di Enrico Cisnetto
Il Messaggero, 15 dicembre 2019
"Causa che pende, causa che rende", recita un vecchio proverbio su cui forse può sorridere qualche avvocato, ma non certo l'economia italiana paralizzata dalla giustizia lumaca. Il governo ha licenziato un disegno di legge delega di riforma del processo civile - con il passaggio da tre riti a uno, sanzioni a chi intraprende "cause temerarie" e una generale riduzione dei tempi - ma purtroppo, oltre ad essere lo strumento della delega per sua natura piuttosto lento, dopo dieci giorni sembra già finito nel dimenticatoio.
di Lorenzo Giarelli
Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2019
Per il senatore del Pd "l'etichetta" favorirebbe l'accusa. Da Mani pulite a Mafia capitale. "Vetro nero", "Onda blu", "Ombre". A scorrerne i nomi, per restare alle meno celebri, si potrebbe pensare ai finalisti dello Strega o alle uscite natalizie in sala.
di Davide Parozzi
Avvenire, 15 dicembre 2019
Il responsabile dell'Agenzia nazionale di Milano, Giarola: adesso c'è prima l'assegnazione poi il progetto. L'iter va capovolto e noi siamo pronti ad aiutare piccoli Comuni e terzo settore a trovare anche i fondi.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2019
La Cassazione e il caso di un uomo che sparò al ladro in fuga: ci sarà un nuovo processo grazie al "grave turbamento". Giovanni Capozzo, di Napoli, ha ucciso un ladro che aveva tentato di entrare in casa sua. Condannato in appello per omicidio colposo per eccesso di legittima difesa, ora potrebbe essere assolto.
La Cassazione ha infatti annullato la condanna con rinvio a un altro collegio della Corte d'Assise di Appello di Napoli: deve riesaminare il caso alla luce della nuova legge sulla legittima difesa, approvata ad aprile, con l'ex maggioranza giallo-verde.
Al centro della decisione della Cassazione, che ha depositato le motivazioni in questi giorni, c'è il concetto del "grave turbamento" attorno al quale ruota la legge voluta dalla Lega e votata anche da M5s. Per comprendere la decisione della Suprema Corte riassumiamo in breve i fatti che hanno portato a questa sentenza, la prima dopo l'approvazione della nuova legge. Una notte d'estate, un ladro prova ad entrare in casa Capozzo dal balcone della stanza dove dormono i figli. Capozzo sente i movimenti, si insospettisce, fa rumore.
Il ladro, a sua volta, si allarma e si rifugia in giardino. Capozzo lo scorge egli spara addosso 5 colpi, uccidendolo. Butta pure il corpo in un fiume. Quando viene scoperto, confessa l'accaduto. Per i giudici di primo grado è omicidio doloso.
Il 27 novembre del 2018,1a Corte d'Assise d'Appello di Napoli conferma la condanna ma derubrica il reato in omicidio colposo per eccesso di legittima difesa. Condannato, anche in Cassazione, per occultamento di cadavere.
Nel ricorso, gli avvocati Ercole Di Baia e Luigi Iannettone, tra l'altro, appellandosi al principio del favor rei, chiedono che i fatti ora siano valutati alla luce della nuova legge sulla legittima difesa. Proprio su questo punto ottengono una parziale vittoria: annullamento con rinvio. La terza sezione penale della Cassazione nelle motivazioni prima di tutto ribadisce che non si può sparare a un ladro che entra in una proprietà privata se non sta mettendo in pericolo le persone o non sta tenendo un comportamento tale da richiedere una reazione preventiva.
E a questo proposito, ricorda la giurisprudenza della Cedu a Strasburgo: "Le circostanze in cui la privazione della vita può trovare giustificazione devono essere interpretate in modo stretto". Quindi, anche con la nuova legge non sempre c'è legittima difesa. La Cassazione chiarisce che vige ancora il principio risalente al codice Rocco della doverosa proporzione tra offesa e difesa ma la legge di aprile rafforza il principio di autodifesa che già si era fatto largo in una prima modifica del 2006. Secondo la nuova legge c'è "sempre" legittima difesa quando si spara (o si usa un altro mezzo) per difendere se stessi o altre persone o "i beni propri e altrui quando non vi è desistenza evi è pericolo di aggressione".
