Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2019
"Gravi infiltrazioni di Cosa nostra negli apparati dello Stato". L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai pm Francesca Dessì e Geri Ferrara, ruota attorno a Nicosia, per anni impegnato nelle battaglie per i diritti dei detenuti e collaboratore parlamentare della deputata di Italia Viva, Giusy Occhionero. Per il giudice: "Gravemente inconsapevole" o "connivente"
È stato convalidato il fermo di Antonello Nicosia, ex collaboratore di una deputata e attivista radicale, e il boss di Sciacca Accursio Dimino, accusati di associazione mafiosa dalla Dda di Palermo. Il gip ha convalidato il provvedimento e accolto la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dai pm. Stessa decisione per Luigi e Paolo Ciaccio e Massimo Mandracchi, gli altri tre indagati per favoreggiamento.
Il giudice parla di "infiltrazioni gravissime di Cosa nostra negli apparati dello Stato strumentalizzati per fini apparentemente nobili, in realtà volte ad alleggerire il rigore della detenzione dei mafiosi". Il riferimento è ai rapporti di Nicosia con la deputata Giusy Occhionero di cui l'uomo era collaboratore parlamentare. Ed è pesantissima la valutazione sull'esponente politica. Secondo il gip, l'avvocatessa entrata in Parlamento nelle file di Leu, facendosi accompagnare nelle visite in carcere ai boss da Nicosia, senza aver fatto alcun controllo sul suo passato (il Radicale aveva una precedente condanna per traffico di droga a 10 anni e sei mesi) dimostra o "un grave difetto di consapevolezza" oppure "una connivenza".
Sospendendo il giudizio sulla posizione della Occhionero, al momento non indagata, il gip sottolinea però che "tramite un messaggio proveniente dalle carceri può essere ben ordinato un omicidio e garantita l'operatività di Cosa nostra. con permanente giustificazione obiettiva del regime di carcere duro denominato 41bis". Il gip di Sciacca si è dichiarato incompetente per materia (l'associazione è di competenza distrettuale) e ha restituito gli atti alla procura di Palermo.
L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai pm Francesca Dessì e Geri Ferrara, ruota attorno a Nicosia, per anni impegnato nelle battaglie per i diritti dei detenuti e collaboratore parlamentare della deputata di Italia Viva, Occhionero.
Oltre a progettare omicidi ed estorsioni insieme al boss di Sciacca Dimino, tornato al vertice del clan dopo la scarcerazione, Nicosia entrava nelle carceri di massima sicurezza con la Occhionero e, utilizzando il suo ruolo di collaboratore della deputata, secondo la Dda, incontrava boss detenuti, portava all'esterno informazioni riservate e sollecitava interventi della donna nell'interesse di capomafia del calibro di Filippo Guttadauro, cognato del latitante Matteo Messina Denaro.
Ieri Nicosia, rispondendo al gip, ha sostenuto di aver millantato un potere che non aveva. L'indagato ha poi definito "inopportune" le parole offensive usate verso il giudice Falcone e le espressioni di stima riservate al boss latitante Matteo Messina Denaro.
Al Gip ha risposto anche il boss Dimino che pur ammettendo i suoi rapporti con Cosa nostra - è già stato condannato due volte per mafia - ha detto di aver cessato il suo legame con l'associazione criminale dopo il 2016, data della sua ultima scarcerazione.
di Maria Brucale*
Il Riformista, 8 novembre 2019
Togliere poteri ai direttori a favore dei comandanti di Polizia penitenziaria significa svilire il loro ruolo di garanzia e la centralità della funzione rieducativa. Le regole penitenziarie europee - indicate nella raccomandazione dell'11 gennaio 2006 del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa agli Stati membri - esprimono con chiarezza un concetto: "Gli istituti penitenziari devono essere posti sotto la responsabilità di autorità pubbliche ed essere separati dall'esercito, dalla polizia e dai servizi di indagine penale".
corrierepl.it, 8 novembre 2019
"Non esiste alcun pericolo di militarizzazione per le carceri italiane derivante dalle minuscole modificazioni legislative in discussione", commenta Francesco Laura, Vice Presidente dell'Unione Sindacati Polizia Penitenziaria (U.S.P.P.) e Responsabile degli iscritti dirigenti di Polizia Penitenziaria.
