di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 6 novembre 2019
"Sarà una riforma epocale", dichiarò euforico, lo scorso luglio, il Guardasigilli Alfonso Bonafede, illustrando ai giornalisti il suo maxi piano sulla giustizia. "Porterò il testo al primo Consiglio dei ministri", aggiunse con il tono di voce di chi è consapevole che quell'annuncio sarebbe stato ricordato come uno dei momenti più solenni per il mondo del diritto dopo anni. Nel 2019, per il ministro grillino, finiva un'epoca, quella delle leggi "ad personam" e delle riforme fatte per favorire solo i "delinquenti" e non i cittadini onesti.
Riformare la giustizia non è un'impresa facile per nessuno. Ma Bonafede era convinto di portare a casa il risultato e di passare alla storia, dopo Cesare Beccaria, Piero Calamandrei, Giuliano Vassalli, solo per citare qualche illustre giurista italiano del passato, come colui che fece funzionare l'infernale macchina giudiziaria. Il disegno di legge in questione di epocale aveva pure il titolo: "Ddl recante deleghe al governo per l'efficienza del processo civile e del processo penale, per la riforma complessiva dell'ordinamento giudiziario e della disciplina sulla eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati, nonché disposizioni sulla costituzione e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura e sulla flessibilità dell'organico di magistratura".
Una riforma a 360 gradi, dunque, che avrebbe rivoluzionato i tribunali, garantendo processi rapidi e pene certe. E mettendo finalmente in riga anche i magistrati, usciti a pezzi dopo lo scandalo emerso proprio in quel periodo con le intercettazioni effettuate a carico del pm Luca Palamara che avevano disvelato le torbide manovre dei togati per nominare i capi di alcune importanti Procure.
Bonafede si era calato nei panni del riformatore esattamente a gennaio. Per incassare il blocco della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado, uno dei cavalli di battaglia dei grillini da sempre, inserita nel famigerato "spazzacorrotti", aveva accettato che tale norma entrasse in vigore dopo un anno, a partire dunque dal 2020.
Durante quest'anno, per evitare lo scoppio della "bomba nucleare" sui processi, come disse l'allora ministro leghista Giulia Bongiorno prevedendo gli effetti del processo eterno, si sarebbero dovuti modificare i codici di rito. Una riforma organica che, nelle intenzioni della maggioranza giallo-verde, avrebbe reso digeribile lo stop della prescrizione, norma palesemente in contrasto con quanto disposto dalla Costituzione a proposito della ragionevole durata dei processi.
Bene, cosa è successo da allora? Assolutamente nulla. In Consiglio dei ministri non è stata presentata neppure mezza pagina di questa "riforma epocale" della giustizia. Neppure il "frontespizio". E, verosimilmente, nulla accadrà da qui alla fine dell'anno.
Anche se il Ddl Bonafede venisse approvato in Cdm, infatti, non ci sarebbe poi il tempo tecnico per il suo passaggio alle Camere entro il prossimo 31 dicembre.
Difficile, poi, che il Pd tenti un colpo di coda per salvare la riforma Orlando sulla prescrizione, annichilita dal testo Bonafede. I dem sulla giustizia sono ormai appiattiti sui diktat grillini e, lacerati al proprio interno, non hanno la forza politica di ricordare all'alleato di governo l'impegno preso.
Vale la pena di ricordare che la riforma Bonafede è stata osteggiata dall'intera comunità dei giuristi. Tranne qualche noto magistrato legato a doppio filo al M5s, tutta l'accademia, il mondo forense e ampi settori della magistratura non ideologizzata, hanno manifestato assoluta contrarietà al riguardo.
