di Piero Sansonetti
Il Riformista, 20 novembre 2019
Il pizzo alle cosche, le interdittive, i sequestri. Le inchieste aperte da alcune Procure sulle attività della Mittal, e poi i sequestri e le nuove imputazioni - lo abbiamo scritto nei giorni scorsi - sono un tentativo, da parte dei settori più reazionari della magistratura, di assumere il comando della politica economica. Cioè di allargare le proprie competenze, dopo avere invaso largamente il campo della politica: in particolare quello del governo delle Regioni e degli enti locali, e poi quello delle competizioni elettorali e persino della definizione delle candidature.
Esiste un aspetto di questo problema che riguarda la democrazia e la qualità della politica. È un aspetto del quale abbiamo parlato molte volte. Poi c'è un secondo aspetto, che è nuovo, e riguarda l'economia italiana e le prospettive della produzione di ricchezza e dell'orientamento dello sviluppo. In teoria queste materie sono di competenza in parte del mercato e in parte della politica. La discussione che da sempre si svolge, con risultati alterni, riguarda il rapporto di forza e di potere tra il mercato e la politica.
Di solito la sinistra ritiene che il potere della politica debba essere prevalente sul potere del mercato, e la destra pensa il contrario. Entrambe però restano in questo ambito e ammettono che debba esserci un equilibrio tra politica e mercato (tranne le frange più estremiste della destra ultraliberista che vorrebbero tutto il potere al mercato, e le frange staliniste e stataliste che invece vorrebbero azzerare le competenze del mercato).
La novità sta nell'invasione della magistratura che decide di delegittimare sia la politica che il mercato e di prenderne il posto. Il problema interessa tutto il Paese. Perché evidentemente si pone un'ipoteca molto seria sul funzionamento del sistema. Alle vecchie idee liberali e a quelle socialdemocratiche si sostituisce una idea piuttosto definita di repubblica delle Procure, governata dal potere giudiziario. Una questione, però, del tutto speciale è quella che investe il Mezzogiorno. Le scelte delle Procure, non contrastate dalla politica e sostenute attivamente anche dalla stampa, provocano, ovviamente, la fuga degli investitori. Non solo degli investitori stranieri ma anche degli italiani. Chi accetterebbe di rischiare una parte del suo patrimonio per avventurarsi in imprese imprenditoriali che possono essere spazzate via in un minuto dalla decisione di un giovane sostituto Procuratore?
Una volta la dinamica era diversa. Il conflitto c'era, ed era una delle componenti del rischio di impresa del quale gli imprenditori tenevano conto. Ma il conflitto era tra i lavoratori e l'impresa. Tra i sindacati e il padrone. Se ne conoscevano le regole, le possibili ricadute, i probabili compromessi. A seconda dei rapporti di forza, anche politici, l'accordo poteva alla fine essere un po' più favorevole ai lavoratori, e ai salari, o più favorevole al profitto. Ma il recinto della battaglia era chiaro e nessuno aveva il potere assoluto sugli altri. In questa nuova fase di Repubblica delle Procure non è più così. E oggi, chiunque decida di investire al Sud sa di rischiare di finire in una morsa: da una parte la mafia, che impone il pizzo e rende più costosa l'impresa e dunque meno remunerativo l'investimento, dall'altra le Procure, che possono azzerare l'impresa e produrre danni economici esorbitanti per l'imprenditore.
Oltretutto non sono solo le Procure, perché al fianco delle Procure, e con il loro avallo, agisce il sistema dei prefetti, che adopera il sistema delle interdittive in modo assai spavaldo, ed è molto più agile delle Procure. In che consiste una interdittiva? Il prefetto, con il placet della Procura, stabilisce che una certa azienda ha un qualche legame con le cosche. Per esempio, un operaio, o un geometra dipendente di quell'impresa che ha sposato la sorella di una persona imputata per mafia. Basta questo, scatta l'interdittiva, si perde l'appalto. Talvolta poi interviene direttamente
la magistratura e sequestra l'azienda, nomina un commissario, il commissario gestisce l'azienda per alcuni anni poi, spesso, la restituisce al proprietario ma dopo averla fatta fallire e coperta di debiti. Qualcuno dei proprietari si dispera e diventa povero.
Qualcun altro si suicida. I casi di suicidio sono molti. Le interdittive peraltro sono in continuo aumento. Nel 2016 furono 510, nel 2017 sono quasi raddoppiate arrivando a 972. L'anno dopo 1.279. Quest'anno sono 1.500. La situazione di una persona che decide di investire al Sud è questa. Mafia e Pm lo attaccano dai due lati. La mafia probabilmente gli chiederà un pizzo che semplicemente ridurrà i profitti. I Pm e i prefetti, se decidono di attaccarlo, lo annientano. E tutto questo, di solito, con l'appoggio fondamentale dei giornali e dei mezzi di informazione. Che spalleggiano le Procure e i prefetti e contribuiscono alla distruzione anche morale delle vittime.
Voi pensate che in queste condizioni il Sud abbia qualche possibilità di riprendersi, di tornare a vivere? Evidentemente no: zero possibilità. Qualcuno reagirà a questo massacro? Capirà chi lo conduce? Proverà a fermarlo? Al momento le speranze sono poche poche. Cosa resta al Sud? L'unica via di salvezza è la fuga, l'emigrazione, come negli anni Cinquanta.
di Claudia Guasco
Il Messaggero, 20 novembre 2019
Respinta la richiesta di commutare la condanna in 30 anni di pena (21 effettivi). Ma l'ex terrorista spera ancora di uscire. Ricorso bocciato ed ergastolo confermato per Cesare Battisti, l'ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo colpevole di quattro omicidi commessi alla fine degli anni 70.
