di Francesco Cerisano
Italia Oggi, 9 novembre 2019
Anche i condannati a pena detentiva temporanea per il delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione da cui derivi la morte della vittima possono accedere ai benefici previsti dall'ordinamento penitenziario.
Con la sentenza n. 229 del 9 ottobre 2019, depositata ieri in cancelleria, la Corte costituzionale sana l'ingiustificata discriminazione che fino a oggi colpiva i condannati a pena detentiva temporanea per il delitto di cui all'art. 630 codice penale ai quali venivano preclusi i benefici che invece sono riconosciuti ai condannati all'ergastolo per lo stesso delitto a seguito della sentenza n. 149/2018 della Consulta.
In quella sede la Corte era stata chiamata in causa dal tribunale di sorveglianza di Venezia a cui un condannato all'ergastolo per sequestro di persona a scopo di estorsione e omicidio della vittima aveva chiesto di poter accedere al regime di semilibertà avendo trascorso più di 20 anni in carcere dove si era impegnato in attività lavorative e di studio.
Nella sentenza del 2018 i giudici delle leggi hanno dato ragione al condannato dichiarando incostituzionale l'articolo 58-quater, comma 4, della legge n. 354/1975 sull'ordinamento penitenziario nella parte in cui si applica ai condannati per i due reati ostativi previsti dagli articoli 630 e 289-bis (sequestro di persona a scopo di estorsione e a scopo di terrorismo e eversione dell'ordine democratico).
La ragione dell'illegittimità risiede, aveva detto la Corte nella sentenza di luglio 2018, nel principio stabilito dall'art. 27 terzo comma della Cost. secondo cui le pene "devono tendere alla rieducazione del condannato".
La sentenza n. 229 di ieri richiama lo stesso apparato argomentativo di quella del 2018 estendendo i benefici penitenziari, funzionali al reinserimento sociale, anche ai condannati a pena detentiva temporanea per il delitto di cui all'articolo 630 del codice penale.
"La disposizione censurata", osserva la Consulta, "opera in senso diatonico rispetto all'obiettivo di consentire alla magistratura di sorveglianza di verificare gradualmente e prudentemente l'effettivo percorso rieducativo compiuto dal soggetto prima di ammetterlo alla semilibertà e poi alla liberazione condizionale".
ansa.it, 9 novembre 2019
Il Vic - Volontari in Carcere, associazione che rappresenta la Caritas di Roma presso gli istituti penitenziari di Rebibbia, compie 25 anni. In occasione di questo importante anniversario, è in programma - per il prossimo 16 novembre - un convegno dal titolo "1994-2019: 25 anni di Volontari in Carcere sotto il segno dell'accoglienza".
Il Vic-Volontari in Carcere vuole così celebrare la ricorrenza insieme alle istituzioni, agli enti, alle associazioni, ai volontari che hanno accompagnato, dal 1994 ad oggi, la sua crescita e il suo affermarsi tra le realtà più attive dentro e fuori gli istituti penitenziari della città. Sarà l'occasione per raccontare le tante storie e testimonianze di detenuti, ex detenuti e volontari che gli uni accanto agli altri hanno percorso, o stanno percorrendo, una strada di recupero e spesso di reinserimento nella società.
L'evento si terrà, alle ore 10,30, presso la Sala Congressi dell'Ospedale Pediatrico Bambin Gesù - Roma, Via F. Baldelli, 34. Fra i relatori al convegno, sono previsti gli interventi di Mariella Enoc, Presidente dell'Ospedale, e del Cardinale Vicario di Roma, Angelo De Donatis.
