di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 17 dicembre 2019
Se la stella polare di questo governo continuerà a essere la paura, difficilmente avrà lunga vita. È la paura però che sembra continuare a determinare le scelte, o meglio le non scelte, in tema di diritti e immigrazione. Il dibattito sulla riforma della cittadinanza, ad esempio, è ancora ingabbiato dentro formule poco utili se non addirittura controproducenti.
Non si tratta di sostituire allo Ius Soli lo Ius Cuturae, apparentemente più rassicurante. Qualunque sia la formula, la destra xenofoba, che su quest'argomento gioca in attacco, spesso senza avversari, non rinuncerà a fare la sua propaganda.
Sarebbe opportuno guardare alla sostanza della proposta e alle sue implicazioni concrete oltre che a quelle culturali e politiche. La proposta denominata "Ius Culturae" quale strada indica? Il minorenne straniero, nato o cresciuto in Italia, può chiedere (i suoi genitori possono chiedere) di diventare italiano se, questa sembrerebbe essere la proposta, ha frequentato (qualcuno addirittura dice con successo) un corso di studi. Fino a 16 anni in Italia la scuola è obbligatoria e rappresenta, secondo la nostra Costituzione, un diritto garantito a tutti dalla Repubblica, senza distinzione.
Un minorenne che non frequenta la scuola può essere addirittura sottratto alla potestà dei genitori. Trasformare un diritto, quello allo studio, in una condizione per l'accesso alla cittadinanza, significa ribaltare i presupposti della nostra democrazia: è la Repubblica che garantisce le condizioni per il diritto allo studio e non il minorenne o la sua famiglia che lo fanno per poter ottenere la cittadinanza.
Se i partiti, i sostenitori di questa formula, vogliono introdurre un ostacolo, alzare l'asticella per l'accesso alla cittadinanza, indichino, come già avviene per la naturalizzazione, un numero di anni di presenza, e non un corso di studi. Hai meno di 12 anni, sei nato o arrivato in Italia? Per diventare italiano devi essere presente nel Paese da 5 anni. Nessun minorenne straniero può eludere l'obbligo scolastico. Quindi se un bambino o una bambina vivono in Italia da 5 anni, certamente frequenteranno la scuola dell'obbligo.
Il modo in cui si affronta il tema dei diritti degli stranieri e della cittadinanza ha avuto, e continuerà ad avere, un peso decisivo nell'orientare l'opinione pubblica. Se la politica rinuncia al suo ruolo educativo, pedagogico, diventa solo gestione del potere. In politica, ogni parola, ogni atto, deve indicare una direzione, un campo di scelte ideali. La destra, da sempre, e in questi ultimi anni in maniera molto efficace, l'ha capito e usa ogni strumento per conquistare spazi e consenso. Le forze democratiche e di sinistra faticano a trovare un terreno identitario dal quale partire per indicare una direzione chiara e condivisa, e spesso si affannano a rincorrere le destre sul loro campo, o scelgono il silenzio. Il risultato è il disastro politico e l'arretramento culturale che è davanti agli occhi di tutti.
Le associazioni hanno avanzato, oramai da anni, una proposta contenuta nella legge d'iniziativa popolare de L'Italia sono anch'io, oggi ripresentata alla Camera dall'on Boldrini. Una proposta che prevede una riforma complessiva della legge n.91/92. Pensavamo e pensiamo ancora che sia necessario e urgente intervenire per sottrarre alla discrezionalità dell'amministrazione pubblica l'accesso alla cittadinanza sia per i minorenni che per gli adulti. Siamo anche consapevoli che in Parlamento si debba ricercare una mediazione. Ciò che non è accettabile è che la mediazione contenga un "dovere in più" per gli stranieri, alimentando così luoghi comuni e razzismo nei loro confronti.
La riforma della cittadinanza è una battaglia di civiltà e noi intendiamo continuare a farla a fianco dei giovani di origine straniera. Il 18 dicembre, giornata internazionale per i diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, saremo in piazza con la rete Saltamuri, la campagna Io Accolgo e Italianisenzacittadinanza. Sarà un nuovo inizio. E non ci fermeremo fino a quando non avremo ottenuto l'obiettivo di cambiare questa brutta legge.
La Repubblica, 17 dicembre 2019
Sono 816mila quelli che si sono trasferiti all'estero negli ultimi 10 anni, in calo del 17% chi viene dal continente africano. Aumentano gli italiani che si trasferiscono all'estero, diminuiscono invece gli immigrati dall'Africa. A rivelarlo sono i dati dell'Istat. Nel 2018 le cancellazioni anagrafiche per l'estero sono 157 mila (+1,2% sul 2017).
Di queste, quasi tre su quattro riguardano emigrati italiani (117 mila, +1,9%). Le iscrizioni anagrafiche dall'estero sono circa 332 mila, per la prima volta in calo rispetto all'anno precedente (-3,2%) dopo i costanti incrementi registrati tra 2014 e 2017. Sono dunque 816 mila gli italiani che si sono trasferiti all'estero negli ultimi 10 anni. Oltre il 73% ha 25 anni e più; di questi, quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio-alto. Il calo, invece, degli immigrati in Italia provenienti dal continente africano nel 2018 è pari al -17%.
Gli italiani emigrati - Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all'estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l'estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l'estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l'anno.
La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l'estero pari a 22 mila, seguono Veneto e Sicilia (entrambe oltre 11 mila), Lazio (10 mila) e Piemonte (9 mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Friuli-Venezia Giulia (4 italiani su 1.000 residenti), Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta (3 italiani su 1.000), grazie anche alla posizione geografica di confine che facilita i trasferimenti con i paesi limitrofi.
Tassi più contenuti si rilevano nelle Marche (2,5 per 1.000), in Veneto, Sicilia, Abruzzo e Molise (2,4 per 1.000). Le regioni con il tasso di emigratorietà con l'estero più basso sono Basilicata, Campania e Puglia, con valori pari a circa 1,3 per 1.000. A un maggior dettaglio territoriale, i flussi di cittadini italiani diretti verso l'estero provengono principalmente dalle prime quattro città metropolitane per ampiezza demografica: Roma (8 mila), Milano (6,5 mila), Torino (4 mila) e Napoli (3,5 mila); in termini relativi, tuttavia, rispetto alla popolazione italiana residente nelle province, sono Imperia e Bolzano (entrambe 3,6 per 1.000), seguite da Vicenza, Trieste e Isernia (3,1 per 1.000) ad avere i tassi di emigratorietà provinciali degli italiani più elevati; quelli più bassi si registrano invece a Parma e Matera (1 per 1.000).
