di Piero Sansonetti
Il Riformista, 15 novembre 2019
La Corte di Giustizia europea ha emesso una sentenza molto importante che riguarda i profughi: stabilisce che il diritto ad essere accolti è un diritto assoluto, e non può essere ridotto o soppresso da considerazioni che riguardano il comportamento del profugo.
Non è una questione marginale: è essenziale. Leggete queste cifre: in Italia tra il 2016 e il 2017 (ultimi dati che si conoscono) in 35 prefetture su cento (le altre prefetture non hanno fornito i dati) sono stati circa 21 mila i rifugiati ai quali è stata tolta l'accoglienza. Proiettando il dato su scala nazionale si arriva più o meno a ottantamila, una cifra enorme.
Per quale ragione è stata tolta l'accoglienza (e dunque un tetto, del cibo, l'assistenza) a così tante persone? Per le ragioni più diverse legate a comportamenti irregolari. In alcuni casi si tratta di veri e propri reati (ma sono una minoranza) molto più spesso di piccole infrazioni: un ritardo nel rientro notturno, una assenza, la violazione di un divieto (alcool, fumo o magari uno spinello).
A portare il problema di fronte alla Corte di Giustizia europea ci ha pensato un ragazzo belga. Era stato espulso dal centro di accoglienza perché aveva partecipato a una rissa. Lui ha fatto ricorso e il giudice belga, indeciso su come applicare la legge e sul possibile conflitto tra legge vigente e principi sanciti dalla Unione Europea, ha chiesto il parere della Corte di Giustizia europea che ieri lo ha dato ed è stato un parere molto netto: l'espulsione del ragazzo è illegittima, perché il diritto all'accoglienza è un diritto assoluto, non è una concessione. Le misure che si possono prendere per punire un reato o una semplice violazione amministrativa non possono arrivare alla negazione di un diritto assoluto.
È evidente che la sentenza che riguarda il ragazzo belga avrà conseguenze straordinarie soprattutto in Italia. Non solo è in teoria possibile il ricorso di decine di migliaia di profughi ai quali è stata tolta illegittimamente l'accoglienza, ma in ogni caso, in futuro, non si potrà più togliere l'accoglienza a nessuno. E questo, naturalmente, cambierà radicalmente le dimensioni necessarie ad accogliere.
Anche perché l'impressione è che la sospensione del diritto di accoglienza sia stata usata, spesso, per impedire il sovraffollamento dei centri. Basta tenere conto di cifre come questa: oggi nei centri di accoglienza di Bologna sono ospitati circa 2000 stranieri. Tra il 2016 e il 2017 ne sono stati espulsi altrettanti: 2000. Che vuol dire? Che probabilmente se non ci fosse stata la cacciata dei primi duemila, oggi gli ospiti sarebbero 4000 e i centri di Bologna non sono attrezzati ad accogliere un numero così grande di rifugiati. La sentenza della Corte di Giustizia mette un punto fermo sulla questione dell'accoglienza. E non è stata salutata con entusiasmo da alcuni ambienti politici e giornalistici italiani che non sono molto favorevoli all'aiuto agli stranieri. Molti giornali, già ieri, si schieravano contro la sentenza. Libero, ad esempio, titolava in modo molto esplicito: "Dobbiamo tenerci gli immigrati delinquenti".
Come si capisce facilmente la decisione della Corte, che tocca una questione di principio, può risultare un vero e proprio schiaffo in faccia all'Italia. La quale, oltretutto, ha scritto in caratteri indelebili il diritto all'accoglienza nell'articolo 10 della propria Costituzione. Il quale dice espressamente, al terzo comma: "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge".
Di questo articolo però, fin qui, non si è tenuto molto conto. Né nel dibattito politico (che in effetti assai raramente tiene conto della Costituzione, basta dare un'occhiata alla rivolta di magistrati e giornalisti contro la Consulta che ha praticamente cancellato l'ergastolo ostativo dato il suo carattere evidentemente anticostituzionale). Ora sarà più difficile aggirarlo.