Per informazioni, per organizzare interviste o ricevere materiale online, contattare la Segreteria (
di Gaetano Ravanà
La Sicilia, 9 novembre 2019
Il Tar Sicilia ritenendo fondate le censure formulate dall'avvocato Mattina ha accolto l'istanza cautelare contenuta nel ricorso sospendendo per l'effetto i provvedimenti impugnati. L'Assessorato Regionale dell'Istruzione e della Formazione Professionale con due distinti provvedimenti di decadenza dalla riserva finanziaria non aveva ammesso l'Ecap di Agrigento al finanziamento per la realizzazione di due corsi di formazione professionale presso la struttura carceraria di Agrigento di Contrada Petrusa destinati ai detenuti. La P.A. poneva a motivo del provvedimento di decadenza il fatto che la richiesta di autorizzazione all'utilizzo della sede formativa Casa Circondariale era stata presentata oltre il termine decadenziale previsto dal bando.
L'Ente di Formazione professionale proponeva ricorso al Tar Sicilia con il patrocinio dell'Avv. Gaetano Mattina, lamentando una serie di vizi di legittimità rinvenibili nell'operato della P.A. tra cui il fatto che trattandosi di progetti riguardanti detenuti, la sede carceraria non poteva considerarsi occasionale, bensì necessitata con conseguente inapplicabilità di quelle norme previste dal bando solo per l'accreditamento delle sedi corsuali occasionali.
Il Tar Sicilia, Palermo, Sezione Prima, ritenendo fondate le censure formulate dall'Avvocato Mattina nell'interesse dell'Ecap di Agrigento ha accolto l'istanza cautelare contenuta nel ricorso sospendendo per l'effetto i provvedimenti impugnati. L'Ecap potrà quindi avviare presso la casa Circondariale di Agrigento i corsi " Addetto di Falegnameria" e "Addetto impianti elettrici civili" destinati ai detenuti.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 9 novembre 2019
"Ho paura per il mio compagno detenuto a Siracusa. So che è in pericolo ma io non riesco ad avere sue notizie". Sono queste le parole di Paola Amato, 32 anni, che da quattro giorni non riceve notizie del suo compagno, Giosuè Matuozzo.
Durante l'ultima telefonata lui le chiedeva aiuto. "Mi ha detto che non poteva camminare e che per potermi chiamare si era dovuto tagliare un braccio perché non volevano consentirgli la telefonata - racconta Paola - Mi ha chiesto di parlare con qualcuno perché ha paura".
Paola teme che suo marito possa essere vittima di violenze all'interno del carcere. Come è già successo circa due anni fa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Allora Giosuè, riuscì a denunciare alla Polizia le violenze subite tramite la compagna Paola. Da quel momento è diventato un "pacco postale", come dice Pola, trasferito continuamente da un carcere all'altro, da Poggioreale a Sant' Angelo dei Lombardi, poi a Santa Maria Capua Vetere, poi Termini Imerese, Ucciardone, Secondigliano e infine Siracusa, lontano dalla famiglia.
Paola mostra la denuncia datata 26 settembre 2018 al commissariato di Polizia di Scampia. "Due giorni prima di andare al commissariato ho ricevuto una telefonata da Giosuè che mi chiedeva di mandargli del personale della polizia perché la mattina era stato pestato dalle guardie carcerarie che gli avevano spaccato la testa e non volevano accompagnarlo in ospedale. Lo avevano picchiato perché durante un'ispezione avevano trovato una radio nella sua cella. Lui era in isolamento e non avrebbe potuto averla".
Giosuè raccontò alla moglie delle bastonate e di essere stato medicato nell'infermeria del carcere solo nel pomeriggio, senza essere portato in ospedale al pronto soccorso. "Quando ho potuto vedere il mio compagno ai colloqui due giorni dopo il terribile accaduto - ha continuato Paola - l'ho trovato con più di otto punti in testa, lividi enormi sulle braccia e dietro le spalle. Mi ha raccontato che era stato pestato a colpi di mazza da quattro agenti della polizia penitenziaria e da due lavoranti di colore".