Nel 2018 il Regno Unito continua ad accogliere la maggioranza degli italiani emigrati all'estero (21 mila), seguono Germania (18 mila), Francia (circa 14 mila), Svizzera (quasi 10 mila) e Spagna (7 mila). In questi cinque paesi si concentra complessivamente il 60% degli espatri di concittadini. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 18 mila).
Gli spostamenti interni - Si continua a spostarsi per il lavoro dal Sud verso il Settentrione e il Centro Italia e il fenomeno è in lieve aumento. Secondo il rapporto Istat sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente | nel 2018, sono oltre 117 mila i movimenti da Sud e Isole che hanno come destinazione le regioni del Centro e del Nord (+7% rispetto al 2017). A soffrire sono soprattutto Sicilia e Campania, che nel 2018 perdono oltre 8.500 residenti italiani laureati di 25 anni e più per trasferimenti verso altre regioni.
I flussi di cittadini stranieri - Tra gli italiani che espatriano si contano anche i flussi dei cittadini di origine straniera: si tratta di cittadini nati all'estero che emigrano in un paese terzo o fanno rientro nel luogo di origine, dopo aver trascorso un periodo in Italia e aver acquisito la cittadinanza italiana. Le emigrazioni di questi "nuovi" italiani, nel 2018, ammontano a circa 35 mila (30% degli espatri, +6% rispetto al 2017). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12 mila), il 10% in Marocco, il 6% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia e in Bangladesh, il 3,5% in India e in Argentina.
I paesi dell'Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei "nuovi" italiani (55% dei flussi degli italiani nati all'estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell'Ue, si osserva che il 17% è nato in Marocco, il 16% in Brasile, il 7% nel Bangladesh. Ancora più in dettaglio, i cittadini italiani di origine africana emigrano perlopiù in Francia (62%), quelli nati in Asia nella stragrande maggioranza si dirigono verso il Regno Unito (90%) così come fanno, ma in misura molto più contenuta, i cittadini italiani nativi dell'America Latina (26%). I cittadini nati in un paese dell'Ue invece emigrano soprattutto in Germania (42%).
Età e livello di istruzione - Nel 2018, gli italiani espatriati sono prevalentemente uomini (56%). Fino ai 25 anni, il contingente di emigrati ed emigrate è ugualmente numeroso (entrambi 18 mila) e presenta una distribuzione per età perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi. L'età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un'età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 13%.
Considerando il livello di istruzione posseduto al momento della partenza, nel 2018 più della metà dei cittadini italiani che si sono trasferiti all'estero (53%) è in possesso di un titolo di studio medio-alto: si tratta di circa 33 mila diplomati e 29 mila laureati. Rispetto all'anno precedente le numerosità dei diplomati e laureati emigrati sono in aumento (rispettivamente +1% e +6%). L'incremento è molto più consistente se si amplia lo spettro temporale: rispetto a cinque anni prima gli emigrati con titolo di studio medio-alto crescono del 45%, rispetto a 10 anni prima sono 182 mila.
Quasi tre cittadini italiani su quattro trasferitisi all'estero hanno 25 anni o più: sono poco più di 84 mila (72% del totale degli espatriati); di essi 27 mila (32%) sono in possesso di almeno la laurea. In questa fascia d'età si riscontra una lieve differenza di genere: nel 2018 le italiane emigrate sono circa il 42% e di esse oltre il 35% è in possesso di almeno la laurea, mentre, tra gli italiani che espatriano (58%), la quota di laureati è pari al 30%. Rispetto al 2009, l'aumento degli espatri di laureati è più evidente tra le donne (+10 punti percentuali) che tra gli uomini (+7%), Tale incremento risente in parte dell'aumento contestuale dell'incidenza di donne laureate nella popolazione (dal 5,3% del 2008 al 7,5% del 2018).
I rimpatri - L'altra faccia della medaglia è costituita dai rimpatri: nel 2018, considerando il rientro degli italiani di 25 anni e più con almeno la laurea (13 mila), la perdita netta (differenza tra rimpatri ed espatri) di popolazione "qualificata" è di 14 mila unità. Tale perdita riferita agli ultimi dieci anni ammonta complessivamente a poco meno di 101 mila unità.
La ripresa delle emigrazioni di cittadini italiani è da attribuire in parte alle difficoltà del nostro mercato del lavoro, soprattutto per i giovani e le donne e, presumibilmente, anche al mutato atteggiamento nei confronti del vivere in un altro Paese - proprio delle generazioni nate e cresciute in epoca di globalizzazione - che induce i giovani più qualificati a investire con maggior facilità il proprio talento nei paesi esteri in cui sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione. I programmi specifici di defiscalizzazione, messi in atto dai governi per favorire il rientro in patria delle figure professionali più qualificate, non si rivelano quindi del tutto sufficienti a trattenere le giovani risorse che costituiscono parte del capitale umano indispensabile alla crescita del Paese.
Le iscrizioni anagrafiche dall'estero registrate nel corso del 2018 ammontano a 332.324, in calo del 3,2% rispetto all'anno precedente; di queste, 286 mila riguardano cittadini stranieri (86% del totale). A livello nazionale il tasso di immigratorietà è pari a 4,7 immigrati stranieri ogni 1.000 abitanti.
I flussi migratori verso l'Italia - L'andamento dei flussi migratori in ingresso nell'ultimo decennio per macro-aree di provenienza evidenzia un calo generale delle immigrazioni per tutti i paesi esteri: dopo l'incremento dovuto alle regolarizzazioni e all'ingresso di Romania e Bulgaria nell'Unione europea osservato nei primi anni Duemila, i trasferimenti dall'estero hanno avuto un lento declino.
Dal 2015 al 2017 le immigrazioni sono tornate ad aumentare per via dei flussi numerosi provenienti dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, caratterizzati prevalentemente da cittadini in cerca di accoglienza per asilo e protezione umanitaria. Nel 2018, questi ingressi hanno subito una battuta d'arresto.
Nel 2018 le iscrizioni anagrafiche dall'estero più numerose provengono, in valore assoluto, da paesi europei: la Romania con 37 mila ingressi (11% del totale) si conferma il principale paese di origine seppur in deciso calo (-10% rispetto al 2017).