Dopo trentasette anni di latitanza, lo scorso gennaio è stato arrestato mentre ciondolava per le vie di Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia: una squadra dell'Interpol lo ha ammanettato e il giorno dopo è entrato nel carcere di Oristano. E qui resterà senza riaffacciarsi alla libertà almeno per i prossimi tre anni, dopo di che potrà chiedere permessi e benefici penitenziari. Il suo ergastolo infatti non è ostativo, introdotto nel 1992 successivamente alle sue condanne.
Il ricorso, spiega la Suprema corte in una nota, riguardava "la persistente efficacia dell'accordo di commutazione della pena stipulato tra le autorità italiane e brasiliane, in vista dell'estradizione dal Brasile, poi non avvenuta, nonché la legittimità della procedura culminata nell'espulsione del condannato dalla Bolivia".
Per l'avvocato di Battisti, Davide Steccanella, nei confronti dell'ex terrorista andava applicata la procedura di estradizione dal Brasile, anche se l'arresto è avvenuto in Bolivia, la quale prevede che la pena da espiare non sia il carcere a vita per effetto di un accordo tra l'Italia e il Paese sudamericano firmato nel 2017 dall'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando e il collega brasiliano del governo di Michel Temer.
Secondo la difesa, inoltre, Battisti è stato espulso dalla Bolivia senza il rispetto delle norme internazionali e né adeguate garanzie. Ma la Cassazione "ha ritenuto corretta la decisione del Corte di assise di appello", affermano gli ermellini. Lo scorso 17 maggio il collegio presieduto da Giovanna Ichino ha negato la commutazione della pena dell'ergastolo in trent'anni di reclusione. Se avesse accolto il ricorso, la pena si sarebbe ulteriormente ridotta a meno di 21 anni tenendo conto del periodo già trascorso in cella dall'ex terrorista anche all'estero e agli sconti legati all'indulto.
Ma i giudici milanesi hanno accolto la tesi sostenuta dal pg Antonio Lamanna: se Battisti avesse voluto far valere l'accordo di estradizione italo-brasiliano "non avrebbe dovuto allontanarsi volontariamente dal Brasile e non avrebbe dovuto opporsi alla conclusione della procedura estradizionale con la sua consegna all'Italia" dal Paese.
In sostanza, nel momento in cui è scappato in Bolivia e da lì è stato espulso, per lui sono scattate le norme dei codici italiani. Perché, come ha rilevato il pg Lamanna, "nell'ambito di tale espulsione non può rivivere l'accordo italo-brasiliano; nel momento in cui il latitante cambia lo Stato ove si rifugia, è con tale Stato che andranno presi eventuali accordi estradizionali, non con quello precedente ormai senza legittimazione alcuna".
Quanto alle modalità di trasferimento, precisano i giudici della Corte d'assise d'appello, è tutto regolare: il 13 gennaio nei confronti di Battisti è stato emesso un provvedimento di "salida obligatoria" (uscita obbligatoria), per ingresso illegale in Bolivia, lo stesso giorno è stato firmato "l'acta de entraga" (l'atto di consegna) alla polizia italiana "affinché venisse condotto a su pais del origen Italia".
I due atti sono stati prodotti contemporaneamente, quindi per i magistrati non c'è ragione per cui Battisti avrebbe dovuto essere riconsegnato alla polizia federale brasiliana come sostenuto dalla difesa.
"Noi siamo una famiglia in attesa, vediamo cosa succederà in futuro", è il laconico commento di Antonio, il nipote di Battisti, al verdetto della Cassazione. "Noi continuiamo ad andare a trovarlo in carcere. È abbastanza sereno, fa quello che ha sempre fatto: scrive romanzi". Del resto per l'ex terrorista dei Pac, a tempo debito e dopo un concreto percorso di rieducazione, potranno riaprirsi le porte del carcere. Battisti, che oggi ha 64 anni, "potrà godere dei benefici penitenziari, in virtù di una progressione trattamentale che è diretta attuazione" del principio costituzionale "della funzione rieducativa della pena anche per i condannati all'ergastolo".
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 20 novembre 2019
Corte di cassazione - Sezione II penale - Sentenza 19 novembre 2019 n. 46865. Riconosciuto l'abusivo esercizio di una professione al soggetto, che, spacciandosi per avvocato, abbia trattato la liquidazione di un sinistro in nome e per conto di un cittadino che si era inconsapevolmente affidato a lui.
I fatti - La Cassazione - con la sentenza n. 46865/19 - ha chiarito che il finto avvocato avesse incassato gli assegni. La Corte ha confermato il giudizio di responsabilità nonostante l'attività svolta dall'imputato non richiedesse l'abilitazione professionale. Sul punto i Supremi giudici hanno ricordato come la legge 247/2012 che disciplina l'ordinamento della professione forense espressamente prevede la competenza degli avvocati in relazione all'attività professionale di consulenza e di assistenza stragiudiziale, se svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato.
