di Edoardo Corasaniti
lanuovacalabria.it, 11 novembre 2019
Quintieri: "Intervenga il Garante nazionale". Di nuovo il carcere diventa teatro di una tragedia. Di nuovo il sistema insiste nel voler tenere in gabbia una persona gravemente affette da disturbi psichiatrici, bisognose di cura ed assistenza. La trama è questa: prima il carcere di Paola, poi il "Panzera" di Reggio Calabria, dopo l'istituto penitenziario del capoluogo e infine l'ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro. Si evolve così la tragica storia di un detenuto di origine cosentina che nei giorni scorsi ha tentato il suicidio nel carcere di Catanzaro.
Ed oltre al danno la beffa: a quanto pare, sembrerebbe che alla moglie sia stata negata la possibilità di avere un colloquio con suo marito. A farlo sapere è Emilio Quintieri (Radicali Italiani), che proprio tempo fa ha chiesto all'Amministrazione penitenziaria un'adeguata sorveglianza custodiale e un sostegno morale e psicologico per il detenuto.
Ma accade quello che si voleva evitare: l'uomo, 49 anni e condannato per estorsione, cerca di mettere fine alla propria vita. Immediato il trasporto d'urgenza al nosocomio catanzarese, dove ora è ricoverato in rianimazione. Non è finita, perché tra i protagonisti della vicenda c'è anche la moglie del detenuto.
È lei che, appena saputo di quanto successo, si precipita nell'ospedale catanzarese. La Polizia Penitenziaria, però, le avrebbe negato di poterlo vedere ed avere dai medici notizie sulle condizioni di salute dell'uomo ricoverato, nonostante fosse stato autorizzata. Quintieri ha inviato una informativa al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti, Maria Palma, sollecitando una visita ispettiva con la massima urgenza.
Messaggero Veneto, 11 novembre 2019
Tra prevenzione e stimolo al cambiamento Si comincia venerdì, poi assemblee di istituto. Non ci sono libri di testo né dizionari per imparare ad ascoltare l'altro. È un esercizio costante, impegnativo, tanto più difficile quanto l'altro è distante dalla nostra comfort zone. Ma è un esercizio necessario per formare gli adulti di domani e per aiutare quelli di oggi a riflettere sul loro presente.
È un'esperienza di scambio intensa quella che stanno per vivere i ragazzi di alcuni licei di Pordenone che a partire da venerdì saranno coinvolti nel progetto "A scuola di libertà": durante le assemblee di istituto potranno incontrare detenuti ai domiciliari o in semilibertà accompagnati da volontari. Ascolteranno le loro storie, li guarderanno negli occhi e saranno da loro guardati ed ascoltati con il duplice obiettivo della prevenzione per gli studenti e della consapevolezza del reato e del cambiamento per detenuti.
Anima dell'iniziativa è Giovanna De Maio dell'associazione Carcere e comunità di Pordenone, che anche quest'anno ha riproposto alle scuole secondarie di primo grado del territorio un progetto di educazione alla legalità. Il legame tra scuola e carcere è stato sottolineato anche nell'ultima Conferenza nazionale giustizia e volontariato che si è svolta in ottobre a Milano: sono due mondi - ha sottolineato l'assemblea della Cnvg della quale fa parte l'associazione - che si devono conoscere e confrontare per riflettere insieme sul sottile confine tra illegalità e trasgressione, sui comportamenti a rischio, sulla violenza che si nasconde in ognuno di noi.
Ci saranno anche i ragazzi del Leopardi Majorana. Le classi prime e seconde si riuniranno in assemblea il 2 dicembre mentre le terze, le quarte e le quinte sono convocate il 6 dicembre. Alle assemblee parteciperanno proprio i detenuti: persone condannate per reati comuni e che oggi si trovano ai domiciliari alla cooperativa Oasi o che hanno già dei permessi di semilibertà in cui queste persone sono già accompagnate dai volontari a fare una passeggiata e a pranzo fuori. La parola sarà data anche ai volontari e a don Piergiorgio Rigolo, presidente di Carcere e comunità e storico cappellano di carcere e ospedale. Luoghi di sofferenza ma anche di speranza, ricchi di vita in tutte le sue sfaccettature.