di Cinzia Valente
gnewsonline.it, 8 novembre 2019
Domenica 10 e lunedì 11 novembre andrà in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano lo spettacolo Il Decameron delle donne liberamente ispirato al romanzo della scrittrice russa Julia Voznesenskaja. Nella prima rappresentazione, che risale a trent'anni fa, sono protagoniste alcune donne rinchiuse in un reparto maternità, allontanate dai loro bambini a causa di un'infezione, che raccontano storie di vita ispirandosi a Boccaccio. La cornice è quella di un ospedale di Leningrado. Una metafora della dura realtà del gulag vissuta dalla scrittrice prima dell'esilio in Germania.
Quest'opera ha segnato l'inizio del percorso di Donatella Massimilla regista e drammaturga, nel coinvolgimento delle detenute di San Vittore nell'attività teatrale. Un lungo viaggio artistico 'al femminilè in cui Donatella rivela il significato della prigionia e dell'isolamento, il senso dell'attesa e della speranza che determina la creazione del Cetec (Centro Europeo Teatro e Carcere) e della compagnia teatrale Dentro/Fuori San Vittore.
Sul palco lo spettacolo è riproposto in una nuova veste con interpreti "storiche", come Olga Vinyals Martori, Gilberta Crispino e la stessa Donatella Massimilla, affiancate da giovani attrici detenute ed ex detenute. La regista adatta i testi originari per la compagnia di San Vittore, includendo nuove storie delle attrici del Cetec e dando corpo così a esperienze, sogni e desideri. "È dentro e fuori il carcere milanese - afferma Massimilla - che si svolgono da anni incontri ravvicinati con l'arte scenica, in modo continuativo, sia nella sezione maschile che in particolare nella sezione femminile, progetti artistici ospitati negli ultimi anni con grande attenzione dal Piccolo Teatro di Milano".
torinoggi.it, 8 novembre 2019
Oggii a Palazzo Lascaris, dalle 11, "Non solo carcere, l'esecuzione penale esterna in Piemonte". La giustizia di comunità e gli Uffici dell'esecuzione penale esterna al carcere (Uepe) sono una scommessa importante per la giustizia e per la società. Aiutare chi commette reato a rendersi conto del danno inferto alle vittime e alla collettività costituisce infatti la premessa fondamentale nell'attivazione di percorsi di riabilitazione attraverso lavori di pubblica utilità e attività di volontariato a favore del territorio. La carenza di risorse e la scarsa conoscenza di tale realtà rappresentano, però, un ostacolo alla messa in atto di tali percorsi.
"Non solo carcere: l'esecuzione penale esterna in Piemonte", l'incontro che si svolge domani - venerdì 8 novembre - alle 11 nella Sala delle Bandiere di Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte, è l'occasione ideale per far luce su tale realtà in ambito regionale. All'incontro - promosso, introdotto e moderato dal garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano - intervengono il direttore e il funzionario di servizio sociale dell'Ufficio interdistrettuale dell'esecuzione penale (Uiepe) di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta Domenico Arena e Tiziana Elia e i funzionari di servizio sociale dell'Uepe di Torino Lucia Elisa Azzarone e Andrea Pavese. Nel corso dei lavori verranno illustrati i dati di una recente ricerca sull'attività dell'Uepe di Torino e di Asti che fa luce su una situazione per molti versi allarmante.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 8 novembre 2019
Miniappartamenti comunali destinati agli anziani occupati abusivamente da esponenti dei clan che, contemporaneamente, imponevano il racket ai pizzaioli e ai negozianti del Centro storico. Il blitz che polizia e carabinieri hanno portato a termine nel ritiro di San Nicola al Nilo per cominciare a liberare gli alloggi, fa emergere due aspetti, entrambi decisivi per la vita e il futuro della città: la camorra che si infiltra nel tessuto abitativo della Napoli storica e turistica in una struttura che l'amministrazione comunale avrebbe dovuto gestire e proteggere e il grande disinteresse per la vita degli anziani.