Meno numerosi i flussi provenienti dall'Albania (oltre 18 mila) ma in forte aumento rispetto all'anno precedente (+16%). Seguono le iscrizioni da Ucraina (8 mila, -2%), Germania (oltre 7 mila, +9%) e Regno Unito (poco meno di 7 mila, +12%). Per gli ultimi due flussi si tratta prevalentemente di cittadini italiani che fanno rientro in patria dopo un soggiorno all'estero.
Sempre consistenti, ma nettamente in diminuzione, le immigrazioni provenienti dal continente africano, in particolare quelle provenienti da Nigeria (18 mila, -24%), Senegal (9 mila, -20 %), Gambia (6 mila, -30%), Costa d'Avorio (5 mila, -27%) e Ghana (5 mila, -25%) che durante il 2017 avevano fatto registrare aumenti record. Il Marocco è l'unico paese africano che segna una variazione positiva rispetto all'anno precedente (17 mila, +9%).
Tra i flussi provenienti dall'area asiatica, i più cospicui sono quelli da Bangladesh e Pakistan (entrambi 13 mila, ma in calo rispettivamente di 8% e 12%), le immigrazioni dall'India invece ammontano a oltre 11 mila e aumentano del 42% rispetto al 2017. In aumento anche le iscrizioni dall'America: dal Brasile si contano circa 24 mila iscritti (+18%), dal Venezuela circa 6 mila (+43%) e dagli Stati Uniti oltre 4 mila (+16%).
Le immigrazioni di cittadini italiani ammontano a 47 mila nel 2018 (14% del totale iscritti dall'estero). Si tratta di flussi provenienti in larga parte da paesi che sono stati in passato mete di emigrazione italiana. Ai primi posti della graduatoria per provenienza si trovano, infatti, Brasile e Germania (che insieme originano complessivamente un quarto dei flussi di immigrazione italiana), Regno Unito (10% sul totale immigrati italiani), Svizzera (9%) e Venezuela (7%). Per alcuni di essi è plausibile l'ipotesi del rientro in patria dopo un periodo di permanenza all'estero.
di Corinna De Cesare
Corriere della Sera, 17 dicembre 2019
La storia di Clemmie Hooper, nota su Instagram come @mother_of_daughters, è diventata in Inghilterra molto nota. Perché da sconosciuta ostetrica britannica, questa ragazza trentenne al centro di moltissime polemiche è diventata una cosiddetta "mumfluencers" con migliaia di follower. Che utilizzava però account fake per insultare e denigrare quelle che lei considerava sue rivali.
"All'inizio di quest'anno - ha ammesso - sono venuta a conoscenza di un sito web che conteneva migliaia di commenti negativi su di me e sulla mia famiglia. Leggerli mi ha fatto male e mi ha influenzato molto di più di quanto non avessi capito in quel preciso istante". Ha cominciato così a fare altrettanto sulle pagine social delle sue "nemiche" fino a quando, Clemmie Hooper, ha deciso di autodenunciarsi, cancellare e chiudere tutti i suoi account social e chiedere al Consiglio infermieristico e ostetrico del Regno Unito di poter non praticare mai più.
Il suo, ha raccontato anche il Financial Times, è solo uno dei tanti esempi di come i social possano cambiare la vita lavorativa delle persone. Non solo in Gran Bretagna. Solo pochi mesi fa il caso di Tommaso Casalini, vice allenatore della squadra giovanissimi del Grosseto Calcio che dalla sua bacheca Facebook aveva rivolto insulti nei confronti di Greta Thunberg, l'attivista svedese di 16 anni. In poche ore la sua esternazione aveva fatto il giro del web e il club del Grosseto calcio annunciò il licenziamento in tronco "per comportamento non consono alla linea tracciata dalla società che punta sui valori morali prima ancora che su valori tecnici". Nel 2018 è stata la volta di una dipendente di un'azienda elettronica di Forlì che ne parlò, anche lei su Facebook, come di "un posto di m...". La Cassazione ha ritenuto il post diffamatorio e ha ritenuto il licenziamento legittimo.
Il problema però è che spesso i confini non sono così netti. Virginia Mantouvalou, professoressa specializzata in diritti umani e diritto del lavoro all'University College London, ci ha scritto un intero paper accademico dal titolo: "Ho perso il lavoro dopo un post su Facebook. È corretto?". Secondo la professoressa i licenziamenti per l'attività sui social media dovrebbero essere considerati legittimi in occasioni limitate: "i datori di lavoro non dovrebbero avere il diritto di censurare le opinioni e le preferenze morali, politiche e di altro genere dei loro dipendenti anche se causano danni agli affari".
Infatti, generalmente, in queste cause legali vengono implicati il diritto alla vita privata e il diritto alla libertà di parola. "Il problema però è che i tribunali non hanno familiarità sulla materia dei social - spiega il paper - e che queste piattaforme, essendo online, sono spazi che diventano praticamente pubblici". Quali sono i limiti a ciò che possiamo pubblicare senza rischiare di perdere il lavoro?
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha esaminato in più occasioni se e quando una limitazione (quella di pubblicare post su Facebook o altri social) ha avuto uno scopo legittimo e se i mezzi impiegati sono stati proporzionati allo scopo perseguito. "La natura del lavoro assunto e le dimensioni dell'azienda sono fattori importanti che devono essere presi in considerazione nella valutazione del danno della reputazione al datore di lavoro - spiega il paper di Mantouvalou.
Ma il datore di lavoro non è un giudice della moralità dei suoi dipendenti". La materia insomma è controversa ma, esclusi i reati veri e propri come nel caso della diffamazione, può aiutare sempre sottolineare che le proprie opinioni sui social sono da intendersi personali e non rappresentative dell'azienda per cui si lavora.
di Sergio Valzania
Il Dubbio, 17 dicembre 2019
L'anno politico più spettacolare della storia italiana, caratterizzato dal cambio di casacca in corsa da parte del Presidente del Consiglio, impresa inedita per le democrazie occidentali, si chiude con toni mesti. Andiamo verso una votazione rapida, a botte di fiducia, della legge di bilancio, certificando la marginalità di un Parlamento nel quale si prepara una sorta di scambio di senatori tra maggioranza e minoranza, con l'obbiettivo comune che tutto resti come prima e la legislatura si trascini ancora qualche mese. Poi si vedrà: le cose non possono andare né meglio, né peggio, quindi perché cambiare?
