di Antonella Napoli
Avvenire, 8 novembre 2019
La crisi economica e íl regime di austerità alimentano íl malcontento delle piazze. Le luci dell'alba spengono il canto del Muezzin, la preghiera è finita al primo barbaglio di sole all'orizzonte.
La centralissima al Bustan street si anima lentamente, con il vociare dei commercianti e il traffico impazzito che al Cairo non allenta mai. Spuntano i banchetti colorati che dai negozi si estendono sui marciapiedi, pendolari e studenti affollano la metropolitana che già dalle 6 è gremita e chiassosa. La capitale egiziana è caotica e operosa come ogni giorno, ma l'instabilità delle ultime settimane è palpabile. La calma apparente può solo minimizzarla. Come testimonia il voto alla Camera dei rappresentanti lo scorso 4 novembre che proroga lo stato di emergenza di tre mesi, per la decima volta.
L'Egitto è un Paese in sospeso, la tensione crescente condiziona la vita degli oltre cento milioni di abitanti. Anche per gli occidentali, persino i turisti, il clima di restrizioni è tangibile, a cominciare dal divieto di passeggiare e fotografare luoghi sensibili come piazza Tahrir. utto è iniziato venerdì 20 settembre. Migliaia di persone sono scese in strada nelle città più importanti, da Suez a Luxor, chiedendo le dimissioni del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Un evento che ha sorpreso il regime che dal 2016 vieta le manifestazioni pubbliche in tutto il Paese. Le ultime proteste di massa in Egitto si erano avute nel 2013, dopo la caduta del presidente democraticamente eletto Mohamed Morsi.
A deporlo un golpe guidato dallo stesso al-Sisi. L'approccio di "tolleranza zero" verso ogni forma di dissenso è degenerato in sparizioni forzate, torture e pene detentive sempre più lunghe per coloro che sfidano il divieto di manifestare. Dall'inizio della rivolta sono quasi 4.500 gli arrestati, tra cui decine di minori tra i 10 e i 16 anni. Oltre ai manifestanti, in cella finiscono attivisti e avvocati, come Ibrahim Metwaly, fondatore dell'Associazione dei familiari degli scomparsi e difensore dei diritti umani.
Doveva essere rilasciato il 5 novembre e invece è stato accusato di un nuovo capo di accusa, "finanziamento del terrorismo", e trasferito in un carcere di massima sicurezza. Il tutto nel silenzio pressoché totale dei media egiziani. Da metà settembre centinaia di siti web sono stati bloccati e la stampa interna è quasi totalmente controllata dal governo. Ogni organo di informazione è "imbavagliato" per impedire che si racconti la più vasta repressione dall'ascesa al potere dell'ex generale, oggi accusato di corruzione.
Ma il malcontento ha radici ben più profonde. La frustrazione del popolo egiziano si è accumulata negli ultimi anni, soprattutto per le severe misure di austerità assunte dal governo. L'Egitto sta uscendo da un programma di riforma triennale imposto dal Fondo monetario internazionale a fronte di un prestito di 12 miliardi di dollari.
Nell'ambito dell'azione di risanamento dei conti pubblici, il governo di al-Sisi ha svalutato la sterlina egiziana e aumentato i prezzi dei beni e dei servizi di base, riducendo al contempo i sussidi per il carburante, l'elettricità e alcuni generi alimentari. Nonostante gli economisti e gli investitori abbiano certificato la crescita nel Paese, l'inflazione si sia ridotta e il calo del debito e del deficit sia in progressione, gli indicatori positivi macroeconomici non si sono tradotti in un aumento del reddito e un migliore standard di sussistenza per i cittadini.
Il deprezzamento della valuta e i tagli alle sovvenzioni hanno fatto salire il costo della vita, facendo precipitare allo stato di miseria un terzo della popolazione. Le statistiche ufficiali pubblicate lo scorso luglio attestano che il 33% degli egiziani vive al di sotto della soglia di povertà, rispetto al 28% nel 2015.
La Banca mondiale rileva che il numero di indigenti in Egitto è quasi il 60%. Sotto l'aspetto occupazionale e salariale non va meglio, anche se il dato generale registrato nel secondo quadrimestre de12019 risulta il più basso degli ultimi 30 anni. Quella preoccupante è la percentuale della disoccupazione giovanile, che nella fascia tra i 18 e i 24 anni sfiora 1'80%.
Il tutto, a fronte delle accuse di corruzione rivolte al presidente al-Sisi e al suo entourage, con capitali pubblici dirottati per interessi personali su commesse e opere non necessarie, ha fatto deflagrare la rivolta che ha determinato un ulteriore giro di vite da parte delle forze di sicurezza. Quello egiziano è tra i sistemi autoritari più spietati al mondo: non risparmia nessuno, si abbatte anche su donne, anziani e bambini. Neanche gli stranieri sono "risparmiati", come da italiani abbiamo sperimentato con l'uccisione del ricercatore friulano Giulio Regeni.
Per Amnesty International, che monitora da tempo la situazione, la maggior parte dei fermati rischia di essere accusata di "appartenenza a un gruppo terrorista" e di "uso improprio dei social media". Secondo l'organizzazione internazionale la pressoché totalità degli arresti è irregolare in quanto basata solo sulla partecipazione, o presunta, a dimostrazioni pacifiche.
A diffondere i dati più aggiornati sulle ultime repressioni, la Commissione egiziana per i diritti e la libertà: 4.427 arrestati in 24 Governatorati, 3.864 comparsi davanti ai pubblici ministeri, 1.056 rilasciati su cauzione, 500 scomparsi, 326 "riapparsi" dopo giorni.