Lo stesso vice presidente del Csm, il dem David Ermini, non perde occasione per ricordare che non è possibile tenere una persona sotto processo per tutta la vita. Le Camere penali hanno, il mese scorso, indetto una settimana di astensione dalle udienze in segno di protesta. Tutto inutile. Il ministro della Giustizia non vuole fare un passo indietro: troppo importante questa legge manifesto per la narrazione grillina sull'onestà. Quindi, dal prossimo primo gennaio, via libera, senza troppi pensieri, allo scoppio della bomba nucleare sui processi. Corte costituzionale permettendo.
di Bruno Ferraro*
Libero, 6 novembre 2019
Tre pronunzie, di tre diversi organi giudiziari, hanno messo in allarme l'opinione pubblica e in discussione l'efficacia della lotta alla criminalità organizzata, anche perché, intervenendo a pochi giorni l'una dall'altra, segnalano implicitamente un abbassamento del rigore dell'azione di giudici e forze dell'ordine nella repressione di crimini molto efferati.
Ha cominciato la Corte di Giustizia di Strasburgo, chiamata a pronunziarsi sulla legittimità dell'art. 41bis, ovvero il carcere duro, uno strumento irrinunziabile nella lotta alla mafia ed al crimine organizzato perché impedisce ai boss di continuare a comandare anche dal carcere e spezza il legame dei capi con il territorio. C'è stato tempo fa l'episodio della condanna dell'Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell'uomo per la decisione di rinnovare il 41bis a Bernardo Provenzano per il periodo dal 23 marzo al 13 luglio 2016, giorno della sua morte.
Se 20 ergastoli, un elenco impressionante di omicidi efferati ed una decisione favorevole della Cassazione non sono sufficienti a giustificare l'adozione di tale misura, allora è giusto che l'Italia se ne dolga, sia a livello di opinione pubblica sia a livello politico, anche perché il sistema penitenziario italiano è stato più volte definito equo e razionale dalla Corte Costituzionale.
Quindi, non v'e spazio per ritenere "inumana e degradante" la detenzione in carcere di Provenzano e di chi per lui. È grave che non se ne renda conto la Corte di Strasburgo che, sentenziando nell'ottobre 2019 nel caso Viola (ergastolo per mafia, sequestro di persona ed omicidio), ha ritenuto il 41bis incompatibile con il fine rieducativo della pena in carcere. Ha proseguito la Corte di Cassazione che, con sentenza del 22 ottobre 2019, ha escluso l'esistenza di "mafia capitale" bocciando l'apparato accusatorio messo in piedi dalla Procura di Roma a seguito di due maxi retate che portarono (dicembre 2014 e giugno 2015), all'arresto rispettivamente di 37 e 44 persone.
Per la Procura, allora guidata da Giuseppe Pignatone, opererebbe nella Capitale un'associazione di stampo mafioso originale, capace, con la complicità di politici e funzionari, di impadronirsi degli appalti pubblici (campi nomadi, accoglienza per migranti, verde, rifiuti): piccole mafie che (parole di Pignatone) "operano in una sostanziale pax, sulla base di un sistematico accordo tra i diversi responsabili e dell'uso di un comune metodo mafioso fatto di violenza e intimidazione, volto a favorire atteggiamenti omertosi e con l'obiettivo di reinvestire i soldi guadagnati mediante la collaborazione di esperti professionisti".
Sulla fondatezza probatoria di tale impianto ebbi ad esprimere a suo tempo seri dubbi giuridici sulle colonne di questo giornale, per cui mi sembrò conseguenziale la pronunzia del Tribunale di Roma del luglio 2017 che escluse l'esistenza dell'associazione mafiosa ex art. 416 bis. I dubbi mi rimasero anche dopo la sentenza di appello basati sul fatto che il 416 bis richiede un insieme di elementi, non emersi dall'inchiesta penale, che vanno provati dalla pubblica accusa. La decisione della Cassazione riporta il discorso sul piano giuridico.
Di essa beneficeranno gli imputati che in appello chiederanno una riduzione della pena. Ma tant'è, la giustizia non va confusa con il giustizialismo e le supposizioni non assurgono al rango di prova. Terza decisione quella emessa dalla Corte Costituzionale (non si conoscono ancora le motivazioni) che esclude che i benefici penitenziari possano essere negati per la mancata collaborazione del condannato.