I giudici di merito avevano già evidenziato la lunga durata dell'assistenza legale dall'imputata al cittadino, protrattasi per circa tre anni e relativa a due pratiche di risarcimento del danno, l'una concernente le conseguenze pregiudizievoli del sinistro stradale subito dal querelante nel 2007, l'altra la responsabilità dei medici dell'ospedale che l'avevano avuto in cura. Già la Corte d'appello aveva evidenziato il modus operandi del finto legale.
E allora quest'ultimo aveva accompagnato l'infortunato in occasione di alcune visite mediche, aveva predisposto una delega a trattare con la compagnia assicuratrice e una falsa procura speciale legittimante l'incasso a firma di un notaio, circostanze queste che hanno deposto per un'attività non occasionale e temporanea, ma oggetto di accurata pianificazione.
I Supremi giudici hanno rilevato, inoltre, come lo schema della truffa all'induzione in errore deve conseguire l'ingiusto profitto con altrui danno e nell'indispensabile rapporto eziologico tra la condotta strumentale e l'evento e non è giuridicamente necessitata la coincidenza dell'indotto in errore con il soggetto passivo del danno che pure, nella specie ricorre.
Il cittadino ingannato, infatti, avendo affidato al finto legale la cura dei propri interessi conferendole apposita delega per trattare il risarcimento del danno a seguito dei sinistri di cui era rimasto vittima nel 2007, per effetto dell'accreditamento dell'imputato come avvocato, subiva il danno costituito dalla mancata percezione delle somme a tale titolo liquidate dalla compagnia assicuratrice e lucrate dalla ricorrente.
di Renato Farina
sussidiario.net, 20 novembre 2019
La Cassazione ha bocciato il ricorso di Cesare Battisti e confermato l'ergastolo. Ora chiederà di usufruire della legislazione premiale. E noi trattiamolo da uomo. La Cassazione ha deciso. Il ricorso di Cesare Battisti non è passato. Condannato all'ergastolo in Italia, l'accordo con il Brasile per la sua estradizione prevedeva la riduzione della pena a 30 anni, che è il massimo previsto dal codice del Paese dove si era rifugiato.
C'è un problema: Battisti fuggendo in Bolivia e facendosi catturare lì non può reclamare un patto che lui sottraendosi alla giurisdizione brasiliana ha tradito. La logica lo dice, non c'entra nulla la rivalsa. Guai se i giudici della nostra suprema corte avessero sentenziato in base all'opportunità politica.
E a questo punto conviene anticipare le polemiche che presto o tardi scoppieranno quando il detenuto ergastolano Battisti chiederà di usufruire della legislazione "premiale" che - come ha stabilito la Corte Costituzionale il mese scorso - si applica sempre, perché è disumano negare permessi ad personam sulla base dell'antica ferocia dei delitti compiuti.
Fino a poco tempo fa "l'ergastolo ostativo" in vigore per mafiosi e terroristi impediva l'applicazione di queste misure tese a umanizzare la pena e a rieducare qualunque detenuto, secondo il dettato dell'art. 27 della Carta, purché non risultasse sospetto di tessere disegni criminali. Guai a scandalizzarsi oggi se Battisti ha fatto ricorso, e questo valga anche per qualunque sua iniziativa per accorciarsi e alleviare la pena. Non sarà la sofferenza di un assassino a far girare meglio il mondo e a dare sollievo autentico alle vittime e neppure ai loro congiunti. Non è questione di mollezza contro rigore, ma del rispetto che tutti dobbiamo alla comunità in cui viviamo e alle sue leggi sovrane.
Bisogna riconsiderare le cose dall'origine, andando all'essenza della questione. Cesare Battisti è un uomo, ovvio si dirà. Ma è il caso di ricordarcelo. Non è un simbolo di alcunché, ma è un uomo con un nome e cognome. Non è l'emblema del terrorista che ha ucciso a sangue freddo e per lunghi anni l'ha fatta franca, ed ora raffigura con la sua faccia antipatica e reclusa la vittoria della giustizia, per cui tiè, si vergognino coloro che non si sdegnano per i suoi tentativi di addolcire la sua condizione carceraria. È un uomo, un uomo recluso, ma un uomo.
Non è neppure il prototipo che taluni mitizzano dell'ideale rivoluzionario e del perseguitato indocile. Battisti è un uomo; un colpevole; una persona colpevole e perciò privata della libertà. Pentito o no non possiamo avere la pretesa di saperlo, né di modulare la pena già decretata sulla percezione che abbiamo della sua coscienza contrita. In uno Stato di diritto quale la nostra Repubblica vuole essere io credo debba essere riconsiderata la stessa pena dell'ergastolo.
Papa Francesco ha detto e ripetuto ancora lo scorso 18 settembre: "L'ergastolo non è la soluzione dei problemi - lo ripeto: l'ergastolo non è la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare!". Vale anche per Battisti? Vale anche per me.
sassilive.it, 20 novembre 2019
Con la danzatrice Bertozzi per progetto ToiL (Teatro oltre i Limiti) della Compagnia Petra. "Un momento di rara poesia e potenza", come ha sottolineato la danzatrice Simona Bertozzi, quello che ha racchiuso il lavoro del laboratorio condotto dall'artista nell'esito finale presentato nella Casa Circondariale di Potenza. A condividere le ore di laboratorio sul tappeto gommato c'erano gli studenti e le studentesse del liceo "Walter Gropius" di Potenza e alcuni detenuti, protagonisti del laboratorio teatrale che la Compagnia Petra sta portando avanti all'interno del progetto ToiL (Teatro oltre i Limiti) nella casa Circondariale di Potenza.
