di Salvatore Torre*
Il Foglio, 13 dicembre 2019
Quando sono nato mio padre era in carcere, quando è nata mia sorella era in carcere, e quando è nato mio fratello, otto anni dopo, mio padre era ancora in carcere. Ogni volta che lo arrestavano spaccavo qualcosa in casa. Era uno sconosciuto, ma per me era dio.
Mio padre era sempre in carcere e quando non era in carcere era latitante e, quando non era latitante, era con qualcuna delle sue femmine, e quando non era con queste era con i suoi compari. Insomma, mio padre lo si vedeva poco a casa e solo perché la legge gli imponeva di rientrare ogni sera (un'imposizione che lui mal gradiva, pertanto, il più delle volte si dileguava).
Era poco presente nelle nostre vite e non ho molti ricordi di lui, quelli che ho non sono belli e qualcuno, raro, riconduce anch'esso a un senso di tristezza e di delusione.
Un giorno che mi trovavo nella piccola piazza del paese, lo vidi spuntare a bordo di una motoretta. Lo guardai con aria implorante, credo, visto che dopo avermi superato si fermò e con un cenno della testa mi invitò a montare in sella. Feci uno scatto, con il cuore gonfio di gioia gli allacciai le braccia intorno ai fianchi e mi strinsi a lui. Non potevo credere che fosse vero! Infatti, un centinaio di metri più in là, mio padre si fermò di nuovo, si girò verso di me e mi disse: "Scendi".
Solo questo. Sperai che ci ripensasse e che tornasse indietro, ma non lo fece, né allora né mai. Quel papà era inarrivabile. Eppure, era un dio, per me. Per questo ogni volta che lo arrestavano spaccavo qualcosa in casa, una porta, un armadio, un tavolo, intanto spaccavo anche le nocche delle mie mani. E poi piangevo. Piangevo e odiavo ferocemente quegli sbirri che lo avevano arrestato, anche se quando era libero lo vedevo meno di quando si trovava in carcere.
Ho visitato le carceri di mezza Italia per andare a trovarlo. Più tardi ne avrei conosciute e ancora ne sto conoscendo altre, perché a mia volta detenuto. I miei primi ricordi sono legati al carcere di Messina. Mia madre e io, sempre insieme. Il tragitto sul treno fino a Messina, poi un altro autobus e ancora un pezzo di strada a piedi, spediti verso il nostro uomo.
L'attesa nella sala d'ingresso del carcere era noiosa, a volte esasperante, dipendeva dal mio stato d'animo e dalla presenza o meno di altri bambini. E poi tutti quegli sbirri, che detestavo... il loro pronunciare i nostri nomi quasi gridando, le loro chiavi che sbattevano di continuo aprendo e chiudendo porte; i loro imperativi mentre attraversavamo i corridoi e i cancelli che ci portavano alla sala colloquio, uno stanzone diviso a metà da una lastra di marmo, che quando mi ci sedevo sopra, mi congelava il sedere.
All'interno solo degli sgabelli, null'altro. Con mamma prendevamo sempre posto all'angolo della sala. Immagino che volesse proteggere in qualche modo quel nostro momento d'intimità familiare. Tutti rimanevano in silenzio sino all'arrivo dei nostri familiari detenuti. Allora, la sala diventava un vociare confuso e incomprensibile. Mio padre arrivava sempre per ultimo, pareva lo facesse a posta a farmi aspettare più di tutti.
A me che non vedevo l'ora di vederlo. Ciononostante, non ricordo un suo abbraccio. Un abbraccio vero voglio dire, solo quelli formali, con la stretta di mano e i baci sulle guance, prima di sedersi, l'uno di fronte all'altro, divisi da quel bancone di marmo.
(...) Mio padre. Quest'uomo parlava con gli occhi, parlava a tutti con quegli occhi penetranti e freddi, anche con me. Bastava un'occhiata per capire se dovevamo parlare o stare zitti, se muoverci o stare fermi. Io cercavo in questo, come in tutto, di emularlo, lo facevo con i miei compagni di gioco, poi con quelli di strada e più tardi con quelli di malavita.
Volevo però, più di tutto, il suo rispetto. Ma da lui sembrava non fosse possibile avere nulla, neanche questo. Era talmente irrigidito e imprigionato dentro quella sua figura di malavitoso tutto d'un pezzo, che non poteva permettersi alcuna attenzione per gli altri, neppure per i figli.
(...) Una volta, mio padre, dopo avere sorbito il caffè assieme a due malavitosi, mi posò una mano sulla spalla, tenendomi seduto sulla poltrona al suo fianco. A me diceva, senza dire una sola parola, che dovevo imparare ad ascoltare e a capire restando in silenzio; a quegli altri, di guardare bene che aveva un figlio e che questo stava crescendo.
In quel frattempo Mimì, un giovane disadattato della mia contrada, e io, ci accorgevamo l'uno dell'altro. Due solitudini che s'incontravano: lui ventenne ed eroinomane, io dodicenne e figlio di un malavitoso, ci saremmo compensati di quell'affetto che ci mancava, restando amici fino alla morte. Io sarei stato carcerato a vita, lui assassinato, per vendetta contro di me, due anni dopo il mio arresto. La verità è che avevamo poche possibilità di essere altro da ciò che eravamo, di finire diversamente: era scritto nella storia del nostro ambiente sociale.
*Ergastolano, autore del libro "Atonement. Storia di un prigioniero e degli altri" (Libreria Editrice Vaticana, 174 pp., 10 euro), dal quale è estratto il testo.
di Alessandro Parrotta*
Left, 13 dicembre 2019
È chiaro che l'esigenza di una modifica strutturale delle norme che regolano il sistema giudiziario italiano è priorità da chiunque abbia avuto l'occasione di approcciarsi, anche in maniera occasionale, col sistema giustizia. Ed infatti, sia nell'ambito civile che in quello penale, i problemi sono numerosi e - nella maggior parte dei casi - i medesimi: i tempi, la carenza del personale, la mancanza di strumenti idonei ed all'avanguardia e la commistione della politica nelle scelte dell'organo di autogoverno della magistratura, solo per dirne alcuni.
