di Massimiliano Sfregola
Il Fatto Quotidiano, 26 dicembre 2019
Questo ultimo mese degli anni 10 del 2000 ha segnato due eventi chiave per il futuro delle relazioni internazionali: il via alla rimozione dell'ultimo ostacolo alla Brexit, e le conseguenze a valanga che potrebbe portare al multilateralismo, e l'apertura del procedimento presso la Corte di Giustizia dell'Onu che vede il Gambia opposto al Myanmar per la questione Rohingya.
Quest'ultimo, anche se passato largamente inosservato, soprattutto per le implicazioni politiche, è invece un evento storico. Per diverse ragioni. In primis, utilizzando uno strumento dimenticato (e largamente ignorato) come la Corte universale dell'Onu, il Gambia e l'Organizzazione dei Paesi islamici hanno dato una lezione di democrazia alle stesse potenze mondiali che tanto tempo fa istituirono quella Corte, pur ignorandone costantemente giurisdizione e pronunciamenti. Poi hanno spinto le competenze di quel tribunale, abituato a vedere solo avvocati di studi milionari su un terreno politico inedito: non era mai successo prima d'ora che un capo di Stato si presentasse a "deporre" davanti ai giudici dell'Onu.
Ed era successo, soprattutto, molto di rado che la Corte fosse chiamata a pronunciarsi su questioni politiche come il genocidio, tema - quasi sempre - lasciato a tribunali ad hoc oppure all'Icc, la Corte Penale Internazionale, che a l'Aia si trova a poche centinaia di metri dall'Icj (ma non gode del favore delle potenze). Con scaltrezza politica, il Gambia ha evitato la probabile impasse all'Icc (non riconosciuta dal Myanmar e in generale poco gradita agli Stati africani).
Così presso il Peace Palace, a L'Aia, il palazzo sede dell'Icj, la più burocratica, incolore e dimenticata tra le istituzioni Onu si trova, ora, a dover giudicare San Suu Kyi, per l'Occidente a lungo simbolo dei diritti umani nel sud-est asiatico, stabilendo se la repressione contro i Rohingya sia stata una questione interna molto complessa, come ha detto nei suoi 15 minuti di intervento la ex premio nobel, oppure un'azione sistematica con obiettivo la pulizia etnica della minoranza di religione musulmana.
Anche l'Icc ha un fascicolo e un'indagine aperti, ma l'efficacia di un tribunale universale come l'Icj - anche se le sue decisioni non sono vincolanti per gli Stati - potrebbe avere un significato politico molto forte. Comunque andrà - potrebbero volerci anni prima che arrivi una sentenza - il Gambia ha dato una lezione a tutti di diritti umani e di rispetto delle regole della democrazia.
La Repubblica, 26 dicembre 2019
Il presidente dello Zambia ha definito il diplomatico "persona non gradita" e gli Usa sono stati costretti a richiamarlo. L'oggetto del disaccordo è la sentenza a 15 anni di carcere di una coppia, perché omosessuale. Washington ha preso le difese di Daniel Foote dopo che il governo di Lusaka aveva definito inaccettabile la sua denuncia sull'imprigionamento di una coppia omosessuale.
"È insostenibile il comportamento del governo zambiano - Gli Stati Uniti si oppongono fermamente agli abusi contro le persone Lgbi. I governi hanno l'obbligo di garantire che tutte le persone possano godere liberamente dei diritti umani universali e delle libertà fondamentali a cui hanno diritto ", ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato.
L'Alta corte di Lusaka lo scorso mese ha condannato Japhet Chataba e Steven Samba a 15 anni di carcere per essere stati sorpresi, spiati, in un rapporto sessuale "contro natura", si legge nella sentenza. La coppia aveva prenotato un breve soggiorno in un lodge. Durante la notte, un impiegato della struttura li ha sorprresi, spiandoli dalla finestra, e ha riportato quanto visto alle autorità. L'ambasciatore Usa Daniel Foote aveva denunciato la pena definendola "terrificante".