È sotto gli occhi di tutti la pressione esercitata dalla malavita nella tanto decantata e visitata città d'arte, a cominciare dalle piazze controllate dai parcheggiatori abusivi, fino ai cantieri dove si fermano i lavori se non si paga il pizzo, come è accaduto a via Marina. Tuttavia,c'è una questione che sta diventando epocale e di cui si parla troppo poco, la condizione di isolamento e povertà degli anziani.
Stanno diventando sempre più irrilevanti, destinati ad un futuro incerto e difficile. Contano ogni giorno dimeno pur essendo in continuo aumento. Anche a Napoli, dove hanno sempre goduto del massimo rispetto e sono stati tenuti in grandeconsiderazione. Ma oggi il clima sta cambiando, tanto che Beppe Grillo aveva proposto di togliergli persino il diritto al voto.
La struttura di San Nicola al Nilo fu aperta negli anni della giunta Bassolino. Trenta miniappartamenti destinati a vecchi che sono ancora autosufficienti e che avrebbero potuto continuare la loro esistenza in modo sereno, senza l'angoscia di finire in un ospizio o peggio per strada. Al di là del numero che può sembrare esiguo, si tratta di una buona pratica, un modello che si poteva replicare altrove e che metteva al centro la condizione degli anziani. L'incuria e la mancanza di controlli hanno fatto si che sedici di queste abitazioni fossero occupate da persone che non ne avevano diritto.
C'è da chiedersi: dov'erano i funzionari e gli assistenti sociali che avrebbero dovuto vigilare su una struttura protetta, abitata da persone fragili? Perché nel momento del decesso di un occupante legittimo, il miniappartamento non veniva assegnato ad un altro anziano seconda la graduatoria prevista dal regolamento comunale? E come si intende gestire per il futuro questo complesso?
Nella città svilita c'è un decadimento anche delle persone, che riguarda la vita di chi è vecchio, che invece andrebbe sostenuta ed incoraggiata nel momento di maggior debolezza e fragilità. Oggi gli anziani sembrano essere un peso qualcosa di cui non parlare, persone scartate direbbe papa Francesco, sparite dal dibattito pubblico e con gli aiuti del welfare che sicuramente sono diminuiti, ma che forse potrebbero essere impiegati in modo più efficace.
Al di là della riduzione di budget, bisognerebbe andare a vedere le singole voci con cui sono impegnate le risorse per capire l'andamento dei servizi per la terza età. Ma quello che più colpisce è la mancanza di attenzione e di iniziative pubbliche a favore di chi è avanti negli anni. C'erano una volta le minicrociere, i pony della solidarietà, i soggiorni estivi, i nonni civici, fino alla busta di latte portata a domicilio. Iniziative di poco costo a cui se ne sarebbero potute aggiungere altre, utilizzando le nuove tecnologie. Uno dei pochi eventi messi in campo dal welfare comunale nei mesi scorsi"Nonno ascoltami",prevedeva che gli anziani si potevano recare in piazza del Plebiscito per misurare l'udito. Una lodevole iniziativa limitata a chi poteva camminare o aveva qualcuno che lo potesse accompagnare. Per il resto il vuoto. Ma chi ascolta oggi il grido di tanti anziani soli, poveri e malati nella nostra città? Perché toglierli anche la speranza di vivere gli ultimi anni della propria esistenza in una casa? Eppure più volte su questo giornale abbiamo segnalato lo scempio del ritiro di San Nicola al Nilo, ma come dice il vecchio detto: "non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire".
di Claudia Arletti
Venerdì di Repubblica, 8 novembre 2019
Nel carcere di Bollate, considerato all'avanguardia, Cosima Buccoliero lavora da diciotto anni. Oggi lo dirige e pensa che "guardare cose belle ci aiuta a essere migliori". Si potrebbe dire che infondo è una questione di sliding doors, porte girevoli. O che è tutta colpa del "cigno nero": un evento imprevedibile cambia per sempre il corso della vita.
