di Errico Novi
Il Dubbio, 9 novembre 2019
Il disegno di legge presentato da Costa (Fi) recupera in parte la proposta avanzata dal Cnf. Si tratta di due proposte affini, anche se non perfettamente coincidenti. Da anni il Consiglio nazionale forense propone di rendere detraibili le spese legali, con una specifica rafforzata tutela nel campo penale, in nome della effettività del diritto di difesa.
Ora il responsabile Giustizia di Forza Italia Enrico Costa compie un passo importante, che accoglie almeno in parte la prospettiva indicata dall'avvocatura istituzionale. Con una proposta di legge presentata a Montecitorio, il deputato azzurro chiede infatti di delegare il governo a introdurre anche in campo penale il principio della soccombenza previsto nel processo civile. Secondo la logica per cui se è la pretesa punitiva dello Stato a soccombere davanti al giudice, lo Stato stesso deve ristorare l'innocente delle spese legali sostenute.
Principio a prima vista incontestabile eppure non ancora tradotto in legge. "Ci aveva provato Gabriele Albertini nella precedente legislatura", spiega Costa al Dubbio, "adesso ho recuperato lo spirito di quella proposta e siamo riusciti ad abbinarne il testo al ddl sul patrocinio a spese dello Stato in commissione Giustizia". Il provvedimento che tutela la difesa dei non abbienti è fortemente voluto dal guardasigilli Bonafede. Si tratta di un dossier accompagnato dal pieno sostegno della maggioranza, e ha tutta l'aria di essere perciò il treno giusto a cui agganciare una proposta come quella di Costa, di grande rilievo ma pur sempre proveniente da una forza di opposizione.
Di fatto la partita potrebbe riservare ulteriori sorprese. Perché in origine l'articolato messo a punto dal parlamentare azzurro proponeva una modifica di natura fiscale: rendere detraibili fino a 10.500 euro le spese legali sostenute nel processo penale da chi è dichiarato innocente, in modo che chi soffre la "pena" di un'ingiusta "pretesa punitiva" esercitata dallo Stato possa vedersi almeno in parte sollevato, se non dai patimenti, quanto meno dai costi.
A dare più di una chances all'idea dell'ex viceministro è proprio la sensibilità dimostrata dalla maggioranza in tema di equità sociale, anche nell'ambito della giustizia, con la legge sul patrocinio a spese dello Stato. E, come detto, è il Cnf ad avanzare già da alcuni anni un propria proposta in materia di detraibilità delle spese legali.
Nell'ipotesi di emendamento alla legge di Bilancio 2018 veicolata dall'avvocatura, infatti, si prevedeva la detraibilità al 19 per cento delle "spese legali sostenute in un procedimento giudiziale ovvero per l'assistenza stragiudiziale, certificate dalla fattura del difensore". Si tratterebbe, si legge nella motivazione che accompagna la proposta del Cnf, della risposta a una "esigenza di equità e di giustizia reale e concreta".
Il diritto di difesa, si ricorda, è infatti "garantito a livello costituzionale dall'articolo 24, al pari del diritto alla salute, e ricomprende necessariamente l'assistenza tecnica e professionale prestata dall'Avvocato". In campo penale la detraibilità sarebbe integrale giacché, ricorda il Cnf, in quell'ambito "l'attività difensiva ha un costo che ricade sempre sull'indagato e/ o imputato, sebbene l'assistenza tecnica sia obbligatoria e non gratuita, salvo l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato".
Costa si richiama al principio del diritto di difesa ma segue una specifica linea di ragionamento: "Nel processo penale", si legge nella relazione della sua proposta, "al contrario di quanto avviene nel processo civile e in quello amministrativo, il pagamento delle spese legali non segue la regola della soccombenza. Dunque, anche in caso di proscioglimento o assoluzione con le formule ampiamente liberatorie (perché il fatto non sussiste, perché l'imputato non ha commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato) le spese legali restano a carico dell'imputato. A nulla vale", fa notare Costa, "che questi sia riuscito a dimostrare la propria assoluta estraneità".
