essere stato la settimana scorsa a Secondigliano. Quest'anno, infatti, la Lettera pastorale indirizzata ai fedeli della diocesi di Napoli, è dedicata alla sesta opera di misericordia: visitare i carcerati.
Ad accoglierlo c'erano cento detenuti che frequentano i corsi di catechesi con il cappellano don Franco Esposito, gli altri sacerdoti, suore e volontari. Dopo il saluto della direttrice Maria Luisa Palma, il coro del Conservatorio di San Pietro a Majella ha eseguito una serie di brani di musica sinfonica e di canzoni napoletane, ascoltato in religioso silenzio dai presenti. Alcune domande poste dai detenuti rispetto all'atteggiamento della società nei confronti di chi esce dal carcere e cerca un lavoro e il perdono.
Il Cardinale ha confermato la vicinanza della chiesa verso chi ha commesso degli errori, evocando la storica visita di Papa Giovanni XXIII a Regina Coeli appena salito sul trono di Pietro. I prossimi appuntamenti sono in programma il 5 e 17 dicembre nel carcere minorile di Nisida e in quello femminile di Pozzuoli, mentre l'arcivescovo tornerà a Poggioreale per la fine dell'anno, quando durante la messa di ringraziamento impartirà i sacramenti del battesimo, eucarestia e cresima a un detenuto peruviano. Un incontro denso di significato nel penitenziario dell'emergenza sovraffollamento.
Nello spirito della sua lettera pastorale "Visitare i Carcerati", che richiama l'omonima opera di misericordia, il cardinale Crescenzio Sepe è stato già nel carcere di Secondigliano. "La Chiesa di Napoli - aveva spiegato la Curia in una nota nell'annunciare le visite - volge particolare attenzione al mondo del carcere, ai detenuti, alle loro famiglie, "per collaborare al recupero umano e al reinserimento sociale di quanti hanno perduto la libertà".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 novembre 2019
Le proteste dei migranti e le denunce di "Lasciatecientrare". Ancora disagi e proteste nel centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) di Torino. Nel corso della notte tra il 24 e 25 novembre scorso è scoppiato un nuovo incendio nell'area viola del Cps. I vigili del fuoco sono dovuti intervenire entrando nelle zone interessate. I migranti reclusi - perché di reclusione si tratta - hanno protestato ancora una volta contro le pessime ed ingiuste condizioni di detenzione.
"I reclusi - denuncia la campagna Lasciatecientrare - continuano a denunciare la mancanza di assistenza sanitaria, di vestiti, di asciugamani, mentre il cibo è immangiabile. Il tutto avviene in una condizione di reiterati trattamenti inumani e degradanti".
Per questo gli attivisti della campagna che si occupa di monitorare le condizioni dei centri per migranti chiedono che vengano chiarite le motivazioni della protesta e vengano ascoltati gli uomini che "da diversi mesi provano a far valere il diritto ad un trattamento umano, rimanendo inascoltati e invisibili". La situazione è sempre più problematica. In primis la struttura.
D'inverno ci sono problemi con il riscaldamento ed in estate non ha mai funzionato l'impianto di condizionamento dell'aria. "Le condizioni di caldo asfissiante, in un'area dove non esiste alcun tipo di ristoro dal sole, poiché interamente costruita in cemento - denuncia sempre Lasciatecientrare - hanno costretto i reclusi ogni giorno a dormire all'esterno degli abitati, che sono cubicoli senza finestra non coibentati e che nelle ore più calde diventano delle fornaci".
Ma è l'assistenza sanitaria il punto critico principale del Cpr sia per chi vi arriva già in precarie condizioni di salute che di chi vi si ammala. "Intanto - sottolinea Lasciatecientrare - sarebbe opportuno fare delle verifiche stringenti sulle certificazioni mediche e quindi sui certificatori che autorizzano la possibilità di ingresso e permanenza nel Cpr".
Viene evidenziato che persone con patologie psichiatriche incompatibili con la vita in detenzione, sono state recluse nella struttura. Ci sono casi disumani che sono stati denunciati. Uno riguarda un uomo tunisino, affetto da una semiparalisi e con un esito di resezione del colon: poiché il Cpr possiede solo bagni turchi, egli deve essere legato con corde improvvisate per accedere ai servizi igienici.