Ieri oltretutto è arrivata anche una sentenza della Corte di Cassazione sul tema profughi. Stabilisce che il decreto Salvini bis, che riduce molto i diritti all'accoglienza, non può essere applicato in forma retroattiva. E annulla alcune sentenze pronunciate nei mesi scorsi contro alcuni richiedenti asilo. Una giornataccia per Salvini? In realtà la sentenza della Corte di Giustizia non riguarda il periodo nel quale è stato ministro. È probabile che la sentenza non piaccia per niente al capo della Lega, ma non è una censura al suo ministero.
E nemmeno la decisione sulla non reatroattività, che censura alcuni magistrati ma non l'ex ministro. La verità è che il problema immigrazione - sia nel suo aspetto politico e concreto sia su quello della propaganda - non riguarda solo la Lega e solo il governo Lega 5 Stelle: riguarda tutti. Sarà ora di prenderlo sul serio. Senza pensare che per risolverlo basta cancellare un po' di diritti. Non è così. Perché, almeno alle volte, viene da dire: per fortuna che l'Europa c'è.
booksprintedizioni.it, 15 novembre 2019
Questo ùvolume è il frutto dell'esperienza personale dell'autrice presso la Casa Circondariale di Ascoli Piceno e si propone di fornire al lettore un contributo interdisciplinare relativamente al sistema penitenziario.
In ambito giuridico vengono ripercorse le tappe storiche dell'internamento in Italia, fino a giungere alle più recenti modifiche legislative dell'Ordinamento penitenziario. In chiave sociologica, è richiamato il concetto di carcere come "Istituzione totale" e sono operate delle riflessioni sulla vita esperita dal detenuto all'interno del sistema "totalizzante e inglobante" rappresentato dall'istituto di reclusione.
Sotto il profilo psicologico viene proposto l'uso combinato di tre strumenti diagnostici ai fini della valutazione della pericolosità sociale e del rischio di recidiva criminale. Viene altresì illustrato un caso clinico la cui analisi è basata sul colloquio criminologico a cui è stato sottoposto un detenuto del circuito di media sicurezza della Casa Circondariale di Ascoli Piceno.
Il colloquio criminologico è imperniato sulla traccia fornita dalla Società Italiana di Criminologia, arricchita da elementi selezionati nella guida all'intervista elaborata da Robert Hare per la PCL-R, come l'empatia, l'impulsività, il rimorso e il senso di colpa.
Il testo conclude con l'auspicio che la collettività, con spirito critico e grande sensibilità, riesca a recuperare il "potenziale curativo dell'empatia, non solo per gli altri, ma anche per noi stessi", poiché ritenere che la "malvagità esiste soltanto all'esterno - di noi - resta puramente illusorio".
di Angela Nocioni
Il Riformista, 15 novembre 2019
Oh meu Deus, è arrivato il colpo di spugna! Così all'opinione pubblica brasiliana è stata sostanzialmente venduta la sentenza del Tribunale supremo che la settimana scorsa ha dichiarato incostituzionale la detenzione prima del compimento del terzo grado di giudizio. È illegale mettere in cella chi non ha ancora esaurito le possibilità di ricorso, ha stabilito l'Alta corte.
Immediata conseguenza: il detenuto più famoso del Brasile, l'ex presidente Lula da Silva, condannato in appello a otto anni per corruzione, ha chiesto e ottenuto la liberazione. Seguito a ruota da altri carcerati eccellenti dell'inchiesta Lava Jato, la Mani pulite che negli ultimi cinque anni ha terremotato la classe politica e imprenditoriale brasiliane radendo al suolo le principali aziende pubbliche e private tra cui Petrobras, l'impresa petrolifera di Stato, la più grande azienda pubblica dell'America latina ed Odebrecht, la principale azienda privata di costruzioni del continente accusata, con prove, di avere un sistematico metodo di corruzione per aggiudicarsi appalti in Brasile e all'estero.
