di Laura Agus
sardegnagol.eu, 7 novembre 2019
Con 25 voti su 31 e alla prima votazione, il Consiglio comunale di Sassari ha nominato Giuseppe Antonello Unida come nuovo Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, all'interno di una rosa di 3 candidature, rappresentate da Tiziana Satta, Francesco Mariano Dore e lo stesso Unida. Classe 1962, impiegato con una laurea in Scienze e Tecnologie psicologiche, Unida, da oltre 15 anni, si è interessato alle problematiche dei detenuti e del mondo penitenziario.
Dal 2000 al 2005 è stato consigliere provinciale, proponendo, durante il mandato, sia a livello comunale sia provinciale, l'istituzione della figura del Garante dei detenuti, recentemente introdotta a Roma. Nella sua funzione istituzionale, ha svolto anche un ruolo ispettivo nelle carceri e di impulso per l'organizzazione di iniziative all'interno degli istituti di pena, per favorire un rapporto di dialogo tra detenuti e la collettività.
umbria24.it, 7 novembre 2019
Il viceprefetto di Terni, Andrea Gambassi, scriverà una lettera al Dipartimento di amministrazione penitenziaria per chiedere la sospensione dell'assegnazione di altri detenuti fino al ripianamento delle carenze della pianta organica del carcere di Sabbione.
Rimane altissima la tensione nel Carcere di Terni dopo gli ultimi episodi di violenza denunciati dalla segreteria provinciale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe) che si sono verificati martedì, proprio durante l'incontro in prefettura.
L'ennesima denuncia del Sappe "Ancora una volta - denuncia il Sappe - il personale di polizia penitenziaria è stato trattenuto in servizio continuativo per l'intera giornata. Tre detenuti si sono resi protagonisti, per futili motivi, di episodi di autolesionismo.
Due di loro, mentre venivano accompagnati presso la locale infermeria per le cure mediche, hanno posto resistenza passiva ed hanno tentato di aggredire il personale in servizio. Uno dei due ha simulato il suicidio ed ha di nuovo dato in escandescenze dopo la visita del medico di guardia, minacciando pesantemente i colleghi".
Gli ultimi episodi al carcere di Terni Ristabilita la calma, ricostruisce il Sappe, il personale veniva dirottato verso le due sezioni detentive più calde per l'immissione alla socialità dei detenuti: "A quel punto uno di loro - prosegue la nota - armato di lametta, minacciava il personale presente. Sono giorni che questo detenuto impunemente detta le condizioni di vivibilità all'interno della sezione detentiva. Riportata la sezione in sicurezza, dopo circa dodici ore di servizio il personale poteva finalmente tornare dalle proprie famiglie". Eventi critici che sembrano non avere fine e per questo il Sappe ha deciso di non revocare lo stato di agitazione del personale aderente.
L'incontro con il vice Prefetto vicario Il vice prefetto Gambassi aveva incontrato le rappresentanze sindacali proprio su richiesta delle stesse organizzazioni sindacali, insieme al direttore ed il comandante della Casa circondariale di Terni ed un rappresentante delegato del Provveditorato Toscana e Umbria. L'incontro era stato chiesto, come spiega il Sappe, "allo scopo di avere un supporto per bloccare l'arrivo di ulteriori 60 detenuti presso il carcere di Sabbione".
Non sono mancati toni accesi durante l'incontro quando il rappresentante del Provveditorato Umbria-Toscana ha sottolineato che carenze simili si registrano in tutti gli istituti d'Italia. Al termine dell'incontro, il "vice prefetto vicario si è impegnato ad inviare una nota al Dap per richiedere la sospensione dell'assegnazione di altri detenuti fino al ripianamento delle carenze della pianta organica del carcere di Sabbione". Dove solo 203 poliziotti sono attualmente in servizio dei 241 previsti dopo il taglio degli organici dovuti alla legge Madia.
aics.it, 7 novembre 2019
La studentessa lucana Debora Fortunato vince il premio nazionale del concorso di scrittura: premiata a Milano nell'ambito del Festival della Comunicazione organizzato dalla Conferenza nazionale volontariato e giustizia, di cui Aics fa parte Debora Fortunato, alunna della 5a del Liceo "Peano" di Marsico Nuovo (Potenza) - accompagnata dal docente Antonio Ramagnano in rappresentanza dell'Istituto e dalla vice presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia in quota Aics, Vincenza Ruggiero - si è aggiudicata il primo premio del concorso di scrittura di "A scuola di libertà" con il testo "Caro detenuto", lettera delicata che "esprime con rara sensibilità il senso del percorso fatto durante l'anno scolastico" mostrando "sintonia empatica con le vicende conosciute e ferma determinazione di volgere in orizzonte positivo le esperienze, individuando vie di riconciliazione e di futuro possibile", come espresso nella motivazione della giuria.
