di Paolo Conti
Sette del Corriere, 13 dicembre 2019
Lo scrittore Edoardo Albinati insegna ai detenuti: "Sensibili a Dante e Machiavelli". Ha cominciato le lezioni nel carcere di Rebibbia nel 1994 e oggi segue due classi di istituto tecnico industriale: "Ci sono insieme i 18enni e gli anziani, il rapinatore romano e lo spacciatore del Maghreb. Non avete idea di quanti lettori forti".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 dicembre 2019
Sandra Berardi, presidente dell'Associazione Yairaiha, non è stata autorizzata a partecipare a una iniziativa giovedì scorso nel carcere romano. Da una parte un ex narcotrafficante che non solo si è riscattato nella vita, ma si è attivato per migliorala anche agli altri ed è stato da poco eletto dal sindaco Luigi De Magistris di Napoli, come garante locale dei detenuti.
di Simona Maggiorelli
Left, 13 dicembre 2019
Cappi e manette... e c'è anche chi evoca la ghigliottina! Avanza il partito trasversale dei giustizialisti capeggiato della destra leghista e illiberale alla continua ricerca di capri espiatori. Una destra che, "immemore" dei 49 milioni fatti sparire dal partito fondato da Bossi, vuole spedire nei lager libici i migranti "colpevoli" di non esser morti nel Mediterraneo e vuole richiudere, quelli che sono riusciti a salvarsi, nei centri di detenzione italiani per periodi sempre più lunghi.
Una recente sentenza del tribunale civile di Roma (che ha accolto il ricorso dell'Asgi e di Amnesty) ha stabilito che i respingimenti sono illegali e chi li subisce ha diritto a vedersi risarcire il danno, ma soprattutto ha il diritto di presentare domanda di protezione internazionale nel Paese da cui è stato respinto. E ancora, a proposito di illegalità, nel solco della legge Bossi-Fini (che ha sdoganato l'equazione xenofoba "immigrato = delinquente"), i decreti legge Salvini su sicurezza e immigrazione, violano l'articolo 10 della Costituzione sull'asilo, i trattati internazionali a partire dalla Convenzione di Ginevra sui diritti umani, nonché storiche leggi del mare.
Ma ancora si attende dal Conte II quel segnale di discontinuità che era stato promesso con l'accordo di governo fra Pd e M5s. È trascorsa anche la Giornata internazionale dei diritti dell'uomo 2019 e nulla è stato fatto né detto di positivo in questo senso da esponenti di governo e dal premier stesso che, mesi addietro, conveniva che si dovessero almeno recepire i rilievi del Capo dello Stato sui provvedimenti firmati da Salvini e divenuti legge.
Ed è tutto un tintinnar di manette nella retorica grillina che accompagna il varo della riforma della prescrizione, che entrerà in vigore il prossimo gennaio, in coda alla cosiddetta legge spazza-corrotti. Che cosa comporta? In pratica al termine del primo grado di giudizio il meccanismo della prescrizione non funziona più.
"In presenza di una sentenza di primo grado non vi è più scadenza alla durata del processo", denuncia il costituzionalista Giovanni Russo Spena. Si dilatano così a dismisura i tempi dei processi, che già in Italia hanno durata pari al doppio della media europea. E se è vero che proprio grazie all'istituto della prescrizione possiamo solo scrivere che Andreotti trattò con la mafia fino al 1980, è altrettanto vero che "la durata ragionevole del processo è u principio costituzionale. E dunque "il fine processo mai" è incostituzionale".
Sulla riduzione della durata dei processi la riforma Bonafede non dice nulla di chiaro e di definito. Chi è imputato rischia di esserlo a vita e sarà più difficile per le vittime essere risarcite, come spiega Cesare Antetomaso (Giuristi democratici) in questo sfoglio particolarmente ricco di contributi autorevoli. Come quello dell'avvocato Felice Besostri che insieme a Maurizio Turco, segretario del Partito radicale sta preparando un'azione giudiziaria in favore della durata ragionevole dei processi. Turco sta anche portando avanti una iniziativa per un referendum sul taglio dei parlamentari, passato lo scorso ottobre (anche con il sì del Pd) con gran tripudio dei grillini che per l'occasione hanno rispolverato tutta la loro retorica anti casta.
Ma ben vedere c'è poco di cui essere contenti visto che, a fronte di un piccolo risparmio (che si sarebbe potuto ottenere tagliando gli stipendi dei Parlamentari) questa riforma costituzionale riduce gravemente la rappresentanza. Inoltre, ad un mese dalla scadenza dei termini, non si parla di referendum confermativo (previsto dalla Costituzione quando è in ballo una legge di riforma della Carta). Perciò con la tesoriera Irene Testa, il segretario del Partito radicale ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedergli "di intervenire con estrema urgenza, per ripristinare il diritto sottratto ai cittadini della Repubblica ad essere informati".
