di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 7 gennaio 2020
L'inizio del nuovo anno è segnato da una legge che elimina la prescrizione del reato: un istituto giuridico di lunga tradizione, coerente con l'impianto costituzionale che stabilisce che il processo debba avere "una ragionevole durata", che la presunzione di incoerenza sia effettiva fin alla sentenza definitiva, e che la sanzione cioè la pena sia finalizzata a redimere il colpevole e reintegrarlo nella società.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 7 gennaio 2020
Sulla carta e nelle agenzie si tratta di uno slittamento dovuto a per "ragioni legate all'agenda di palazzo Chigi". In realtà, il vertice sulla prescrizione atteso per oggi e posticipato al 9 gennaio rischia di provocare l'ennesimo scossone nella maggioranza e per questo il premier Conte ha deciso di prendersi qualche manciata di ore in più. Per far sbollire gli animi, soprattutto, in modo da evitare un rientro dalle ferie con un violento muro contro muro tra alleati.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 gennaio 2020
Il primo decesso a Voghera a Natale, l'altro a Poggioreale il 27 dicembre. Due sono i casi emblematici che hanno chiuso tragicamente l'anno 2019. Parliamo di due persone affette di un tumore che sono morte quando oramai la loro malattia risultava in stato avanzato. Il primo riguarda il caso di Salvatore Giordano, già segnalato da Il Dubbio grazie alla denuncia resa pubblica dall'associazione Yairaiha Onlus.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 7 gennaio 2020
Giovedì nuovo vertice. Senza una svolta potrebbe passare la controriforma di Forza italia. L'anno nuovo ripropone vecchie questioni, almeno in materia di giustizia. E chissà se i due giorni in più che il premier Giuseppe Conte s'è ritagliato prima della riunione con i partiti di maggioranza aiuteranno la mediazione finora fallita.
L'appuntamento inizialmente fissato per oggi pomeriggio è slittato al 9 gennaio, causa sopravvenuti impegni del presidente del Consiglio alle prese con la crisi in medio Oriente. Ci sono quindi altre quarantott'ore per cercare di evitare un altro passaggio a vuoto. L'ennesimo.
Il punto della discordia è sempre lo stesso: la prescrizione dei reati che dal 1° gennaio non esiste più dopo la sentenza di primo grado, di condanna o di assoluzione che sia, grazie alla legge votata da Cinque stelle e Lega un anno fa. Ora Matteo Salvini la rinnega, ma fu il suo partito ad accettare la modifica, rinviando l'entrata in vigore al 2020 perché nel frattempo altre riforme avrebbero dovuto accelerare i tempi del processo.
Non se n'è fatto niente, Salvini ha provocato la crisi del governo Conte i e il Pd - che aveva votato contro il blocco della prescrizione ma ora sostiene il Conte 2 - s'è ritrovato nella scomoda posizione di dover chiedere ai neo-alleati grillini contromisure che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede fin qui s'è rifiutato di concedere.
Ora i democratici (ma pure i renziani di Italia viva e Leu, ugualmente contrari al "fine processo mai") si aspettano che il Guardasigilli arrivi con qualche proposta che vada nella direzione da loro indicata: l'introduzione di modifiche che tengano conto delle critiche giunte da tre partiti di governo su quattro, e non solo.
Contro la nuova disciplina si sono schierati autorevoli costituzionalisti e gran parte dell'accademia, oltre che gli avvocati. E tra gli stessi magistrati sono state sollevate molte perplessità. La riunione di giovedì a Palazzo Chigi diventa dunque un passaggio decisivo, anche perché la partita che si sta giocando potrebbe avere importanti risvolti politici.
Se nulla dovesse accadere, infatti, Italia viva ha già annunciato il voto favorevole al disegno di legge del forzista Enrico Costa che reintroduce i tempi di prescrizione com'erano fino all'anno scorso, sul quale il Pd ha intenzione di astenersi: uno scenario da quasi-ribaltone che avrebbe evidenti ripercussioni sulla tenuta dell'esecutivo. Motivo in più, per Conte, di impegnarsi personalmente al fine di evitare che la situazione precipiti.
"Ci dev'essere un atto che certifichi un passo avanti verso una soluzione equilibrata del problema", spiega il sottosegretario pd alla Giustizia Andrea Giorgis. Il quale ribadisce che l'obiettivo del suo partito non è garantire l'impunità ai responsabili di reati che inseguono la prescrizione per evitare le condanne, bensì "scongiurare effetti paradossali" che rischiano di allungare ulteriormente la durata dei processi: "Il trascorrere del tempo rende più urgente un intervento correttivo, perché non mitiga ma acuisce i potenziali effetti negativi della riforma".