I rami dell'inchiesta su Odebrecht hanno portato all'arresto di politici di primo piano in molti altri Paesi. Sono 4895 le persone detenute in Brasile, con una condanna in appello, che ora potrebbero ottenere la scarcerazione. Trentotto di loro sono dentro per l'inchiesta Lava Jato. I detenuti sono 726.000, il 35,9% dei quali non ha condanne, nemmeno di primo grado: sono in attesa di giudizio, sono quasi tutti neri poveri, la loro posizione rimarrà inalterata.
Lo scandalo percepito riguarda quei 38, considerati gli eccellenti, i miracolati dalla giurisprudenza del Supremo.
Nella guerra all'ultimo sangue in corso tra poteri dello Stato in Brasile l'immediata risposta allo schiaffo del Supremo da parte del Parlamento, la cui la maggioranza è in mano alla destra radicale, è stato l'avvio di una proposta di modifica costituzionale. L'articolo 5 della Carta, in rispetto del quale s'è pronunciato il Supremo, dice che nessuno è colpevole fino a condanna definitiva? Allora si cambia l'articolo 5 della Costituzione, basta modificare il comma 57. La Commissione Giustizia della Camera ha già cominciato la discussione. Se passa l'emendamento, e i voti per farlo passare ci sono, la Costituzione stabilirà che nessuno può essere considerato colpevole fino alla condanna in secondo grado.
Quindi dovranno tornare tutti dentro? Se non i 4895, almeno i 38 che nel frattempo avranno avuto modo di far ricorso ed essere scarcerati? Sarà così salva la Mani pulite che ha ridiseganto la mappa politica del Brasile portando il giudice Sergio Moro, quello che ordinò l'arresto di Lula, a fare il super ministro della giustizia del presidente Jair Bolsonaro diventato tale grazie a quell'arresto (senza che il mondo si scandalizzasse per questo)? Tutto da stabilire. Esimi costituzionalisti di ogni risma si stanno già scannando per sancire se, e in base a quale norma, un emendamento costituzionale possa o non possa scavalcare una decisione del Supremo.
Intanto le stesse tv che Sergio Moro, ai tempi in cui era ancora giudice di primo grado della procura di Curitiba, allertò perché andassero a coprire con gli elicotteri la convocazione a testimoniare dell'allora candidato alle presidenziali Lula da Silva mentre alla sua porta si presentavano gli agenti di polizia come si fosse trattato di un arresto - mentre il candidato Lula non era stato nemmeno avvisato e quindi non aveva nemmeno avuto modo di rifutarsi (impossibile per uno spettatore televisivo distinguere le immagini di quel singolare accompagnamento coatto a testimoniare sotto scorta da quelle di un clamoroso arresto: sembrava avessero suonato alla porta di Jack lo squartatore, c'era uno stuolo di macchine di polizia a sirene spiegate, agenti armati fino ai denti, sirene, cordoni di folla) martellano ora immagini e dibattiti preventivi sull'imminente probabile scarcerazione dei grandi protagonisti della telenovela politico giudiziaria brasiliana.
Per cominciare: Eduardo Azeredo, ex presidente del Psdb, il partito dell'ex presidente Fernando Henrique Cardoso (l'unico grande nome della politica brasiliana a non essere finito stritolato dall'inchiesta, cominciata quando lui era ormai lontano dal potere visibile) e José Dirceu del Partito dei lavoratori, il creatore politico di Lula, l'uomo che mise la cravatta al Lula sindacalista e lo scortò fino a portarlo alla presidenza della Repubblica. Dirceu, sempre rifiutatosi di collaborare con gli inquirenti, sta scontando una pena a 30 anni, 9 mesi e dieci giorni per corruzione e lavaggio di denaro. Entrambi hanno chiesto la liberazione tre giorni fa.