A consegnarle il premio il giornalista e scrittore Pino Roveredo, autore di numerosi romanzi quali "Ferro contro ferro" e "Mandami a dire", premio Campiello 2005.
Il premio le è stato conferito a Milano a fine ottobre, nell'ambito del Festival della Comunicazione e dell'Assemblea Generale della Conferenza Nazionale del Volontariato della Giustizia, dedicati al tema dell'informazione legata alla cronaca giudiziaria e all'esecuzione della pena.
Presenti alla cerimonia di premiazione tra i numerosi relatori intervenuti alla due giorni e coordinati dalla giornalista Ornella Favero di Ristretti Orizzonti, lo scrittore Edoardo Albinati, vincitore del premio Strega 2016, Luigi Ferrarella giornalista e inviato del Corriere della Sera, Davide Galliani, docente Universitario di diritto pubblico, il Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria per la Lombardia e il Piemonte Pietro Buffa, Francesco Maisto Garante per i detenuti del Comune di Milano, già Presidente del Tribunale di Sorveglianza, Fiammetta Borsellino, figlia minore del magistrato Paolo, ucciso dalla mafia nella strage di via D'Amelio a Palermo. Presenti anche la stessa Ruggiero, vice presidente nazionale della Conferenza, e Francesco Cafarelli, presidente di Aics Basilicta e della Conferenza regionale Basilicata di volontariato e giustizia.
Il premio giunge a conclusione del percorso sui temi della giustizia, della legalità e dell' inclusione, intrapreso nello scorso anno scolastico dalle classi 4 D di Marsico Nuovo ad indirizzo linguistico e 4 B di Viggiano di scienze umane, del liceo "Peano" che con il Comitato Provinciale Aics di Potenza ha siglato l'accordo per la realizzazione di tale percorso previsto dal progetto d'Istituto per l'Alternanza Scuola Lavoro.
L'Aics di Basilicata, che da anni collabora con i Servizi lucani della Giustizia, ha attivato i laboratori di scrittura creativa e di ceramica artistica all'interno della Casa Circondariale di Potenza e dell'Istituto Penale per i minori, nei quali sono ospitati numerosi detenuti stranieri, collegando le attività al Progetto "Cultura dell'accoglienza e comunità inclusiva".
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 7 novembre 2019
È partito ieri nella Casa circondariale maschile di Santa Maria Maggiore, a Venezia, il progetto "Teatro e genitorialità" promosso dall'associazione La Gabbianella con il regista Michalis Traitsis. Rinsaldare il delicato rapporto tra padre e figlio attraverso il teatro. Sollecitare, con la complicità del palcoscenico e facendo leva su tutta la forza introspettiva che arriva dall'attività teatrale, quella consapevolezza che è venuta a mancare prima con la commissione del reato e poi con la lontananza forzata causata dalla detenzione.
Sono questi gli obiettivi del progetto sulla genitorialità in carcere partito oggi nella casa circondariale maschile di Santa Maria Maggiore di Venezia grazie all'associazione di promozione sociale La Gabbianella: una realtà che ha appena festeggiato i primi 20 anni di attività e che lavora sulla prevenzione del distacco tra i bambini e i loro genitori attraverso diverse forme di solidarietà familiare. Gli operatori dell'associazione si occupano anche dei minori presenti nel carcere femminile della Giudecca accompagnandoli ogni giorno all'asilo comunale, portandoli a giocare fuori dalla casa di reclusione nelle festività e al mare d'estate.
"Teatro e genitorialità" è il titolo del percorso che intreccia il lavoro sui palcoscenici rinchiusi, ha preso il via questa mattina e coinvolge i detenuti papà. L'attività teatrale sarà gestita in itinere con psicologi che aiuteranno le persone ristrette ad avvicinarsi a una genitorialità più responsabile, condividendo riflessioni ed esperienze.