In ogni caso Costa converge testualmente sulla proposta dell'avvocatura istituzionale quando prevede la fattura del difensore e la causale come giustificativo. Integra la documentazione richiesta con un "parere di congruità del competente Consiglio dell'Ordine degli avvocati". Si tratterebbe di un sollievo per chi è sottoposto a un'ingiusta accusa, che risponderebbe almeno in parte alla necessità di assicurare in modo sempre più pieno il diritto di difesa, e che forse potrebbe trovare uno scenario politico più attento, rispetto al passato, a un simile principio.
di Gaetano Ravanà
La Sicilia, 9 novembre 2019
Il Tar Sicilia ritenendo fondate le censure formulate dall'avvocato Mattina ha accolto l'istanza cautelare contenuta nel ricorso sospendendo per l'effetto i provvedimenti impugnati. L'Assessorato Regionale dell'Istruzione e della Formazione Professionale con due distinti provvedimenti di decadenza dalla riserva finanziaria non aveva ammesso l'Ecap di Agrigento al finanziamento per la realizzazione di due corsi di formazione professionale presso la struttura carceraria di Agrigento di Contrada Petrusa destinati ai detenuti. La P.A. poneva a motivo del provvedimento di decadenza il fatto che la richiesta di autorizzazione all'utilizzo della sede formativa Casa Circondariale era stata presentata oltre il termine decadenziale previsto dal bando.
L'Ente di Formazione professionale proponeva ricorso al Tar Sicilia con il patrocinio dell'Avv. Gaetano Mattina, lamentando una serie di vizi di legittimità rinvenibili nell'operato della P.A. tra cui il fatto che trattandosi di progetti riguardanti detenuti, la sede carceraria non poteva considerarsi occasionale, bensì necessitata con conseguente inapplicabilità di quelle norme previste dal bando solo per l'accreditamento delle sedi corsuali occasionali.
Il Tar Sicilia, Palermo, Sezione Prima, ritenendo fondate le censure formulate dall'Avvocato Mattina nell'interesse dell'Ecap di Agrigento ha accolto l'istanza cautelare contenuta nel ricorso sospendendo per l'effetto i provvedimenti impugnati. L'Ecap potrà quindi avviare presso la casa Circondariale di Agrigento i corsi " Addetto di Falegnameria" e "Addetto impianti elettrici civili" destinati ai detenuti.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 9 novembre 2019
La Cassazione boccia la sentenza che riduceva la pena all'uomo perché aveva strangolato la ex "in preda a una tempesta emotiva". In primo grado la condanna a 30 anni, poi dimezzata dopo una perizia. Pena da ricalcolare, la sorella della vittima: volevo giustizia.
La tanto discussa "tempesta emotiva" che lo avrebbe travolto quando strangolò la ex fidanzata, non può essere una giustificazione per un delitto, soprattutto in un caso di omicidio. La Cassazione annulla - con rinvio - la sentenza di appello per Michele Castaldo, che nel 2016 aveva ucciso la compagna, Olga Matei, a Riccione.
La pena, che dai 30 anni disposti dal Tribunale era scesa in secondo grado a 16 anni, dovrà essere ricalcolata per quanto riguarda le attenuanti che erano state concesse all'imputato. Le stesse che avevano praticamente dimezzato la condanna: i giudici avevano dato peso a una perizia psichiatrica che aveva stabilito che Castaldo avesse agito, appunto, in preda a una "soverchiante tempesta emotiva e passionale" dovuta al suo vissuto.
Una sentenza choc che aveva dato il via a un'onda di manifestazioni e contro la quale ha fatto ricorso la procura generale di Bologna, sostenendo che la "gelosia" non possa essere un'attenuante in un omicidio. Secondo il ricorso presentato dal sostituto procuratore Paolo Giovagnoli, Castaldo uccise Olga perché era geloso e perse il controllo in preda all'alcol: la "tempesta emotiva" che investì l'imputato "altro non è se non la proiezione immediata della gelosia", un fattore che non può essere considerato nel calibrare la responsabilità penale, scrive il magistrato.
Ma ieri, in aula, le richieste del sostituto pg di Cassazione Ettore Pedicini sono state di senso opposto: ha sostenuto che il ricorso fosse "infondato", perché "gli stati emotivi e passionali possono essere valutati per la concessione delle attenuanti generiche, valutazione rientra nel potere discrezionale del giudice del merito".
Ma la suprema Corte ha annullato la sentenza, disponendo un nuovo appello. I fatti risalgono al 5 ottobre 2016. Olga e Castaldo si frequentavano da un mese. Lei, 46 anni, moldava, da anni a Riccione, aveva deciso di lasciarlo perché era infastidita dai suoi controlli ossessivi. La sera dell'omicidio si erano visti, ma la donna era rimasta sulle sue posizioni. A quel punto, Castaldo la aveva strangolata e aveva tentato il suicidio.
In appello, la "tempesta emotiva" evidenziata dalla perizia aveva procurato all'imputato la concessione di attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle aggravanti di aver agito per futili motivi e per gelosia. Oltre alla perizia, c'era anche il fatto che Castaldo avesse confessato, che fosse incensurato e che avesse intenzione di risarcire la famiglia della vittima.