Il presidente, Edgar Lungu, mandò subito una nota di protesta a Washington e rimase in attesa di una risposta. La risposta americana è stata quella di richiamare Foote, considerato che era diventata persona non gradita nel Paese, che tra l'altro è il maggior beneficiario degli aiuti Usa: centinaia di milioni di dollari a sostegno della lotta contro l'Aids. Lo Zambia è una società profondamente conservatrice in cui l'omosessualità è illegale. "Non si può chiedere a un governo di prendere una decisione puntandogli un'arma da fuoco - poiché ti stiamo aiutando, vogliamo che tu faccia questo - non si può", ha detto alla Bbc il ministro degli Esteri dello Joseph Malanji.
di Enrico Ferro
Il Mattino di Padova, 25 dicembre 2019
Scultura lignea consegnata in Vaticano da don Pozza In un video la gioia del Pontefice: "Sarà proiettato a messa". Due mani che emergono da un blocco di legno, con una forza che sembra rendere vivo quel cubo inanimato. "Con queste mani abbiamo ucciso, queste mani doniamo a te Santo Padre". Ecco il regalo degli ergastolani del carcere di Padova a Papa Francesco. Un dono di chi è destinato a vivere per sempre tra sbarre d'acciaio e muri di cemento. La scultura è il frutto di un progetto attivo nel carcere, in cui il direttore Claudio Mazzeo crede molto: si chiama ScolpiAmo.
di Marta Spanò
artribune.com, 25 dicembre 2019
Da sempre ritenute architetture destinate al margine e alla periferia, le carceri sono luoghi che meritano una riqualificazione. Come è capitato ad alcuni ex stabilimenti di pena.
La storia dell'architettura è più lunga di quella di ogni altra espressione artistica: secondo Walter Benjamin, ne L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, "le costruzioni vengono accolte in un duplice modo: attraverso l'uso e attraverso la percezione. O, per meglio dire: in modo tattile e in modo ottico [...].
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 25 dicembre 2019
Tra le tante sciocchezze che si ripetono in materia di giustizia la più ricorrente è questa: che ci si deve difendere "nel" processo e non "dal" processo. E che chi fa il contrario si rende responsabile di una specie di mascalzonata. A quelli, e sono purtroppo tanti, che come pappagalli ripropongono la canti-lena, qualcuno potrebbe spiegare che difendersi anche "dal" processo, se non è proprio un diritto, almeno può costituire un comportamento comprensibile.
di Luca Dal Poggetto
luccaindiretta.it, 25 dicembre 2019
Gli esponenti dem ribadiscono la necessità di trovare una sede esterna alle Mura. Una situazione non più critica come qualche anno fa ma che non per questo deve essere posta in secondo piano. Si è tenuta questa mattina (24 dicembre) l'ormai tradizionale visita di alcuni esponenti istituzionali al carcere di San Giorgio.
aduc.it, 25 dicembre 2019
All'uscita dalla visita nell'istituto penitenziario di Sollicciano il presidente dell'associazione Progetto Firenze, Massimo Lensi ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Scegliere di esserci nel giorno della vigilia di Natale non ha in questo caso nulla a che fare con la luce dell'Avvento, ma con la grigia penombra che in un istituto penitenziario nelle festività s'infittisce.
immediato.net, 25 dicembre 2019
Gli organizzatori: "Questa giornata può diventare l'occasione per costruire ponti fra il mondo di fuori e i luoghi della reclusione". L'atmosfera natalizia ha raggiunto, nel giorno della vigilia, anche l'istituto penitenziario di Foggia. In via delle Casermette il pomeriggio è stato animato dal cappellano fra Eduardo Giglia con il volontario Fabio Soldi, da Luigi Talienti, dai volontari dell'associazione Genoveffa De Troia, Flora Pistacchio ed Emanuele Pio e da Annalisa Graziano del CSV Foggia. L'accompagnamento musicale è stato curato dagli "Zampognari del Monte Gargano" Michele Campanile, Felice Ricucci e Libero Potenza che hanno intrattenuto i ristretti nelle sezioni con musiche natalizie a suon di zampogna e ciaramelle.
"Ringraziamo - sottolineano gli organizzatori - la direzione, l'area trattamentale e la polizia penitenziaria per averci concesso anche quest'anno l'opportunità di ricreare l'atmosfera natalizia in giorni in cui la popolazione detenuta avverte maggiormente la distanza dai propri cari. È stato bello toccare con mano l'emozione dei musicisti che, con grande esperienza alle spalle, per la prima volta si sono esibiti all'interno di una casa circondariale. Fondamentali sono stati il supporto dei ristretti lavoranti, che ci hanno aiutato nella distribuzione di panettoni e caramelle, e il sostegno della Fondazione dei Monti Uniti di Foggia, a cui va la nostra gratitudine per la sensibilità mostrata anche in questa occasione. Il giorno della vigilia di Natale può diventare così l'occasione per costruire ponti fra il mondo di fuori e i luoghi della reclusione".