Il Riformista, 11 novembre 2019
Spunta un accordo segreto far Malta e Tripoli. Avrebbero stretto un patto in base al quale le Forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti diretti verso l'isola e riportarli in Libia. A rivelarlo è il giornale Times of Malta, che parla di accordo di "mutua cooperazione" siglato tra l'esercito della Valletta e la guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà come intermediario.
Il quotidiano maltese pone in evidenza la figura di Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione privati. Come controversa, peraltro, è anche l'attività della guardia costiera della Libia. "Abbiamo raggiunto quello che potreste chiamare un'intesa con i libici: quando c'è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità", ha dichiarato una fonte a Times of Malta.
La guardia costiera libica è stata accusata di violazioni dei diritti umani tra cui tortura, ostacolo alle attività di salvataggio delle organizzazioni umanitarie, legami con le gang del traffico di esseri umani. Fonti interpellate dal giornale maltese giustificano l'intesa in quanto - sostengono - si basa sul modello di quella già raggiunta tra Libia e Italia. Immediata l'accusa della ong che si occupa di soccorso ai migranti Alarm Phone che stigmatizza l'accordo come grave violazione del diritto: "Sebbene non sia una sorpresa - sottolinea - ora è confermato che le autorità maltesi coordinano le intercettazioni in collaborazione con la Libia. Questo impedisce alle persone in fuga da una zona di guerra di raggiungere un porto sicuro e viola le convenzioni internazionali sui diritti umani".
La Valletta puntella l'accordo che fa già discutere. Un portavoce del primo ministro maltese spiega che incontri bilaterali vengono continuamente condotti da Malta su base regolare e assicura che il Paese "rispetta sempre" le convenzioni e le leggi internazionali. "L'Ue - dichiara - si spende attivamente a favore del rispetto delle istruzioni delle competenti autorità europee che sono contro l'ostruzione delle operazioni condotte dalla guardia costiera libica, che è finanziata ed addestrata dall'Unione europea per la gestione dei migranti e contro il traffico di esseri umani".
Rassicurazioni di La Valletta a parte, la notizia dell'accordo qualche imbarazzo potrebbe crearlo, visto che proprio a Malta a settembre era stato firmato l'accordo fra cinque Paesi Ue, oltre a La Valletta, Francia, Germania, Finlandia e anche Italia.Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana usa toni durissimi e parla di "spregio" al diritto internazionale con l'unico obiettivo "di non avere grattacapi anche se ci sono esseri umani a rischio della vita". E chiede alla Ue e agli organismi internazionali, a partire dall'Onu, di avviare una commissione di inchiesta, perché "formalizzare i respingimenti, che sono illegali, è un'ombra pesante sul governo maltese".
xdi Alessandra Ziniti
La Repubblica, 11 novembre 2019
Luciana Breggia fu tra le prime a non applicare il decreto sicurezza. "Siete mai stati due ore chiusi in una stanza con uno schiavo? Io sì. E la stanza è rimasta colma del suo tremore e del suo silenzio".
Luciana Breggia non ha timore di esprimere i suoi sentimenti, anzi ne rivendica il bisogno. Giudice civile ignota al grande pubblico, non avrebbe mai pensato che la sua sentenza che rigettava il ricorso del Viminale contro l'iscrizione all'anagrafe di un richiedente asilo l'avrebbe fatta finire nella lista nera dei magistrati schedati dallo staff di Matteo Salvini per le attività pubbliche che ne avrebbero connotato la "faziosità".