Le motivazioni della sentenza di secondo grado erano uscite a ridosso dell'8 marzo e avevano fatto scalpore, suscitato proteste e manifestazioni. Ieri, dopo la decisione della Cassazione, sono arrivate le reazioni dei parenti: "Sono soddisfatta, volevo giustizia e speravo di ottenere una pena congrua", ha detto Nina, sorella di Olga. Con lei ha parlato l'avvocato di parte civile, Lara Cecchini: "Non prova odio nei confronti di Castaldo, ma il suo gesto ha distrutto tante vite. La sua, dei suoi familiari, dell'ex marito e della figlia di Olga".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2019
Illegittimo condizionare i benefici all'espiazione di due terzi della pena. È incostituzionale subordinare i benefici penitenziari all'espiazione di almeno due terzi della pena, in caso di condannati alla detenzione temporanea, per il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione, che abbiano provocato la morte dell'ostaggio.
La Consulta, con la sentenza 229 di ieri - sempre in linea con il principio della pena come mezzo di rieducazione - smantella un altro pezzo dell'ordinamento penitenziario, per la parte in cui pone una rigida preclusione temporale, anche per i collaboratori di giustizia, per il via libera ai benefici. Un paletto non in linea con il principio di "progressività trattamentale e flessibilità della pena".
I giudici delle leggi, hanno riunito le due questioni di legittimità costituzionale, promosse dai magistrati di sorveglianza di Padova e di Milano che, seguendo alla lettera l'articolo 58-quater, comma 4 dell'ordinamento penitenziario, sul quale sollevano i dubbi di contrasto con la Carta, si trovavano costretti a negare dei permessi a due detenuti.
In un caso il permesso premio era stato chiesto da una detenuta - vedere il figlio minorenne - condannata per aver partecipato a un sequestro dal quale era derivata, non per sua volontà, la morte dell'ostaggio. Nel secondo, a chiedere di uscire, era un carcerato responsabile dello stesso reato che aveva però ucciso il sequestrato: il permesso era per andare dalla madre con la quale viveva il figlio gravemente disabile.
La Corte non distingue le posizioni e afferma l'incostituzionalità del trattamento addirittura peggiorativo, rispetto ai condannati all'ergastolo per sequestro di persona a scopo di terrorismo, di eversione o estorsione dai quali sia derivata la morte della vittima. Delitti di prima fascia per i quali i benefici erano condizionati all'espiazione di almeno 26 anni di pena. Una preclusione eliminata dalla Consulta con la sentenza 149/2018, in virtù della quale il permesso premio, il lavoro esterno o le misure alternative sono possibili dopo dieci anni di carcere, che possono scendere a otto con la liberazione anticipata.
Un trattamento migliore rispetto ai condannati a pena detentiva temporanea che, per lo stesso delitto, hanno accesso al beneficio, a parità di condizioni quanto alla collaborazione con la giustizia, solo dopo aver scontato i due terzi della pena inflitta senza possibilità di alcuna riduzione di questo limite a titolo di liberazione anticipata.
E quindi, sottolineano i giudici delle leggi, "dopo aver scontato un periodo di detenzione che - tenuto conto delle elevatissime cornici edittali previste per le ipotesi delittuose in questione - è, nella generalità dei casi ben superiore a otto anni" La Consulta, dopo la sentenza 149, consapevole della disparità di trattamento che si era creata con chi scontava una pena temporanea, aveva chiesto, inutilmente, un intervento del legislatore, che appianasse la discriminazione.
Ora la Corte costituzionale ha chiarito che la magistratura di sorveglianza deve poter monitorare gradualmente e con prudenza, attraverso i permessi premio e lavoro esterno, il percorso rieducativo compiuto dal condannato, per ammetterlo poi alla semilibertà e alla liberazione condizionale, in caso di esito positivo delle prime sperimentazioni.
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 9 novembre 2019
Negli ultimi anni ho condotto alcune ricerche sulle leggi razziali del 1938 contro gli ebrei, ma le sempre più frequenti, diffuse e inquietanti manifestazioni di antisemitismo che inquinano la società italiana mi hanno convinto che avrei piuttosto dovuto dedicare maggiore spazio al presente. Valga per tutte la situazione della senatrice Liliana Segre, quotidianamente destinataria di centinaia di messaggi ingiuriosi e di minacce per il solo fatto di essere ebrea, di essere miracolosamente sopravvissuta alla deportazione nel campo di sterminio di Auschwitz e di avere dedicato la sua vita alla testimonianza e alla memoria della shoah. Minacce talmente gravi e concrete da indurre il prefetto di Milano a disporre una scorta per proteggerne l'incolumità.
