di Angela Azzaro
Il Riformista, 16 novembre 2019
Mentre una parte del Paese continua a inseguire le sirene del giustizialismo, raccogliendo firme a favore dell'ergastolo, Papa Francesco, incontrando i penalisti internazionali in Vaticano, ha messo in guardia dal ritorno del nazismo e ha polemizzato contro il linguaggio dell'odio, l'ergastolo, la carcerazione preventiva e la legittima difesa.
di Simona Musco
Il Dubbio, 16 novembre 2019
Il discorso di Papa Francesco ai membri dell'Associazione internazionale di Diritto Penale. La condanna della cultura dell'odio, il rammarico per l'abuso delle misure cautelari e l'irrazionalità punitiva, l'arbitrio e gli abusi. E poi il dovere di ripensare la pena dell'ergastolo, per carceri che devono sempre avere un orizzonte, per una giustizia che rispetti la dignità e i diritti umani.
di Michele Serra
La Repubblica, 16 novembre 2019
Ieri mattina Radio Anch'io (trasmissione riflessiva che si suppone richiami un pubblico riflessivo) ha dato atto di molti messaggi ostili alla sentenza Cucchi. Italiani convinti che la vita di un tossico non meriti tutta questa attenzione; che la sorella Ilaria fosse in cerca di visibilità attraverso le sue "comparsate televisive"; che l'onore dell'Arma si dovesse difendere con il silenzio. Eccetera.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 novembre 2019
Per la Cassazione ci sono elementi di incostituzionalità sui quali si esprimerà la Consulta. Il tempo è una dimensione particolare per chi è detenuto, e può accadere di sforare per pochi minuti quello massimo per proporre reclami.
La Corte Costituzionale dovrà occuparsi proprio di questo. Il 30 ottobre scorso la Cassazione ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata, con riferimento agli articoli 3, 24, 27 e 111 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 30- bis, comma terzo, in relazione all'art. 30-ter, comma 7, legge del 26 luglio 1975, n. 354 (Ordinamento penitenziario), nella parte in cui prevede che il termine per proporre reclamo avverso il provvedimento del magistrato di Sorveglianza in tema di permesso premio è pari a 24 ore.
Cosa è accaduto? Un detenuto aveva fatto ricorso per un rigetto alla sua richiesta del permesso premio, ma è stato dichiarato inammissibile. Il motivo? Il provvedimento di rigetto era stato comunicato il 13 novembre 2018 alle ore 8.16 e il reclamo era stato depositato il giorno successivo alle ore 8.44. Dunque ha sforato le 24 ore, quindi fuori tempo massimo come prevede l'articolo dell'ordinamento penitenziario.
Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione. Tra le argomentazioni, una è il fatto che il tribunale di Sorveglianza non ha svolto alcun accertamento in ordine alla possibilità del reclamante di presentare il reclamo in orario antecedente a quello delle ore 8,44 del giorno successivo a quello di notifica: se le celle sono chiuse fino alle ore 9,00 del mattino, orario dal quale iniziano le varie attività socio- ricreative, rieducative e lavorative, prima di quell'orario è impossibile uscire dalla cella e accedere a qualsivoglia altro locale dell'istituto senza apposita autorizzazione, quindi anche presentare reclamo.
La Corte suprema ha ritenuto la questione non manifestamente infondata. Nella sua ordinanza di rimessione, la Cassazione rilevato vari punti di incostituzionalità, tra le quali quelle in tema di violazione del diritto di difesa: viene sottolineato che bisogna considerare lo squilibrio che si realizza tra le opportunità di impugnazione riservate alla parte pubblica e al detenuto.
Violerebbe anche l'art 24 della Costituzione laddove il termine di ventiquattro ore per la proposizione del reclamo si rivelerebbe incapace di assicurare alla parte, che intenda fare reclamo, di un tempo utile per articolare la sua difesa tecnica da sottoporre al Tribunale di sorveglianza con l'assistenza di un avvocato.
Osserva la Cassazione che per evitare il rischio di una pronuncia di inammissibilità il detenuto necessita dell'assistenza di un difensore, seppur non sia imposta per legge: il punto è che l'effettività della difesa viene compromessa proprio a causa della spiccata brevità del termine concesso per il reclamo. Da un lato il sistema consente all'interessato di richiedere l'intervento e l'assistenza della difesa tecnica, ma dall'altro non gli pone le condizioni per esercitarla.
