di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 24 dicembre 2019
Mi capita di scrivere queste poche righe proprio sotto Natale. Un giorno in cui si festeggia la nascita di un bambino straordinario che ha cambiato le sorti di una grande parte del mondo. Un giovane uomo che ha riformato la severa e vendicativa religione dei padri, introducendo per la prima volta nella cultura monoteista il concetto del perdono, del rispetto per le donne, il rifiuto della schiavitù e della guerra.
In nome di Cristo sono state fatte delle orribili nefandezze. La scissione fra etica e politica è accaduta nel momento in cui la Chiesa, da idealistica e innovativa forza rivoluzionaria si è trasformata in un impero che ha subito costruito il suo esercito, le sue prigioni, i suoi tribunali, la sua pena di morte. Ma molti, proprio dentro la Chiesa, hanno rifiutato i principi del vecchio Testamento, il suo concetto di giustizia come vendetta (occhio per occhio, dente per dente), la sua profonda misoginia, l'intolleranza e la passione per la guerra.
Oggi la novità del movimento delle Sardine ricorda alla lontana le parole di un pastore povero che a piedi nudi portava a pascolare le pecore. I movimenti che abbiamo conosciuto finora, perfino il grande Sessantotto, usavano le parole Lotta, Guerra, Appropriazione, Distruzione, Nemico da abbattere, ecc.
Mentre le piccole sardine, (che spero tanto non si facciano trasformare dai media in tonni pronti per la mattanza), rifiutano l'insulto e l'aggressività. Non pretendono di cambiare il mondo, ma di introdurre in una società sfiduciata e cinica, una nuova voglia di idealismo.
Non hanno sbagliato simbolo secondo me, perché la sardina da sola non esiste, ma in una massa di corpi volanti, aiuta il mare a compiere i suoi cicli vitali. Inoltre possiamo dire che la sardina è ormai il solo pesce che non provenga da allevamenti intensivi, non si nutre di farine sintetiche, e non viene rimpinzata di antibiotici.
Il fatto che riescano a smuovere tante persone, soprattutto giovani, è segno di una richiesta di nuove idealità, ovvero fiducia nel futuro, progetti comuni, spirito di solidarietà e collaborazione. Certuni li ridicolizzano, ma non si accorgono che fanno del male prima di tutto a sé stessi. Con il sarcasmo perpetuano il vizio tutto italiano di disprezzare tutto ciò che è comunitario, di sentirsi superiore a ogni manifestazione di indignazione civica, di criticare tutto e tutti in nome di una conoscenza del mondo più antica e superiore.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 24 dicembre 2019
La mano pesante del tribunale di Ryadh, in Arabia Saudita, si è abbattuta su quelli che sono stati giudicati come gli autori dell'omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista 59enne, editorialista per il Washington Post. L'uomo era stato visto per l'ultima volta entrare nel consolato saudita di Istanbul Il 2 ottobre 2018: da allora era scomparso.
Indagini turche e delle Nazioni Unite sono state concordi nell'indicare nei servizi segreti sauditi i responsabili. Nel mirino degli inquirenti erano finite 11 persone anche se tutta l'inchiesta ne vedeva convolte almeno 31. Ieri le sentenze: cinque condanne a morte mentre altri 3 imputati dovranno scontare pene detentive di 24 anni a testa. Le pene capitali sono state comminate per aver "commesso e partecipato direttamente all'omicidio della vittima", gli altri invece sono stati giudicati rei di aver coperto questo crimine e violato la legge. Tre gli assolti.
Già la relatrice speciale Onu sul caso, Agnes Callamard, aveva rivelato l'estate scorsa che erano emerse le responsabilità di alcuni agenti di cui erano stati resi noti i nomi: Fahad Shabib Albalawi, Turki Muserref Alshehri, Waleed Abdullah Alshehri; Maher Abdulaziz Mutreb, un funzionario dell'intelligence e la dottoressa Salah Mohammed Tubaigy, medico legale del ministero degli Interni.
L'omicidio di Khashoggi sarebbe l'esito tragico di un'operazione sotto copertura, un rapimento per portare in Arabia Saudita Khashoggi, residente in realtà negli Stati Uniti e tenace oppositore della petro- monarchia. Gli investigatori hanno ricostruito le fasi della vicenda: al giornalista sarebbe stata iniettata una dose letale di narcotico provocandone la morte.
