di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2019
La Cassazione e il caso di un uomo che sparò al ladro in fuga: ci sarà un nuovo processo grazie al "grave turbamento". Giovanni Capozzo, di Napoli, ha ucciso un ladro che aveva tentato di entrare in casa sua. Condannato in appello per omicidio colposo per eccesso di legittima difesa, ora potrebbe essere assolto.
La Cassazione ha infatti annullato la condanna con rinvio a un altro collegio della Corte d'Assise di Appello di Napoli: deve riesaminare il caso alla luce della nuova legge sulla legittima difesa, approvata ad aprile, con l'ex maggioranza giallo-verde.
Al centro della decisione della Cassazione, che ha depositato le motivazioni in questi giorni, c'è il concetto del "grave turbamento" attorno al quale ruota la legge voluta dalla Lega e votata anche da M5s. Per comprendere la decisione della Suprema Corte riassumiamo in breve i fatti che hanno portato a questa sentenza, la prima dopo l'approvazione della nuova legge. Una notte d'estate, un ladro prova ad entrare in casa Capozzo dal balcone della stanza dove dormono i figli. Capozzo sente i movimenti, si insospettisce, fa rumore.
Il ladro, a sua volta, si allarma e si rifugia in giardino. Capozzo lo scorge egli spara addosso 5 colpi, uccidendolo. Butta pure il corpo in un fiume. Quando viene scoperto, confessa l'accaduto. Per i giudici di primo grado è omicidio doloso.
Il 27 novembre del 2018,1a Corte d'Assise d'Appello di Napoli conferma la condanna ma derubrica il reato in omicidio colposo per eccesso di legittima difesa. Condannato, anche in Cassazione, per occultamento di cadavere.
Nel ricorso, gli avvocati Ercole Di Baia e Luigi Iannettone, tra l'altro, appellandosi al principio del favor rei, chiedono che i fatti ora siano valutati alla luce della nuova legge sulla legittima difesa. Proprio su questo punto ottengono una parziale vittoria: annullamento con rinvio. La terza sezione penale della Cassazione nelle motivazioni prima di tutto ribadisce che non si può sparare a un ladro che entra in una proprietà privata se non sta mettendo in pericolo le persone o non sta tenendo un comportamento tale da richiedere una reazione preventiva.
E a questo proposito, ricorda la giurisprudenza della Cedu a Strasburgo: "Le circostanze in cui la privazione della vita può trovare giustificazione devono essere interpretate in modo stretto". Quindi, anche con la nuova legge non sempre c'è legittima difesa. La Cassazione chiarisce che vige ancora il principio risalente al codice Rocco della doverosa proporzione tra offesa e difesa ma la legge di aprile rafforza il principio di autodifesa che già si era fatto largo in una prima modifica del 2006. Secondo la nuova legge c'è "sempre" legittima difesa quando si spara (o si usa un altro mezzo) per difendere se stessi o altre persone o "i beni propri e altrui quando non vi è desistenza evi è pericolo di aggressione".
Cioè se il ladro non fugge e vi è il rischio di una violenza. Fin qui l'interpretazione sarebbe dettata da fatti solo pressoché oggettivi. Ma con la nuova normativa, il lavoro dei giudici diventa scivoloso, si potrà assistere a sentenze di tipo opposto per fatti simili perché, nel caso di eccesso colposo nella legittima difesa, non è più punibile, come ha preso atto la Cassazione, se chi ha ucciso un ladro è mosso "da stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto", solo per la paura dell'aggressione personale odi chi gli è vicino.
Non per i beni. Ecco perché si spiega la decisione della Cassazione, di annullo con rinvio. Sulla base della nuova legge, i giudici di Napoli dovranno stabilire se l'imputato "pur eccedendo i limiti imposti dalla necessità" abbia ucciso "per la salvaguardia della propria o altrui incolumità, piuttosto che soltanto dei beni, poiché la nuova causa di non punibilità opera soltanto nel primo caso". E se sì, "se abbia agito in stato di minorata difesa ovvero di grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto".
Le due condizioni per essere assolti. La Cassazione ricorda che i giudici di merito hanno "rimproverato all'imputato di aver aperto il fuoco contro l'uomo che si era allontanato dal balcone (ma non dal domicilio), piuttosto che limitare l'uso dell'arma a scopo dissuasivo, esplodendo soltanto colpi in aria". Ma allo stesso tempo, nota ancora la Cassazione, i giudici che hanno condannato l'imputato, scrivono che agì "in stato di turbamento per difendersi... nella concitazione indotta dall'imminenza dell'indesiderata intrusione in casa, specificamente dove dormivano i figli minori".
Quindi, anche nella vecchia legge aveva un peso il concetto di azione mossa da "grave turbamento" ma adesso, nelle condizioni appena spiegate, non c'è la punibilità. Un concetto fluido, "un elemento psicologico", come lo definisce la Cassazione, con il quale i giudici devono avere a che fare e che potrà essere come una fisarmonica: si può allargare o si può stringere. Dipende dall'interpretazione.
Redattore Sociale, 15 dicembre 2019
Realizzato dalla regista Cristina Mantis e prodotto dal gruppo Gesco, un docu-film racconta la storia dello spazio collettivo di attività socio-riabilitative interno al carcere e rivolto alle persone detenute e con problemi di tossicodipendenza. Sarà presentato in anteprima nazionale nel carcere di Poggioreale lunedì 16 dicembre 2019 alle ore 9,30 il docu-film realizzato dalla regista Cristina Mantis e prodotto dal gruppo Gesco, che racconta la storia del Progetto IV Piano rivolto alle persone detenute e con problemi di tossicodipendenza.