Partendo da queste considerazioni, la Cassazione ha osservato che rispetto ad una precedente pronuncia, oggi esiste un riferimento normativo che consentirebbe alla Consulta di rideterminare essa stessa il termine rintracciandolo nell'ordinamento. Precisamente nel 1996 (sentenza 245) la Corte costituzionale aveva dichiarato inammissibile la stessa questione perché era impossibile "rintracciare nell'ordinamento una conclusione costituzionalmente obbligata", tale da consentire di porre rimedio alla brevità del termine "rideterminandolo essa stessa".
È da dire che in questa pronuncia, la Consulta auspicò un rapido intervento legislativo per la fissazione di un nuovo termine capace di contemperare "la tutela del diritto di difesa con le ragioni di speditezza della procedura": intervento che non ci fu, anche se nel frattempo è avvenuta una vera e propria "giurisdizionalizzazione del reclamo avverso gli atti dell'Amministrazione penitenziaria asseritamente lesivi di diritti": si pensa all'art. 35bis ord. pen. che ha previsto il termine di quindici giorni per la proposizione del reclamo contro la decisione del Magistrato di sorveglianza. È proprio questo termine di 15 giorni che potrebbe costituire un punto di riferimento.
L'Osservatore Romano, 16 novembre 2019
Il discorso del Papa al congresso dell'Associazione internazionale di diritto penale. "Occorre vigilare, sia nell'ambito civile sia in quello ecclesiale, per evitare ogni possibile compromesso" con le diffuse manifestazioni della "cultura dell'odio", che rappresenta oggi una degenerazione della "cultura dello scarto". È il monito lanciato dal Pontefice nel discorso rivolto ai partecipanti al congresso dell'Associazione internazionale di diritto penale, ricevuti nella mattina di venerdì 15 novembre, nella Sala Regia.
L'ampia riflessione del Papa ha toccato numerose tematiche legate alla funzione del diritto penale, in particolare quelle connesse alla sua applicazione nei confronti dei "delitti dei più potenti". Per Francesco, infatti, "il capitale finanziario globale è all'origine di gravi delitti non solo contro la proprietà ma anche contro le persone e l'ambiente".
Si tratta, ha denunciato, "di criminalità organizzata responsabile, tra l'altro, del sovra-indebitamento degli Stati e del saccheggio delle risorse naturali del nostro pianeta". Reati del genere, ha rincarato, "hanno la gravità di crimini contro l'umanità, quando conducono alla fame, alla miseria, alla migrazione forzata e alla morte per malattie evitabili, al disastro ambientale e all'etnocidio dei popoli indigeni".
In questo senso l'accento del Papa è caduto soprattutto su "alcune condotte" - spesso "impunite" - che "possono essere considerate come "ecocidio": la contaminazione massiva dell'aria, delle risorse della terra e dell'acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna, e qualunque azione capace di produrre un disastro ecologico o distruggere un ecosistema". In proposito, dal recente Sinodo per l'Amazzonia è venuta la proposta di "definire il peccato ecologico come azione oppure omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l'ambiente".
Molte altre le questioni al centro delle preoccupazioni del Pontefice. Questioni che sono state poi riprese e riassunte nell'appello conclusivo a realizzare sempre più pienamente "una giustizia penale restaurativa". Le società attuali, ha affermato Francesco, "sono chiamate ad avanzare verso un modello di giustizia fondato sul dialogo, sull'incontro, perché là dove possibile siano restaurati i legami intaccati dal delitto e riparato il danno recato". Per Francesco non si tratta di "un'utopia", ma è comunque "una grande sfida che dobbiamo affrontare tutti se vogliamo trattare i problemi della nostra convivenza civile in modo razionale, pacifico e democratico".
di Giusy Ferreli
La Nuova Sardegna, 16 novembre 2019
Dopo l'allarme lanciato dall'assessore Todde, il primo cittadino fa le sue verifiche "Ci siamo attivati, ci assicurano che non esiste un provvedimento del genere". La notizia della chiusura del carcere di Lanusei in un turbinio di voci e smentite è subito rimbalzata in Ogliastra scatenando un putiferio.
Ma gli avvocati e gli amministratori che da anni combattono contro i tentativi, più o meno celati, di tagli ai presidi di giustizia sul territorio non sono rimasti con le mani in mano. L'eventualità che sul tavolo del ministero ci fosse un decreto pronto alla firma ha indotto Gianni Carrus, presidente del Consiglio dell'ordine degli avvocati ogliastrini a convocare a stretto giro di posta un'assemblea degli iscritti per verificare cosa stesse succedendo a Roma.
