di Giovanni Tizian
L'Espresso, 17 novembre 2019
Il primo grado riconosce l'omicidio preterintenzionale da parte di due agenti. Gli esecutori del pestaggio sono stati condannati a 12 anni e il super testimone assolto dal reato più grave. Ora il prossimo passo è accertare le responsabilità di chi ha depistato per tutto questo tempo.
Dieci anni per ottenere verità e giustizia. Dieci anni per chiarire una volta per tutte che Stefano Cucchi non è morto di droga. È stato ucciso della botte dei carabinieri. Due di loro sono stati condannati a 12 anni: Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro. Il processo di primo grado che si è concluso con il riconoscimento da parte della corte del reato di omicidio preterintenzionale ha avuto la sua svolta ad aprile scorso.
Quando cioè Francesco Tedesco uno dei militari presenti quella notte, per troppo tempo ostaggio del silenzio corporativo dell'Arma, durante la sua testimonianza da imputato ha deciso di dire la verità. Non ha retto più il peso della menzogna. Da quel momento si è aperto uno squarcio profondo nel muro di gomma alzato dall'Arma anche attraverso falsi ripetuti e depistaggi, per i quali si aprirà un nuovo processo. Le parole di Tedesco sono crollate come macigni sulle spalle dei suoi colleghi, forti della protezioni ricevute nei dieci anni dal pestaggio di Cucchi. L'Espresso aveva intervistato l'avvocato Eugenio Pini, che segue Tedesco e lo ha accompagnato nel percorso di "pentimento".
"Ricordo ancora il terrore nei suoi occhi e lo sforzo nel raccontarmi quell'inconfessabile segreto", ricordava con L'Espresso Eugenio Pini. Perché il vicebrigadiere Francesco Tedesco, imputato nel processo bis sulla morte di Stefano Cucchi, ha deciso di violare il codice non scritto dell'Arma? Qual è il motivo che lo ha spinto a raccontare la verità su quella tragica notte di dieci anni fa? "Rammento perfettamente le sue parole", ricorda Pini, "mi disse: "avvocato, se Stefano Cucchi è morto per le lesioni procurate dai miei colleghi, io voglio raccontare tutto, non posso più tacere". Dopo il primo interrogatorio con il procuratore Giuseppe Pignatone e con il sostituto Giovanni Musarò, mi disse: "finalmente mi sono tolto questo enorme peso e mi sento rinato"".
Un gesto destinato a mutare il corso del processo contro i carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale e di falso. Con Tedesco testimone diventa difficile sostenere che Cucchi non sia stato pestato a sangue la notte dell'arresto. Il vice brigadiere era lì, aveva visto tutto. E ha tentato di fermare la furia dei suoi colleghi. "Francesco Tedesco mi aveva conferito l'incarico di assisterlo nel novembre 2015. Nel primo appuntamento mi raccontò cosa avvenne la notte tra il 15 ed il 16 di dieci anni fa. Raccolsi la narrazione dei fatti con molta attenzione e ricordo che Tedesco, nel parlarne, era molto spaventato. Abbiamo analizzato immediatamente tutti i possibili risvolti. Volevo comprendere se fosse sua intenzione rivelare tutto pubblicamente. In quel momento la verità sul caso Cucchi era ancora lontana. Così sono prevalsi in lui il timore di raccontare i fatti e la condizione di prostrazione che hanno accompagnato Tedesco in questi ultimi dieci anni. Non posso dimenticare il terrore che provava Tedesco e lo sforzo che fece nel raccontare, per la prima volta, questo inconfessabile segreto. Mi resi anche conto della sua difficoltà di parlarne con una persona estranea al mondo militare".
In quel momento, quindi, il carabiniere decide di tacere e accettare senza fiatare il ruolo di indagato dopo che la procura di Roma con il pm Giovanni Musarò aveva riaperto il fascicolo su Cucchi. Tedesco aveva paura. Ma era solo questione di tempo, la verità stava per riaffiorare. "Poi Tedesco ha trovato il coraggio. L'aver compreso la gravità dei fatti a cui ha assistito, lo ha portato a chiedere scusa alla famiglia Cucchi e ai colleghi della Polizia Penitenziaria accusati ingiustamente, all'inizio della sua testimonianza in tribunale. Al termine dell'udienza, si è poi avvicinato a Ilaria Cucchi per dirle: mi dispiace".
Tedesco, però, è isolato. I colleghi imputati restano abbottonati nei loro cappotti di silenzio, convinti che indossare una divisa significhi impunità. "Liberissimi di farlo. Tutti gli altri imputati hanno deciso la strategia opposta rinunciando addirittura a sottoporsi ad esame. Certo, il processo va avanti e possono ancora rendere delle spontanee dichiarazioni", spiega l'avvocato Pini, veterano nella difesa di poliziotti e carabinieri. "Effettivamente ho difeso e difendo numerosi appartenenti alle forze dell'ordine e alle forze armate, coinvolti in processi penali. Ritengo che la difesa debba impostarsi su posizioni oggettive, razionali e rispettose delle vittime. Il becero oltranzismo sterile è controproducente per la persona che si assiste e difende. Con una visione più ampia condivido l'imperativo profondamente umano esortato da Papa Francesco di smilitarizzare il cuore dell'uomo".
"Cucchi fu colpito prima con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi Di Bernardo (uno dei carabinieri imputati ndr) lo spinse. E D'Alessandro (altro militare sotto processo ndr) diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all'altezza dell'ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: "Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete". Ma proseguì nell'azione spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbatté anche la testa. Io sentii un rumore della testa che batteva. Quindi sempre D'Alessandro gli diede un calcio in faccia, a quel punto mi alzai e li allontanai da Stefano".