Prendete queste due giovani donne, una che dice: "Da bambina sognavo di lasciare il mio paesino e di vivere in città, mi immaginavo all'università, mi vedevo bene come topo di biblioteca". E l'altra: "Da bambina volevo fare il soldato. Ero attratta dall'esercito e dalle missioni all'estero, ma volevo anche laurearmi in legge". Ora indovinate: chi è la guardia e chi la ladra?
Dante per tutti - Il paesotto di Bollate - consueta scenografia di svincoli - dà il suo nome ai carcere più innovativo d'Italia, che poi è anch'esso una piccola città: 1.204 detenuti, 149 detenute, e poi gli agenti e gli altri dipendenti, un via vai continuo di insegnanti, bibliotecari, volontari, registi, scrittori, scienziati che spiegano qualsiasi cosa, dalla Divina Commedia alle neuroscienze.
Nonostante l'ingresso squallido non lasci presagire niente di buono, ci sono un ristorante famoso (InGalera,prenotazione obbligatoria), tappeti colorati per i bebè, la biblioteca, le aule per il corso di ragioneria e per l'alberghiero, la scuola d'informatica, le serre, il cinema (inaugurato da Gabriele Salvatores), la falegnameria, celle aperte quasi tutto il giorno, detenuti che escono regolarmente per lavorare.
Con il fotorepoter Giampiero Corelli, che gira l'Italia per realizzare un libro fotografico sulla detenzione femminile, ci siamo concentrati sul mondo bollatese delle donne, quello minoritario e più trascurato. Perché sono finite qui? Che cosa pensano del penitenziario? Come immaginano il futuro?
Domande che sono state rivolte a un gran numero di loro, inclusa la direttrice, Cosima Buccoliero, una signora "paziente e un po' nevrotica" (parole sue), arrivata qui giovanissima, nel 2001: "Ho studiato a Bologna e uno degli esami complementari era Diritto penitenziario. Il carcere della Dozza mi aveva colpito... Ma quando ho partecipato al concorso non avevo idea del lavoro che avrei fatto. Oggi non cambierei".
Vive a Milano, con il marito e i due figli. SuYouTube c'è un suo intervento quasi ispirato: "Immaginate di trovarvi in una cella così affollata che le brande arrivano al soffitto e la luce naturale non passa, e i rumori vi stordiscono"; ma parlava in generale, non certo di Bollate, dove il sovraffollamento è niente e agli ergastolani è concessa la cella singola. A proposito, perché questo lusso? "Perché così stanno meglio".
E cosa pensa delle novità sull'ergastolo ostativo? giusto che anche chi non collabora con la giustizia acceda ai permessi ecc.? "Ogni vicenda è a sé, ed è sempre complessa. Mi sembra giusto che il magistrato decida caso per caso".
Un dato eccezionale - Bollate ha il tasso di recidiva più basso d'Italia: il 18 per cento contro la media del 70. Meraviglia. Ma perché, allora, non trasformare in tanti Bollate le altre carceri italiane? Cosa ci vorrà mai? "Non è un modello facilmente esportabile" dice Buccoliero. "Intanto la struttura: è già nata così, pensata con gli spazi per i laboratori, lo studio. Anche la tipologia dei detenuti è particolare, devono avere certi requisiti, per esempio una condotta non troppo irregolare.
Altre volte è un tentativo: si vede se questo contesto particolare innesca un cambiamento in positivo. E cerchiamo di farli uscire prima della scadenza della pena, gradualmente, perché prendano contatto con l'esterno in modo non improvvisato". Una via è lo studio (ci sono anche 30 studenti universitari). L' altra, dare a tutti qualcosa da fare, cioè una speranza. Ma su 1.353 detenuti, lavora la metà. E tra gli universitari c'è una sola donna.
La ladra di libri - Racconta Buccoliero che "gli uomini trovano risorse di cui a volte sono i primi a meravigliarsi", ma per le detenute il pensiero di casa è lancinante. "Soffrono di più e rifiutano questo posto. Spesso la famiglia le abbandona".