In questo senso, il provvedimento che presenta una serie di preoccupanti elementi di allarme e lacune è rinvenibile nella cosiddetta Legge Spazza-corrotti, che, certamente da un lato ha il merito di aver innalzato le pene per i corruttori, senza tuttavia, dall'altro lato, risolvere nulla sul lungo periodo, anzi.
Il passaggio da censurare in questa Legge è senza dubbio quello concernente la sospensione della prescrizione: in particolare, l'art. 1, lett. d), e), f) prescrive sul punto che il corso della prescrizione rimanga sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado (non solo di condanna ma addirittura di assoluzione) o del decreto di condanna, fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell'irrevocabilità del decreto di condanna. È evidente come una soluzione del genere - che dispiegherà i propri effetti dal 1 gennaio 2020 - sia assolutamente inadeguata ed inadatta a diminuire i tempi dei processi e, anzi, pregiudichi irrimediabilmente la posizione giuridica della persona sottoposta a processo penale.
Le manifestazioni contrarie sono molteplici ed arrivano da più fronti: la maratona oratoria dell'Ucp (Unione camere penali) di fronte alla Cassazione, presso la quale - tra le tante forze - si è recata una delegazione di Italia Viva, Forza Italia, della Lega e del Pd, oltre all'apprezzabile presenza della senatrice Emma Bonino. Ed ancora la manifestazione promossa da Italia Stato di diritto e dal prof. Marcello Gallo avanti al Palagiustizia di Torino, coi penalisti in toga per dire "no" a quella che più che un passo avanti pare una controriforma.
I penalisti, presieduti dall'avvocato Caiazza, hanno anche incontrato l'onorevole Andrea Orlando - vice segretario del Partito democratico - e la senatrice Dem Pinotti, componente della segreteria del Pd per conoscere "i concreti intendimenti del Partito Democratico per impedire che dal primo gennaio 2020 diventi operativa la regola del processo infinito", come si legge in una nota e nelle agenzie di stampa.
Non si dimentichi l'appello rivolto ai Senatori, ai Deputati, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro della Giustizia, dai 120 professori universitari di Diritto Costituzionale, di Diritto Penale, di Diritto processuale penale col quale, assieme alla Giunta dell'Unione delle Camere penali italiane, si è chiesto tecnicamente il blocco della nuova prescrizione.
Forse non ci si rende conto: per una lunga fase, la "nuova non prescrizione" dovrà convivere con la disciplina sulla prescrizione introdotta nel 2017 dalla "legge Orlando", così determinandosi nel sistema la contemporanea operatività di almeno tre diversi regimi sostanziali. Ma ancora di più: dare un "fine processo mai" è sinonimo di assenza di ragionevolezza.
Possibile che sia così complicato ipotizzare regole per rendere effettiva la funzione di filtro dell'udienza preliminare (oggi totalmente disattesa, come tale) oppure un rilancio dei riti alternativi con l'innalzamento dei limiti edittali che consentono l'operatività del patteggiamento, estendendone l'operatività; favorire l'accesso al giudizio abbreviato condizionato in modo più snello. Anzi, ridurre i termini di prescrizione piuttosto che eliminarli e sanzionare chi non si allinea ad una "ragionevole durata del processo".
L'assunto logico è semplice: la diminuzione della durata dei processi passa necessariamente attraverso la riduzione del numero degli stessi. E allora, risulta chiaro come una soluzione in questo senso possa essere identificata - in ambito penale - nell'anticipazione della lotta dei fenomeni criminali, soprattutto quelli relativi ai reati societari, nel terreno della prevenzione, al posto di quello della repressione. Un dato è certo: la riforma non è più rimandabile e la prescrizione, come un diamante, va incastonata in una montatura complessa ed uniforme per garantire la sua esatta collocazione.
*L'avvocato Alessandro Parrotta è direttore Ispeg, Istituto degli studi politici economici giuridici
di Giulio Cavalli
Left, 13 dicembre 2019
È la goduria del tintinnare delle manette. Un minus "atavico", lucido, incorreggibile di chi solo con la vendetta riesce ad avere la sensazione di sfiorare la soddisfazione. Nei ruoli mischiati della politica di questi ultimi anni, qui dove tutto è diventato confuso perché piatto, senza valori e senza contenuti la destra con la bava alla bocca (quella che si definiva garantista e almeno su questo punto sembrava irremovibile) ha tentato di riportare il concetto di giustizia indietro di secoli.
E in qualche modo ha fatto breccia. Sia chiaro, è un lavoro che parte da lontano e che ha parecchie colpe anche dalla parte del centrosinistra: dopo Tangentopoli è rimasta nel Paese una scia di veleno che hanno raccolto in molti, per farne materiale infiammabile da propaganda elettorale e il muro del garantismo (che ormai mica per niente è diventata un'offesa, quasi indicibile) sembra definitivamente abbattuto.
In principio fu Travaglio che provò a convincere ampie fette di popolazione che la corruzione, il malaffare e le mafie fossero solo materie per Procure e che la politica dovesse sdraiarsi emettendo solo irretita indignazione: il direttore de Il Fatto quotidiano insiste nel provare a convincerci che la soluzione sia arrestare tutti i corrotti, tutti i corruttori, tutti i mafiosi e chiudere tutto in un bel sacchetto dell'indifferenziata da buttare nel cassonetto.
Quando qualcuno ha provato a controbattere proponendo letture più sociali e storiche dei fenomeni criminali è stato bollato come un difensore dei cattivi. Punto. Fine. Sciò. Antonino Di Pietro (che ultimamente in molte interviste si dice pentito di avere piegato la politica alla semplice attività della magistratura) ha incarnato perfettamente il ruolo dell'angelo vendicatore in difesa degli italiani: come non poteva essere credibile l'uomo che aveva tenuto alto il nome del pool di Mani Pulite? E senza accorgersi, mentre la folla plaudente godeva delle sevizie ai presunti criminali, abbiamo cominciato a perdere diritti un po' tutti e l'alfabetizzazione del carcere come luogo rieducativo e di reinserimento nella società è diventato roba da anteguerra, fisime da buonisti.
"In galera!" è l'urlo della gente che abbaia per sputare una vendetta travestita da giustizia e "in galera!" è stato l'urlo liberatorio per chi si era convinto di avere trovato una soluzione rapida, efficace e indolore per riparare tutti i mali del Paese. Su quell'urlo il Movimento 5 stelle (che da Travaglio in fondo nasce, raccogliendone le tesi in materia di giustizia) ha spinto ancora di più sull'acceleratore: mentre urlavano "onestà!".