La presidente della sezione immigrazione del tribunale di Firenze non è mai venuta meno alla consegna del silenzio e anche ora, che della sua esperienza di giudice dell'asilo ha fatto uno spettacolo teatrale, non vuole tornare su quell'episodio. Ma alla fine è proprio da qui che parte: "Io ho sempre applicato le norme, naturalmente interpretandole con rigore e imparzialità. Ma il giudice ha una testa e un cuore, non è disincarnato. Avere un pensiero ed esprimerlo lo rende anzi più trasparente. Il giudice parziale, quello che sfoga nei suoi provvedimenti un sentire di parte, è un giudice muto".
E allora eccola l'elaborazione culturale di due anni di diario di un giudice dell'asilo portata in scena, con un reading teatrale, davanti alla platea di magistrati, avvocati, esperti di immigrazione riuniti a Lampedusa da Area democratica per la giustizia e Asgi per confrontarsi sui temi del diritto della frontiera.
Invece accade, così si chiama, perché nella sua stanza di giudice a Firenze Luciana Breggia ha sentito cose che pensava non sarebbero più accadute, dai campi di sterminio ai lager libici. Mai, ad esempio, avrebbe pensato di trovarsi di fronte a Ievohah, il re che non voleva diventare re. "Un ragazzo del Burkina Faso - ricorda - che mi spiegò di essere fuggito dal suo villaggio per aver rifiutato di diventare re, come gli spettava per successione.
"Da noi sarebbe bello diventare re", ho obiettato. E lui: "Da noi invece no, sei un fantoccio nelle mani degli anziani del villaggio. Ho cercato di trovare riscontri alla sua storia, non ho trovato nulla, ma gli ho creduto. Era inserito in un contesto, parlava italiano, era vulnerabile. Mi sono misurata con l'impossibilità di ricostruire la sua storia e gli ho dato il permesso umanitario". Ievohah, il re mancato, Maore, lo schiavo di Agades, Beauty, la ragazza stuprata e vittima di tratta, Latif, il bambino pakistano cucitore di palloni, Marsillah scappato dal Mali che pensa a tutto quello che ha perso.
"Nella mia stanza sono passati centinaia di donne e uomini senza diritti, persone ridotte a cose. La mia stanza è una finestra su mondi lontani, geograficamente e culturalmente. Quando mi ritrovo faccia a faccia con loro sento un'enorme responsabilità. La legge ci chiede di valutare la credibilità, la plausibilità delle loro storie, raccontate da persone tremanti e stremate in lingue sconosciute. Momenti che affrontiamo da soli, con l'aiuto di interpreti improvvisati senza mediatori culturali.
Cosa è plausibile e cosa no? Quanta fatica, quanta tristezza, quanto dolore". Questo spettacolo Luciana Breggia lo ha scritto per il giorno della Memoria. "Nuove forme di deumanizzazione", le chiama, cui bisogna opporsi anche se vesti la toga. E, mano sul cuore, saluta commossa il minuto di applausi che Lampedusa tributa al suo diario di un giudice.
finestresullarte.info, 11 novembre 2019
Una mostra per documentare il libero esercizio della fede da parte dei detenuti del carcere milanese di Opera: s'intitola "Fotografie in carcere. Manifestazione della libertà religiosa", è un progetto fotografico di Margherita Lazzati (Milano, 1953) ed è ospitata dal Museo Diocesano di Milano dal 15 novembre 2019 al 26 gennaio 2020. La mostra presenta cinquanta immagini in bianco e nero che ripercorrono gli anni in cui Lazzati ha frequentato come fotografa la casa di reclusione di Opera nell'ambito di progetti di laboratori di lettura e scrittura creativa.
L'idea di documentare la quotidianità dei detenuti, e in particolare le loro manifestazioni di fede, scaturisce nel 2017 da un dialogo con l'allora direttore del carcere, Giacinto Siciliano, poi proseguito col successore Silvio Di Gregorio, e con il provveditore Luigi Pagano. Le immagini dell'artista milanese ritraggono persone a contatto con la propria fede e con il proprio credo: non solo detenuti, ma anche volontari, ministri di culto, agenti, appartenenti a comunità di diverse confessioni religiose, dai cattolici agli ebrei, dagli evangelici ai copti, dai buddisti ai musulmani, colti nei vari momenti di preghiera e di condivisione.