Se così fosse, il fine rieducativo della pena non avrebbe ragion d'essere. Il condannato non pentito e non collaborante non mi pare meritevole di mano tesa. Se mai è vero il contrario.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
di Vincenzo Musacchio
Il Dubbio, 6 novembre 2019
Negli ultimi trent'anni le organizzazioni criminali hanno progressivamente ampliato il proprio raggio d'azione su scala internazionale, sfruttando le opportunità offerte dall'apertura delle frontiere interne dell'Unione europea, oltre che dalla globalizzazione economica e dalle nuove tecnologie informatiche e stringendo alleanze con gruppi criminali di altri Paesi per dividersi mercati e zone d'influenza.
Le nuove mafie variano sempre più le loro attività e instaurano legami tra il traffico di stupefacenti e di organi umani, la tratta degli esseri umani, il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, il traffico di armi e il riciclaggio di denaro. La corruzione tra i nuovi strumenti di cui si serve la criminalità organizzata rappresenta una minaccia notevole per l'Europa.
La creazione di un'area di giustizia penale, oggi, si pone quale supremo imperativo dinanzi a crimini che, per l'appunto, sforano ormai i confini nazionali e impongono una cooperazione tra Stati, sia con riguardo all'esigenza di accertare l'effettiva responsabilità degli autori delle condotte illecite, sia con riferimento alla necessità di operare in una fase antecedente alla commissione del reato.
Al fine di creare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia occorre, dunque, sviluppare una più profonda cooperazione giudiziaria in materia penale, allo scopo di contrastare i fenomeni criminali a carattere transfrontaliero e di garantire una piena tutela dei diritti sia per le vittime, sia per gli indagati e gli imputati nel corso del procedimento, sia per i detenuti nella fase di esecuzione della pena. Personalmente riteniamo che la criminalità organizzata e il terrorismo meritino una normativa rafforzata mediante l'istituzione una procura europea ad hoc.
La nuova Procura europea antimafia potrebbe essere composta dal Procuratore europeo antimafia e da ventotto magistrati denominati vice procuratori e rappresenteranno ciascuno Stato membro. La struttura potrà essere composta altresì da altri ventotto membri scelti tra gli esperti della materia di ciascun Stato membro.
Il Procuratore europeo antimafia eserciterà le funzioni di coordinamento delle indagini condotte dalle singole unità antimafia (Ua) nei reati commessi dalla criminalità organizzata e dai terroristi. Le materie d'interesse sono quelle che rivestono una particolare importanza nel contrasto alla criminalità organizzata e del terrorismo e che quindi sono seguite e studiate su tutto il territorio europeo al fine di individuare nuovi filoni investigativi.
Le principali sono: a) mafia; b) narcotraffico; c) tratta di organi ed esseri umani; d) riciclaggio; e) appalti pubblici nazionali ed europei; f) misure di prevenzione patrimoniali, g) ecomafie; h) contraffazione di marchi; i) operazioni finanziarie sospette; l) crimini informatici; m) organizzazioni criminali straniere internazionali; n) terrorismo. I vice procuratori europei antimafia potranno lavorare in più direzioni: esercitando l'attività di coordinamento presso ciascun'unità per seguire le indagini e riportare le informazioni al procuratore europeo. L'istituzione della Procura europea antimafia si dovrà fondare sull'operatività del principio del mutuo riconoscimento, che dovrà essere sostenuto dalla condivisione di ogni singolo Stato membro e dovrà essere agevolato dalla stipulazione di accordi tra essi e il nuovo organo giudiziario. Sarebbe, dunque, necessario contemplare tali situazioni negli accordi tra la Procura europea antimafia e gli Stati membri partecipanti alla cooperazione rafforzata. Sarà necessario che simili ipotesi trovino puntualmente regolamentazione negli accordi tra tutti gli Stati membri e la Procura europea antimafia, questo per non creare disparità di trattamento. In conclusione chi scrive, ritiene che l'Europa e le sue istituzioni debbano attivarsi nel più breve termine possibile accompagnando le nuove misure, in parallelo con una radicale revisione della materia della lotta alla criminalità organizzata, per adeguare l'istituenda Procura europea antimafia alla nuova realtà e con l'adozione di normativa ad hoc che preveda l'estensione della competenza del nuovo organo anche ai reati di terrorismo.