L'impossibilità di trasportarlo fuori del consolato indusse la squadra di agenti a smembrare il corpo anche se i resti non sono stati trovati Ma al di là delle condanne ben presto sono emerse prove, che l'Onu ha definito credibili, per le quali sarebbero giustificate ulteriori indagini a carico di alcuni alti funzionari del regno e dello stesso principe ereditario Mohammed bin Salman, il vero uomo forte di Ryadh.
Il principe ha sempre negato ogni coinvolgimento, anche se nell'ottobre scorso aveva praticamente consegnato "i colpevoli" assumendosi "la piena responsabilità come leader soprattutto perché l'omicidio è stato commesso da individui che lavorano per il governo saudita". In ogni caso i vertici sono stati solamente sfiorati, infatti uno dei più stretti collaboratori di Salman, Saud al-Qahtani, sebbene estromesso dalla sua carica non è stato accusato mentre e l'ex vice capo dell'intelligence Ahmad Asiri è stato assolto per insufficienza di prove.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 24 dicembre 2019
La repressione delle proteste di novembre in Iran è stata brutale e il numero delle vittime potrebbe essere molto più alto di quello finora certificato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani. Un'inchiesta pubblicata ieri dalla Reuters parla di circa 1.500 persone uccise, tra cui 17 adolescenti e 400 donne.
L'agenzia inglese cita tre fonti anonime del ministero dell'Interno iraniano e un quarto funzionario. A dare l'ordine di "fare tutto il necessario" per sedare le rivolte sarebbe stata direttamente la Guida suprema, Ali Khamenei, in una riunione con i più alti responsabili della sicurezza a cui avrebbe partecipato anche il presidente Hassan Rouhani, che guida un governo considerato espressione dell'ala più moderata del regime.
"L'ordine ha dato il via alla più sanguinosa repressione dei manifestanti dopo la Rivoluzione islamica de11979", scrive Reuters. "Non possiamo commentare il report che cita persone che lavorano al ministero dell'Interno e informazioni delle forze di sicurezza, degli ospedali e dei medici legali", spiega da Londra Nassim Papayianni, ricercatrice del team Iran di Amensty International.
"Non abbiamo accesso a fonti interne al governo, le nostre ricerche si basano sui report che riceviamo dall'Iran e che verifichiamo. Finora possiamo confermare che i morti sono stati almeno 304, ma crediamo che il bilancio sia più alto e stiamo indagando per verificare le notizie di altre vittime". Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell'Iran ha smentito l'inchiesta della Reuters: "Falsa propaganda", frutto di una "guerra psicologica", una "storia americana" - rispolverando le teorie cospirazioniste di una regia americana dietro le proteste - ma senza fornire un bilancio certo delle vittime.
Le proteste sono scoppiate il 15 novembre scorso: l'aumento del prezzo della benzina ha fatto da detonatore a una rabbia diffusa contro la corruzione e l'inefficienza del governo, accusato di spendere soldi per le operazioni militari nella regione - in Libano, Siria, Yemen - e non per dare servizi dignitosi ai cittadini. Alcuni manifestanti hanno attaccato banche e uffici governativi e la sera del 17 novembre hanno dato fuoco alle immagini di Khamenei, che in Iran ha il controllo su tutte le decisioni che riguardano la sicurezza e gran parte di quelle politiche: l'ayatollah ha fatto subito capire che aria tirasse definendoli "banditi".
Per una settimana il governo ha bloccato Internet e così le notizie sui morti sono cominciate a trapelare solo verso la fine di novembre. "Crediamo che le persone arrestate siano migliaia e temiamo che vengano torturate o costrette a confessioni forzate poi usate contro di loro nel processo: già ne sono apparse su alcune televisioni di stato", spiega Papayianni.
Le testimonianze raccolte da Amnesty raccontano anche di famiglie che hanno subìto pressioni dalle forze di sicurezza per non parlare con i media o fornire versioni false sulla morte dei loro cari: "In un caso almeno ci hanno raccontato che è stato detto loro di dire che la vittima era morta in un incidente stradale".
Farnaz Fassihi, però, che per il New York Times si occupa di seguire cosa accade in Iran e ha raccontato la repressione del regime, solleva dubbi sulle cifre fornite da Reuters. "Può qualsiasi altro giornalista indipendente o qualsiasi organizzazione per i diritti confermare i numeri di Reuters?