"La gente protestava per strada, solo per questo è stata ritenuta pericolosa. Sono stati trattati come terroristi - racconta Mohamed Lofty, direttore di Ecrf e consulente della famiglia Regeni come Metwaly. Sono stati arrestati tutti. Solo perché protestavano o si trovavano nei pressi di un corteo. Funziona così. Emblematica la storia di Yassin Abdallah, uno studente di Suez. Finiti i corsi all'università fa ripetizioni in centro a ragazzi più piccoli. Siccome non ha molti soldi e non può pagare il biglietto dell'autobus torna a casa a piedi. Un giorno vede passare un corteo. Resta lì, fermo a guardare. Arriva la polizia che rincorre i manifestanti.
Lui non sa che cosa fare. Se corre i poliziotti penseranno che sia uno di loro, ma se sta fermo la polizia lo arresta. Quindi decide di camminare. "Cammino così non pensano che faccio parte della manifestazione", si illude. Lo arrestano comunque e viene accusato di terrorismo". ncor più paradossale la sorte toccata alla ventenne Sanaa Abdel Fattah.
La ragazza stava passeggiando lungo Piazza Tahrir in una giornata tranquilla. La polizia l'ha fermata e le ha chiesto di vedere il suo telefonino, le sue foto. Lei ha rifiutato. L'hanno prelevata e portata in un commissariato dove l'hanno trattenuta per giorni.
"Sua sorella, Mona, è andata al posto di polizia dove era stata portata per avere sue notizie, ma le hanno detto che non era lì. Solo quando Sanaa ha potuto chiamare a casa per chiedere che andassero a riprenderla, i suoi familiari hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Ma ad altri è andata molto peggio" è l'amara conclusione di Lofty.
Sanaa è la sorella minore di Alaa Abdel Fattah, attivista e blogger protagonista della rivoluzione del 2011 che ha trascorso cinque anni in carcere. È stato rilasciato nel 2018 con l'obbligo di trascorrere 12 ore nel posto di polizia vicino casa. Ogni notte, dalle 18 di sera alle 6 di mattina. Due settimane fa si è presentato in commissariato ma non ne è più uscito.
Lo hanno arrestato con nuove accuse: appartenenza a un gruppo terroristico, istigazione alle manifestazioni e finanziamento al terrorismo. Dal 29 settembre è in carcere senza essere mai comparso davanti a un giudice.
Fattah è tra le migliaia di detenuti rinchiusi nella prigione di massima sicurezza di Tora, famigerata la sezione conosciuta come "Lo scorpione" dove le condizioni detentive sono aberranti e decine di prigionieri hanno avviato scioperi della fame. Lì nessun diritto è garantito. Come agli egiziani che provano a protestare chiedendo un futuro migliore.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 8 novembre 2019
Da Israele al Messico, dallo Yemen all'Ungheria. Il muro più famoso al mondo - a parte quello dei Pink Floyd - non si vede. E non si vede non per una qualche diavoleria ipertecnologica ma perché non c'è più, e da mo'. Però, ne è rimasta l'evocazione, anche se sovrappensiero.
Stiamo parlando di Wall Street, la strada del muro - centro della finanza mondiale, dove si giocano spesso i destini del mondo. Che si chiama così, perché un tempo c'era un muro, appunto. In realtà, era poco più che una palizzata, fatta erigere e poi rinforzare nel 1640 da Peter Stuyvesant, governatore dei Nuovi Paesi Bassi il cui gioiello era New Amsterdam, per tenere lontani i pellerossa - gli altri, i diversi, i nemici. Quando scoppiò la guerra fra inglesi e olandesi la palizzata divenne un vero e proprio muro di terra e legname alto 3,5 metri e fortificato. Ma non resse alla storia. E quando gli inglesi nel 1664 rinominarono la città in New York il muro scomparve.
Ma non la strada - dove fino al secolo successivo commercianti e broker avevano l'abitudine di stipulare i loro patti di transazione. Così, un giorno del 1792 decisero di stilare un accordo e lo chiamarono Buttonwood Agreement, perché Buttonwood è il nome in inglese del platano sotto cui erano soliti fare i loro scambi. E questo è l'inizio del New York Stock Exchange. Forse è vero che gli uomini hanno da sempre costruito muri mentre edificavano ponti o luoghi di culto, acquedotti e arene, piazze di mercato e accampamenti. Il Vallo di Adriano, limen dell'impero romano che divideva la Britannia, provincia conquistata, dai barbari che abitavano oltre, è del II secolo dopo Cristo - e è ancora in piedi.
E la Grande Muraglia Cinese (una serie di muri, in realtà, e di difese naturali, costruiti in epoche e dinastie successive), lunga 8.852 chilometri, iniziò nel 215 avanti Cristo. E sta ancora in piedi. Mentre le mura di Gerico non ressero alle trombe dei sacerdoti guidati da Giosuè, milleduecento anni prima di Cristo. Senza bisogno di ricorrere all'aiuto divino, Janet Napolitano, che è stata Segretario alla Sicurezza interna dal 2009 al 2013, presidente Obama, disse una volta: "You show me a 50 foot wall, and I'll show you a 51 foot ladder / tu mostrami un muro alto 50 piedi e io ti farò vedere una scala alta 51". Non credeva, Janet Napolitano, che pure si era battuta già da governatore dell'Arizona contro il traffico dell'immigrazione clandestina, che i muri fossero "la risposta" - un muro si può sempre scavalcare, per quanto alto tu possa farlo.
Eppure, non solo al confine tra gli Stati uniti e il Messico il muro sembra essere "la risposta" dell'amministrazione Trump di fronte a un esodo di massa, dal Guatemala, dall'Honduras, dal San Salvador, che ha aspetti e proporzioni bibliche. Trump ha deciso di fare fuoco e fiamme per "onorare" la proposta di campagna elettorale di allungare e rafforzare un muro che già il presidente Clinton, e dopo di lui sia Bush che Obama, hanno esteso. Solo negli ultimi dieci anni sono diecimila i chilometri di muro costruiti nel mondo.