In fondo stavano semplicemente promettendo di punire dolorosamente i colpevoli. Fino a che, ovviamente, i colpevoli sono diventati loro. A quel punto è cambiato tutto e, come al solito, sono diventati garantisti. Eh sì, perché tutti i colpevoli sono garantisti ma la civiltà di un Paese si misura sul trattenersi dal randello da parte degli innocenti.
Proprio così: se è vero che Berlusconi ha usato un finto garantismo per proteggersi da tutti i suoi processi è altresì vero che nessuno a sinistra ha mai avuto la forza e il coraggio di alzare la voce per aprire un dibattito sereno sulla bassezza della vendetta come agire politico. Schierarsi contro l'idea del carcere come castigo, come ritorsione, in palese violazione dell'articolo 27 della nostra Costituzione, dovrebbe essere un principio politico per tutti quelli che hanno a cuore i diritti ma il consenso elettorale è troppo allettante per alzare la voce.
Provate a contare quante volte vi capita di sentire un politico di primo piano (e mica solo Salvini) che si augura "il carcere e buttare via le chiavi" frugando in qualche notizia di cronaca. Provate a chiedere che venga rispettata l'idea originaria della detenzione così come pensata dai nostri padri costituenti: vi diranno che siete amici dei criminali, che difendete il malaffare, che odiate gli italiani e altre cose così. Il pensiero diffuso (tutto rancore e punizione) è un muro difficile anche solo da scalfire.
Poi, negli ultimi anni, hanno preso piede anche gli odiatori di destra (capeggiati, ca va sans dire, da Salvini e Meloni) che hanno trovato nel carcere (sempre inteso come punizione finanche corporale) il metodo legittimo per vomitare razzismo ed esasperazione: in carcere qualcuno che ruba una mela (soprattutto se è straniero), in carcere chi tocca i bambini, senza prove senza aspettare il processo, in carcere i ladri di polli (perché vengono a casa nostra) e così via.
Carcere come soluzione definitiva e onnicomprensiva. Carcere per tutti. Un giustizialismo che non è nient'altro che un metodo per tenere alto l'odio che serve per riempire i propri partiti di voti: un continuo instillare paura (anche se non reale e semplicemente percepita) che chiede un pugno sempre più duro, un pugno sempre più forte. l'allarme sociale utilizzato come spinterogeno propagandistico vuole inevitabilmente che la vendetta venga legalizzata e addirittura allenata: ogni vittima passata sotto ai denti della destra è diventata una miccia per sdoganare violenza.
E non è un caso che a Macerata Traini abbia pensato di farsi giustizia da solo ritenendo perfino la galera un mezzo troppo tiepido per punire i (presunti criminali). Ma la giustizia vista come vendetta è un mostro che non si sfama mai e così oggi siamo arrivati al tribunale del popolo che ritiene colpevole qualcuno perché si vede dalla faccia o perché la sua etnia e il suo credo religioso sono oggettivamente sospetti; ci si augura che i nemici politici vengano arrestati (mica sconfitti, no, arrestati) per avere giustizia e addirittura si invoca un tribunale in grado di punire gli atteggiamenti ritenuti non patriottici e anti italiani. Il cerchio si chiude: si è partiti da Tangentopoli e si è arrivati a sospettare e diffidare di tutto e di tutti. Come quello Zanni del Mistero Buffi) di Dario Fo che vittima della propria fame finisce per mangiarsi. Ma sai che soddisfazione punire, perfino con il rischio di punirsi come vittime collaterali.
Ansa, 13 dicembre 2019
Il percorso penitenziario non basta, servirebbero task force. "È certo che la sola osservazione penitenziaria di per se non potrà mai essere considerata elemento indicativo della rieducazione perché occorre qualcosa in più che ci faccia pensare alla risocializzazione.
di Giovanni Russo Spena
Left, 13 dicembre 2019
Con l'abolizione della prescrizione che entra in vigore il primo gennaio 2020, salvo che in alcuni casi, una sentenza di condanna o di assoluzione può intervenire anche dopo decenni. Ma per la Cassazione nessuno può essere ritenuto "eternamente giudicabile".
Vi sono temi fondanti lo Stato di diritto che andrebbero sottratti ai semplicismi propagandistici, demagogici, identitari da parte delle forze politiche. Lo è certamente l'istituto della prescrizione che ha, sullo sfondo, la difficile dialettica di sempre tra autorità e libertà, tra diritti e potere; in definitiva, tra giustizia e politica.
La durata ragionevole del processo è principio costituzionale. Il "fine processo mai" è, quindi, incostituzionale. Spesso, peraltro, in Italia (ma non solo), temi giurisdizionali diventano terreno di scontro tra poteri dello Stato e tra magistratura e politica. Sono crollati governi. Di recente, il governo Berlusconi e, per motivi parzialmente diversi, il governo Prodi.
E anche oggi forte è la fibrillazione tra i partiti della maggioranza (alla ricerca di espedienti che permettano, sul tema, un fragile equilibrio). Ma è aspro anche il dibattito nella stampa, nell'opinione pubblica. Quale è la pietra dello scandalo? Dal primo gennaio 2020, per una legge fortemente voluta dal ministro della Giustizia del governo Lega M5s (lo stesso ministro dell'attuale governo), in presenza di una sentenza di primo grado non vi è più scadenza alla durata del processo. Il decorrere abnorme del tempo non porta più alla prescrizione.
È stato eliminato l'alibi con il quale imputati eccellenti si sono "salvati" nel processo e dal processo (Berlusconi, Andreotti, ecc.) o ci troviamo di fronte ad una incostituzionale torsione giustizialista? Di Maio, con la ben nota enfasi propagandistica un po' banale, parla di "svolta rivoluzionaria" contro i "potenti". E, dall'altra parte, il Pd parla di M5s "forcaiolo" e Zingaretti sbotta "così non si può andare avanti".
Non a caso la stessa "riforma Bonafede" prevede un accorciamento dei tempi dei processi con una durata massima di sei anni. Ma questi meccanismi strutturali modificativi del percorso processuale non sono per nulla definiti. Il tema va sottratto alla propaganda. Riguarda la dignità stessa dell'imputato e dell'indagato. Ed è un dilemma sofferto per noi giuristi garantisti.