Il progetto ToiL è realizzato con il contributo di Otto per Mille della Chiesa Valdese e Agenzia Regionale Lab, il partenariato della Casa Circondariale di Potenza e di Matera e il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere.
Il laboratorio con Simona Bertozzi, allestito con la collaborazione del Città delle 100 Scale festival, è stato una delle tappe del percorso, uno degli appuntamenti in cui il carcere si è aperto alla città, che è così entrata oltre il limite della struttura. "Questa è una comunità chiusa per definizione, ma - ha spiegato Giuseppe Palo, funzionario di staff del Provveditore di Puglia e Basilicata, che ha portato il saluto della direttrice Maria Rosaria Petraccone - è pur sempre una comunità fatta di persone, di esperienze e di capacità, che ha bisogno di raccontarsi all'esterno."
"Contro ogni luogo comune, in questo luogo - ha fatto eco Antonella Iallorenzi, regista e direttrice artistica della Compagnia Petra - abbiamo trovato un luogo accogliente, un luogo in cui poter imparare e crescere".
La Compagnia Petra sviluppa progetti di teatro in carcere da quasi un decennio: il progetto ToiL è una delle produzioni più recenti che tiene insieme un laboratorio teatrale, incursioni di artisti di fama internazionale - dopo Simona Bertozzi, sarà ospite del laboratorio anche la performer Silvia Gribaudi - e la formazione per futuri operatori del sociale.
"È stato un laboratorio integrato, uno spazio di intersezione culturale in cui abbiamo superato il limite - ha concluso Iallorenzi, ringraziando quanti partecipano alle attività, dal personale della Casa Circondariale ai docenti e alle famiglie degli studenti che hanno aderito.
Alla base del progetto ToiL c'è l'assunto del teatro come strumento per superare il concetto stesso di limite, nel luogo a cui viene automaticamente abbinato dall'immaginario collettivo, ribaltando la concezione detentiva e favorendo una nuova visione: da luogo di vergogna a luogo di cultura. A febbraio è previsto lo spettacolo finale del laboratorio teatrale con i detenuti, con in programma diverse repliche aperte al pubblico e alle scuole.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 20 novembre 2019
"Totò e Vicé sono dei personaggi realmente esistiti. Vagavano su e giù per i quartieri della città, personaggi un po' tonti, un po' in aria; sembravano inventarsi ogni sospiro, ogni passo". Così il drammaturgo palermitano Franco Scaldati, scomparso nel 2013, descriveva le due figure che avevano ispirato la coppia protagonista di una delle sue opere più poetiche e struggenti.
Enzo Vetrano e Stefano Randisi, attori, autori e registi, hanno portato diverse volte in scena (e, nel 2017 anche sullo schermo cinematografico) i due clochard che vivono in simbiosi in una dimensione notturna, sospesa attorno allo spazio di una panchina, ricevendo il plauso unanime della critica teatrale.
Oggi, nell'ambito del progetto "Passi Sospesi" di Balamos Teatro e in occasione della Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne, Vetrano e Randisi porteranno Totò e Vicé nel teatro della Casa di reclusione femminile di Giudecca.
L'iniziativa, realizzata grazie alla collaborazione tra Balamos teatro e Teatro Stabile di Venezia, è sostenuta da International Network Theatre in Prison (Iti - Unesco partner), Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere e Associazione Nazionale dei critici di Teatro.
Allo spettacolo saranno presenti, oltre ai detenuti, anche un gruppo di spettatori esterni composto da studenti del II anno dell'Accademia Teatrale Veneta, studiosi, critici e accademici. Al termine è previsto un incontro tra la compagnia e il pubblico. "Sarà un'occasione - dicono gli organizzatori - per fare una riflessione sul ruolo del teatro in carcere e confrontarsi sul rapporto tra il carcere e il territorio per capire se e come la società possa contribuire nel percorso rieducativo della pena. In questa circostanza la comunità esterna e il carcere si incontrano, attraverso il teatro, in una straordinaria occasione di formazione teatrale e umana".
di Laura Storchi
parmateneo.it, 20 novembre 2019
Come si riabilita alla società una persona detenuta? Ne parla l'incontro all'Università di Parma. C'è chi vorrebbe un carcere con regime duro per tutti, una sorta di deterrente e avvertimento per chi pensa che commettere un reato poi non si paghi così severamente. Ma forse la strada migliore è quella di rieducare il reo così da poterlo reinserire come individuo migliore nella società. Ottime premesse quelle delle legislazioni nazionali e internazionali, focalizzate sui diritti umani e sulla conduzione di una vita normale anche nella cella, ma sarà davvero così la situazione carceraria odierna o quella delle legge è - per ora - un'utopia?
Giovedì 14 novembre 2019, presso l'Aula Filosofi del Palazzo Centrale dell'Università di Parma, si è tenuto l'ultimo appuntamento del ciclo di incontri organizzati dal PUP, il Polo Universitario Penitenziario, con il tema "La cella di un detenuto: com'era ieri, come è oggi e come sarà domani", per rispondere a questo interrogativo facendo il punto della situazione.