Zingaretti non ha il coraggio di avanzare pretese che si spingano oltre a chiedere che l'alleanza di governo sia "condivisa", frase davvero sibillina, ma sufficiente per irritare Di Maio, che dietro queste parole sente odore di revoca dei decreti sicurezza di Salvini o ridiscussione del fallimentare sistema di reddito di cittadinanza allestito dal passato governo, che impiega in maniera scellerata le poche risorse disponibili per sostenere l'welfare nel nostro paese. Di jus culturae non si parla nemmeno più, e forse si tratta della rinuncia più grave accettata dalla sinistra per entrare al governo. A essere completamente impantanata è la politica nel suo complesso, ferita dall'uno vale uno di Grillo quanto dal rifiuto delle sardine di portare in piazza simboli di partito, riuscendo solo così a garantire uno strisciante sostegno a Stefano Bonaccini, attenti a che non si sappia che l'attuale presidente della giunta regionale emiliana milita nel PD o che il PD bolognese è lo stesso che governa a Roma insieme a M5S.
Le grandi questioni del paese sono state trasferite in una sorta di mondo altro, che si affaccia raramente su quello reale, per esempio quando un ministro confonde dolo e colpa, fra le sghignazzate generali, senza pensare che si tratta della stessa persona che si ingegna, con probabile successo, a cancellare l'ultima tutela solida esistente in Italia contro la persecuzione giudiziaria, qualora si manifesti. Allora ci sarà meno da ridere. Lo stesso Renzi si occupa di indagini, avvisi di garanzia, acquisti di ville (forse inopportuni), e si dimentica le promesse fatte neppure troppo tempo fa, relative ai compagni di scuola dei suoi figli che non erano cittadini italiani anche se tifavano fiorentina quanto e più di loro. Il differenziarsi di Italia Viva dal PD sul terreno degli aggiustamenti fiscali è un modo certo per incamminarsi a passo spedito verso l'irrilevanza, se per farlo si gira attorno alle questioni che lo stesso PD ha deciso di ignorare nel costruire l'alleanza di governo.
È diventato di moda sostenere che se la sinistra vuole vincere di nuovo deve recuperare la sua radicalità. Può darsi sia vero e certo non si tratta del ritorno al materialismo storico, alla centralità operaia o all'egemonia culturale.
L'esperienza inglese insegna che una sinistra all'antica e con le idee confuse difficilmente gioca un ruolo significativo, anche contro una destra disordinata e contraddittoria. La sinistra può trovare una radicalità 2.0 solo riprendendo, con tutta la fatica che questo comporta, il discorso sugli ultimi, che non è difficile riconoscere in quanti sopportano sacrifici enormi con l'unico obiettivo di entrare nel mondo nel quale noi siamo nati.
È attorno a loro che si ricompongono etica e ragion di stato e non ci sono dubbi che il compito della sinistra, e forse di ogni governo responsabile che il nostro paese possa avere, consista nel far emergere e consolidare le ragioni sia etiche che economiche e sociali dell'accoglienza. Non è un percorso in discesa, ma tutti gli indicatori sociologici ci dicono che la nostra società ha perso slancio vitale e forza demografica: a conti fatti sappiamo già di non poter uscire da soli dal pozzo nel quale siamo precipitati e che pretendere nello stesso tempo di arrestare in modo definitivo l'arrivo di immigrati determinati è impossibile. Sarebbe voler fermare l'acqua con le mani, come ebbe a dire il maresciallo Ney a chi gli chiedeva di arrestare Napoleone di ritorno dall'Elba.
L'Italia non è quella di trent'anni fa e fra trent'anni sarà completamente diversa da quella di oggi, una politica responsabile e non al traino del contingente dovrebbe essere al lavoro anche per indirizzare un cambiamento destinato ad avvenire con certezza, Salvini e Meloni volenti o nolenti, e a realizzarsi con il contributo di una elevata componente di immigrazione.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 17 dicembre 2019
La prima lezione politica suggerita dalla manifestazione romana di sabato è così riassumibile: "lasciamo in pace le sardine". È questa la condizione preliminare perché l'attuale mobilitazione possa conquistare una sorte diversa da quella di altre mille avventure precedenti.
Basta un po' di memoria e una verifica su Google per ricostruire una sequenza, probabilmente parziale, di novità che via via hanno fatto irruzione sulla "terra desolata" del nostro scenario politico. Dunque, per limitarci all'ultimo quarto di secolo: La Rete, Boicottiamo il Biscione, Donne in nero, Disobbedienti, Girotondi, Lenzuoli Antimafia, Agende Rosse, Popolo Viola, movimento Arancione, Vaffa Day, Forconi, Madamine di Torino.
Tutte queste esperienze hanno suscitato via via curiosità e insofferenza, aspettative di catarsi e frustrazioni deprimenti. Di esse, quasi nulla è restato, se non - cosa non trascurabile - impreviste aperture di spazi per forme inedite di partecipazione, transitorie ma tutt'altro che inutili. Ma, sul piano politico e istituzionale, è rimasto solo quanto di più convenzionale è stato prodotto da quei movimenti: ovvero alcuni dirigenti, leader o capetti, che hanno saputo trasferire negli apparati dei partiti ciò che avevano appreso nell'azione di piazza.
E invece, c'è qualcosa tra le sardine che può essere in grado di esorcizzare questo eterno ritorno alla normalità dei codici politici tradizionali. Le sardine, più che un movimento costruito sul modello classico dell'azione collettiva come si è sviluppata negli ultimi due secoli, possono definirsi innanzitutto uno stato d'animo. Una condizione emotiva, un sentimento collettivo, forse una "reazione cutanea dell'anima" (Marco Taradash) o "il sottosuolo della politica" (Emanuele Macaluso). Ma è proprio questo che le rende sfuggenti e imprendibili.
E di conseguenza più efficaci nel mettere in difficoltà l'avversario. Le sardine lavorano nell'ombra e sott'acqua, con un andamento carsico che, prima di manifestarsi nelle piazze, si esprime come un "corpo intermedio tra la politica e il mondo civico attivo" (dal loro Manifesto). Ma in democrazia contano i voti e il numero di voti ottenuto da ciascun partito.