Il Progetto IV Piano realizza da cinque anni un centro diurno socio-riabilitativo all'interno della Casa Circondariale di Poggioreale, ponendosi l'obiettivo generale di attuare la legge nazionale che garantisce ai detenuti le stesse prestazioni offerte ai cittadini liberi. È promosso dal Dipartimento Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro con la sua Unità Operativa Semplice Dipartimentale Strutture Intermedie in collaborazione con la Uos Serd Area Penale e in stretta integrazione con la Direzione della Casa Circondariale di Poggioreale e con il gruppo Gesco.
Il Progetto IV Piano ha delineato uno spazio collettivo di attività socio-riabilitative diverse all'interno della Casa Circondariale che ha la funzione di contenere la sofferenza legata alla privazione della libertà riempiendo lo spazio vuoto della detenzione.
Da oltre cinque anni nel Padiglione Roma il Progetto realizza laboratori di animazione artistica di tipo socio-riabilitativo (teatro, scrittura, sport, musica, giardinaggio, apprendimento della lingua per i migranti) con i detenuti che presentano problematiche di dipendenza e gestisce uno sportello per l'implementazione delle misure alternative alla detenzione.
Il Progetto offre anche l'opportunità di rielaborare la propria esperienza e di progettare un programma in una comunità terapeutica esterna più adeguato ad affrontare le problematiche individuali, con l'obiettivo di modificare i comportamenti a rischio legati all'uso di droghe che hanno spinto a commettere il reato.
Il docu-film sottolinea bene l'attenzione particolare dedicata nell'ultimo anno del progetto IV Piano alle relazioni affettive implementando gli incontri tra i detenuti e i loro familiari in aree della Casa Circondariale rese più "umane", come quella denominata "il giardino di dentro", uno spazio antistante il Padiglione Roma che è stato attrezzato, con la collaborazione attiva della Polizia Penitenziaria, con grandi aiuole con la finalità di realizzare uno spazio verde dentro il carcere.
Il film di Cristina Mantis restituisce il racconto di una strategia complessa condivisa dalle istituzioni pubbliche napoletane, penitenziarie e sanitarie con il concorso delle risorse del terzo settore, che ha sperimentato, realizzando importanti risultati, un modo innovativo di lavorare nell'area della penalità rivolta alle dipendenze.
La presentazione sarà l'occasione per far conoscere la proposta di una nuova e più ampia riconfigurazione del Progetto IV Piano frutto del confronto tra il Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria, il Direttore della Casa Circondariale e il Dipartimento Dipendenze con la sua Uosd Strutture Intermedie.
Interverranno: Antonio Fullone, Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria; Maria Luisa Palma, Direttore della Casa Circondariale di Poggioreale; Ciro Verdoliva, Direttore Generale della Asl Napoli 1 Centro; Riccardo De Facci, Presidente Nazionale del CNCA; Samuele Ciambriello, Garante Regionale dei Detenuti; Luigi Romano, Presidente Regionale dell'Associazione Antigone; Cristina Mantis, regista; Sergio D'Angelo, Presidente del gruppo di imprese sociali Gesco; Stefano Vecchio, Direttore del Dipartimento Dipendenze Asl Napoli 1 Centro.
Parteciperanno Marinella Scala, Responsabile Progetto IV Piano e Uosd Strutture Intermedie; Adriana Pangia, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli; Giulia Leone, Direttore del Padiglione Roma; Caterina Butera, Responsabile Uos SerD Area Penale; rappresentanti di Amnesty international.
monzaindiretta.it, 15 dicembre 2019
Recupero dei carcerati: questo il tema affrontato al Golf Club nel Parco di Monza. Un incontro organizzato da Rotary Monza con la partecipazione della Dott.ssa Pitaniello, Direttrice della Casa circondariale di Monza, e della Dott.ssa Lucia Scarpa che ha portato la sua testimonianza sui risultati ottenuti con la partecipazione dei carcerati alla "Maratona di lettura dell'Odissea", iniziativa nata in collaborazione con il Liceo Zucchi. In questa occasione il Rotary Monza ha donato 5.000 Euro alla Casa circondariale del capoluogo brianzolo a sostegno delle attività di reintegrazione dei reclusi.
La Casa circondariale di Monza nasce nel 1992. Ad oggi ospita circa 650 detenuti di sesso maschile appartenenti al circuito di media sicurezza: tra questi vi sono collaboratori di giustizia, ma anche persone affette da dipendenze e numerosi detenuti stranieri, circa il 40%.
Attualmente la struttura è in fase di trasformazione. L'obiettivo è ospitare 200 detenuti appartenenti al circuito di alta sicurezza (condannati per reati di criminalità organizzata) e riaprire la sezione femminile per includere circa 90 donne. Sarà inoltre aperta una falegnameria e anche gli alloggi del personale penitenziario saranno soggetti a lavori di adeguamento.
Durante l'incontro, la Dott.ssa Pitaniello ha esordito affermando che l'opinione pubblica è poco informata riguardo la realtà penitenziaria italiana e l'emarginazione in cui versano i carcerati una volta rientrati a far parte della società civile. La Pitaniello ha quindi ricordato che l'articolo 27 della Costituzione non va dimenticato e che è essenziale per la nostra società riabilitare le persone recluse affinché una volta uscite di prigione possano integrarsi e svolgere un lavoro e una vita onesti. Per fare ciò, lo studio del corretto percorso riabilitativo è fondamentale. Deve essere ben strutturato, a partire dal reato commesso, condizione essenziale per far intendere al detenuto la gravità dello sbaglio compiuto e indirizzarlo quindi verso un'attività che possa dare nuovo senso alla sua vita sia dal punto di vista personale, sia lavorativo.