Il legame che unisce Università e Carcere di Parma è ormai consolidato ed è volto a implementare il diritto allo studio dei carcerati non solo tramite l'istituzione del polo didattico e la messa a disposizione di materiale e docenti, ma anche attraverso attività che cerchino di unire e stimolare la cooperazione tra studenti detenuti e non. Per questo è fondamentale la sensibilizzazione della popolazione sul tema del diritto allo studio come costituente di umanità. Presenti all'incontro non solo studenti universitari, ma anche i maturandi di alcune scuole superiori parmigiane.
Vincenzo Picone, regista e curatore di laboratori teatrali presso il Teatro due di Parma, che ha letto alcuni testi, poesie e lettere scritte dagli studenti detenuti e dagli studenti universitari loro tutor, riguardanti i propri vissuti e sviluppati nell'ambito del laboratorio 2018/2019 'Il castello dei destini incrociati'. "Se all'inizio dei lavori erano attive delle differenze, date ad esempio dalla divisa, poi queste sono finite e vi è stato uno scambio di ruoli. La vicinanza dei corpi genera pensiero, le opere non sono di uno o dell'altro ma di tutti gli studenti insieme" spiega Picone.
Il compito dell'università, per persone detenute è "tenere viva la passione e far stare bene la persona e coinvolgerla. Quest'anno il tema delle mie lezioni sono i tarocchi, ovvero simboli e archetipi che tutti viviamo e che tutti uniscono" dichiara Vincenza Pellegrino, docente di sociologia dei processi culturali all'università di Parma.
La sfida di questo incontro è quello di cambiare i linguaggi e gli stereotipi legati a quel luogo, far ragionare i ragazzi da una sfera micro e concreta a quella macro dei pensieri astratti e dei valori, far capire loro cosa un'istituzione faccia per la cittadinanza.
Sfatare i luoghi comuni - É questo l'obiettivo di Fabio Cassibba, docente di diritto penale all'Università di Parma. Secondo l'opinione comune, infatti, il carcere viene visto come un giusto castigo e il mezzo per l'espiazione della pena, per questo non ci rallegriamo di sapere che i detenuti protestano per avere una televisione o, quando vediamo le loro condizioni, dallo stipamento nelle celle al fatto che devono fare domanda anche solo per avere una coperta in più, sorge spontaneo il pensiero del "tanto se lo sono meritato". In realtà questa percezione collettiva è antitetica alla legge nazionale e sovranazionale che, nella loro essenza democratica, devono garantire senza eccezioni il rispetto dei diritti umani quali il valore della persona, l'inviolabilità della libertà personale, il divieto di trattamenti disumani e degradanti, finalità rieducativa della pena e diritto alla salute. "Molto spesso si pensa al carcere come uno strumento di sofferenza per l'ammenda del reo. Ma in realtà la Costituzione prevede come unica finalità della pena la rieducazione del condannato" afferma il relatore.
Un tema importante toccato durante l'incontro è quello dell'architettura delle carceri che deve essere regolata dalla giurisdizione poiché è forma del potere statale. Nel passato la prigione era spesso nei sotterranei o nelle segrete di un castello, poiché era il luogo adibito alla segregazione e all'oblio, mentre le pene erano pubbliche e spettacolarizzate tra la popolazione. La situazione ha cominciato ad evolversi con l'illuminismo giuridico, di cui l'Italia è stata la culla grazie al lavoro di Cesare Beccaria. Si è iniziato così a misurare la civiltà di una nazione non per come tratta i ricchi, ma per come tratta le persone deboli; ed è proprio in quell'epoca che la pena comincia ad assumere una funzione rieducativa.
Ma com'è la cella oggi? "Oggi nella cella il detenuto vive e lavora, cucina, si riunisce, espleta i suoi bisogni fisiologici" dichiara il professor Cassibba facendo riferimento alla legge italiana ed europea. Per tanto la cella, come spazio giuridico, deve garantire la sicurezza, non solo verso la popolazione esterna, ma proprio quella tra i detenuti, la libertà residua, poiché lo Stato deve togliere solo la libertà di movimento, e l'individualizzazione per una pena giusta.
Tuttavia la situazione italiana mostra ancora importanti lacune: la Corte Europea di Strasburgo ha sanzionato l'Italia per il sovraffollamento delle carceri del +120/150%, che intacca in maniera importante il diritto alla salute, e la Corte Costituzionale è intervenuta per garantire i diritti umani anche a chi si trova in regimi particolari quali l'isolamento. In quest'ultimo caso, nonostante il particolare tipo di detenzione serva a spezzare i legami di appartenenza con il contesto criminoso da cui arrivano, i detenuti in isolamento si ritrovavano il divieto - diciamolo pure, assurdo- di non poter tenere più di tre libri nella propria cella o di non poter cucinare. E come sarà la cella nel futuro? "Non lo so come sarà domani una cella ma si deve mantenere il diritto alla speranza, che è un diritto di cui gode anche il carcerato. La giustizia non si deve arrestare alle porte del carcere", conclude il professore.
Legge vs realtà - "Il diritto non ha valore descrittivo. La pena umilia, tortura e non si risolve nella limitazione della libertà di movimento ma fa ammalare fisicamente e psicologicamente. La situazione non si capisce dall'ordinamento e dalle circolari ma dall'esperienza", così interviene Alvise Sbraccia, docente dell'Università di Bologna e membro dell'associazione Antigone, osservatorio nazionale delle condizioni di detenzione.