E tuttavia conta in misura rilevantissima tutto ciò che precede il gesto finale di infilare la scheda nell'urna: sentimenti e risentimenti, interessi materiali e morali, condivisione e comunanza con i prossimi e i sodali, senso di appartenenza e voglia di incontro, conversazioni e scambi. È questo lo spazio dove le sardine garantiscono una presenza e un orientamento, e una forma di continuità.
I movimenti tradizionali, tutti, seguono un percorso progressivo che va dal piccolo al grande, aggregando successivamente un numero maggiore di individui e dotandosi di strutture organizzative e di gruppi dirigenti, più o meno formalizzati, ma sempre fondati sul principio della delega. Questo, finora, per quanto riguarda le sardine, è accaduto nella misura dello stretto necessario e non sembra aver compromesso la loro peculiarità.
Ed è sempre questo che le rende così inafferrabili. Non solo dalla destra, ma anche dalla sinistra in tutte le sue componenti. La maggiore risorsa politica delle sardine, infatti, risiede nella loro apparente impoliticità. Intanto perché sembrano riuscire a mantenersi estranee - un vero miracolo - a tutti i riti e i vizi della politica politicante e partitocratica.
E lo svolgimento, lo stile e l'esito della manifestazione di sabato e della successiva assemblea dei 150 coordinatori - prova ancora più temibile - fa ben sperare per il futuro. Detto questo, ed espiando il fatto che anche queste mie considerazioni si qualificano come un'interferenza indebita, la sola conclusione possibile è: lasciamo in pace le sardine.
Qui non c'è bisogno di fare ricorso al pensiero acutamente conservatore del Thomas Mann di Considerazioni di un impolitico e nemmeno alla riflessione radicale della Simone Weil della proposta di soppressione dei partiti politici, per comprendere quanto ampio sia lo spazio per un'azione pubblica totalmente diversa da quella che passa attraverso i canali convenzionali.
È utile, piuttosto, il libro di Adriana Cavarero "Democrazia sorgiva", che riflette sull'elaborazione di Hannah Arendt a proposito di una politica come potere diffuso, partecipativo, relazionale e plurale. Insomma, facciano le sardine ciò che meglio credono e ciò che meglio sanno fare e hanno saputo finora fare proprio "in quanto sardine".
Inventino le future forme di azione collettiva e le modalità più efficaci di relazione con il sistema politico-istituzionale, rimanendone a una giusta distanza. Se, poi, tanta novità di linguaggio e di comportamento si traducesse in un assessorato di una giunta regionale, non ci sarebbe certo da scandalizzarsene, ma nemmeno da rallegrarsene oltremodo. Tanto meno se venisse giustificato col fatto che "solo così si può fare politica".
Falso, falsissimo, come proprio le sardine hanno dimostrato. Quel cambio di vocabolario, quella nuova gestualità, quella rinuncia a ogni prova di forza marziale, sono state altrettante utilissime azioni politiche. Per questo, costituire uno stato d'animo, prima e più che un movimento collettivo, non è una dichiarazione di impotenza né l'accettazione di uno stato di minorità. È, piuttosto, l'espressione di quel "corpo intermedio" che rappresenta un giacimento prezioso di energie morali. Le sole, cioè, che possono rivitalizzare la politica senza sostituirsi a essa.
ilgiunco.net, 17 dicembre 2019
Un mercatino con oggetti realizzati a mano per arricchire l'albero di Natale o decorare spazi della casa e biglietti per fare gli auguri per le imminenti festività. Sono i lavori dei detenuti della casa circondariale di Grosseto, che saranno messi in vendita, domenica 15 dicembre, grazie ad un piccolo mercatino organizzato dalla casa circondariale e dalla Pro loco cittadina e che verrà allestito nell'atrio del palazzo vescovile, in corso Carducci 11, a Grosseto. "Si tratta - spiega Eleonora D'Amico, responsabile dell'area trattamentale della casa circondariale di Grosseto - di una serie di lavori che i detenuti hanno realizzato in queste settimane nell'ambito del laboratorio di disegno che si tiene all'interno della struttura di via Saffi, grazie alle volontarie Stefania Biagini e Giulia Maccanti".
"È un'attività importante - prosegue D'Amico - così come sono importanti tutte le varie attività che vengono realizzate, perché stimolano la socializzazione, l'espressività e in qualche modo anche il bisogno di svago. Abbiamo pensato che fosse bello far conoscere alla città i risultati del lavoro che i detenuti fanno e da qui, grazie alla collaborazione della Pro loco e della Diocesi, è nata l'idea del mercatino, che servirà anche a creare un fondo di solidarietà per far fronte ai bisogni più urgenti di detenuti indigenti. Per questo invitiamo i grossetani a farci visita".
Il mercatino sarà aperto domenica 15 dicembre dalle 9.30 alle 13 e dalle 16 alle 19. "Quello tra la casa circondariale di Grosseto e la Pro loco è un rapporto che va avanti da tempo - commenta il presidente Umberto Carini. Il nostro vuol essere un ruolo di sostegno, solidarietà e facilitazione anche di un contatto più forte tra la città e la struttura di via Saffi, che è nel cuore del centro cittadino. In varie circostanze abbiamo partecipato ad iniziative fatte all'interno della casa circondariale, soprattutto di tipo culturale e ricreativo, e ben volentieri anche stavolta ci mettiamo a disposizione nel dare un aiuto per realizzare questo mercatino". Lunedì 16 dicembre, infine, il vescovo Rodolfo, accompagnato dal cappellano don Enzo Capitani, si recherà nella casa circondariale di via Saffi per incontrare la direzione, il personale, gli agenti della polizia penitenziari, i detenuti e i volontari. Alle 9.30 celebrerà la Messa, occasione con cui farà gli auguri di Natale. Animeranno i giovani di Nomadelfia.
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 17 dicembre 2019
Con la decisione di non ammettere il sub-emendamento sulla commercializzazione della cannabis light, cioè con principio attivo Thc inferiore allo 0,5%, la logica proibizionista assume caratteri paradossali, arrivando a colpire una pianta anche quando trattata biologicamente in modo da non causare alcun effetto stupefacente, neanche quelli blandi propri della marijuana. "Il comparto della canapa industriale non ha nulla a che vedere con gli stupefacenti o con gli aspetti ludici della cannabis", dichiara Stefano Zanda, direttore generale del Consorzio nazionale per la tutela della filiera e presidente di My Joint, una delle 1500 aziende italiane del settore in cui lavorano circa 12 mila persone.