E perciò, non stiamo parlando di muri "storici" - come quelli di Belfast, iniziati nel 1969 dopo i Troubles, che sono 99 come i nomi di Allah, e dividono protestanti e cattolici, passando per vie e vicoli e dividendo caseggiato da caseggiato, quartiere da quartiere e che, per cinismo della storia, si chiamano Peace- walls, e oggi, colorati di murales che celebrano un qualche caduto dell'Ira o delle milizie orange a seconda di dove li si guardi, sono diventati meta turistica, e speriamo che tali restino.
O quello che spacca Cipro, lungo 184 chilometri, separando turco- ciprioti e greco- ciprioti, che si chiama linea verde perché Peter Young, il generale inglese che nel 1963 provò a mettere un freno al massacro fra etnie, aveva sottomano solo una matita verde per tracciare la divisione dell'isola in due metà. O quello che divide le due Coree.
Ci sono i 1.800 chilometri di muro che dividono l'Arabia Saudita dallo Yemen; i 700 chilometri che separano l'Iran dal Pakistan; i 230 chilometri tra Israele e Egitto (oltre quelli in Cisgiordania); i 482 chilometri tra lo Zimbabwe e il Botswana; i 2720 chilometri (il record!) tra il Marocco e il Sahara occidentale.
L'Europa d'altronde non fa che costruire muri: c'è il muro che ci divide dall'Africa e che sta nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla e fanno da confine con il Marocco, una barriera lunga venti chilometri, alta sei metri, che è costata decine di milioni dell'Unione europea, nell'ambito del programma Frontex. C'è il muro che ci divide dall'Asia, dalla Turchia, e che in realtà è un fiume, quindi è una barriera naturale, il fiume Evros, e avrebbe dovuto comprendere anche un fossato, ma a causa dei costi molto elevati la Grecia ha deciso di mantenere soltanto una doppia barriera di reticolato e filo spinato alta quattro metri.
Da qui arrivano immigranti da Afghanistan, Pakistan, Armenia, Kurdistan, Iraq, Siria. E poi ci sono i muri - anche qui barriere di reticolati, spesso elettrificati - che dividono l'Ungheria dalla Serbia ma Orbàn vuole costruirne un altro per separarsi dalla Croazia. E quello che divide la Bulgaria dalla Turchia, un vero e proprio muro lungo i trenta chilometri di frontiera.
Insomma, caduta the iron curtain, la cortina materiale e ideologica che spaccava l'Europa a metà, dal mar Baltico al mar Nero e che teneva lontano i temibili cosacchi dalle fontane di San Pietro e il corrotto capitalismo dalla pura anima slava, l'Europa continua a frammentarsi e a rinchiudersi.
Come a Alphaville, la gate community di San Paolo, Brasile, dove i ricchi hanno deciso di rinchiudersi - e fare le proprie scuole, le proprie palestre, i propri centri commerciali - per stare lontani dal mondo sporco e cattivo delle favelas e mettere più di mille guardie a vigilanza e protezione: come dice un giardiniere che ci va tutte le mattine a pulire le aiuole e poi la sera orna a casa, di qua Alphaville di là Alfavela. In Brasile, Alphaville - nata proprio seguendo le indicazioni architettoniche per la città ideale di Le Corbusier - si va riproducendo e in America le gate community sono ormai realtà stabili. E sembra l'incubo rovesciato di 1997: Fuga da New York, il film dove nell'isola di Manhattan chiusa da alti muri impossibili a valicare sono stati rinchiusi i reietti. Che stiano lì nel ghetto, e non ci contaminino.
Finché. Un'utopia che si trasforma in distopia. I muri sono il paradosso dei nostri tempi: tempi che si presupponevano fatti di scambi e movimenti liberi di uomini, capitali e merci e che invece si vanno distorcendo in una frammentazione sempre più ristretta di comunità. Forse un giorno i muri diventeranno il contrario - punti di sutura tra popoli e terre. E forse faremo pellegrinaggi per ricordare quanti provarono a scavalcarli, e vi lasciarono la vita.
Un po' come accadde per tutto il Novecento con il "muro dei federati" di Parigi, al cimitero del Père Lachaise, contro il quale il 28 maggio del 1871 vennero fucilati 147 Comunardi i cui corpi furono gettati nelle fosse comuni con altre migliaia di insorti e che divenne meta di cortei pavesati di bandiere rosse, "il nostro lutto e il nostro orgoglio".
di Leo Lancari
Il Manifesto, 8 novembre 2019
Il governo si prepara a mettere mano al decreto sicurezza bis, uno dei cavalli di battaglia di Matteo Salvini. Ad annunciarlo è stato ieri il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese indicando l'inizio del 2020 come data di inizio dei lavori. "Sulla nuova legge sicurezza ci sono state segnalazioni da parte della presidenza della Repubblica, bisogna procedere in questi termini e stiamo lavorando su questo", ha spiegato la titolare del Viminale. Che poi ha aggiunto: "Entro la fine dell'anno o al massimo l'inizio del prossimo riusciremo a portarlo in consiglio dei ministri".