La Procura europea antimafia, frutto di un vero e proprio lavoro diplomatico tra tutti gli Stati membri, seppur con limiti e possibili difetti, rappresenta per chi scrive un punto di partenza, non certo di arrivo, verso risultati più ambiziosi nella lotta al crimine organizzato transfrontaliero. La tutela penale dell'Unione europea dalla criminalità organizzata e dal terrorismo non può più essere affidata ai soli strumenti sanzionatori degli Stati membri anche perché ciò produrrebbe risultati assolutamente insoddisfacenti, in specie sotto il profilo dell'armonizzazione e prassi sanzionatoria. Sarà dunque necessario, in una cornice di contestualità temporale, che la tutela penale si attui mediante norme incriminatrici comuni e sanzioni omogenee, soprattutto, per un efficace funzionamento della Procura europea antimafia nella lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo.
La Repubblica, 6 novembre 2019
Israele espelle il direttore di Human Rights Watch. La conferma è arrivata con la decisione inappellabile della Corte Suprema che ha respinto il ricorso presentato da Omar Shakir, direttore dell'ufficio israeliano dell'Ong. La radio pubblica israeliana ha annunciato che Shakir, che è un cittadino degli Stati Uniti, ha 20 giorni di tempo per lasciare il Paese.
Secondo uno dei giudici, Neal Hendel, esistono prove sufficienti per confermare che Shakir ha sostenuto il movimento Bds di boicottaggio di Israele, malgrado egli abbia affermato il contrario. Dunque, ha aggiunto Hendel, il ministero degli Interni era autorizzato a ordinare la sua espulsione. Respinta la tesi della difesa secondo cui la sua espulsione suonerebbe come un avvertimento agli attivisti delle organizzazioni di difesa dei diritti civili.
ildispaccio.it, 6 novembre 2019
All'Università Mediterranea di Reggio Calabria il seminario dell'Osservatorio regionale sulla violenza di genere. "Per contrastare la violenza sulle donne di bisogna intervenire anche sugli uomini". Lo affermano Mario Nasone e Giovanna Cusumano, rispettivamente coordinatore e vice coordinatore dell'Osservatorio regionale sulla violenza di genere.
Nasone e Cusumano sottolineano l'importanza di centri specializzati che prendano in carico il maltrattante, subito dopo la prima denuncia della vittima, perché "intervenire tempestivamente sulla persona adusa a perpetrare violenza, potrebbe evitare le conseguenze estreme del femminicidio".
"Le statistiche, infatti, ci raccontano che prima dell'episodio mortale, la vittima aveva sporto varie denunce. Al femminicidio si arriva dopo un certo numero di denunce, ecco perché per prevenirlo è necessario che i violenti intraprendano un percorso di consapevolezza ed assunzione di responsabilità. È, pertanto, auspicabile la presenza sui territori dei cosiddetti Cam, centri specializzati al recupero degli uomini maltrattanti che, anche alla luce della recente normativa, non è infrequente vengono colpiti da misure cautelari.
Ricordiamo, peraltro, che anche il periodo della reclusione deve servire al detenuto per riflettere sul comportamento deviante assunto e deve risultare un'occasione per sviluppare il senso di responsabilità dei danni provocati non solo alla vittima degli abusi, ma all'intero nucleo familiare, al fine di conseguire un adeguato reinserimento nella società. Questa esigenza si rende oltremodo necessaria, soprattutto in presenza di reati di pedofilia e violenza di genere. In questi casi, infatti, i dati di cronaca ci dicono che se l'autore di questi reati, non viene adeguatamente seguito e trattato, le probabilità di reiterare i reati sono altissime.