di Veronica Rodia
salernosera.it, 25 dicembre 2019
Spettacolo dei detenuti di alta sicurezza nella Casa circondariale di Salerno. Tanta solidarietà e tensione verso la libertà. Il gran lavoro della direttrice Rita Romano. Un fine settimana intenso quello appena trascorso nella Casa Circondariale "Antonio Caputo" di Fuorni, iniziato sabato con un incontro impegnato, sulla giustizia riparativa insieme al Garante dei detenuti per la Regione Campania, Samuele Ciambriello; c'è stato spazio anche per le emozioni: tra gli ospiti la mamma di Ciro Esposito, il tifoso del Napoli ucciso da un ultras romanista e Carmela, la vedova Veropalumbo, moglie del carrozziere ucciso da un proiettile vagante. "Nell'immaginario di tutti la pena è quella afflittiva, si riduce alla punizione di chi ha sbagliato, ma affinché la detenzione svolga la sua funzione adempiendo al compito indicato dalla costituzione la pena deve essere riparativa", così la direttrice Rita Romano introduce il fitto programma di attività con questo preciso scopo, andando subito al punto.
Ci accoglie nel suo ufficio, è intenta a redigere un documento, è domenica, sono le 9.30 e le attività già fervono. Riceve telefonate, dà disposizioni, "Noi qui facciamo miracoli" spiega.
Nonostante il sovraffollamento e il personale di Polizia Giudiziaria sottodimensionato, ormai un leitmotiv sottolineato ad ogni visita dal Garante negli ultimi anni, i progetti non si fermano e senza rassegnazione aggiunge: "Purtroppo però si parla di noi solo per le risse, per il rinvenimento di telefonini". Infatti, da poco insediata (febbraio 2019 ndr) la direttrice fu protagonista delle cronache perché coinvolta in una rissa tra detenuti.
Le chiediamo subito, senza tema di sfociare in sterili discorsi di genere in un luogo in cui la separazione degli uomini e le donne è una prescrizione considerata necessaria, se essere donna e ricoprire questo ruolo rappresenti uno svantaggio. "Il carcere è un ambiente maschile e maschilista, ma il rispetto per la figura femminile è un valore qui largamente condiviso, è un punto a favore; quando per prima arrivai sul luogo degli scontri, "fermatevi fermatevi! che facciamo male alla direttrice!" furono le prime parole che sentii, poi però ci sono anche i contro", ma non specifica e passa a parlare delle detenute femmine, quasi un collegamento consequenziale.
Percepisco che con la sezione femminile è diverso, più complicato, e le sue parole lo confermano. "Le problematiche sono più complesse ma c'è empatia, siamo donne e sento dentro le loro sofferenze, molte sono mamme lontane dai figli".
Una professoressa dell'Istituto Alberghiero interno al carcere è più diretta: "Il reparto femminile è meno gestibile, è per questo che le attività sono minori, loro sono più promiscue e disinibite, fanno squadra ed hanno un forte temperamento. Qui ad esempio l'istruzione di grado superiore è prevista solo per gli uomini, le donne si fermano alle medie. Però prima non facevano proprio niente, adesso con la nuova direttrice fanno più cose".
Considerando superate le teorie biologiche del 19esimo secolo, la questione qui sollevata supera anche il diritto poiché molte delle differenze tra uomo e donna promanano dai modelli socio-culturali, dall'educazione, dall'apprendimento, dalla famiglia di origine.
Non ha paura di cadere nei luoghi comuni di genere la direttrice Romano e dà alcune anticipazioni sulle attività future rivolte alle donne: un laboratorio di cucina, un corso di yoga, un corso per costumiste che "si concluderà con una sfilata e la creazione di due boutique una rosa per le donne e una celeste per gli uomini, perché c'è anche una povertà notevole e vogliamo mettere a disposizione abiti nuovi non sempre i soliti abiti usati ma" - continua - "il teatro è la massima espressione della valenza pedagogica di questi laboratori" e inizia a parlare dello spettacolo al quale stiamo per assistere.
I detenuti in regime di Alta Sicurezza, quelli ad elevato spessore delinquenziale i cui rapporti con gli altri e con l'esterno sono limitati proprio per la natura organizzativa delle loro attività, da settembre stanno preparando uno spettacolo teatrale "Omaggio ai tre fratelli De Filippo", e stanno per andare in scena. Il regista è Francesco Granozi, che ormai da 24 anni lavora in questo carcere con la sua scuola "Teatranimando".