Finora Bonafede ha ripetuto che il problema si risolve accelerando i tempi della giustizia penale con le riforme che lui stesso sta mettendo a punto. Giovedì dovrebbe riproporle, insieme ai dati con i quali sostiene che la riforma da lui voluta avrà effetti positivi sulla domanda di giustizia dei cittadini. Ma se non vuole introdurre la prescrizione processuale (decadenza dei procedimenti che non si concludono entro un certo tempo predeterminato per ogni fase) deve trovare o accettare qualche altro rimedio che stemperi le conseguenze dell'abolizione tout court della prescrizione dopo la prima sentenza.
È ancora Giorgis a indicare un possibile percorso: "Se si riesce finalmente a presentare il testo della riforma del processo penale, si può discutere anche dell'ipotesi di far decorrere i tempi della prescrizione non più dal momento in cui si verifica il fatto-reato bensì dalla sua scoperta, garantendo così tempi congrui per indagini e processi". Sarebbe una novità "rivoluzionaria" soprattutto per i reati dei cosiddetti "colletti bianchi", come la corruzione o bancarotta, su cui spesso si comincia a indagare a molti anni di distanza.
di Bruno Tinti
Italia Oggi, 7 gennaio 2020
La risposta: un processo rapido. Ma non si può fare perché provocherebbe una disoccupazione intollerabile. Nel secolo scorso, in alcuni piccoli paesi, c'era ancora l'acquaiolo, il venditore ambulante di un bicchiere d'acqua prelevata da un orcio che portava sulle spalle. La saggezza popolare ne aveva derivato l'esempio tipico della domanda stupida: acquaiolo, l'acqua è fresca? Oggi nessuno ci pensa più e quasi tutti prendono sul serio le dissertazioni più o meno dotte recitate da acquaioli la cui risposta è scontata: l'acqua è freschissima, signurì.
Che volete che dicano gli avvocati sulla riforma della prescrizione? I loro clienti li pagano per non andare in galera. Che l'avvocato riesca a convincere il giudice che l'imputato è innocente (il che può essere difficile anche quando sia la verità), o che il reato si estingua per prescrizione, per lui si tratta di successo professionale. E volete che sia favorevole a una riforma che riduca o addirittura elimini le possibilità di questo successo?
Che volete che dicano i magistrati sulla riforma della prescrizione? Un pm che ha lavorato come una bestia per anni, un giudice che ha condotto un dibattimento lungo e faticoso; possono mai essere favorevoli al mantenimento di una prescrizione che ammazza circa il 40% dei processi che sono costati tanto impegno?
Che volete che dicano i cosiddetti colletti bianchi (i colletti neri non hanno di questi problemi, i reati che commettono loro non si prescrivono quasi mai) e i politici che sono loro avvinti da reciproci interessi? Possono, politici, imprenditori, professionisti, le categorie nelle quali ci sono quelli che praticano corruzione, falso in bilancio, frode fiscale, insider trading, turbative d'asta, accettare una riforma che chiude l'uscita di sicurezza da processi che sono costruiti per durare una vita e lasciarli "assolti, assolti", come disse un celebre avvocato quando il suo cliente beneficiò appunto della prescrizione? Sono tutti acquaioli le cui alate argomentazioni (incivile, immorale, inumano e via così in una scala di crescente affettata indignazione) preludono a una conclusione che potrebbe essere anticipata e riassunta in una sintesi inequivoca: a me fa comodo così.
Fuori dalla logica dell'acquaiolo, i termini del problema sono questi. La prescrizione esiste in tutti i Paesi civili. Dopo un po' di tempo, lo Stato perde interesse a perseguire e punire gli autori di un reato. Scaduto il termine previsto dalla legge, non si può più procedere. E però: se lo Stato inizia un procedimento penale, prova più evidente che ha interesse a individuare l'autore del reato e a metterlo in prigione, non c'è. Quindi la prescrizione si blocca e tutti a lavorare. Poi ogni Paese ha un suo sistema processuale e arriva alla fine in tempi diversi. Ma alla fine ci arrivano tutti.
Meno l'Italia. Da noi la prescrizione non consiste solo nel tempo trascorso dal momento in cui il reato è stato commesso a quello in cui si comincia a procedere; ma anche nel tempo durante il quale si procede. Insomma, quando parte non si ferma più. Se la condanna arriva prima che il termine di prescrizione sia decorso, bene. Se no, chiasso finito: il lavoro fatto si butta dalla finestra (magari c'è stata condanna in primo e secondo grado e si è in Cassazione per un ricorso delle balle su una presunta nullità processuale) e l'imputato è "assolto".