Colpisce che tutto questo non abbia fin qui suscitato una discussione pubblica ampia e adeguata, dal momento che parliamo di norme che mettono in discussione principi cardine sanciti dalla Costituzione antifascista, come la durata ragionevole del processo, appunto, e che toccano anche la funzione della detenzione che deve essere rieducativa, volta al recupero della persona e non vendetta.
Come scrive la penalista Valentina Angeli su questo numero di Left, "i costituenti sapevano che il fascismo si può annidare in ogni espressione ed esercizio del potere pubblico, di cui il potere giudiziario è massima espressione, poiché, attraverso il processo penale, può legittimamente comprimere quegli stessi diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione, principalmente quello alla libertà personale".
Di più. L'avvocato Angeli suggerisce con questa sua lettura profonda dei principi costituzionali che nella nostra Carta si può leggere in filigrana un'idea del cittadino come persona a tutto tondo, scevra dall'ideologia religiosa che ci vorrebbe tutti irrimediabilmente segnati dal male, in quanto figli di Caino. La violenza non è innata nell'essere umano e i costituenti, che pure avevano vissuto il fascismo, con grande spessore umano e intelligenza, l'avevano compreso.
di Salvatore Torre*
Il Foglio, 13 dicembre 2019
Quando sono nato mio padre era in carcere, quando è nata mia sorella era in carcere, e quando è nato mio fratello, otto anni dopo, mio padre era ancora in carcere. Ogni volta che lo arrestavano spaccavo qualcosa in casa. Era uno sconosciuto, ma per me era dio.
Mio padre era sempre in carcere e quando non era in carcere era latitante e, quando non era latitante, era con qualcuna delle sue femmine, e quando non era con queste era con i suoi compari. Insomma, mio padre lo si vedeva poco a casa e solo perché la legge gli imponeva di rientrare ogni sera (un'imposizione che lui mal gradiva, pertanto, il più delle volte si dileguava).
Era poco presente nelle nostre vite e non ho molti ricordi di lui, quelli che ho non sono belli e qualcuno, raro, riconduce anch'esso a un senso di tristezza e di delusione.
Un giorno che mi trovavo nella piccola piazza del paese, lo vidi spuntare a bordo di una motoretta. Lo guardai con aria implorante, credo, visto che dopo avermi superato si fermò e con un cenno della testa mi invitò a montare in sella. Feci uno scatto, con il cuore gonfio di gioia gli allacciai le braccia intorno ai fianchi e mi strinsi a lui. Non potevo credere che fosse vero! Infatti, un centinaio di metri più in là, mio padre si fermò di nuovo, si girò verso di me e mi disse: "Scendi".
Solo questo. Sperai che ci ripensasse e che tornasse indietro, ma non lo fece, né allora né mai. Quel papà era inarrivabile. Eppure, era un dio, per me. Per questo ogni volta che lo arrestavano spaccavo qualcosa in casa, una porta, un armadio, un tavolo, intanto spaccavo anche le nocche delle mie mani. E poi piangevo. Piangevo e odiavo ferocemente quegli sbirri che lo avevano arrestato, anche se quando era libero lo vedevo meno di quando si trovava in carcere.
Ho visitato le carceri di mezza Italia per andare a trovarlo. Più tardi ne avrei conosciute e ancora ne sto conoscendo altre, perché a mia volta detenuto. I miei primi ricordi sono legati al carcere di Messina. Mia madre e io, sempre insieme. Il tragitto sul treno fino a Messina, poi un altro autobus e ancora un pezzo di strada a piedi, spediti verso il nostro uomo.
L'attesa nella sala d'ingresso del carcere era noiosa, a volte esasperante, dipendeva dal mio stato d'animo e dalla presenza o meno di altri bambini. E poi tutti quegli sbirri, che detestavo... il loro pronunciare i nostri nomi quasi gridando, le loro chiavi che sbattevano di continuo aprendo e chiudendo porte; i loro imperativi mentre attraversavamo i corridoi e i cancelli che ci portavano alla sala colloquio, uno stanzone diviso a metà da una lastra di marmo, che quando mi ci sedevo sopra, mi congelava il sedere.
All'interno solo degli sgabelli, null'altro. Con mamma prendevamo sempre posto all'angolo della sala. Immagino che volesse proteggere in qualche modo quel nostro momento d'intimità familiare. Tutti rimanevano in silenzio sino all'arrivo dei nostri familiari detenuti. Allora, la sala diventava un vociare confuso e incomprensibile. Mio padre arrivava sempre per ultimo, pareva lo facesse a posta a farmi aspettare più di tutti.