È la prima volta che lavoro con i detenuti di Alta Sicurezza, ho sempre lavorato con i detenuti comuni e devo dire che questo non dice nulla sulla loro condotta, ho trovato grande educazione e rispetto per la mia figura e questo mi ha permesso di fare cose più difficili come Eduardo, coi comuni potevo fare solo cabaret, con qualche sketch" a sottolineare che la pericolosità dei reati, spesso ingiustamente, si estende alla pericolosità della persona che li ha commessi. Erano partiti numerosi poi sono arrivati a circa undici elementi a causa di trasferimenti e dimissioni, così hanno deciso di darsi il nome di "Compagnia In...stabile".
Appaiono impazienti ed emozionati quando sbucano dalle quinte per chiedere cose e incalzare mentre ascoltiamo Granozi che cerca di spiegare: "Hanno l'adrenalina giusta, si sono immedesimati, la prima fase è togliere quella pelle di serpente, come la chiamo io, la fase in cui hai paura di essere preso in giro dai compagni, di fare la figura dello scemo, ma da quando è uscito Gomorra è più facile, si scimmiotta quell'atteggiamento".
Una serie Tv che ha sdoganato la performance attoriale, giustificandola quasi ai loro occhi, ma una volta sul palco i volti non sono così intimidatori e risoluti, sono tutti molto giovani tranne qualcuno sulla cinquantina che sta scontando una lunga pena, le parole sono incerte ma c'è intenzione, alcuni sembrano avere una naturale predisposizione, si aggirano tra il pubblico con sicurezza.
Il pubblico ride, coinvolto e mi volto a guardarlo. Dietro di noi a destra un gruppo della sezione femminile e a sinistra uno di quella maschile divisi dal corridoio centrale. I più battono le mani e incitano compiaciuti nelle scene ad elevata immedesimazione: una singolar tenzone, una battuta maschilista, una canzone tradizionale; una donna non ride, si sfrega le mani convulsiva, è quella che ci aveva agganciati prima dell'inizio dicendo: "A noi ci devono dare il lavoro, dobbiamo vedere gente diversa, qua dentro si parla solo di droga, so' trent'anni che sto qua dentro, te lo dico da tossicodipendente...".
Poi l'ispettrice della Polizia Penitenziaria l'ha messa a tacere, l'ha fatta tornare al posto redarguendola con voce ferma per raggiungerci: "Il fatto di stare qua dentro da trent'anni le fa credere di essere il capo, di poter fare quello che vuole ma non è così". Sono apostoli di un dio che non li vuole, sono le parole di Sabato che è qui da trent'anni e mette in poesia la sua testimonianza. Un dramma nel dramma che non muove il pubblico a commozione, che non coinvolge quanto il riso.
In fondo traspare già dalle parole dello stesso Peppino De Filippo: "Sono sicuro che il dramma della nostra vita, di solito, si nasconde nel convulso di una risata provocata da una qualunque azione che a noi è sembrata comica. Sono fermamente convinto che, spesso, nelle lacrime di una gioia si celino quelle del dolore. Allora la tragedia nasce e la farsa, la bella farsa si compie!". L'ovazione finale, un omaggio floreale, il commiato ad un luogo che fatica a riscattarsi dalla definizione turatiana di "cimitero dei vivi" e un ultimo scambio prima che le sbarre si chiudano alle nostre spalle. "Voi siete la giornalista? Potete mettere pure i nostri nomi nell'articolo, non vi preoccupate: sui giornali ci siamo già stati. Grazie signorì".
radiobombo.com, 25 dicembre 2019
Il 14 dicembre 2019, presso la Casa Circondariali di Trani e? stato inaugurato il nuovo spazio ludico "Magikambusa 2.0", progetto vincitore del bando Orizzonti Solidali dell'anno 2018, promosso dalla fondazione Megamark. Il progetto "Magikambusa 2.0", gestito dall'associazione "Paideia" fin dal 2013, e? protagonista di una nuova rinascita, grazie ai fondi stanziati dalla fondazione Megamark e dal cofinanziamento ricevuto da parte dell'ufficio del Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà? personale.
- Crotone. Concluso il laboratorio di poesia nel carcere
- Ivrea (To). Pranzo di Natale in carcere, con i detenuti gli allievi dell'Istituto Alberghiero
- Comunità di Sant'Egidio. A Natale aggiungi un posto a tavola
- Modou, cui hanno sterminato la famiglia a picconate, e quei mondi così lontani a due passi da noi
- Dj Fabo, Cappato assolto: tutti più liberi