Quello di dover scegliere tra l'ingiustizia di lasciare impunito un colpevole e la somma ingiustizia di lasciar marcire in galera un possibile innocente. La legge Bonafede, invece, taglia il nodo attuando un paradosso giuridico: salvo che in alcuni casi, una sentenza di condanna o di assoluzione può intervenire anche dopo decenni.
La legge Bonafede è incostituzionale ma anche inefficace ed inutile; se è vero che, come affermato dal Consiglio superiore della magistratura e dal procuratore generale presso la Cassazione, il sessanta per cento delle prescrizioni matura nelle fasi delle indagini. Le quali, venendo meno la prescrizione, fattore comunque di velocizzazione, rischiano di avere una durata ancora maggiore dei procedimenti. Nella legge Bonafede non vi sono nemmeno i correttivi proposti dalla Commissione Gratteri (insediata nel 2014 ndr).
E nemmeno gli istituti, felicemente sperimentati, del processo tedesco. Io non nego, sia ben chiaro, che la prescrizione appaia iniqua all'opinione pubblica, scossa dal fatto che, spesso, i Berlusconi e gli Andreotti di turno se la sono cavata attraverso meccanismi dilatori, sottrazione ai processi, ottimi avvocati. In quei casi la prescrizione è stata assimilata all'impunità. Ma noi dobbiamo tentare di risalire al fondamento costituzionale del processo giusto e breve. Il trascorrere del tempo incide sulla capacità punitiva del processo o no? l'Amputato, l'indagato sono sempre uguali a se stessi anche dopo anni? Uguali rispetto al momento in cui hanno commesso il crimine? La stessa Corte di Cassazione ha argomentato che nessuna persona può essere ritenuta "eternamente giudicabile".
Il "diritto all'oblio" fa parte dell'imperfezione della giustizia. Non si può fermare il tempo. Perché dietro quel tempo vi è una persona. Il trascorrere del tempo porta anche all'affievolimento dell'interesse dello Stato alla sanzione. Lo stesso delitto, con il passare del tempo, non è uguale a se stesso. Anche nella percezione della società. Non a caso vi sono reati espressamente non prescrivibili, come la strage e il genocidio. Perché colpiscono lo spirito di comunità in maniera indelebile, feriscono la filosofia stessa dello stare insieme. Per orientarci, in definitiva, all'interno dei nostri dilemmi garantisti, partiamo sempre dalla concezione costituzionale della pena. Nel nome di Antigone, sfidiamo la demagogia populista, andiamo controcorrente.
di Felice Besostri
Left, 13 dicembre 2019
Da quando è stata approvata la riforma nulla è stato fatto per accelerare i processi. La norma voluta dal M5S, che indebolisce la prescrizione nel processo penale, parte da un'esigenza legittima: garantire la certezza della pena. Peccato che il provvedimento è figlio di mere "scelte d'immagine". E calpesta diversi articoli della Costituzione.
Mi auguro che la mia proposta di un ricorso per l'accertamento del diritto ad un processo in tempi ragionevoli, che tenga conto della presunzione di non colpevolezza e del fine rieducativo della pena, trovi il sostegno dell'avvocatura e dei suoi organismi. Il ricorso è pronto e potrebbe essere presentato anche prima che le norme contestate, quelle che riformano la prescrizione, entrino in vigore il 1° gennaio 2020.
Non si tratta di opportunità politica, ma di rispetto della Costituzione. Ma pinna di esaminare i motivi che sorreggono la scelta di elaborare questo ricorso, facciamo un piccolo passo indietro. Mi hanno fissato una risonanza magnetica, importante per la mia salute, presso una clinica privata perché la disponibilità presso una struttura pubblica andava oltre la data già fissata per una visita collegiale di controllo. Con mio sconcerto ho appreso che la struttura in precedenza aveva un altro nome, quello di una clinica dove chirurghi, traditori del giuramento di Esculapio, eseguivano interventi non necessari per bramosia di guadagno ed anche pericolosi, tanto che quattro anziani pazienti avevano perso la vita.
Ebbene il processo arrivato per la seconda volta in Cassazione era a rischio di prescrizione per fatti del 2008 e che in appello erano stati sanzionati con l'ergastolo, annullato dalla Suprema corte. Non si può rimanere indifferenti, si può quindi capire che un elementare senso di giustizia provochi disgusto personale ed indignazione popolare. Nel gennaio di quest'anno con la legge n. 3, cosiddetta Spazza-corrotti, la prescrizione era stata di fatto abrogata perché sospesa dalla sentenza di primo grado fino al passaggio in giudicato della sentenza "che definisce il giudizio", già una prima anomalia perché questa norma ed altre connesse sarebbe entrata in vigore il 1 gennaio 2020, mentre la legge nel suo complesso è entrata in vigore 11 mesi fa.
Come al solito il mondo politico e dell'avvocatura si è agitato nell'imminenza della scadenza, in zona Cesarini, per mutuare l'espressione dall'altra grande passione italica, il gioco del calcio. La questione ha acquistato un significato politico strumentale, talmente strumentale che chi aveva approvato le norme nel governo giallo-verde ora critica il governo giallorosa, composto anche da chi, in precedenza, criticava quelle stesse misure.
Uno scenario analogo a quello di un'altra sceneggiata, la definitiva approvazione di una drastica riduzione dei parlamentari elettivi da 945 a 600, con il più: elevato rapporto tra abitanti e parlamentari d'Europa, dopo aver avuto quello più. basso. Da un'esagerazione all'altra di segno opposto, come per la prescrizione: dalla prescrizione troppo frequente, addirittura nella fase inquisitoria, alla prescrizione mai, neppure dopo un'assoluzione in primo grado o in appello, in caso di ricorso della procura generale.
In questi 11 mesi nessun progresso è stato fatto per accelerare i processi, che pure erano stati preannunciati e che sono imposti dall'art. 111 della Costituzione, che ha recepito la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, per il quale i procedimenti devono avere una ragionevole durata nell'interesse della società e delle persone coinvolte a qualsiasi titolo, imputati e vittime di un reato, avvocati e pubblici ministeri o giudici. La società si deve difendere dai criminali e la certezza e la tempestività di una pena hanno un effetto deterrente molto maggiore di pene elevate in teoria, ma mai applicate in pratica, le famose grida manzoniane.