Non si può capire cosa sta accadendo in Brasile, né come il 52% degli elettori di una delle democrazie più grandi del mondo abbia votato un anno fa un oscuro ex poliziotto ciclotimico dalle sparate violtissime presentatosi come outsider dopo aver passato gli ultimi 23 anni su uno scranno da deputato a Brasilia, se non si considerano i toni e la potenza della gigantesca copertura mediatica di cui dal 2005 (il partito di Lula è andato al potere nel 2003) godono le inchieste sui fondi neri ai partiti prima e quelle sulla corruzione in Petrobras poi. Entrambe talmente ben cadenzate sui tg della sera con suspance, colpi di scena, tradimenti e vendette da essere seguite in tv, ormai da quattordici anni, come si segue la telenovela delle otto.
E la Lava Jato garantisce pathos, scandalo e guizzi di regia di una qualità incomparabile con quelli delle migliori telenovelas delle otto. Quando fu mandato in prigione José Dirceu, per dirne una, il suo personale fustigatore all'Alta Corte fu un giudice ex protetto di Lula e Dilma e di Dirceu stesso, Joaquim Barbosa, l'unico giudice nero della storia dell'Alta corte brasiliana. Se non fosse esistito Dirceu, probabilmente Barbosa non sarebbe mai diventato giudice del Supremo. Questo nel senso comune brasiliano era fatto forse non certo, ma dato per assodato. Barbosa, assurto al ruolo di super giustiziere, fu con Dirceu di una severità inedita. La sua requisitoria è diventata presto un classico per i toni implacabili utilizzati.
Al Carnevale di Rio la sua maschera è andata più di moda di quella di Batman. Il clima creato allora attorno al ruolo di angelo vendicatore del giudice nero, scagliatosi contro i potenti bianchi corrotti, spiega molto del brodo di coltura da cui poi è uscito, a sorpresa, Bolsonaro. Al di là della sostanza racchiusa nelle appassionanti pagine processuali. Tra le tante porte spalancate dalla sentenza del Supremo sulla incostituzionalità della detenzione prima del terzo grado di giudizio, ce ne è forse anche una che mette in discussione l'esito delle ultime presidenziali visto che Lula, il candidato favorito al primo turno secondo tutti i sondaggi, fu fatto fuori dalla corsa elettorale a causa dell'arresto finmato da Moro dopo una condanna in appello? No. La legge brasiliana è in materia molto simile a quella statunitense: il presidente può esser rimosso soltanto con una procedura di impeachment.
Nemmeno se Lula riuscisse a dimostrare che Moro non è stato un giudice imparziale e ad ottenere quindi l'annullamento del giudizio, i giochi per lui si potrebbero riaprire. Nemmeno se un tribunale potesse riconoscere che è stato condannato senza prove. E da una futura competizione elettorale, ora che Lula è libero, è fuori comunque. Perché esiste una legge, la Ficha limpa (fedina pulita) che gli impedisce di partecipare. Lula ha anche altre cinque processi pendenti, uno con una condanna per corruzione in primo grado, oltre a quello per l'appartamento al mare costatogli l'arresto e la fine della corsa per le elezioni.
Appartamento che la sentenza di condanna ritene gli sia stato messo a disposizione come tangente e che, curisosamente, non risulta essere mai stato abitato nemmeno per un giorno né da lui né da nessuno della sua famiglia, appartamento per il quale non risulta esistere nessun documento di proprietà da far risalire all'ex presidente. L'attico, il famoso triplex di cui da anni si favoleggia, affaccia su una delle spiagge più brutte del Brasile, sporca e affollatissima. Chissà perché l'uomo più potente del Paese, uno che è considerato una sorta di semidio in tutto il Nord est, avrà fatto carte false per avere a disposizione un attico in un postaccio che sembra tutti i giorni Ladispoli a ferragosto? Lungo un litorale triste sul quale non potrebbe neppure metter piede senza essere assediato dai bagnanti? Mistero irrisolto, ma non spettava a Moro risolverlo.
Dovesse, però, saltar fuori che c'è stato un accordo per far condannare Lula in secondo grado, e renderlo così incandidabile, frenare lo scandalo potrebbe diventare complicato anche per Moro. Complicato, ma non impossibile. Perché il consenso popolare sta dalla parte dell'ex giudice sceriffo diventato ministro dopo aver giurato pubblicamente che mai avrebbe accettato un incarico politico. È lui il candidato che la maggioranza degli elettori brasiliani vorrebbe alla presidenza della repubblica, a dar retta ai sondaggi.