La cosa è ancora più grave perché il termine di partenza è uguale per tutti i reati: il momento in cui il delitto è stato commesso. Il problema sta nel fatto che, se vi rubano il motorino, voi denunciate il furto ai carabinieri il giorno stesso e le indagini partono subito. Ma se si tratta di una frode fiscale, le indagini partono nel quarto o quinto anno successivo, quando l'Agenzia delle entrate procede all'accertamento (sempre che lo faccia); e se il "nero" è stato utilizzato per corrompere qualcuno, che sia stata commessa una corruzione lo si sa ancora dopo.
Quindi le indagini partono con molto ritardo ma il tempo trascorso viene comunque contato per la decorrenza del termine finale. Nel caso di una frode fiscale, il termine massimo di prescrizione è di 7 anni e mezzo. Perciò, nella realtà quotidiana ci sono da 2 a 3 anni mal contati per indagini, Tribunale, Appello e Cassazione. Non si arriva in Appello, spesso nemmeno in Tribunale. E pensate che gli avvocati (e i loro clienti) siano disposti a privarsi di uno strumento come questo? Non è questione di diritti umani e compagnia cantante. Qui di soldi si tratta.
Bene, basterebbe semplificare il processo: una cosa rapida, efficiente e, anche tenendoci la prescrizione "italiana", alla sentenza definitiva di condanna o assoluzione ci si arriverebbe. Ma il problema sempre lo stesso è. I soldi. In Italia ci sono 250 mila avvocati (in Francia 40 mila). A Torino ci sono più avvocati che a Manhattan. I dipendenti dello Stato impegnati nella Giustizia sono circa 45 mila (escluse - naturalmente - le forze di Polizia). Quanti perderebbero il lavoro con un processo spogliato e di tutte le formalità inutili, di tutte le memorie superflue, con un solo grado di giudizio e un ricorso, per soli motivi di diritto, in Cassazione? Quanti guadagnerebbero molto di meno? La Giustizia è un enorme ammortizzatore sociale. Inefficiente, irrazionale, improduttiva; ma dà da mangiare a tantissime persone. Che è il motivo per cui ogni riforma del processo penale è aria fritta, specchietto per allodole elettorali, discorsi fatti di niente.
È così che siamo arrivati a questo punto. Con una prescrizione che, se allungata, permetterebbe di mandare in galera tanti delinquenti (soprattutto quelli più pericolosi, che ne beneficiano regolarmente: politici e colletti bianchi); e che però allungherebbe a dismisura processi già infiniti e terrebbe sulla graticola gli imputati per tempi insopportabili. Il che, per gli innocenti, è davvero iniquo, inumano, inaccettabile ecc. ecc. e che, d'altra parte, se ridotta o anche lasciata così com'è, costituisce una garanzia di impunità per i colpevoli (sempre quelli più pericolosi di cui sopra). Parafrasando Lenin: che fare? Escluso quanto necessario (un processo penale rapido ed efficiente avrebbe conseguenze sul piano occupazionale pari a 2 o 3 Ilva e a un paio di decine di Alitalia), niente. Come sempre.
di Alessandra Turrisi
Avvenire, 7 gennaio 2020
Non si conosce il nome del sicario che, il 6 gennaio 1980, uccise l'allora presidente della Regione Siciliana. A Palermo la commemorazione con il presidente della Repubblica, fratello della vittima. Piersanti Mattarella nacque a Castellammare del Golfo (Trapani) il 24 maggio 1935. Esponente della Democrazia Cristiana, fu eletto dall'Assemblea regionale siciliana presidente della Regione il 9 febbraio 1978 con 77 voti su 100, alla guida di una coalizione di centrosinistra con l'appoggio esterno del Pci. Il 6 gennaio 1980, in Via della Libertà a Palermo, un sicario lo uccise a colpi di pistola.
Non c'è giustizia senza verità. E anche per il delitto Mattarella, come per troppe stragi italiane, non si conosce il nome di chi fermò la voglia di rinnovamento politico di un uomo che aveva il sogno di una Regione "con le carte in regola". Il 6 gennaio saranno trascorsi quarant'anni dall'omicidio a Palermo del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella, uomo della Dc, considerato artefice di una stagione di riforme e di trasparenza all'interno dell'amministrazione regionale e che per la prima volta portò il Pci a sostenere la maggioranza di centrosinistra. Il suo sogno si infranse quella mattina dell'Epifania del 1980, quando l'allievo di Aldo Moro fu colpito dai killer al volante della sua Fiat 132, davanti casa, nella centralissima via Libertà, mentre stava per andare a Messa. Un anniversario in cui la famiglia, le istituzioni, i cittadini aspettano ancora la verità.