Ma cosa si fa concretamente, oggi, nel nostro Paese per prendere in carico e curare i soggetti maltrattanti? Quali "rimedi" e strumenti prevede la normativa vigente? La recentissima legge detta " Codice Rosso" prevede certamente interventi sul piano repressivo, ma siamo sicuri che basta la risposta repressiva? In Calabria allo stato esiste un solo centro per l'assistenza e la cura dei maltrattanti che si trova a Catanzaro. Poi abbiamo alcune carceri in cui si sperimentano programmi per i cosiddetti sex offenders, per i quali sono previste apposite sezioni detentive.
Purtroppo, però, possiamo affermare ragionevolmente che ancora mancano interventi organici e continuativi, soprattutto per coloro i quali hanno scontato la pena detentiva. Questi ultimi, infatti, una volta usciti dal carcere senza aver seguito dei corsi di recupero e per i quali non è prevista alcuna presa in carico da parte di servizi specializzati, tornano a rappresentare un vero pericolo per la loro famiglia e per se stessi. Per questo motivo, per contribuire ad aprire una riflessione su questo tema l'Osservatorio regionale sulla violenza di genere in collaborazione con l'Università Mediterranea, ha voluto programmare per il prossimo 8 novembre un evento formativo che vedrà confrontarsi esperti nazionali, referenti di centri specializzati calabresi e della amministrazione penitenziaria. Sarà una occasione per tutti gli attori istituzionali e dei servizi coinvolti per affrontare e lavorare anche su questo versante che richiede particolare competenze e sinergie".
L'evento si terrà venerdì 8 novembre con inizio alle ore 15.00 C/o l'Aula Quistelli dell'Università Mediterranea. La relazione di base sarà tenuta da Rossano Bisciglia - Psicologo Psicoterapeuta Psichiatra del centro assistenza maltrattanti di Firenze.
Il programma prevede: l'introduzione di Mario Nasone, coordinatore osservatorio Regionale sulla violenza di genere; i saluti di Nicola Irto, presidente del Consiglio regionale, di Massimiliano Ferrara, Direttore Digies Università Mediterranea, Dipartimento Giurisprudenza, Rosario Tortorella, provveditore vicario amministrazione penitenziaria. Interverranno: Giuseppina Maria Irrera dell'amministrazione Penitenziaria della Calabria, di Isolina Mantelli di Mondo Rosa, Giovanni Lopez della Casa di Nilla. Modera Laura Amodeo, psicologa. Le conclusioni saranno di Giovanna Cusumano, vice coordinatore Osservatorio regionale violenza di genere.
citta-nostra.it, 6 novembre 2019
Sabato 9 Novembre 2019 alle ore 10,00 presso il Castello Angioino di Mola di Bari, il Comune di Mola di Bari in collaborazione con U.E.P.E. Ufficio esecuzione penale esterna e le associazioni Rinnovamento per la vita e Liberi Avvocati ha organizzato un convegno sul tema "Il carcere non arresta la vita".
Al convegno interverranno l'avv. Giuseppe Colonna, Sindaco del Comune di Mola di Bari, la dottoressa Lea Vergatti Assessore al ai servizi sociali, il dottor Pietro Guastamacchia Direttore dell'U.E.P.E di Bari, dottor Piero Rossi Garante dei Detenuti della Regione Puglia; a seguire ci sarà la testimonianza del sig. Michele Guzzardi ex detenuto. I lavori saranno introdotti dal dottor Filippo Lorusso capo settore servizi socio-culturali del Comune di Mola di Bari e moderati dall'avvocato Donato Sciannameo, Presidente A.L.A. e RpV.
Durante il convegno inoltre, sarà sottoscritto un protocollo d'intesa tra il Comune di Mola di Bari e U.E.P.E., per avviare sul territorio percorsi di giustizia riparativa. Il convegno è ad ingresso gratuito.
Il Mattino, 6 novembre 2019
Negata la possibilità, a un detenuto 35enne, di recarsi dal padre in fin di vita. È quanto denunciano Samuele Ciambriello, garante regionale dei diritti dei detenuti della Campania, ed Emilio Enzo Quintieri, già consigliere nazionale dei Radicali Italiani, che riferiscono del caso di un detenuto campano, C.B., 35 anni, ristretto nel carcere di Cosenza.