È il racconto fatto da Tedesco ai pm e poi ribadito nell'aula del tribunale dove è in corso il processo bis sulla sua morte. Una testimonianza che ha messo in crisi la strategia difensiva degli altri imputati. E non solo. Sul processo, infatti, si è abbattuto il ciclone dei depistaggi per nascondere la verità sul caso Cucchi. Un nuovo capitolo che vede indagati diversi carabinieri più alti in grado. Si tratta dei militari che hanno coperto le responsabilità dei loro sottoposti in tutti questi anni.
Il pm Giovanni Musarò ha ricostruito la catena gerarchica delle omissioni. "Questo nuovo procedimento scaturisce certamente da un fatto: la mancanza di atti della polizia giudiziaria riferibili alle lesioni procurate a Stefano Cucchi. L'altra considerazione che riguarda direttamente il mio assistito è che, di fronte a quello che siamo abituati a conoscere come il cosiddetto muro di gomma, le difficoltà non le incontra solo chi dall'esterno vuole conoscere la verità ma anche chi, dall'interno, vuole comunicarla all'esterno. In altre parole, il muro è il medesimo e, una volta che crolla, si possono finalmente incontrare le sofferenze delle persone che hanno vissuto, chiaramente in modo diverso, questa limitazione. Fatemi dire che la stretta di mano tra la signora Ilaria Cucchi ed il Carabiniere Francesco Tedesco può rappresentare proprio questo momento di incontro". Anche l'avvocato parla di muro di gomma. Quel muro che cadrà definitivamente nel processo sui protagonisti dei depistaggi che per dieci anni hanno reso impossibile accertare la verità su quella notte iniziata in via Lemonia. Omissioni che portano il timbro della catena gerarchica dell'Arma.
di Maurizio Di Fazio
L'Espresso, 17 novembre 2019
Orari impossibili, mansioni punitive, privacy violata. Così le imprese tendono a sbarazzarsi dei dipendenti malati. E spesso ci riescono. Il cancro e il lavoro. Il male del secolo e l'umanità in azienda. Chi viene colpito da un tumore deve lottare spesso due volte: contro la peggiore delle malattie, e contro mobbing e cinismo sul posto di lavoro.
Diventa un fardello, un intralcio al totem produttivo. Viene adibito a funzioni durissime, come se avesse ormai le ore contate, o destinato a compiti perfettamente inutili. E pensare che la cura di un paziente oncologico passa anche per il potere continuare a svolgere le normali attività di tutti i giorni. Comprese quelle lavorative.
C'è chi è costretto a licenziarsi, e c'è chi resiste, magari al prezzo d'aggravarsi di salute. Il cancro in età lavorativa è un problema che nel nostro paese coinvolge più di un milione di persone (dati dell'associazione italiana registri tumori). L'ultima indagine Favo-Censis ci racconta che ben 274 mila connazionali sono stati licenziati o indotti alle dimissioni dopo una diagnosi tumorale. I casi sono a migliaia, ma restano per lo più sommersi. La stragrande maggioranza preferisce infatti non palesarsi: si vergogna di questo "cancro aggiuntivo" che divora le sue speranze. Qualche lavoratore ha però accettato di raccontarci la sua storia.
Gloria ha 45 anni e lavora nella grande distribuzione organizzata, come cassiera in un ipermercato. Passa le merci allo scanner dei prezzi. Ha avuto due tumori al seno, più una recidiva. In tutto tre operazioni, di quelle invasive. "Ho dovuto ricostruirmi entrambi i seni, e anche un braccio e un pezzo di schiena. Ma sulle prime l'azienda per cui lavoro non mi ha riconosciuto la malattia. Per loro, i miei erano interventi di chirurgia plastica. Roba estetica, insomma. Roba da pazzi". Poi ha inizio il carosello, o meglio, il "martirio invisibile" degli orari impossibili. "Ero appena uscita da un ciclo massiccio di chemio e radio.
Avevo diritto a due ore al giorno di riposo, grazie alla legge 104. Ma la mia azienda ha cominciato a crearmi degli orari assurdi, concepiti apposta per portarmi al licenziamento. Invece di dividermi il monte-ore equamente, me ne mettevano poche un giorno e tante un altro. Non consentendomi così di fruire delle due ore quotidiane di riposo prescritte per legge".
In alcuni giorni Gloria riposa solo un'ora, in altri le canoniche due; ma nel frattempo il suo orario è stato allargato, alla chetichella, a dismisura. Adesso la donna lavora non più quattro, ma anche cinque o sei ore al dì. A un certo punto getta la spugna e si licenzia. "Certo, mi aiutava molto il fatto di uscire di casa, la ricerca di una parvenza di normalità... ma non ce la facevo più ad andare avanti a quelle condizioni. Con quei turni massacranti e schizofrenici.
Alla quinta ora di fila, mi diventava tutto pesante e insostenibile. Con le operazioni che ho avuto io, poi, scansionare i prodotti a un ritmo vorticoso al codice a barre è una tortura medievale. Mi hanno costretta, di fatto, ad andarmene, a mettermi in malattia". Oggi Gloria è in cura dallo psicologo. A farle male, più della malattia, è stato il comportamento machiavellico del suo ex datore di lavoro.
Molti tengono segreta la malattia, temendo lo stigma aziendale. E c'è ancora chi si mette in ferie per effettuare gli esami e le cure di prassi. Eppure esiste tutta una serie di diritti conquistati nel corso del tempo. La leva su cui poggiano è quasi sempre la legge 104 del 1992, che tutela le persone disabili.