Il 6 gennaio Palermo ha ricordato il 40 anniversario dell'assassinio del presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, accogliendo con solennità il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Con una seduta straordinaria il Parlamento regionale, alla presenza del Presidente della Repubblica, ha voluto rendere omaggio all'esponente della Dc ucciso davanti casa. Presenti tra gli altri il presidente della Regione, Nello Musumeci, con l'intera giunta, il presidente dell'Ars, Gianfranco Micciché. Pochi momenti prima, il sindaco Leoluca Orlando, i familiari di Mattarella, i figli Bernardo e Maria, l'arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, hanno scoperto la targa di intitolazione del parco centrale della città, il Giardino inglese, alla memoria di Piersanti Mattarella.
L'occasione per guardare ai problemi di oggi della Sicilia e del Meridione, alla luce dell'esempio e delle azioni politiche messe in campo da un politico di razza, che Orlando definisce un "resistente della Costituzione". In rappresentanza del governo nazionale, il ministro per il Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano: "La mafia che ha voluto uccidere Piersanti Mattarella non ha vinto, eppure non ha nemmeno perso perché quella riforma profonda delle istituzioni che Mattarella voleva realizzare in Sicilia, e di cui c'è bisogno in tutto il Paese, è un lavoro che ancora deve essere portato a compimento: le ragioni per cui è stato ucciso sono ancora attuali. È stato un uomo che ha tenuto alta la dignità della politica e delle istituzioni. Lascia l'eredità di una politica concepita come uno sforzo altissimo di un impegno civile, lascia l'idea che fosse necessaria per lo sviluppo un'amministrazione efficiente ed efficace".
L'ordine di uccidere Mattarella arrivò dalla cupola mafiosa, con boss di primo piano come Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, ma l'ipotesi di un intreccio tra la pista "nera" e gli interessi di Cosa nostra è sempre rimasta in piedi, pur non riuscendo mai ad approdare a una verità giudiziaria. Coloro che in un primo tempo furono ritenuti gli esecutori, Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, esponenti dei Nuclei armati rivoluzionari, sono stati assolti anche in Cassazione. Le prove non hanno retto in dibattimento, neppure la descrizione fatta dalla moglie di Mattarella, Irma Chiazzese, che parlò di un ragazzo "con gli occhi di ghiaccio e l'andatura ballonzolante", neppure le testimonianze di collaboratori neofascisti.
Eppure la Procura di Palermo, coordinata da Francesco Lo Voi, due anni fa ha riaperto l'inchiesta, che sta facendo emergere nuove possibili connessioni. Le nuove perizie hanno infatti stabilito che le armi che uccisero il politico siciliano e il giudice Mario Amato a Roma, sei mesi dopo, sono dello stesso tipo, Colt Cobra calibro 38 Special. Per l'omicidio Amato, proprio Cavallini dei Nar è stato condannato come killer. Torna quindi di attualità la pista di scambi tra mafia e destra eversiva, ma non ci sono elementi tecnici per dire che sia stata usata la stessa arma. Il pm Roberto Tartaglia, ex sostituto procuratore a Palermo ora consulente della commissione Antimafia nazionale, ha lanciato un appello al terrorista nero Giusva Fioravanti.
"Ha iniziato un percorso sociale importante e comunque non può più essere processato per quei fatti, essendo già stato assolto: perciò potrebbe contribuire al raggiungimento della verità. Potrebbe, ove lo ritenesse, aggiungere dei tasselli per ricostruire alcuni segmenti misteriosi che lo collegano alla Sicilia in quel periodo".
E a prendere per primo in esame l'ipotesi di una pista "nera" fu proprio Giovanni Falcone, l'uomo di punta del pool antimafia degli anni Ottanta, ucciso poi nella strage di Capaci del 1992. Lo hanno confermato, nelle scorse settimane, i verbali dell'audizione integrale "desecretata" del giudice palermitano alla Commissione Antimafia, che all'epoca indagava sugli attentati politici commessi da Cosa nostra. Nel 1988, Giovanni Falcone definiva l'indagine "estremamente complessa", dal momento che si trattava di capire "se e in quale misura la pista nera" fosse "alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa.
Il che potrebbe significare altre saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani". Falcone ancora aveva ammonito, trattandosi di una "materia incandescente", sulla necessità di non "gestire burocraticamente questo processo". Di più: aveva evidenziato l'esistenza di "collegamenti e coincidenze" tra le indagini sull'omicidio Mattarella e quelle riguardanti la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e "certi passaggi del golpe Borghese, in cui sicuramente era coinvolta la mafia siciliana".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 gennaio 2020
La difesa del leader della Lega sul caso Gregoretti mostra il lato più pericoloso del salvinismo: l'idea che i voti ricevuti ti possano permettere di essere considerato al di sopra della legge. Così Salvini è finito in un angolo proprio sull'immigrazione. Matteo Salvini, ieri pomeriggio, nel corso di una diretta Facebook, è tornato a occuparsi dei suoi problemi e lo ha fatto ricordando che "il 26 gennaio ci sarà l'eventualità di un processo nei miei confronti".