Noi abbiamo una Costituzione saggia, che recepisce tutti i principi di civiltà giuridica ed è interesse di tutti che siano rispettati, non possiamo sapere cosa la sorte riserbi a noi o ai nostri cari. Tra i principi assumono particolare rilievo quelli enunciati dall'art. 27 della Carta fondamentale: "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva" e "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Viola dunque sia l'art. 3 che l'art. 27 della Costituzione, che la sentenza di primo grado sospenda la prescrizione sia che si tratti di condanna, che di assoluzione, anche nell'ipotesi più ampia per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato. Tra l'altro la sentenza di condanna interrompe la prescrizione, quando si poteva disporre la sospensione a partire dalla conferma della condanna in appello: gli effetti sarebbero stati gli stessi ma senza violare la Costituzione. La funzione rieducativa della pena ha un senso se interviene a breve distanza dai fatti.
Se passa un decennio od anche più, o il colpevole ha fatto carriera da criminale e, quindi, non è rieducabile ovvero è diventato un cittadino esemplare: la prima condanna ha raggiunto lo scopo. L'altra vistosa incostituzionalità è che la sospensione, che per definizione è di natura temporanea, non ha un chiaro termine finale, diventa un'abrogazione che non è possibile, perché la prescrizione nel nostro ordinamento giuridico "rientra nell'alveo costituzionale del principio di legalità penale sostanziale enunciato dall'art. 25, secondo comma, della Costituzione con formula di particolare ampiezza" (Corte costituzionale, sentenza 115/2018).
Per rispetto dell'art. 12 primo periodo delle disposizioni sulla legge in generale, "nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore". Ora, l'intenzione del legislatore di impedire il decorso della prescrizione non consente di alterare il significato proprio della parola "sospensione" e derivati, che indica un arresto temporaneo, che presuppone un termine iniziale e uno finale con una durata temporale definita, per cui non bastano due fatti, se il termine finale non è certo.
Tale non è la "data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio", perché l'eventualità è rimessa alla proposizione di un ricorso, anche nel caso che sia inammissibile, per esempio nel caso di assoluzione per ragioni di merito, come non aver commesso il fatto. Lo stesso termine iniziale non tiene conto dell'ipotesi, che la sentenza di primo grado in appello sia stata riformata per nullità.
Un processo rapido - lo ricordiamo - è nell'interesse delle vittime del reato, che hanno diritto ad un giusto indennizzo, che dovrebbe comunque essere assicurato dallo Stato, anche quando esso non garantisce la sicurezza e la celerità dell'azione penale, nonché la ragionevole durata del processo, tanto che ha dovuto dotarsi della legge 89/2001, dal titolo "Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura civile" (cosiddetta legge Pinto).
Una dichiarazione d'incostituzionalità rispetto alla norma che elimina la prescrizione avrebbe effetto di abrogazione ex tunc. Il 65% delle prescrizioni si verifica nella fase inquirente e istruttoria, e su questo fronte la nuova norma non pone alcun rimedio: molto più utile sarebbe che la prescrizione decorresse dalla notizia del reato e non dalla data di consumazione.
Si tratterebbe poi anche di far rispettare per questa via l'obbligatorietà dell'azione penale ex art. 112 della Costituzione e non di lasciarla all'arbitrio dei Pm. Si è ancora in tempo a sottoporre con urgenza la questione alla Consulta, la sua sede naturale: non alle "scelte d'immagine" delle forze politiche.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 13 dicembre 2019
Ma è possibile che su questa storia della prescrizione nessuno dica la cosa più vera e semplice? È questa: che il processo è un'ingiustizia. È un'ingiustizia necessaria, ma è un'ingiustizia. È un sopruso: inevitabile, ma è un sopruso. È infatti necessario che alcuni siano incaricati di giudicare e sanzionare i comportamenti delle persone, ma questa necessità si soddisfa con un dispositivo di violenza che mette l'individuo in istato di soggezione e lo isola, lo indebolisce e insulta la pace della sua vita.
E questo è appunto un sopruso, che inevitabilmente bisogna predisporre perché altrimenti la convivenza civile è impossibile: ma la società che lo predispone e quelli che, con il processo, sono chiamati a realizzarlo, dovrebbero risentire con gravità una specie di colpa nell'essere obbligati a tenere in ordine i comportamenti delle persone usando questo pur necessario strumento di sopraffazione.
Chi reclama il diritto dello Stato all'infinità del processo non comprende che in quel modo lo Stato eserciterebbe il potere di infliggere ingiustizia infinitamente, così rendendosi responsabile di un delitto ben più grave rispetto a quello che pretende di punire con una sentenza. Lasciare eternamente impuniti i responsabili di azioni illecite non va bene, questo lo capisce chiunque; ma va anche meno bene pensare di risolvere il problema consentendo che siano eternamente punibili, perché in questo modo si rende perpetua l'implicazione della vita degli individui in un meccanismo di afflizione semmai accettabile a patto che funzioni, e cioè che affligga, per poco tempo.
Se per evitare che i responsabili di azioni illecite la facciano franca si escogita di renderglielo impossibile armando lo Stato del potere di processarli e punirli sempre e per sempre, allora si accetta che lo Stato persegua il fine di giustizia tramite un'ingiustizia senza fine. E il popolo in nome del quale si fanno i processi e si emettono le sentenze diventa l'incolpevole esecutore di una immensa e irrimediabile oscenità: un'infinita possibilità di violenza contro sé stesso. È necessario e inevitabile che lo Stato si riservi del tempo per processare e condannare. È cioè necessario e inevitabile che lo Stato sia messo nelle condizioni di poter infliggere l'ingiustizia del processo.
di Valentina Stella
Left, 13 dicembre 2019
Dal "fine pena mai" al "fine processo mai". Il blocco della prescrizione è solo l'ultima spia di una mentalità forcaiola molto diffusa in Parlamento. L'idea del giudizio perenne e del carcere come vendetta nega la possibilità di trasformazione dell'individuo e va contro la Costituzione.