A me che non vedevo l'ora di vederlo. Ciononostante, non ricordo un suo abbraccio. Un abbraccio vero voglio dire, solo quelli formali, con la stretta di mano e i baci sulle guance, prima di sedersi, l'uno di fronte all'altro, divisi da quel bancone di marmo.
(...) Mio padre. Quest'uomo parlava con gli occhi, parlava a tutti con quegli occhi penetranti e freddi, anche con me. Bastava un'occhiata per capire se dovevamo parlare o stare zitti, se muoverci o stare fermi. Io cercavo in questo, come in tutto, di emularlo, lo facevo con i miei compagni di gioco, poi con quelli di strada e più tardi con quelli di malavita.
Volevo però, più di tutto, il suo rispetto. Ma da lui sembrava non fosse possibile avere nulla, neanche questo. Era talmente irrigidito e imprigionato dentro quella sua figura di malavitoso tutto d'un pezzo, che non poteva permettersi alcuna attenzione per gli altri, neppure per i figli.
(...) Una volta, mio padre, dopo avere sorbito il caffè assieme a due malavitosi, mi posò una mano sulla spalla, tenendomi seduto sulla poltrona al suo fianco. A me diceva, senza dire una sola parola, che dovevo imparare ad ascoltare e a capire restando in silenzio; a quegli altri, di guardare bene che aveva un figlio e che questo stava crescendo.
In quel frattempo Mimì, un giovane disadattato della mia contrada, e io, ci accorgevamo l'uno dell'altro. Due solitudini che s'incontravano: lui ventenne ed eroinomane, io dodicenne e figlio di un malavitoso, ci saremmo compensati di quell'affetto che ci mancava, restando amici fino alla morte. Io sarei stato carcerato a vita, lui assassinato, per vendetta contro di me, due anni dopo il mio arresto. La verità è che avevamo poche possibilità di essere altro da ciò che eravamo, di finire diversamente: era scritto nella storia del nostro ambiente sociale.
*Ergastolano, autore del libro "Atonement. Storia di un prigioniero e degli altri" (Libreria Editrice Vaticana, 174 pp., 10 euro), dal quale è estratto il testo.
di Alessandro Parrotta*
Left, 13 dicembre 2019
È chiaro che l'esigenza di una modifica strutturale delle norme che regolano il sistema giudiziario italiano è priorità da chiunque abbia avuto l'occasione di approcciarsi, anche in maniera occasionale, col sistema giustizia. Ed infatti, sia nell'ambito civile che in quello penale, i problemi sono numerosi e - nella maggior parte dei casi - i medesimi: i tempi, la carenza del personale, la mancanza di strumenti idonei ed all'avanguardia e la commistione della politica nelle scelte dell'organo di autogoverno della magistratura, solo per dirne alcuni.
In questo senso, il provvedimento che presenta una serie di preoccupanti elementi di allarme e lacune è rinvenibile nella cosiddetta Legge Spazza-corrotti, che, certamente da un lato ha il merito di aver innalzato le pene per i corruttori, senza tuttavia, dall'altro lato, risolvere nulla sul lungo periodo, anzi.
Il passaggio da censurare in questa Legge è senza dubbio quello concernente la sospensione della prescrizione: in particolare, l'art. 1, lett. d), e), f) prescrive sul punto che il corso della prescrizione rimanga sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado (non solo di condanna ma addirittura di assoluzione) o del decreto di condanna, fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell'irrevocabilità del decreto di condanna. È evidente come una soluzione del genere - che dispiegherà i propri effetti dal 1 gennaio 2020 - sia assolutamente inadeguata ed inadatta a diminuire i tempi dei processi e, anzi, pregiudichi irrimediabilmente la posizione giuridica della persona sottoposta a processo penale.
Le manifestazioni contrarie sono molteplici ed arrivano da più fronti: la maratona oratoria dell'Ucp (Unione camere penali) di fronte alla Cassazione, presso la quale - tra le tante forze - si è recata una delegazione di Italia Viva, Forza Italia, della Lega e del Pd, oltre all'apprezzabile presenza della senatrice Emma Bonino. Ed ancora la manifestazione promossa da Italia Stato di diritto e dal prof. Marcello Gallo avanti al Palagiustizia di Torino, coi penalisti in toga per dire "no" a quella che più che un passo avanti pare una controriforma.