Come spiega la professoressa, fare una generalizzazione sulla situazione carceraria italiana è difficile perché vi sono istituti efficienti ed altri meno, tuttavia sembra che vi sia una diffusa manipolazione della realtà: una circolare ministeriale impone al personale interno alla prigione di sostituire il nome 'cella' con quello di 'camera di pernottamento', quasi per richiamare un'idea di distinzione tra giorno/notte, attività/riposo ed evocare una dimensione privata. La realtà è ben diversa.
Fino a otto anni fa vigeva il principio di unicellularità - ovvero un detenuto per ciascuna cella - ma in realtà presto in ciascuna cella arrivarono a convivere due o anche sei individui in brande a castello, dove chi dorme più in alto è a 5 cm di distanza dal soffitto. Gli spazi ristretti obbligano anche a deambulare per la cella uno alla volta e, quello che era il dover stare nella cella per 20 ore al giorno, si è trasformato quasi in un obbligo di stare a letto. Le condizioni più critiche si vedono poi d'inverno e d'estate quando il gelo, il caldo e l'afa si estremizzano in spazi così angusti. Le conseguenze psicofisiche sono quelle di un'ampia depressione, con l'uso di psicofarmaci e la pratica del tagliarsi le vene, fino ai casi estremi di morte.
"Come si fa a restituire un individuo migliore alla società se lo si detiene in queste condizioni?" chiede il professore Cassibba alla platea. Se infatti nel passato la tortura e la segregazione erano apertamente dichiarati e mostrati in pubblico, ora si vede un'inflizione del dolore e una violenza generale più implicita, che va decisamente contro i principi costituzionali.
Nonostante la situazione sia ancora critica, paragonando il sistema carcerario italiano con quello ben più efficiente norvegese, si sta cercando di fare dei passi avanti. Dimostrazione di questo sforzo sarebbe la direttiva ministeriale "Celle aperte" del 2011 che impone di tenere le celle aperte durante il giorno e che, sebbene non trasformi il sistema, cambia sicuramente l'esperienza dei soggetti che in quegli ambienti vi vivono.
"É solo nello scambio che produce contenuti e nella vita relazionale che si può dare un aiuto alla rielaborazione collettiva, e non solo individuale, della pena", conclude Sbraccia.
Il Secolo XIX, 20 novembre 2019
Stipulata una convenzione con il carcere. "Dopo il porticato Brignardello la città si riappropria anche della biblioteca civica, ne siamo molto orgogliosi, ci abbiamo lavorato tanto e ci siamo riusciti". Commenta così, il sindaco di Lavagna Gian Alberto Mangiante, la riapertura della biblioteca comunale, da ieri mattina, grazie ad una convenzione con la casa circondariale di Chiavari.
"Diamo vita ad un progetto di inclusione sociale: sarà un detenuto ad aprire e chiudere, tutti i giorni, i locali di piazza Ravenna. Per noi è sempre stata una priorità poterla riconsegnare alla sua funzione". La biblioteca sarà pertanto aperta dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 14 alle 18. Il prestito dei libri, fino al 31 dicembre 2019, è limitato al lunedì e al venerdì dalle ore 9 alle 12.30 e il mercoledì dalle 15.30 alle 19.
"Procediamo con costi inizialmente ridotti allo zero, per le casse dello Stato e soprattutto per quelle comunali, e successivamente con una spesa assolutamente contenuta; aspetto non trascurabile per un Comune in dissesto" aggiunge il primo cittadino.
Con l'inizio 2020 sarà emanato un bando per la ricerca di un bibliotecario "e ci avvarremo della collaborazione del signor Francesco Langella, presidente dell'associazione biblioteche italiane, per la stesura del documento", integra l'assessore alla cultura Chiara Oneto, mentre sostituisce il cartello con i nuovi orari.
Ricordiamo che la biblioteca era rimasta chiusa, per carenza di personale, da fine luglio e per tutto agosto. Poi era stata aperta solo al mattino, dal 16 settembre. Da ieri, è regolarmente accessibile, cinque giorni a settimana. "La biblioteca è un luogo che ha sempre costituito una priorità per noi, e purtroppo è stato possibile riconsegnarla alla città, solo a seguito una serie di iniziative non andate a buon fine con le associazioni di volontariato, poiché avevano proposto soluzioni velleitarie, che non permettevano il completo funzionamento del servizio, come invece ora siamo in grado di offrire", specifica Mangiante. "Con l'anno nuovo vogliamo potenziare l'attività, e proporre ai cittadini un servizio ancora più completo, che ci permetta di ampliare l'orario di disponibilità per il prestito dei volumi", aggiunge Oneto.
Qualche primo commento è arrivato attraverso i social. Il consigliere regionale Pd Luca Garibaldi, che ha portato anche il caso in consiglio regionale, avanza due ragionamenti: "È importante che si sia scelto di riattivare un servizio grazie ad un progetto di inclusione sociale, bisogna andarne fieri, ma occorre fermarsi qui. Nelle biblioteche il ruolo dei volontari è centrale, ma è fondamentale che ci sia personale preparato e qualificato che le gestisca. Se i Comuni non ce la fanno, servirebbe un sostegno pieno della Regione che ha le competenze e le risorse per farlo".