"Ho scelto di ritrarre non solo i luoghi della preghiera e della condivisione", spiega Margherita Lazzati, "ma anche i dialoghi, gli sguardi, i gesti rituali, i momenti di convivenza tra persone, che sono poi quelli che maggiormente mi hanno colpita. Questo è un tema a me molto caro. Cerco di rimanere lontana da ogni retorica e di rivolgere la mia indagine unicamente alla "persona". In questo caso mi sono concentrata sull'esperienza che le persone vivono e condividono: un'esperienza di riflessione, preghiera, speranza, disperazione".
Margherita Lazzati vuole invitare ad oltrepassare la cinta muraria e ad avvicinarsi di una realtà che è parte integrante della società. Le immagini però non vogliono essere solo un racconto o solo spiegare cosa avviene in carcere, ma mirano anche a sollecitare profondi interrogativi, ed è per questa ragione che la mostra è in totale sintonia con l'identità del museo stesso che, attraverso l'arte, intende suscitare domande di significato e desiderio di Bellezza.
La mostra è visitabile negli orari d'apertura del Museo Diocesano di Milano (tutti i giorni tranne il lunedì dalle 10 alle 18). Biglietto mostra + Museo Diocesano: intero 8 euro, ridotto e gruppi 6 euro, scuole e oratori 4 euro. Accompagna la mostra, un catalogo Edizioni La Vita Felice (16 euro). Per maggiori informazioni visitare il sito del Museo Diocesano di Milano.
sienanews.it, 11 novembre 2019
Alla Mondadori il libro dei detenuti di Santo Spirito. La scrittura ha un duplice valore: permette di razionalizzare il vissuto di una persona e le dà la possibilità di guarire certe lacerazioni dell'animo. Una sensazione di libertà, che permette talvolta di ricominciare da capo e guardare al futuro con speranza. Una situazione questa, provata da sette detenuti di Santo Spirito, gli autori del libro "Fuori dal buio".
Già il titolo assume un significato simbolico: quello di andare avanti e vedere come è cambiato il mondo dopo essere usciti dal buio, appunto, delle quattro mura della cella. Nelle storie raccontate dolore e tristezza si uniscono alla voglia di riscatto e ai sogni di persone che, comunque, meritano una seconda possibilità.
C'è la vita vissuta degli scrittori, c'è la voglia di ripartire di chi, alla fine, si ritrova insieme a cantare "Che fantastica storia è la vita" di Antonello Venditti. Ad aiutare le sette penne di Fuori dal Buio è stata la giornalista e collaboratrice di Siena News, Cecilia Marzotti che ha curato l'opera. Domani, lunedì 11 novembre, il libro verrà presentato alla libreria Mondadori di Siena, alle 18, il libro Fuori dal buio
Il Mattino, 11 novembre 2019
Quattrocento frigoriferi sono già arrivati e sono stati installati nelle celle dei padiglioni del carcere di Poggioreale. Così ogni cella ora è munita di un refrigeratore per le esigenze dei reclusi, grazie all'iniziativa finanziata dall'assessorato alle Politiche sociali della Regione, Lucia Fortini, su proposta del garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello.
Oggi alle 9.30 Fortini e Ciambriello visitano i padiglioni assieme ai giornalisti e agli operatori tv ammessi, per la prima volta, per le riprese video, ovviamente nel rispetto delle norme vigenti sulla privacy. Un'occasione per parlare delle luci e delle ombre nel sistema carcerario.