I penalisti, presieduti dall'avvocato Caiazza, hanno anche incontrato l'onorevole Andrea Orlando - vice segretario del Partito democratico - e la senatrice Dem Pinotti, componente della segreteria del Pd per conoscere "i concreti intendimenti del Partito Democratico per impedire che dal primo gennaio 2020 diventi operativa la regola del processo infinito", come si legge in una nota e nelle agenzie di stampa.
Non si dimentichi l'appello rivolto ai Senatori, ai Deputati, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro della Giustizia, dai 120 professori universitari di Diritto Costituzionale, di Diritto Penale, di Diritto processuale penale col quale, assieme alla Giunta dell'Unione delle Camere penali italiane, si è chiesto tecnicamente il blocco della nuova prescrizione.
Forse non ci si rende conto: per una lunga fase, la "nuova non prescrizione" dovrà convivere con la disciplina sulla prescrizione introdotta nel 2017 dalla "legge Orlando", così determinandosi nel sistema la contemporanea operatività di almeno tre diversi regimi sostanziali. Ma ancora di più: dare un "fine processo mai" è sinonimo di assenza di ragionevolezza.
Possibile che sia così complicato ipotizzare regole per rendere effettiva la funzione di filtro dell'udienza preliminare (oggi totalmente disattesa, come tale) oppure un rilancio dei riti alternativi con l'innalzamento dei limiti edittali che consentono l'operatività del patteggiamento, estendendone l'operatività; favorire l'accesso al giudizio abbreviato condizionato in modo più snello. Anzi, ridurre i termini di prescrizione piuttosto che eliminarli e sanzionare chi non si allinea ad una "ragionevole durata del processo".
L'assunto logico è semplice: la diminuzione della durata dei processi passa necessariamente attraverso la riduzione del numero degli stessi. E allora, risulta chiaro come una soluzione in questo senso possa essere identificata - in ambito penale - nell'anticipazione della lotta dei fenomeni criminali, soprattutto quelli relativi ai reati societari, nel terreno della prevenzione, al posto di quello della repressione. Un dato è certo: la riforma non è più rimandabile e la prescrizione, come un diamante, va incastonata in una montatura complessa ed uniforme per garantire la sua esatta collocazione.
*L'avvocato Alessandro Parrotta è direttore Ispeg, Istituto degli studi politici economici giuridici
di Giulio Cavalli
Left, 13 dicembre 2019
È la goduria del tintinnare delle manette. Un minus "atavico", lucido, incorreggibile di chi solo con la vendetta riesce ad avere la sensazione di sfiorare la soddisfazione. Nei ruoli mischiati della politica di questi ultimi anni, qui dove tutto è diventato confuso perché piatto, senza valori e senza contenuti la destra con la bava alla bocca (quella che si definiva garantista e almeno su questo punto sembrava irremovibile) ha tentato di riportare il concetto di giustizia indietro di secoli.
E in qualche modo ha fatto breccia. Sia chiaro, è un lavoro che parte da lontano e che ha parecchie colpe anche dalla parte del centrosinistra: dopo Tangentopoli è rimasta nel Paese una scia di veleno che hanno raccolto in molti, per farne materiale infiammabile da propaganda elettorale e il muro del garantismo (che ormai mica per niente è diventata un'offesa, quasi indicibile) sembra definitivamente abbattuto.
In principio fu Travaglio che provò a convincere ampie fette di popolazione che la corruzione, il malaffare e le mafie fossero solo materie per Procure e che la politica dovesse sdraiarsi emettendo solo irretita indignazione: il direttore de Il Fatto quotidiano insiste nel provare a convincerci che la soluzione sia arrestare tutti i corrotti, tutti i corruttori, tutti i mafiosi e chiudere tutto in un bel sacchetto dell'indifferenziata da buttare nel cassonetto.
Quando qualcuno ha provato a controbattere proponendo letture più sociali e storiche dei fenomeni criminali è stato bollato come un difensore dei cattivi. Punto. Fine. Sciò. Antonino Di Pietro (che ultimamente in molte interviste si dice pentito di avere piegato la politica alla semplice attività della magistratura) ha incarnato perfettamente il ruolo dell'angelo vendicatore in difesa degli italiani: come non poteva essere credibile l'uomo che aveva tenuto alto il nome del pool di Mani Pulite? E senza accorgersi, mentre la folla plaudente godeva delle sevizie ai presunti criminali, abbiamo cominciato a perdere diritti un po' tutti e l'alfabetizzazione del carcere come luogo rieducativo e di reinserimento nella società è diventato roba da anteguerra, fisime da buonisti.