Spesso purtroppo il sovraffollamento delle strutture carcerarie non permette di adottare percorsi riabilitativi idonei a tutta la popolazione carceraria. Ciò che si propone di fare la Casa circondariale di Monza è di portare all'attenzione di tutti un nuovo e ambizioso progetto che punta all'inserimento lavorativo dei detenuti come occasione di recupero sociale.
Le attività messe in campo sono molteplici. La prima si basa sui rapporti di collaborazione con ditte esterne dove i carcerati possono recarsi per imparare nel concreto un nuovo mestiere. Diverse sono le professioni tra cui scegliere: dal servizio di lavanderia, all'attività di assemblaggio di componenti metallici, fino al lavoro in pasticceria, sartoria o anche pelletteria. Oltre alle convenzioni con le aziende, la Casa circondariale di Monza offre ai reclusi la possibilità di imparare un impiego direttamente da un gruppo di insegnanti specializzati in diversi campi.
Da non dimenticare l'importanza delle attività culturali che rappresentano un fattore determinante nell'ambito del progetto di reinserimento. La Dott.ssa Pitaniello ha sottolineato come la cultura sia capace di fornire gli strumenti necessari per comprendere meglio sé stessi e raggiungere così una maggiore consapevolezza, per riflettere sugli errori commessi, in vista di un futuro migliore.
Oggi circa il 60% dei detenuti del carcere di Monza partecipa a un progetto teatrale che permette loro di intraprendere un percorso di reale cambiamento interiore. L'obiettivo è migliorare i rapporti all'interno dello stesso sistema carcerario e allo stesso tempo creare un dialogo tra "interno" ed "esterno", grazie a momenti di incontro con la comunità.
L'intervento della Dott. Scarpa ha poi messo in luce la sinergia nata tra gli studenti del Liceo Zucchi, coinvolti nella Maratona di lettura dell'Odissea del 18 ottobre scorso, e i detenuti che hanno preso parte al progetto.
Commenta così l'impegno, il Presidente Rotary Monza Mario Fontana: "Continuiamo a sostenere iniziative di valore per il territorio e perseveriamo nel supportare le persone, tutte le persone, senza distinzioni. Le carceri vengono spesso dimenticate e i detenuti lasciati senza possibilità di riscatto. Non possiamo e non dobbiamo dimenticarci di loro."
Non è la prima volta che il Rotary Monza sostiene iniziative che coinvolgono il mondo delle carceri, dell'inclusione e della cultura. Lo scorso 25 ottobre, insieme ai distretti Rotary 2041 e 2042, è andato in scena al Teatro Manzoni di Monza un concert show realizzato dai detenuti della Casa di Reclusione Milano Opera e dall'associazione Eventi di Valore all'interno del "Laboratorio artistico del Musical". Uno show portatore di valori positivi espressi dai detenuti attraverso il loro percorso di cambiamento e di ravvedimento a favore del progetto di eradicazione della poliomielite End Polio Now.
Dichiara il Presidente Rotary Distretto 2042, Giuseppe Navarini: "Mi congratulo con il Rotary Monza per la splendida iniziativa che sta sostenendo. Quello delle carceri è un tema a cui prestiamo grande attenzione e che cerchiamo di supportare in ogni modo possibile. Sono certo che il contributo dato a questo nuovo progetto, in corso alla Casa circondariale di Monza, porterà a un sincero e positivo cambiamento per il territorio".
ildispaccio.it, 15 dicembre 2019
"Politica e agenzie educative in grave ritardo, serve un cambio di passo". Una prima fotografia del fenomeno della violenza sulle donne in Calabria è quella che si presenterà il prossimo 16 dicembre nella sala Calipari del Consiglio regionale della Calabria.
Lo annunciano Mario Nasone e Giovanna Cusumano, rispettivamente coordinatore e vice coordinatore dell'Osservatorio regionale sulla violenza di genere, organismo voluto dal Consiglio regionale come strumento per approfondire la conoscenza di questa vera e propria emergenza sociale che, in Calabria, anche alla luce di complesse dinamiche, si presenta con aspetti ancora più preoccupanti.
La conoscenza diventa, pertanto, un passaggio importante per costruire un sistema di monitoraggio del fenomeno che sia quanto più possibile valido per contrastarlo. Un modo per accendere i riflettori su una condizione sociale che è stata finora sottovalutata e trascurata, anche a causa della mancanza di dati utili a documentarne l'estensione e la gravità.
Un rapporto che farà emergere anche i gravi ritardi con i quali la politica e le agenzie educative hanno, ad oggi, affrontato la problematica della violenza sulle donne.
La presentazione del rapporto sarà, quindi, l'occasione per sensibilizzare le istituzioni e tutta la comunità calabrese che avrà così modo di conoscere le buone prassi intraprese.
L'incontro si aprirà con una lettura scenica di una lettera di una delle tante calabresi, diventate donne-simbolo contro la violenza, Maria Antonietta Rositani, la quale, dal letto dell'ospedale di Bari dove si trova ricoverata da tantissimi mesi e da dove sta combattendo la sua battaglia per la vita, ha voluto inviare a tutti noi il suo messaggio di denuncia e di coraggio.
A commentare i dati, a presentare esperienze e proposte su come migliorare il sistema di prevenzione e protezione, parteciperanno ricercatori, magistrati, forze dell'ordine, centri antiviolenza, operatori sociali e rappresentanti delle istituzioni politiche nazionali e regionali.