Il presidente dell'Unione delle Camere penali, Giandomenico Caiazza, smonta punto per punto tutte le bufale che tengono in piedi la riforma abrogativa della prescrizione: "Si tratta di una delle più riuscite ed efficaci operazioni di manipolazione informativa" Circa un migliaio di avvocati penalisti di tutta Italia per sei giorni si sono alternati ad un microfono in piazza Cavour a Roma per dire no alla riforma abrogativa della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, voluta fortemente dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
Ideatore della maratona oratoria è stato il presidente dell'Unione delle Camere penali italiane, Giandomenico Caiazza: "È la prima volta che si è organizzata una forma di protesta di questo tipo tra gli avvocati. l'Aspirazione mi è venuta grazie a Marco Pannella che la ideò circa 25 anni fa per una campagna referendaria". L'obiettivo dei partecipanti è stato quello di dire finalmente la verità sul tema della prescrizione che, a detta di Caiazza, è stato contraddistinto "da una delle più riuscite ed efficaci operazioni di manipolazione informativa che sia dato ricordare".
La verità passa anche attraverso le storie di persone che sono rimaste imprigionate nelle catene della giustizia per decenni, vedendo spesso le loro vite sconvolte. Un avvocato ha raccontato che quando era al liceo due persone sono finite a processo con l'accusa di essere pedofili. Il processo è durato talmente tanto che in appello sono state difese da quello stesso avvocato che intanto aveva terminato la scuola, si era laureato ed aveva fatto la pratica.
La vicenda si è conclusa con una assoluzione ma i due imputati hanno confessato che in un momento di massimo sconforto avevano pensato di farla finita. Otto anni invece ci sono voluti perché una dirigente comunale, sottoposta a processo per turbativa d'asta, venisse assolta in primo grado "perché il fatto non sussiste".
Poi c'è un ex dipendente di Poste italiane che viene arrestato nel 1997 con l'accusa di essere basista di due rapine, rimane in custodia cautelare per un anno, nel 2004 viene condannato a 6 anni di reclusione e solo nel 2011 assolto in appello con la formula piena. Ci sono voluti quattordici anni per mettere fine a tutto.
Un'altra storia è quella di un giovane studente di giurisprudenza che al secondo anno di università viene beccato con 30 grammi di marijuana e mandato a processo: dopo 4 anni e 3 mesi viene assolto perché il giudice riconosce l'uso personale, il pm non si arrende e fa appello, e dopo circa 3 anni viene assolto nuovamente; intanto si è laureato ma non ha potuto partecipare a concorsi pubblici perché aveva carichi pendenti. Senza la minaccia della prescrizione processi del genere non si sarebbero nemmeno conclusi.
Queste vicende, batte duro Caiazza, dimostrano che "qui è in gioco il diritto di ciascuno di noi a non divenire sudditi di una giustizia penale che ci possa dire: dispongo di te e della tua vita per tutto il tempo che riterrò necessario. La prescrizione è l'unico strumento che riequilibra una patologia che è tra le più gravi: quella di un processo penale che dura tempi irragionevoli". Tuttavia alcuni, soprattutto i pentastellati, in primis Alessandro Di Battista, obiettano che la prescrizione è uno strumento per salvare i ricchi e i potenti, come Berlusconi, Andreotti, De Benedetti.
Una tesi che Caiazza rifiuta con forza: "La verità che abbiamo comunicato, spero in modo definitivo, è che questa narrazione della prescrizione come strumento dei furbi e dei potenti per farla franca è vergognosa. Un istituto giuridico non si giudica da chi ne ha beneficiato, ma dai principi di diritto che esso salvaguarda. E se pure fosse, che rilievo può mai avere un elenco di quindici o venti o anche cento persone "potenti" in un complesso di molte centinaia di migliaia di persone di ogni ceto e classe sociale che, nello stesso arco di tempo, hanno beneficiato della prescrizione, per qualificare quell'istituto uno strumento di salvaguardia dei potenti?".
C'è poi un'altra mistificazione che in questi ultimi giorni si sta espandendo sui social ossia che "in Italia c'è la prescrizione perché siamo un popolo di truffatori, mentre all'estero non esiste". A questo Caiazza replica sottolineando che in Italia i processi durano il doppio della media di tutti i Paesi civili: "Il che rende evidente il motivo per cui altrove non c'è necessità di discutere di prescrizione". C'è però chi sostiene che le vittime, grazie alla prescrizione, non vengano mai risarcite: "La prescrizione non preclude mai - precisa Caiazza - anzi fa salvi i diritti risarcitori delle parti civili". Ed è bene ricordare che la prescrizione colpisce i reati bagatellari.
"I tempi di prescrizione sono proporzionali alla gravità del crimine. I reati di maggiore allarme sociale si prescrivono dopo molti decenni". Solo per citare alcuni esempi: per violenza sessuale, dopo 30 anni; per maltrattamenti - verso familiari o conviventi - che causano la morte o per atti sessuali con un minorenne la prescrizione arriva dopo 60 anni; per un sequestro di persona a scopo di lucro, la prescrizione scatta dopo 60 anni; per associazioni di tipo mafioso, dopo 30 anni; per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, dopo 40 anni; per corruzione in atti giudiziari, dopo 30 anni; per associazione atta ad agevolare l'immigrazione clandestina, dopo 30 anni; per omicidio stradale, dopo 45 anni; per omicidio colposo commesso nell'esercizio abusivo di una professione, dopo 25 anni.
La prescrizione inoltre non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell'ergastolo. A questi numeri si aggiunge un altro dato importante: il 53% delle prescrizioni avviene nella fase delle indagini durante la quale non interviene il legale (dati ufficiali 2017 e primo semestre 2018 della direzione generale di statistica e analisi organizzativa del ministero della Giustizia). L'avvocato Caiazza conclude la nostra intervista definendo "straordinariamente positivo" il bilancio della maratona oratoria: "l'evento ha avuto una ricaduta mediatica e politica senza precedenti.