"In galera!" è l'urlo della gente che abbaia per sputare una vendetta travestita da giustizia e "in galera!" è stato l'urlo liberatorio per chi si era convinto di avere trovato una soluzione rapida, efficace e indolore per riparare tutti i mali del Paese. Su quell'urlo il Movimento 5 stelle (che da Travaglio in fondo nasce, raccogliendone le tesi in materia di giustizia) ha spinto ancora di più sull'acceleratore: mentre urlavano "onestà!".
In fondo stavano semplicemente promettendo di punire dolorosamente i colpevoli. Fino a che, ovviamente, i colpevoli sono diventati loro. A quel punto è cambiato tutto e, come al solito, sono diventati garantisti. Eh sì, perché tutti i colpevoli sono garantisti ma la civiltà di un Paese si misura sul trattenersi dal randello da parte degli innocenti.
Proprio così: se è vero che Berlusconi ha usato un finto garantismo per proteggersi da tutti i suoi processi è altresì vero che nessuno a sinistra ha mai avuto la forza e il coraggio di alzare la voce per aprire un dibattito sereno sulla bassezza della vendetta come agire politico. Schierarsi contro l'idea del carcere come castigo, come ritorsione, in palese violazione dell'articolo 27 della nostra Costituzione, dovrebbe essere un principio politico per tutti quelli che hanno a cuore i diritti ma il consenso elettorale è troppo allettante per alzare la voce.
Provate a contare quante volte vi capita di sentire un politico di primo piano (e mica solo Salvini) che si augura "il carcere e buttare via le chiavi" frugando in qualche notizia di cronaca. Provate a chiedere che venga rispettata l'idea originaria della detenzione così come pensata dai nostri padri costituenti: vi diranno che siete amici dei criminali, che difendete il malaffare, che odiate gli italiani e altre cose così. Il pensiero diffuso (tutto rancore e punizione) è un muro difficile anche solo da scalfire.
Poi, negli ultimi anni, hanno preso piede anche gli odiatori di destra (capeggiati, ca va sans dire, da Salvini e Meloni) che hanno trovato nel carcere (sempre inteso come punizione finanche corporale) il metodo legittimo per vomitare razzismo ed esasperazione: in carcere qualcuno che ruba una mela (soprattutto se è straniero), in carcere chi tocca i bambini, senza prove senza aspettare il processo, in carcere i ladri di polli (perché vengono a casa nostra) e così via.
Carcere come soluzione definitiva e onnicomprensiva. Carcere per tutti. Un giustizialismo che non è nient'altro che un metodo per tenere alto l'odio che serve per riempire i propri partiti di voti: un continuo instillare paura (anche se non reale e semplicemente percepita) che chiede un pugno sempre più duro, un pugno sempre più forte. l'allarme sociale utilizzato come spinterogeno propagandistico vuole inevitabilmente che la vendetta venga legalizzata e addirittura allenata: ogni vittima passata sotto ai denti della destra è diventata una miccia per sdoganare violenza.
E non è un caso che a Macerata Traini abbia pensato di farsi giustizia da solo ritenendo perfino la galera un mezzo troppo tiepido per punire i (presunti criminali). Ma la giustizia vista come vendetta è un mostro che non si sfama mai e così oggi siamo arrivati al tribunale del popolo che ritiene colpevole qualcuno perché si vede dalla faccia o perché la sua etnia e il suo credo religioso sono oggettivamente sospetti; ci si augura che i nemici politici vengano arrestati (mica sconfitti, no, arrestati) per avere giustizia e addirittura si invoca un tribunale in grado di punire gli atteggiamenti ritenuti non patriottici e anti italiani. Il cerchio si chiude: si è partiti da Tangentopoli e si è arrivati a sospettare e diffidare di tutto e di tutti. Come quello Zanni del Mistero Buffi) di Dario Fo che vittima della propria fame finisce per mangiarsi. Ma sai che soddisfazione punire, perfino con il rischio di punirsi come vittime collaterali.
Ansa, 13 dicembre 2019
Il percorso penitenziario non basta, servirebbero task force. "È certo che la sola osservazione penitenziaria di per se non potrà mai essere considerata elemento indicativo della rieducazione perché occorre qualcosa in più che ci faccia pensare alla risocializzazione.
di Giovanni Russo Spena
Left, 13 dicembre 2019
Con l'abolizione della prescrizione che entra in vigore il primo gennaio 2020, salvo che in alcuni casi, una sentenza di condanna o di assoluzione può intervenire anche dopo decenni. Ma per la Cassazione nessuno può essere ritenuto "eternamente giudicabile".
Vi sono temi fondanti lo Stato di diritto che andrebbero sottratti ai semplicismi propagandistici, demagogici, identitari da parte delle forze politiche. Lo è certamente l'istituto della prescrizione che ha, sullo sfondo, la difficile dialettica di sempre tra autorità e libertà, tra diritti e potere; in definitiva, tra giustizia e politica.
