di Antonio Sabbatino
Il Roma, 29 dicembre 2019
L'intervista a don Franco Esposito, cappellano della Casa circondariale di Poggioreale e presidente della "Liberi di Volare Onlus". "Il carcere riesce poche volte ad essere rieducativo. Basti pensare che l'80% delle persone che finisce di scontare in carcere la propria pena poi torna a delinquere".
È l'allarme lanciato da don Franco Esposito, presidente della Onlus "Liberi di Volare". Don Franco, la sua attività per il reinserimento dei detenuti risale nel tempo: "Da 15 anni sono cappellano al carcere di Poggioreale e sono anche direttore della Pastorale Carceraria. Inoltre, sono presidente della Liberi di Volare Onlus con la quale portiamo avanti progetti di recupero dei detenuti disposti a cambiare vita dopo aver scontato la propria pena. Da un anno la nostra sede si trova in via Giuseppe Buonomo 39 alla Sanità, in uno spazio della Curia. Prima eravamo ai Tribunali".
Quanti sono i detenuti in affidamento e quali sono le attività?
"Attualmente sono una cinquantina i detenuti che accogliamo nella nostra struttura. Una quarantina, in affido, qualche altro è ristretto ai domiciliari ed altre ancora si trovano ancora in carcere. Insieme alla cooperativa Articolo 1 promuoviamo laboratori di scrittura creativa, di realizzazione di prodotti di pellame, bigiotteria che poi vengono messi in vendita. Le persone che frequentano la Liberi di Volare Onlus hanno tra i 18 e i 60 anni ed oltre, provengono da diverse realtà ed hanno commessi reati diversi. Questo, però, per noi non fa differenza ed anzi rappresenta una cosa positiva perché grazie questa diversità di contesti c'è la possibilità per tutti di arricchirsi spiritualmente e come persone".
Come vengono inseriti nei percorsi da voi promossi?
"Le persone ci vengono segnalate dagli istituti penitenziari, i papabili però prima fanno un colloquio con noi per capire se davvero hanno la volontà di cambiare vita dopo aver scontato la pena. Solo allora partono con il percorso riabilitativo".
Ecco, su questo: il carcere davvero riesce a cambiare le persone?
"In Italia il carcere riesce poche volte ad essere rieducativo. Basti pensare che l'80% delle persone che finisce di scontare in carcere la propria pena poi torna a delinquere una volta libero. Il dato, invece, si abbassa dell'8% quando i detenuti accedono a misure alternative. Ripeto, la funzione rieducativa del carcere qui non si realizza. Inoltre, a Napoli e al Sud c'è un ulteriore handicap".
Quale per la precisione, don Franco?
"Che ad esempio una realtà come la nostra non è riconosciuta a livello istituzionale. Parecchie volte ho chiesto al sindaco Luigi de Magistris e all'Assessorato alle Politiche Sociali di intervenire su questo punto e darci una riconoscibilità. Spero che, al silenzio attuale, si sostituisca una presa d'atto".
Proprio il sindaco di recente ha indicato come garante dei detenuti Pietro Ioia, una nomina che ha creato numerose polemiche. Lei come la vede?
"Sono contento per Pietro, con il quale abbiamo collaborato in diverse occasioni. Non sarei onesto se omettessi di dire che qualche perplessità in me si è comunque palesata perché sapevo che tra i candidati c'erano persone che avevano compiuto un certo percorso di studi e che avevano una certa padronanza di linguaggio. Però c'è anche da dire che Ioia ha dimostrato di voler abbracciare una nuova fase della sua vita dopo essere stato in carcere tanti anni e quindi mi fa piacere abbia questo nuovo incarico".
A livello legislativo è cambiato qualcosa sulle carceri?
"Si è fatto un passo avanti e poi due indietro. L'ex ministro della Giustizia Orlando, nel Governo del centrosinistra con Gentiloni, aveva dato delle indicazioni alle quali però non sono state date seguito con i successivi Governi. La politica dovrebbe toccare con mano la realtà delle carceri. Ma ciò non avviene".
di Marina Lomunno
Avvenire, 29 dicembre 2019
Costruita da due ex detenuti ed esposta in una mostra a San Gioacchino. Sta dentro una botte di rovere il presepe sotto la neve in una Betlemme di montagna con la capanna con i tetti di lose. Autori di questa originale Natività sono Nicola e Antonio che, con il materiale procurato da don Alfredo Stucchi, cappellano "in pensione" dopo 25 anni di "galera" nel carcere torinese, l'hanno costruito in due mesi con pazienza certosina in un capannone di un autolavaggio alle porte di Torino.
Adagiato su un carro di quelli che si usavano in campagna tirati dai buoi, dalla scorsa settimana si può ammirare nella mostra di presepi nella parrocchia di San Gioacchino, a Porta Palazzo, affidata alle cure pastorali di don Andrea Bisacchi, della fraternità del Sermig, a due passi di qui e dal Cottolengo, nel cuore della Torino multietnica e dei santi sociali. "Il presepe nella botte l'hanno inventato due ex detenuti che hanno finito di scontare la propria pena ma che vogliono continuare a fare qualcosa per chi è meno fortunato" ha spiegato don Alfredo, 77 anni, già prete operaio, poi cappellano del penitenziario torinese e collaboratore parrocchiale per 19 anni a San Gioacchino, durante l'inaugurazione della mostra.