Alla fine di un'intensa mattinata, passata tra telefonate, Davide Burchi nella duplice veste di avvocato e sindaco di Lanusei ha tirato un sospiro di sollievo. E con lui i suoi colleghi. "Ci siamo subito attivati - ha detto il primo cittadino del comune che ospita l'istituto di pena e il tribunale - per capire quanto questa indiscrezione fosse fondata.
Ad oggi però questa notizia non è stata confermata. Anzi abbiamo avuto rassicurazioni che non esiste un provvedimento di questo genere". L'allarme sulla chiusura del carcere è partito da un post sulla pagina Facebook dell'assessore regionale ai Trasporti Giorgio Todde che rilanciando il commento del senatore sardo Guido De Martini ha scritto di volersi opporre a tutti i costi alla chiusura del San Daniele, considerata "un altro scippo per l'Ogliastra".
"Rimbalzano voci non verificate sulla volontà del ministero della giustizia di chiudere il carcere San Daniele di Lanusei" scriveva invece due giorni fa parlamentare e segretario regionale della Lega. "Una manovra analoga - diceva De Martini- era stata già tentata nel 2017 suscitando la fiera opposizione della comunità ogliastrina.
La lega si opporrà in tutti i modi qualora la notizia fosse confermata e ribadisce l'importanza che rivestono i presidi locali come ospedale, poliambulatorio, carcere e tribunale per l'Ogliastra tutta". Anche due anni fa, bloccati i finanziamenti per la ristrutturazione del vecchio convento francescano trasformato in carcere nel 1874, la sorte del San Daniele sembrava segnata.
Allora ci fu un movimento popolare contro quella che sembrava una condanna a morte per i presidi di legalità e giustizia. Perdere il carcere significava allora, e significherebbe anche oggi, ridimensionare la presenza dello Stato, cancellare Procura e caserme, e creare una progressiva e inesorabile desertificazioni sociale e economica del territorio ogliastrino. Un impoverimento che l'Ogliastra non può permettersi.
di Riccardo Arena
La Stampa, 16 novembre 2019
Caltanissetta, l'Appello conferma: ergastolo ai boss. Nell'attentato morì il giudice Borsellino. Il paradosso è che il falso pentito se la cava con la prescrizione. Vincenzo Scarantino esce indenne dalla vicenda di via D'Amelio, in cui ha giocato in passato il ruolo di collaboratore determinante per incastrare mandanti ed esecutori dell'eccidio del 19 luglio 1992 - ruolo positivo, riconosciuto fino in Cassazione - mentre oggi è considerato al centro del quanto mai negativo e colossale depistaggio di cui si parla adesso.
Nella sentenza di appello di ieri pomeriggio del "Borsellino quater", i condannati sono due boss, Salvino Madonia - killer fra gli altri dell'imprenditore Libero Grassi - e Vittorio Tutino: hanno avuto l'ergastolo per il loro ruolo nell'attentato in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.
Colpevoli di calunnia aggravata anche due dei falsi collaboratori di giustizia di questa vicenda: hanno avuto 10 anni ciascuno Calogero Pulci e Francesco Andriotta. Mentre il lungo tempo trascorso dall'epoca dei fatti e le attenuanti salvano Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna, ritenuto manipolato e indotto a mentire, anche a suon di pestaggi, da soggetti inseriti negli apparati dello Stato.
La decisione ribadisce i contenuti della sentenza di primo grado che due anni fa aveva certificato l'esistenza del depistaggio, su cui è in corso un altro processo, a carico di tre poliziotti ex del gruppo Falcone-Borsellino, coordinato dal questore Arnaldo La Barbera. Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Rib audo, un dirigente e due sovrintendenti in pensione, sarebbero coloro che avrebbero orientato la falsa collaborazione di Scarantino.
L'ispiratore La Barbera, ritenuto l'ispiratore, è morto nell'ormai lontano 2002. Scarantino se la cava dunque con un nulla di fatto, mentre Pulci e Andriotta rispondono di aver provocato le condanne subite da sette ergastolani, assolti in un processo di revisione dopo quindici anni di carcere a testa. Madonia, capomafia palermitano di Resuttana, sarebbe stato tra i mandanti della strage che aveva di mira il giudice Borsellino.