Ancora da Facebook, Marilena Vittori, presidente dell'associazione culturale l'Agorà di Lavagna, dice: "Credo che una grande parte di associazioni abbia tentennato sul dare disponibilità nel momento in cui non c'era un responsabile e nessuna preparazione in merito. Penso che da quell'incontro le cose siano cambiate, ora esiste un responsabile, quindi anche da parte nostra c'è maggiore disponibilità. Ritengo che tutte le associazioni abbiano dato molto a questa città anche nei periodi bui, e in situazioni di responsabilità e sicurezza, non si sono mai tirate indietro".
cittametropolitanacagliari.it, 20 novembre 2019
Leggere assieme al proprio papà o alla propria mamma, anche dentro le mura del carcere. Il programma "Nati per leggere" varca la soglia della Casa Circondariale Ettore Scalas di Uta, con l'obiettivo di promuovere la lettura come momento di crescita del bambino e della relazione tra genitore e figlio, anche in situazioni di difficoltà.
L'iniziativa, promossa dal Sistema Bibliotecario di Monte Claro della Città Metropolitana di Cagliari, è stata presentata ieri pomeriggio nella biblioteca dell'istituto penitenziario. All'evento hanno preso parte una decina di detenuti con le loro famiglie, il direttore e gli educatori del carcere, una pediatra e alcuni addetti della Biblioteca Metropolitana.
L'inedito incontro ha preso il via con la lettura di una filastrocca e di una storia per bambini, seguita dalla presentazione del programma "Nati per leggere", l'iniziativa pedagogica che da 20 anni promuove la lettura ad alta voce rivolta ai bambini, in particolare fino ai 6 anni, come strumento volto a instaurare un rapporto emozionale tra adulto e bambino. La pediatra ha poi illustrato le evidenze scientifiche dei benefici della lettura nello sviluppo cerebrale dei più piccoli e nell'instaurazione di una maggiore affettività tra genitori e figli.
I bambini presenti - di diverse fasce d'età - sono stati intrattenuti dalle bibliotecarie con letture ad alta voce, mentre negli incontri successivi a leggere i libri saranno i genitori. Il primo dei quattro appuntamenti in programma si terrà il 2 dicembre prossimo. Non è la prima volta che un programma di lettura varca la soglia di una struttura carceraria, ma è la prima volta in cui coinvolge oltre al detenuto anche il suo nucleo familiare, in un clima di armonia. La Città Metropolitana di Cagliari ringrazia la direzione della Casa Circondariale di Uta per la grande attenzione e professionalità dimostrata verso il progetto.
di Lorenzo Rosoli
Avvenire, 20 novembre 2019
Al Museo Diocesano le immagini scattare da Margherita Lazzati a Opera. Dove cristiani, musulmani, ebrei e buddisti coltivano spazi di convivenza e dialogo. Che il "mondo esterno" fatica a realizzare.
"Sono un ergastolano e pensavo di non uscire più. Ho già scontato 27 anni ma di fatto da quattro usufruisco di spazi di libertà. Sono una testimonianza della Trasformazione". La "t" maiuscola ce l'ha messa R.C., persona detenuta nella casa di reclusione di Milano-Opera, che proprio dietro le sbarre ha scoperto il buddismo. Ed è stato un incontro decisivo. La sua voce si offre, con numerose altre, dal catalogo della mostra di Margherita Lazzati "Fotografie in carcere". Manifestazioni della libertà religiosa inaugurata giovedì 14 novembre al Museo Diocesano "Carlo Maria Martini" di Milano, dove rimarrà allestita fino al 26 gennaio 2020.
Cinquanta immagini in bianco e nero, scattate ad Opera - senza flash, cercando di usare il più possibile la luce naturale, nell'ineludibile cornice di muri e sbarre - fra il 2017 e il 2019. Fotografie raccolte partecipando in silenzio, accostandosi con delicatezza e rispetto - come ha fatto Margherita Lazzati - a momenti di preghiera personale e comunitaria, a culti e ad azioni liturgiche delle più diverse fedi e confessioni. Perché questa è la realtà del carcere. Che può e dev'essere luogo di rigenerazione e riscatto, come vuole la Costituzione italiana, e non soltanto struttura di punizione, come vuole la retorica del "mettere in galera e buttare via la chiave", tanto cara alla vulgata securitaria oggi così popolare.
Nel suo intervento pubblicato in catalogo il direttore di Opera, Silvio Di Gregorio, cita padre David Maria Turoldo: "Nessuno uccida la speranza, neppure del più feroce assassino, perché ogni uomo è un'infinita possibilità". Ecco lo scopo, il respiro, l'orizzonte dell'istituzione-carcere e di quanti vi prestano servizio. Ma le fotografie di Lazzati danno volto e voce anche ad una delle realtà più importanti, fra quante accomunano carcere e "mondo esterno": il primo come il secondo sono spazi di pluralismo religioso e culturale. Ma nel primo, forse più che nel secondo, incontro e dialogo sono pane quotidiano e condiviso - anche grazie all'opera paziente, alla prossimità generosa, ad aiutare il cammino di riscatto dei detenuti, di guide spirituali, di volontari, di ministri di culto cattolici, evangelici, ebrei, musulmani, buddisti e di altre tradizioni.
A questo proposito, ecco un passo dell'illuminante contributo in catalogo di monsignor Luca Bressan, vicario episcopale della diocesi di Milano per la Cultura, la carità, la missione e l'azione sociale: "L'artista ci aiuta a cogliere come le religioni siano già riuscite ad abitare il carcere, mostrando proprio in questo luogo le energie migliori che sanno sprigionare in termini di umanizzazione, di capacità di futuro, di educazione.