Io non ci sono riuscita ha scritto su Twitter - e anche il Dipartimento di Stato ha gonfiato i numeri", riferendosi alle dichiarazioni dell'inviato speciale Usa per l'Iran, Brian Hook, che per primo aveva parlato di più di 1.000 morti. Sul coinvolgimento diretto di Khamenei nella gestione della repressione invece sembrano esserci pochi dubbi.
Il 3 dicembre è stato proprio un alto funzionario delle guardie rivoluzionarie iraniane, Yadollah Javani, a dire pubblicamente che se non fosse stato per "l'intervento tempestivo" del leader supremo, non sarebbe stato possibile "mettere fine alle proteste".
di Alessandro Graziadei
unimondo.org, 24 dicembre 2019
Se per mesi milioni di cittadini di Hong Kong, in maggioranza giovani, hanno manifestato chiedendo più democrazia e la cancellazione completa della legge che facilita l'estradizione di latitanti e sospetti in Cina, ritiro annunciato ufficialmente solo ad inizio settembre, in Vietnam la società civile locale sta protestando da settimane per il modo in cui le autorità di Hanoi hanno gestito gli ultimi casi di cronaca legati alla delinquenza cinese troppo spesso soggetta ad estradizione o a multe irrisorie anziché alle pene detentive previste dalla legge vietnamita. In particolare le condanne emesse nei confronti di cittadini cinesi coinvolti nella produzione e nel traffico di stupefacenti sono risultate per molti troppo leggere, tanto che sui media locali politici, attivisti e semplici cittadini si stanno domandando sempre più spesso: "Il Vietnam è forse diventato un paradiso per i criminali cinesi?".
Hanoi e Pechino hanno firmato il 7 aprile del 2015 una legge sull'estradizione, ma l'Assemblea nazionale del popolo cinese ha ratificato l'accordo solo lo scorso 26 agosto, giorno in cui è ufficialmente entrato in vigore. Subito dopo, le autorità vietnamite hanno rispedito in Cina tre persone, colpevoli di aver ucciso un tassista e averne gettato il corpo in un fiume della provincia di Son La, nel Vietnam nord-occidentale.
L'espulsione del trio di criminali ha suscitato l'ira di quanti volevano che la pena venisse scontata nelle carceri vietnamite. Sempre verso la fine di agosto Hanoi ha estradato 28 cittadini cinesi coinvolti in truffe finanziarie e nei primi giorni di settembre quasi 400 persone sono state rimandate in Cina, nonostante facessero parte della più grande organizzazione dedita al gioco d'azzardo illegale online ad H?i Phòng City.
L'ultimo incredibile episodio risale allo scorso 11 settembre, quando le autorità hanno fatto irruzione in un laboratorio illegale gestito da sette cinesi a Bùi Th? Xuân, quartiere della città di Quy Nh?n City nella provincia centro-meridionale di Bình ??nh.
Durante l'operazione la polizia ha rinvenuto grandi quantità di sostanze chimiche e decine di macchinari ed attrezzature per la produzione di droga. Quattro degli arrestati hanno ricevuto solo una multa di 95 milioni di dong vietnamiti circa 3.707 euro per "soggiorno illegale" in Vietnam mentre gli altri tre complici sono stati condannati a pagare un'ammenda di 20 milioni di dong, poco più di 780 euro, per "ingresso e lavoro illegale". Eppure il Codice penale vietnamita prevede condanne a molti anni di carcere, o addirittura la pena di morte, per chiunque sia trovato in possesso di quantitativi di droga come quelli rinvenuti a Quy Nhon City.
Per molti questo, al pari di altri recenti provvedimenti, hanno messo in discussione la stessa sovranità nazionale vietnamita tanto che alcuni media hanno ricordato come "chiunque produca o venda droga sul suolo vietnamita, dovrebbe essere giudicato secondo la Legge del Vietnam. Ma il governo si è fatto trascinare dalla Cina in un accordo sull'estradizione, per cui le autorità sono costrette a consegnare i criminali cinesi a Pechino.