Il progetto si concluderà con uno studio teatrale sul tema del rapporto padri - figli che sarà presentato nell'istituto penitenziario di Santa Maria Maggiore di Venezia e che è diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale, coordinatore dell'associazione Balamòs Teatro che opera sul territorio nazionale e internazionale con progetti specifici dedicati anche all'ambiente penitenziario. Ogni fase delle attività sarà documentata da Marco Valentini (operatore video) e Andrea Casari (fotografo).
"Il progetto appena partito - spiega il regista Michalis Traitsis all'uscita dal carcere - ha dato il via a un percorso che terminerà intorno al mese di giugno con l'allestimento di uno spettacolo teatrale che avrà come tema la genitorialità. All'incontro di oggi hanno partecipato 17 detenuti scelti dall'amministrazione penitenziaria sulla base della loro condizione di genitori e tra quelli che hanno una pena abbastanza lunga da riuscire a concludere il percorso. I nostri incontri avranno cadenza settimanale, tranne che per l'ultimo periodo in cui il lavoro si intensificherà in vista dell'allestimento. Saranno due le fasi del progetto: una prima di improvvisazione, sperimentazione, ricerca e formazione che mi permetterà di capire le qualità di ognuno e mi aiuterà nella scelta del linguaggio e del testo. E una seconda con l'allestimento vero e proprio dello spettacolo, in cui condensare tutti gli elementi raccolti". I 17 detenuti-papà hanno un'età media vicina ai 30 anni e sono per più della metà stranieri.
iperbole.bologna.it, 7 novembre 2019
Non solo Mimosa compie 5 anni e si racconta alla città attraverso una mostra fotografica Da dentro a fuori: sguardi di futuro, allestita nella Manica lunga di Palazzo d'Accursio dal 5 al 17 novembre. L'esposizione è una selezione di 100 scatti realizzati all'interno della Casa circondariale "Rocco d'Amato" da 6 fotografe volontarie, Noella Bardolesi, Alessandra Bettini, Sara Colombazzi, Elena Facchini, Emanuela Sforza, Giuseppina Martelli. Grazie al contributo dell'ufficio Pari Opportunità e del Consiglio comunale di Bologna è stata realizzata una piccola pubblicazione che illustra le attività portate avanti dal progetto "Non solo Mimosa" dalla sua nascita ad oggi.
In programma anche, nella sala Renzo Imbeni di Palazzo d'Accursio, una serie di appuntamenti a cura delle associazioni che hanno aderito al progetto, per far conoscere le attività svolte in carcere e sensibilizzare sul tema della detenzione femminile. Per tre lunedì consecutivi, il 4, l'11 e il 18 novembre, alle 19.30 "Arteterapia: esperienze rivitalizzanti fra materiali e colori", a cura di Art Therapy Italiana. Partecipano: Tiziana Massa, Francesca Rippa, Rebecca Hetherington.
Sabato 9 novembre alle 10 sarà presentato il volume "Le Parole per dirlo", frutto dei laboratori di lettura e scrittura della Sezione Femminile, a cura di Udi Bologna. Partecipano: Alba Piolanti, Giuseppina Martelli, Anna Vinci, Katia Graziosi, Grazia Verasani.
Giovedì 14 novembre alle 20 "5 minutos'. Io Medito: i benefici della meditazioni" un momento di stimolazione neurale con trattamenti energetici per il benessere psico-fisico, a cura di Manos sin fronteras. Partecipano: Maria Grazia Scampini, Stefania Capatti.
Venerdì 15 novembre alle 18 si parlerà del film "Sezione Femminile. L'immaginario dietro le sbarre", a cura di MEG Medicina Europea di Genere - APS. Partecipano: Tiziana Gentili, Adina Sgrignuoli, Valeria Ribani, il regista Eugenio Melloni.
Sabato 16 novembre alle 10 shiatsu al femminile, a cura di Fisieo (Federazione Italiana Shiatsu insegnanti e operatori). Partecipano: Stefania Ferri, Pierpaola Pierucci, Patrizia Sartori, Renato Zaffina.
Non solo Mimosa, il progetto muove i suoi primi passi nel 2014 con delle semplici visite istituzionali alla Casa circondariale Rocco D'Amato, spesso in occasione dell'8 marzo, Giornata internazionale della Donna, e del 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Da queste visite matura la necessità di dare qualche risposta concreta ai bisogni che le detenute in quegli incontri esprimono. "Non solo Mimosa", quindi, si muove con una proposta progettuale che va in questa direzione, all'insegna della solidarietà femminile e dell'impegno civico.