Il sacerdote, anche se non è più in servizio "dietro le sbarre", continua a seguire e a sostenere gli ex detenuti che ha conosciuto in carcere. "Nicola, quando era recluso ha costruito tanti presepi con alcuni compagni di cella con gli oggetti e le statuine che molti amici mi regalano conoscendo la mia passione per la Natività" prosegue don Alfredo "la botte, ad esempio, me l'ha regalata un amico che ha una cantina nella Langhe, le lose per i tetti della capanna arrivano da amici della Val Brembana.
L'anno scorso Nicola ha costruito un presepe dentro un armadietto, ad ante anch'esso in esposizione a San Gioacchino, e uno in un baule montato nella cappella del carcere in occasione della Messa di Natale presieduta dall'arcivescovo Cesare Nosiglia. Quest'anno ha ideato il presepe nella botte. Per i detenuti costruire presepi è un modo per pensare alla loro famiglia, ai bambini che li aspettano a casa e che non possono festeggiare il Natale con i propri genitori".
E proprio ai bambini meno fortunati saranno devolute le offerte donate da coloro che visitano la mostra dei presepi a San Giocchino: al reparto oncologico dell'Ospedale infantile Regina Margherita di Torino e all'Arsenale della Speranza, una casa famiglia gestita dal Sermig che accoglie i piccoli pazienti malati di tumore che vengono a curarsi Torino da lontano con i loro genitori ma non possono permettersi l'albergo durante le pause delle lunghe terapie ospedaliere.
Anche i detenuti e gli agenti del penitenziario torinese aderiscono alla raccolta di offerte per i piccoli malati oncologici promossa da don Stucchi: "L'anno scorso in carcere abbiamo raccolto quasi 4 mila euro che abbiamo devoluto all'Ospedale infantile di Torino.
E speriamo di replicare anche quest'anno. Il Bambino Gesù che nasce a Natale nella povertà di una capanna ci interroga su chi è il nostro prossimo: chi è più bisognoso di un bambino malato i cui genitori sono in difficoltà economica e non possono assicurargli le cure?". Anche dal carcere arriva una risposta in con un presepe dentro una botte.
di Rosanna Borzillo
Avvenire, 29 dicembre 2019
Appena entri il profumo del "Caffè Lazzarelle", pregiata miscela prodotta dalle detenute del carcere femminile di Pozzuoli. Spetta a Giuseppina e Claudia tostare, seguire le fasi di asciugatura, macinare il caffè e occuparsi della manutenzione dei macchinari nei locali dell'istituto penitenziario in provincia di Napoli.
È solo uno dei tanti progetti in cui sono impegnate le 160 detenute che, nonostante le enormi difficoltà del sistema carcerario italiano - dal sovraffollamento alla mancanza di progetti di lavoro o di reinserimento - qui, dietro le sbarre, hanno trovato per la prima volta una casa. Nei giorni scorsi il carcere, diretto da Carlotta Giaquinto, ha ospitato la visita del cardinale Crescenzio Sepe e di oltre duecento persone: "È stato emozionante - racconta Valentina, 25 anni - essere impegnata in un progetto: il presepe vivente. Per me era la prima volta che mi occupavo in qualcosa".
Valentina è arrivata alla casa circondariale per una rapina. Da un mese è a Pozzuoli. "Facevo la barista: il lavoro era impegnativo. Provengo da una famiglia normale: papa, mamma, tre fratelli. Poi le compagnie sbagliate". Ma qui ha trovato una famiglia.
"Ho capito che nella vita si può migliorare. Sbagliare è umano, perseverare un vizio. Qui sto avendo una seconda opportunità". Valentina è stata selezionata tra le detenute che segue il corso professionale di estetista, finanziato dalla Regione Campania.
Invece è stato un Natale a casa con i propri figli per trenta detenute: tra queste c'è Anna. È a Pozzuoli da 4 anni. Racconta la sua storia tra le lacrime. "Ho perso un bambino: è questo il mio dolore più grande", per questo ha trascorso il 25 a casa con gli altri sei figli, tra cui Marco, che è gravemente disabile. Ma Anna si dice "sostenuta dalla fede; solo grazie ad essa ho ancora la forza di non lasciarmi andare".
Valentina, Anna, Lucia che lavora in lavanderia, "ma ho fatto una corsa per essere qui", chiedono tutte preghiere e esprimono ringraziamenti per il cappellano don Fernando Carannante, la polizia penitenziaria, la direttrice. "Grazie a loro in questo carcere - dice Luana, 33 anni di Taranto, arrestata a Napoli mentre compiva una rapina- ci diamo una mano l'una con l'altra, convinte che alla fine di questo percorso saremo certamente diverse". Su tutte l'incoraggiamento di Caterina: "Ce la possiamo fare: questo è solo un passaggio. Coraggio, andiamo avanti".
Oltre alla torrefazione del caffè, c'è l'orto in cui le ragazze sono impegnate, c'è una boutique per riadattare abiti usati e soprattutto per 40 di loro, la scuola. È attiva quella elementare, la media inferiore e il biennio delle scuole medie superiori. Recentemente sono stati attivati corsi universitari, nell'ambito di una collaborazione degli istituti penitenziari della provincia di Napoli con la Federico II. Ai corsi universitari (trasmessi dalla casa di reclusione di Secondigliano) partecipano 3 donne detenute, via Skype.