L'allarme tra produttori e commercianti di cannabis light si è creato dal maggio scorso, quando una sentenza delle sezioni unite penali della cassazione aveva stabilito che la vendita di cannabis sativa sotto forma di foglie, inflorescenze, olio, resina ottenuti dalla coltivazione non rientra nell'ambito di applicazione della legge del 2016 che aveva previsto quello che Federcanapa definisce un "cuscinetto" di esenzioni di responsabilità per l'agricoltore nel caso in cui il controllo del tasso di Thc contenuto nella pianta fosse risultato superiore allo 0,2% ma inferiore allo 0,6. Le motivazioni della sentenza avevano spostato il focus della proibizione non sul Thc ma su un più generico "effetto" causato dalla sostanza. "Ciò che occorre verificare - sottolinea la cassazione - non è la percentuale di principio attivo contenuto nella sostanza ceduta, bensì l'idoneità della medesima sostanza a produrre, in concreto, un effetto drogante".
Le destre erano andate a nozze con la decisione, alcuni negozi avevano chiuso per precauzione e investimenti e posti di lavoro avevano cominciato a traballare assieme alle nuove abitudini di consumo dei tanti che avevano trovato un modo per fumare o bere di tisane di marijuana in maniera legale. Matteo Salvini ieri è tornato alla carica, ringraziando la presidente del senato e addirittura dicendo di parlare "a nome di tutte le comunità di recupero dalle dipendenze e a nome delle famiglie italiane per aver evitato la vergogna dello stato spacciatore".
Dalla maggioranza protesta soprattutto Matteo Mantero del M5S, che fin dalla scorsa legislatura lavora sul tema delle droghe leggere e sulla marijuana senza Thc. Mantero rispedisce al mittente le illazioni di Salvini e auspica che si intervenga direttamente sul testo di legge che disciplina la coltivazione di canapa industriale.
"Siamo molto dispiaciuti per la decisione presa e per il comportamento delle opposizioni che dimostrano estrema ignoranza in materia festeggiando con un applauso la cancellazione di questa norma. Le opposizioni che applaudono in aula festeggiano alla faccia gli agricoltori che lavorano in questo settore. Mi aspetto ora che la presidenza del senato metta in calendario alla prima seduta utile la richiesta di urgenza, sottoscritta da 50 senatori, di modifica del testo sulla canapa industriale".
Il Consorzio che riunisce gli operatori del settore ha calcolato che il volume di affari nel 2018 era stato di 150 milioni di euro per 2500 ettari coltivati a canapa. Ma le stime di crescita, proibizionisti permettendo, dicono che dal 2021 su scala europea si potrebbe arrivare a 36 miliardi di euro, visto l'interesse per la marijuana senza Thc manifestato da aziende della farmaceutica (la pianta mantiene un effetto rilassante), della cosmesi, dell'alimentare. E poi la canapa è molto più di una "droga": ha una fibra molto resistente, per questo la sua coltivazione interessa all'industria del packaging, dell'edilizia e del design.
di Marta Bellingreri
L'Espresso, 17 dicembre 2019
In Siria sono detenuti jihadisti di 48 diverse nazionalità. Ma mancano le guardie e cresce il pericolo di fughe. L'Espresso è entrato in una di queste strutture per vedere come funziona. La prima regola per entrare nei centri di detenzione per i prigionieri Isis è non scrivere dove si trovano. Nessuna indicazione sul luogo, descrizione o foto dall'esterno. La seconda regola ancora più importante è: non parlare ai prigionieri di cosa succede nel mondo. Non sanno nulla della recente invasione della Turchia nel nord-est della Siria contro i combattenti e i civili curdi, arabi, armeni, siriaci, assiri della zona. "Qualsiasi notizia sarebbe come accendere loro la televisione per la prima volta in nove mesi", dice il comandante delle Forze siriane democratiche, a guida curda, responsabile della sicurezza della struttura.
La terza regola, imprescindibile, è: non farsi scappare che Abu Bakr al-Baghdadi è morto. Il leader del cosiddetto Stato islamico, autoproclamatosi califfo, si è ucciso il 27 ottobre durante il raid dell'esercito americano nella provincia di Idlib, a cinque chilometri dal confine turco. Là si era nascosto con i suoi fedeli e i parenti stretti negli ultimi mesi.
Ma i suoi combattenti, devoti al Califfato, non lo sanno. "Ne va della sicurezza di tutti noi", conclude il comandante nella sua introduzione di benvenuto, chiedendo di non scrivere nemmeno il suo nome. Non parla con sguardo severo, ma con sincera preoccupazione. Un velo di paura, di urgenza nelle sue parole.
Dietro di lui, un'enorme bandiera gialla con la cartina della Siria, il fiume Eufrate in evidenza, e le scritte in arabo, curdo, siriaco. È la bandiera delle Forze siriane democratiche, Sdf nel suo più comune acronimo inglese, che hanno condotto la battaglia contro l'Isis, sostenute dalla coalizione a guida americana. Adesso che gli alleati americani se ne sono andati, però, le Sdf hanno un compito perfino più arduo: vigilare affinché non risorga lo Stato islamico. Del resto, l'Isis è fiorito nelle prigioni irachene dopo l'invasione americana; e di certo oggi non morirà in queste nuove prigioni irachene e siriane, dove i rischi di rivolte, tentativi di fuga e pianificazione dei prossimi anni di guerriglia sono altissimi.
Il comandante Sdf lo dichiara senza mezzi termini: "Siamo in pericolo noi, sono in pericolo loro". Muoiono prigionieri ogni mese. Dei cinquemila che ospita la struttura, duemila sono malati: ferite di battaglia, malattie cardiache, malnutrizione, alcuni casi di Aids. "Non abbiamo le risorse per curarli adeguatamente né per nutrirli come si deve", sottolinea il comandante. "In particolari momenti di crisi, abbiamo dato loro il nostro cibo".