La durata ragionevole del processo è principio costituzionale. Il "fine processo mai" è, quindi, incostituzionale. Spesso, peraltro, in Italia (ma non solo), temi giurisdizionali diventano terreno di scontro tra poteri dello Stato e tra magistratura e politica. Sono crollati governi. Di recente, il governo Berlusconi e, per motivi parzialmente diversi, il governo Prodi.
E anche oggi forte è la fibrillazione tra i partiti della maggioranza (alla ricerca di espedienti che permettano, sul tema, un fragile equilibrio). Ma è aspro anche il dibattito nella stampa, nell'opinione pubblica. Quale è la pietra dello scandalo? Dal primo gennaio 2020, per una legge fortemente voluta dal ministro della Giustizia del governo Lega M5s (lo stesso ministro dell'attuale governo), in presenza di una sentenza di primo grado non vi è più scadenza alla durata del processo. Il decorrere abnorme del tempo non porta più alla prescrizione.
È stato eliminato l'alibi con il quale imputati eccellenti si sono "salvati" nel processo e dal processo (Berlusconi, Andreotti, ecc.) o ci troviamo di fronte ad una incostituzionale torsione giustizialista? Di Maio, con la ben nota enfasi propagandistica un po' banale, parla di "svolta rivoluzionaria" contro i "potenti". E, dall'altra parte, il Pd parla di M5s "forcaiolo" e Zingaretti sbotta "così non si può andare avanti".
Non a caso la stessa "riforma Bonafede" prevede un accorciamento dei tempi dei processi con una durata massima di sei anni. Ma questi meccanismi strutturali modificativi del percorso processuale non sono per nulla definiti. Il tema va sottratto alla propaganda. Riguarda la dignità stessa dell'imputato e dell'indagato. Ed è un dilemma sofferto per noi giuristi garantisti.
Quello di dover scegliere tra l'ingiustizia di lasciare impunito un colpevole e la somma ingiustizia di lasciar marcire in galera un possibile innocente. La legge Bonafede, invece, taglia il nodo attuando un paradosso giuridico: salvo che in alcuni casi, una sentenza di condanna o di assoluzione può intervenire anche dopo decenni.
La legge Bonafede è incostituzionale ma anche inefficace ed inutile; se è vero che, come affermato dal Consiglio superiore della magistratura e dal procuratore generale presso la Cassazione, il sessanta per cento delle prescrizioni matura nelle fasi delle indagini. Le quali, venendo meno la prescrizione, fattore comunque di velocizzazione, rischiano di avere una durata ancora maggiore dei procedimenti. Nella legge Bonafede non vi sono nemmeno i correttivi proposti dalla Commissione Gratteri (insediata nel 2014 ndr).
E nemmeno gli istituti, felicemente sperimentati, del processo tedesco. Io non nego, sia ben chiaro, che la prescrizione appaia iniqua all'opinione pubblica, scossa dal fatto che, spesso, i Berlusconi e gli Andreotti di turno se la sono cavata attraverso meccanismi dilatori, sottrazione ai processi, ottimi avvocati. In quei casi la prescrizione è stata assimilata all'impunità. Ma noi dobbiamo tentare di risalire al fondamento costituzionale del processo giusto e breve. Il trascorrere del tempo incide sulla capacità punitiva del processo o no? l'Amputato, l'indagato sono sempre uguali a se stessi anche dopo anni? Uguali rispetto al momento in cui hanno commesso il crimine? La stessa Corte di Cassazione ha argomentato che nessuna persona può essere ritenuta "eternamente giudicabile".
Il "diritto all'oblio" fa parte dell'imperfezione della giustizia. Non si può fermare il tempo. Perché dietro quel tempo vi è una persona. Il trascorrere del tempo porta anche all'affievolimento dell'interesse dello Stato alla sanzione. Lo stesso delitto, con il passare del tempo, non è uguale a se stesso. Anche nella percezione della società. Non a caso vi sono reati espressamente non prescrivibili, come la strage e il genocidio. Perché colpiscono lo spirito di comunità in maniera indelebile, feriscono la filosofia stessa dello stare insieme. Per orientarci, in definitiva, all'interno dei nostri dilemmi garantisti, partiamo sempre dalla concezione costituzionale della pena. Nel nome di Antigone, sfidiamo la demagogia populista, andiamo controcorrente.
di Felice Besostri
Left, 13 dicembre 2019
Da quando è stata approvata la riforma nulla è stato fatto per accelerare i processi. La norma voluta dal M5S, che indebolisce la prescrizione nel processo penale, parte da un'esigenza legittima: garantire la certezza della pena. Peccato che il provvedimento è figlio di mere "scelte d'immagine". E calpesta diversi articoli della Costituzione.