La modifica dei decreti sicurezza fa parte del programma del governo giallorosso ed era una delle condizioni poste dal Pd agli alleati del M5S. Nei giorni scorsi è stato lo stesso Luigi Di Maio a parlarne a patto però, aveva specificato, che si tenga conto solo dei rilievi fatti dal presidente Mattarella in una lettera inviata al parlamento lo scorso mese di agosto. Ed è proprio sulla linea tracciata dal Colle, e niente di più, che il governo intende muoversi. Ad essere riviste saranno le mega multe (fino a un milione di euro) per chi salva i migranti in mare e non rispetta il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane. Sanzioni giudicate "sproporzionate" rispetto ai comportamenti contestati. Il presidente aveva poi ricordato i trattai internazionali che prevedono l'obbligo di salvare chiunque si trovi in mare in condizioni di difficoltà.
Altra modifica riguarda la parte del decreto sulle manifestazioni e l'ordine pubblico e in particolare una eccessiva estensione dell'oltraggio a pubblico ufficiale che impedirebbe al giudice di valutare la cosiddetta "lieve entità" che potrebbe portare a un non luogo a procedere. Con la Lega che si è già detta pronta a scendere in piazza se il decreto verrà modificato, c'è da scommettere che il successivo passaggio parlamentare sarà a dir poco tormentato.
Intanto il governo si prepara a intensificare i rimpatri de migranti irregolari aprendo nuovi Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) aggiungendo così 460 posti a quelli già esistenti (300 dei quali nei prossimi mesi). Ad annunciarlo è stata sempre la titolare del Viminale intervenendo ieri in commissione Schengen. Attualmente, ha spiegato il ministro sono 708 i migranti che si trovano dei sette centri attualmente in funzione (Bari, Brindisi, Caltanissetta, Roma, Torino, Potenza e Trapani). 96 mila sono invece i migranti in accoglienza al 30 ottobre, la maggior parte dei quali (69.827) si trova nei Cas (centri di accoglienza straordinaria).
In calo anche le richieste di asilo. Al 31 ottobre risultano essere state presentate 30.468 domande, il 35% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. 81.162 sono invece le domande esaminate dalla commissioni territoriali del ministero dell'Interno, che hanno riconosciuto la protezione internazionale nel 18% dei casi, di cui l'11% per status di rifugiato e il 7% per protezione sussidiaria. I dinieghi hanno riguardato il 66% delle domande.
Come effetto delle modifiche introdotte dal primo decreto sicurezza, la protezione umanitaria è stata invece riconosciuta all'1% delle posizioni esaminate. In calo, infine, anche gli arrivi che hanno fatto registrare una flessione del 55,2% rispetto al 2018: 9.944 i migranti sbarcati dall'inizio dell'anno. Intanto potrebbe prepararsi un nuovo giro di vite per le ong. Lamorgese ha infatti annunciato che il Viminale sta valutando integrazioni al codice di regolamentazione voluto nel 2017 dall'allora ministro Minniti. Lamorgese ha infine annunciato che quando l'accordo siglato a Malta per la divisione in Europa dei migranti sarà diventato definitivo, le quote per i Paesi che vi avranno aderito diventeranno obbligatorie.
di Nello Scavo
Avvenire, 8 novembre 2019
Pronti i mandati d'arresto contro i trafficanti. Contestati i reati di tortura e violenza. La procuratrice Bensouda: raccolte prove anche nei campi di detenzione dei migranti.
"Nuovi mandati d'arresto" contro esponenti libici, coinvolti anche nel traffico di esseri umani. Li sta per trasmettere la Corte penale dell'Aja, ormai agli ultimi passi di una maxi-inchiesta che per la prima volta porterà davanti alla giustizia internazionale alcuni boss del traffico di esseri umani. La montagna di prove raccolte conferma le violenze sia nei "nei centri di detenzione ufficiali che in quelli non ufficiali". Un atto d'accusa che avrà pesanti ripercussioni su Tripoli e su quei governi che foraggiano l'intero sistema, nel quale si intrecciano interessi politici e criminali.
"Il mio team - assicura la procuratrice Fatou Bensouda - continua a raccogliere e analizzare prove documentali, digitali e testimonianze relative a presunti crimini commessi nei centri di detenzione". Le parole del capo della Procura penale internazionale accompagnano il nuovo report sulla Libia, trasmesso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Gli investigatori hanno raccolto materiale sul campo e centinaia di denunce da funzionari Onu, da avvocati e dagli stessi migranti sopravvissuti alle camere della tortura. Abbastanza perché possa essere presa in esame, per la prima volta, la possibilità di "presentare casi dinanzi alla Corte penale internazionale in relazione ai crimini legati ai migranti in Libia".
Alla sbarra potrebbero finire personaggi con cui le autorità europee ed italiane continuano a trattare, senza mai riuscire a ottenere il minimo incremento nel rispetto dei diritti umani di base. Sotto processo viene messa l'intera impalcatura negoziale che in questi anni, pur di salvaguardare interessi politici, economici e militari ha finito per lasciare mano libera agli aguzzini, al solo scopo di poter celebrare successi nel contenimento dei flussi migratori.
Le accuse contenute nel rapporto numero 18 della Procura dell'Aja sono rivolte indistintamente ai campi di prigionia (sotto il controllo del Dipartimento contro l'immigrazione illegale di Tripoli) e alle prigioni clandestine (molte delle quali conosciute dalle autorità). "Nel 2019 oltre 4.800 rifugiati e migranti - denuncia l'Aja - sono stati arrestati arbitrariamente in Libia. Molti sono vulnerabili a causa della loro vicinanza nelle aree di combattimento a Tripoli e dintorni". Non bastasse rischiare la vita sotto le bombe, "migranti e rifugiati - si legge nel dossier - continuano a essere a rischio di tortura, violenza sessuale, rapimento per riscatto, estorsione, lavoro forzato, uccisioni illegali e detenzione in condizioni inumane".