Non è stato così per Claudia S., una signora di mezza età con i capelli in piega e lo scialle accomodato sulle spalle. Legge i gialli di Loriano Macchiavelli e la Ladra di libri, lei che è stata condannata a più di quattro anni "per avere taciuto le irregolarità" della sua azienda.
Piange parlando di casa, "anche se è giusto pagare", e spera nell'affidamento ai servizi sociali. Alla domanda "cosa trovate insopportabile qui dentro?" spesso rispondono: la mancanza di solitudine. "Però a Bergamo è peggio, hanno i fornelli attaccati al water. Fai i bisogni alla mercè di tutti". "A Como c'erano soli divieti. Non erano ammesse neanche le cerette".
Adriana B. è (era) una promoter finanziaria. "Ho partecipato a una truffa. Sono qui da quasi un anno e tra poco uscirò. In cosa credo? Nella mia famiglia, nella preghiera". Si dedica ai laboratori di cucito: "Sono sempre stata creativa, occupo il tempo con qualcosa che mi piace e che è anche costruttivo".
Riunite nella stessa sala, si parla del fatale fallimento al quale vanno incontro molti corsi, che sono di ogni tipo, dall'informatica alla pittura. "Ma ammettiamolo che è colpa nostra. Alla prima lezione, siamo in 50. La volta dopo, ci presentiamo in tre".
Simona T. conferma: "Ti passa la voglia di fare tutto". Con i soldi delle rapine, lei si comprava le magliette firmate. "Ero capace di bruciare tremila euro in un giorno... Mi hanno preso dopo otto anni che ero in Germania. Facevo una vita regolare, ero una postina. Un reato del 2011, chi ci pensava più". Dice che avrebbe voluto fare la veterinaria. "La bellezza? Per me è semplicità. Se sei semplice, sei tutto".
Il lavoro - anzi la sua mancanza - è l'ossessione delle detenute, e il cruccio della direttrice: "Se non riusciamo a risvegliare interesse nel mondo dell'imprenditoria, vuol dire che sbagliamo qualcosa". Il lavoro - magari nel cali center diWind- è ambito, conteso, oggetto di invidie e liti.
"Lo danno sempre alle stesse" ripetono tante. Le camere hanno i disegni dei bambini alle pareti. Ninnoli. Poster. Calendari. Ritratti di persone care. Una signora con la maglietta di Super Nonna dice che "la libertà è vedere il mare e stare con mio nipote".
Una ragazza di 27 anni, condannata per rapina ed estorsione, racconta che da ragazzina lavorava nei bar, "ma a 18 anni mi è successa una cosa e ho cominciato con le rapine. Ho perso la casa, i miei genitori sono morti mentre ero qui dentro.
Cosa farò dopo? Bella domanda. Spero di lavorare". È lei la bambina che si immaginava nell'esercito e con la laurea in legge. A vedersi come topo di biblioteca invece era la direttrice. Il suo ufficio è modesto, ma pieno di colori. "Guardare cose belle" dice, "ci aiuta a essere migliori".
gonews.it, 8 novembre 2019
È stata una serata ricca di umanità quella che ci ha regalato ieri sera il Dott. Matteo Lex, già dirigente sanitario fino al 2015 del Carcere di Sollicciano. Il Club Michelangelo e Bisenzio Le Signe hanno inteso promuovere un incontro su un tema di cui poco conosciamo ma che spesso balza alle cronache e nel dibattito dei media: quello del sovraffollamento delle carceri, delle violenze, ma anche dei percorsi rieducativi.
Vite di carcerati che si intrecciano con quelle degli agenti di custodia, degli educatori e dei dirigenti carcerari. Temi che spesso tornano anche nel dibattito politico ma che sempre finiscono per insabbiarsi nei meandri della burocrazia.
"Il Carcere come microcosmo rispetto al macrocosmo della Società civile in cui viviamo" come queste parole la Presidente del Rc Bisenzio Le Signe ha introdotto il richiamato relatore Dott. Matteo Lex laureato in medicina e chirurgia e specializzato in psichiatria e sessuologia medica. Il carcere come un mondo parallelo e chiuso che, però, come ha detto il relatore "anticipa i fenomeni sociali ed è un importante contenitore degli stessi".