Le attuali manifestazioni di antisemitismo non sono in alcun modo assimilabili al razzismo dell'Italia fascista, per la ragione di fondo che allora si trattò di antisemitismo di stato programmato dall'alto e la svolta razzista fu accuratamente e spregiudicatamente preparata da Mussolini sin dai primi mesi del 1938 per sollecitare il consenso di una popolazione sostanzialmente immune dai veleni dell'antisemitismo. La fase preparatoria trovò sbocco nei provvedimenti legislativi e amministrativi che diedero vita tra il 1938 e il 1943 alla efficacissima e spietata persecuzione dei diritti, volta a precludere agli ebrei lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa, a isolarli dai rapporti civili e sociali, ad esempio la cancellazione dagli ordini professionali e l'espulsione degli insegnanti e degli studenti dalle scuole pubbliche di qualsiasi ordine e grado.
A fronte di una politica razziale che praticamente sanciva la morte civile degli ebrei gli italiani non manifestarono alcuna riserva, semplicemente voltarono la testa dall'altra parte. Solo quando, a seguito dell'occupazione tedesca e della nascita della Repubblica sociale italiana, ebbe inizio la caccia agli ebrei e la deportazione nei campi di sterminio, passando alla persecuzione delle vite, molti italiani si adoperarono per proteggerli, nasconderli e salvarli dalla deportazione. Ma nell'Italia repubblicana il periodo precedente della persecuzione dei diritti - dal 1938 al 1943 - venne completamente rimosso dalla memoria collettiva: grazie al mito del "buon italiano", degli "italiani brava gente", tutto il male dell'infamia razzista venne proiettato sul periodo della Repubblica sociale italiana, sulla ferocia delle SS naziste, sulla deportazione e lo sterminio nei campi di concentramento.
Ebbene, le radici delle attuali manifestazioni di antisemitismo "dal basso" - soprattutto, ma non solo, attraverso i social - vanno ricercate anche nel velo di oblio e nella rimozione che ha coperto e cancellato sino a pochi anni orsono la vergogna delle italianissime leggi razziali del 1938, i conti con quelle leggi non sono mai stati fatti. Nel periodo repubblicano è mancata, a partire dalla scuola, una cultura e una educazione contro il razzismo, malgrado l'art. 3 della Costituzione affermi solennemente il principio di eguaglianza senza distinzione di razza. E così, in un periodo di particolare rabbia e frustrazione per la grave crisi politica, economica e sociale del nostro Paese, si sta riproducendo ancora una volta il meccanismo del capro espiatorio, di cui gli ebrei sono stati nel corso della storia il ricorrente simbolo su cui scaricare rabbia, frustrazioni e disagio sociale. Le nostre istituzioni - a partire dal Presidente della Repubblica - stanno reagendo con forza e determinazione per contrastare questi nefasti segnali, ma sarà soprattutto compito della scuola iniettare nei giovani una solida cultura contro il razzismo, così da isolare le generazioni che quella cultura non hanno avuto e che sono facile preda di chi fa leva sui veleni mai rimossi dell'antisemitismo e sulla paura del diverso e dell'immigrato per raccogliere consensi tra gli strati che più stanno soffrendo per la crisi della società italiana.
di Luca Cellini
agenziaimpress.it, 9 novembre 2019
Promuovere la lettura in carcere come opportunità di crescita sociale e civile, come possibilità per i detenuti di potenziare le proprie abilità di lettura e scrittura, di sviluppare i propri interessi personali e culturali, oltre che la propria formazione continua, anche in vista di una futuro reinserimento nella società esterna.
Il tutto promuovendo la biblioteca, oltre alla classica attività del prestito, come luogo di lettura, informazione, aggregazione, confronto di idee, sviluppo di attività creative. Questi gli obiettivi del progetto "Biblioteca sociale in carcere" finalizzato al potenziamento delle biblioteche esistenti presso i carceri Gozzini e Sollicciano, sezioni maschile e femminile, e presentato a Sollicciano.
Lo Scaffale Circolante - Il Comune di Firenze ha presentato il progetto alla Regione in partenariato con l'Università di Firenze, Dipartimento di Formazione, Lingue, Intercultura, Letterature e Psicologia, che garantisce il coordinamento scientifico e attività formative, e in collaborazione con il Polo Regionale di Documentazione Interculturale della Biblioteca Comunale Lazzerini di Prato. Il progetto è coordinato dal Servizio Biblioteche e conta sul fondamentale supporto e la collaborazione di Biblioteca Nova Isolotto, che da anni svolge attività di promozione della lettura con i carceri di Sollicciano e Gozzini.