L'uomo, ricevuta la notizia che il padre versava in imminente pericolo di vita a causa di un incidente, aveva ricevuto un permesso di necessità dal magistrato di sorveglianza di Cosenza, Silvana Ferriero, per recarsi dal proprio genitore, scortato dalla Polizia penitenziaria.
Ciambriello e Quintieri spiegano che "non appena l'ok del giudice è arrivato alla Casa Circondariale di Cosenza, il personale del Nucleo Traduzioni della Polizia penitenziaria ha provveduto a dare esecuzione immediata al provvedimento, traducendo in data 23 ottobre 2019 il detenuto presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, dopo aver ricevuto disposizioni in tal senso dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Inspiegabilmente, su ordine del Dap, il detenuto veniva fermato a Secondigliano e non condotto immediatamente al capezzale del padre morente".
Giunto al carcere di Secondigliano, C.B. avrebbe dovuto essere accompagnato all'abitazione del padre, ma, raccontano Ciambriello e Quintieri, "la traduzione non è stata effettuata né lo stesso giorno né nei giorni successivi, nonostante le numerose sollecitazioni effettuate sia dai familiari che dai difensori.
Qualche giorno dopo, mentre stava ancora sperando di essere accompagnato a casa, il suo difensore, evidentemente credendo che fosse già a conoscenza della triste notizia, si è recato in carcere a fargli le condoglianze ma nessuno, sino a quel momento, gli aveva comunicato alcunché. Soltanto dopo il decesso, lunedì 28 ottobre, C.B. ha avuto la possibilità di recarsi al funerale del padre".
Il garante dei detenuti della Campania riferisce che "stando a quanto riferito al detenuto, ai suoi familiari e ai difensori, l'amministrazione penitenziaria, nei diversi giorni trascorsi presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, non avrebbe potuto effettuare la traduzione adducendo, come per altri casi analoghi, la mancanza di personale e di mezzi".
Ciambriello e Quintieri ricordano che "le regole penitenziarie europee emanate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa stabiliscono che 'le condizioni detentive che violano i diritti umani del detenuto non possono essere giustificate dalla mancanza di risorsè.
La violazione per difetto di risorse economiche, di personale o di mezzi dei diritti fondamentali dei detenuti e degli internati non può essere addotta quale valida giustificazione alla elusione degli stessi. Le giustificazioni fornite non possono essere tollerate, non è possibile che nel 2019 l'amministrazione penitenziaria non riesca a dare immediata esecuzione ai provvedimenti della Magistratura di sorveglianza per mancanza di fondi", concludono.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 6 novembre 2019
Ci sono voluti quasi quattro anni ed è persino cambiato il governo. Ma alla fine la Rete maldiviana per la democrazia, la più importante Ong del paese nota per le sue denunce di violazioni dei diritti umani, è stata costretta a chiudere.
Nel 2015 la Rete aveva pubblicato un rapporto intitolato "Prima valutazione sulla radicalizzazione nelle Maldive", nel quale si dava conto della crescente influenza del radicalismo islamista nelle leggi e nella cultura del paese: un fenomeno che ha causato gravi violazioni dei diritti umani a livello nazionale e che ha fatto delle Maldive, sul piano globale, il più grande esportatore - in rapporto alla popolazione - di foreign fighters nel conflitto siriano.
Un mese fa, il 10 ottobre, il ministero degli Affari esteri ha annunciato la temporanea sospensione delle attività della Rete, a causa dei contenuti del rapporto del 2015, risultati "diffamanti nei confronti dell'Islam e del profeta Maometto". Gli ultimi aggiornamenti del sito risalgono proprio al giorno precedente il provvedimento. Ne è seguita una campagna di minacce e insulti nei confronti della Rete e in particolare del suo direttore, Shahinda Ismail.
Ieri, infine il ministero della Gioventù, dello sport e della comunità - che si occupa anche del riconoscimento delle Ong - ha annunciato la chiusura della Rete.