Gli investigatori ricordano alcuni episodi recenti che mettono in stato d'accusa anche le parti in conflitto dal 4 aprile, quando il generale Haftar ha avviato l'offensiva su Tripoli, contro il governo riconosciuto dalla comunità internazionale. "Il 2 luglio 2019, attacchi aerei sul centro di detenzione per migranti di Tajoura, a est di Tripoli, secondo quanto riferito hanno ucciso 53 persone e ferito altri 130, tra cui donne e bambini". Una strage deliberata, insiste la Cpi, perché "prima di questo incidente le Nazioni Unite avevano fornito alle parti in conflitto le coordinate esatte di questo centro di detenzione", che dunque doveva essere tenuto fuori dagli scontri.
I funzionari del Palazzo di Vetro già nel 2018 avevano ricevuto un paper dall'Aja nel quale veniva documentato "l'uso di forza eccessiva e illegale da parte dei funzionari del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale". E nel maggio 2017 la procuratrice, intervenendo davanti al Consiglio di sicurezza, disse che "secondo fonti credibili, gli stupri, gli omicidi e gli atti di tortura sarebbero all'ordine del giorno e sono rimasta scioccata da queste informazioni che assicurano che la Libia è diventato un mercato per la tratta di esseri umani".
Due anni dopo manca solo l'ultimo passaggio: l'emanazione dei mandati d'arresto in campo internazionale. Intanto gli investigatori hanno cooperato, si apprende adesso, con la magistratura di alcuni dei Paesi che hanno aderito alla Corte penale (la Libia non è fra questi) "fornendo prove e informazioni-chiave alle autorità nazionali, e facilitando i progressi in numerose indagini e azioni penali relative ai crimini contro i migranti in Libia".
Il report non indica di quali Paesi si tratta, ma non è difficile immaginare che alcune delle indagini recenti soprattutto in Italia sui trafficanti di esseri umani possano avere beneficiato di questa collaborazione.
Non sarà facile trascinare davanti ai giudici i sospettati di crimini contro l'umanità. La Corte penale ha emesso negli anni scorsi diversi mandati di cattura destinati a esponenti del deposto clan Gheddafi, tra cui il figlio Saif al-Islam e militari fedelissimi al generale Haftar. Eppure né l'esecutivo al-Sarraj né il suo nemico Haftar hanno mai voluto consegnare gli imputati all'Aja, anche se "riteniamo di sapere dove si trovano", dice Bensouda alludendo a complicità di Paesi esteri, fra cui l'Egitto, dove risiede almeno uno dei tre ricercati. Coperture che nel caso dei boss del traffico di esseri umani potrebbero allungare ombre sui loro interlocutori in Europa.
di Nello Scavo
Avvenire, 8 novembre 2019
Pronti i mandati d'arresto contro i trafficanti. Contestati i reati di tortura e violenza. La procuratrice Bensouda: raccolte prove anche nei campi di detenzione dei migranti.
"Nuovi mandati d'arresto" contro esponenti libici, coinvolti anche nel traffico di esseri umani. Li sta per trasmettere la Corte penale dell'Aja, ormai agli ultimi passi di una maxi-inchiesta che per la prima volta porterà davanti alla giustizia internazionale alcuni boss del traffico di esseri umani. La montagna di prove raccolte conferma le violenze sia nei "nei centri di detenzione ufficiali che in quelli non ufficiali". Un atto d'accusa che avrà pesanti ripercussioni su Tripoli e su quei governi che foraggiano l'intero sistema, nel quale si intrecciano interessi politici e criminali.
"Il mio team - assicura la procuratrice Fatou Bensouda - continua a raccogliere e analizzare prove documentali, digitali e testimonianze relative a presunti crimini commessi nei centri di detenzione". Le parole del capo della Procura penale internazionale accompagnano il nuovo report sulla Libia, trasmesso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Gli investigatori hanno raccolto materiale sul campo e centinaia di denunce da funzionari Onu, da avvocati e dagli stessi migranti sopravvissuti alle camere della tortura. Abbastanza perché possa essere presa in esame, per la prima volta, la possibilità di "presentare casi dinanzi alla Corte penale internazionale in relazione ai crimini legati ai migranti in Libia".
Alla sbarra potrebbero finire personaggi con cui le autorità europee ed italiane continuano a trattare, senza mai riuscire a ottenere il minimo incremento nel rispetto dei diritti umani di base. Sotto processo viene messa l'intera impalcatura negoziale che in questi anni, pur di salvaguardare interessi politici, economici e militari ha finito per lasciare mano libera agli aguzzini, al solo scopo di poter celebrare successi nel contenimento dei flussi migratori.
Le accuse contenute nel rapporto numero 18 della Procura dell'Aja sono rivolte indistintamente ai campi di prigionia (sotto il controllo del Dipartimento contro l'immigrazione illegale di Tripoli) e alle prigioni clandestine (molte delle quali conosciute dalle autorità). "Nel 2019 oltre 4.800 rifugiati e migranti - denuncia l'Aja - sono stati arrestati arbitrariamente in Libia. Molti sono vulnerabili a causa della loro vicinanza nelle aree di combattimento a Tripoli e dintorni". Non bastasse rischiare la vita sotto le bombe, "migranti e rifugiati - si legge nel dossier - continuano a essere a rischio di tortura, violenza sessuale, rapimento per riscatto, estorsione, lavoro forzato, uccisioni illegali e detenzione in condizioni inumane".
Gli investigatori ricordano alcuni episodi recenti che mettono in stato d'accusa anche le parti in conflitto dal 4 aprile, quando il generale Haftar ha avviato l'offensiva su Tripoli, contro il governo riconosciuto dalla comunità internazionale. "Il 2 luglio 2019, attacchi aerei sul centro di detenzione per migranti di Tajoura, a est di Tripoli, secondo quanto riferito hanno ucciso 53 persone e ferito altri 130, tra cui donne e bambini". Una strage deliberata, insiste la Cpi, perché "prima di questo incidente le Nazioni Unite avevano fornito alle parti in conflitto le coordinate esatte di questo centro di detenzione", che dunque doveva essere tenuto fuori dagli scontri.