Cioè se il ladro non fugge e vi è il rischio di una violenza. Fin qui l'interpretazione sarebbe dettata da fatti solo pressoché oggettivi. Ma con la nuova normativa, il lavoro dei giudici diventa scivoloso, si potrà assistere a sentenze di tipo opposto per fatti simili perché, nel caso di eccesso colposo nella legittima difesa, non è più punibile, come ha preso atto la Cassazione, se chi ha ucciso un ladro è mosso "da stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto", solo per la paura dell'aggressione personale odi chi gli è vicino.
Non per i beni. Ecco perché si spiega la decisione della Cassazione, di annullo con rinvio. Sulla base della nuova legge, i giudici di Napoli dovranno stabilire se l'imputato "pur eccedendo i limiti imposti dalla necessità" abbia ucciso "per la salvaguardia della propria o altrui incolumità, piuttosto che soltanto dei beni, poiché la nuova causa di non punibilità opera soltanto nel primo caso". E se sì, "se abbia agito in stato di minorata difesa ovvero di grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto".
Le due condizioni per essere assolti. La Cassazione ricorda che i giudici di merito hanno "rimproverato all'imputato di aver aperto il fuoco contro l'uomo che si era allontanato dal balcone (ma non dal domicilio), piuttosto che limitare l'uso dell'arma a scopo dissuasivo, esplodendo soltanto colpi in aria". Ma allo stesso tempo, nota ancora la Cassazione, i giudici che hanno condannato l'imputato, scrivono che agì "in stato di turbamento per difendersi... nella concitazione indotta dall'imminenza dell'indesiderata intrusione in casa, specificamente dove dormivano i figli minori".
Quindi, anche nella vecchia legge aveva un peso il concetto di azione mossa da "grave turbamento" ma adesso, nelle condizioni appena spiegate, non c'è la punibilità. Un concetto fluido, "un elemento psicologico", come lo definisce la Cassazione, con il quale i giudici devono avere a che fare e che potrà essere come una fisarmonica: si può allargare o si può stringere. Dipende dall'interpretazione.
Redattore Sociale, 15 dicembre 2019
Realizzato dalla regista Cristina Mantis e prodotto dal gruppo Gesco, un docu-film racconta la storia dello spazio collettivo di attività socio-riabilitative interno al carcere e rivolto alle persone detenute e con problemi di tossicodipendenza. Sarà presentato in anteprima nazionale nel carcere di Poggioreale lunedì 16 dicembre 2019 alle ore 9,30 il docu-film realizzato dalla regista Cristina Mantis e prodotto dal gruppo Gesco, che racconta la storia del Progetto IV Piano rivolto alle persone detenute e con problemi di tossicodipendenza.
Il Progetto IV Piano realizza da cinque anni un centro diurno socio-riabilitativo all'interno della Casa Circondariale di Poggioreale, ponendosi l'obiettivo generale di attuare la legge nazionale che garantisce ai detenuti le stesse prestazioni offerte ai cittadini liberi. È promosso dal Dipartimento Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro con la sua Unità Operativa Semplice Dipartimentale Strutture Intermedie in collaborazione con la Uos Serd Area Penale e in stretta integrazione con la Direzione della Casa Circondariale di Poggioreale e con il gruppo Gesco.
Il Progetto IV Piano ha delineato uno spazio collettivo di attività socio-riabilitative diverse all'interno della Casa Circondariale che ha la funzione di contenere la sofferenza legata alla privazione della libertà riempiendo lo spazio vuoto della detenzione.
Da oltre cinque anni nel Padiglione Roma il Progetto realizza laboratori di animazione artistica di tipo socio-riabilitativo (teatro, scrittura, sport, musica, giardinaggio, apprendimento della lingua per i migranti) con i detenuti che presentano problematiche di dipendenza e gestisce uno sportello per l'implementazione delle misure alternative alla detenzione.
Il Progetto offre anche l'opportunità di rielaborare la propria esperienza e di progettare un programma in una comunità terapeutica esterna più adeguato ad affrontare le problematiche individuali, con l'obiettivo di modificare i comportamenti a rischio legati all'uso di droghe che hanno spinto a commettere il reato.