Oppure emblematica la denuncia riguardante il caso di un uomo che ingoia 3 pile e beve detersivo. Chiede un supporto medico che gli viene negato. Da suoi contatti esterni viene avvisato il centro antiveleni dell'ospedale Niguarda di Milano, che consiglia un ricovero immediato per il ragazzo. Contemporaneamente viene contattato il 118 da attivisti e medici, ma al ragazzo verrà fornita soltanto una "purga", senza visita medica. Lo stesso verrà rimpatriato quando ha ancora le pile nello stomaco.
di Francesca Conidi
Leggo, 28 novembre 2019
Con la Onlus "Semi di libertà" gli ex detenuti trovano lavoro. Sbarre, manette e frasi presenti sulle mura del locale evocano a gran voce il mondo della prigione. Il pub "Vale la pena", all'Alberone, ci tiene a ricordarlo quel mondo, come tiene a sottolineare che è possibile una seconda vita per chi si lascia alle spalle il carcere e gli errori che lo hanno condotto fin lì. In questo posto infatti, grazie ad un progetto promosso dalla Onlus "Semi di libertà", riescono a trovare lavoro gli ex detenuti che vogliono percorrere una strada nuova, lontana dalla delinquenza.
"Abbiamo la mission di contrastare la recidiva delle persone in esecuzione penale, ovvero evitare che facciano altri reati una volta usciti dalla prigione", spiega Paolo Strano, Presidente della Onlus che ha avviato il progetto. "Purtroppo in Italia è quasi la normalità, visto che le statistiche evidenziano che il 70% dei pregiudicati non riesce a correggere i propri comportamenti illegali. Il problema è enorme perché sono tanti i costi che il detenuto deve affrontare una volta tornato in libertà, sia dal punto di vista sociale sia da quello economico, e non sempre trova alternative al crimine".
Grazie all'associazione, che ha promosso l'attività di Economia carceraria a Rebibbia, nel 2014 è stato aperto un birrificio all'interno del penitenziario romano, germoglio dal quale è sbocciata nel 2018 la realizzazione di questo Pub.
"Con l'intenzione di fare un passo avanti nella nostra iniziativa di inclusione sociale, abbiamo formato e inserito dei detenuti nella filiera della birra artigianale", sottolinea Paolo. A promuovere l'iniziativa ci pensa Oscar La Rosa, Amministratore della piattaforma che ha contribuito alla nascita di "Vale la Pena". "È un mondo, a volte troppo nascosto, che però è reale. In questo caso le imprese investono sui detenuti con un contratto di lavoro regolare, come avviene nel mondo libero, dandogli la possibilità di mantenere famiglie e saldare le "spese per il mantenimento del condannato" di cui non si parla mai". "Qui al momento - prosegue Oscar - lavorano tre persone, due detenuti e un volontario. Per noi è fondamentale questa coesione per comunicare all'esterno di non ghettizzare mai nessuno. Fare un progetto di soli carcerati sarebbe stato sbagliato visto che l'obiettivo principale è l'integrazione. Sui nostri taglieri i prodotti dell'economia carceraria e quelli del mondo libero si trovano insieme e si esaltano a vicenda".
di Emanuela Sorrentino
Il Mattino, 28 novembre 2019
Pizza vuol dire anche solidarietà concreta. Non è la prima volta che accade, ma la kermesse di Palazzo Caracciolo ha sempre avuto un occhio particolare all'impegno sociale. Sostenere il pranzo di Natale organizzato a Poggioreale per i detenuti. E' questo l'obiettivo della raccolta fondi organizzata in collaborazione con la Comunità di Sant'Egidio e annunciata dalla nutrizionista Francesca Marino, CEO di MySocialRecipe.com, per la serata finale della quarta edizione del contest internazionale #pizzAward.
«Anche quest'anno, attraverso il contest #pizzAward, ho voluto dare un segno tangibile di solidarietà reale e concreta - afferma Francesca Marino, ideatrice del format - perché attraverso un impegno per il sociale come questo, si può dimostrare l'alto valore culturale che riveste la pizza con il suo linguaggio universale». Così, dopo il primo corso per pizzaioli ipovedenti e quello rivolto ai migranti ospiti dei centri di prima accoglienza, organizzato l'anno scorso nell'ambito dell'iniziativa, quest'anno si lancia un appello a favore della Comunità di Sant'Egidio che potrà offrire il pranzo di Natale ai detenuti del carcere di Poggioreale, che in quel giorno saranno lontani dai propri affetti, regalando loro una giornata diversa. La raccolta fondi è avvenuta proprio durante la premiazione.
«L'incontro tra la buona tavola e la solidarietà è sempre un incontro felice. Questa serata in cui sono stati raccolti dei fondi per poter realizzare un pranzo di Natale nella casa circondariale «Giuseppe Salvia Poggioreale» per 150 detenuti tra i più poveri e senza famiglia, è un gesto di grande attenzione e generosità del mondo della pizza- afferma Antonio Mattone, portavoce della Comunità di Sant'Egidio". Ed è anche un segno di speranza e di vicinanza verso chi, pur avendo commesso degli errori, si trova in solitudine in un momento particolare".
- Roma. "Bookciak, Azione!", le detenute-registe nel penitenziario di Rebibbia
- Milano. "Recuperando il cielo", voci e immagini dentro e fuori il carcere
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