Il primo problema resta il sovraffollamento, seguito dalle difficoltà nell'accedere alle prestazioni sanitarie, soprattutto fuori dalla struttura, se si ha bisogno di un intervento chirurgico: a causa delle liste di attesa si rischia di aspettare anche più un anno. "Tra le buone prassi, c'è l'impegno di tanti volontari che contribuiscono a colmare, almeno in parte, le carenze di personale in organico", dice Ciambriello.
È insufficiente il numero di mediatori culturali, psicologi, sociologi e tante altre figure indispensabili per promuovere attività a sostegno di quel percorso rieducativo che dovrebbe essere sempre attivato per tutti i reclusi.
"Espiata la pena, l'uscita dal carcere è ancora più complessa perché si ha una nuova punizione sociale fatta di rifiuto e indifferenza, per chi è stato in cella: difficile recuperare fiducia e ottenere una possibilità di lavoro", avvisa Ciambriello, chiedendo che siano promossi i processi di reinserimento.
di Alessandro Orsini
Il Mattino, 11 novembre 2019
Cinque soldati italiani in Iraq gravemente feriti a causa di una mina e uno di loro ha purtroppo subito l'amputazione di una gamba. All'analisi dei fatti vogliamo far precedere il nostro cordoglio. Per quanto i dati sul sito del ministero della Difesa siano in aperta contraddizione - in un grafico i soldati italiani in Iraq e in Kuwait sono 868, in un altro 1.497 - l'Italia risulta essere impegnata in 37 missioni.
Di queste 35 sono internazionali, in 22 Paesi, che impegnano 12,900 unità. Un dispiegamento così ampio di forze espone inevitabilmente a pericoli mortali, che purtroppo si manifestano oggi, a pochi giorni dall'anniversario della strage di Nassiriya, sempre in Iraq, il 12 novembre 2003. Passando all'analisi dei fatti, la domanda che tutti si pongono è se siamo in presenza di un attentato mirato oppure di un evento accidentale.
Gli elementi a nostra disposizione inducono a ritenere che, né i capi di al Qaeda, né quelli dell'Isis, abbiano elaborato una strategia d'attacco contro i soldati italiani. Per valutare i pericoli che corrono i soldati italiani in Iraq, occorre sapere che cosa sia la "gerarchia dell'odio" delle organizzazioni jihadiste: uno strumento concettuale da noi elaborato per entrare nella mente dei terroristi e prevedere le loro mosse.
Nella mente dei terroristi dell'Isis, i Paesi dell'Europa occidentale non sono tutti odiati allo stesso modo e, di conseguenza, non tutti sono esposti agli stessi pericoli. I vertici dell'Isis hanno sviluppato una gerarchia dell'odio che pone i Paesi europei su un podio a cinque scalini.
I più odiati sono quelli che hanno bombardato le roccaforti dell'Isis in Siria e in Iraq ovvero Francia, Inghilterra, Belgio, Olanda e Danimarca. Sul secondo gradino, ma in realtà a pari merito con i primi, si trovano gli Stati che hanno inviato i propri soldati a ingaggiare il corpo a corpo con i militanti dello Stato Islamico ovvero Turchia, Iran e milizie di Hezbollah.
Sul terzo gradino siedono i Paesi che, come la Germania, hanno inviato soldati, aerei e navi da guerra in attività di supporto alla Francia, ma senza un ruolo combattente. Sul quarto gradino ci sono quelli che si limitano a inviare i propri soldati a presidiare strutture di pubblica utilità è ad addestrare i soldati iracheni al combattimento contro l'Isis.
Sul quinto gradino, vi sono gli Stati europei che, pur appartenendo alla coalizione anti-Isis, in realtà non fanno niente. L'Italia si trova al quarto posto perché non ha mai voluto sparare contro i jihadisti, nonostante gli inviti ripetuti della Casa Bianca, limitandosi alle attività di addestramento e protezione di infrastrutture, come la diga di Mosul. Ne consegue che e molto meno odiata della Francia, ma comunque esposta a pericoli.
