agenzianova.com, 7 novembre 2019
Una decina di cittadini stranieri detenuti presso un centro per l'immigrazione a Osaka, in Giappone, hanno intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro il protrarsi del loro confinamento nella struttura. Lo riferisce l'agenzia di stampa "Kyodo", secondo cui la maggior parte di quanti prendono parte allo sciopero della fame sono rinchiusi nel centro da oltre due anni. L'Ufficio per l'immigrazione giapponese non ha fornito commenti ufficiali, limitandosi ad affermare che "non esistono situazioni che necessitino di essere resi pubblici.
I detenuti chiedono un miglioramento dei servizi medici e una maggior selezione di beni acquistabili all'interno della struttura, oltre alla fine delle detenzioni di lungo termine e ai respingimenti ingiustificati delle richieste di rilascio. Ad aprile dello scorso anno 40 cittadini stranieri detenuti in un centro per l'immigrazione a Ushiku, nella provincia di Ibaraki, avevano intrapreso uno sciopero della fame dopo il suicidio di un uomo di nazionalità indiana nella struttura.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 7 novembre 2019
La ministra: "Tripoli disponibile a rivedere le norme. E l'Onu nei centri". Le condizioni di vita disumane dei migranti rinchiusi nei centri di detenzione in Libia sono destinate a non cambiare, almeno per i prossimi mesi e probabilmente non grazie a questo governo. È quanto si deduce dall'informativa resa ieri alla Camera dal ministro dell'Interno Luciana Lamorgese che ha confermato l'importanza per l'Italia del Memorandum con la Libia siglato a febbraio del 2017 dall'allora governo Gentiloni per mettere un argine alle partenze dei barconi dal Paese nordafricano. Da allora a oggi gli arrivi "sono diminuiti del 97,2%", ha spiegato la titolare del Viminale annunciando comunque la disponibilità di Tripoli a rivedere alcuni punti dell'accordo.
Chi si aspettava un vero segno di discontinuità con le politiche non solo salviniane, ma anche del precedente governo, quando al Viminale sedeva Marco Minniti, è rimasto deluso. Non a caso ascoltando l'intervento della Lamorgese l'ex ministro dell'Interno ha più volte annuito con la testa in segno di approvazione, tanto più che almeno due dei quattro punti che formano il nuovo "Piano operativo umanitario" che l'Italia si prepara a discutere nella futura commissione italo-libica sembrano ricalcare le iniziative intraprese a suo tempo proprio da Minniti, quando convocava al Viminale i "sindaci" delle città libiche. Ecco quindi il sostegno alle municipalità attraverso la fornitura di apparecchiature mediche, mezzi di soccorso e materiale sanitario per gli ospedali e materiale per le scuole. Ma anche un rafforzamento delle frontiere meridionali della Libia attraverso le quali passano i migranti che sperano di arrivare in Europa.
Un rafforzamento che, ha proseguito la ministra, va accompagnato dal lavoro fatto dall'Oim sui rimpatri: "Dal 2016 a oggi - ha spiegato Lamorgese - l'Organizzazione internazionale per le migrazioni ha svolto 45 mila rimpatri volontari assistiti di migranti non aventi titolo ad avere la protezione internazionale, di cui oltre ottomila nei primi mesi 10 mesi del 2019".
Gli altri due punti del Piano riguardano i centri di detenzione e i corridoi umanitari. Sui primi, luoghi dove violenze e torture su uomini, donne bambini oggi sono all'ordine del giorno, il governo punta ad arrivare a un "miglioramento" delle condizioni di vita "con l'obiettivo di una loro graduale chiusura per giungere a centri gestiti dalle agenzie dell'Onu". Nel frattempo restano i finanziamenti alla cosiddetta Guardia costiera libica. Per quanto riguarda i corridoi umanitari dalla Libia, l'Italia spera di riuscire a coinvolgere anche altri Stati membri dell'Unione europea, visto che finora i numeri sono ancora bassi: 496 persone arrivate in Italia grazie al protocollo firmato con Cei e comunità di sant'Egidio e altre 859 evacuate attraverso il Niger.