Il presidente Bolsonaro ha già detto ai suoi di volerlo come vice per il prossimo mandato, invece di nominarlo per meriti membro del Supremo. C'è una conseguenza possibile della sentenza dell'Alta Corte che ha portato alla liberazione di Lula di cui si parla poco. L'effetto più temuto sulla Lava jato non è tanto la scarcerazione dei tanti condannati in appello che riescano a farsi accogliere il ricorso, ma la ricaduta che quella sentenza potrebbe avere sull'armageddon della Mani pulite brasiliana: la legge sulla delazione premiata, una versione locale (con alcune differenze) delle norme italiane sui collaboratori di giustizia.
La delação premiada - il testo di legge dice proprio "delazione premaiata", non collaborazione, né testimonianza: delazione, tu fai la spia io ti premio, il lessico del legislatore di Brasilia è meno ipocrita del nostro - prevede un vero e proprio contratto firmato tra accusato e inquirente. Sostanziosi sconti di pena e, in alcuni casi, la liberazione da ogni pendenza penale per chi collabora con gli inquirenti. Un bell'incentivo a vuotare il sacco, certo. Ma anche a mentire con intelligenza. A offrire verità verosimili, difficili da ricostruire e quindi da smentire, tenute in piedi da brandelli di indizi in grado di somigliare a una prova senza esserlo.
ùMolti avvocati brasiliani rifiutano la delação premiada come strategia difensiva. Alcuni grandi studi legali hanno denunciato in una pubblica lettera l'uso diffuso di "metodi da Inquisizione" nelle inchieste. Hanno invitato, inascoltati, "con urgenza il potere giudiziario" a "una postura rigorosa di rispetto e di osservanza delle leggi e della Costituzione". La questione è la solita: come si devono usare le dichiarazioni di chi accusa qualcun altro in un'inchiesta? E soprattutto: cosa è legittimo fare per ottenerle?
In alcuni casi sono saltate fuori le prove dei fatti contestati, presentate come tali in processi arrivati a sentenza. Ma a tenere in piedi la Lava Jato sono le delazioni premiate a tappeto di detenuti in via preventiva che, magicamente, escono dal carcere appena indicano il nome di un presunto corrotto. Che non viene mai trattato come tale, ma finisce sbattuto nelle aperture dei tg come fosse un reo confesso. A osservare il dettaglio delle principali inchieste, a controllare sul calendario i nomi di chi esce e di chi entra dalla cella, il timore che la prigione preventiva sia usata per forzare la chiusura degli accordi di collaborazione, sembra fondato.
Nel bel mezzo della guerra in corso, anche dentro l'avvocatura brasiliana si è scatenata più di una battaglia. Approfittando del rifiuto di alcuni studi legali di difendere gli imputati che firmano accordi di delazione premiata, spuntano come funghi avvocati che si stanno specializzando nella contrattazione con l'accusa, per conto dell'assistito, per accedere ai benefici offerti a chi collabora. Benefici che, a volte, somigliano a un regalo. Prendiamo il caso di Joesley Batista, il proprietario della principale azienda mondiale per l'esportazione di carne, la Jbs. Incastrato da intercettazioni pesanti, Batista ha confessato e descritto il giro vorticoso di tangenti che gli ha consentito, tra l'altro, di evadere tutte le tasse sull'export.