La situazione è peggiorata lo scorso 9 ottobre, da quando la Turchia ha iniziato l'attacco alla Siria. Il personale si è ridotto del 40 per cento e le guardie fanno turni tra prigione e fronte. Inoltre, dopo che la Turchia ha bombardato la vicina stazione di approvvigionamento dell'acqua, per poter far sciacquare la faccia ai prigionieri, ogni giorno le Sdf devono percorrere 70 chilometri. La struttura in cui si trovano i prigionieri, miliziani catturati in battaglia, il 90 per cento proprio a Baghuz, l'ultima roccaforte dell'Isis espugnata dalle Sdf a marzo, è una ex-scuola costruita dal governo siriano quando ancora controllava la provincia di Hasake. I lavori di ristrutturazione, o meglio di ridefinizione da scuola a prigione, non sono terminati: tra le mura alte, è previsto un cortile per l'ora d'aria. Finora, in nove mesi, i prigionieri dell'Isis la luce del sole non l'hanno mai vista. Le finestre di quelle che dovevano essere delle aule sono murate.
Da una stanza con una decina di schermi i soldati delle Sdf li monitorano 24 ore su 24. Tre sono i colori dominanti: il grigio delle coperte che i detenuti hanno addosso, l'arancione delle loro tute, e il verde chiaro delle pareti. Proprio il genere di colore che si troverebbe in una scuola elementare. Appesi alle pareti con lo scotch, dei sacchetti con degli effetti personali, qualche asciugamano e dei tozzi di pane.
"Ho bisogno di vedere uno psichiatra: è il motivo per cui voglio tornare in America". Lurin Sulimani ha 53 anni. Ha raggiunto la Siria per vivere con l'Isis alla fine del 2015. In America ci era arrivato da rifugiato kosovaro nel 1999, ne aveva preso la cittadinanza: oggi né il governo americano né quello kosovaro si sono fatti vivi. "Non ho notizie della mia famiglia: mia moglie e tre figli, due nati in Canada e l'ultimo a Manbij".
Sostiene di non aver mai combattuto, di aver cercato di sopravvivere e di provvedere per la famiglia. Ogni volta che c'erano battaglie si spostava. Manbij è stato il luogo di una feroce battaglia durata tre mesi tra Sdf e Isis nel 2016 e i nomi che snocciola sembrano seguire geografia e cronologia delle battaglie contro l'Isis lungo l'Eufrate: da Raqqa a Mayadin ad Hajin, fino a Baghuz, al confine con l'Iraq, confine ultimo del Califfato, almeno a livello territoriale. "Ero venuto per vivere la shari'a, ho creduto alla propaganda, ma sono stato deluso, erano solo interessati a combattere".
Sulimani fa parte di quei 2 mila detenuti che per motivi di salute non stanno nelle aule-celle dove stanno accalcate 100 o 200 persone, ma in una grande sala che fa da "ospedale", in cui alcuni dei prigionieri hanno dei letti e ricevono visite mediche quotidiane. Un'infiammazione all'intestino gli ha fatto perdere peso per mesi. Ma, col suo accento americano, ripete che più delle condizioni fisiche, migliorate ultimamente, è preoccupato per la sua salute mentale: "Quello che abbiamo vissuto, you know, va oltre l'immaginazione".
Non specifica se è solo quello che ha vissuto o anche quello che ha fatto vivere commettendo lui stesso crimini. "Se ho compiuto dei crimini, mi portino in tribunale, facciano quello che pensano sia giusto: ma non lasciateci qui a languire. Se parlo coi giornalisti è perché spero che la mia famiglia googli il mio nome e scopra che sono ancora vivo".
Sono 48 le nazionalità cui appartengono i detenuti: europei, russi, americani, nordafricani, asiatici, oltre ai numerosi siriani e iracheni. Il numero reale è impossibile da stabilire: molti combattenti hanno imparato l'arabo e si dichiarano locali. Dagli interrogatori però è facile identificare subito chi non lo è. "I nostri servizi di sicurezza hanno bisogno delle loro informazioni", dice Heval Toheldan dell'ufficio anti-terrorismo di Rumeilan. "I crimini sono avvenuti qui contro la popolazione locale, non ci basta che i diversi Stati li riportino nei loro paesi".
Nell'ospedale improvvisato del carcere, come in ogni cella, c'è un prigioniero-responsabile. Qui è un ventottenne di Damasco, con occhi verdi luminosi, che dice di essere stato membro dell'Isis: ha vissuto a Deir Zor e ora è il portavoce dei detenuti per indirizzare alle guardie bisogni e richieste. Tra lui e la guardia di turno c'è un'aria di confidenza: scherzano, si danno pacche sulle spalle, si parlano all'orecchio. Mentre lui scherza sul corridoio della sala-ospedale, sfilano prigionieri in sedia a rotelle, su stampelle, o reggendosi sulle sole braccia, perché hanno perduto le gambe. Feriti in battaglia o durante i bombardamenti. Adesso sono lì, anonime figure in divise arancione acceso. Non hanno voglia di parlare con nessuno.
Al primo piano dello stesso edificio, un corridoio di cancelli e lucchetti fa avanzare le guardie verso le celle. Delle cifre incise sulle porte di ferro indicano il numero di detenuti e quello della cella. Da una finestrella minuscola che solo le guardie possono aprire appaiono centinaia di uomini in fila: l'unico modo per avere un contatto, col mondo esterno, parlare.
"Non sono dell'Isis, sono un civile, quelli là sono dell'Isis!", dice Hasan, indicando un gruppetto dietro di lui. Un altro, originario di Bu Kamal, che ha fatto parte dell'Esercito Siriano Libero contro Bashar al-Assad ed è stato fatto prigioniero dall'Isis ma non vuole dichiarare il suo nome, descrive le prigioni tenute dall'Isis come migliori di queste: "Il cibo che mangiavamo era lo stesso del giudice", dice. "Almeno là dopo pochi giorni venivi portato in Tribunale islamico e giudicato, qua in nove mesi non abbiamo visto nemmeno un avvocato".
La Croce Rossa ha fornito materassi, coperte, tutto il minimo necessario, ma è venuta soprattutto per portare messaggi delle famiglie, cercando anche di dar loro notizie se i loro familiari sono ancora vivi. La maggior parte dei detenuti però dice di non averne avute. "Fino a poco tempo fa, c'erano bambini di dieci anni prigionieri qui dentro. Questo non conta per l'Unione Europea?".
Si riferisce ai bambini e adolescenti addestrati dall'Isis per combattere, anche loro imprigionati a Baghuz. A quanto pare, da poco sono stati trasferiti altrove perché, come ha spiegato il comandante delle Sdf, per legge non possono stare insieme agli adulti.