Fra le altre cose, Biblioteca Nova ha attivato una collaborazione con il Polo Regionale di Documentazione Interculturale, istituito presso la Biblioteca Comunale Lazzerini di Prato, che ha permesso di portare in carcere lo Scaffale Circolante, che garantisce la disponibilità di libri in lingua ai numerosi detenuti stranieri. Il progetto ha un valore di 46.500 euro di cui 37.250 euro finanziati dalla Regione Toscana, 5.313 dal Comune di Firenze e 4.000 dall'Università di Firenze che mettono a disposizione il loro personale per il coordinamento tecnico e scientifico del progetto. Il progetto ha la durata di 6 mesi, ma l'obiettivo è portarlo almeno a tre anni.
L'assessore Sacchi: "Progetto che diffonde cultura e amore per i libri" "Facciamo crescere, grazie alla Regione, un progetto esemplare - ha sottolineato l'assessore alla cultura del Comune di Firenze Tommaso Sacchi - che diffonde cultura e amore per i libri tra i detenuti.
Le biblioteche sono case del sapere democratico per eccellenza e devono diventare sempre più efficienti, accessibili, digitali. A Firenze ospiteremo in primavere gli Stati generali delle biblioteche e sarà l'occasione per confrontarsi, per scambiarsi buone pratiche e per far diventare protagoniste culturali le nostre biblioteche. La lettura chiama lettura e quindi cultura, fuori come in carcere. Per questo ogni attacco a luoghi di lettura, come accaduto alla libreria indipendente Pecora Elettrica a Roma, è da condannare in maniera inequivocabile".
La vicepresidente Barni: "Costruire strumenti di democrazia partecipata" Questo progetto - ha detto la vicepresidente della Regione Toscana Monica Barni - rientra a pieno nelle politiche che la Regione Toscana porta avanti sui temi della cultura che in questi anni hanno avuto come obiettivo quello di costruire strumenti di democrazia partecipata.
La cultura è un diritto dovere di tutti i cittadini, anche per questo come Regione abbiamo siglato un "Patto per la lettura" che ha il compito di promuovere la lettura, fondamentale per l'esercizio di cittadinanza, attraverso uno sforzo coordinato di tutte le istituzioni ed i soggetti che fanno parte a vari livelli della filiera del libro. Una rete appunto, perché solo grazie alle reti possiamo raggiungere traguardi anche ambiziosi.
La biblioteca sociale, che reputo un altro dei nostri traguardi, dovrà essere un luogo di diversità intesa come "patrimonio comune del genere umano" e di accessibilità, un luogo dove i libri non fanno paura e permette di esercitare il proprio diritto alla cultura. Anche per questo sono felice che il progetto di Biblioteca sociale nasca a Firenze, in Toscana, storicamente la regione dei diritti e della civiltà".
Il progetto garantisce la disponibilità di un bibliotecario presso ciascuna delle tre biblioteche esistenti (Gozzini, Sollicciano sezione maschile e Sollicciano sezione femminile). L'operatore gestirà l'organizzazione del patrimonio librario, il prestito e attività di consulenza e promozione della lettura. La presenza dell'operatore è organizzata in orari fissi settimanali in modo da garantire continuità ai servizi offerti e un supporto effettivo ai detenuti scrivani incaricati di operare nelle biblioteche, il cui ruolo può essere potenziato e valorizzato.
Il progetto si rivolge anche ai genitori detenuti e ai bambini, con letture ad alta voce e promozione della lettura nella relazione genitore-figlio. Saranno poi organizzati corsi di scrittura creativa e corsi di lingua italiana.
di Luca Cellini
agenziaimpress.it, 9 novembre 2019
Promuovere la lettura in carcere come opportunità di crescita sociale e civile, come possibilità per i detenuti di potenziare le proprie abilità di lettura e scrittura, di sviluppare i propri interessi personali e culturali, oltre che la propria formazione continua, anche in vista di una futuro reinserimento nella società esterna.
Il tutto promuovendo la biblioteca, oltre alla classica attività del prestito, come luogo di lettura, informazione, aggregazione, confronto di idee, sviluppo di attività creative. Questi gli obiettivi del progetto "Biblioteca sociale in carcere" finalizzato al potenziamento delle biblioteche esistenti presso i carceri Gozzini e Sollicciano, sezioni maschile e femminile, e presentato a Sollicciano.