Allarmata dalla vista delle botte sul corpo del suo compagno, Paola chiese di parlare con il responsabile del carcere di Santa Maria Capua Vetere che si negò. Dopo essere uscita dal carcere provò a sporgere denuncia dai Carabinieri che però rifiutarono di verbalizzare la denuncia. "Mi chiesero il referto medico per accettare la mia denuncia, ma Giosuè è detenuto, chi me lo dava a me un referto medico che testimoniasse l'accaduto?".
Paola non si perse d'animo e andò al commissariato di Polizia dove denunciò tutto. "Due ore dopo mi telefonarono dal carcere di Termini Imerese per dirmi che il mio compagno era stato trasferito lì in aereo". Da quel momento è iniziato il "pellegrinaggio" di Giosuè tra le carceri italiane.
Dopo Termini Imerese è finito all'Ucciardone per 7 mesi, poi a Secondigliano un altro mese e mezzo, poi a Siracusa dove è detenuto da una settimana. "Mi ha telefonato da lì e mi ha detto che ha paura perché possono fargli qualcosa, che non può camminare e che gli impedivano di telefonarmi, tanto che si è dovuto tagliare un braccio per riuscirci".
Paola sta cercando di contattare il garante dei detenuti della Sicilia, quello nazionale, per riuscire a fare luce su cosa stia accadendo a Giosuè in carcere. Ha paura che il compagno possa essere vittima di ripercussioni da parte della polizia penitenziaria dopo la denuncia di qualche anno fa. Ne è convinto anche Pietro Ioia, presidente dell'associazione Ex Don, in difesa dei diritti dei detenuti, che su Facebook denuncia l'accaduto e scrive: "Ormai è palese che quando ti pestano e denunci ti allontanano dalla tua regione di provenienza".
Giosuè ha 35 anni, sta scontando una pena di reclusione di 7 anni e 4 mesi per spaccio di sostanze stupefacenti. Ha due figlie avute con Paola di 15 e 12 anni. "Ci hanno mandato lontano Giosuè - conclude Paola - noi non possiamo sapere nulla di lui e non possiamo nemmeno vederlo perché non abbiamo i soldi per arrivare a Siracusa. Lui sta pagando per i reati commessi ma così stanno pagando anche le mie figlie. Chi ha commesso un reato è giusto che paghi ma non così. E io voglio sapere almeno come sta. La paura è grande".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 9 novembre 2019
Dall'Afghanistan alla Libia. Due conflitti in piena salute sono forse i modelli attraverso cui i diritti umani sono stati utilizzati meglio per farne carta straccia. Un convegno alla camera fa il punto sulla Dichiarazione universale. La bandiera dei diritti umani, la cui la Dichiarazione universale compie in dicembre 71 anni, troppo spesso è stata utilizzata per violarli. E per violarne il primo: vivere. Se la guerra è lo strumento per eccellenza della violazione dei diritti individuali e collettivi, due conflitti in piena salute sono forse i modelli attraverso cui i diritti umani sono stati utilizzati meglio per farne carta straccia.
Il primo è il conflitto afgano, che compie quest'anno 40 anni, iniziato con l'invasione sovietica del '79 per proseguire con quella post 11 settembre: entrambe sotto l'ombrello dei diritti. Per Mosca erano quelli della proprietà terriera diffusa, del diritto ad avere acqua potabile e servizi sanitari e, per le donne, di essere direttrici di giornali o ministre. L'invasione Nato-americana iniziò anch'essa con la bandiera dei diritti: delle donne, all'istruzione, alla democrazia. Ma l'imposizione armata dei relativi modelli di governance ha prodotto quello che abbiamo sotto gli occhi: nell'89 l'Urss si ritirò lasciando un Paese distrutto.