Mi auguro che la mia proposta di un ricorso per l'accertamento del diritto ad un processo in tempi ragionevoli, che tenga conto della presunzione di non colpevolezza e del fine rieducativo della pena, trovi il sostegno dell'avvocatura e dei suoi organismi. Il ricorso è pronto e potrebbe essere presentato anche prima che le norme contestate, quelle che riformano la prescrizione, entrino in vigore il 1° gennaio 2020.
Non si tratta di opportunità politica, ma di rispetto della Costituzione. Ma pinna di esaminare i motivi che sorreggono la scelta di elaborare questo ricorso, facciamo un piccolo passo indietro. Mi hanno fissato una risonanza magnetica, importante per la mia salute, presso una clinica privata perché la disponibilità presso una struttura pubblica andava oltre la data già fissata per una visita collegiale di controllo. Con mio sconcerto ho appreso che la struttura in precedenza aveva un altro nome, quello di una clinica dove chirurghi, traditori del giuramento di Esculapio, eseguivano interventi non necessari per bramosia di guadagno ed anche pericolosi, tanto che quattro anziani pazienti avevano perso la vita.
Ebbene il processo arrivato per la seconda volta in Cassazione era a rischio di prescrizione per fatti del 2008 e che in appello erano stati sanzionati con l'ergastolo, annullato dalla Suprema corte. Non si può rimanere indifferenti, si può quindi capire che un elementare senso di giustizia provochi disgusto personale ed indignazione popolare. Nel gennaio di quest'anno con la legge n. 3, cosiddetta Spazza-corrotti, la prescrizione era stata di fatto abrogata perché sospesa dalla sentenza di primo grado fino al passaggio in giudicato della sentenza "che definisce il giudizio", già una prima anomalia perché questa norma ed altre connesse sarebbe entrata in vigore il 1 gennaio 2020, mentre la legge nel suo complesso è entrata in vigore 11 mesi fa.
Come al solito il mondo politico e dell'avvocatura si è agitato nell'imminenza della scadenza, in zona Cesarini, per mutuare l'espressione dall'altra grande passione italica, il gioco del calcio. La questione ha acquistato un significato politico strumentale, talmente strumentale che chi aveva approvato le norme nel governo giallo-verde ora critica il governo giallorosa, composto anche da chi, in precedenza, criticava quelle stesse misure.
Uno scenario analogo a quello di un'altra sceneggiata, la definitiva approvazione di una drastica riduzione dei parlamentari elettivi da 945 a 600, con il più: elevato rapporto tra abitanti e parlamentari d'Europa, dopo aver avuto quello più. basso. Da un'esagerazione all'altra di segno opposto, come per la prescrizione: dalla prescrizione troppo frequente, addirittura nella fase inquisitoria, alla prescrizione mai, neppure dopo un'assoluzione in primo grado o in appello, in caso di ricorso della procura generale.
In questi 11 mesi nessun progresso è stato fatto per accelerare i processi, che pure erano stati preannunciati e che sono imposti dall'art. 111 della Costituzione, che ha recepito la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, per il quale i procedimenti devono avere una ragionevole durata nell'interesse della società e delle persone coinvolte a qualsiasi titolo, imputati e vittime di un reato, avvocati e pubblici ministeri o giudici. La società si deve difendere dai criminali e la certezza e la tempestività di una pena hanno un effetto deterrente molto maggiore di pene elevate in teoria, ma mai applicate in pratica, le famose grida manzoniane.
Noi abbiamo una Costituzione saggia, che recepisce tutti i principi di civiltà giuridica ed è interesse di tutti che siano rispettati, non possiamo sapere cosa la sorte riserbi a noi o ai nostri cari. Tra i principi assumono particolare rilievo quelli enunciati dall'art. 27 della Carta fondamentale: "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva" e "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Viola dunque sia l'art. 3 che l'art. 27 della Costituzione, che la sentenza di primo grado sospenda la prescrizione sia che si tratti di condanna, che di assoluzione, anche nell'ipotesi più ampia per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato. Tra l'altro la sentenza di condanna interrompe la prescrizione, quando si poteva disporre la sospensione a partire dalla conferma della condanna in appello: gli effetti sarebbero stati gli stessi ma senza violare la Costituzione. La funzione rieducativa della pena ha un senso se interviene a breve distanza dai fatti.