Critiche alla ministra sono arrivate da Matteo Orfini che su twitter ha parlato di un intervento "imbarazzante e ipocrita". "I lager sono 'centri' di migranti. Il memorandum una cornice da difendere. I libici partner affidabili - ha scritto il deputato Pd -. Davvero vogliamo continuare e far finta di non sapere?". Duro anche Riccardo Magi, di +Europa: "Quello che abbiamo garantito è la stabilizzazione di poteri paramilitari e mafiosi", ha spiegato riferendosi al Memorandum. "Quello che noi dobbiamo chiedere oggi è una missione internazionale per un piano di evacuazione e una nuova missione di salvataggio nel Mediterraneo". Due condizioni necessarie anche per il deputato di Leu Erasmo Palazzotto.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 novembre 2019
Così il presidente della consulta spiega il suo giudizio sul 4bis. qualsiasi detenuto deve poter contare su un futuro rientro nella società, nota il presidente della consulta, "che non può essere negato a chi non collabora".
di Piero Colaprico
La Repubblica, 6 novembre 2019
Milano e la Lombardia sono una locomotiva, anzi "la" locomotiva del Paese, ma qual è la qualità del carbone che riscalda la caldaia? Lo diciamo non solo come necessario controcanto di queste pagine che mostrano molte bellezze e saggezze lombarde, ma perché da anni assistiamo a tre "fatti" che vanno presi tutti insieme in considerazione. Uno, Assolombarda chiede da tempo un fisco equo e aiuta l'imprenditore che denuncia soprusi e infiltrazioni.
Si rivolge alla magistratura e collabora. Due, le inchieste della procura distrettuale Antimafia hanno mostrato, grazie al lavoro di Ilda Boccassini e dei suoi detective, un assoluto inedito: i giuramenti di affiliazione della 'ndrangheta al Nord e le votazioni deì rappresentanti delle cosche per eleggere chi può "parlare" con Crimine, e cioè la casa madre calabrese.
Quel lavoro, proseguito sotto la guida di Alessandra Dolci, ha mostrato quante "locali" (quante cosche di mafiosi) calabresi sono in mezzo a noi. Tre, periodicamente alcune inchieste della magistratura "portano via" esponenti politici di grande e piccolo livello: alcuni di loro arrivano alla condanna in Cassazione e al carcere vero, dietro le sbarre, prima dei domiciliari. Questo trinomio, pur dentro la grande pancia della balena, con i numeri positivi dell'esportazione, della produzione, del commercio, dei locali pubblici, della ricchezza delle stelle dei ristoranti, delle spiagge blu dei laghi meta del turismo milionario, deve obbligarci - esatto: obbligarci - a riflettere sul tema delle infiltrazioni.
Infiltrazioni del crimine organizzato e del denaro sporco nell'economia sana, neì valori della concorrenza leale, nel concetto di "stretta di mano" che un tempo era sufficiente a sancire contratti ed era il vanto della Lombardia. C'è chi dice che ormai, più che di infiltrazioni, bisognerebbe parlare di "tracimazioni". Non chiediamo soluzioni che al momento non esistono, se non nella retorica poco utile alle imprese e ai cittadini: ma, ripetiamo pensiamoci. E sul serio.
di Gennaro Migliore
Il Riformista, 6 novembre 2019
La Lectio magistralis del Garante dei detenuti, al quale ieri è stata assegnata la laurea ad honorem. Tre parole hanno segnato la Lectio magistralis di Mauro Palma, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in giurisprudenza che gli è stata assegnata ieri: libertà, autonomia e speranza.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 6 novembre 2019
I numeri sui rinvenimenti di sostanze stupefacenti e telefonini in carcere negli ultimi tre anni parlano chiaro: nei primi nove mesi del 2017 furono 353 gli eventi critici legati al ritrovamento di droga (perquisizioni sui detenuti, rinvenimento in aree comuni o nella fase dei colloqui), 453 nello stesso periodo del 2018 e 587 quest'anno. Relativamente al rinvenimento di telefonini, passiamo dai 355 del 2017, ai 642 dei primi nove mesi del 2018, ai 1.412 di fine settembre 2019.
A questo trend in netta salita concorre ovviamente il maggior numero dei detenuti presenti negli istituti penitenziari, ma anche i progressi della tecnologia che, almeno per ciò che riguarda la miniaturizzazione di dispositivi elettronici, permettono oggi di nascondere con facilità un telefono dove prima era assolutamente impensabile.
Per questo, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, nella scelta degli investimenti e delle spese da effettuare per il 2019, ha preferito privilegiare l'acquisto di strumenti e tecnologie in grado di migliorare il contrasto all'introduzione di sostanze illecite negli istituti nonché di rilevare, inibire o isolare gli apparati telefonici mobili introdotti abusivamente. Sono stati stanziati circa 3,5 milioni di euro per il 2019 per migliorare la sicurezza dei penitenziari e che hanno permesso l'acquisto di specifiche apparecchiature, per cui è stata avviata - e in qualche caso già ultimata - la distribuzione.