Il docu-film sottolinea bene l'attenzione particolare dedicata nell'ultimo anno del progetto IV Piano alle relazioni affettive implementando gli incontri tra i detenuti e i loro familiari in aree della Casa Circondariale rese più "umane", come quella denominata "il giardino di dentro", uno spazio antistante il Padiglione Roma che è stato attrezzato, con la collaborazione attiva della Polizia Penitenziaria, con grandi aiuole con la finalità di realizzare uno spazio verde dentro il carcere.
Il film di Cristina Mantis restituisce il racconto di una strategia complessa condivisa dalle istituzioni pubbliche napoletane, penitenziarie e sanitarie con il concorso delle risorse del terzo settore, che ha sperimentato, realizzando importanti risultati, un modo innovativo di lavorare nell'area della penalità rivolta alle dipendenze.
La presentazione sarà l'occasione per far conoscere la proposta di una nuova e più ampia riconfigurazione del Progetto IV Piano frutto del confronto tra il Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria, il Direttore della Casa Circondariale e il Dipartimento Dipendenze con la sua Uosd Strutture Intermedie.
Interverranno: Antonio Fullone, Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria; Maria Luisa Palma, Direttore della Casa Circondariale di Poggioreale; Ciro Verdoliva, Direttore Generale della Asl Napoli 1 Centro; Riccardo De Facci, Presidente Nazionale del CNCA; Samuele Ciambriello, Garante Regionale dei Detenuti; Luigi Romano, Presidente Regionale dell'Associazione Antigone; Cristina Mantis, regista; Sergio D'Angelo, Presidente del gruppo di imprese sociali Gesco; Stefano Vecchio, Direttore del Dipartimento Dipendenze Asl Napoli 1 Centro.
Parteciperanno Marinella Scala, Responsabile Progetto IV Piano e Uosd Strutture Intermedie; Adriana Pangia, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli; Giulia Leone, Direttore del Padiglione Roma; Caterina Butera, Responsabile Uos SerD Area Penale; rappresentanti di Amnesty international.
monzaindiretta.it, 15 dicembre 2019
Recupero dei carcerati: questo il tema affrontato al Golf Club nel Parco di Monza. Un incontro organizzato da Rotary Monza con la partecipazione della Dott.ssa Pitaniello, Direttrice della Casa circondariale di Monza, e della Dott.ssa Lucia Scarpa che ha portato la sua testimonianza sui risultati ottenuti con la partecipazione dei carcerati alla "Maratona di lettura dell'Odissea", iniziativa nata in collaborazione con il Liceo Zucchi. In questa occasione il Rotary Monza ha donato 5.000 Euro alla Casa circondariale del capoluogo brianzolo a sostegno delle attività di reintegrazione dei reclusi.
La Casa circondariale di Monza nasce nel 1992. Ad oggi ospita circa 650 detenuti di sesso maschile appartenenti al circuito di media sicurezza: tra questi vi sono collaboratori di giustizia, ma anche persone affette da dipendenze e numerosi detenuti stranieri, circa il 40%.
Attualmente la struttura è in fase di trasformazione. L'obiettivo è ospitare 200 detenuti appartenenti al circuito di alta sicurezza (condannati per reati di criminalità organizzata) e riaprire la sezione femminile per includere circa 90 donne. Sarà inoltre aperta una falegnameria e anche gli alloggi del personale penitenziario saranno soggetti a lavori di adeguamento.
Durante l'incontro, la Dott.ssa Pitaniello ha esordito affermando che l'opinione pubblica è poco informata riguardo la realtà penitenziaria italiana e l'emarginazione in cui versano i carcerati una volta rientrati a far parte della società civile. La Pitaniello ha quindi ricordato che l'articolo 27 della Costituzione non va dimenticato e che è essenziale per la nostra società riabilitare le persone recluse affinché una volta uscite di prigione possano integrarsi e svolgere un lavoro e una vita onesti. Per fare ciò, lo studio del corretto percorso riabilitativo è fondamentale. Deve essere ben strutturato, a partire dal reato commesso, condizione essenziale per far intendere al detenuto la gravità dello sbaglio compiuto e indirizzarlo quindi verso un'attività che possa dare nuovo senso alla sua vita sia dal punto di vista personale, sia lavorativo.