L'invito a promuovere un'azione collettiva dedicata alla salute e al benessere delle donne detenute viene generosamente raccolto da associazioni e singole cittadine che, da cinque anni, mettono a disposizione il proprio tempo, professionalità e lavoro in maniera completamente gratuita. Ne nascono quindi qualificate attività culturali e di formazione che migliorano in parte la qualità della vita e il benessere psicofisico delle partecipanti e le supportano nel percorso rieducativo e di successivo reinserimento nella società. Il coordinamento del progetto è curato dalla consigliera Mariaraffaella Ferri, la programmazione e il monitoraggio delle attività si svolgono in raccordo con la Direzione generale e dell'Area Educativa della Casa circondariale e con l'Ufficio del Garante comunale per i diritti delle persone private della libertà.
di Chiara Baldi
La Stampa, 7 novembre 2019
La mostra aperta a Palazzo Lombardia fino al 15 novembre, racconta il recupero dei detenuti attraverso la viticultura. Una mostra gratuita sul tema dell'agricoltura sociale. Si chiama "Valelapena. Storie di riscatto dal carcere d'Alba" e la si potrà visitare dal 7 al 15 novembre a Palazzo Lombardia.
"L'agricoltura ha uno straordinario ruolo sociale e questo progetto lo testimonia. A livello regionale abbiamo 24 fattorie sociali iscritte al nostro registro. Sono aziende agricole che offrono forme alternative di welfare partecipativo. Abbiamo recentemente stanziato 50 mila euro per organizzare percorsi formativi e aumentare il livello delle competenze degli operatori. Sono fondi utili a sviluppare modelli aziendali in linea con le finalità dell'agricoltura sociale e ad attuare iniziative di comunicazione e promozione esterna come motore di socialità", ha spiegato l'assessore all'Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi Fabio Rolfi, presente all'inaugurazione della mostra.
Il progetto, in vita dal 2006, fino a oggi ha prodotto, con le uve coltivate nel carcere di Alba, quasi 22 mila litri di vino per un totale di 29 mila bottiglie di vino. Il Carcere di Alba ha ospitato tra i 150 e i 50 attuali detenuti, in questi 13 anni e ha formato attraverso il progetto Valelapena quasi 200 persone. Di queste, 30 detenuti scontata la pena hanno trovato un impiego in campo agricolo mentre 20 sono tornati al loro precedente lavoro senza reiterare il reato. "Dare una seconda occasione a persone svantaggiate comporta benefici per i singoli e per tutta la comunità.
"Valelapena" non solo permette ai detenuti di riscattare il proprio vissuto, ma può contribuire significativamente alla creazione di quella manodopera qualificata che è un tassello fondamentale per rafforzare il ruolo del Made in Italy come un'eccellenza nel mondo", hanno commentato Riccardo Vanelli, Amministratore Delegato Syngenta Italia, e Sergio Pasquali, responsabile del progetto sin dalla sua nascita.
Ogni anno "Valelapena" coinvolge circa 15 detenuti in via di scarcerazione a cui vengono insegnate le tecniche di coltivazione della vite e di produzione del vino. Un modo concreto per ripartire, una volta usciti dal carcere, con una professionalità spendibile nel mondo.
di Elena Corveddu
La Nuova Sardegna, 7 novembre 2019
Un parco giochi per i figli dei detenuti di Mamone. Per un carcere senza barriere. Questa l'idea del Lions Club Goceano, della Circoscrizione VII, zona VII C. Il "Giardino dei giochi", così è stato ribattezzato, è stato inaugurato sabato scorso nella casa di reclusione di Mamone (Nuoro), nell'area antistante la Centrale dell'istituto.
Il parco giochi nasce dalla collaborazione tra il Lions Club Goceano e l'area giuridico-pedagogica del carcere. La proposta avanzata dal socio Pino Mellino nell'annata lionistica 2018/2019 durante la presidenza di Salvatore Sanna, ha avuto da subito l'approvazione dei soci. L'iniziativa ha avuto inizio nell'annata 2018/2019 con il Governatore Lions Leda Puppa Rettighieri e si è concluso in quest'annata con il Governatore Massimo Paggi.