Nel dettaglio:
- 90 apparecchi per il controllo radiografico dei pacchi, suddivisi in tre lotti da 30, sono in fase di distribuzione ai Provveditorati che poi li assegneranno agli istituti del territorio. La loro installazione sarà ultimata entro la primavera del 2020;
- 40 metal detector 'a portalè già distribuiti a 40 istituti: saranno tutti installati entro fine anno;
- 40 jammer per l'inibizione delle frequenze telefoniche, già distribuiti: 3 jammer per ciascuno degli 11 Provveditorati, che decideranno come assegnarli sul territorio; 2 al Nucleo Investigativo Centrale (Nic), 2 al Gruppo Operativo Mobile (Gom) e 3 alla task-force che si occupa dei concorsi;
- 2 apparati Imsi per la cattura di frequenze telefoniche, importanti e costosi strumenti che permettono la rilevazione del telefono chiamante e del telefono chiamato: già acquistati e a breve saranno messi a disposizione del Gom;
- 200 rilevatori manuali di telefoni cellulari, anche spenti: già acquistati, saranno distribuiti entro fine anno;
- 65 apparati rilevatori di traffico di fonia e dati: già acquistati, saranno distribuiti a breve.
Inoltre, nella programmazione per il 2020 il Dap ha già previsto, fra gli altri, l'acquisto di metal detector 'a portalè di nuova generazione, che permettono contemporaneamente il rilevamento di corpi metallici e apparecchi telefonici.
penitenziaria.it, 6 novembre 2019
Lettera inviata al Capo del Dap Basentini: "Depotenziare il nostro ruolo significa creare una pericolosa alterazione degli equilibri gestionali e minare la governabilità degli istituti". Contro la possibile riforma che darebbe più autonomia ai comandanti della Polizia penitenziaria nell'amministrazione degli istituti di pena è in corso una ferma opposizione dei direttori delle carceri italiane.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 6 novembre 2019
Il Fatto Quotidiano raccoglie le firme a sostegno di un appello al Legislatore perché intervenga per porre rimedio alla sentenza della Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo. I promotori si dolgono per avere io definito quell'appello "tecnicamente e materialmente eversivo", e mi spiegano che è semmai la Mafia ad essere eversiva. Dio solo sa cosa avranno voluto dire, parole in libertà e senza costrutto. Io ribadisco che altro è criticare una sentenza della Corte Costituzionale, operazione del tutto legittima ed anzi insindacabile, altro è chiedere che il Legislatore intervenga per sterilizzare (bando alle ipocrisie, suvvia!) i temuti effetti di quella sentenza, che secondo la manipolatoria propaganda dei suoi detrattori sarebbero devastanti per il contrasto dello Stato alla Mafia.
Rendersi promotori di una simile iniziativa denunzia un totale disprezzo per il ruolo supremo che la Costituzione ha affidato al magistero della Consulta. Resta da stabilire se questo avvenga per analfabetismo istituzionale e costituzionale, o per consapevole e compiuta cultura antidemocratica, ma il risultato non cambia: tecnicamente e materialmente si tratta di una idea eversiva dell'ordine costituzionale, nel senso che oggettivamente presuppone una sovversione degli equilibri disegnati dalla nostra Carta Costituzionale.
La Consulta è il Giudice delle Leggi. Ad essa è attribuito un potere formidabile e senza eguali, è cioè quello di abrogare una legge votata legittimamente dal Parlamento in quanto giudicata non conforme alla nostra Costituzione. È una abrogazione - come si dice tecnicamente - efficace "ex tunc", cioè da quando la legge è stata promulgata: più che abrogare la legge, la incenerisce, quella legge deve intendersi come se non ci fosse mai stata, si adegui la Giurisdizione, si adegui l'Amministrazione dello Stato, si adegui - figuriamoci - innanzitutto il Legislatore (l'Opinione Pubblica, deo gratias, non entra nemmeno in classifica).
Si può rimediare ad una decisione della Corte che non si condivide? Certamente: si promuova una modifica della Costituzione che fissi un principio incompatibile con quello affermato dalla sentenza criticata, ed è presto fatto. Esiste una maggioranza qualificata che abbia questa intenzione? Si accomodi, auguri. Mettete mano, se ne avete il coraggio, all'art. 27 della Costituzione (finalità rieducativa della pena), invocando la cui violazione la Corte ha di fatto abrogato il principio di ostatività predeterminato per legge.