Tuttavia, tali pericoli sono quelli a cui chiunque sarebbe esposto in un teatro di guerra, come imbattersi in una mina. Siccome l'Italia non è stata mai bersagliata dai jihadisti quando la lotta sul campo contro lo Stato islamico era più intensa, vale a dire nel periodo 2015-2017, è difficile immaginare che il successore di al Baghdadi scelga di accanirsi contro l'Italia, che ha un ruolo così marginale nella lotta frontale contro il terrorismo, come strategia per imporre un'immagine vincente di sé.
Non risulta inoltre - scandagliate tutte le analisi che i servizi segreti hanno presentato al Parlamento - che i capi dell'Isis abbiano mai cercato di organizzare un attentato in Italia. È possibile che, nelle prossime ore, l'Isis cerchi di "intestarsi" questo atto di guerra con un comunicato, ma non significherebbe necessariamente che l'Isis abbia voluto colpire i soldati italiani intenzionalmente.
Una cosa è organizzare un attentato; altro è sfruttare mediaticamente il suo accadimento per dare un'immagine vincente di sé. Detto più semplicemente, i vertici dell'Isis hanno rivendicato non pochi attentati, che però non avevano organizzato.
Quasi certamente continueranno a farlo anche dopo al Baghdadi. Per comprendere le mosse "punitive" dell'Isis, occorre sapere che i suoi capi attribuiscono la massima importanza alla politica estera dei Paesi nemici. Al momento, non risulta che Luigi Di Maio abbia modificato la linea strategica dell'Italia nella lotta contro le organizzazioni jihadiste.
di Eva Thiébaud e Morgane Remy*
Il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2019
Violazione dei diritti dell'uomo. L'Osservatorio sugli armamenti e altre Ong hanno raccolto testimonianze di dissidenti "bastonati e rinchiusi" nell'area segreta degli Emirati a Balhaf. Sono stato rinchiuso in una cella. Poi mi hanno preso a pugni e bastonato, trascinato per la barba e colpito al volto. Mi hanno fatto credere che i miei compagni di cella mi avessero denunciato e accusato di far parte dell'Isis, di Al Qaeda o dei Fratelli Musulmani".
Mohammad (nome di fantasia) è yemenita. Sostiene di essere stato rinchiuso e picchiato dalle forze emirate a Balhaf, costa sud dello Yemen, in un sito industriale gestito dal consorzio Yemen Lng (Ylng) il cui principale azionista è il gruppo francese Total (circa il 40%).
La sua testimonianza emerge da un rapporto pubblicato giovedì scorso dall'Osservatorio sugli armamenti e dalla Ong SumOfUs, in collaborazione con Amici della Terra ("Operation Shabwa - La Francia e Total in guerra nello Yemen?"), che Mediapart e Le Monde hanno potuto consultare.
Vi sono prove che l'impianto di Balhaf è stato usato dagli Emirati Arabi Uniti come prigione segreta dove i detenuti sarebbero stati sottoposti a trattamenti "disumani e degradanti". I fatti risalgono al 2017 e 2018, durante la guerra, ancora in corso, tra i ribelli Huthi, un movimento politico islamico armato, e il governo di Abd Rabbih Mansur Hadi, presidente riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dal 2015 dalla coalizione di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Abbiamo contattato sia Total che Ylng, senza risposta.
Dall'ufficio del primo ministro Edouard Philippe ci è stato spiegato che se "la Francia ha sostenuto questo progetto industriale, la gestione del sito e la ripresa delle attività spetta al consorzio Ylng".
E hanno aggiunto: "I fatti molto seri che segnalate dovranno essere verificati". L'impianto, aperto nel 2009, rientrava all'inizio nella strategia della multinazionale francese di sviluppare il gas naturale per il mix energetico. Lo stabilimento di Balhaf, alimentato da un gasdotto collegato ai giacimenti di gas della città di Marib, produceva Lng (Liquefied Natural Gas) che veniva venduto a clienti internazionali via il porto di Balhaf. Lo stabilimento, strategicamente importante per la multinazionale, era e rimane vitale per l'economia yemenita. Con il suo costo di 5 miliardi di dollari, rappresenta il più grosso investimento mai realizzato nel paese.