Ironia della sorte: del nuovo governo diretto dal presidente Ibrahim Solih fanno parte ex prigionieri di coscienza in favore dei quali, oltre ad Amnesty International, la stessa Rete si era mobilitata per chiedere la scarcerazione.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 6 novembre 2019
È passato un anno dalla legalizzazione della cannabis in Canada e sono possibili delle prime valutazioni, che Transform, nota Ong inglese, presenta in un briefing paper che si può leggere su Fuoriluogo.it.
Dopo un aumento dei consumi nei primi mesi di legalizzazione, l'uso di cannabis si è poi assestato sostanzialmente ai livelli precedenti. Aumenta l'uso frequente, ma i nuovi consumatori - pur raddoppiati - sono per oltre la metà ultra 45enni e il consumo degli adolescenti pare diminuire. Questi dati scontano l'effetto novità, e un effetto di maggiore veridicità nelle rilevazioni. La prevalenza d'uso resta comunque un indicatore inadeguato per gli impatti sulla salute (positivi o negativi), anche perché non indica le modalità ed i contesti del consumo.
Appaiono ancora scarsamente applicate le misure di giustizia sociale. La "sospensione" delle condanne per cannabis, pur richiedibile on line, non cancella il precedente dalla fedina penale. Mancano ad oggi programmi di "risarcimento" nei confronti delle persone e le comunità colpite in modo sproporzionato dal proibizionismo.
Quanto del mercato esistente si è trasferito nei canali legali? Su questo punto i dati sono contraddittori anche per il modello adottato, con la delega alle singole province della definizione del sistema di distribuzione e vendita al dettaglio. Secondo il National Cannabis Survey le persone che si riforniscono al mercato illegale sarebbero scese dal 51% al 38% (compresi i minori che non potrebbero acquistare legalmente), mentre un altro studio stima in circa il 33% la quota di mercato erosa all'illegalità.
New Frontier Data conferma quest'ultima stima mentre le previsioni per il 2024 vedono un netto capovolgimento dei rapporti. Se l'uso medico della cannabis rimarrebbe più o meno stabile, l'uso ricreativo legale arriverebbe a intercettare 7,3 milioni persone, contro 0,9 milioni del residuo illegale. Il valore del mercato legale è destinato ad arrivare a circa 1,7 mld di euro quest'anno, e crescere a quasi 4 entro il 2024, con un aumento di 7 punti del consumo.
Oltre alle difficoltà di approvvigionamento dei primi mesi, alla diversa flessibilità dei modelli di distribuzione locale (in Ontario e Quebec ci sono complessivamente meno di 50 negozi), ed alla interferenza del cosiddetto mercato grigio (i dispensari informali ancora presenti in alcune province) un grosso problema è il prezzo. Secondo Statistics Canada il costo medio di un grammo di cannabis legale è di 10,23 CAD contro 5,59 CAD per quella illegale. Solo in questi giorni sono arrivate sul mercato legale offerte che arrivano a 4,49 CAD al grammo (per confezione da 28gr).
"Questi fattori hanno scoraggiato molte persone con fonti di approvvigionamento stabili a passare al mercato legale" dice Transform nel suo rapporto. Il dato canadese si pone a metà strada fra quello uruguaiano (20% dei consumi intercettati, dopo 2 anni di "rigida" legalizzazione) e quello di mercati relativamente più maturi, come il Colorado, in cui 2/3 del mercato è legale.
Transform mette infine in guardia sulla sostenibilità di un impianto pensato anche per includere produttori di piccole dimensioni, ma di fatto eliminati nella realizzazione. La crescita di società multimiliardarie ha portato ad accuse di attività "predatorie" nei mercati emergenti della cannabis nei paesi a basso e medio reddito. In Colombia come in Messico, Giamaica, Lesotho e altrove, le imprese canadesi hanno assunto posizioni dominanti, sollevando importanti domande su "come le comunità tradizionali che coltivano cannabis possano essere protette e come garantire il commercio equo e lo sviluppo sostenibile". Problemi etici, ma anche finanziari: dopo crescite a 3 cifre, la bolla è scoppiata e nel primo anno di legalizzazione le 30 principali aziende hanno perso il 28,2% alla borsa di Toronto.