Spesso purtroppo il sovraffollamento delle strutture carcerarie non permette di adottare percorsi riabilitativi idonei a tutta la popolazione carceraria. Ciò che si propone di fare la Casa circondariale di Monza è di portare all'attenzione di tutti un nuovo e ambizioso progetto che punta all'inserimento lavorativo dei detenuti come occasione di recupero sociale.
Le attività messe in campo sono molteplici. La prima si basa sui rapporti di collaborazione con ditte esterne dove i carcerati possono recarsi per imparare nel concreto un nuovo mestiere. Diverse sono le professioni tra cui scegliere: dal servizio di lavanderia, all'attività di assemblaggio di componenti metallici, fino al lavoro in pasticceria, sartoria o anche pelletteria. Oltre alle convenzioni con le aziende, la Casa circondariale di Monza offre ai reclusi la possibilità di imparare un impiego direttamente da un gruppo di insegnanti specializzati in diversi campi.
Da non dimenticare l'importanza delle attività culturali che rappresentano un fattore determinante nell'ambito del progetto di reinserimento. La Dott.ssa Pitaniello ha sottolineato come la cultura sia capace di fornire gli strumenti necessari per comprendere meglio sé stessi e raggiungere così una maggiore consapevolezza, per riflettere sugli errori commessi, in vista di un futuro migliore.
Oggi circa il 60% dei detenuti del carcere di Monza partecipa a un progetto teatrale che permette loro di intraprendere un percorso di reale cambiamento interiore. L'obiettivo è migliorare i rapporti all'interno dello stesso sistema carcerario e allo stesso tempo creare un dialogo tra "interno" ed "esterno", grazie a momenti di incontro con la comunità.
L'intervento della Dott. Scarpa ha poi messo in luce la sinergia nata tra gli studenti del Liceo Zucchi, coinvolti nella Maratona di lettura dell'Odissea del 18 ottobre scorso, e i detenuti che hanno preso parte al progetto.
Commenta così l'impegno, il Presidente Rotary Monza Mario Fontana: "Continuiamo a sostenere iniziative di valore per il territorio e perseveriamo nel supportare le persone, tutte le persone, senza distinzioni. Le carceri vengono spesso dimenticate e i detenuti lasciati senza possibilità di riscatto. Non possiamo e non dobbiamo dimenticarci di loro."
Non è la prima volta che il Rotary Monza sostiene iniziative che coinvolgono il mondo delle carceri, dell'inclusione e della cultura. Lo scorso 25 ottobre, insieme ai distretti Rotary 2041 e 2042, è andato in scena al Teatro Manzoni di Monza un concert show realizzato dai detenuti della Casa di Reclusione Milano Opera e dall'associazione Eventi di Valore all'interno del "Laboratorio artistico del Musical". Uno show portatore di valori positivi espressi dai detenuti attraverso il loro percorso di cambiamento e di ravvedimento a favore del progetto di eradicazione della poliomielite End Polio Now.
Dichiara il Presidente Rotary Distretto 2042, Giuseppe Navarini: "Mi congratulo con il Rotary Monza per la splendida iniziativa che sta sostenendo. Quello delle carceri è un tema a cui prestiamo grande attenzione e che cerchiamo di supportare in ogni modo possibile. Sono certo che il contributo dato a questo nuovo progetto, in corso alla Casa circondariale di Monza, porterà a un sincero e positivo cambiamento per il territorio".
ildispaccio.it, 15 dicembre 2019
"Politica e agenzie educative in grave ritardo, serve un cambio di passo". Una prima fotografia del fenomeno della violenza sulle donne in Calabria è quella che si presenterà il prossimo 16 dicembre nella sala Calipari del Consiglio regionale della Calabria.
Lo annunciano Mario Nasone e Giovanna Cusumano, rispettivamente coordinatore e vice coordinatore dell'Osservatorio regionale sulla violenza di genere, organismo voluto dal Consiglio regionale come strumento per approfondire la conoscenza di questa vera e propria emergenza sociale che, in Calabria, anche alla luce di complesse dinamiche, si presenta con aspetti ancora più preoccupanti.