Tuttavia, non si sa se questi affronteranno mai un processo in Cina". Per questo, preoccupati per l'impatto sociale del fenomeno droga, molti cittadini vietnamiti stanno protestando contro il ricorso delle autorità a "sanzioni amministrative" proprio mentre per mano cinese la produzione ed il traffico di stupefacenti continuano la loro impunita ascesa in tutto il Vietnam. Ma non solo lì. L'industria farmaceutica cinese, in pieno sviluppo, da diversi anni gioca un ruolo sempre più grande nel traffico internazionale di droga e molte nuove sostanze psicoattive nel mondo hanno la Cina e lo stesso Vietnam come luogo di produzione e di smercio.
Già nel 2016 il Eu Drug Markets Report, il rapporto elaborato dall'Europol e dall'Osservatorio europeo delle droghe e delle dipendenze per l'Unione europea sul mercato della droga, che presenta la mappa del mercato illecito di droga nell'Unione europea, evidenziava l'importanza della Cina come luogo di produzione e smercio di molte delle sostanze che finivano in Europa. Prodotte soprattutto nel Guangdong in Cina le droghe raggiungono l'Europa usando la posta celere e compagnie che possono consegnare pacchi da un chilo direttamente davanti alla porta del compratore in circa due giorni lavorativi. Secondo le Nazioni Unite lo sviluppo del mercato è avvenuto grazie alla rete moderna dei trasporti, a internet, al basso costo della manodopera e alla corruzione di alcune ditte farmaceutiche. Le varie droghe vengono, infatti, spesso prodotte in modo legale da ditte registrate, ma la produzione viene poi deviata verso mercati illeciti.
Il governo cinese sta cercando di controllare le ditte farmaceutiche con regolamenti sempre più stringenti e verifiche costanti, ma senza molti risultati. Ciò è dovuto in parte al fatto che vi sono decine di ditte, più o meno piccole, che si dedicano anche alla produzione delle droghe, rendendo pertanto estremamente difficile il loro controllo. In più, con grande astuzia, quando una sostanza, di solito fondamentale per produrre anfetamine e meta-anfetamine, viene proibita dal Governo cinese, le ditte o trasformano rapidamente la produzione utilizzando sostanze simili per sfuggire al divieto o appaltano la produzione all'estero.
È questo purtroppo anche il caso del Vietnam dove molti laboratori illegali agiscono sia come produttori di sostanze utili a confezionare droghe, sia come produttori indipendenti di prodotti finiti e pronti ad essere immessi sul mercato. Un mercato che al momento la nuova legge sull'estradizione tra Cina e Vietnam sembra quasi tutelare, anziché reprimere.
di Patrizia Floder Reitter
La Verità, 23 dicembre 2019
Il capo del Dap: "Il possesso di sostanze è giudicato penalmente non rilevante. Le celle aperte? Una misura che ha creato il caos". Magistrato, classe 1965, originario di Potenza, Francesco Basentini è dal giugno dello scorso anno a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap).
di Massimo Adinolfi
Il Mattino, 23 dicembre 2019
È giusto o ingiusto che un reato sia prescritto, che l'azione punitiva dello Stato debba conoscere un termine temporale? Tra le molte domande che la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio suscita, questa domanda non v'è.
Il Dubbio, 23 dicembre 2019
Il Cdm approva la legge che modifica le intercettazioni in vigore dal 29 febbraio, ecco i 5 cambiamenti. Passa in Consiglio dei Ministri il decreto legge sulle intercettazioni. Il testo, portato al tavolo dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, corregge la precedente legge Orlando che era stata collocata su un binario morto. All'uscita, Bonafede ha parlato di "distanza" tra alleati della maggioranza, ma che "le intercettazioni "sono uno strumento irrinunciabile per le indagini".
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 23 dicembre 2019
La riforma della prescrizione che comporta il blocco dopo la sentenza di primo grado scatterà il 1° gennaio, così come previsto dalla legge Spazza-corrotti approvata a inizio 2018, quando al Governo c'era l'alleanza M5S-Lega. Si tratta di una battaglia storica dei Cinque Stelle, portata avanti dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 23 dicembre 2019
Quasi 1.600 giorni dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione: è la durata media di un processo penale nei tre gradi di giudizio. Si tratta di quattro anni e quattro mesi circa, la metà dei quali passano di fronte alla Corte d'appello. E sono tre i distretti in cui i procedimenti penali nei tre gradi di giudizio durano in media più di duemila giorni: Reggio Calabria, Napoli e Roma, che arriva a 2.241 giorni, più di sei anni. È questo il quadro destinato ad accogliere lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che è previsto entri in vigore il prossimo 1° gennaio.