Quanto a "noi", nel 2019 i bombardamenti arei sono triplicati, negli ultimi mesi le vittime sono quasi duplicate e infine sappiamo che squadroni della morte addestrati dalla Cia fanno il lavoro sporco. Di che diritti parliamo? La Libia è un altro manifesto del fallimento della Carta perché la guerra dilagata in quel Paese in mano a milizie e bande armate e dove si violano costantemente i diritti dei migranti, nacque dalla risoluzione 1973 del 2011 che, se giustamente poneva il problema della difesa dei civili allora accerchiati a Bengasi, fu il via libera all'uso della forza e, di fatto, all'intromissione nel Paese di appetiti più diffusi che stavano aspettando il momento giusto non certo per salvaguardare diritti quanto per appropriarsi di pozzi e giacimenti. Sarebbe dunque il caso, per onorare quella Carta, di ripensare agli strumenti da usare perché la bandiera dei diritti non sia la strada migliore per violarli col suo brando più violento: la guerra.
L'occasione di questa riflessione personale è stata il convegno organizzato da PeaceGeneration e introdotto dalla sua presidente Marcella Foscarini mercoledì alla Camera e il cui titolo invitava a riflettere sullo stato della Dichiarazione dei diritti dell'uomo approvata dall'Onu nel 1948: A che punto siamo? I Diritti umani sono ancora diritti, e sono ancora universali?
Tra le molte risposte e i molti interventi dei relatori, Fabio Mini ha proposto quella dell'ossimoro della "Guerra per i diritti umani": ossimoro degli ultimi 30 anni che ha il suo apice nella "guerra umanitaria" del Kosovo. Del resto - dice Mini - la Carta "svolge un ruolo morale ma non è giuridicamente vincolante" e "in caso di emergenza o pericolo per lo Stato, il diritto dei conflitti armati (Diritto internazionale bellico poi diventato Diritto internazionale... umanitario) diventa prevalente con le violazioni che ne conseguono". Non solo con le armi: "le sanzioni economiche possono far peggio". Comunque, "se la difesa dei diritti non è il primo pretesto per fare la guerra lo diventa poi a guerra in corso". E gli strumenti di tutela (come la Corte penale internazionale) "intervengono solo dopo, mai preventivamente. A forza di violare le regole - mette in guardia Mini - la violazione diventa norma".
Franco Ippolito (Fondazione Basso) riprende la relazione tra diritti effettivi e retorica politica sottolineando - a una platea di giovani studenti - un fallimento: "Abbiamo ereditato grandi conquiste con al centro la dignità dell'uomo ma la nostra generazione non ha saputo rendere effettivi quei diritti". È un invito a chi adesso si ribella alla negazione anche dei diritti ambientali, nodo affrontato da più di un relatore. L'accademico Gianfranco Amendola vi affianca il tema del lavoro (l'Ilva ad esempio) e sottolinea come il diritto all'ambiente sia sancito da ben quattro articoli della nostra Costituzione (4, 9, 32, 41). In proposito Rosario Lembo, del Contratto Mondiale sull'Acqua, ricorda l'importanza di una risorsa per la quale non esiste un accordo internazionale che possa regolare (e sanzionare) la gestione di quello che oggi è "merce e bene economico più che un diritto".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 9 novembre 2019
I recenti rigurgiti di intolleranza, ormai esplicitamente rivendicati nei comportamenti pubblici in una misura impensabile fino a dieci anni or sono, non si esauriscono affatto nel caso Segre (la comunità ebraica ricorda peraltro che tutti i suoi vertici sono costretti a vivere sotto protezione).
Solo in Italia, tra le grandi democrazie occidentali, una destra repubblicana ed esplicitamente antifascista può apparire un ossimoro. Meglio: solo in questa Italia, così slabbrata nei valori della nostra convivenza. Il caso della senatrice a vita Liliana Segre ne è certo la manifestazione più vistosa: una sopravvissuta ad Auschwitz costretta a girare con la scorta, e destinataria di una solidarietà che soltanto per carità di patria definiremmo blanda da parte della destra qui da noi egemone, ha attirato sul nostro Paese un'ondata di sdegno internazionale. Ma segnala, purtroppo, un più grave cedimento collettivo delle coscienze civili. Uno smottamento visibile soprattutto dentro un'area politica e di opinione che pure s'era messa in marcia con coraggio, negli anni Novanta del secolo scorso, per superare infine il guado assegnatole dalla storia.