Le esportazioni potrebbero fruttare "quasi un miliardo di dollari all'anno al governo", secondo Aws Al-Aoud, il ministro del Petrolio yemenita. Un reddito essenziale per il paese più povero del Medio Oriente. Assicurare la protezione del consorzio Ylng a Balhaf è dunque importante. Il sito che, oltre alla zona industriale, comprende anche abitazioni, una moschea e una mensa, è protetto da "torri di osservazione, sensori e telecamere anti intrusione e checkpoint", notano le associazioni.
Della sua sicurezza si occupano delle società yemenite come Al Maz, G4S Limited o Griffin Limited, ma anche compagnie militari private francesi come Pro-Risk o Surtymar e gruppi militari vicini all'esercito yemenita. Sul posto è presente anche l'esercito francese. "Ylng ha convinto il governo francese a inviare delle pattuglie navali per addestrare i soldati yemeniti basati a Balhaf nel maggio 2009", scriveva l'ambasciatore americano dell'epoca in una missiva diplomatica rivelata da WikiLeaks.
La militarizzazione del sito ha consentito allo stabilimento di funzionare a pieno regime anche a conflitto iniziato, dopo che, nel 2014, il movimento Houthi aveva conquistato la capitale yemenita, Sanaa. Quell'anno la fabbrica aveva persino esportato volumi superiori al previsto, secondo i dati di Bp. Ma, a inizio 2015, per "cause di forza maggiore", Total ha sospeso le attività e rimpatriato i suoi dipendenti in Francia, grazie ancora una volta alla presenza della marina militare nazionale. La fabbrica nei fatti non è mai stata completamente ferma.
L'impianto va ad attività ridotta per preservare le installazioni, facendo intervenire sul posto 50 "volontari" yemeniti. "Due squadre si alternavano ogni quattro settimane - ha confermato a Mediapartun tecnico presente sul sito da anni -. Avevamo avuto la sensazione di dover agire per il bene del nostro Paese, nonostante i rischi incorsi per attraversare regioni in guerra". La sospensione dell'impianto è coincisa con l'intervento in Yemen, al fianco del presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, accomunati, oltre che dalla volontà di combattere i ribelli Houthi che occupano lo Yemen settentrionale, anche da interessi privati.
"Gli Emirati hanno messo a punto una strategia per controllare il sud dello Yemen e la trafficata rotta marittima che unisce lo stretto di Hormuz allo stretto di Bab el-Mandeb", ha spiegato Tony Fortin dell'Osservatorio sugli armamenti. "Controllare i porti yemeniti permette di limitarne lo sviluppo e la concorrenza che potrebbero fare ai porti emirati - sottolinea Ali Ashal, deputato del Congresso yemenita per la riforma, partito di opposizione affiliato ai Fratelli Musulmani.
Anche la regione di Shabwa, ricca di petrolio, è di loro interesse". Il porto e la fabbrica di Balhaf, all'interno del governatorato di Shabwa, ricco di idrocarburi, è un luogo strategico. "Il sito è una base militare degli Emirati, con armi e logistica. Lo sanno tutti", afferma una fonte del governo yemenita. Da immagini satellitari le associazioni hanno notato la comparsa di nuove infrastrutture sul posto, tra cui "un eliporto".
É possibile che Total, in quanto principale azionista, ignori la trasformazione del sito in caserma? "Total è al corrente", ci ha detto un membro del governo yemenita, a condizione di conservare l'anonimato.
E il governo francese? "La Francia è un alleato storico degli Emirati Arabi Uniti", ha sottolineato Tony Fortin, ricordando le ingenti vendite d'armi alla monarchia del Golfo: 3,5 miliardi di euro di ordini tra 2009 e 2018, secondo il rapporto parlamentare 2019 sulle esportazioni di armi. I due paesi hanno recentemente rafforzato la cooperazione, in materia di "pace e sicurezza regionali" e di "lotta contro il terrorismo".