"Le relazioni tra noi detenuti sono buone, anche coi militari", aggiunge infine il tipo di Bu Kamal, "vogliamo solo sapere il destino che ci aspetta". "Ci sono molti problemi qui dentro, violenze sessuali. Fate qualcosa", bisbiglia però un prigioniero avvicinandosi alla finestrella prima che venga chiusa.
Solo una piccola cella si distingue dalle altre: al suo interno due detenuti, ognuno con il suo abitacolo separato e un bagno in comune. Abdelrahman, 37 anni, iracheno di Anbar, è un pittore. "Lo sono da prima di venire in Siria. È anche una terapia per me".
Le guardie dicono che non è un isolamento per punizione, ma un premio. Abdelrahman si dichiara "un civile" e solo in quella cella più spaziosa può continuare a dipingere. Tutti i suoi quadri sono nelle stanze delle Sdf che gli forniscono pennelli e tele. Delle altre attività per la de-radicalizzazione non pare al momento ci sia l'ombra. "Dopo l'attacco della Turchia non abbiamo le forze", spiega il comandante che spera che questi prigionieri possano liberare le proprie menti dal male che hanno commesso e forse vogliono ancora compiere.
Del resto, "a Baghuz ce l'hanno detto: quando saremo di nuovo liberi, faremo peggio di prima". La sensazione del rischio è costante, sostiene una delle guardie, soprattutto se si pensa che di fronte a un'altra prigione, le cellule dell'Isis ancora attive hanno organizzato un attentato, facendo esplodere una macchina e lanciando dei missili. "Il messaggio per noi è chiaro: siamo un target", conclude. "Ma lo è anche per i detenuti dell'Isis: pazientate, non vi abbiamo dimenticato, vi libereremo".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 17 dicembre 2019
Amnesty International ha nuovamente aggiornato il numero dei manifestanti uccisi nei primi giorni delle proteste che a metà novembre hanno scosso l'Iran. La tragica conta dei morti accertati è salita a 304, almeno 12 dei quali minorenni. Come Mohammad Dasankhan, 15 anni, colpito al cuore da un proiettile mentre, uscito da scuola, stava attraversando una manifestazione per tornare a scuola. Ora, ripristinato l'ordine con la forza brutale, è iniziato il secondo tempo della repressione. Gli arresti, infatti, sono stati migliaia: persone che prendevano parte alle proteste, studenti, giornalisti, difensori dei diritti umani, persino ragazzi di 15 anni.
Non esiste ancora un dato ufficiale, ma il 26 novembre Hossein Naghavi Hosseini, portavoce del comitato parlamentare per la sicurezza nazionale, ha parlato di 7000 persone arrestate. Molti degli arrestati sono stati torturati, trattenuti in isolamento, fatti sparire. I nuovi ingressi nelle carceri regolari non faranno altro che peggiorare le preoccupanti condizioni di sovraffollamento. Nella prigione di Raja'i Shahr di Karaj, una delle più famigerate dell'Iran, colonne di camion hanno scaricato centinaia di detenuti, ammanettati e bendati e accolti con calci, pugni, manganellate e frustate. Gli arresti sono stati accompagnati da una narrativa ufficiale estremamente ostile: dalla Guida suprema al capo della magistratura fino agli organi d'informazione statali, i manifestanti sono stati etichettati come "banditi" e nei confronti degli organizzatori delle proteste è stata invocata la pena di morte. Ecco alcune storie.
Mohammad Massa'ed, giornalista, è stato arrestato il 23 novembre dopo aver denunciato su Twitter il quasi totale black-out di Internet imposto dalle autorità tra il 16 e il 24 novembre. Lo hanno rilasciato su cauzione alcuni giorni dopo. Soha Mortezaei, studente dell'Università di Teheran, è stata arrestata il 18 novembre. Pochi giorni prima, i dirigenti dell'ateneo l'avevano ammonita a non protestare altrimenti l'avrebbero torturata. Bakhtiar Rahimi, attivista curdo per i diritti dei lavoratori, è stato arrestato il 27 novembre a Marivan, nella provincia del Kurdistan. Da allora non si hanno più sue notizie.
Sono stati presi di mira anche attivisti delle minoranze: a Tabriz, nella provincia dell'Azerbaigian orientale, sono stati arrestati Akbar Mohajeri, Ayoub Shiri, Davoud Shiri, Babak Hosseini Moghadam, Mohammad Mahmoudi, Shahin Barzegar e Yashar Piri. Le forze di sicurezza hanno anche fatto irruzione negli ospedali di tutto il paese, arrestando manifestanti feriti e portandoli in carcere, dove non starebbero ricevendo cure mediche.
Almeno 304 morti nella repressione delle proteste - L'ong Amnesty International aggiorna il suo precedente bilancio che era di 208 morti. Sono state almeno 304 le vittime della dura repressione in Iran delle violente proteste scoppiate il mese scorso contro il caro benzina. Lo indica un nuovo bilancio fornito da Amnesty International, che finora aveva parlato di 208 morti accertati.
Amnesty fa riferimento al periodo tra il 15 e il 18 novembre, in cui si è registrato il picco delle manifestazioni. Tra le vittime indica anche almeno due adolescenti di 15 e 17 anni. Migliaia sono stati inoltre i feriti, sempre secondo l'ong. Le autorità della Repubblica islamica avevano in precedenza respinto le cifre fornite dall'estero come "menzogne assolute" diffuse da parte di "gruppi ostili", senza fornire però bilanci aggiornati delle proteste.
L'ong parla inoltre di "strazianti testimonianze" di come Teheran abbia avviato "un giro di vite di massa" per nascondere l'entità della "spietata repressione" dopo aver "massacrato" i dimostranti. A questo scopo, aggiunge, sono state arrestate migliaia di persone, tra cui "giornalisti, attivisti per i diritti umani e studenti". Amnesty chiede quindi all'Iran di "rilasciare urgentemente e incondizionatamente tutti quelli che sono stati detenuti arbitrariamente".
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 16 dicembre 2019
Il ministro Lamorgese: il fenomeno in aumento dopo le sentenze europee sull'ergastolo ostativo. Negli ultimi tempi le richieste di dissociazione da parte dei boss sono appaiono in aumento e sembrano esprimere una strategia processuale finalizzata agli sconti di pena". Lo dice a "Il Mattino" il ministro dell'interno, Luciana Lamorgese, che affronta anche il problema dell'emergenza camorra.
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