I funzionari del Palazzo di Vetro già nel 2018 avevano ricevuto un paper dall'Aja nel quale veniva documentato "l'uso di forza eccessiva e illegale da parte dei funzionari del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale". E nel maggio 2017 la procuratrice, intervenendo davanti al Consiglio di sicurezza, disse che "secondo fonti credibili, gli stupri, gli omicidi e gli atti di tortura sarebbero all'ordine del giorno e sono rimasta scioccata da queste informazioni che assicurano che la Libia è diventato un mercato per la tratta di esseri umani".
Due anni dopo manca solo l'ultimo passaggio: l'emanazione dei mandati d'arresto in campo internazionale. Intanto gli investigatori hanno cooperato, si apprende adesso, con la magistratura di alcuni dei Paesi che hanno aderito alla Corte penale (la Libia non è fra questi) "fornendo prove e informazioni-chiave alle autorità nazionali, e facilitando i progressi in numerose indagini e azioni penali relative ai crimini contro i migranti in Libia".
Il report non indica di quali Paesi si tratta, ma non è difficile immaginare che alcune delle indagini recenti soprattutto in Italia sui trafficanti di esseri umani possano avere beneficiato di questa collaborazione.
Non sarà facile trascinare davanti ai giudici i sospettati di crimini contro l'umanità. La Corte penale ha emesso negli anni scorsi diversi mandati di cattura destinati a esponenti del deposto clan Gheddafi, tra cui il figlio Saif al-Islam e militari fedelissimi al generale Haftar. Eppure né l'esecutivo al-Sarraj né il suo nemico Haftar hanno mai voluto consegnare gli imputati all'Aja, anche se "riteniamo di sapere dove si trovano", dice Bensouda alludendo a complicità di Paesi esteri, fra cui l'Egitto, dove risiede almeno uno dei tre ricercati. Coperture che nel caso dei boss del traffico di esseri umani potrebbero allungare ombre sui loro interlocutori in Europa.
di Emma Bonino*
Il Riformista, 8 novembre 2019
Mercoledì scorso, la ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, ha riferito alla Camera dei deputati in merito al rinnovo del memorandum Italia-Libia, certificando sostanzialmente il successo degli accordi chiusi all'epoca del Governo Gentiloni, dal suo predecessore Marco. Ciò che non abbiamo sentito dire in Aula dalla ministra, invece, è che quel memorandum è una pura maschera, che non tiene minimamente conto del fatto che i centri gestiti dai libici chiamati "campi di accoglienza" sono veri e propri lager dove i migranti vengono torturati, violentati, venduti, ricattati da parte di milizie che in quel Paese rappresentano sia le istituzioni che le organizzazioni criminali.
Abbiamo persino recentemente scoperto che Bija, il guardiacoste per cui Tripoli ha appena chiesto l'arresto - oggetto di numerose inchieste da parte di coraggiosi giornalisti italiani - è venuto in Italia in missione con tanto di visto da noi concesso, mentre faceva il doppio lavoro: il trafficante di uomini e l'ufficiale della guardia costiera. E ci sarebbero molte cose da chiarire circa la sua visita in Italia, compresi gli incontri avuti a livello istituzionale, mentre mi pare evidente che non ci sia nulla da chiarire sul significato della sua presenza in Italia, che è purtroppo chiarissimo. I cosiddetti accordi con la Libia sono questa cosa qui.
Penso che invece di rivendicare questo memorandum, occorrerebbe dismettere qualunque ipocrisia. I nostri interlocutori non sono delle presunte "autorità libiche", ma poteri e personaggi di provato rango criminale. La ministra ha riportato i dati relativi al minor afflusso di migranti sulle nostre coste, ma non vedo alcun riferimento all'innalzamento del tasso di mortalità in mare. Così come non viene prestata alcuna attenzione - come emerge da una recente inchiesta di Euronews, - a come sono state usate le risorse italiane ed europee, a partire al monitoraggio dei soldi pubblici, oltre 90 milioni, spesi dall'Unione europea per addestrare la Guardia costiera libica.
La ministra Lamorgese ha affermato in Aula che "l'esperienza maturata in questi tre anni ci ha convinto della necessità di proporre iniziative volte a meglio indirizzare energie e risorse [...] promuovendo un maggior ruolo di coordinamento e di intervento delle agenzie delle Nazioni Unite e il coinvolgimento di un ampio numero di Paesi e organizzazioni non governative". Ma non posso che chiedermi chi si farà carico della protezione del personale delle agenzie delle Nazioni Unite o delle Ong se si propone una maggiore centralità del loro ruolo, in una situazione oramai da tempo totalmente fuori controllo.
Evidentemente per fermare la collaborazione tra milizie libiche, più o meno ufficiali, e i tre diversi governi italiani che si sono avvicendati, da Gentiloni in poi, non sono bastati i ripetuti rapporti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le denunce di organizzazioni internazionali e Ong impegnate sul campo e le testimonianze drammatiche dei sopravvissuti a torture e violenze di ogni genere. Mi chiedo a cos'altro dobbiamo assistere e se possiamo continuare a mettere da parte principi e norme di diritto internazionale, affidando a milizie spietate il controllo di una parte del Mediterraneo e chiudendo gli occhi davanti all'orrore dei campi libici.