Lo Scaffale Circolante - Il Comune di Firenze ha presentato il progetto alla Regione in partenariato con l'Università di Firenze, Dipartimento di Formazione, Lingue, Intercultura, Letterature e Psicologia, che garantisce il coordinamento scientifico e attività formative, e in collaborazione con il Polo Regionale di Documentazione Interculturale della Biblioteca Comunale Lazzerini di Prato. Il progetto è coordinato dal Servizio Biblioteche e conta sul fondamentale supporto e la collaborazione di Biblioteca Nova Isolotto, che da anni svolge attività di promozione della lettura con i carceri di Sollicciano e Gozzini.
Fra le altre cose, Biblioteca Nova ha attivato una collaborazione con il Polo Regionale di Documentazione Interculturale, istituito presso la Biblioteca Comunale Lazzerini di Prato, che ha permesso di portare in carcere lo Scaffale Circolante, che garantisce la disponibilità di libri in lingua ai numerosi detenuti stranieri. Il progetto ha un valore di 46.500 euro di cui 37.250 euro finanziati dalla Regione Toscana, 5.313 dal Comune di Firenze e 4.000 dall'Università di Firenze che mettono a disposizione il loro personale per il coordinamento tecnico e scientifico del progetto. Il progetto ha la durata di 6 mesi, ma l'obiettivo è portarlo almeno a tre anni.
L'assessore Sacchi: "Progetto che diffonde cultura e amore per i libri" "Facciamo crescere, grazie alla Regione, un progetto esemplare - ha sottolineato l'assessore alla cultura del Comune di Firenze Tommaso Sacchi - che diffonde cultura e amore per i libri tra i detenuti.
Le biblioteche sono case del sapere democratico per eccellenza e devono diventare sempre più efficienti, accessibili, digitali. A Firenze ospiteremo in primavere gli Stati generali delle biblioteche e sarà l'occasione per confrontarsi, per scambiarsi buone pratiche e per far diventare protagoniste culturali le nostre biblioteche. La lettura chiama lettura e quindi cultura, fuori come in carcere. Per questo ogni attacco a luoghi di lettura, come accaduto alla libreria indipendente Pecora Elettrica a Roma, è da condannare in maniera inequivocabile".
La vicepresidente Barni: "Costruire strumenti di democrazia partecipata" Questo progetto - ha detto la vicepresidente della Regione Toscana Monica Barni - rientra a pieno nelle politiche che la Regione Toscana porta avanti sui temi della cultura che in questi anni hanno avuto come obiettivo quello di costruire strumenti di democrazia partecipata.
La cultura è un diritto dovere di tutti i cittadini, anche per questo come Regione abbiamo siglato un "Patto per la lettura" che ha il compito di promuovere la lettura, fondamentale per l'esercizio di cittadinanza, attraverso uno sforzo coordinato di tutte le istituzioni ed i soggetti che fanno parte a vari livelli della filiera del libro. Una rete appunto, perché solo grazie alle reti possiamo raggiungere traguardi anche ambiziosi.
La biblioteca sociale, che reputo un altro dei nostri traguardi, dovrà essere un luogo di diversità intesa come "patrimonio comune del genere umano" e di accessibilità, un luogo dove i libri non fanno paura e permette di esercitare il proprio diritto alla cultura. Anche per questo sono felice che il progetto di Biblioteca sociale nasca a Firenze, in Toscana, storicamente la regione dei diritti e della civiltà".
Il progetto garantisce la disponibilità di un bibliotecario presso ciascuna delle tre biblioteche esistenti (Gozzini, Sollicciano sezione maschile e Sollicciano sezione femminile). L'operatore gestirà l'organizzazione del patrimonio librario, il prestito e attività di consulenza e promozione della lettura. La presenza dell'operatore è organizzata in orari fissi settimanali in modo da garantire continuità ai servizi offerti e un supporto effettivo ai detenuti scrivani incaricati di operare nelle biblioteche, il cui ruolo può essere potenziato e valorizzato.
Il progetto si rivolge anche ai genitori detenuti e ai bambini, con letture ad alta voce e promozione della lettura nella relazione genitore-figlio. Saranno poi organizzati corsi di scrittura creativa e corsi di lingua italiana.
torinoggi.it, 9 novembre 2019
Mellano: "Aiutare chi commette reato a rendersi conto del danno inferto è la premessa per attivare percorsi di riabilitazione". Il Garante regionale delle persone detenute ha moderato stamattina l'incontro "Non solo carcere: l'esecuzione penale esterna in Piemonte".