Se passa un decennio od anche più, o il colpevole ha fatto carriera da criminale e, quindi, non è rieducabile ovvero è diventato un cittadino esemplare: la prima condanna ha raggiunto lo scopo. L'altra vistosa incostituzionalità è che la sospensione, che per definizione è di natura temporanea, non ha un chiaro termine finale, diventa un'abrogazione che non è possibile, perché la prescrizione nel nostro ordinamento giuridico "rientra nell'alveo costituzionale del principio di legalità penale sostanziale enunciato dall'art. 25, secondo comma, della Costituzione con formula di particolare ampiezza" (Corte costituzionale, sentenza 115/2018).
Per rispetto dell'art. 12 primo periodo delle disposizioni sulla legge in generale, "nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore". Ora, l'intenzione del legislatore di impedire il decorso della prescrizione non consente di alterare il significato proprio della parola "sospensione" e derivati, che indica un arresto temporaneo, che presuppone un termine iniziale e uno finale con una durata temporale definita, per cui non bastano due fatti, se il termine finale non è certo.
Tale non è la "data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio", perché l'eventualità è rimessa alla proposizione di un ricorso, anche nel caso che sia inammissibile, per esempio nel caso di assoluzione per ragioni di merito, come non aver commesso il fatto. Lo stesso termine iniziale non tiene conto dell'ipotesi, che la sentenza di primo grado in appello sia stata riformata per nullità.
Un processo rapido - lo ricordiamo - è nell'interesse delle vittime del reato, che hanno diritto ad un giusto indennizzo, che dovrebbe comunque essere assicurato dallo Stato, anche quando esso non garantisce la sicurezza e la celerità dell'azione penale, nonché la ragionevole durata del processo, tanto che ha dovuto dotarsi della legge 89/2001, dal titolo "Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura civile" (cosiddetta legge Pinto).
Una dichiarazione d'incostituzionalità rispetto alla norma che elimina la prescrizione avrebbe effetto di abrogazione ex tunc. Il 65% delle prescrizioni si verifica nella fase inquirente e istruttoria, e su questo fronte la nuova norma non pone alcun rimedio: molto più utile sarebbe che la prescrizione decorresse dalla notizia del reato e non dalla data di consumazione.
Si tratterebbe poi anche di far rispettare per questa via l'obbligatorietà dell'azione penale ex art. 112 della Costituzione e non di lasciarla all'arbitrio dei Pm. Si è ancora in tempo a sottoporre con urgenza la questione alla Consulta, la sua sede naturale: non alle "scelte d'immagine" delle forze politiche.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 13 dicembre 2019
Ma è possibile che su questa storia della prescrizione nessuno dica la cosa più vera e semplice? È questa: che il processo è un'ingiustizia. È un'ingiustizia necessaria, ma è un'ingiustizia. È un sopruso: inevitabile, ma è un sopruso. È infatti necessario che alcuni siano incaricati di giudicare e sanzionare i comportamenti delle persone, ma questa necessità si soddisfa con un dispositivo di violenza che mette l'individuo in istato di soggezione e lo isola, lo indebolisce e insulta la pace della sua vita.
E questo è appunto un sopruso, che inevitabilmente bisogna predisporre perché altrimenti la convivenza civile è impossibile: ma la società che lo predispone e quelli che, con il processo, sono chiamati a realizzarlo, dovrebbero risentire con gravità una specie di colpa nell'essere obbligati a tenere in ordine i comportamenti delle persone usando questo pur necessario strumento di sopraffazione.
Chi reclama il diritto dello Stato all'infinità del processo non comprende che in quel modo lo Stato eserciterebbe il potere di infliggere ingiustizia infinitamente, così rendendosi responsabile di un delitto ben più grave rispetto a quello che pretende di punire con una sentenza. Lasciare eternamente impuniti i responsabili di azioni illecite non va bene, questo lo capisce chiunque; ma va anche meno bene pensare di risolvere il problema consentendo che siano eternamente punibili, perché in questo modo si rende perpetua l'implicazione della vita degli individui in un meccanismo di afflizione semmai accettabile a patto che funzioni, e cioè che affligga, per poco tempo.
Se per evitare che i responsabili di azioni illecite la facciano franca si escogita di renderglielo impossibile armando lo Stato del potere di processarli e punirli sempre e per sempre, allora si accetta che lo Stato persegua il fine di giustizia tramite un'ingiustizia senza fine. E il popolo in nome del quale si fanno i processi e si emettono le sentenze diventa l'incolpevole esecutore di una immensa e irrimediabile oscenità: un'infinita possibilità di violenza contro sé stesso. È necessario e inevitabile che lo Stato si riservi del tempo per processare e condannare. È cioè necessario e inevitabile che lo Stato sia messo nelle condizioni di poter infliggere l'ingiustizia del processo.