Salvini ha detto di non essere preoccupato, più che altro ha detto di essere "schifato e incuriosito", e ha sostenuto che "solo in Italia possono provare a processare con l'ok del Parlamento un ex ministro che ha solo difeso i confini, la sicurezza e l'onore del paese".
"Mi vogliono mandare a processo - ha aggiunto l'ex ministro - per sequestro di persona perché ho bloccato per quattro giorni uno sbarco? Lo facciano. Io penso che non processeranno solo Matteo Salvini ma processeranno la stragrande maggioranza degli italiani".
Nel corso del suo videomessaggio, il leader della Lega ha cercato di mostrare una relativa serenità utilizzando uno stile simile a quello incarnato dal marchese del Grillo - senso del messaggio: io-so-io-e-voi-non-siete-un-cazzo - ma ancora una volta dovendo parlare delle accuse mosse contro di lui l'ex ministro ha scelto di non entrare in alcun modo nel merito, scommettendo tutto su una strategia difensiva finalizzata a dimostrare semplicemente un unico fatto: il popolo sta con me.
Nell'approccio difensivo scelto da Salvini sul caso Gregoretti emerge però un problema non di secondo piano di cui forse il leader della Lega non si deve essere reso conto fino in fondo. La scorsa estate, Salvini è finito in un angolo nel momento stesso in cui ha forzato la mano chiedendo agli italiani di aiutarlo a conquistare i "pieni poteri" per governare l'Italia.
L'espressione "pieni poteri" è stata spesso evocata dagli avversari del leader leghista per ricordare cosa potrebbe significare affidare un giorno i pieni poteri a un leader desideroso di far fare un passo fuori dall'Europa a uno dei paesi che l'Europa l'ha fondata. Salvini ha sempre negato di aver utilizzato l'espressione pieni poteri con il tono ducesco di chi vuole mettere il consenso su un piedistallo più elevato rispetto alle leggi e alla Costituzione.
Il caso Gregoretti però ci dice che almeno sull'immigrazione Salvini considera il potere derivatogli dal consenso popolare più importante rispetto all'obbedienza della legge. E la lettura delle 57 pagine di accuse contenute nella domanda di autorizzazione a procedere trasmessa alla presidenza del Senato a metà dicembre dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Catania è istruttiva su un fatto che riguarda un tema cruciale in una democrazia: l'idea che i voti ricevuti possano dare la possibilità a un politico di essere considerato al di sopra della legge. Sarebbe bello che Salvini rispondesse punto su punto alle contestazioni mosse dalla procura di Catania esercitando il suo diritto alla difesa - il leader della Lega è accusato di sequestro di persona aggravato dalla qualifica di pubblico ufficiale, dall'abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonché per avere commesso il fatto anche in danno di soggetti minori di età - ma c'è da scommettere che nei prossimi giorni continuerà a non offrire argomentazioni sul fatto se abbia o no, nella sua qualità di ministro dell'Interno, "abusato dei suoi poteri, privato della libertà personale 131 migranti di varie nazionalità a bordo dell'unità navale Gregoretti della Guardia costiera italiana".
Se abbia o no "violato le convenzioni internazionali in materia di soccorso in mare e le correlate norme di attuazione nazionali non consentendo, senza giustificato motivo, al competente Dipartimento per le libertà civili per l'immigrazione di esitare tempestivamente la richiesta di Pos, place of safety, presentata formalmente il 27 luglio 2019, bloccando la procedura di sbarco dei migranti e determinando così in modo consapevole la legittima privazione della libertà personale di questi ultimi, costretti a rimanere in condizioni psicofisiche critiche a bordo della nave Gregoretti ormeggiata nel porto di Augusta fino al pomeriggio del 31 luglio".
E se questo fatto, poi, sia stato o no "aggravato dall'essere stato commesso da un pubblico ufficiale con abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate" e se sia stato commesso o no "anche in danno di soggetti di minore età".
"Se mi processeranno per aver difeso i confini, la sicurezza e l'onore del nostro paese, sarà come se processassero tutto il popolo italiano", ripete da giorni Matteo Salvini. Ma quello che il leader della Lega tende a non dire ai suoi follower è che il problema di ciò che è successo con la nave Gregoretti - che tra l'altro è un problema ancora più grave rispetto a ciò che accadde con la nave Diciotti, perché la Diciotti era un mezzo attrezzato per specifiche operazioni di soccorso in mare, mentre la Gregoretti è una nave destinata all'attività di vigilanza, non è in grado di fornire un'adeguata sistemazione logistica a un così elevato numero di persone e non a caso ha accolto per diversi giorni i migranti sul ponte di coperta esponendoli agli eventi atmosferici senza che fossero presenti condizioni igienico-sanitarie tali da garantire a bordo la salute degli stessi migranti - ha a che fare con l'onore di un paese per le ragioni opposte a quelle suggerite dall'ex ministro.