"Lo scopo - ha spiegato il Lions Goceano - è stato quello di realizzare un'area attrezzata da adibire a parco giochi per poter essere utilizzata dai figli di detenuti nei momenti destinati alle visite da parte dei loro familiari, in modo che quei momenti possano essere trascorsi in serenità e non come un momento di sofferenza".
Tutto questo a coronamento anche dello scopo cui si basa l'ordinamento penitenziario italiano il cui principio fondamentale è il recupero della persona che ha commesso un reato. Il socio Lions Angelo Crabolu, ingegnere, ha realizzato il progetto, ha seguito i lavori nella fase esecutiva fino al completamento dell'opera.
Nel parco sono stati installati dondoli, altalene e panchine, tutti realizzati con materiali di recupero come ferro, tronchi di albero e pedane in legno per imballaggi. Tutte le lavorazioni sono state eseguite da alcuni detenuti del carcere, che si sono proposti volontariamente per costruire e assemblare i giochi e le altre strutture necessarie al completamento dell'opera. Il Lions Club Goceano, oltre alla progettazione, ha contributo finanziariamente per la realizzazione dell'opera. Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti l'ispettore Cosimo Ortu, Comandante di reparto facente funzioni, Alessandra Onnis, capo area giuridico-pedagogico, Maria Grasso, Maria Marcenò, Lina Sale Cadonedda, Anna Di Tommaso, dell'area giuridico-pedagogico, Laura Viscosi, psicologa, e il cappellano del carcere don Alessandro Muggianu.
Per il Lions club del Goceano erano presenti il presidente Lorenzo Furriolu e altri otto soci. Furriolu, nel suo intervento, ha ribadito che lo scopo del Lionismo è rivolto soprattutto al mettersi al servizio di chi ha bisogno e, terminando, ha consegnato alle tre cariche più rappresentative del penitenziario tre guidoncini, le bandierine rappresentanti il Lions Club Goceano, in ricordo dell'iniziativa.
La dottoressa Onnis e di seguito l'Ispettore Ortu, hanno evidenziato il lavoro svolto dai detenuti, con l'augurio che nel futuro sempre meno bambini vivano l'esperienza dell'ingresso in un istituto di detenzione per far visita al proprio genitore. A suggello della partecipazione del Club alla realizzazione dell'opera, su un masso di pietra all'ingresso del parco giochi, è stata apposta una targa rappresentante lo stemma del Lions Club Goceano con la descrizione dell'opera e dell'annata della sua realizzazione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 novembre 2019
Giocano in un campo di calcio in un istituto penitenziario, dove sembrano però immersi sott'acqua, come se fossero in apnea. in anteprima assoluta il 14 novembre a Roma al cinema Savoy. Il carcere, per eccellenza è luogo di emarginazione. È un mondo fatto di liturgie ferree.
Prima i controlli, poi i cancelli da attraversare, i lunghi corridoi da percorrere, l'aria stagnante, l'architettura severa, i pensieri che si alternano alle paure, dove i detenuti vivono soprattutto del loro passato. Chi vi entra, anche per far visita ai reclusi, può avere la sensazione di rimanere senza fiato. Non è un caso, d'altronde, che esiste "l'ora d'aria": esattamente per riprendere fiato.
C'è un cortometraggio dal titolo "Prendi fiato" che sarà trasmesso in anteprima assoluta il 14 novembre a Roma alle ore 17, al cinema Savoy in via Bergamo 25. Dal teaser si vedono dei detenuti che giocano in un campo di calcio all'interno di un istituto penitenziario, dove sembrano però immersi sott'acqua, come se fossero in apnea. "L'idea centrale del cortometraggio è quella di porre l'attenzione sui detenuti in uno spazio altro, un altrove", afferma la regista Lucilla Miarelli. "Prendi fiato" racconta la storia di un uomo in crisi che nuotando sott'acqua perde i sensi e si ritrova in una dimensione senza tempo. "Abbiamo scelto di raccontare una storia con un linguaggio simbolico, nella quale i detenuti giocassero un ruolo chiave nello svolgimento del racconto", affermano la regista ed il direttore della fotografia Raffaele Mariniello, che hanno firmato insieme la sceneggiatura.