Il contratto di delazione premiata da lui firmato gli ha permesso di dirsi colpevole della corruzione dell'intera classe dirigente brasiliana degli ultimi quindici anni - destra, sinistra, centro, più alcuni giudici - pagata secondo le sue accuse con milioni di dollari per un'enormità di favori illeciti, e di scampare illeso dal processo vendendo la testa dei politici da lui accusati in cambio dell'impunità. Ha confessato crimini clamorosi ed è improcessabile. La notizia non è stata presentata come scandalosa e non ha fatto scandalo. Il biglietto da pagare per lo show.
di Paolo Borgna
Avvenire, 14 novembre 2019
Articolo 27 della Costituzione, legge e carcere: parola di magistrato. A cosa serve la pena? Da secoli i filosofi del diritto hanno risposto a questa domanda elaborando teorie diverse che si intrecciano fra loro. Si deve punire il colpevole perché a un comportamento antisociale si risponde con una reazione negativa che riaffermi l'autorità dello Stato.
Si deve dissuadere chi ha commesso un reato dal commetterne altri. Si deve dissuadere la generalità dei consociati dal commettere reati: dimostrando che chi viola la legge subisce delle conseguenze negative. Da tempo, però, a queste domande se ne sono aggiunte altre, più radicali.
di Enrico Franco
Corriere del Trentino, 14 novembre 2019
Uno slogan, purtroppo, è assai più efficace di un ragionamento basato su dati statistici. "Buttiamo via la chiave", riferito ai detenuti, ha un indubitabile appeal anche tra chi non è ossessionato dal tema della sicurezza. Di fronte a crimini particolarmente odiosi o a recidivi incalliti, è umano pensare che la soluzione migliore sia estromettere una volta per tutte dalla comunità il "criminale".
di Paolo Ciani*
huffingtonpost.it, 14 novembre 2019
In questi giorni il Parlamento sta esaminando senza troppo clamore un testo legislativo che merita una certa attenzione, mentre molti occhi sono puntati sulla riforma della giustizia del ministro Bonafede. Si tratta dello schema di Decreto Legislativo correttivo del Riordino delle carriere delle Forze di Polizia, approvato dal Consiglio dei ministri e in queste settimane all'esame delle Commissioni parlamentari. In particolare si sta esaminando anche un riordino dei ruoli della Polizia Penitenziaria che, se approvato, rischierebbe di cambiare l'organizzazione che ha tenuto in equilibrio per trent'anni la gestione degli istituti penitenziari e dell'esecuzione della pena in Italia.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 14 novembre 2019
Il Ministro Bonafede presenta a Rebibbia il nuovo Ufficio centrale. "Grazie ministro. Per me, per noi detenuti questo progetto è gratificante. Ci fa accedere alla libertà, ci fa avvicinare a quelle persone che ci vedono solo come dei delinquenti ma che così capiscono che possiamo fare qualcosa per loro". Con queste parole un detenuto del carcere di Rebibbia si è rivolto ieri al guardasigilli Alfonso Bonafede al termine di una conferenza stampa indetta per illustrare il nuovo Ufficio centrale per il lavoro dei detenuti, "Mi riscatto per... il futuro".
camerepenali.it, 14 novembre 2019
Il 30 novembre 2019, si terrà la quinta "Giornata dei braccialetti". Una iniziativa nazionale della Camere Penale di Firenze che si svolgerà presso l'Istituto Penitenziario di Sollicciano unitamente ad iniziative locali a cura delle Camere Penali territoriali. Le richieste per iscriversi devono pervenire entro il 15 novembre al seguente indirizzo email:
di Carmelo Musumeci
pressenza.com, 14 novembre 2019
"Perché si limitano a tenerci vivi? Non abbiamo neppure un filo di speranza a cui appoggiarci. A stare in carcere senza sapere quando finisce la tua pena, ci vuole tanto, troppo, coraggio. Non si può essere colpevoli, cattivi e puniti per sempre. Nessuna condanna dovrebbe essere priva di speranza e di perdono. L'ergastolano se vuole vivere più serenamente deve sperare di morire prima del tempo." (Dal libro "Nato colpevole" di Carmelo Musumeci, pubblicato e distribuito da Amazon). Da tanti anni sono un attivista per l'abolizione della pena dell'ergastolo, e del carcere, come solo luogo per espiare la pena.