Il programma dei lavori, che si svolgeranno c/o la sala Calipari del Consiglio regionale Lunedi 16 Dicembre con inizio alle ore 15, prevede i saluti di Nicola Irto Presidente Consiglio regionale della Calabria, Massimo Mariani Prefetto di Reggio Calabria, Luciano Gerardis Presidente Corte d'appello, il Molise, Maurizio Piscitelli Ufficio scolastico regionale.
I lavori saranno introdotti daMario Nasone, coordinatore Osservatorio regionale sulla violenza di genere, la lettura scenica della lettera di Maria Antonietta Rositani sarà affidata a Walter Cordopatri della scuola regionale di recitazione, la presentazione del rapporto sarà curata da: Giovanna Vingelli, ricercatrice dell'Unical, Domenico Tebala dell'Ufficio territoriale Istat.
Previsti gli interventi di Antonio Gioiello del Centro Fabiana Luzzi Corigliano, Maurizio Vallone Questore di Reggio Calabria, Giuseppe Battaglia Comandante provinciale carabinieri Reggio Calabria, Giovanna Petrocca Questore di Cosenza, Maria Grazia Muri vice-presidente Ordine Regionale Assistenti Sociali, della Sen. Valeria Valente Presidente commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno del femminicidio, Coordina i lavori Caterina Ermio componente osservatorio regionale sulla violenza di genere e le conclusioni saranno affidate a Giovanna Cusumano vice coordinatore osservatorio regionale sulla violenza di genere.
E' stato richiesto all'ordine regionale degli assistenti sociali e degli avvocati di Reggio Calabria l'attribuzione di crediti formativi. Ai partecipanti sarà consegnata pubblicazione rapporto che contiene anche contributi su buone prassi e documentazione delle attività dell'osservatorio.
di Franco Corleone
L'Espresso, 15 dicembre 2019
Ci sono molte ragioni per essere lieti della elezione all'unanimità di Marta Cartabia alla Presidenza della Corte Costituzionale non solo perché è la prima donna ma anche per il ruolo che ha avuto in importanti decisioni. Ricordo che nel febbraio 2014 ero presente all'udienza che doveva decidere della incostituzionalità della legge criminogena Fini-Giovanardi sulle droghe.
di Nicola Galati
extremaratioassociazione.it, 15 dicembre 2019
Alcune riflessioni dopo l'ennesimo scontro frontale tra politica e magistratura. Un'analisi a margine dell'inchiesta riguardante la Fondazione Open vicina a Matteo Renzi, per capire quali sono le responsabilità dei partiti e quali quelle dei togati, quali quelle del legislatore e quali quelle del potere giudiziario.
di Manuela Galletta
giustizianews24.it, 15 dicembre 2019
Può una persona redimersi dagli errori commessi? Può una persona, che ha scontato la sua pena e si è perfettamente reinserita nella società, essere giudicata per ciò che è diventata e non guardata sempre e solo attraverso la lente del pregiudizio? La risposta ad entrambe le domande è ovviamente affermativa. Eppure c'è un ex ministro che non si fa scrupolo nel riservare parole cariche di odio e di disprezzo verso un uomo la cui "colpa" di oggi è quella di avere ottenuto, per volere del sindaco di Napoli, l'incarico di Garante dei detenuti.
L'ex ministro in questione è Matteo Salvini, leader della Lega. Il bersaglio del suo livore è Pietro Ioia, tornato in libertà nel 2002 dopo 22 anni di reclusione per traffico di stupefacenti e negli ultimi 18 anni impegnato nel sociale senza mai incappare in alcun nuovo guaio con la giustizia.
"Sono stato nel carcere di Poggioreale e ho ascoltato chi grida al mondo la vergogna e lo schifo per la nomina di uno pseudo-garante di detenuti con una carriera da spacciatore di morte alle spalle - sono state le parole di Salvini nella conferenza stampa convocata ieri, venerdì 13 dicembre, dopo la visita nel penitenziario partenopeo finalizzata esclusivamente a dialogare con gli agenti della Penitenziaria - Mettetevi nei panni di un agente che ogni giorno si confronta con una popolazione di 2mila delinquenti e si ritrova a dovere essere sottoposto al giudizio e all'umore di uno che è stato condannato ad anni ed anni di carcere, grazie a quel genio di De Magistris".
Ora, la nomina di Pietro Ioia a Garante dei detenuti del Comune di Napoli - al pari di ogni altra nomina - può legittimamente essere disapprovata e anche criticata. Ci si può legittimamente chiedere se quella di de Magistris sia stata la scelta più giusta. Tuttavia esibire con tale naturalezza parole come "vergogna e schifo" non significa disapprovare: vuol dire denigrare, insultare. Denigrare e insultare un uomo per ciò che è stato una quarantina d'anni fa, prima di entrare in prigione, dove ha pagato il conto con la giustizia e dove - anche grazie all'amministrazione penitenziaria e agli agenti della Penitenziaria - ha cominciato quel percorso che gli ha consentito, una volta uscito di galera, di dare un calcio al suo oscuro passato.
Ma per Salvini Pietro Ioia non merita alcuna seconda occasione. Per Salvini Pietro Ioia è ancora "quello che è stato condannato ad anni ed anni di carcere". Come se tutto quello che è venuto dopo la condanna, non è mai esistito. Come se il nuovo Ioia, in questi ultimi venti anni, non sia esistito.