"La giustizia di comunità e gli Uffici dell'esecuzione penale esterna al carcere (Uepe) rappresentano la vera grande novità di questi anni in campo penale e una scommessa importante per la giustizia e per la società. Una realtà che in Italia coinvolge a diverso titolo oltre 100mila persone e supera il numero dei detenuti ristretti nelle carceri, che sono circa 61mila suddivisi nei 190 istituti di pena italiani".
Lo ha dichiarato il garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano, che questa mattina ha moderato l'incontro "Non solo carcere: l'esecuzione penale esterna in Piemonte", tenutosi a Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte.
"Aiutare chi commette reato a rendersi conto del danno inferto alle vittime e alla collettività costituisce infatti la premessa fondamentale nell'attivazione di percorsi di riabilitazione attraverso lavori di pubblica utilità e attività di volontariato a favore del territorio - ha aggiunto Mellano -. La carenza di risorse e la scarsa conoscenza di tale realtà rappresentano, però, un ostacolo alla messa in atto di tali percorsi".
All'incontro sono intervenuti il direttore e il funzionario di servizio sociale dell'Ufficio interdistrettuale dell'esecuzione penale (Uiepe) di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta Domenico Arena e Tiziana Elia e i funzionari di servizio sociale dell'Uepe di Torino Lucia Elisa Azzarone e Andrea Pavese.
Tutti hanno sottolineato, con accenti diversi, l'importanza di tale possibilità per diminuire drasticamente il rischio di recidiva anche grazie alla possibilità di entrare contatto con ambienti e situazioni sani e costruttivi. Ne è una prova il fatto che molti continuano a frequentare le strutture o a fare volontariato anche dopo aver scontato la pena. Tra i progetti più importanti sul territorio piemontese spiccano quelli di Comuni-care, che dal 2018 coinvolge istituzioni pubbliche ed enti del Terzo settore con il coordinamento dell'Uiepe per il Piemonte, la Liguria e la Valle d'Aosta e propone percorsi di reinserimento sociale alle persone sottoposte a misure penali sui territori delle Città di Torino e della Provincia di Cuneo.
linkabile.it, 9 novembre 2019
Il Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello ha chiamato a raccolta associazioni, cooperative, terzo settore e cappellani per ascoltare e le esigenze, prassi, potenzialità e, soprattutto, criticità degli istituti penitenziari della Campania. Tutto in vista della relazione finale del Garante dei Detenuti che diviene "ancor più sintesi della realtà", come sottolineato da Ciambriello, grazie al contributo di tutti.
"Se la recidiva oggi riesce ad essere contenuta è grazie ai Cappellani, alle associazioni ed al terzo settore che aiuta le persone affinché non tornino a sbagliare. Il Garante dei Detenuti possiede una lista di volontari, cooperative, attività di volontariato e trattamentali. E siamo arrivati anche ad una sessantina di sigla con attività integrative e di sostegno al normale decorso della detenzione. Vorrei riflettere un momento sui numeri. Ci sono soltanto 69 educatori col rischio che a Caserta un detenuti veda l'educatore dopo sei mesi: tra psicologi Asl e del ministero in Campania ne sono solamente 45 unità. Da qualche anno - continua Ciambriello - grazie all'assessorato alle politiche sociali della Campania diamo una mano alle esigenze degli istituti ma non basta. Quanti stranieri ci sono? 1004 detenuti immigrati. 195 non sanno una parola di italiano.
7.812 detenuti in Campania. 139 ragazzi sono presenti nelle comunità. Abbiamo soltanto 24 assistenti sociali. Un numero davvero inconsistente per l'esigenza di cui la Campania ha bisogno". Le parole di Ciambriello sottolineano l'esigenza di dover fare ancora molto guardando alla situazione attuale. Durante l'incontro presso la sede del consiglio regionale della Campania è toccato proprio alle espressioni più autentiche del diretto rapporto con chi è in contatto coi detenuti oppure attua programmi di prevenzione alla devianza.