I lavoratori malati di cancro possono essere equiparati ai portatori di handicap gravi, e in quanto tali lavorare nella sede più vicina al loro domicilio, svolgere mansioni adeguate alla loro capacità lavorativa (a parità di stipendio), essere esentati dai turni di notte e avere accesso al part-time durante i trattamenti. Sempre grazie alla 104, i malati oncologici fruiscono di permessi retribuiti, pari a due ore al giorno come abbiamo visto nel caso di Gloria o a tre giorni continuativi o frazionati.
C'è poi il cosiddetto "periodo di comporto", la cui durata varia a seconda del tipo di contratto collettivo nazionale di categoria. Nel corso di questa fase, il lavoratore (a cui verrà corrisposto un salario ridotto) è libero di assentarsi senza che l'azienda possa licenziarlo. Superato il tetto massimo consentito, è invece possibile cacciarlo anche se è ancora malato. Nel commercio e nei servizi, e nel settore privato, il periodo di comporto dura 180 giorni, diluiti in un anno solare. Nel pubblico impiego sale a 18 mesi (sempre frazionati) nel triennio. Nel caso dei metalmeccanici e degli autotrasportatori, il periodo di comporto è secco (un unico, lungo blocco di allontanamento dal lavoro) e oscilla in base all'anzianità di servizio del lavoratore malato. Il limite invalicabile è di un anno di assenza semi-retribuita.
Antonietta ha trentacinque anni. È, o meglio era, una commessa. Pesa 45 chili: ha difficoltà a nutrirsi a causa di un linfoma. Può mangiare solo a orari fissi. Dovendosi assentare per le sue cure, si è vista bollare come assenteista, con tanto di campagna denigratoria orchestrata dall'alto, nonostante i vertici la conoscessero bene la verità. "Molti miei colleghi stavano cominciando a crederci alle parole dei nostri capi, che mi dipingevano come una negligente, "quella che non lavora mai". Manco andassi a ballare in quelle ore, e non a bombardarmi di chemio".
La sua odissea è punteggiata da mille episodi spiacevoli, umiliazioni e variazioni speciose sul tema: "Cercavano di procurarmi inciampi con gli orari, e guadagnarmi una visita era, ogni volta, una battaglia. "Dammi prima il certificato": era questo il loro mantra-standard". Eppure la certificazione è appannaggio del medico aziendale, e non può o non dovrebbe finire sotto gli occhi del management. Altrimenti vivremmo in un Stato di polizia sanitaria, e i lavoratori sotto ricatto. Anche lei va dallo psicologo.
"Lo Stato dovrebbe intervenire urgentemente. Soprattutto nel privato. Occorrono regole e paletti. È una guerra che noi combattiamo e combatteremo nei posti di lavoro, ma non è sufficiente", spiega Francesco Iacovone del direttivo Cobas nazionale, tra i più attivi su questo fronte. I malati oncologici dovrebbero lavorare il giusto, senza queste montagne russe ingenerose e insalubri. Per fortuna non funziona sempre così: esistono aziende, come le cooperative di consumo, che tutelano chi ha un tumore, e garantiscono loro il mantenimento dell'occupazione anche dopo il periodo di comporto. C'è inoltre un aspetto su cui riflettere: perché la tutela arriva al massimo a 18 mesi, quando un malato di cancro può dirsi guarito solo dopo cinque anni e prima di allora le recidive sono in agguato?".
Mario ha 56 anni, e un tumore alla prostata. Ha un contratto a tempo indeterminato come addetto amministrativo in un negozio di un brand del lusso. Il suo era un lavoro di responsabilità. Stava in ufficio, dietro le quinte. Ma da quando s'è ammalato gli tocca infilare i soldi nella cassa continua del bancomat, e basta.
Davanti allo sguardo indiscreto dei colleghi e soprattutto dei clienti di passaggio. Perché dopo l'operazione soffre di incontinenza, corre in bagno ogni mezz'ora. Un pubblico ludibrio che si ripete tutti i giorni. E sta lì ad aspettare che la cassiera gli passi l'incasso per versarlo. Prima e dopo non ha nulla da fare. "Mi fanno fare soltanto questo e mi sento inutile, superfluo. Ed è così imbarazzante far vedere a tutti che non sto bene. Cosa darei per tornare nel guscio protettivo del mio ufficio, alle mie vecchie mansioni". Mario è seguito da uno psichiatra.
L'articolo 32 della nostra Costituzione mette la tutela della salute tra i diritti fondamentali della persona. Ecco perché esiste, per esempio, il sopraccitato periodo di comporto. Ma non basta, e la dignità di questi malati gravissimi è troppo spesso calpestata. Serve una legge nazionale organica, perché i diritti fin qui acquisiti sono frutto dei piccoli frammenti finiti all'interno di qualche legge di riforma del lavoro, del livellamento allo status di disabile o portatore d'handicap, dei vari contratti collettivi nazionali e del "buon cuore" delle singole aziende.
La stessa Aimac, l'associazione italiana dei malati di cancro, chiede da tempo una legge-quadro sul malato oncologico. "La disabilità oncologica è la nuova disabilità di massa, ma questo paziente ha esigenze peculiari perché la sua malattia ha un andamento ciclico e altalenante", ha dichiarato Elisabetta Iannelli, vicepresidente dell'Aimac. "Le leggi vigenti sono pensate invece per le cronicità stabilizzate". A rimetterci è soprattutto il mondo del lavoro. Da un tumore si può guarire, dal "cancro in azienda" no.
agensir.it, 17 novembre 2019
"Transiti" è la mostra di opere pittoriche, disegni, versi poetici realizzati dai detenuti della casa circondariale di Terni nell'ambito del progetto "Arte in carcere", realizzato da Gisella Manuetti Bonelli e promosso dalla Caritas diocesana e dall'associazione di volontariato San Martino.