"Abbiamo aperto le porte del carcere al territorio - spiega la direttrice Giaquinto - augurandoci che così le nostre detenute siano conosciute e riconosciute con la dignità di persone. Speriamo così che il carcere non sia considerato una realtà a sé ma parte integrante della società". Ecco allora l'idea del presepe in cui 40 tra italiane e straniere hanno raccontato la Natività, in 5 spettacoli e dodici quadri viventi. Spetta al cardinale Sepe concludere: "Sono qui per dirvi che vi vogliamo bene, la Chiesa vi sta accanto e anche il Signore è con voi. L'importante è non arrendersi mai: tutti possiamo sbagliare.
Il carcere non è certo l'ultima spiaggia. C'è sempre una speranza. Dio non ha paura del nostro peccato: ha paura solo se ci arrendiamo". A Sepe la replica di Anna: "Eminenza, dalla mia cella al terzo piano, si vedeva un bel Crocifisso che si illuminava la sera.
Ora non si accende più. Me la fate la cortesia di farla riparare? La vista di Gesù mi consolava". Un impegno per l'arcivescovo, che abbraccia personalmente ogni detenuta mentre il quartetto "Discantus" diretto dal maestro Luigi Grima, saluta le detenute intonando "O sole mio".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 dicembre 2019
Il carcere di Santo Stefano è un penitenziario voluto dai Borboni costruito su misura per gli ergastolani in una piccola isola dell'arcipelago delle Pontine. All'entrata del penitenziario, l'architetto Francesco Carpi fece apporre come monito la frase latina: "Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis victa tenet, stat res, stat tibi tuta domus" e cioè: finché la santa Temi (personificazione della giustizia per gli antichi greci) terrà avvinti in catene così tanti mostri, lo Stato e la tua casa saranno al sicuro. Fu inaugurato il 26 settembre 1795 con i primi 200 detenuti, che presto divennero 900 - ben oltre la capienza regolamentare - divisi in 99 celle tutte uguali, ciascuna delle dimensioni di quattro metri per due.
Parliamo del carcere di Santo Stefano, un penitenziario voluto dai Borboni costruito su misura per gli ergastolani in una piccola isola dell'arcipelago delle Pontine. La sua storia ha inizio nella seconda metà del secolo dei lumi, allorché si pensò di popolare le isolette con gente indesiderata della vicina costa napoletana, camuffando la deportazione interna come esperimento pratico di alcune idee illuminate del tempo. Uno sguardo seppure sommario a queste nuove idee che illuministi italiani ed europei portavano avanti serve meglio a comprendere le motivazioni che convinsero i sovrani a ripopolare le isole Ponziane.
Il Settecento fu infatti caratterizzato da un movimento ideologico e culturale che intese portare i lumi della ragione in ogni campo dello scibile umano, allo scopo di rinnovare non soltanto gli studi e le varie discipline, ma anche la vita sociale attraverso l'abolizione degli infiniti e secolari pregiudizi che impedivano il cammino della civiltà e si opponevano al progresso e alla felicità degli uomini. A questo movimento di rinnovamento non fu estranea la politica criminale e penitenziaria di quella vasta schiera di filosofi, giuristi, filantropi e criminologi, vanto dell'Illuminismo e della tradizione liberale europea. Da una giustizia inquisitoriale oscura e rigida - che puniva per il reato e per l'azione anche non commessa - si passa ad una giustizia trasparente che inizia a considerare l'uomo delinquente e non solamente il reato.
Però non era tutto oro ciò che luccicava. Se da una parte furono formulati i presupposti per una teoria giuridica del reato, delle pene e del processo sollecitando l'abolizione delle "stanze delle torture" e delle "segrete", dall'altra si è creata come alternativa l'ergastolo a vita e i lavori forzati. In sintesi il 700 è caratterizzato dalla nascita del carcere come alternativa alle sole torture e morte. Infatti la "questione carceraria" cominciò ad essere al centro di discussioni non solo accademiche, a livello europeo (e non solo in Italia), ma fu oggetto anche di attenta analisi da parte di politici e giuristi illuminati.
L'autorità sovrana e la coscienza pubblica, però, al contrario dei giuristi, dei filosofi e dei filantropi, desideravano invece che il carcere fosse reso solamente sempre più crudele, tale da reggere il confronto prima con le pene corporali e le mutilazioni e dopo con la crudeltà dei numerosi sistemi di messa a morte nelle più svariate forme di spettacolarità. Era, in effetti, alquanto difficile affrontare e risolvere il problema carcerario dell'epoca in quanto se era vero che la pena carceraria doveva sostituire quella capitale, come suggerito dagli illuminati, la stessa in qualche modo doveva invece, per forza di cose e particolarmente per problemi di prevenzione generale, continuare ad avere carattere disumano, afflittivo, retributivo ed intimidativo. Una storia che si ripete ciclicamente e, sotto certi aspetti, anche nei giorni nostri.
Il carcere di Santo Stefano nacque come compromesso. L'architetto Carpi costruì il penitenziario abbandonando la tecnica punitiva della mortificazione del corpo nelle buie celle sotterranee cosiddette "segrete", passando alla luminosità dando una parvenza di edificio pubblico, più umano ed al servizio sia della giustizia sia della società.