Nel campo dell'energia, il governo francese ha impegnato fondi pubblici per il progetto dell'impianto di liquefazione yemenita attraverso un'assicurazione che copre parte dei rischi assunti dalle banche finanziatrici del progetto. Il ministero dell'Economia ha confermato una polizza assicurativa di 240 milioni di dollari.
"Significa che i contribuenti potrebbero trovarsi nella situazione assurda di doversi assumere i rischi finanziari presi da Total in Yemen - denuncia Cécile Marchand, dell'associazione Amici della Terra. E, peggio ancora, che lo stato francese si ritrova complice delle violazioni dei diritti umani perpetrate a Balhaf".
Le associazioni denunciano anche la creazione sul sito nel 2017 e 2018 di una prigione segreta, basandosi sulle testimonianze di due yemeniti, tra cui Mohammad. "Tra 5 e 10 detenuti sono ammassati in celle minuscole, di 5-8 metri quadrati. Dormono per terra. Non c'è acqua corrente e si soffoca per il caldo. Vengono segnalati casi di tortura e maltrattamenti: i prigionieri sono picchiati e i malati lasciati senza cure", si legge nel rapporto. Anche l'associazione Sam di Ginevra per i diritti e la libertà aveva registrato l'arresto nell'agosto 2017 e la detenzione nel sito di Balhaf di diverse persone, tra cui bambini.
"Una donna ha descritto la detenzione della sua famiglia, compresi i suoi bimbi, trasportata in elicottero e rinchiusa a Balhaf", ha detto a Mediapart Tawfik Hamidi, avvocato yemenita che lavora per l'associazione. Più in generale, media e associazioni hanno denunciato l'esistenza, tra 2017 e 2018, di una rete di luoghi di detenzione gestiti dagli Emirati Arabi Uniti situati intorno ai porti di Aden e Mukalla.
"Le persone che vi sono rinchiuse sono in genere accusate di appartenere a al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap)", scrivono l'Osservatorio sugli armamenti e Sum Of Us. Secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International, verrebbe preso di mira anche chi critica la coalizione e i suoi alleati, tra cui attivisti e giornalisti, nonché sostenitori e membri del Congresso di riforma yemenita. "Tuttavia - scrive ancora Amnesty - molti arresti si baserebbero su sospetti infondati e vendette personali".
La Ong reclamava già nel luglio 2018 l'apertura di "inchieste per crimini di guerra". "In queste carceri si sono verificati atti di tortura", hanno dichiarato a Media-part Bonyan Jamal e Ali Al Razzaqi, due avvocati della Ong yemenita Mwatana for Human Rights, che lavorano sulle prigioni segrete. Le associazioni chiedono ora l'apertura di una commissione d'inchiesta per fare luce sulle responsabilità della Francia nella situazione in Yemen.
Dopo le rivelazioni di giovedì, Total ha diffuso un comunicato: "Total è stato informato nell'aprile 2017 dalla Yemen Lng, della requisizione, da parte delle autorità internazionalmente riconosciute dello Yemen, di una parte delle installazioni del sito di Balhaf, non in uso, a favore delle forze della coalizione". Ma che Total "non dispone di informazioni relative all'uso che la coalizione ne fa".
*Traduzione di Luana De Micco
di Liana Milella
La Repubblica, 10 novembre 2019
Intervista al ministro della Giustizia. "Sulla giustizia il Pd non si comporti come la Lega che ha fatto di tutto per bloccare la mia riforma, mentre insieme possiamo scriverne una veramente rivoluzionaria". Dice così a Repubblica il Guardasigilli Alfonso Bonafede. Che non vede una crisi di leadership per Di Maio e sull'Ilva dichiara "ho piena fiducia in Conte e Patuanelli".