La mostra, allestita nel Cenacolo San Marco di Terni, sarà inaugurata oggi pomeriggio, alle 17, alla presenza degli operatori e rappresentanti del carcere, dei volontari e di alcuni detenuti autori delle opere. L'esposizione, che propone circa 50 opere pittoriche realizzate dai detenuti e decine di poesie e pensieri scritti da alcuni detenuti, resterà aperta fino al 23 novembre dalle 10 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 19.30.
Le opere potranno essere acquistate con un'offerta in denaro e il ricavato sarà utilizzato per l'acquisto dei materiali per il laboratorio artistico, per le necessità del detenuto autore dell'opera e per un fondo comune. "Per i detenuti che lo frequentano, il laboratorio artistico è diventato un punto di riferimento per socializzare - spiega la coordinatrice del progetto Gisella Manuetti Bonelli - per intraprendere un percorso di introspezione e crescita personale acquisendo elementi tecnici sul disegno e sul colore".
lasettimanalivorno.it, 17 novembre 2019
Dopo Roma, Milano, Torino, ma anche Porto Azzurro, Brescia, Volterra ed altre sedi, per il diciottesimo anniversario del Premio "Casalini", c'è stato un ritorno nel territorio che lo ha visto nascere tanti anni fa nel carcere elbano per una intuizione felice di un gruppo di volontari. Era il primo concorso a livello nazionale di un Premio letterario riservato ai detenuti, a quelle persone che non avevano modo di far uscire le loro voci da quei luoghi di dolore e di solitudine. Fu sicuramente un'intuizione felice. Ogni anno, i promotori e la giuria del Premio compiono un viaggio simbolico incontro ai detenuti, ogni anno in un carcere diverso e per chiudere questa XVIII edizione, è stato scelto il carcere di Livorno.
Nel carcere, persone che hanno commesso dei reati si stanno rieducando e riabilitando: questo richiede la nostra Costituzione. Non è un compito facile, ma ogni azione positiva può portare un contributo, così un incitamento alla scrittura può portare a riflettere, talora a rivedere le proprie scelte di vita.
La giuria sceglie le opere migliori che premia con una piccola somma di denaro: chi la riceve si sente orgoglioso di aver prodotto qualcosa di positivo che lo gratifica ed anche chi non viene premiato, ha la soddisfazione di far leggere i propri pensieri, di far conoscere i propri sentimenti, troppo spesso ignorati. Le opere migliori sono pubblicate dalla Regione Toscana nel volume "L'altra Libertà" che, tutti gli anni, raccoglie e diffonde i lavori scelti.
Poi ci sono i familiari, sempre umiliati e mortificati che, una volta tanto, ritrovano l'orgoglio per quel figlio o quella figlia che ha sbagliato, ma è stato capace di produrre qualcosa di bello. Emanuele Casalini è stato, insieme alla moglie Lucia tuttora attiva, il promotore del premio: È stato preside del Liceo classico di Piombino per molti anni, ma ha anche tenuto lezioni all'università di Pisa promuovendo corsi su Dante. Negli anni sessanta è stato presidente diocesano della A.C. Impegnato in politica ha ricoperto la carica di capogruppo consiliare della D.C. Si è mostrato sempre sensibile ai problemi del mondo carcerario in particolare nelle case di detenzione di Porto Azzurro e Volterra. Quest'anno alla cerimonia di premiazione, che si svolge al carcere di Livorno è stato invitato il vescovo Giusti.
agensir.it, 17 novembre 2019
Nel 2018 oltre 15mila colloqui. Ieri la Festa di volontari e detenuti, decina di migliaia di interventi. Solo nel 2018 oltre 15mila colloqui individuali, con 5 mila persone. Venticinque anni accanto ai detenuti e alle loro famiglie, decine di migliaia di interventi, migliaia di persone seguite ed ospitate.
È il sintetico ma significativo bilancio di Vic-Volontari in Carcere, associazione promossa dalla Caritas di Roma ed operativa negli istituti di detenzione di Rebibbia, che oggi ha celebrato in un convegno - dal titolo "1994-2019: 25 anni di Volontari in Carcere sotto il segno dell'accoglienza" - all'ospedale pediatrico Bambino Gesù il suo 25/o compleanno. Confermando la loro vicinanza e l'impegno di collaborazione all'associazione sono intervenuti, fra gli altri il Cardinal Vicario di Roma Angelo De Donatis e il Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria Carmelo Cantone.
Al convegno, detenuti e volontari hanno raccontato esperienze di vita all'interno e all'esterno del carcere. Testimonianze di percorsi complessi affrontati gli uni accanto agli altri volti al recupero e al reinserimento nella società. Stralci di storie di detenuti e di volontari, raccolti negli anni, sono stati letti da due attori, Andrea Calabretta e Alessandra Della Guardia. Racconti di emozioni e scoperte, di amicizie e di accoglienze inattese. Testimonianze di speranza e di possibili nuovi percorsi di vita. Ad accompagnare i racconti tre musicisti; alla fisarmonica Ferdinando Ciarelli, al violino Miriam Costantin, alla chitarra Paolo Tornabuoni.
"Le storie dei volontari del VIC - ha affermato don Sandro Spriano, presidente onorario del Vic-Volontari in Carcere - raccontano di persone che, nel loro impegno, riconoscono l'importanza determinante dell'Altro, che si decide di accogliere, secondo il nostro principio per cui al detenuto va dato spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie, nella propria città. Tramite l'esempio dei volontari e degli strumenti che abbiamo a disposizione, come la casa alloggio e la cooperativa e-Team per il reinserimento lavorativo, vogliamo essere portatori di buone pratiche e di idee".