Contemporaneamente però garantiva i sovrani e buona parte della popolazione legata ad un sistema carcerario sempre più retributivo e intimidativo, capace di tranquillizzare le diverse correnti. Ed ecco che il penitenziario fu progettato secondo un modello panottico, che prevedeva un controllo visivo totale e costante dei detenuti, per ottenere il "dominio della mente su un'altra mente", come teorizzato nel trattato "Panopticon" (1787), opera del filosofo inglese Jeremy Bentham, (1748-1832), coadiuvato dal fratello Samuel Bentham (1757-1831), ingegnere.
La struttura circolare si sviluppava intorno a un cortile, ed era ispirata ai gironi dell'Inferno dantesco. Nel cortile avvenivano ugualmente le punizioni corporali, vere e proprie torture che, a scopo di ammonimento, erano inflitte sotto gli occhi di tutti i detenuti, grazie proprio alla forma circolare. In corrispondenza dell'entrata la struttura circolare è interrotta da un edificio rettangolare, munito di due torri verso l'esterno e di una terrazza con due garitte verso l'interno. Ai piani superiori di questo edificio alloggiavano il chirurgo, due medici, il farmacista, gli infermieri e i sorveglianti. Al piano terra si trovavano gli uffici della direzione, amministrativi e della matricola, i magazzini di vestiario ed alimenti, e la taverna, gestita da un privato ed aperta anche agli abitanti di Ventotene.
Ad inaugurare le celle di questa struttura furono gli stessi reclusi: l'architetto Carpi li chiamava "disterrati", ovvero coloro che sono stati fatti "dissotterrare" dalle segrete. Successivamente vi furono trasferiti sia criminali delle carceri cittadine sia rivoluzionari antiborbonici. Santo Stefano, sin dalla sua apertura, ha sofferto problemi di sovraffollamento ospitando detenuti in numero superiore alle proprie capacità.
A seguito dell'imprigionamento di circa cinquecento politici e rivoluzionari del 1799 (epoca della rivoluzione napoletana), il penitenziario arrivò a contenerne poco meno di mille (otto- dieci per ogni cella) su seicento posti disponibili. Tale numero si ridusse a circa ottocento cinquant'anni dopo, quando ospitò prevalentemente detenuti politici a seguito dei moti insurrezionali del 1840- 1850.
Si ridurrà ulteriormente allorché le celle saranno suddivise in modo da potere attuare il sistema dell'isolamento individuale continuo dei soggetti e, quindi, per un massimo di duecento detenuti. Altri cento detenuti circa saranno relegati nei locali della nuova IV sezione, costruita da ultimo. La media delle presenze si stabilizzerà fino al 1965 (anno di chiusura), in circa duecentocinquanta unità.
Anche i Savoia, succeduti ai Borboni con l'Unità d'Italia, utilizzarono la struttura - oltre agli intellettuali e facinorosi non allineati - per rinchiudere particolarmente contadini meridionali considerati "briganti". Ed i Savoia li carcerarono solo perché, subito dopo l'Unità d'Italia, con le armi in pugno, essi si opposero alla politica considerata affamatrice dei conquistatori piemontesi.
Così come anche con l'avvento del fascismo, tale penitenziario venne utilizzato per punire i criminali comuni, ma anche gli oppositori politici. Sevizie, morti sospette, sofferenza perenne.
Ma anche spettacolari fughe dal carcere, nonostante l'inaccessibile scogliera a picco sul mare che doveva essere garanzia sia per le evasioni sia per l'impossibilità di tentare un qualsiasi bellicoso avvicinamento. L'uomo, reso dalla disperazione e la voglia di libertà, riesce a fare imprese mirabolanti anche dove ciò potrebbe risultare impossibile. Ma questo lo vedremo sabato prossimo.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 29 dicembre 2019
Erdogan ha messo in galera migliaia di persone colpevoli solamente di criticarlo. La testimonianza dell'artista curda Zehra Dogan. Quando Enes Kanter, il cestista turco dei Boston Celtics, si è schierato a favore della causa curda contro l'aggressione militare turca, la domanda che gli veniva posta più di frequente era questa: "Ma perché prendi posizione, tu che sei una star del basket in Usa e potresti vivere una vita tranquilla?".
Kanter ha sempre risposto che per lui era impossibile tacere perché nelle prigioni turche ci sono migliaia di detenuti innocenti, la cui unica colpa è aver criticato il governo di Erdogan. Allo stesso modo, quando lo scrittore e giornalista turco Ahmet Altan è stato scarcerato - solo per pochi giorni - dall'ingiusta detenzione cui è costretto dal 2016, ha detto di non riuscire a gioire pienamente perché il suo pensiero andava alle migliaia di persone ingiustamente detenute.
Dalle parole di Kanter e di Altan è evidente che bisogna raccontare cosa accade nelle prigioni turche, che bisogna spiegare chi è detenuto e perché. Zehra Dogan è un'artista curda con cittadinanza turca, condannata a 2 anni, 9 mesi e 22 giorni di prigione per un disegno che rappresenta Nusaybin, città resistente a Sud-Est della Turchia, abitata prevalentemente da curdi e teatro di una terribile strage di curdi già negli anni 90.
Nel marzo del 2013, dopo decenni di conflitto, era iniziato un processo di pace tra il governo turco e il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), ma le speranze sono durate poco: nel 2015 ricominciano gli scontri e Nusaybin è di nuovo sotto l'assedio dei militari dell'esercito di Erdogan. Ai giornalisti è impedito l'accesso alla città, ma Zehra Dogan ci va lo stesso perché sa che con i suoi disegni può testimoniare ciò che sta succedendo e raccontarlo al mondo.