Chi ci ha parlato ci ha raccontato anche delle difficoltà operative e burocratiche a mantenere una costante attenzione, da parte della Direzione carceraria e della polizia penitenziaria, alla rieducazione dei reclusi, rieducazione che dovrebbe passare poi attraverso il lavoro e l'impegno ad un successivo reintegro nella società.
Purtroppo si assiste invece alla presenza di molti detenuti in attesa di giudizio, talvolta anche innocenti, a cui la carcerazione fa perdere l'identità sociale oltre alla libertà. Molte sono state le domande dell'attenta platea che hanno cercato risposte anche all'inevitabile intreccio che vi è fra gli arresti da parte delle Forze dell'Ordine e le decisioni dei Giudici e dei Tribunali, domande a cui il bravo relatore ha risposto con competenza.
Una serata dalla quale siamo usciti tutti più informati ma soprattutto più arricchiti perché abbiamo capito che vi è tanta umanità anche laddove si suppone che vi sia solo dolore e pena. I Presidenti dei due Club Franco Pagani e Chiara Pagni ringraziano il Dott. Matteo Lex per la partecipazione alla serata.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 8 novembre 2019
Ieri è stata presentata la nuova biblioteca di Sollicciano, ma le forti piogge di questi giorni hanno fatto riemergere i soliti problemi del carcere fiorentino: corridoi e locali allagati.
Sollicciano allagato. Le forti piogge di questi giorni hanno fatto riemergere i soliti problemi del carcere fiorentino. Infiltrazioni sui muri, pozze d'acqua nelle celle, allagamenti nei corridoi, difficoltà a muoversi da uno spazio all'altro. Acqua anche negli uffici, agli ingressi, in portineria. A denunciare la situazione sono gli agenti penitenziari, esausti quanto i reclusi di vivere in una struttura obsoleta che necessita urgenti ristrutturazioni. "In molte celle ci sono cinque centimetri d'acqua - spiega Eleuterio Grieco, segretario generale regionale della Uil Polizia Penitenziaria - Dopo i recenti temporali alla portineria d'ingresso c'era quasi un metro d'acqua. Alcuni reclusi sono prigionieri nelle loro celle a causa degli allagamenti dei corridoi. Questo carcere è un colabrodo, va ricostruito". A sollevare il problema delle infiltrazioni, sono stati proprio gli agenti penitenziari durante la conferenza stampa di presentazione, ieri mattina, della nuova biblioteca sociale del carcere. A confermare le criticità, il direttore Fabio Prestopino. "Ci sono allagamenti nelle zone dei passeggi. Arrivano da infiltrazioni che derivano dagli scarichi dell'acqua dentro le murature che sono rotti".
Quanto alla risoluzione dei problemi, anche in vista dell'inverno e di ulteriori piogge alle porte, "sono in corso ricognizioni per individuare le reali cause e trovare i rimedi tecnici, alcuni lavori sono già stati appaltati".
La buona notizia per Sollicciano è invece la nuova biblioteca sociale con 10mila libri (3mila nel carcere adiacente di Solliccianino) per i detenuti. La biblioteca sarà aperta dalle 8.30 fino alle 16.30. I libri che riempiono gli scaffali arrivano dalla biblioteca CaNova dell'Isolotto. I reclusi potranno prendere in prestito tutti i libri che vorranno. La biblioteca sociale, fortemente voluta dal garante dei detenuti Eros Cruccolini, è un progetto finanziato da Comune di Firenze e Regione Toscana.
"L'accesso alla lettura è un diritto e un dovere per tutti" ha detto l'assessore regionale alla cultura Monica Barni. Presente anche l'assessore comunale alla cultura Tommaso Sacchi che annuncia gli stati generali delle biblioteche italiane a Firenze, il prossimo anno. Critici nei confronti della biblioteca alcuni agenti: "È inutile portare i libri se prima non si risolvono gli allagamenti". Sembra non conoscere pace il carcere di Sollicciano.