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 23 dicembre 2019
La 'ndrangheta ha inventato la formula criminale vincente, che le sta consegnando un primato planetario. Negli anni 80 si è imposta nel Nord Italia, poi si è insediata nell'Europa centrale, ha gettato ponti verso l'Est ed è sbarcata nelle Americhe.
Lo riconosce persino uno scrittore come Don Winslow, raccontando nel bestseller "Il cartello" come gli equilibri tra i narcos messicani dipendano dalla capacità di stringere rapporti con i padrini calabresi: gli unici capaci di smistare tonnellate di cocaina attraverso l'Atlantico. Hanno una mentalità coloniale, che li spinge a impiantare nuove cosche ovunque.
La descriveva un boss intercettato nelle indagini dell'allora procuratore Giuseppe Pignatone: "Il mondo si divide in due: quello che è Calabria e quello che lo diventerà". Tutte le cellule però restano sempre legate alla terra d'origine, in un rapporto di osmosi con i paesi natii, articolato secondo rapporti di sangue e di affiliazione.
Ed è questa fusione di valori arcaici e dinamismo internazionale a renderla tanto forte. Le permette di farsi protagonista negli affari leciti e illeciti, mantenendo un'identità violenta: alterna la corruzione e il controllo dei voti alle azioni armate. Si infiltra nell'imprenditoria, nelle amministrazioni pubbliche, nel commercio attraverso figure insospettabili ma ha sempre schiere di uomini pronte a punire chi non rispetta i patti.
Negli ultimi giorni tre inchieste clamorose ci hanno costretto ad aprire gli occhi sul dilagare delle 'ndrine. In Val d'Aosta il presidente della Regione si è dimesso dopo l'accusa di collusione. In Piemonte un assessore regionale ed ex sottosegretario è finito in cella: gli è stato contestato l'acquisto di voti dai boss.
Ancora più importante l'operazione coordinata dal procuratore Nicola Gratteri perché è andata a incidere sul dominio della zona grigia calabrese, il cuore dell'impero: sono finite agli arresti 334 persone, inclusi esponenti politici di destra e sinistra, sindaci, avvocati, commercialisti, ufficiali delle forze dell'ordine. All'ex senatore Pittelli è stato addebitato di avere messo "a disposizione le sue conoscenze in Italia e all'estero per consentire il radicamento e la forte penetrazione della 'ndrangheta in ogni settore della società civile: nelle università, negli ospedali più rinomati, all'interno dei servizi segreti, nella politica, nelle banche".
Non ci sono luoghi inaccessibili per gli emissari di queste cosche. Di fronte agli elementi raccolti dai giudici, colpiscono la disattenzione della classe politica e la mancanza di una mobilitazione per estirpare le radici del fenomeno. Gratteri denuncia l'inerzia del "potere legislativo che ancora oggi non ci ha dato un sistema di norme proporzionato e proporzionale alla realtà criminale".
Lo stesso procuratore da calabrese ha poi invitato i calabresi a reimpossessarsi del territorio: "Da oggi dovete andare in piazza, dovete occupare la cosa pubblica, dovete impegnarvi in politica, nel volontariato, in tutto quello che è possibile fare, andare oltre il vostro lavoro".
Lo sosteneva anche Pio La Torre, il parlamentare comunista padre della legislazione antimafia assassinato a Palermo, parlando a Reggio Calabria nel 1973: "O la democrazia vive come partecipazione popolare e allora si possono assestare colpi di maglio a tutte le forme di intermediazione parassitaria, a tutte le forme di clientelismo, di corruzione, di mal governo che poi sono l'alimento permanente del potere mafioso o noi avremo solo l'illusione della retata in Aspromonte".
Ed è questo il punto chiave. L'azione repressiva della magistratura e dei corpi di polizia è inutile se non viene accompagnata a una rinascita. Dopo ogni retata, i ranghi vengono inevitabilmente rimpiazzati perché non si costruisce un'alternativa alle prospettive criminali. E questo compito spetta alle istituzioni, locali e soprattutto nazionali.
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