Salvini forse non lo sa, ma quando si parla di diritto del mare vi sono alcuni doveri a cui gli stati devono adempiere che hanno a che fare con il diritto alla vita e il rispetto della libertà e della dignità umana. Salvini forse non lo sa, ma l'obbligo di salvare la vita in mare costituisce un preciso dovere degli stati e prevale su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell'immigrazione irregolare. Salvini forse non lo sa, ma le convenzioni internazionali cui l'Italia ha aderito non possono costituire oggetto di deroga da parte di valutazioni discrezionali dell'autorità pubblica (articoli 10, 11, 117 della Costituzione) e costituiscono un "rango gerarchico superiore rispetto alla disciplina interna" (l'articolo 117 prevede che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto, tra l'altro, dei vincoli derivanti dagli obblighi internazionali).
Salvini forse non lo sa, ma nel 1982 una convenzione che norma il diritto del mare (Unclos: United Nations Convention on the Law of the Sea) ha sancito (a) che ogni stato debba "esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in pericoloso di vita quanto più velocemente possibile" e che (b) ogni stato costiero ha l'obbligo di "promuovere l'istituzione, l'attivazione e il mantenimento di un adeguato ed effettivo servizio di ricerca e soccorso relativo alla sicurezza in mare".
Salvini forse non lo sa, ma il concetto di "obbligo di collaborazione ai fini del soccorso in mare" cui fa riferimento la Convenzione appena citata è parte di altre due convenzioni internazionali a cui l'Italia ha aderito nel 1974 (la Solas: Safety of Life at Sea) e nel 1979 (la Convenzione internazionale di Amburgo sulla ricerca e il soccorso marittimi: la Sar, Search and Rescue).
Salvini forse non lo sa, ma la convenzione di Amburgo, in particolare, obbliga gli stati "a garantire che sia prestata assistenza a ogni persona in pericolo in mare" e "a fornire le prime cure mediche o di altro genere e a trasferirla in un luogo sicuro".
Salvini forse non lo sa, ma l'atteggiamento avuto sul caso Gregoretti con buona probabilità (siamo sempre garantisti) è in violazione non solo del diritto del mare ma anche di una legge fatta dallo stesso Salvini, "stante quanto previsto dall'articolo uno del decreto sicurezza bis convertito in legge l'8 agosto del 2019 secondo il quale il ministro dell'Interno può limitare o vietare l'ingresso il transito o la sosta di navi nel mare territoriale per ordini di sicurezza per motivi di ordine e sicurezza pubblica salvo che si tratti di naviglio militare".
Salvini può solo dire che il popolo è con lui e che il consenso gli permette di fare ciò che vuole. Ma mentre lo dice e lo twitta, i pieni poteri sono lì che si manifestano e mostrano un politico intimamente convinto di un fatto pericoloso: che i voti ti possano mettere al di sopra della legge e che il mandato ricevuto dal popolo ti possa consentire di commettere alcuni reati.
Il leader della Lega probabilmente sa bene di non avere elementi sufficienti per difendersi su basi giuridiche e per questo ha scelto di trasformare la sua strategia difensiva in una tappa della sua campagna elettorale. Nel mondo anglosassone, i bravi politici in difficoltà quando si trovano nei guai tentano di diventare grandi e di dare il meglio di sé stessi: when in trouble go big. In Italia, Matteo Salvini, ha dato continuità a una tradizione diversa: se sei in difficoltà, prova a sporcellare un po' - when in trouble, go pig.
Il garantismo vale per tutti e vale ovviamente anche per Salvini, ma chiedere che l'ex truce venga giudicato per ciò che ha fatto da ministro non ha a che fare con la presunzione di innocenza. Ha a che fare semplicemente con l'abc di uno stato di diritto: non è sufficiente avere del consenso per essere al di sopra della legge. È la democrazia, bellezza.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 7 gennaio 2020
L'inchiesta contro la 'ndrangheta mostra già qualche crepa, ma è vietato criticare il procuratore. Seppur ancora nella fase cautelare, cominciano a emergere le prime crepe della maxi operazione contro la 'ndrangheta, denominata "Rinascita-Scott", lanciata prima di Natale dalla procura di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri, e che ha portato all'applicazione di addirittura 334 misure di custodia cautelare (260 arresti in carcere, 70 arresti domiciliari e quattro divieti di dimora).