Due anni fa, il ministero aveva stanziato 3 milioni, poi i 4 milioni della Regione lo scorso luglio. Cosa è stato fatto e cosa no? Tra le buone notizie, le docce sono state installate al reparto femminile e in alcune celle del reparto maschile. Quasi pronta la seconda cucina, mentre sono ancora irrisolti i problemi della copertura termica del tetto e delle infiltrazioni sui muri. Non sono mai stati incrementati i passeggi, così come non sono iniziati i lavori per il fotovoltaico.
di Sara Pizzorni
cremonaoggi.it, 8 novembre 2019
Questa mattina, nel teatro del carcere di via Cà del Ferro, è stata inaugurata la mostra "Il Chiaroscuro del carcere", esposizione fotografica che racconta il percorso del detenuto. La mostra, realizzata dall'avvocato milanese Alessandro Bastianello, è organizzata dalla Camera Penale di Milano, dall'Associazione Nazionale Magistrati di Milano e dalla direzione del carcere di San Vittore, e arriva a Cremona grazie alla Camera Penale di Cremona e Crema. A fare gli onori di casa, la direttrice Rossella Padula, il presidente della Camera Penale di Cremona e Crema Alessio Romanelli e il segretario Laura Negri. Presenti anche Maria Luisa Crotti, vice presidente della Camera penale della Lombardia Orientale, educatori, operatori della casa circondariale cremonese e agenti della polizia penitenziaria. In apertura è stato proiettato il video "Al di là della sala colloqui", dell'avvocato Tomaso Pisapia, realizzato all'interno del carcere di San Vittore che ben dà l'idea di quale sia la realtà carceraria.
Nel video e nei 28 scatti dell'avvocato Bastianello il visitatore è accompagnato in un immaginario viaggio attraverso i luoghi e le emozioni di chi viene messo in prigione e il percorso del detenuto dal momento del suo ingresso in carcere fino alla collocazione in cella, per mostrare e condividere le emozioni che la dura realtà carceraria suscita in chi è estraneo a questo mondo. "Il carcere è morte e resurrezione", scrivono gli autori. "Un uomo, una persona varca quelle mura, attraversa quei cancelli compiendo una serie di tappe che paiono una discesa agli inferi. Entra in un mondo nascosto all'universo dei vivi fatto di tenebra e di luce artificiale".
"Ci fa piacere che la prima tappa di questa mostra, dopo Milano, sia stata a Cremona", ha detto la direttrice Rossella Padula, "non c'è luogo più evocativo del carcere". "È stata una fortuna poter inaugurare la mostra qui proprio per il significato che ha", ha detto a sua volta il presidente Romanelli, che ha ringraziato la Camera Penale di Milano. "L'obiettivo è quello di creare un dialogo tra chi è dentro e chi è fuori. Il carcere è diventato ormai un dimenticatorio, mentre noi vogliamo che torni al centro delle riflessioni di tutti i cittadini".
"Ho voluto rappresentare un pò la storia del carcere", ha poi spiegato l'autore della mostra, l'avvocato Bastianello. "In questo San Vittore, un tempo collocato ai confini della città e che invece ora è in pieno centro storico. Ho avuto la possibilità di vederlo crescere, modificarsi e trasformarsi. Anche a Milano le foto sono state esposte e vendute a offerta libera, e con il ricavato è stato possibile comprare dei computer per poter organizzare un corso di fotografia digitale per i detenuti".
"La genesi di questi scatti è significativa", ha detto a sua volta l'avvocato Laura Negri, che ha chiuso gli interventi. "I cittadini non sanno veramente cos'è il carcere: con questa iniziativa vogliamo portare fuori il dentro e favorire la conoscenza di quella che è la realtà della vita carceraria, permettendo di avere una visione più critica della realtà, perché per condividere bisogna prima conoscere".
Scopo del progettto è anche quello di raccogliere fondi, tramite la vendita delle fotografie esposte (e stampate eventualmente in copie ulteriori, su richiesta), destinati a finanziare progetti della locale casa circondariale volti alla risocializzazione e al reinserimento dei detenuti nella società. Dal 14 novembre la mostra si sposterà in tribunale dove resterà fino a dicembre. Le foto potranno essere prenotate inviando una mail all'indirizzo