La conoscenza diventa, pertanto, un passaggio importante per costruire un sistema di monitoraggio del fenomeno che sia quanto più possibile valido per contrastarlo. Un modo per accendere i riflettori su una condizione sociale che è stata finora sottovalutata e trascurata, anche a causa della mancanza di dati utili a documentarne l'estensione e la gravità.
Un rapporto che farà emergere anche i gravi ritardi con i quali la politica e le agenzie educative hanno, ad oggi, affrontato la problematica della violenza sulle donne.
La presentazione del rapporto sarà, quindi, l'occasione per sensibilizzare le istituzioni e tutta la comunità calabrese che avrà così modo di conoscere le buone prassi intraprese.
L'incontro si aprirà con una lettura scenica di una lettera di una delle tante calabresi, diventate donne-simbolo contro la violenza, Maria Antonietta Rositani, la quale, dal letto dell'ospedale di Bari dove si trova ricoverata da tantissimi mesi e da dove sta combattendo la sua battaglia per la vita, ha voluto inviare a tutti noi il suo messaggio di denuncia e di coraggio.
A commentare i dati, a presentare esperienze e proposte su come migliorare il sistema di prevenzione e protezione, parteciperanno ricercatori, magistrati, forze dell'ordine, centri antiviolenza, operatori sociali e rappresentanti delle istituzioni politiche nazionali e regionali.
Il programma dei lavori, che si svolgeranno c/o la sala Calipari del Consiglio regionale Lunedi 16 Dicembre con inizio alle ore 15, prevede i saluti di Nicola Irto Presidente Consiglio regionale della Calabria, Massimo Mariani Prefetto di Reggio Calabria, Luciano Gerardis Presidente Corte d'appello, il Molise, Maurizio Piscitelli Ufficio scolastico regionale.
I lavori saranno introdotti daMario Nasone, coordinatore Osservatorio regionale sulla violenza di genere, la lettura scenica della lettera di Maria Antonietta Rositani sarà affidata a Walter Cordopatri della scuola regionale di recitazione, la presentazione del rapporto sarà curata da: Giovanna Vingelli, ricercatrice dell'Unical, Domenico Tebala dell'Ufficio territoriale Istat.
Previsti gli interventi di Antonio Gioiello del Centro Fabiana Luzzi Corigliano, Maurizio Vallone Questore di Reggio Calabria, Giuseppe Battaglia Comandante provinciale carabinieri Reggio Calabria, Giovanna Petrocca Questore di Cosenza, Maria Grazia Muri vice-presidente Ordine Regionale Assistenti Sociali, della Sen. Valeria Valente Presidente commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno del femminicidio, Coordina i lavori Caterina Ermio componente osservatorio regionale sulla violenza di genere e le conclusioni saranno affidate a Giovanna Cusumano vice coordinatore osservatorio regionale sulla violenza di genere.
E' stato richiesto all'ordine regionale degli assistenti sociali e degli avvocati di Reggio Calabria l'attribuzione di crediti formativi. Ai partecipanti sarà consegnata pubblicazione rapporto che contiene anche contributi su buone prassi e documentazione delle attività dell'osservatorio.
di Franco Corleone
L'Espresso, 15 dicembre 2019
Ci sono molte ragioni per essere lieti della elezione all'unanimità di Marta Cartabia alla Presidenza della Corte Costituzionale non solo perché è la prima donna ma anche per il ruolo che ha avuto in importanti decisioni. Ricordo che nel febbraio 2014 ero presente all'udienza che doveva decidere della incostituzionalità della legge criminogena Fini-Giovanardi sulle droghe.
di Nicola Galati
extremaratioassociazione.it, 15 dicembre 2019
Alcune riflessioni dopo l'ennesimo scontro frontale tra politica e magistratura. Un'analisi a margine dell'inchiesta riguardante la Fondazione Open vicina a Matteo Renzi, per capire quali sono le responsabilità dei partiti e quali quelle dei togati, quali quelle del legislatore e quali quelle del potere giudiziario.
di Manuela Galletta
giustizianews24.it, 15 dicembre 2019
Può una persona redimersi dagli errori commessi? Può una persona, che ha scontato la sua pena e si è perfettamente reinserita nella società, essere giudicata per ciò che è diventata e non guardata sempre e solo attraverso la lente del pregiudizio? La risposta ad entrambe le domande è ovviamente affermativa. Eppure c'è un ex ministro che non si fa scrupolo nel riservare parole cariche di odio e di disprezzo verso un uomo la cui "colpa" di oggi è quella di avere ottenuto, per volere del sindaco di Napoli, l'incarico di Garante dei detenuti.