A Nusaybin c'è un coprifuoco perenne e Zehra, come tutti, è costretta a vivere rifugiata in casa. Per far arrivare i suoi disegni fuori da quell'inferno, li scannerizza e li pubblica su Twitter. Quando, il 19 luglio 2016, termina il coprifuoco, la città è irriconoscibile, ridotta in macerie sotto cui giacciono i corpi delle vittime curde, spesso giovanissime.
Un report dell'Onu conterà 1.786 edifici distrutti a Nusaybin e fino a 500.000 sfollati in tutta l'area. È in quei giorni che sull'account Twitter delle polizie speciali turche, Zehra vede una foto scattata proprio a Nusaybin, accompagnata da commenti vittoriosi. Zehra decide di ridisegnarla, ribaltando il punto di vista: non più quello dei carnefici, ma quello delle vittime. I carri armati delle forze armate governative diventano enormi scorpioni che mangiano persone e i vessilli dell'esercito turco solo la rivendicazione orgogliosa della distruzione.
Pochi giorni dopo, il 21 luglio 2016, Zehra viene arrestata. Nell'interrogatorio le chiedono insistentemente: "Perché disegni?". In questa domanda non c'è solo la volontà di trovare "prove" contro una "dissidente", ma c'è anche tutto il disprezzo nei riguardi di una donna che attraverso la scelta artistica prende posizione, difende la sua identità, ma soprattutto non nasconde o dissimula le sue idee. Zehra viene processata e condannata per "propaganda terroristica"; va in carcere per un disegno e dunque vivrà il carcere da artista per raccontare, nel modo che le riesce meglio, ciò che accade tra quelle quattro mura precluse a ogni sguardo, perché ogni detenuta è una magnifica storia di lotta, dolorosa sì, ma carica di vita.
Una storia che deve essere raccontata. Stando lì, in carcere, Zehra può essere testimone altrettanto necessaria come lo era stata fuori durante l'assedio. Userà ogni tipo di materiale per dipingere: come supporto lenzuola, asciugamani, giornali; come pennelli penne di uccello e per colori cibo, cenere, capelli, sangue mestruale. Zehra Dogan è stata rilasciata il 24 febbraio 2019 e oggi vive a Londra; le sue opere vengono esposte e raccontano il dramma di un paese che non tollera la dissidenza e la punisce con la detenzione.
Di più, le sue opere sono preziosissime perché raccontano uno dei luoghi meno conosciuti che esistono, anche nelle democrazie più avanzate, il carcere. Siamo lontani dalla Turchia di Erdogan, lo so, ma anche in Italia il carcere è un buco nero, sconosciuto, raccontato solo dai Radicali.
È dunque con immenso piacere che ho accolto la nomina di Pietro Ioia a garante dei detenuti per il Comune di Napoli. Ioia è un ex detenuto che ha percorso una strada lunga, difficile e tormentata che lo ha portato a essere, oggi, un anello di congiunzione tra il dentro e il fuori. È di ponti che abbiamo bisogno: il tempo delle fortificazioni è finito.
di Gloria Riva
L'Espresso, 29 dicembre 2019
Ogni giorno vanno a vivere all'estero 400 ragazzi, molti dei quali laureati. Ma non sono arrabbiati o egoisti come li dipinge una certa retorica. E se vanno via non è solo per una questione di soldi. Laura ha 31 anni, lavora a Parigi, ha una relazione complicata con l'Italia: "Uno di quegli amori non corrisposti che ti strazia il cuore". Alberto vive a Londra e ci insegna perché gli expat, cioè i giovani in cerca di fortuna all'estero, detestano la definizione di "cervelli in fuga": "Si fugge da una guerra, non da un paese bello come l'Italia". Sergio, 35enne e professore negli Stati Uniti, spiega che il sistema educativo italiano è migliore di quello americano. Giulia sta in Cina e dice: "Il sistema sanitario italiano, gratuito per tutti, è cosa di cui andar fieri".
Laura, Alberto, Sergio, Giulia fanno parte di una generazione di italiani under trentacinque, per lo più laureati e diplomati, che nell'ultimo decennio ha lasciato in massa l'Italia, ma che è pronta a tornare. Lo raccontano le loro cartoline all'Italia, pubblicate da l'Espresso e tante altre ancora sul nostro sito, e lo confermano con maggior forza due studenti italiani della Kennedy School di Harvard che dalle colonne dell'Espresso lanciano un appello politico a chi, come loro, si trova all'estero e sente forte il desiderio di rientrare, per contribuire a far risorgere il proprio paese.
Sono Gaia van der Esch, 32 anni di Anguillara Sabazia (Roma), selezionata nel 2017 da Forbes fra i trenta giovani europei più talentuosi, e Tommaso Cariati, 26 anni, fiorentino, ex consulente McKinsey, che oggi si divide fra un mba a Stanford e un master ad Harvard. Dicono: "Torniamo a casa. Siamo partiti, abbiamo imparato, ci siamo divertiti. Ci siamo sentiti anche lontani da casa, soli. L'Italia è in crisi, economica e culturale: sta a noi fare qualcosa per il paese che ci ha cresciuto e ci ha insegnato tanto.