Ma fino a quel momento, chiunque istighi il legislatore a rimediare, a porre un freno, ad attutire - e nel non detto, a vanificare - l'impatto del principio solennemente affermato dalla Corte, sta portando - ripeto, inconsapevolmente o intenzionalmente, il risultato non cambia - un attacco velenoso al cuore del nostro sistema istituzionale e democratico.
Di fronte ad un principio affermato con tanta nettezza, al Legislatore non resta che starsene zitto e buono, e l'ultima cosa che si possa immaginare che accada (salvo che non sia la stessa Corte a chiederlo, ma questa è altra storia) è che si metta a scarabocchiare - as usual - improbabili nefandezze giuridiche, linguistiche e sintattiche, per "rimediare" alla irresponsabile leggerezza di quegli sprovveduti della Corte Costituzionale, che pontificano ignari della realtà, della trincea, e bla bla bla.
Cosa poi dovrebbe mai fare il Legislatore, istigato da questi nuovi sanfedisti? Il Manifesto travagliesco (impreziosito dalle solenni citazioni dei vari Gratteri, Di Matteo eccetera) lo dice a chiare lettere: non lasciare il giudizio sulla concedibilità del permesso "ai semplici Giudici di Sorveglianza". Non so se qui si sconti la poca padronanza della lingua italiana, o se si intenda alludere ad una supposta semplicità d'animo francescana, ad una certa sprovvedutezza, o a chissà quale altro limite umano e professionale di quei Magistrati, ma la domanda è: cosa c'è che non va nei Magistrati di Sorveglianza, signori promotori del Manifesto?
Sono magistrati né più nè meno - anche se a voi suonerà come una bestemmia - di quanto lo siano Gratteri, Di Matteo e gli altri 9000 che hanno vinto lo stesso concorso. Perché mai i "semplici Magistrati di Sorveglianza" sarebbero corruttibili, ricattabili, minacciabili, più di quanto non possano esserlo il Pm che indaga, il Gip che cattura, i giudici del Tribunale e della Corte di Appello chiamati a condannare o ad assolvere il Mafioso?
Per non dire che quei "semplici giudici di Sorveglianza" nel dover accertare, secondo quanto sancito con nettezza dalla vituperata sentenza della Corte Costituzionale, il parametro della interruzione dei rapporti dell'ergastolano richiedente il permesso con la cosca di appartenenza, formuleranno quel giudizio sulla base non del comportamento carcerario, che qui non c'entra nulla, né di una loro epidermica sensazione, ma delle informazioni che riceveranno dalla Polizia Giudiziaria, dalla Direzione Nazionale Antimafia, dalla Procura Distrettuale Antimafia territorialmente competente, e chi più ne ha più ne metta.
Altro è chiedere - come fa con molto garbo, e con tutt'altro senso delle regole e delle Istituzioni, il (semplice?) Magistrato di Sorveglianza romano Marco Paternello sul Corsera di qualche giorno fa- che si rafforzino le dotazioni strutturali dei Tribunali di Sorveglianza. Questo noi penalisti lo chiediamo da anni a prescindere, e questo dovrebbero limitarsi a chiedere le persone serie, che abbiano a cuore ad un tempo la sicurezza sociale e la tenuta delle nostre istituzioni democratiche: tutto il resto è propaganda di bassa lega.
*Presidente Unione Camere Penali
Corriere della Sera, 6 novembre 2019
Il ministro di Giustizia Bonafede, intervistato da Milena Gabanelli e Simona Ravizza, si impegna a fare una legge che preveda uno stipendio "virtuale" per i detenuti: così si trovano i soldi per farli lavorare tutti.
agenparl.eu, 6 novembre 2019
"Nelle carceri nessuna deriva securitaria. Negli ultimi giorni abbiano letto articoli e dichiarazioni alla stampa critici verso l'annunciato nuovo riordino delle carriere del Corpo di Polizia Penitenziaria. Quel che si critica è non già l'intero assetto previsto per il Corpo ma un aspetto, in particolare: quello che toglierebbe poteri ai direttori d'istituto per trasferirli al comandante. L'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali, associazione di penalisti, è arrivato a parlare di "disegno (criminoso)".