Lucilla Miarelli nasce a Roma e si è formata come attrice studiando con Alessandro Fersen, Beatrice Bracco, Natalia Zvereva in Italia, Eugenio Barba in Danimarca e Susan Batson negli Stati Uniti. Si è laureata in lettere all'università "La Sapienza" di Roma con la professoressa Clelia Falletti. Come attrice ha lavorato in diverse produzioni teatrali tra le quali "Sacco e Vanzetti" diretto da Beatrice Bracco, ha debuttato al cinema con Pupi Avati nel film "Una sconfinata giovinezza". È stata assistente di diversi insegnanti di recitazione, tra i quali Susan Batson e negli ultimi anni si è dedicata all'attività di acting coach. "Prendi fiato" è il suo primo cortometraggio come regista.
Il cortometraggio è stato realizzato all'interno della Casa Circondariale di Velletri ed è il risultato finale del modulo "Il teatro Dentro" del Pon - Percorsi per adulti - "Insieme si può" attivato dall'Istituto Cesare Battisti di Velletri e supervisionato dalla tutor, Brunella Libutti. Il progetto è stato possibile grazie alla sensibilità della Direttrice della Casa Circondariale di Velletri, Maria Donata Iannantuno e del preside dell'Istituto Cesare Battisti di Velletri, Eugenio Dibennardo che hanno fortemente sostenuto il progetto.
Ancora una volta, nasce un film o un cortometraggio grazie all'esperienza di un teatro in carcere. Basti pensare alla storica Compagnia della Fortezza a Volterra diretta da Armando Punzo o all'intensissimo film dei fratelli Taviani "Cesare deve morire" su un "Giulio Cesare" di Shakespeare diretto da Fabio Cavalli con i detenuti. Non resta che vedere "Prendi fiato", dove i detenuti hanno un ruolo chiave.
di Andrea Galli e Gianni Santucci
Corriere della Sera, 7 novembre 2019
I carabinieri garantiranno la scorta alla senatrice a vita, che attraverso i canali dei social network riceve in media ogni giorno 200 messaggi di odio. Da oggi, i carabinieri del Comando provinciale di Milano garantiranno la scorta alla senatrice a vita Liliana Segre, deportata nel gennaio del 1944 dal binario 21 della stazione Centrale al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, e sopravvissuta all'Olocausto. La misura di protezione, da tempo sotto esame, è stata disposta nel pomeriggio di mercoledì, durante il Comitato per la sicurezza e l'ordine pubblico presieduto dal prefetto Renato Saccone e con al tavolo i vertici cittadini delle forze dell'ordine.
Tecnicamente, il livello di difesa è una tutela, che prevede la presenza dei carabinieri in ogni spostamento e uscita pubblica della senatrice, contro la quale martedì Forza Nuova ha esposto uno striscione, nei dintorni del teatro di via Fezzan, a Milano, dove Liliana Segre incontrava assieme a don Gino Rigoldi cinquecento studenti. Proprio l'aumento esponenziale delle minacce, unitamente all'elevato numero di eventi con protagonista la senatrice, che a 89 anni, instancabile, mai si sottrae agli inviti a dibattiti e convegni, ha accelerato la decisione della scorta. Una misura necessaria nei confronti di una donna che, per sua stessa ammissione, attraverso i canali dei social network riceve in media ogni giorno duecento messaggi incitanti all'odio razziale. L'origine della campagna di violenza non è di queste ore: risale (almeno) al 2018, quando era stato aperto un fascicolo in Procura sotto il coordinamento del pool antiterrorismo del magistrato Alberto Nobili, ma è stato l'attuale ministro dell'Interno Luciana Lamorgese a inserire il provvedimento di tutela nelle priorità.
Nel corso di un recente seminario alla Iulm, la senatrice, parlando proprio degli haters, aveva detto che "sono persone per cui avere pena e che vanno curate". Del resto, aveva aggiunto, "ogni minuto della nostra vita va goduto e sofferto. Bisogna studiare, vedere le cose belle che abbiamo intorno, combattere quelle brutte e non perdere tempo a scrivere a una 90enne per augurarle la morte. Tanto c'è già la natura che ci pensa".