È vero, la traversata era assai lunga e irta di scogli aguzzi. Non abbiamo avuto un eroe della lotta contro Hitler del calibro di Winston Churchill. Né un generale indomito che guidasse le truppe di liberazione dopo aver intessuto dall'esilio i fili della Resistenza come Charles de Gaulle. Il fantasma della scelta aventiniana ha perseguitato la nostra destra liberale ben oltre la caduta del fascismo, riducendola nella prima Italia repubblicana a testimonianza nobile ma poco incisiva e consegnando il vessillo della Resistenza italiana a un partito che, sia pure nella sua assoluta originalità, ripeteva allora la propria ragione sociale da un altro totalitarismo, addirittura ostile alle nostre alleanze internazionali. Le cause profonde di un liberalismo debole affondano nell'origine della nostra vicenda unitaria e in buona parte la precedono, attengono al timbro flebile della nostra borghesia, al persistente arroccamento feudale dei latifondisti al Sud, al plebeismo dei ceti più fragili e a motivi che la storiografia ha lungamente investigato e che hanno congiurato nel consegnare la destra all'avventurismo demagogico poi inveratosi appieno nel dramma del Ventennio.
In un bell'articolo su queste colonne, Antonio Macaluso ha da poco ricordato il travaglio, assai più recente, della destra "postfascista" italiana nello strapparsi dalle viscere quelle origini illiberali, la nascita del partito nuovo di Gianfranco Fini che voleva "imparare ad aprirsi al centro". Si trattò di un percorso di crescita, del quale sarebbe ingiusto non attribuire a Silvio Berlusconi meriti da istintivo mallevadore. Una traiettoria di revisione storica e ideologica, che condusse infine al viaggio del leader di Alleanza nazionale in Israele, al riconoscimento del fascismo quale "male assoluto", a un dialogo sempre più fertile con eredi del vecchio Pci come Luciano Violante ed esponenti del miglior laicismo come Carlo Azeglio Ciampi, nel tentativo di costruire finalmente un'Italia dai valori condivisi.
Il fallimento non solo politico di Fini, il declino di Berlusconi e soprattutto la crisi economica che, incrociata a quella migratoria, ha spaventato le classi più disagiate del Paese facendole regredire verso una nuova proletarizzazione inattesa e dentro una dimensione di nostalgia del passato ben descritta da Zygmunt Bauman nel suo "Retrotopia", hanno mandato in archivio (per ora) il sogno di quella destra repubblicana e laica (che non poteva risolvere se stessa nel trasversalismo cattolico della vecchia Dc o nel trasformismo dei suoi esangui eredi nella Seconda repubblica).
I recenti rigurgiti di intolleranza, ormai esplicitamente rivendicati nei comportamenti pubblici in una misura impensabile fino a dieci anni or sono, non si esauriscono affatto nel caso Segre (la comunità ebraica ricorda peraltro che tutti i suoi vertici sono costretti a vivere sotto protezione). Pur senza voler rivangare retroterra e affiliazioni del razzista Luca Traini di Macerata, le cronache quotidiane ci consegnano ogni giorno esempi di quanto sia pericoloso, nelle menti più deboli e nei quadri politici più sgangherati, un segnale di "tana libera tutti" sul repertorio mussoliniano codificato tra le righe di dichiarazioni ambigue e antiche parole d'ordine provenienti dalla leadership attuale della destra, così lontana dall'utopia della rivoluzione liberale del primo Berlusconi e dalla svolta di Fini.