Tocca a tutti noi, è il nostro turno. Torniamo a un lavoro che paga meno, con l'obiettivo di cambiare le regole dall'interno, torniamo per fare fronte comune alla corruzione e alla politica da spiaggia. Lanciamo questo appello a tutti coloro che come noi sono partiti: abbiamo un'opportunità e una responsabilità unica per partecipare alla rinascita dell'Italia. Usiamo le nostre idee ed energie per fare dell'Italia un esempio per il mondo. Torniamo e portiamo con noi i nostri colleghi e compagni di università, invitiamoli a lavorare nel Bel Paese, invertiamo la rotta, assicuriamoci che i giovani di oggi e di domani siano valorizzati, come noi lo siamo stati all'estero. Dobbiamo provarci. Tutti insieme".
L'appello di Gaia e Tommaso giunge nel momento in cui il fenomeno dell'espatrio sta assumendo una dimensione preoccupante. Lo conferma il rapporto Italiani nel Mondo 2019 della Fondazione Migrantes: "In dieci anni il numero di expat è triplicato, passando da 39 mila nel 2008 a117 mila nel 2018". Nell'ultimo anno le partenze hanno interessato soprattutto i giovani - il 40 per cento sono ragazzi fra 18 e 34 anni - provocando "la dispersione del grande patrimonio umano giovanile. Capacità e competenze che, invece di essere impegnate al progresso e all'innovazione dell'Italia, vengono disperse a favore di altre nazioni più lungimiranti, che le attirano a sé, investono su di esse trasformandole in protagoniste dei processi di crescita e di miglioramento".
di Alessandra De Luca
Avvenire, 29 dicembre 2019
Il 1° gennaio, preceduto da polemiche, arriva in sala il nuovo film: il comico (qui anche regista) mette alla berlina i diffusi pregiudizi contro i migranti. Quattro anni fa, in occasione dell'uscita nelle sale di "Quo vado?", avevamo scritto che la "storia di un italiano" tracciata dalla coppia Sordi/Sonego nel secolo scorso ha da qualche anno a questa parte un nuovo interprete, vicino a vizi, ipocrisie, nevrosi, fragilità, furbizie, meschinità, ma anche virtù di un paese ferito da una totale perdita di innocenza. L'erede in questione si chiama Luca Medici, in arte Checco Zalone, che con Tolo Tolo, in sala dal 1° gennaio, distribuito da Medusa in ben 1.200 copie, è il comico che più si avvicina alla lucida ferocia della grande tradizione dei Monicelli e dei Risi.
Zalone, che firma per la prima volta la regia (ma con il suo nome all'anagrafe), punta ancora più in alto e rivendicando il diritto a non far ridere parla di Africa, di migrazione, di pullman affollati che attraversano deserti e di barconi che affondano, di chi lotta e di chi si vende, mettendo alla berlina luoghi comuni e pregiudizi, chi pensa di aver capito il mondo e lo racconta su giornali, politici improvvisati e fascismo ("tutti lo abbiamo dentro, come la candida").
Tra i tanti riferimenti alla commedia all'italiana, ci sono quelli a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola e a Finché c'è guerra c'è speranza di Sordi. "Guardo con estremo rispetto alla commedia all'italiana - dice il regista - Non paragono i miei film a quei capolavori, ma sono quelli i miei modelli".
Scritto da Zalone con Paolo Virzì, interpretato dal comico pugliese insieme a Souleymane Sylla, Manda Touré, Nassor Said Birya con la partecipazione di Barbara Bouchet e Nicola di Bari, prodotto da Pietro Valsecchi e Camilla Nesbit per Tao Due, Tolo Tolo (ovvero "Solo solo") racconta la storia di Checco, che si definisce un sognatore, ma che in nome delle sue malriposte ambizioni manda in malora la famiglia e, inseguito dai creditori, si trasferisce in Africa e lavora come cameriere in un resort per ricchi turisti bianchi.
Quando arrivano le milizie e scoppia la guerra civile, Checco, dato per disperso con grande gioia da parte di tutti i familiari che ha inguaiato, è costretto a tornare in Europa facendo "il grande viaggio" attraverso la Libia, insieme a Oumar, appassionato di cinema italiano, alla bella Idjaba e al piccolo Doudou. Egoista, ignorante e cialtrone, convinto che la vera guerra sia quella combattuta con ex mogli e creditori, che gli africani siano migranti per definizione e che la vera salvezza stia negli abiti firmati e in una miracolosa crema per le rughe, Checco pensa sempre di saperla più lunga de- gli altri e spera di finire in Liechtenstein, paradiso fiscale.
Ma le cose vanno diversamente e il "candido" opportunista deve vedersela con una serie di problemi dei quali ignorava l'esistenza. E se c'è chi chiede aiuto a Macron, Checco è costretto a rivolgersi a Nichi Vendola, che non rinuncia alla sua proverbiale logorrea in un esilarante cameo. Aldilà di gag più o meno riuscite (la fluidità del film risente di una regia non troppo esperta o forse di un montaggio a volte un po' sommario), il talento di Zalone sta nel metterci davanti allo specchio e farci vedere un italiano cinico, spesso sgradevole, eticamente discutibile, mediocre e qualunquista, ma nel quale tutti noi possiamo riconoscerci, almeno in parte, perché mai privato della sua umanità, per quanto imperfetta. Cosa che dovrebbe essere chiara anche a tutti coloro che hanno polemizzato con la canzone che accompagna i titoli di coda, Immigrato, paradossalmente difesa proprio da chi il regista prendeva in giro.