"Per noi - ha sottolineato Francesco Moggi Presidente VIC - la vera sfida è questa: trarre dalla nostra storia, dalla nostra esperienza, dalle energie dei volontari, le proposte per rendere il carcere l'ultima delle soluzioni e promuovere, per chi ha sbagliato, una nuova accoglienza nella società. Noi crediamo - ha sottolineato ancora Moggi - che il cambiamento sia possibile e vogliamo essere sostenitori dello sviluppo e dell'applicazione di forme alternative alla detenzione. Si tratta di un ruolo politico e lo vogliamo svolgere con le autorità, gli enti, le associazioni e i privati cittadini che condividono l'idea della giustizia riconciliativa e vogliono parlare a una sola voce a favore del reinserimento dei detenuti".
Con all'attivo dieci Centri di Ascolto nei quattro istituti del complesso penitenziario romano, migliaia i colloqui quotidiani effettuati con i detenuti e i loro familiari per sostenere un percorso di accompagnamento e reinserimento. Il Vic-Volontari in carcere gestisce anche una casa per l'accoglienza delle persone detenute in permesso premio e per i familiari che vengono da fuori: l'unica struttura a Roma che consente a uomini e donne di trascorrere con i propri familiari i giorni di permesso. Ed ancora: sostegno ai detenuti con problemi psichici, progetti per attività in carcere come feste con figli minori, pranzo di Natale, gare di cucina e corsi di yoga; fornitura di vestiari per i detenuti indigenti. 75 i volontari operativi al momento, persone in formazione costante.
Un numero di interventi, di natura non solo quantitativa, di difficile stima nel corso di questi anni. Ma che solo per il 2018 ha registrato:
- 15.125 colloqui individuali con 4.879 persone; i contatti con i familiari sono stati 2.952;
- 1.216 persone seguite in via continuativa in percorsi di accompagnamento verso la fine pena;
- 99 persone ospitate nella casa alloggio; di cui 48 detenuti/e, 36 familiari e 15 ex detenuti usciti dal carcere ma alla ricerca di una casa; nel complesso le notti di ospitalità sono state 2.216;
- 1.589 pacchi con vestiti distribuiti, 4,3 tonnellate di generi per l'igiene personale e 5,8 tonnellate di generi alimentari.
di Ilaria Pennacchini
L'Osservatore Romano, 17 novembre 2019
Tutti possono diventare perfetti oratori con un po' di pratica, l'impegno e la conoscenza di qualche semplice, ma oculata, strategia. È il presupposto di Guerra di Parole, un'iniziativa promossa da PerLaRe - Associazione Per La Retorica e sostenuta da Toyota Motor Italia, che vede "scontrarsi" carcerati e studenti universitari in una competizione educativa a colpi di dialettica. Il format #Guerradiparole - vincitore del premio Prodotto Formativo 2016 - ha come obiettivo quello di promuovere l'autocontrollo e l'esercizio della parola, due strumenti indispensabili per far valere le proprie ragioni e gestire civilmente, senza ricorrere all'uso della forza, qualsiasi situazione di contrasto.
Portare il gioco nelle carceri, così come collocare detenuti e studenti sullo stesso piano, non solo è un buon modo per mantenere vivo il contatto tra il mondo esterno e quello del carcere, ma è anche l'occasione per creare un ponte - quello del dialogo - che favorisca il reinserimento dei reclusi nel tessuto della società.
Dopo le precedenti edizioni di Roma e di Napoli, il IV scontro si svolgerà a Milano, il 23 novembre 2019, presso il carcere di San Vittore. Questa volta a sfidare i detenuti saranno i ragazzi dell'Università degli studi di Milano statale. Tra gli organizzatori del progetto - supportato da Ferpi - Federazione relazioni pubbliche italiana - oltre a PerLaRe - associazione Per La Retorica e all'Università degli studi di Milano statale - figurano la Crui - Conferenza dei rettori delle università italiane, la Casa circondariale di Milano San Vittore, con l'Unione camere penali italiane - Osservatorio carcere Ucpi, Amici della Nave.
L'idea nasce dal desiderio di riportare l'arte del discorso al centro della formazione degli individui, universitari o detenuti che siano. La discussione (o disputatio), del resto, è uno dei metodi di studio più efficaci nell'apprendimento. Ne erano ben consapevoli i maestri delle università del medioevo, che riconoscevano nella riflessione critica - che scaturisce dalla quaestio, ovvero la domanda sorta dalla lettura dei testi (la lectio) - il momento in cui l'allievo dimostra, per la prima volta, di saper mettere in pratica le nozioni assimilate.
A questo proposito il celebre accademico francese Jacques Le Goff scriveva: "L'intellettuale universitario nasce nel momento in cui da passivo diventa attivo, quando comincia a mettere in discussione il testo, che è oramai solo un supporto quando si discute. Il maestro non è più un esegeta ma un pensatore".
Ebbene, volendo mantenere saldo il legame con la tradizione, la struttura della gara riprende il modello della disputatio utramque partem medievale - un esercizio didattico impiegato ancora oggi nella formazione manageriale, mirato a rafforzare l'arte oratoria - e prevede l'assegnazione alle due squadre di una quaestio, un tema di attualità che esse dovranno difendere o contraddire a seconda del round. Ogni gruppo, infatti, nel primo tempo sosterrà una tesi, che nella seconda parte della gara verrà difesa dalla squadra avversaria.
I due round in cui si divide la sfida - ognuno della durata di 15 minuti - saranno aperti e chiusi da un minuto di appello in versione rap. Quest'anno il tema scelto dagli organizzatori sarà: "L'opinione pubblica è il sale della democrazia o il dominio del populismo?".