Non si tratta soltanto del recupero di un generico moderatismo, la politica non è bon ton (con buona pace di chi tenta di derubricare in "politicamente corretto" ogni tentativo di civilizzare il discorso pubblico). Si tratta di attingere ai valori storici della destra europea ed europeista, garantista nel diritto, liberale in economia, rigorosa nella gestione dell'accoglienza senza tuttavia concedere un millimetro alla xenofobia e al razzismo. Non basta un'intervista rassicurante di Matteo Salvini sull'Europa e sull'euro per rovesciare un percorso di euroscetticismo e di avvicinamento alle democrature dell'Est europeo, specie se si tengono ai vertici di commissioni parlamentari teorici dell'Italexit e dei minibond.
Finché si liquida ogni 25 aprile come un "derby tra fascisti e antifascisti" si mostra solo di voler scantonare dall'argomento come uno studente poco preparato. Senza capire di star recando offesa tanto a chi visse quel giorno lontano del 1945 come una festa quanto a chi lo visse come un lutto, e soprattutto danno a un Paese che, oggi persino più di vent'anni fa, avrebbe bisogno di una destra davvero devota alla Costituzione per riprendere il percorso interrotto della riconciliazione nazionale.
bookcitymilano.it, 9 novembre 2019
Incontro-dibattito con Pietro Buffa, Silvio Di Gregorio, Filippo Giordano, Delia Langer, Francesco Perrini e Ivana Trettel. È possibile l'umanità all'interno delle carceri? Qual è il vero impatto delle attività di rieducazione delle persone detenute?
Se ne parlerà venerdì 15 novembre, alle ore 18, presso la Casa di Reclusione di Milano Opera, che aprirà per la prima volta le proprie porte a un'iniziativa organizzata insieme a BookCity Milano per offrire alla città un'esperienza speciale, quella di potersi confrontare con un pubblico e una compagnia teatrale composti dagli stessi detenuti ed ex detenuti di media sicurezza.
Sul palcoscenico del grande teatro che ospita il lavoro della compagnia Opera Liquida, insieme al direttore della Casa di Reclusione Silvio Di Gregorio, interverranno gli autori di due libri che ben indagano la nostra realtà penitenziaria.
La galera ha i confini dei vostri cervelli, (Itaca ed.), scritto da Pietro Buffa, Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per la Regione Lombardia, è dedicato "a chiunque dia importanza alle emozioni che la sofferenza e la costrizione penale, con tutte le sue contraddizioni, comportano per tutti coloro che vivono o lavorano in un carcere".
Misurare l'impatto sociale. SROI e altri metodi per il carcere, (Egea ed.), nato da un lungo e approfondito studio dell'Università Bocconi, di Filippo Giordano, Francesco Perrini e Delia Langer, è invece il primo manuale realizzato per valutare il reale impatto delle attività volte alla rieducazione e al reinserimento delle persone detenute, in cui Opera Liquida è stata caso di studio.
Nell'incontro "Il carcere, la sua umanità, il teatro e la misura" è prevista la dimostrazione di lavoro della compagnia teatrale guidata da Ivana Trettel, con gli attori detenuti ed ex detenuti della Casa di Reclusione di Milano Opera, sezione media sicurezza: l'impianto drammaturgico, il montaggio e la formalizzazione.
Per accedere al carcere in occasione dell'evento è necessario compilare entro le ore 8 del 12 novembre il modulo sul sito: https://www.operaliquida.org/prenotazioni-spettacoli. Per info:
met.provincia.fi.it, 9 novembre 2019
Lunedì 11 novembre al Campus delle Scienze sociali dell'Università di Firenze. La spersonalizzazione e l'alienazione nella condizione detentiva, la rieducazione del condannato, il reinserimento nella società una volta che è stata scontata la pena. Sono questi i temi che saranno affrontati lunedì 11 novembre, presso il Campus delle Scienze sociali dell'Università di Firenze nell'ambito di un convegno dal titolo "Meriti e limiti della pena carceraria" (Edificio D6, Aula 018 - Via delle Pandette, 9 - ore 10.30). Dopo il saluto del rettore Luigi Dei, terranno una relazione Emilio Dolcini, professore emerito di Diritto penale dell'Università di Milano, Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Francesco Palazzo, professore emerito di Diritto penale dell'Università di Firenze.