In uno dei suoi ritorni lì dov'era il Binario 21, nel Memoriale della Shoah, Liliana Segre aveva ricordato la cattura, il trasferimento nel carcere di San Vittore, gli ultimi gesti di umanità dal prossimo - poche mele e una piccola sciarpa donate dai detenuti che altro non avevano -, infine la partenza verso la stazione e una lancinante presa di coscienza: quella dei genitori di non poter più proteggere i propri bambini, vista l'impossibilità di fuggire. "Io ero una figlia, e sarò per sempre convinta che non avrei potuto farlo da madre. Mai". Ogni istante trascorso con Liliana Segre, racconta chi le sta vicino, rimane un privilegio raro.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 7 novembre 2019
A Roma per celebrare i 70 anni della convenzione di Ginevra, che ha introdotto il diritto internazionale umanitario e le regole per la protezione dei civili in situazioni di crisi e di conflitto, il presidente della Croce Rossa non si sbilancia sul rinnovo degli accordi con la Libia, "non facciamo politica".
"Come operatori umanitari non possiamo certo dirci soddisfatti di cosa accade dentro e intorno alla Libia: nel Mediterraneo muoiono più persone, sempre di più vengono uccise nel Sahara, e le condizioni in alcuni dei campi di detenzione dei migranti sono inaccettabili", dice a Repubblica Peter Maurer, l'uomo che da sette anni, dopo una lunga carriera nella diplomazia svizzera e internazionale, guida il comitato internazionale della Croce Rossa, una delle più grandi e autorevoli organizzazioni umanitarie del mondo.
Il Comitato "finora non ha ottenuto dai diversi attori sul terreno in Libia le condizioni che chiediamo sempre per accedere ai campi dove sono detenuti i migranti", spiega: accessi regolari ripetuti e non annunciati e colloqui individuali con i detenuti. A Roma per celebrare i 70 anni della convenzione di Ginevra, che ha introdotto il diritto internazionale umanitario e le regole per la protezione dei civili in situazioni di crisi e di conflitto, Maurer non si sbilancia sul rinnovo degli accordi con la Libia, "non facciamo politica", sottolinea, ma è in contatto costante con il governo italiano e "i governi europei per mostrare loro l'impatto che le scelte politiche possono avere sul terreno". Alla commissione Esteri della Camera deve affrontare agromenti come Libia, certo, ma anche Yemen, Ucraina, Siria, dove l'invasione turca nel nord est ha reso ancora più difficile il lavoro degli operatori umanitari.
"Questa nuova crisi ha sfollato altre decine di migliaia di persone, la nostra capacità di risposta è massima e attivata in pieno, ma parliamo di un paese che vive in guerra da 8 anni, dove la metà della popolazione è sfollata, decine, centinaia di migliaia di persone sono state uccise". L'azione militare turca "è una nuova faccia del conflitto e una sfida per noi perché il nord est della Siria è difficile da raggiungere".
La Siria è forse il teatro di guerra che più di altri ha messo le organizzazioni umanitarie di fronte alle difficoltà di operare nei "nuovi conflitti". Intanto per l'impatto devastante delle cosiddette "urban wars", il trasferimento della guerra nelle aree urbane. "L'ho visto ad Aleppo, Homs, a Mosul", racconta Maurer, "è scioccante la devastazione delle infrastrutture, delle scuole e degli ospedali, e il fatto che le popolazioni colpite sono riportate indietro di decenni". Le difficoltà di chi lavora sul campo sono aumentate anche dall'alta frammentazione dei conflitti e dalla necessità di interagire con numerosi attori su diversi fronti, molti di questi non statali, un fenomeno che non riguarda solo la Siria.
Negli ultimi otto anni, il numero di gruppo di armati non statali nel mondo è cresciuto più che nei tre decenni precedenti. "Aumentano i conflitti asimmetrici, abbiamo avuto contatti e censito 420 gruppi armati non statali", dice Maurer, che a Roma ha incontrato anche la vice ministra degli Esteri, Emanuela Del Re, per inaugurare la mostra fotografica per i 70 anni della Convenzione di Ginevra che raccoglie gli scatti che hanno vinto dal 2014 al 2018 il premio internazionale Humanitarian Visa d'or Award.
All'evento ha partecipato anche il segretario generale della Croce Rossa italiana, Flavio Ronzi, che ha messo l'accento non solo sulla situazione in Libia ma anche nella più ampia regione del Sahel, dove i conflitti non sono noti e il controllo del territorio è sempre più in discussione. "Noi vediamo chi riesce a superare la Libia, ma la grande preoccupazione internazionale sono le persone che non riescono a finire il viaggio o quelle che dai centri di detenzione non escono più".
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