In piazza sono venuti esponenti non solo dell'opposizione ma anche della maggioranza, da ultimo la delegazione di Italia viva, guidata dall'onorevole Maria Elena Boschi. Se non ci fossimo stati noi con questa maratona il tema della prescrizione non sarebbe mai stato percepito nella sua importanza: siamo arrivati ad un passo dalla crisi di governo".
di Cesare Antetomaso
Left, 13 dicembre 2019
Chi è imputato rischia di esserlo a vita e sarà difficile per le vittime essere risarcite. Il blocco della prescrizione è un rimedio che non risolve i problemi della giustizia italiana. Anzi, li aggrava. Mettendo a rischio la legalità repubblicana mentre all'orizzonte si intravedono tentazioni da Ancien Régime.
Conversando con colleghe, colleghi e soprattutto clienti, siano essi persone offese dal reato od imputati, prevale la sensazione che il dibattito politico sulla riforma della prescrizione sia per lo meno surreale. A fronte dei tanti autentici mali che affliggono la nostra giustizia penale, l'unica risposta che arriva dall'attuale esecutivo (o comunque da buona parte di esso) è infatti quella di protrarre tendenzialmente all'infinito la durata dei processi.
Con buona pace non solo di chi è condannato a restare imputato a vita (magari sebbene innocente), ma anche delle parti civili (e delle vittime in genere) che vedono allontanarsi sempre più il momento e la possibilità di un sia pur minimo ristoro del danno. In tutto ciò, la cosa che più lascia sgomenti è che lo stesso ministro Alfonso Bonafede pare dimenticare che la disciplina di questo istituto ha già subito, con la legge del suo predecessore Orlando n. 103 del 2017, una modifica sostanziale, per cui la prescrizione rimane sospesa per tre anni dopo la sentenza di primo grado.
Con tempi di estinzione del reato che si aggirano, giusto per fare qualche esempio, sui 29 anni per una rapina aggravata, sui 10 anni e mezzo per una resistenza a pubblico ufficiale, sui 18 anni per una corruzione: dunque, tutt'altro che brevi. Evidentemente, però, la tentazione di condurre in porto l'ennesima, deleteria norma manifesto da dare in pasto a un elettorato per il quale il carcere non è più extrema, bensì unica ratio, è talmente forte da obnubilare le coscienze. Eppure lo scopo della norma è chiaro: determinare l'estinzione dei reati (a esclusione di quelli puniti con la pena dell'ergastolo) e la cessazione dei processi allorquando questi non giungano a sentenza definitiva entro un congruo lasso temporale dai fatti.
Ciò, proprio per evitare l'irragionevolezza di un processo eterno che per sua natura finirebbe per diventare farsesco, se solo si pone mente alla sostanziale impossibilità di un accertamento attendibile a distanza di anni e magari lustri dai fatti, quando i ricordi dei testimoni sono divenuti labili - se ancora in vita - e le tracce del reato si sono deteriorate.
O anche al venir meno o comunque all'attenuarsi dell'interesse dello Stato a punire, pure in ragione di cambiamenti intervenuti nella personalità del colpevole, che rendono controproducente l'applicazione di una pena, che invece nell'immediatezza poteva essere efficace, come giustamente ha sostenuto Livio Pepino. In questo senso, la prescrizione è un principio di civiltà giuridica, come tale non accantonabile per via di malfunzionamenti dell'amministrazione della giustizia.
Con la legge n. 3 del gennaio di quest'anno, la precedente maggioranza di governo ha invece previsto che, dal primo gennaio 2020, la prescrizione smette di operare dopo la sentenza di primo grado, sia essa di condanna che di assoluzione. Ma il conflitto apertosi all'interno dell'attuale maggioranza, con la protesta di tutta l'avvocatura e l'insofferenza di alcuni settori della magistratura, è destinato con ogni probabilità a mutare questo quadro.
Certo, il fenomeno della cancellazione di processi per reati di rilevante allarme sociale per via della prescrizione è tutt'altro che edificante. Ma il rimedio proposto, alla faccia di tutti i proclami demagogici che lo accompagnano non risolve il problema. Anzi. Se solo si osservano i dati del ministero della Giustizia, si scopre che il 75% circa dei processi si prescrive ancor prima di giungere alla sentenza di primo grado (fonte Sole 24 Ore). Con il risultato che appena il 3% (!) dei processi trattati annualmente sarebbe interessato dalla riforma.
Di più. Con questa riforma, l'imputato di reati minori (magari già assolto in primo grado) vedrà aumentare a dismisura i tempi del proprio processo, che dovrà fare spazio a quelli per i reati più gravi. Peraltro, l'avanzata del populismo penale e dunque il fenomeno del panpenalismo, per cui ogni conflitto sociale, ogni comportamento ritenuto non conforme a quello della generalità dei consociati deve trovare risposta esclusivamente in una sanzione penale, ha fatto sì che, anziché procedere verso un'ampia depenalizzazione, si siano viceversa introdotte nuove fattispecie di reato ed elevate le pene per molti reati già presenti nel codice penale e nelle leggi speciali.
Con ciò, generando una proliferazione di processi e un consequenziale aumento dei tempi del dibattimento. Già oggi, per esempio, non è infrequente che in Corte d'appello si rinviino processi per omicidio stradale di anno in anno, approfittando dell'allungamento dei termini di prescrizione. Non è allora difficile immaginare i guasti che la riforma potrebbe provocare: su chi per ottenere un lavoro deve esibire il certificato dei carichi pendenti, o su chi, magari per via di una denuncia pretestuosa o di un Pm innamorato della propria tesi accusatoria, deve convivere per anni con il terrore di una condanna ingiusta, mentre la collettività lo stigmatizza come reietto. Si dice poi: senza la speranza nella prescrizione, si ridurrebbero le impugnazioni.
Ma anche questa è una considerazione che può fare solo chi è digiuno di esperienza processuale, se non proprio in malafede. Le impugnazioni rimarrebbero esattamente le stesse e più o meno per gli stessi motivi per cui vengono proposte oggi. Per ottenere l'assoluzione, il riconoscimento di un'attenuante, una riduzione della pena, la concessione di una misura alternativa o anche solo per rinviare l'evento nefasto: a muri' e a pava' ce sta semp' tiempo, come usa dire a Napoli.