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 6 novembre 2019
La tanto mitizzata "rivoluzione digitale" campeggia da tempo -a proposito o a sproposito- nel dibattito pubblico. Intendiamoci. È un tema di primissima grandezza, che si sostanzia nella nuova stagione del capitalismo delle piattaforme. Tuttavia, è bene sempre ricordare che sotto l'enfasi euforica si cela un vasto territorio di conflitti, spesso invisibili perché lontani dalla ribalta o dai consueti schemi interpretativi della vecchia politica. Le lotte dei riders hanno rotto il velo di silenzio, ma l'incipiente controinformazione è stata rapidamente frenata dall'omologazione culturale dominante.
A proposito di piattaforme, spicca il caso di Amazon, in mano al potentissimo Jeff Bezos ed esempio di scuola di come sia mutato il volto dell'accumulazione: da un lato livelli sempre più alti di innovazione tecnologica, dall'altro uno sfruttamento brutale della forza-lavoro che permette a basso costo la diffusione capillare dei prodotti. La società statunitense è finalmente entrata nei radar dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che ha competenza di vigilanza anche sul settore postale. Oggi il business sta nella consegna dei pacchi (nel 2018 sono stati consegnati 569 milioni di esemplari con un fatturato di circa 4,4 miliardi di euro), mentre sono in crisi le lettere di corrispondenza ampiamente soppiantate da mail e quant'altro.L'e-commerce sale di peso, via via pure in Italia.
E Amazon è l'unica struttura on-line verticalmente integrata nel comparto. In odore, in base alle regole europee, di posizione dominante. L'Agcom ha, infatti, pubblicato, con la delibera n. 350/19/Cons del 20 settembre scorso, il documento di consultazione pubblica, teso proprio ad indagare sullo stato delle cose.
Il bel documento passa in rassegna i problemi e, soprattutto, pone i quesiti essenziali. Amazon è il riferimento dialettico dichiarato o meno delle condizioni cui l'Autorità si riferisce come tasselli preliminari di ogni discorso. "...gli Uffici osservano che un fattore che può comportare l'alterazione del gioco concorrenziale è rappresentato dall'applicazione da parte di alcuni operatori di contrattazioni differenziate e non omogenee rispetto a quelle ordinariamente e storicamente applicate nel settore...".
Così recita un passo importante del testo, cui seguono altri spunti significativi, che riprendono aspetti già trattati nella direttiva 2008/6. Il cuore dell'attenzione è costituito giustamente dal rispetto delle normative contrattuali e dalla cura della sicurezza sul lavoro. Insomma, il titolo abilitativo concesso ad Amazon non giustifica la concorrenza sleale verso Poste italiane, che ha l'obbligo del servizio universale, e verso gli altri operatori. E tantomeno lo sfruttamento schiavistico della nuova servitù della gleba, senza orari e senza tutele.
Il documento dell'Agcom, dalla gestazione sofferta e si capisce perché, non è ancora definito, in attesa dei contributi. C'è da augurarsi che la ormai vicina scadenza della consiliatura già prorogata non rimandi tutto alle calende greche.
La delibera in materia postale, chiara e ben curata, è un esempio di come - se vuole - la sfera pubblica è in grado di incidere sulle magnifiche sorti dei Grandi Fratelli, degli Over The Top. È doveroso uscire dalla sudditanza culturale e psicologica nei riguardi di gruppi grandi ma non infallibili. Sono in gioco diritti fondamentali ed è ora che si immagini un corpo normativo moderno e di sistema, senza disperdersi in rivoli secondari. Ne ha parlato il sottosegretario con delega all'editoria Andrea Martella. Chissà mai che ci riesca.
- Bologna. "Sguardi di futuro", dalla Dozza la vita e le speranze delle donne
- Filippine. La Chiesa accanto a carcerati e vittime della violenza
- L'ergastolo ostativo e il detenuto sottoposto a 41bis o.p.
- Giustizia autorevole e benefici penitenziari
- Valerio Onida: "Senza benefici l'ergastolo è contro la Carta"