Anticipando quanto la società e le istituzioni milanesi non sono ancora riuscite a realizzare negli spazi normali della vita civile e quotidiana, le religioni dentro il carcere rivelano una capacità di collaborazione e di coesistenza che molti non sanno riconoscere". Ed ecco cosa ha scritto Luigi Pagano, già direttore della casa circondariale milanese di San Vittore, ex provveditore dell'Amministrazione penitenziaria della Lombardia: "Mentre nel mondo libero, quello che dovrebbe essere buono, quello che dovrebbe dare l'esempio, in nome della religione si stermina, si realizzano pulizie etniche, leggasi massacri, nel mondo dei cattivi la religione ritrova se stessa e crea armonia, accomuna le genti".
Margherita Lazzati ha iniziato ad "abitare" Opera nel 2011, partecipando, come fotografa, alle attività del suo "Laboratorio di lettura e scrittura creativa". Dal dialogo avviato con l'allora direttore Giacinto Siciliano, oggi alla guida di San Vittore, e proseguito con Di Gregorio e con Luigi Pagano, ha preso forma il progetto di illustrare con la fotografia la corrispondenza tra la realtà del carcere e alcuni articoli dell'ordinamento penitenziario. In questo caso, il numero 58 sulle "manifestazioni della libertà religiosa".
Dalle migliaia di scatti di Lazzati sono stati selezionati i cinquanta di questa mostra curata da Nadia Righi e Cinzia Picozzi, rispettivamente direttore e conservatore del Museo Diocesano, e realizzata con la collaborazione della Galleria l'Affiche di Milano, il cui staff si è fatto carico del prezioso lavoro di ideazione, progettazione, produzione e allestimento della mostra- "Esempio raro di volontariato culturale: senza di loro non ci sarebbe nulla di ciò che il visitatore può vedere", scandisce Lazzati.
Altri grazie vanno a Sesta Opera, storica associazione di assistenza carceraria, e al Laboratorio di lettura e scrittura creativa. Ma il suo primo grazie, "un grazie incondizionato", va "alle persone detenute che ho fotografato. Essere accolta in momenti così personali e privati con tanto calore e umanità è stato per me un vero privilegio".
E la mente va alle parole dello zio Giuseppe Lazzati. "Da ragazzi ci chiamava a riconoscere l'importanza di inginocchiarsi davanti al mistero", ricorda Margherita. "Ecco: io ho trovato, tra le persone che ho fotografato, credenti di tutte le religioni, persone inginocchiate di fronte a un mistero e che si fanno interpellare in un cammino che è di esclusione dalla società. Questa è una cosa che non scorderò mai e della quale sono profondamente grata".
Le foto sono tutte esposte senza didascalia; sfuocati i volti delle persone delle quali non si è avuta la liberatoria; e dei volti perfettamente visibili, in alcuni casi, non è facile capire se sono di persone detenute oppure no. Queste fotografie sono nate partecipando in silenzio alla vita del carcere. E nel silenzio vanno viste, per poterne ascoltare le voci. E comprendere come il carcere, per quanto cerchiamo di rimuoverlo, fa parte della nostra società, si ostina a dire Lazzati. E a volte è più avanti del "mondo esterno".
Nel silenzio si potrà ad esempio sentire cosa "gridano prepotentemente" queste immagini: e, cioè, che "c'è un punto nel cuore dell'uomo che resta libero, sempre, persino in carcere - scrive Nadia Righi. Non si può togliere all'uomo la possibilità di un rapporto profondo e personale con Dio". Perché questo incontro avvenga e si rinnovi, è prezioso il ruolo di persone come suor Beniamina, delle suore del Cottolengo, da quasi vent'anni volontaria della Cappellania di Opera.
"Fin dall'inizio in genere sono stata bene accolta, sia dalle persone detenute, che dagli agenti", racconta la religiosa. "Predico la speranza nella misericordia di Dio", è la sua missione vissuta con le parole e con gesti concreti di prossimità. "Mi sento fin troppo amata", è il bilancio del suo "centuplo quaggiù". Incalza don Antonio Loi, per anni cappellano a Opera (e pure agente di polizia penitenziaria quando, studente di architettura, dovette assolvere l'obbligo di leva): "In carcere ho incontrato Gesù".
Queste testimonianze prendono voce dal catalogo della mostra in dialogo con quelle di altri ministri di culto (come Aba Jacob, della Comunità ebraica di Milano, o Roberto Grasso, evangelico) e di alcuni detenuti. E sono parole che possono spiazzare chi non conosce il mondo penitenziario. "Dire che ho trovato la libertà in carcere può sembrare un paradosso, qualcosa di irreale, tuttavia è quanto mi sta succedendo", racconta A.D.M., altra persona detenuta a Opera. "Conoscere la Parola di Dio attraverso le Sacre Scritture, per me, è stato come rinascere".
*Margherita Lazzati, "Fotografie in carcere. Manifestazioni della libertà religiosa". Museo Diocesano "Carlo Maria Martini", piazza Sant'Eustorgio 3, Milano. Fino al 26 gennaio 2020. Catalogo edizioni La Vita Felice. Per informazioni su orari e biglietti: chiostrisanteustorgio.it.
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