Come per le edizioni precedenti, lo scontro sarà preceduto da quattro incontri formativi - che quest'anno sono stati fissati il 24 ottobre, l'8, il 13 e il 21 novembre - ai quali le due squadre devono partecipare separatamente. Durante questi seminari ravvicinati, i due gruppi saranno seguiti personalmente dalla presidente dell'associazione PerLaRe (Per La Retorica) Flavia Trupia, dall'attore regista Enrico Roccaforte e dal rapper Amir Issaa, e apprenderanno le tecniche della retorica, del teatro e del rap.
Una giuria di sette "professionisti della parola" - tra cui linguisti, giornalisti e attori - avrà il compito di valutare l'esposizione delle due squadre e di decretare i vincitori in base a tre criteri: il rispetto delle regole, la forza delle argomentazioni e, non meno importante, l'uso del linguaggio del corpo. Proprio quest'ultimo, spesso sottovalutato e trascurato dal sistema scolastico e accademico, riveste, invece, un ruolo fondamentale nell'esercizio della retorica e costituisce uno dei presupposti per la riuscita di un buon discorso.
È uno dei motivi per cui, nelle edizioni precedenti, i giovani studenti universitari - dotati di grandi competenze teoriche ma inesperti sul piano pratico - sono stati battuti dai detenuti, i quali, essendosi formati nella palestra della vita, si muovono e si esprimono con maggiore disinvoltura.
Il carcere di San Vittore sarà dunque teatro di uno scontro dialettico tra la teoria e la pratica, tra i banchi di scuola e gli insegnamenti della vita, tra il mondo esterno e la prigione, il cui esito non è assolutamente scontato. Infatti quest'anno - afferma Flavia Trupia - "gli studenti potrebbero stupirci" e riscattare la loro posizione di secondi.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 17 novembre 2019
L'atmosfera è esplosiva. La Bolivia rischia di andare "fuori controllo se le autorità non gestiscono la situazione con attenzione". Parola dell'Onu che, per bocca dell'Alto commissario per i diritti umani, Michelle Bachelet, insieme alla Commissione interamericana, ha denunciato "l'utilizzo sproporzionato della forza da parte di agenti e militari" dopo le ennesime violenze nella notte tra venerdì e sabato.
Epicentro del conflitto la regione del Chaparé, roccaforte dei sostenitori di Evo Morales, in autoesilio in Messico dopo le dimissioni, domenica scorsa. I "cocaleros" di Sacaba - produttori di foglia di coca, settore da cui proviene lo stesso Morales - hanno organizzato una marcia verso Cochabamba per protestare contro il governo ad interim guidato da Jeanine Afiez, esponente dell'opposizione.
Negli scontri con le forze di sicurezza, nove contadini sono stati uccisi, altri venti sono rimasti feriti. Il tragico bilancio delle proteste di segno opposto, in atto dalle elezioni del 20 ottobre, è salito, così, a diciannove vittime -14 nell'ultima settimana - 550 feriti e oltre seicento arrestati. A La Paz e a El Alto, ci sono stati combattimenti tra migliaia di "pochos rojos" - fedelissimi del precedente presidente - e la polizia.
L'uscita di scena di Morales - accusato dall'Organizzazione degli Stati americani (Osa) di brogli e costretto a lasciare su "suggerimento" delle forze armate - non solo non ha risolto la crisi. Bensì l'ha esacerbata. L'intervento dei militari ha consentito a quest'ultimo di imputare la propria caduta a un "golpe".
Da Città del Messico, Evo, come lo chiamano i boliviani, continua a ripeterlo. "La mia colpa è di essere il primo leader indigeno" afferma colui che, pur di correre a un quarto mandato, non ha esitato a forzare la Costituzione e a ignorare l'esito del referendum del 2016. Nell'ultimo appello, in realtà, Morales ha cercato di abbassare i toni, invitando al dialogo con l'opposizione e dicendosi disposto a farsi da parte.
La tensione, però, a La Paz non è diminuita. A tenerla elevata contribuisce il peso crescente dell'ala radicale nel movimento anti-Morales, inizialmente, variegato sotto il profilo sociale. Ora, invece, a prevalere sono i comitati civici - in particolare quello di Santa Cruz che fa capo a Luis Camacho - vicini all'élite non indigena dell'est e da sempre ferocemente anti-Morales.
Le prime mosse del nuovo esecutivo ne sono la dimostrazione. A poche ore dal dramma di Sacaba, Afiez ha firmato un controverso decreto che esonerai militari da responsabilità penali quando "nelle operazioni per ristabilire l'ordine interno" "agiscano per legittima difesa o stato di necessità".
"È una licenza di uccidere", ha tuonato il Movimiento al socialismo (Mas), il partito di Morales. Quest'ultimo - che rifiuta la nomina di Afiez, non ratificata dai deputati - ha convocato per martedì una riunione del Parlamento - dove ha la maggioranza di due terzi - per convocare nuove elezioni. La tentazione del "tutto o niente" - quella che ha portato Morales a passare da statista pragmatico, in grado combinare crescita e ridistribuzione a "candidato a oltranza" - resta il principale scoglio alla pacificazione.
Questa presuppone il dialogo, come ha sottolineato anche ieri la Conferenza episcopale boliviana. "Chiediamo al governo di astenersi da atti di eccessiva violenza contro i manifestanti", si legge nell'ultimo comunicato.
La posta in gioco è alta. Il principale successo di Morales, oltre all'aver dimezzato la povertà, è l'inclusione degli indigeni maggioranza della popolazione - nella dinamica nazionale. Ora, però, il delicato equilibrio si sta spezzando. E la crisi politica è a un passo dal trasformarsi in guerra civile etnica.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 17 novembre 2019
I militari cinesi in abiti civili per la prima volta fuori dalle caserme. Un segnale?. Operazione popolarità: i militari dell'Esercito di Pechino mettono in ordine in strada. Ma le opposizioni protestano. Un soldato: "È un'iniziativa spontanea, diamo una mano".