Dalle testimonianze dei cappellani e presidenti di associazioni e cooperative emerge però anche l'enorme lavoro che viene profuso grazie alla spontanea adesione di tantissimi volontari senza dei quali l'azione di prevenzione e attenzione sarebbe davvero quasi inesistente. Significativo il dato che emerge sulla condizione dei ristretti. Mancano gli spazi anche per celebrare la Santa Messa oppure per attuare un progetto che rappresenterebbe un valore aggiunto alla rieducazione dei detenuti. Nonostante ciò non manca l'aiuto dei volontari che comunque rappresentano una piccola oasi nel deserto di un carcere. Intanto a Poggioreale sono arrivati 400 frigoriferi per le celle. Quella del refrigeratore è, forse, l'unica luce in una condizione buia e senza dignità.
di Luigi Soriga
La Nuova Sardegna, 9 novembre 2019
Il Garante dei nazionale detenuti Mauro Palma a Oristano: "sulle sedi vacanti va trovata una soluzione". E sul caso dell'ergastolano Trudu: "tardivo il permesso di curarsi fuori dalla prigione".
Il sovraffollamento delle carceri non è un problema solo sardo, ma anche nell'isola le condizioni per i detenuti sono sempre più difficili. Per di più, le carceri sarde devono fare i conti con una carenza di figure apicali che costringe qualche direttore a guidare più di una struttura. Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone detenute o provate della libertà personale, nominato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 2016, sarà oggi a Oristano come relatore di un convegno organizzato dalla Camera penale. Una breve tappa che difficilmente gli consentirà di visitare qualche istituto penitenziario, ma lui le condizioni delle carceri sarde le conosce bene, e da tempo.
Qual è la situazione delle carceri sarde?
"Ciò più di tutto mi preoccupa è la carenza di figure apicali. Ci sono alcune sedi vacanti e i direttori sono costretti a dividersi tra più strutture. Il che significa un aggravio di lavoro per loro. Anche perché, non dimentichiamolo, in Sardegna non sono tutti piccoli istituti. Anzi. Pensiamo a Sassari che in questo momento è guidato dalla direttrice del carcere di Nuoro. Eppure si tratta di istituti che richiedono una forte presenza progettuale apicale e di direzione, che invece sono scoperti".
Solo problemi di vertici?
"No, assolutamente. Ci sono alcuni elementi su cui voglio vedere quali progressi sono stati fatti. In passato ho sollevato la questione che in Sardegna, pur essendoci carceri con un elevato numero di detenuti in regime di alta sicurezza, mancano strutture ospedaliere adatte. Le camerette degli ospedali non sono idonee, occorrono strutture in grado di poter accogliere l'alta sicurezza".
Dieci giorni fa è morto l'ergastolano Mario Trudu, che si era rivolto anche al Garante per chiedere di poter lasciare il carcere per potersi curare. Un via libera arrivato solo pochi giorni prima della morte...
"Purtroppo quel provvedimento è stato molto tardivo. Io capisco che ci siano stati problemi, uffici ingolfati, ma non dovrebbe succedere. Non ne faccio una questione di colpe, anzi non credo ci sia un colpevole, se non il sistema che così non può funzionare. Bisogna riuscire ad avere la capacità di dare dignità alla morte".
Poche ore prima della morte di Trudu la Consulta ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo ostativo. Secondo lei il carcere a vita ha ancora un senso?
"Io ho una mia idea personale, non istituzionale, secondo cui in un regime di civiltà giuridica vera l'ergastolo non dovrebbe esserci. Sul piano istituzionale, invece, seguo la linea della Corte europea. E cioè: la pena a vita è formalmente prevedibile, ma dopo un tot di anni deve essere prevista la possibilità di rivederla dopo un'attenta valutazione per capire se la persona che ha commesso il reato è cambiata o meno. Senza questa possibilità la persona diventa troppo identificata con il suo reato. Invece, ci deve essere un momento di revisione, non automatico, ma va fatta una valutazione se la pena debba essere confermata o meno. Solo così l'ergastolo potrà essere compatibile con la rieducazione prevista dalla Costituzione".
Quali sono le priorità per tutelare i diritti dei detenuti?
"Al di là delle difficili condizioni materiali, quali l'affollamento delle carceri, ci sono due aspetti che mi premono. Innanzitutto, il tempo vuoto: il carcere non può essere solo tempo sottratto alla vita, questo tempo deve avere dentro un investimento. Secondo punto, alle persone non deve essere chiesto solo di eseguire ordini o adeguarsi alle regole. I detenuti vanno responsabilizzati, altrimenti la loro non è vita reale e quando usciranno dal carcere non saranno in grado di riprendere in mano la loro esistenza".
- Consulta. Benefici penitenziari senza discriminazioni
- Roma. Vic festeggia i 15 anni, il 16 convegno con testimonianze di detenuti e volontari
- Agrigento. Formazione professionale per i detenuti, l'Ecap potrà avviare i corsi
- Siracusa. Denuncia le guardie per violenza, la compagna teme per la sua vita
- Diritti umani: com'è facile violarli