Ci soffermeremmo anche a spiegare all'ex ministro perché questo approccio è sbagliato, ma soprassediamo perché convinti che la polemica montata contro Ioia sia volutamente strumentale e per questa ragione la scelta delle sue parole è ancora più odiosa.
Non da oggi Matteo Salvini si è presentato come paladino delle forze dell'ordine. Non da oggi Matteo Salvini ha provato a dividere il mondo in buoni e cattivi, facendo intendere di essere dalla parte da lui presentata come "giusta" e gettando in questa cerchia le basi per il consenso elettorale cui attingere all'occorrenza.
E, allora, era inevitabile che Salvini interpretasse i sentimenti dei sindacati della Penitenziaria (che hanno duramente attaccato Ioia) procedendo con la fucilazione di Ioia a mezzo stampa. Un gioco strumentale e disgustoso, che si sta consumando sulla pelle di una persona che è riuscita - e questo le fa onore - a rimettersi nei binari della legalità dopo avere pesantemente deragliato. Un gioco vergognoso che, per paradosso, getta fango finanche su quello che dovrebbe essere presentato, con vanto, come un successo dello Stato civile di diritto: il recupero e il reinserimento di un detenuto nella società.
askanews.it, 15 dicembre 2019
Visita Salvini a Poggioreale? "Chiedo al ministro Bonafede se un leader politico può tenere un comizio in un carcere". Per il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, sulla nomina da parte del comune di Napoli di Pietro Ioia, ex detenuto, come garante dei detenuti "c'è stata anche un po' troppa strumentalizzazione politica" e che la decisione, invece, dovrebbe essere vista come "un messaggio che chi ha sbagliato può diventare testimone di giustizia".
"Non capisco perché viene data una lettura di contrapposizione a questa nomina che invece va proprio nella direzione della composizione di quelli che sono anche stati dei conflitti sociali. - continua il primo cittadino che poi commenta anche la visita di venerdì da parte del leader della Lega, Matteo Salvini nel carcere di Poggioreale, a Napoli, per protestare contro la nomina di Ioia - Non mi è mai capitato di vedere che un leader politico, ex ministro dell'Interno vada a fare un comizio in un carcere. Chissà cosa ne pensa il ministro della Giustizia di tutto questo perché non mi sembra una cosa proprio normale. Bisogna capire chi ha consentito questo, chi ha cavalcato e chi pensa di utilizzare delle funzioni per attaccare il sindaco di Napoli".
Infine si sofferma sulla richiesta al ministro Bonafede da parte dei sindacati della polizia penitenziaria di impugnare l'atto da lui firmato: "Facessero quello che vogliono, non capisco tutta questa preoccupazione, io sto dalla parte della polizia penitenziaria, dalla parte di Pietro Ioia, dalla parte della giustizia e dalla parte di quelli che hanno sbagliato e vogliono non sbagliare più. Vedo troppa strumentalizzazione politica, si dovrebbero abbassare un po' i toni altrimenti comincio a pensar e che qualcuno ha paura del garante dei detenuti".
I Radicali: "Serve impegno di tutte le forze politiche per agenti e detenuti"
All'indomani della visita di Matteo Salvini nel carcere di Poggioreale, per testimoniare la propria vicinanza alla polizia penitenziaria, i Radicali per il Mezzogiorno Europeo sono tornati a esprimersi sia in difesa della nomina di Pietro Ioia a Garante dei detenuti per la città di Napoli che sulle condizioni del maggior carcere partenopeo. In particolare, è intervenuto l'avvocato Raffaele Minieri, leader dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo e membro della direzione nazionale di Radicali Italiani. Minieri ha rivendicato come i Radicali, a partire da Marco Pannella, abbiano sempre posto in evidenza non solo le condizioni di vita dei detenuti ma anche quelle di lavoro della polizia penitenziaria.
I Radicali, alla luce della visita di Salvini, lanciano la sfida alla politica affinché questa provveda a sanare le numerose criticità che albergano nel carcere di Poggioreale e annunciano nuovi ingressi nelle carceri cittadine per i prossimi giorni. Queste le parole di Raffaele Minieri: "Il primo effetto positivo della nomina di Pietro Ioia è l'attenzione che finalmente la politica tutta rivolge a Poggioreale. Si tratta di una struttura che ha bisogno di impegno di tutte le forze politiche.
Sono anni che denunciamo il sotto organico della polizia penitenziaria, l'inadeguatezza delle piante organiche, le difficoltà concrete vissute dagli agenti che si trovano spesso costretti a supplire alla carenza di educatori o a trovare soluzioni per la scarsità di risorse sanitarie per i detenuti. Pannella ha testimoniato da sempre il vero interesse per le condizioni degli agenti. È stata l'unica voce a denunciare il numero elevatissimo di suicidi fra gli agenti.
Speriamo che la vicinanza testimoniata dal Senatore Salvini alla polizia penitenziaria si traduca in un impegno effettivo in tal senso perché migliorare le condizioni di tutti gli operatori del carcere (agenti, educatori, medici, etc.) vuol dire migliorare le condizioni dei detenuti. Il secondo dato positivo è che le omissioni sulle condizioni di sovraffollamento e di degrado assoluto di alcuni padiglioni, sull'assenza di sufficienti fondi per attività di recupero e per la sanità dimostrano la necessità di un punto di vista diverso e di una voce capace di raccontare e spiegare come vivono i cittadini detenuti, cioè la necessità di un Garante come Pietro Ioia.