Giovedì il tribunale del Riesame di Catanzaro ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare, revocando gli arresti domiciliari, nei confronti dell'esponente politico più importante coinvolto nella maxi retata. Si tratta di Luigi Incarnato, segretario calabrese del Psi e commissario della società di gestione degli acquedotti Sorical.
Incarnato è indagato per corruzione elettorale. Secondo l'accusa, in occasione delle elezioni politiche del 2018, in cui era candidato nella lista del Pd, avrebbe offerto la propria collaborazione in cambio di voti a personaggi sospettati di avere legami con cosche del vibonese. "Come abbiamo sempre detto, abbiamo fiducia nella magistratura giudicante che ha fatto giustizia di una misura particolarmente afflittiva e, a nostro avviso, abnorme e particolarmente ingiusta", ha dichiarato il legale di Incarnato, l'avvocato Franz Caruso.
Incarnato non è l'unico a essersi visto annullare o attenuare la misura cautelare richiesta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Se da martedì il tribunale del Riesame comincerà a esaminare il grosso delle impugnazioni presentate contro i provvedimenti cautelari (tra i ricorrenti spicca il nome dell'avvocato ed ex parlamentare Giancarlo Pittelli), sono già venti le persone indagate che hanno visto mutare la loro posizione.
In seguito agli interrogatori di garanzia, infatti, il gip di Catanzaro ha deciso di rimettere in libertà sette persone, revocando il carcere o i domiciliari, e di attenuare le misure cautelari (dal carcere ai domiciliari o dai domiciliari all'obbligo di firma) nei confronti di altre nove persone. Il gip del tribunale dei minori ha rimesso in libertà un ragazzo ventenne, incarcerato per fatti che avrebbe commesso quando era minorenne. Il tribunale del Riesame, infine, ha annullato gli arresti domiciliari per Incarnato e il carcere per altre due persone.
E pensare che, all'indomani della maxi retata e della conferenza stampa in cui erano stati illustrati i numeri dell'inchiesta, il procuratore Gratteri si era pure lamentato, prima via social e poi in televisione, delle poche prime pagine che i quotidiani avevano deciso di dedicare alla sua inchiesta e ai suoi arresti. Quegli stessi arresti che ora, in diversi casi, si stanno rivelando infondati (nel silenzio degli organi di informazione). L'intera vicenda assume tratti ancor più grotteschi se si considera la storia, raccontata nei giorni scorsi da Italia Oggi, di un imprenditore (titolare di una società di pompe funebri) finito agli arresti domiciliari nell'ambito della maxi operazione contro la 'ndrangheta con l'accusa di aver risparmiato 80 euro nella qualità dei mattoni di un loculo.
Nonostante tutto, il nome di Gratteri appare intoccabile. Ne sa qualcosa Otello Lupacchini, procuratore generale di Catanzaro, che nei giorni successivi all'operazione "Rinascita-Scott" aveva criticato pubblicamente l'operato della procura di Catanzaro: "Sebbene possa sembrare paradossale, non so nulla di più di quanto pubblicato dalla stampa, in quanto c'è la buona abitudine da parte della procura distrettuale di Catanzaro di saltare di tutte le regole di coordinamento e collegamento con la procura generale.
I nomi degli arrestati e le ragioni degli arresti li abbiamo conosciuti soltanto a seguito della pubblicazione della stampa, che è molto più importante della procura generale da contattare e informare", aveva dichiarato Lupacchini, facendo anche riferimento all'"evanescenza di molte operazioni" condotte dalla procura guidata da Gratteri. Risultato? Al Csm i consiglieri di Area e di Magistratura Indipendente hanno chiesto di aprire una pratica per valutare le parole di Lupacchini ed eventualmente punirlo con il trasferimento.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 7 gennaio 2020
Sparita dai radar l'indagine della Procura di Perugia, perse le tracce del procedimento disciplinare del Csm, anche la decisione dei probiviri dell'Anm sulle toghe coinvolte nel caso "Palamara" è finita nel cassetto.
Dal Palazzaccio di piazza Cavour. sede dell'Anm. non si hanno da mesi più notizie sullo stato del fascicolo per violazione del codice etico aperto a carico dei magistrati coinvolti nelle cene dello scorso maggio con i deputati del Pd Cosimo Ferri, ora Italia viva, e Luca Lotti, dove si discuteva delle nomine di alcune Procure, iniziando da quella di Roma.