I soldati cinesi. Per la prima volta in questa crisi oggi sono usciti dalle caserme e si sono visti nelle strade di Hong Kong i militari della guarnigione dell'Esercito popolare di liberazione. In maglietta verde oliva e calzoncini corti alcune squadre sono state impegnate per ripulire le strade dai detriti della guerriglia, mattoni piazzati dagli studenti vicino alla Baptist University a Kowloon, sulla terraferma di fronte all'isola. L'esercito ha una delle sue caserme lì vicino e alcune decine di soldati sono usciti, in una colonna non troppo marziale, per mettersi al lavoro e aiutare un gruppo di cittadini che si erano messi al lavoro spontaneamente per togliere i blocchi. Lavori socialmente utili in un sabato di sole e calma. Ma il clima di sospetto e rancore è strisciante.
La deputata democratica Claudia Mo ha subito denunciato l'attività sui social network: "Soldati mandati fuori dalle caserme. Su invito della governatrice Carrie Lam? Un atto contro la Garrison Law della nostra costituzione? Un modo per abituare la gente all'intervento militare?". Ci sono almeno 12 mila militari cinesi nell'ex colonia britannica. Hanno il compito costituzionale di difendere il territorio in caso di attacco esterno naturalmente, ma non di intervenire per ordine pubblico. Però, in questi cinque mesi di protesta democratica e anti-cinese, di violenze gravi e ricorrenti, da Pechino si sono levate voci minacciose per evocare il ricorso alla forza militare. Un soldato della squadra di rimozione dei blocchi ha detto che la loro azione di oggi non ha niente a che fare con la politica e il governo di Hong Kong.
"Siamo noi che ci siamo mossi per aiutare". Poi, come riferisce il "South China Morning Post", il militare in T-shirt verde oliva ha aggiunto: "Fermare la violenza e porre fine al caos è una nostra responsabilità". Questa è una citazione da Xi Jinping, il presidente cinese nonché presidente della Commissione militare centrale e sembra ispirata dal comando dell'Esercito a Hong Kong, tanto per ricordare ai "ribelli" che "il potere viene dalla canna del fucile" (questa invece è una frase cara a Mao Zedong).
Il plotone dei lavori socialmente utili oggi è arrivato a passo di corsa, munito di secchi per la raccolta dei mattoni, ha ripulito il tratto di strada ed è rientrato sempre a passo di corsa. In base alla Legge sulla Guarnigione di Hong Kong e la Basic Law, la costituzione speciale del territorio, i soldati cinesi non debbono interferire negli affari locali, ma possono essere chiamati dal governo della città in caso di calamità naturali o eventi di ordine pubblico straordinari. La richiesta non c'è mai stata nei 22 anni da quando Hong Kong è tornata alla Cina. Ma l'anno scorso a ottobre 400 soldati hanno dato una mano a ripulire le strade dopo il passaggio del tifone Mangkhut. I detriti della protesta attuale evidentemente sono come quelli della tempesta subtropicale.
teatroaenigma.it, 17 novembre 2019
Per la International University Theatre Association e per il nuovo International Network Theatre in Prison. Un doppio intervento attende Vito Minoia (studioso di Pedagogia del Teatro e direttore del Teatro Universitario Aenigma all'università di Urbino Carlo Bo) nelle giornate che vanno dal 18 al 20 novembre a Shanghai, in Cina.
Minoia, Presidente dell'Associazione Mondiale del Teatro Universitario illustrerà il lavoro svolto dalla Associazione che riunisce le esperienze di teatro in oltre cinquanta Paesi di Cinque continenti, fondata nel 1994 all'Università di Liegi in Belgio e che sta organizzando a Manila (Filippine) per il prossimo mese di Agosto (dal 24 al 31) il XIII Congresso Mondiale con il titolo "The University Theatre as Social and Cultural Agent". Proprio a Shanghai sarà presentato ufficialmente l'evento davanti ai delegati dell'Istituto Internazionale del Teatro dell'Unesco e grazie alla partecipazione di Arsenio Lizaso, Vicepresidente Iuta e Presidente del Centro Culturale Nazionale delle Filippine.
Altro traguardo storicamente rilevante riguarda il secondo intervento del Prof. Minoia, che per la prima volta, come Coordinatore del nuovo Network Internazionale di Teatro in Carcere (Intip), rappresenterà l'identità e la voce di chi, con grande dignità, sta sviluppando in diversi contesti internazionali, un lavoro artistico con profonde radici etiche e significative manifestazioni estetiche. Alla luce della buona pratica del Coordinamento italiano di Teatro in Carcere (Cntic), che oggi riunisce oltre 50 esperienze da 15 Regioni differenti, a Marzo scorso una delegazione dell'Istituto Internazionale del Teatro dell'Unesco diretta dal suo Direttore Generale Tobias Biancone, ha celebrato la Giornata Mondiale del Teatro non presso il proprio quartiere generale di Parigi ma nell'istituto penitenziario di Pesaro, sostenendo con grande rispetto gli operatori teatrali, i detenuti e gli operatori penitenziari che con impegno educativo rendono possibili esperienze uniche e fortemente positive anche per l'impatto sociale che ne deriva (i più recenti studi rivelano un abbattimento della recidiva dal 70 al 7% per chi pratica con impegno l'arte scenica in carcere).
Da qui la nascita ed il riconoscimento istituzionale del nuovo Network che ha avuto il suo avvio grazie ai lavori del XX Convegno promosso dalla Rivista europea "Catarsi, teatri delle diversità" (e dalla nuova Rivista di Educazione e Formazione "Cercare, carcere anagramma di") a Urbania dall'1 al 3 novembre 2019 "Emanciparsi dalla subalternità: Teatro, Sport e Letteratura in Carcere".