L'ex ministro in questione è Matteo Salvini, leader della Lega. Il bersaglio del suo livore è Pietro Ioia, tornato in libertà nel 2002 dopo 22 anni di reclusione per traffico di stupefacenti e negli ultimi 18 anni impegnato nel sociale senza mai incappare in alcun nuovo guaio con la giustizia.
"Sono stato nel carcere di Poggioreale e ho ascoltato chi grida al mondo la vergogna e lo schifo per la nomina di uno pseudo-garante di detenuti con una carriera da spacciatore di morte alle spalle - sono state le parole di Salvini nella conferenza stampa convocata ieri, venerdì 13 dicembre, dopo la visita nel penitenziario partenopeo finalizzata esclusivamente a dialogare con gli agenti della Penitenziaria - Mettetevi nei panni di un agente che ogni giorno si confronta con una popolazione di 2mila delinquenti e si ritrova a dovere essere sottoposto al giudizio e all'umore di uno che è stato condannato ad anni ed anni di carcere, grazie a quel genio di De Magistris".
Ora, la nomina di Pietro Ioia a Garante dei detenuti del Comune di Napoli - al pari di ogni altra nomina - può legittimamente essere disapprovata e anche criticata. Ci si può legittimamente chiedere se quella di de Magistris sia stata la scelta più giusta. Tuttavia esibire con tale naturalezza parole come "vergogna e schifo" non significa disapprovare: vuol dire denigrare, insultare. Denigrare e insultare un uomo per ciò che è stato una quarantina d'anni fa, prima di entrare in prigione, dove ha pagato il conto con la giustizia e dove - anche grazie all'amministrazione penitenziaria e agli agenti della Penitenziaria - ha cominciato quel percorso che gli ha consentito, una volta uscito di galera, di dare un calcio al suo oscuro passato.
Ma per Salvini Pietro Ioia non merita alcuna seconda occasione. Per Salvini Pietro Ioia è ancora "quello che è stato condannato ad anni ed anni di carcere". Come se tutto quello che è venuto dopo la condanna, non è mai esistito. Come se il nuovo Ioia, in questi ultimi venti anni, non sia esistito.
Ci soffermeremmo anche a spiegare all'ex ministro perché questo approccio è sbagliato, ma soprassediamo perché convinti che la polemica montata contro Ioia sia volutamente strumentale e per questa ragione la scelta delle sue parole è ancora più odiosa.
Non da oggi Matteo Salvini si è presentato come paladino delle forze dell'ordine. Non da oggi Matteo Salvini ha provato a dividere il mondo in buoni e cattivi, facendo intendere di essere dalla parte da lui presentata come "giusta" e gettando in questa cerchia le basi per il consenso elettorale cui attingere all'occorrenza.
E, allora, era inevitabile che Salvini interpretasse i sentimenti dei sindacati della Penitenziaria (che hanno duramente attaccato Ioia) procedendo con la fucilazione di Ioia a mezzo stampa. Un gioco strumentale e disgustoso, che si sta consumando sulla pelle di una persona che è riuscita - e questo le fa onore - a rimettersi nei binari della legalità dopo avere pesantemente deragliato. Un gioco vergognoso che, per paradosso, getta fango finanche su quello che dovrebbe essere presentato, con vanto, come un successo dello Stato civile di diritto: il recupero e il reinserimento di un detenuto nella società.
- Napoli. Il Sindaco De Magistris: "Garante detenuti? Strumentalizzata nomina Ioia"
- Avellino. L'inferno delle carceri irpine: 1.200 detenuti tra sovraffollamento e abbandono
- Stati Uniti. "Il suprematismo bianco fa più morti del terrorismo islamista"
- Padova. I volontari per ricucire l'Italia
- Padova. Un killer, un panettone e il dono di cambiare