Nei prossimi giorni torneremo a visitare gli istituti penitenziari della città metropolitana di Napoli per continuare a sollecitare le istituzioni e la politica a prendersi carico della situazione carceraria a prescindere dalla polemica politica in vista delle elezioni regionali in Campania".
di Flavio Coppola
orticalab.it, 15 dicembre 2019
Operatori allo stremo e non un solo psicologo Carlo Mele, garante dei detenuti della provincia di Avellino, rilancia l'allarme per quella che ormai è una vera e propria emergenza quotidiana: "Non sono più istituti di pena, ma una vera Babilonia. Nessun reinserimento, zero assistenza e istruzione al palo: in una cella di 20 metri dormono anche in 6".
Aggressioni, problemi sanitari, infiltrazioni di sostanze stupefacenti o telefoni cellulari sono sempre di più all'ordine del giorno nelle carceri irpine. L'ultimo episodio, solo l'altro giorno, ha visto protagonista un detenuto che ha aggredito ben tre agenti. Perché?
Da una parte, per il sovraffollamento sempre più grave dei tre carceri di Avellino, Ariano e Sant'Angelo dei Lombardi; dall'altra, per la carenza pesante di personale. Nel mezzo, poi, si colloca drammaticamente la carenza di attività formative e persino di assistenza sanitaria, anche e soprattutto psichica. Non ha problemi, il Garante dei detenuti della provincia di Avellino, Carlo Mele, a definire il sistema penitenziario locale "una totale Babilonia".
Lo si può capire fin troppo facilmente leggendo i numeri. Il carcere di Bellizzi, realizzato per contenere 450 detenuti, ne ospita 600. Si tratta del carcere maggiore, che in più padiglioni ospita detenuti di tutti i tipi e per tutti i reati. Anche le donne. "In celle grandi al massimo venti metri quadrati - denuncia Carlo Mele - possono abitare anche 5 o 6 detenuti. C'è un tavolo e un bagnetto, e a volte bisogna fare i turni per decidere chi sta in piedi e chi sul letto". Un fatto, questo, per il quale l'Italia è di nuovo sotto la lente dell'Unione europea. Una barbarie.
Ad Ariano l'esasperazione del personale è tale che è già stato programmato uno sciopero per la fine del mese. Qui i detenuti dovrebbero essere 300, e sono 380. Per il 90 per cento si tratta di giovani provenienti dal Napoletano. E poi c'è la casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi, con 150 detenuti, per i quali sono previsti percorsi lavorativi.
Se le carceri implodono letteralmente "il personale - ricorda Carlo Mele - è ridotto al lumicino. Chi va in pensione non viene sostituito. I ricambi non ci sono e gli operatori, per gran parte, hanno un'età avanzata. Il concorso nazionale per 1200 nuovi ingressi in fase di definizione, ma i problemi sono gravi e impellenti".
I percorsi per il reinserimento e le prestazioni sanitarie, poi sono una vera e propria chimera. Anche qui, mancano i professionisti e i fondi. "L'istruzione non viene svolta perché le classi non si formano. - denuncia ancora Mele - Talvolta gli insegnanti si trovano di fronte a classi vuote. E' un vero e proprio caos organizzativo".
L'emergenza più grave è probabilmente quella dei servizi sanitari. In particolare per le cure psicologiche. "Moltissimi ragazzi, quasi sempre con problemi di droga, sono abbandonati a se stessi. - ricorda il garante - In tutte e tre le carceri irpine non c'è un solo psicologo. Un fatto clamoroso, che spesso concorre a determinare i ricorrenti episodi di violenza". Per legge, gli operatori psichiatrici dovrebbero svolgere nelle carcere un minimo di 15 ore a settimana.
"Ma siamo al massimo a due visite al mese". Il massimo dei disagi si verifica nella struttura di Ariano. Una situazione, insomma, non più sostenibile, che fa delle carceri irpine una vera e propria polveriera. "I nostri appelli - conclude il garante dei detenuti - al ministero della Giustizia, ormai, vengono sottoscritti anche dai direttori delle carceri. Ma il silenzio è assordante. Così organizzati, i penitenziari non svolgono più alcuna funzione rieducativa".
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 15 dicembre 2019
Esistono molte similitudini con gli jihadisti. A partire dall'uso della violenza. E dovremmo trattarli allo stesso modo. Parla l'ex agente speciale Ali Soufan. Lo scorso 10 settembre, un giorno prima dell'anniversario dell'attentato contro le torri gemelle Ali Soufan, ex agente speciale che ha investigato casi di terrorismo internazionale altamente sensibili e complessi, tra cui i bombardamenti e l'attacco alla Uss Cole, oltre agli eventi legati proprio all'11 settembre, ha parlato alla House Committee on Homeland Security (Comitato della Camera sulla Sicurezza Interna). Il tema del suo intervento sulle minacce legate al terrorismo globale non era focalizzato solo sullo stato dei gruppi jihadisti, ma sull'evoluzione del suprematismo bianco.
Dice Soufan nel suo intervento: "Non è solo il terrorismo jihadista a minacciare gli Stati Uniti. [...] I suprematisti bianchi sono stati responsabili di tre volte più morti negli Stati Uniti rispetto agli islamisti. [...] Da Pittsburgh a Poway, da El Paso a Charlottesville, l'estremismo suprematista affligge regolarmente gli Stati Uniti, e questa minaccia non ha una natura solo locale ma sta manifestando le sue caratteristiche transnazionali".
Proprio in settembre, la sua organizzazione, il Soufan Center, che si occupa di fornire risorse, ricerche e analisi legate a problemi di sicurezza globale e minacce emergenti ha pubblicato un report dal titolo: "L'ascesa transnazionale del violento movimento suprematista bianco". Secondo lo studio, più di 17 mila persone provenienti da 50 Paesi, compresi gli Stati Uniti, hanno viaggiato in Ucraina negli ultimi anni per combattere sia per le forze pro-ucraine che per quelle russe.