A seguire interverranno il presidente della Camera penale di Firenze Luca Bisori e il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze Marcello Bortolato. I lavori saranno presieduti dal presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi a cui sono affidate anche le conclusioni.
L'appuntamento si inserisce nell'ambito di un'iniziativa dell'Ateneo fiorentino dal titolo "Bisogna aver visto" che si è aperta lo scorso 22 ottobre con la proiezione del film documentario "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri" presso il Cinema La Compagnia.
"Bisogna aver visto" è la citazione del titolo di un articolo di Pietro Calamandrei che, nel 1948, sulla rivista Il Ponte denunciò con forza la condizione disumana delle carceri. In questo senso, i due appuntamenti fiorentini definiscono l'Università come luogo non solo della formazione e della ricerca, ma anche dell'impegno civile.
Hanno dato il patrocinio all'iniziativa la Regione Toscana, il Comune di Firenze, la Corte d'Appello di Firenze, l'Ordine degli Avvocati di Firenze, la Scuola Superiore della Magistratura (struttura territoriale di Firenze). Hanno collaborato la Fondazione per la formazione forense dell'Ordine degli avvocati di Firenze - Scuola forense, la Camera penale di Firenze.
agenzianova.com, 9 novembre 2019
Il regime carcerario in Egitto potrebbe aver portato direttamente alla morte dell'ex presidente Mohamed Morsi e potrebbe mettere a repentaglio la salute e la vita di altre migliaia di detenuti. È quanto emerge da un rapporto redatto dagli esperti indipendenti delle Nazioni Unite, tra cui Agnes Callamard, relatrice speciale per esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie. Morsi è deceduto lo scorso 17 giugno all'età di 67 anni dopo essere stato colto da malore durante un'udienza in tribunale. L'ex capo dello Stato egiziano ed esponente dei Fratelli musulmani, gruppo oggi considerato fuorilegge dalle autorità dell'Egitto, era stato sottoposto a un duro regime carcerario di isolamento nonostante soffrisse di diabete, ipertensione e altri problemi collegati al malfunzionamento del fegato. "Morsi è stato tenuto in condizioni che possono essere descritte solamente come brutali durante i cinque anni passati nel complesso carcerario di Tora", si legge nel rapporto degli esperti Onu, citato in un comunicato dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) con sede a Ginevra.
In particolare, spiega il rapporto, l'ex presidente egiziano in carica dal 30 giugno 2012 al 3 luglio 2013 veniva tenuto in isolamento per 23 ore al giorno; non gli era permesso di intrattenere rapporti con altri prigionieri, nemmeno durante l'ora fuori dalla cella; dormiva su un pavimento di cemento con una o due coperte come protezione; non gli era concesso di avere libri, riviste, radio, televisione o di avere materiale per scrivere; non ha ricevuto cure per il diabete e l'alta pressione; ha perso progressivamente la vista dell'occhio sinistro, ha avuto ricorrenti coma diabetici e ripetuti svenimenti, soffrendo peraltro di significative carie e infezioni gengivali. "Le autorità erano state avvertite ripetutamente che le condizioni carcerarie di Morsi avrebbero gradualmente minato la sua salute fino ad ucciderlo", aggiunge il rapporto, concludendo che "la morte di Morsi potrebbe equivalere a un omicidio arbitrario perpetrato dallo Stato". Il rapporto chiede "un'indagine indipendente e imparziale" non solo sulla morte di Morsi, ma di tutti gli altri prigionieri deceduti in custodia cautelare dal 2012, anno del golpe che ha portato al potere l'attuale leadership egiziana.
"Abbiamo ricevuto prove credibili da varie fonti - spiegano gli esperti - secondo cui migliaia di altri detenuti in tutto l'Egitto potrebbero subire gravi violazioni dei loro diritti umani e potrebbero essere ad alto rischio di morte". Il rapporto degli esperti Onu avanza l'ipotesi che il carcere duro possa essere "una pratica intenzionale dell'attuale governo del presidente Abdel Fatah al Sisi per mettere a tacere i dissidenti".