E non si adducano motivazioni, come quelle avanzate dall'ex responsabile del Viminale Minniti, che disdire le intese con la situazione di guerra in Siria e l'attacco turco al popolo curdo significa mettere a rischio la sicurezza dell'Italia. Ho già sentito usare argomentazioni di questo tipo dall'ex ministro in altre circostanze - in particolare di fronte all'alto numero di arrivi sulle nostre coste, mentre si mettevano a punto gli accordi sulla Libia nell'estate del 2017. Pur credendo nella necessità di leggere gli eventi a livello internazionale nella loro complessità, non sono convinta che creare allarme per giustificare scelte discutibili - come gli accordi con la Libia - sia un atteggiamento responsabile da parte di chi ha un ruolo pubblico.
Ovviamente ci si deve interessare del processo di stabilizzazione della Libia, ma non si può non tener conto, ad esempio, del coinvolgimento della Corte Penale Internazionale nel Paese per appurare eventuali crimini di guerra operati da esponenti partitici e di governo, come emerge dalle parole del Procuratore della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda, nella Dichiarazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dello scorso mercoledì.
Vogliamo veramente chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò e pensare che basti il rinnovo del Memorandum per risolvere la questione dei flussi migratori verso l'Italia e l'Europa? Aver subappaltato alla Turchia il controllo delle nostre frontiere esterne a Oriente dopo quanto sta succedendo ai confini con la Siria non ci è bastato per capire che non si può sbrigativamente appaltare a terzi la gestione di tale complesso ed epocale fenomeno?
*Senatrice +Europa
Internazionale, 8 novembre 2019
Il 4 novembre 462 persone detenute nelle carceri dell'Oklahoma per reati non violenti sono state scarcerate dopo che il governatore Kevin Scott, repubblicano, ha commutato la loro pena. Altri 56 detenuti torneranno in libertà nei prossimi mesi.
"Si tratta del più importante provvedimento di clemenza nella storia degli Stati Uniti", scrive Vox, "ed è una delle tante misure adottate negli ultimi anni dall'Oklahoma per ridurre la popolazione carceraria e fare in modo che le persone condannate per reati non violenti riescano a rifarsi una vita e a reinserirsi nella società".
La decisione rivela un cambio di approccio sul tema dell'incarcerazione di massa, che non riguarda solo l'Oklahoma. In tutto il paese molti politici, sia democratici sia repubblicani, cominciano a dare retta agli studi secondo cui sentenze lunghe per reati non violenti non riducono il crimine e non rendono la società più sicura, e che dimostrano come l'attuale sistema sia discriminatorio nei confronti delle minoranze.
di Angela Nocioni
Il Riformista, 8 novembre 2019
Non è autocombustione. Se "la ricca oasi felice dell'America latina" brucia perché le danno fuoco, se da settimane migliaia di persone ogni notte scendono in strada e incendiano tutto ciò che incontrano, se i primi cinque giorni l'hanno fatto sfidando il coprifuoco e novemila militari in strada, il dubbio che l'oasi non fosse felice potrebbe pure venire. Invece no. Venti morti, migliaia di arresti e una manifestazione di un milione di persone contro il governo di centrodestra di Sebastian Piñera non sono sufficienti a rompere il cliché dell'eccezione cilena, l'illusorietà del modello del paese ricco del Cono sur cresciuto negli ultimi dieci anni a grandi balzi, il 2,5% anche quest'anno.
Nessuno si chiede sulle spalle di chi. Undici milioni dei 18 milioni di cittadini cileni risultano titolari di debiti. Dato pubblico e stranoto. Il costo di un appartamento a Santiago è salito fino al 150% negli ultimi dieci anni, i salari invece del 25%, dato dell'Università cattolica. Le entrate del 10% più ricco della popolazione sono di 40 volte più alte di quelle del 10% più povero (fonte: ministero per lo sviluppo sociale).
Eppure "misterioso y sorprendente" è il caos di Santiago anche allo sguardo acuto di Mario Vargas Llosa che spiega, insieme ad altre decine di analisti, come l'esplosione cilena sia di tipo europeo, una protesta borghese più simile ai gilet gialli francesi che a quella contro il caro prezzi che spesso infiammano le grandi città latinoamericane.
Una rivolta, dato altrettanto stranoto, nata però contro il caro biglietti della metropolitana. Forse una rivolta finanziata da provocatori chavisti venezuelani, insinuano alcuni. Perché "misteriosa e sorprendente"? Per una ragione obiettiva, dicono. "Perché il Cile è l'unico paese latinoamericano che ha dato battaglia con efficacia al sottosviluppo ed è cresciuto in questi anni in modo stupefacente. Potere d'acquisto di 23 mila dollari a testa, secondo la Banca mondiale" (Vargas Llosa).
Eppure sarebbe bastato seguire una qualsiasi delle interminabili assemblee universitarie delle proteste che negli ultimi anni puntualmente hanno alzato barricate in Cile per sentire, a ogni capannello, ragazzi non ricchi, furiosi, chissà se tutti pagati dai chavisti venezuelani (che non hanno soldi ormai nemmeno per gli antibiotici e curano le infezioni con il paracetamolo, figurarsi per fare gli agit prop fasciati di dollari) dire: "Non è vero che siamo un paese ricco. Siamo un paese con alcuni ricchi e moltissimi poveri".
Vanno all'università, ma sono poveri figli di poveri che studiano e lavorano rimanendo poveri. Alcuni fanno letteralmente la fame. E il futuro non gli si prospetta migliore di quello dei loro genitori. Quei 23 mila dollari non entrano nelle loro tasche. Il modello economico adottato a Santiago ha enormi costi sociali. Ed è quello, spietato, voluto da Pinochet. La scuola è quella di Pinochet, la sanità è quella di Pinochet, le pensioni sono quelle di Pinochet.