Tutino, che è di Brancaccio, fra gli esecutori. Il depistaggio sarebbe servito a coprire le responsabilità del gruppo proprio di Tutino, quello capitanato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, irriducibili e stragisti anche del 1993. I loro agganci milanesi, le loro presunte collusioni - che sono ancora oggi al centro di indagini nel processo palermitano sulla cosiddetta "trattativa Stato-mafia" - avrebbero indotto gli apparati deviati dello Stato a cercare di attribuire tutte le responsabilità al gruppo di mafiosi della Guadagna indicato da Scarantino.
A suon di botte e di torture fisiche e psicologiche, sostiene oggi la Procura nissena nel dibattimento contro i tre poliziotti. Mentre a Messina sono sotto inchiesta due magistrati del pool che indagò a suo tempo e che a Scarantino diede credito, gli ex pm Carmelo Petralia e Anna Palma, ignorando le sue ritrattazioni. Come del resto i giudici. Fino in Cassazione.
Il Riformista, 16 novembre 2019
Un giudice di Marsala ha assolto dall'accusa di occupazione abusiva di pubblico alloggio una signora di 29 anni che si era insediata abusivamente in una casa vuota, appartenente al Comune, per viverci con i suoi quattro bambini.
La signora viveva con tre figli in casa dei suoceri: 45 metri quadrati e nove persone. In una situazione, come capite facilmente, drammatica. Quando poi le è nato il quarto figlio non ce l'ha fatta più e siccome le avevano detto che nel comune di Petrosinino, vicino a Marsala, c'era una casa popolare vuota, ha preso, ha forzato la porta e si è sistemata lì.
È stata denunciata ed è andata a processo. Il giudice monocratico l'ha assolta perché il fatto non costituisce reato. La signora e i suoi quattro bambini avevano assolutamente bisogno di un alloggio, e appropriarsi senza violenza di un bene del quale si ha assoluto bisogno, ha detto il magistrato, è legittimo e non è reato. Che vuol dire? Che il diritto non è solo un cerbero. Vive anche di diritti.
cagliaripad.it, 16 novembre 2019
"Finalmente sgorga acqua potabile dai rubinetti delle celle della Casa di Reclusione di Tempio Pausania. La notizia ha destato particolare soddisfazione tra i reclusi e i familiari ma anche tra gli operatori penitenziari. Un risultato ottenuto dopo oltre due anni durante i quali i detenuti hanno dovuto utilizzare quotidianamente le bottiglie d'acqua distribuite dall'amministrazione penitenziaria per bere e cucinare".
Lo annuncia Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione Socialismo Diritti Riforme, sottolineando che il carcere di Nuchis (161 ristretti per 168 posti), attualmente sotto la reggenza di Patrizia Incollu, direttrice di Badu e Carros, "si è distinto in questi anni per le attività trattamentali destinate ai detenuti che tuttavia hanno subito diverse limitazioni proprio per l'assenza dell'acqua potabile".
"Il superamento di questo disagio - ha sottolineato la dott.ssa Incollu che oltre a Nuoro e Tempio ha la responsabilità anche sulla Colonia di Mamone - è per noi motivo di soddisfazione anche perché proprio in questi giorni è stato ripristinato l'uso dell'acqua calda.
In queste giornate di freddo intenso non era possibile per i detenuti fare la doccia ghiacciata. Il ripristino del servizio, grazie a un intervento sul boiler, ha tranquillizzato non solo i ristretti ma anche gli operatori penitenziari e i sanitari".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 16 novembre 2019
Dopo la condanna dei carabinieri per omicidio preterintenzionale il leghista provoca: "La droga fa male". La famiglia valuta querela. Il presidente della commissione antimafia Morra: "Non conosci umiltà e vergogna". C'è il comandante generale dei carabinieri Giovanni Nistri che ribadisce ancora tutto il suo dolore e la sua vicinanza alla famiglia di Stefano Cucchi, come ci si aspetta da un servitore dello Stato.
E c'è un maresciallo maggiore dell'Arma che, subito dopo la condanna a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale ricevuta giovedì da due dei cinque militari imputati nel processo bis, Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo, ha voluto omaggiare Ilaria Cucchi con un baciamano, un gesto antico almeno quanto il Corpo al quale appartiene.