La relazione invita il governo del Caro ad "invertire quelle che sembrano essere pratiche profondamente radicate che violano gravemente il diritto alla vita delle persone, il diritto a non essere sottoposti a detenzione arbitraria, il diritto a non essere sottoposti a tortura o maltrattamenti, il diritto a un giusto processo, un processo equo e un'adeguata assistenza medica".
Tra le migliaia di altri detenuti in condizioni di isolamento ci sono l'ex consigliere per gli affari esteri di Morsi, Essam el Haddad, e suo figlio, Gehad El-Haddad, ex portavoce dei Fratelli musulmani al momento dell'arresto. "Questi due uomini vengono effettivamente uccisi dalle condizioni in cui sono detenuti e dalla privazione delle cure mediche. Sembra che questo avvenga intenzionalmente o perlomeno viene permesso che accada", conclude il rapporto.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 9 novembre 2019
Il governo turco annuncia le estradizioni a senso unico di foreign fighters in Europa a partire dall'11 novembre. E lancia la quinta fase dell'operazione militare contro il sud-est curdo. Intanto nel Rojava la guerra continua. Ha una data la minaccia del presidente turco Erdogan all'Europa: da lunedì 11 novembre Ankara inizierà a estradare i miliziani stranieri dell'Isis catturati. A dirlo, ieri, il ministro degli Interni, Suleyman Soylu, a quattro giorni dal primo annuncio: "Avvertiamo l'Europa che li manderemo indietro a partire, speriamo, dal prossimo lunedì". Niente di più: nessun dettaglio sui numeri o le mete, né tanto meno sulle modalità di un'estradizione a senso unico. Secondo il governo turco, il totale di foreign fighters nelle sue prigioni ammonterebbe a 1.200 unità.
Nelle stesse ore Ankara lanciava una nuova operazione nel sud-est turco, a maggioranza curda, stavolta contro il vero nemico, il Partito curdo dei Lavoratori (Pkk). Ribattezzata Kiran-5 perché ne segue altre quattro partite a fine agosto, la campagna - fanno sapere dagli Interni - coinvolgerà 2.625 uomini e 179 unità dell'esercito nelle province di Diyarbakir, Bingol e Mus.
Anche qui pochi dettagli, ma basta osservare le precedenti per farsi un'idea: militarizzazione del sud-est curdo ed eliminazione delle amministrazioni locali. L'ultima vittima è il sindaco di Ipekyolu, nella provincia di Van: Azim Yacan, del partito di sinistra Hdp, è stato arrestato ieri con il suo vice con l'accusa di appartenenza a organizzazione terroristica (il Pkk).
Sarebbe stato anche rimosso, identica sorte di 15 sindaci Hdp prima di lui. I commissari governativi sono già operativi da Diyarbakir a Mardin fino a Van da fine agosto, proprio in contemporanea con l'avvio delle operazioni nel sud-est.
Una campagna che fa il paio (politico) con quella in corso dal 9 ottobre contro il Rojava, il nord-est siriano a maggioranza curda, e la sua amministrazione autonoma. Si combatte, nonostante le dichiarazioni di tregua, con le Forze democratiche siriane guidate dai curdi impegnate a difendere comunità e progetto politico. Continuano i raid turchi su Ayn Issa e Tel Temer, mentre Manbij è colpita dall'artiglieria delle milizie jihadiste filo-turche. A rispondere non sono solo le Sdf: la gente protesta da giorni contro i pattugliamenti congiunti russo-turchi a Qamishlo. Ieri, riporta l'agenzia Anf, le pattuglie sono state prese a sassate nei villaggi in cui sono passate. I soldati turchi hanno risposto sparando sulla folla, per poi investire e uccidere un giovane, Serxwebûn Ali.