Nel vostro rapporto affermate che esistono similitudini tra il suprematismo bianco e gli jihadisti?
"Se osserviamo come si sta sviluppando il suprematismo bianco notiamo parallelismi con l'evoluzione dei gruppi jihadisti nella seconda metà degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta: come gli jihadisti, i suprematisti bianchi giustificano l'uso della violenza come autodifesa intrinsecamente necessaria a combattere la violenza degli avversari. Entrambi i gruppi utilizzano spesso metafore nei loro scritti propagandistici che riflettono la convinzione che le società cui appartengono siano sotto assedio e che solo la violenza possa fermare gli "invasori". Gli jihadisti, identificano i nemici nell'Occidente che cerca di distruggere l'Islam mentre gli estremisti suprematisti bianchi temono il multiculturalismo, l'immigrazione che porterebbe a quella che definiscono l"islamizzazione" della società. La violenza diventa così mezzo della "guerra ideale" che conducono ma anche modello per reclutare altri sostenitori. E finisce per generare identità. La minaccia alla propria identità che questi gruppi percepiscono li rende uno lo specchio dell'altro".
I combattenti di cui parlate sono estremisti di destra, suprematisti bianchi che viaggiano in Ucraina seguendo un percorso che ha delle analogie con il movimento dei combattenti jihadisti in Siria...
"L'Ucraina è per i suprematisti proprio quello che la Siria è stata negli anni recenti per gli jihadisti. E svolge la funzione che prima ha assolto l'Afghanistan. L'Ucraina ha un effetto galvanizzante, è un luogo di reclutamento, addestramento, combattimento e finanziamento e i suprematisti vi si recano per combattere sia su lato russo che su quello ucraino. La maggior parte dei foreign fighters in Ucraina proviene dalle regioni più prossime, Bielorussia, Germania, Georgia. Non è diverso da quello che abbiamo vissuto con l'Isis. Uno dei gruppi di destinazione è il Battaglione Azov, una forza filo ucraina che ha reclutato attivamente combattenti stranieri, motivati da una ideologia neonazista. A dimostrazione del carattere transnazionale della minaccia, proprio il Battaglione Azov ha relazioni con i membri della divisione Atomwaffen, e non i sostenitori statunitensi di The Rise Above Movement (Ram), gruppo descritto dall'Fbi come "organizzazione estremista suprematista bianca" basata nel Sud della California".
Anche le parole usate dai gruppi suprematisti raccontano una prossimità con i gruppi jihadisti...
"Sì, i gruppi suprematisti stanno anche mutuando una narrazione del mondo dai movimenti jihadisti. Un'organizzazione basata negli Stati Uniti ha adottato, come nome per una piattaforma social che collega vari elementi di estrema destra, il nome The Base, la base. La base era il nome selezionato da Osama bin Laden per il suo gruppo: tradotto in arabo è, appunto, Al Qaeda. La propaganda serve a esporre la propria ideologia e ad avvicinare nuovi sostenitori. Per gli jihadisti sono i video di martirio e decapitazione, per i suprematisti bianchi è lo streaming degli attacchi, come nel caso di Christchurch, l'attacco in Nuova Zelanda. Prima della carneficina l'attentatore pubblicò un lungo manifesto di 74 pagine in cui aveva razionalizzato il suo massacro come una protesta contro la "sostituzione etnica", cioè l'idea che i musulmani stessero cercando di cancellare la cultura bianca europea. Difendeva l'idea di combattere la sua "guerra santa" per purificare la società, esattamente come gli jihadisti. Questi manifesti, le dirette, l'esaltazione della violenza, l'uso in generale delle piattaforme internet come strumento di diffusione del messaggio, servono ad avvicinare le parti più vulnerabili della società".
Nel rapporto sostenete che "giocare sulle paure per monetizzare l'odio e la discordia è un grande affare". Quali sono i principali modi di finanziamento del suprematismo bianco?
"Non essendo considerati gruppi terroristici i suprematisti bianchi hanno modi trasparenti e legali di finanziamento. Sia il crowdfunding che le criptovalute sono un metodo diffuso di finanziamento per i gruppi suprematisti. Molti hanno sfruttato le piattaforme social per creare contenuti e cercare finanziamenti attraverso sistemi di pagamento che facilitano le transazioni peer-to-peer (P2p). Non è possibile quantificare con precisione la portata del potere finanziario dei gruppi suprematisti ma possiamo ritenere che sia molto significativa e che essi abbiano potuto avvalersi di donatori che condividono la loro ideologia".
Come ricordava, il suprematismo bianco è responsabile di più morti in America che gli attacchi terroristici di matrice jihadista dopo l'11 Settembre. Per anni, l'Fbi ha generalmente descritto gli estremisti violenti di destra o come "razzisti" o come "terrorismo domestico", e gli estremisti violenti ispirati da gruppi militanti islamici come al Qaeda e lo Stato islamico come "terrorismo internazionale"...