Il grande problema cileno è da decenni la grande forbice tra ricchi e poveri. La fine della dittatura non solo non l'ha risolto: non l'ha proprio affrontato. Perché in Cile nel 1990 è finita la dittatura, non il pinochettismo. Pinochet ha vinto nella società, nell'economia, nella testa della gente. Non è un problema della destra soltanto, né di quella presentabile dell'imprenditore Piñera né di quella cavernicola (così l'ha chiamata tempo fa Vargas Llosa) dei neonazi che banchettano in Cile.
Perché 24 dei 29 anni post dittatura sono stati governati da un centrosinistra civile e per bene che non ha potuto scalfire la gabbia atroce nella quale la rivoluzione capitalista di Pinochet ha imprigionato il Cile. I risultati di quel laboratorio economico e sociale che fu il regime di Pinochet - quell'alleanza tra militari, imprenditori locali e grandi capitali esteri, quella singolare convergenza che usò (o fu usata da) i militari cileni per realizzare una rivoluzione capitalista, di puro modello liberista, che nemmeno nelle lavagnette dei Chicago boys avrebbe potuto essere meno sfumata - paiono godere tuttora dello sguardo benevolo di intellettuali indubbiamente liberali.
È quasi incredibile la cecità di fronte alla spietatezza del modello e alle ferite che provoca. La differenza sociale mostruosa in Cile è perpetuata dal funzionamento perverso del modello di studi universitari adottato finora. Un laureato entra nel mercato del lavoro con 30 o 40 mila dollari di debito da restituire alle banche che gli hanno erogato il prestito scolastico per accedere alle prestigiose università di Santiago.
Altrettanto discriminatorio è il sistema di previdenza sociale. Il mito dei fondi pensione cileni, osannato in mezzo mondo negli anni Novanta come modello da imitare, si è sgretolato per fattori demografici ed economici.
Il modello dei fondi pensione si è rivelato nel tempo una trappola. L'errore consiste nella sovrastima della capacità di contribuzione: le pensioni pagate dal sistema Afp (quello dei fondi pensioni) sono state in media di 100 dollari al mese e il 50% di chi ha aderito non arriva neppure alla pensione minima costringendo lo Stato a integrarle.
Da qui la necessità di intervenire con fondi pubblici che mitigassero i disastri sociali ed economici dell'esperimento. Anche perché il sistema Afp prevedeva 20 anni di contribuzione che nessuno è riuscito ad ottenere. Solo il 10% di chi ha aderito ai fondi è stato in grado, negli ultimi due decenni, di effettuare versamenti regolari dodici mesi all'anno.
Il Cile è un Paese abituato ad avere una delle economie più dinamiche della regione e durante il primo governo di Piñera (2010-2014), poi rielletto nel 2018, è cresciuto in media del 5,3% l'anno, rispetto alla media del 3,3% del primo mandato presidenziale (2006-2009) della socialista Michelle Bachelet.
Ai ricchi imprenditori cileni, nonostante la poca belligeranza nei loro confronti del centrosinistra dal 1990 in poi, non sono piaciute molte cose della Bachelet. Soprattutto non è piaciuta la riforma fiscale che ha aumentato l'aliquota dell'imposta sul reddito delle società dal 24% al 27% e ha reso, dicono loro, "più complicato il sistema tributario".
La loro insofferenza s'è sommata al malcontento tra i poveri (quelli che vanno all'università indebitandosi per una vita e quelli che all'università hanno rinunciato in partenza). È stato così che le ultime presidenziali hanno riaperto le porte del palazzo della Moneda a Piñera e a parte di quella destra cavernicola che Piñera sa blandire all'ora di dover raccogliere voti per vincere. La stessa che ha voluto lusingare dichiarando il coprifuoco all'inizio della rivolta.
Mai, nessun governo dopo la fine del regime aveva osato pronunciare la parola coprifuoco. È come far aleggiare il fantasma del defunto dittatore sulla testa di chi protesta. Un ricatto, una minaccia considerati finora una via impraticabile, intollerabile per la società cilena. Piñera l'ha fatto. La scelta gli si è rivoltata contro. La folla inferocita ha continuato a scendere in strada, incappucciata, nonostante il coprifuoco finché il coprifuoco è stato ritirato. La gabbia non s'è rotta, ma è stata incendiata.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 novembre 2019
Critiche dalla Conferenza dei Garanti dei detenuti e 100 dirigenti scrivono al Capo del Dap. Divisi i Sindacati degli agenti. Il Sappe: "è giunto il momento che i vertici provengano dal corpo di polizia penitenziaria". La Uil-Pa invita a un approccio sereno ed equilibrato.
A umentano le proteste contro il decreto legislativo, attualmente in esame alle Camere, che depotenzia il ruolo dei direttori degli istituti penitenziari, innalzando quello dei comandanti della polizia penitenziaria.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 7 novembre 2019
Il Decreto di riforma voluto da Bonafede rende autonoma la Polizia penitenziaria. Il Pd non ci sta e si schiera con i dirigenti: norma irricevibile, rischio militarizzazione. "È una norma irricevibile, così rischiamo di militarizzare le carceri, la cambieremo".
Il Pd si schiera al fianco dei 50 direttori di carceri italiane che, viene spiegato, hanno inviato una protesta formale al ministero della Giustizia.
- Nuova battaglia tra il Pd e i Cinque Stelle, questa volta sulle carceri
- Il buon vecchio carcere della pena
- L'ergastolo ai mafiosi: dietro quella scelta
- "Noi giudici di sorveglianza da sempre siamo a rischio minaccia come i pm"
- Dopo la sentenza Consulta i boss della camorra si "dissociano", così niente ergastolo