Esponenti da Italia, Stati Uniti, Grecia, Polonia, Cile, Argentina, Giappone, Olanda, Libano, Spagna, Francia dopo Urbania sono pronti a relazionarsi, a migliorare le proprie pratiche attraverso nuove vive relazioni istituzionali e a promuovere ulteriormente questa forma espressiva anche in Regioni del mondo che non l'hanno ancora sperimentata, come forma di liberazione attraverso una rigenerata consapevolezza del sé individuale e sociale (appena varato il sito "Theatreinprison" - link, per ora, teatroaenigma.wixsite.com/theatreinprison).
Dopo il "Premio Internazionale Gramsci per il Teatro in Carcere" attribuito a Michelina Capato (E.s.t.i.a. Teatro presso il carcere di Bollate a Milano) il 3 novembre a Urbania, ancora un Premio a cura della Associazione Nazionale dei Critici di Teatro (Anct) insieme alla Rivista Europea "Catarsi, Teatri delle diversità" il 16 novembre 2019 al Teatro "Magnolfi" di Prato riconosce il lavoro di Ludovica Andò e Compagnia AdDentro che recentemente hanno contribuito alla realizzazione del film "Fortezza" ispirato al "Deserto dei Tartari" di Dino Buzzati con i detenuti del carcere di Civitavecchia.
L'Istituto Internazionale del Teatro dell'Unesco ha organizzato il Meeting di Shanghai per consentire alle 22 organizzazioni Partners delle Arti Performative nel mondo (Teatro, Danza, Musica, Opera ed altre espressioni dello spettacolo dal vivo) di approfondire una conoscenza reciproca e promuovere nuove relazioni e progetti condivisi, in attesa di dar vita al nuovo progetto dell' "Iti-Unesco World Performing Arts Capital". Concludiamo con la significativa suggestione di Francesca Merloni (Goodwill Ambassador for Creative Cities dell'Unesco), alla luce delle più recenti iniziative internazionali originatesi in Italia e che coniugano in una chiave pedagogica il Teatro Universitario e il Teatro in Carcere: "Progetti di parola e opera, là dove il suono è più intenso ... e la parola, che si fa più forte nei palcoscenici dell'esistenza, ci costringe a osservarci da dentro".
ottopagine.it, 17 novembre 2019
Il Pastore Domenico Turco, accompagnato da operatori Gmc Onlus e Crivop, insieme alla Controtempo Band e ai giovani della Chiesa Cristiana Evangelica Adi di Santa Maria Capua Vetere per l'evento gospel nella Casa di Reclusione di Carinola. Oggi presso la casa circondariale di Carinola, in provincia di Caserta, sì è avuto un evento gospel. Il dottor Carlo Brunetti, direttore del Carcere, noto per le sua cospicua attività in ambito carcerario, e non solo, ha dato la possibilità alla Gmc Onlus di poter svolgere un gospel all'interno del penitenziario.
"La disponibilità della direzione carceraria è davvero ammirevole", spiegano dal direttivo Gmc, "il dottor Brunetti, la dottoressa Puglia e i vari collaboratori sono davvero straordinari... È evidente un amore particolare verso il lavoro che svolgono e c'è per noi profonda ammirazione per il proficuo impegno che essi attuano nel reinserimento dei detenuti e nelle varie attività che svolgono e programmano per tanti che dalla società risultano essere emarginati"
Il gruppo gospel di Benevento, Controtempo Band, sì è esibito all'interno del teatro della casa di reclusione, cantando e suonando inni di lode a Dio. Da tempo, ormai, questo gruppo musicale svolge questa attività nelle carceri di tutta Italia, proponendo il Vangelo ai reclusi, scrivendo e cantando cantici. Domenico Turco, pastore della Chiesa Cristiana Evangelica Adi di Santa Maria Capua Vetere, organizzatore dell'evento, ha presenziato la riunione, esponendo il messaggio dalla Parola di Dio.
La riunione ha visto la partecipazione di operatori Gmc Onlus, la presidente dell'associazione Garofalo, operatori Crivop, alcuni giovani della comunità evangelica sopra citata, la direzione del carcere, diversi poliziotti penitenziari ma, soprattutto, più di 80 detenuti. "Un evento davvero straordinario", spiegano dalla gmc, "che ha visto la partecipazione attiva di tantissime persone, le quali hanno potuto ascoltare lodi al Signore, testimonianze di vite trasformate e il potente messaggio del Vangelo...".
Un'opera quella della Gmc Onlus che trova sempre più condivisioni dalle direzioni carcerarie in Italia, e che non si ferma alle carceri, ma porta anche un sostegno materiale, oltre che spirituale, ai familiari dei reclusi, provvedendo così ad un'opera benefica anche da un punto di vista sociale. L'associazione delle Chiese Evangeliche Assemblee di Dio in Italia, di cui la Gmc Onlus fa parte, risulta del continuo attiva in ambito sociale, oltre che spirituale, e attraverso la promozione di svariate attività, risulta avere un ruolo importante nella nostra nazione. Ancora in programma eventi per il Gruppo Missionario Carcerario nei prossimi mesi.
- Torino. Il "Padre nostro" dietro le sbarre
- Varese. In edicola il magazine "Cucinare al fresco", con le ricette d'autunno dei detenuti
- Nigeria. Come in un film dell'orrore, violenze e catene per i malati mentali
- Stati Uniti. Uccisioni e selfie con i cadaveri, tre militari graziati da Trump
- La dimensione politica della disunità d'Italia