Eppure c'è ancora chi ha il mito dell'uomo in divisa al di sopra della legge, chi deve aver scelto di stare da una parte della barricata perché troppo vicino allo stile di vita di chi sta dalla parte opposta. Ed è forse a loro che si rivolge Matteo Salvini quando, commentando a caldo la sentenza, arriva a dire (come ha scritto il manifesto ieri): "Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà. Ma questo dimostra che la droga fa male".
Parole incredibili, forse una provocazione per far parlare di sé, in cerca di voti nell'ultradestra. Neppure il cultore del proibizionismo, Carlo Giovanardi, si spinge a tanto, e si limita a rispondere ai microfoni de La Zanzara che non ha nulla di cui chiedere scusa. Ma Ilaria Cucchi risponde a tono: "Che c'entra la droga? Salvini perde sempre l'occasione per stare zitto. Anch'io da madre sono contro la droga ma Stefano non è morto di droga".
La sorella del ragazzo morto, dopo sette giorni di inumane sofferenze fisiche e psichiche, a 31 anni per le conseguenze delle lesioni procurate nel pestaggio subito mentre veniva accompagnato ad un foto-segnalamento mai eseguito, è abituata ormai a questo tipo di invettive: "Contro questo pregiudizio e contro questi personaggi ci siamo dovuti battere per anni - ricorda - Tanti di questi personaggi sono stati chiamati a rispondere in un'aula di giustizia, e non escludo che il prossimo possa essere proprio Salvini", sottolinea Ilaria riferendosi alle querele che ha dovuto presentare contro chi l'ha ingiuriata e perfino minacciata, in questi anni.
Ma non è sola, questa volta, a parte qualche organizzazione come l'Unione sindacale italiana carabinieri che si dice fiduciosa nel processo d'Appello, convinta che il geometra romano sia "morto ma non ucciso", e ricorda "il caso Magherini di Firenze, dove i carabinieri furono condannati in primo grado e successivamente assolti in via definitiva". Stavolta il mondo della politica ha reagito con sdegno alle parole sconnesse del leader leghista.
"Salvini, non puoi dire che la sentenza su Cucchi dimostra che la droga fa male - risponde il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in diretta Facebook - Cosa significa? Che se uno sbaglia nella vita deve essere pestato a morte? Credo che sarebbe meglio porgere le scuse...". Più tardi, intervenendo ad una trasmissione televisiva sul canale Nove, il capo del M5S prende in prestito la definizione coniata da Marco Travaglio e a proposito del "cazzaro verde" dice: "Attaccarlo sulla questione del fascismo è fargli un favore. Dire che invece difendeva la Arcelor e Benetton anziché gli italiani può far capire di chi stiamo parlando".
Anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi, twitta: "Vergognose le parole di Matteo Salvini su Stefano Cucchi. Un abbraccio alla sua famiglia". Mentre il presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, anch'egli dei 5 Stelle, bacchetta duramente l'esponente della destra: "Non conosci umiltà e vergogna". E suggerisce al capo del Carroccio le "uniche parole sensate" che dovrebbe pronunciare, ossia le "scuse" alla famiglia del ragazzo.
Scuse che non arriveranno mai, anche se a chiederle con forza è anche Stefano Fassina, perché, spiega il deputato di Leu, quell'infelice frase "oltre a ferire i familiari di Stefano, danneggia anche l'Arma dei Carabinieri". Dal Pd si leva la voce dell'onorevole Giuditta Pini che definisce Salvini, aspirante prossimo primo ministro, "indegno di rappresentare le istituzioni".
"Dopo questa sentenza - risponde a distanza Ilaria Cucchi dalla Fondazione Feltrinelli di Milano dove ieri ha presentato il libro scritto con l'avvocato Fabio Anselmo, Il coraggio e l'amore - sono tante le persone che dovrebbero chiederci scusa. Però io penso a chi ci è vicino e ci dà la forza di andare avanti". Ecco perché a questa donna e al suo compagno, il pubblico di Bookcity (tra loro anche il sindaco Giuseppe Sala) ha riservato un lungo applauso. E una standing ovation.
- La buona fatica della giustizia. Processo Cucchi, oltre omertà e vendetta
- Migranti. Perché perdere un miliardo all'anno? La proposta di legge
- Verona. Carcere di Montorio, uno Sportello a supporto del lavoro degli agenti
- Piacenza. Polemiche sull'apertura di una Casa di accoglienza per detenuti
- Medio Oriente. I palestinesi nella gabbia di Gaza abbandonati nelle mani di Netanyahu