Gli incontri romani fra toghe e politici furono registrati tramite il Trojan installato nel cellulare dell'ex presidente dell'Anm e membro del Csm, Luca Palamara. sotto indagine a Perugia dal 2018 per corruzione. Secondo l'accusa, Palamara avrebbe ricevuto denaro e benefit in cambio della nomina, non avvenuta, di Giancarlo Longo a procuratore di Gela.
Era il 5 giugno quando il Comitato direttivo centrale dell'Anm decise all'unanimità di deferire al collegio dei probiviri i magistrati investiti dalla bufera scaturita dall'indagine della Procura del capoluogo umbro.
Venne anche diramato un comunicato: il Comitato "deferisce al collegio dei probiviri. cui spetterà di verificare la sussistenza di violazioni del codice etico, i colleghi Luca Palamara, Cosimo Ferri, Luigi Spina, Antonio Lepre, Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli e Gianluigi Morlini, riservandosi di deferire altri colleghi che risultassero coinvolti nella medesima vicenda o in altre simili".
Trascorsi sei mesi da allora. il nulla. I cinque ex consiglieri, costretti alle dimissioni. sono da tempo tornati in servizio nei rispettivi uffici. Spina, indagato per rivelazione del segreto e favoreggiamento nei confronti di Palamara è addirittura procuratore facente funzioni a Castrovillari. una delle Procure più impegnate sul fronte del contrasto alla 'ndrangheta.
L'inerzia dell'Anni non ha molte giustificazioni. II procedimento disciplinare per violazione del codice etico è di prassi molto rapido. La particolare natura del giudizio disciplinare associativo riguarda, infatti, esclusivamente violazioni delle regole associative, senza alcuna censura di carattere morale, ma con un giudizio solamente giuridico.
È un procedimento celere. in ragione dei diritti associativi in gioco. e non necessita della conclusione di altri procedimenti, ad esempio penali, aperti nei riguardi degli interessati. La decisione dei probiviri è poi sottoposta al voto del Comitato direttivo centrale, che può anche decidere, nei casi estremamente gravi, di espellere il magistrato dall'Anm.
Considerati i tempi sarà molto però difficile che si arrivi ad una qualsiasi decisione. L'attuale Comitato direttivo centrale terminerà il mandato fra poche settimane. Le elezioni per il suo rinnovo sono state già fissate per il prossimo 22 marzo. A febbraio scadrà il termine per la presentazione delle candidature fra i rappresentanti delle varie correnti. Di questa vicenda, quindi, l'unico che al momento ha avuto contraccolpi" è stato Palamara, dallo scorso autunno in "ferie forzate".
Sospeso dal servizio e con lo stipendio ridotto, l'ex presidente dell'Anm attende la decisione delle Sezioni unite della Cassazione sul provvedimento cautelare disposto dalla sezione disciplinare del Csm. La tesi di molti commentatori secondo cui l'indagine di Perugia non sarebbe stato altro che un pretesto per il ribaltone degli equilibri all'interno magistratura associata prende sempre più corpo.
Travolta Magistratura indipendente, la corrente di destra della magistratura e di cui facevano parte tre dei cinque consiglieri dimissionari, destinata alla scomparsa Unicost, la corrente di Palamara. l'asse vincente per i prossimi anni sarà quindi quello Davigo-Magistratura democratica. Con la massima soddisfazione del ministro Alfonso Bonafede, il primo supporter dell'ex pm di Mani pulite.
latinaoggi.eu, 7 gennaio 2020
Si arricchisce la biblioteca per i detenuti della casa circondariale di via Aspromonte. Dai libri di grammatica, ai gialli e poi gli immancabili classici e infine le enciclopedie. La biblioteca del carcere di Latina adesso si è ulteriormente arricchita di oltre 600 volumi che sono stati consegnati nei giorni scorsi, direttamente alla direttrice Nadia Fontana, da parte degli avvocati della Camera Penale Giorgio Zeppieri di Latina.
I penalisti pontini hanno promosso questa iniziativa che per la prima volta si è svolta nel capoluogo e ha riscosso un grande e inaspettato successo. In due giorni all'ingresso del palazzo di giustizia di piazza Bruno Buozzi, sono stati raccolti centinaia e centinaia di volumi che sono stati donati ai detenuti che in questo modo avranno la possibilità di ampliare la scelta per le letture.
L'iniziativa è stata particolarmente apprezzata dalla stessa direttrice del carcere che ha apprezzato anche la risposta della cittadinanza. I 600 libri finiranno in una stanza dove saranno accuratamente catalogati e divisi a seconda del genere. Con i saluti del presidente della Camera Penale Domenico Oropallo e del segretario Maurizio Forte, alla cerimonia di consegna erano presenti gli avvocati Gaetano Marino, Carla Bertini, Simone Rinaldi, Alessia Righi, Massimo Frisetti, ideatore dell'iniziativa.
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