"Antonio Cianci, l'ergastolano 60enne che tra il 1974 e il 1979 uccise un metronotte e 3 carabinieri, venerdì scorso, in permesso premio, ha tentato di ammazzare un anziano per rapinarlo, all'ospedale San Raffaele." Quando accadono fatti di sangue come questo mi cadono le braccia e il cuore per terra perché immagino le reazioni di chi legge. Innanzitutto trasmetto tutta la mia solidarietà alla vittima dell'aggressione, ma subito dopo mi domando cosa ci stava a fare Cianci ancora in carcere, da 40 anni, per un reato commesso quando aveva 20 anni. E perché allora dicono che in Italia l'ergastolo non lo sconta nessuno?
Bisognerebbe riflettere anche sul fatto che con lui, e con la maggioranza di chi ci finisce dentro, il carcere non funziona e che il 70% dei detenuti che escono ritornano dentro. La verità è semplice: il carcere, così com'è, non è la medicina ma, anzi, è la malattia.
Non voglio, nel modo più assoluto, cercare o trovare delle attenuanti ad Antonio Cianci, ma so che in ognuno di noi c'è il bene e il male e purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, un carcere cattivo e fuorilegge e una pena che non finisce mai tirano fuori il peggio delle persone.
Ho conosciuto Antonio Cianci negli anni 80 e nel gergo carcerario fra noi detenuti si diceva che "quello con la testa non ci stava", ma si comportava bene perché aveva imparato la lezione, che al "sistema" non interessa che tu diventi bravo, ma solo che fai il bravo, anche perché se diventi davvero "buono" crei problemi all'istituzione. Una persona buona, infatti, difficilmente riesce a sopportare le ingiustizie del carcere, fatte su di sé e soprattutto sugli altri compagni.
Penso che prima del detenuto bisognerebbe educare il carcere all'umanità e alla legalità. Tutti sanno che il sistema carcerario è fuorilegge: istituti sovraffollati, fatiscenti e invivibili, condizioni igieniche sanitarie da terzo mondo, suicidi, morti sospette, ecc.
Tutti sanno che il carcere è il posto più illegale di qualsiasi altro, ma nessuno fa nulla. Ormai solo i delinquenti, o ex delinquenti, credono e si appellano alla legge, probabilmente perché è difficile accettare di essere in carcere per non aver rispettato la legge e poi dentro vedere che lo Stato e gli uomini dello Stato fanno peggio.
Quei pochi detenuti che hanno il coraggio di rivolgersi al Magistrato di Sorveglianza (e questo coraggio lo pagano caro, ne so qualcosa io) spesso vengono additati ed emarginati dalle stesse istituzioni. Allora che fare per portare il carcere alla legalità? Bisogna educare i nostri politici al rispetto della legge (ovviamente senza sbatterli in carcere perché non c'è posto). E dato che nelle 207 carceri italiane quasi nessuno rispetta le leggi internazionali, i trattati, le convenzioni europee, la nostra Costituzione, le leggi nazionali e il regolamento di esecuzione dell'Ordinamento Penitenziario, denunciamo il carcere.
Tutti coloro che affermano di avere a cuore la legalità in carcere, compresi i detenuti, la polizia penitenziaria, i politici e quei parlamentari che una volta ogni mai visitano le carceri, denuncino pure alla Procura della Repubblica tutto quello che vedono e che accade nelle carceri in Italia. Insomma, non solo con le parole, ma denunciamo il carcere con i fatti! Denunciamo che il carcere è un po' tutto fuorché un carcere, denunciamo che è un luogo crudele che gli uomini hanno creato e mal governano e che fa diventare i prigionieri più cattivi di quando sono entrati.
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 14 novembre 2019
"Passare il tempo a guardare il soffitto della tua cella ti rende cattivo, il lavoro ti fa sentire orgoglioso": è la confessione fatta, con la voce spezzata dall'emozione, dal detenuto Giuseppe Camillo. Proprio lui, 52 anni, è un "veterano", l'ultimo ancora in carcere tra i partecipanti al primo progetto legato ai servizi di pubblica utilità, realizzato dall'istituto romano di Rebibbia.
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