Certo, Zalone che se ne infischia del politicamente corretto, che non teme di pestare su tasti che altri non vogliono neppure sfiorare, rischia di finire strattonato in un dibattito assurdo che lo accusa di razzismo e crudeltà, di fare dell'ironia su una tragedia umanitaria. Ma è dai tempi di Chaplin che il cinema trasforma i drammi in commedie e la satira segue le proprie feroci regole, anche se Valsecchi durante la conferenza stampa ieri a Roma ha precisato: "Non ho certo speso venti milioni di euro per fare un film contro Salvini. Tolo Tolo parla di persone che non cercano un futuro migliore, ma un futuro e mette in scena la realtà contemporanea con il sorriso, con un tocco magico e poetico".
Eppure Zalone, a proposito di Luigi Gramegna interpretato da Gianni D'Addario, che da disoccupato scala i vertici della pubblica amministrazione e della politica diventando prima carabiniere, poi pignoratore, assessore comunale, ministro degli Esteri, presidente del Consiglio e presidente della Commissione Europea e dice "non è mica colpa mia se siete nati in Africa", commenta: "Ho inserito nel film un personaggio che somiglia ai politici attuali: ha una carriera sorprendente come Di Maio, veste come Conte e parla come Salvini. Ho creato una specie di mostro, insomma".
Il finale musicale del film, che non vi anticipiamo, è un vero e proprio colpo di genio, e tutto il racconto è costellato di canzoni del repertorio italiano, da Vagabondo di Nicola di Bardi a Viva l'Italia di Francesco De Gregori. Se le polemiche sembrano imbarazzare, ma non preoccupare Zalone, la vera sfida sarà riempire di nuovo le sale e magari superare l'incasso di Quo Vado? che nel 2015 aveva rastrellato la cifra record di 65 milioni di euro. La palla passa ora al pubblico.
di Alberto Abruzzese
Il Riformista, 29 dicembre 2019
Così Eligio Resta nel suo "La violenza (e i suoi inganni)": "Il primo grande processo "mediatico" che ci racconta di una pena di morte è quello che Atene intenta a Socrate: il processo si conclude con una pena capitale in cui la morte del corpo si ribalta nella salvezza dell'anima, l'ingiustizia subita nella giustizia della città: il carnefice diventa vittima e la vittima carnefice, appunto pharmakòs.
Non si esce dall'ambivalenza se non "ingannando" la violenza; mi è capitato molte volte di ripeterlo, si tratta di un gioco serio quello dell'inganno della violenza. Chi non prende sul serio l'inganno vedrà ritornare la violenza. Il diritto che interdice la morte condensa anche questa difficile scommessa per ingannare la propria violenza. Per questo non dobbiamo stupirci della violenza".
Devo a Eligio Resta l'ispirazione a destinare questo mio articolo a Il Riformista. Spero di essere convincente nel contesto di questo giornale, unico nel genere per la sua specifica vocazione garantista. Le ordinarie prese di posizione del garantismo impongono a mio avviso una urgente domanda: c'è qualcosa di nuovo e diverso che si muove nella sua tradizionale vocazione a preservare la vita umana dalle ingiurie della Legge, dei suoi processi e delle pene affettive e corporali che infligge? Di continuo la violenza sui singoli non cessa e dunque non cessa mai la semplicità - semplicità sempre più apparente e dunque sempre più ultimativa - dei discorsi garantisti.
Viviamo nell'allentarsi dei dispositivi di "verità" più elementari di una democrazia sotto attacco e più ancora sfibrata dalle proprie contraddizioni storiche, originarie, e insieme dalla sua immersione in una globalizzazione finanziaria decisa a infrangere i suoi stessi presupposti etici e politici. Sembra anzi che la contrapposizione tra una giustizia giusta e una giustizia ingiusta (dunque in sintesi una ingiustizia giusta) incappi nel non-senso. In una sorta di nichilismo.
Forse, ad evitarne gli effetti di logoramento, è necessario spostare in avanti e indietro l'ottica del garantismo per arrivare non soltanto alla denuncia di un potere penale incapace e iniquo - un potere che produce sofferenza senz'altra utilità che non sia la sua necessità di sopravvivenza - ma arrivare anche all'analisi dei i fattori socio-antropologici che ne sono complici, involontariamente e cioè automaticamente. Potremmo dire "per distrazione".
Azzardo una domanda diretta a me stesso e a chi sta leggendo questa pagina, quale egli sia e quale voglia essere nel suo ruolo, nella la propria professione di fede nella società civile (attenzione!). La domanda riguarda, innanzi tutto, quale sia, nel parlare abitudinario di "società civile", il significato che le attribuiamo: positivo o negativo? E cioè, nell'usare questo classico termine della tradizione moderna, aderiamo al suo significato letterale oppure lo assumiamo in quanto falsificazione (falsa coscienza) di ciò che essa in realtà è, dunque "società incivile"?