"Sfortunatamente l'America non ha trattato per lungo tempo il suprematismo bianco come ha trattato la minaccia dei gruppi jihadisti. Ha molto a che fare con la politica e molto con la nostra percezione del pericolo che questi gruppi rappresentano. Ma dobbiamo cominciare a relazionarci diversamente con questa minaccia. Lo scorso 30 ottobre il direttore dell'Fbi Christopher Wray ha detto al Congresso che i neonazisti americani pesano sempre di più a livello internazionale e ha affermato che gli estremisti siano motivati da ragioni razziali e confermato i reclutamenti on line e i viaggi di addestramento. Recentemente l'Fbi ha arrestato, in Kansas, un soldato con l'accusa di condividere le istruzioni di fabbricazione di bombe su Facebook. Ha dichiarato in Tribunale di essere stato guidato da un ex soldato dell'esercito che era andato a combattere a fianco di un gruppo estremista in Ucraina, Craig Lang, un ex soldato dell'esercito statunitense che nel 2016 si sarebbe unito a Right Sector, un gruppo paramilitare nazionalista ucraino di estrema destra, impegnato nella lotta contro i separatisti russi. È solo una delle conferme della minaccia terroristica interna".
In un recente articolo che ha scritto per il New York Times sostiene che dal 2001 un lungo elenco di persone sia stato incriminato con l'accusa di sostenere materialmente gruppi terroristici vicini ad Al Qaeda, ma che per il terrorismo interno le accuse di sostegno economico, materiale sono impossibili perché - lei scrive - "non esiste un meccanismo per designare gruppi terroristici domestici in quanto tali e le accuse di terrorismo interno sono più difficili da dimostrare e comportano sanzioni inadeguate alla gravità del reato"...
"Sì, anche l'attentatore di Oklahoma City, Timothy McVeigh, il caso più grave di terrorismo domestico nella storia della nazione, non è stato accusato di alcun reato di terrorismo. Quello che auspichiamo è che l'Fbi segua il modello inglese, sulla scia dell' MI5, rispettando le libertà costituzionali ma aggiornando la legislazione post 11 settembre per equiparare i gruppi terroristici locali e quelli stranieri. Solo così le forze dell'ordine potranno monitorare adeguatamente i gruppi e fornire prove ai pubblici ministeri".
In questi mesi abbiamo assistito alla presunta morte di Hamza Bin Laden e alla morte di Abu Bakr al Baghdadi. Cosa rappresenta la morte di Baghdadi per Isis e in cosa è diversa dalla morte di Osama Bin Laden per le sorti di Al Qaeda?
"Dal punto di vista dell'ideologia, questi gruppi non si esauriscono con la morte del leader, non dobbiamo confondere la morte del capo con la fine del messaggio. In passato la morte di Bin Laden ha dimostrato di avere rafforzato Al Qaeda anziché indebolirla. E non perché Zawhahiri sia un leader migliore di lui, ma perché gli eventi in Siria e in Iraq hanno dato al gruppo un'opportunità di rafforzare il proprio messaggio, il reclutamento e l'azione. E soprattutto di raccogliere il vantaggio che i disordini e i vuoti politici hanno dato ai fondamentalismi.
Pensare di aver sconfitto - attraverso la morte del leader - i fattori che contribuiscono allo sviluppo e alla diffusione di una ideologia è pura illusione. Negli ultimi vent'anni le politiche antiterrorismo si sono rivelate un boomerang. Se non facciamo attenzione ai complessivi aspetti geopolitici del gruppo rischiamo di non riuscire a prevedere cosa accadrà. Penso che al momento della morte di Bin Laden Al Qaeda fosse pronta alla transizione, il tentativo era esattamente attraverso Hamza bin Laden, il figlio prediletto di Osama. Per l'Isis è tutto diverso, molti numeri due dell'organizzazione sono stati uccisi, e molti sostenitori non sanno nemmeno chi sia il nuovo Califfo, non sanno il vero nome, non conoscono il suo volto. Isis tornerà a operare con modalità insurrezionali, forse i gruppi, Isis e al Qaeda, si avvicineranno o si coordineranno, come stanno facendo nel Sahel".
Molto è cambiato nel nord est della Siria negli ultimi mesi, l'offensiva turca in Rojava, e la decisione di Istanbul di cominciare a deportare i foreign fighters e le loro famiglie. Cosa si aspetta?
"Stiamo chiedendo a gran voce ai governi occidentali di definire una linea, abbiamo visto cosa è accaduto dopo l'Afghanistan, molti Paesi non volevano accettare indietro i propri cittadini che avevano combattuto. Non dobbiamo e non possiamo ripetere i medesimi errori. Allora il mondo si accorse in ritardo di avere un problema con il reclutamento del fondamentalismo islamico, se ne accorse l'11 settembre. È un fenomeno già visto, ed è esattamente ciò cui stiamo assistendo con i foreign fighter e le loro famiglie nel nord est della Siria e in Iraq. Se non capiamo come fare, chi debba essere processato, chi vada aiutato con progetti di deradicalizzazione vedremo un film già visto.
Tenere i bambini in questi campi profughi significa alimentare inesorabilmente la possibilità che siano terreno fertile di un reclutamento futuro. Io credo che il sistema giudiziario dei Paesi europei sia solido abbastanza per poter far fronte al problema, se ci voltiamo dall'altra parte, senza potenziare il sistema giuridico o i percorsi di deradicalizzazione, passerà del tempo, i detenuti usciranno di prigione - qualcuno di loro è già fuggito - e immaginate cosa significherà quando saranno sparsi per il mondo, cercando un altro luogo che unifichi il loro messaggio, e cercheranno di colpire i loro governi, i Paesi da cui provengono e che li hanno rifiutati, le loro comunità di origine. Abbiamo l'opportunità di trovare una soluzione ora e i governi europei non possono abdicare questa responsabilità verso i propri cittadini. Soprattutto sulla riabilitazione dei bambini. Non farlo significa alimentare i problemi del futuro.
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