In realtà, non esiste un rimedio miracoloso per risolvere le lungaggini della giustizia penale (come d'altra parte in nessun altro campo, sebbene ai populisti faccia comodo sostenere il contrario). Inserimento dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari (che precede il rinvio a giudizio) tra gli atti che interrompono la prescrizione; depenalizzazione di tutti quei reati che intasano le aule dei tribunali senza alcuna ricaduta positiva sui drammi che vorrebbero contrastare (a cominciare da una profonda riforma della disciplina degli stupefacenti e di quella dell'immigrazione); abolizione dell'appello per motivi di merito in caso di assoluzione in prima istanza; semplificazione delle motivazioni delle sentenze, sono solo alcuni degli interventi - in buona parte già individuati dalle varie commissioni ministeriali - che possono aiutare a uscire dal guado se coordinati tra loro.
Tutto questo presuppone però un mutamento di paradigma culturale, mentre all'orizzonte si intravvedono tentazioni di Ancien Régime per cui il giudice dovrebbe essere unicamente bouche de la loi. Ecco, allora, che occorre denunciare con forza che il vero nemico del diritto e della legalità repubblicana è oggi chi, propugnando il processo infinito, esprime in realtà il disprezzo per il valore epistemologico del processo, della sua matrice accusatoria e degli apporti di sapere delle parti.
Scriveva il barone di Montesquieu, nel suo celeberrimo Spirito delle leggi quasi trecento anni or sono: "Se esaminate le formalità della giustizia in relazione alla fatica che fa un cittadino per farsi restituire quello che è suo o per ottenere soddisfazione di un'offesa, ne troverete senza dubbio troppe. Se le considerate nel rapporto che hanno con la libertà e la sicurezza dei cittadini, ne troverete spesso troppo poche; e vedrete che le fatiche, le spese, le lungaggini, perfino i rischi della giustizia, sono il prezzo che ogni cittadino paga per la propria libertà".
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 13 dicembre 2019
Nella sua appassionata apologia al Senato, Matteo Renzi ha citato il noto ammonimento dell'onorevole Moro di quarant' anni fa, che la Dc non si sarebbe fatta processare in piazza. Questa frase peraltro non ha portato fortuna né al suo autore né al suo partito, travolto il primo dall'odio delle Br e il secondo dagli scandali di tangentopoli.
Ora, Renzi non è Moro, Italia Viva non è la Democrazia Cristiana, e il terrorismo è finito. Il paragone con Moro, finisce dunque qui. Al netto di questa rievocazione forse troppo audace, l'energica reazione di Renzi contiene un'aspra critica all'uso improprio delle indagini giudiziarie, intese anche come arma per estromettere gli avversari che non si riescono a battere con le elezioni.
Ed infatti l'ex premier ha lamentato le ripetute violazioni del segreto d'ufficio, l'uso disinvolto delle intercettazioni e delle perquisizioni, e più in generale la pretesa dei giudici di "decidere che cosa è un partito e cosa no". Insomma, un attacco in piena regola contro quella che da venticinque anni viene denunciata come un'indebita invasione delle toghe nel campo della politica.
Un critico severo potrebbe domandare a Renzi che cosa abbia fatto, quando ne aveva le possibilità, per rimediare a questa anomalia. Una anomalia che su queste pagine denunciamo da anni. Ma sarebbe polemica sterile. Più importante invece è considerare i due punti che lui ha trattato: il finanziamento dei partiti e i limiti della magistratura nel valutarne la provenienza. Il primo punto può riassumersi così: poiché i partiti, anche dopo la cura dimagrante di tangentopoli, sono pur sempre organizzazioni costose, dove possono, o devono, cercare le necessarie risorse?
Durante la prima Repubblica si era creduto di risolvere il problema finanziando i partiti in proporzione alla loro rappresentanza elettorale. Ma i contribuiti clandestini erano aumentati, fino provocare la rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite. E da allora la nuova etica giustizialista introdusse il concetto che la politica, essenzialmente sporca e vorace, deve essere tenuta sotto tutela dalle Procure. L'errore, o meglio la viltà della politica fu di allinearsi supinamente a questo pregiudizio giacobino, un po' per paura di una buona informazione di garanzia, un po' nella segreta speranza cha la disgrazia toccasse a uno scomodo concorrente.
Di più: la contribuzione privata ai partiti, ancorché elargita in modo trasparente e legale, fu vista come un sintomo di subdola ambiguità e di inconfessabili intrighi. Ed è questa la prima recriminazione di Renzi: i soldi ricevuti per sovvenzionare le sue iniziative sono tutti - lui sostiene - pubblici e certificati. E poiché fino ad ora non vi è prova contraria, la sua argomentazione è sacrosanta: tuttavia viene vista con diffidenza perché, come si è detto, è minata dal pregiudizio di una qualche potenziale e innominabile cointeressenza.
E questo ci porta al secondo punto. In che limiti la magistratura può sindacare questi contributi? La risposta dovrebbe essere semplice: nei limiti del rispetto della legge penale. Ma questi limiti vengono oltrepassati se il magistrato si arroga il diritto di valutare, senza elementi specifici che rivelino una frode, quale sia la valenza politica di una Fondazione.
Perché, laddove si ammettesse questa potestà, l'invasione del potere giudiziario nel campo legislativo sarebbe completa e insindacabile, in quanto ogni Procura detterebbe i criteri di individuazione di quegli strumenti associativi, previsti dall'articolo 49 della Costituzione, che sono i partiti. Insomma la Giurisdizione oltre a reprimere la patologia della politica quando i suoi esponenti commettono un reato, dovrebbe anche definirne la fisiologia quando i suoi aspiranti decidono di unirsi in un programma comune.
Così attribuendosi, in definitiva, il compito di stabilire chi può fare politica e come deve organizzarsi per poterla fare. Un'eresia che sconcerterebbe non solo Montesquieu, ma qualsiasi persona di buon senso. Ora vedremo cosa faranno i nostri reggitori. Se capiranno questo problema che, indipendentemente dal destino giudiziario di Renzi, li riguarda tutti, e se avranno il coraggio di affrontarlo e la forza di risolverlo, potranno iniziare a riappropriarsi di quelle prerogative tipiche di uno Stato contrassegnato dalla divisione dei poteri.
Se invece ancora una volta si ripareranno dietro l'ossequio formale all'indipendenza della magistratura per mascherare la propria inerzia subalterna alle toghe, picconerà ulteriormente quel poco che resta del nostro Stato di diritto, e alimenterà quella generalizzata sfiducia che da tempo allontana i cittadini dalle istituzioni e dalle urne.
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