Ma il punto cruciale da affrontare riguarda direttamente, intimamente, la nostra coscienza personale: sappiamo frenare le seduzioni culturali alle quali apparteniamo - per alcuni il libro, altri lo spettacolo, altri la rete, altri il metodo e la teoria, altri la politica, altri la religione, altri la più minuta vita quotidiana - per guardare direttamente dentro la condizione umana di una sofferenza di cui siamo complici in quanto comunque afflitti dalla necessità di sopravvivenza e dalle violenze che essa ci spinge a compiere su noi stessi e sugli altri da noi?
Eligio Resta ci può aiutare a rispondere a questa domanda leggendo l'appassionato rilancio che l'autore ci offre del suo lungo lavoro di filosofo del diritto. La figura di intellettuale che gli si può accostare è certamente Stefano Rodotà, e infatti Resta rivolge un sentito omaggio alla sua memoria, ma queste poche dense pagine pubblicate ora da Sossella Editore nella collana Collassi, dimostrano una inquietudine ben diversa e in tutto particolare: il coraggio di trattare il tema della violenza senza temere di entrare in contraddizione con se stesso ma scegliendo di fare proprio di essa la sua vocazione.
Dunque di farne lo strumento per dividere - invece che saldare in una sola prigione - la persona umana dalla propria professione, dal ruolo di competente nel campo delle infinite tecnicalità che compongono e scompongono i dispositivi (scritti, interpretati e applicati) del Diritto Penale: là dove è in gioco la morte della carne e più si "mostra" - viene mostruosamente messo in scena - il circolo vizioso tra pena e violenza.
Tale è, per Resta, questo rapporto: un legame vizioso, dunque una abitudine "cattiva" (che imprigiona). Inclinazione, deriva, che impone di continuo la necessità di un pensiero in grado di resisterle, rivelarla (nel giusto senso di una scrittura apocalittica).
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 29 dicembre 2019
Esecuzioni, sparizioni, milizie che spadroneggiano. Però le manifestazioni contro la corruzione, dopo 450 morti e diecimila feriti, non si placano. "Resteremo in piazza, sempre", dicono i militanti dal quartier generale nel garage Sinak. L'entrata del garage Sinak è un cancello chiuso da un lucchetto. Di fronte, seduti su sedie di plastica due ragazzini: cappellini con visiera in testa, ai piedi scarpe da ginnastica lise. Sono il servizio d'ordine dell'autorimessa, uno dei due edifici occupati dai manifestanti iracheni che dall'inizio di ottobre stanno animando proteste di massa nella capitale e nel resto del paese. Sorvegliano chi entra e chi esce, controllano borse e giacche, documenti e identità per evitare che si infiltrino sconosciuti in combutta con le milizie. Per evitare un altro massacro al garage Sinak.
Nella notte tra il 6 e il 7 dicembre scorso gruppi di uomini armati non identificati hanno assaltato l'edificio uccidendo venti manifestanti e ferendone più di cento. Un attacco sanguinoso, coordinato, parte della campagna di violenza e intimidazione contro i manifestanti che hanno riempito le strade.
Il dottor Muslim Ben Aqeel Ismael al garage Sinak conosce uno per uno i sopravvissuti, era qui anche la mattina dopo il massacro, tra le stanze date alle fiamme sul tetto e gli angoli delle pareti ancora sporchi del sangue delle vittime. Stringe la mano a Hussein, che quella notte era lì. È stato pugnalato alla mano e al braccio destro. Alza la manica della tuta per mostrare i segni delle ferite.
I pochi che restano a Sinak, oggi, sono quelli che hanno visto. Erano lì quando i corpi senza vita dei compagni venivano lanciati dal sesto piano del garage, e una dottoressa trascinata via, uccisa, il suo corpo abbandonato sul ponte antistante. Chi resta oggi a Sinak aspetta il ritorno dei manifestanti picchiati e catturati. Ammesso che ritornino. Mohammed ha il braccio fasciato da una benda, un panno blu lo sostiene intorno al collo. È stato colpito da un proiettile, un pezzo è ancora all'interno del braccio. Ma in ospedale Mohammed non va. Perché ha paura di essere schedato. "Chi veniva trasportato negli ospedali pubblici all'inizio delle proteste", dicono, "non è mai tornato indietro".
Il Riformista, 29 dicembre 2019
L'Assemblea generale dell'Onu ha approvato una risoluzione che condanna gli abusi dei diritti umani commessi in Birmania contro i musulmani Rohingya e altre minoranze e invita il Paese a fermare l'incitamento all'odio contro queste comunità. Lo riferisce la Bbc spiegando che la risoluzione, che non è legalmente vincolante, è stata approvata con 134 sì (i membri dell'Assemblea sono 193), 9 no e 28 astenuti. Migliaia di Rohingya sono stati uccisi in Birmania e oltre 700mila sono fuggiti nel vicino Bangladesh durante la repressione da parte dell'esercito nel 2017 nel Paese a maggioranza buddhista.
La difesa dell'ex Premio Nobel per la Pace - Questo mese la leader birmana Aung San Suu Kyi aveva respinto le accuse di genocidio alla Corte penale internazionale. Il premio Nobel per la Pace del 1991, ministro degli Esteri birmano, aveva dichiarato la Corte internazionale di giustizia dell'Aia che non vi sono prove di "intento genocida" dietro l'azione militare del suo Paese contro i musulmani Rohingya. Suu Kyi aveva affermato che "non si può escludere che i militari abbiano usato una forza sproporzionata", ma ha insistito sul fatto che "sicuramente nelle circostanze l'intento genocida non può essere l'unica ipotesi".
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