di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 4 novembre 2019
La legge 41 del 2016, in materia di omicidio e lesioni personali stradali gravi e gravissime, ha comportato un fisiologico aumento della conflittualità processuale. Era una variante prevedibile sin dal momento in cui il legislatore aveva deciso di investire quasi solo sulla repressione penale, piuttosto che sulla prevenzione e la rieducazione, per combattere il drammatico fenomeno degli incidenti stradali con morti o feriti gravi.
Eccezionali aumenti di pena per reati colposi, dimezzati solo in presenza di concause o colpe concorrenti; incentivi all'adozione di misure coercitive personali; divieto di prevalenza o equivalenza delle attenuanti, anche se consistenti nel risarcimento integrale dei danni prima del processo; procedibilità d'ufficio per ogni tipo di lesione colposa stradale con prognosi superiore a 40 giorni (basta una banale violazione del Codice della strada); revoca della patente automatica per tutti i casi di omicidio stradale e lesioni stradali gravi e gravissime, con divieto di riaverla per lunghissimi periodi; prelievo coattivo di campioni biologici per provare lo stato di ebbrezza o alterazione da sostanze psicotrope o stupefacenti; raddoppio dei termini di prescrizione.
Queste sono state le novità principali introdotte dalla legge 41: anche i non addetti ai lavori potevano capire che, con questo scenario, sarebbero aumentati sia i tempi e i costi processuali, sia il numero dei giudizi ordinari. I punti che hanno più inciso sulla litigiosità processuale sono tre. Il primo è la procedibilità d'ufficio per le lesioni con prognosi superiore a 40 giorni causate da una violazione "generica" del Codice della strada.
La persona offesa - soprattutto quando la lesione subita e il comportamento del conducente non sono così gravi - è più interessata ad avere un rapido e integrale risarcimento dei danni, piuttosto che la condanna dell'imputato alla revoca della patente e a una pena magari coperta dalla sospensione condizionale.
La procedibilità a querela, unita a incentivi per il risarcimento dei danni, come l'estinzione del reato per condotte riparatorie (articolo 162-ter del Codice penale), sono strumenti più efficaci della procedibilità d'ufficio, misura destinata a rimanere più simbolica che utile. Il Parlamento sembrava volere reintrodurre la procedibilità a querela con la delega contenuta nella legge 103/2017.
Ma il decreto legislativo 39/2018 ha conservato la procedibilità d'ufficio e la Consulta (sentenza 223/2019) ha statuito che il Governo non ha ecceduto i limiti della delega. Il secondo: anche le pene più severe, mitigate solo dalla diminuente del concorso di cause, hanno inciso sulla conflittualità processuale.
L'attenuante speciale "ricorre nel caso in cui sia stato accertato un comportamento colposo, anche di minima rilevanza, della vittima o di terzi, o qualunque concorrente causa esterna, anche non costituita da condotta umana" (Cassazione, sentenza 54576/2018): ciò significa che un processo per omicidio stradale aggravato, di fronte a una pena che da 12 anni può scendere a 6 grazie al concorso di cause, diventa inevitabilmente più lungo e combattuto.
Sono scoraggiati i riti alternativi, perché lo sconto di pena che li caratterizza è vanificato dalla difficoltà di individuare una concausa: nel giudizio ordinario c'è più spazio per la difesa, soprattutto tecnica. Il terzo aspetto è la revoca della patente, originariamente automatica per tutti i reati introdotti dalla legge 41, anche nei casi di patteggiamento.
La Consulta (sentenza 88/2019) ha stabilito che, fuori dai casi di incidenti con morti o feriti causati da abuso di alcol o droghe, la revoca può essere sostituita dalla sospensione, fino a 2 anni per lesioni gravi e gravissime, aumentati a4 anni per omicidio. La scelta non può essere rimessa all'accordo delle parti in sede di patteggiamento, ma compete solo al giudice: è dunque incentivata, ancora una volta, la celebrazione del processo ordinario, che è l'unica chance per non rimanere a piedi per lungo tempo.
di Pier Aldo Rovatti
L'Espresso, 4 novembre 2019
Violenta, volgare, elementare. Con toni autoritari e frasi semplificate. Ecco perché la comunicazione cambia codici. Non c'è bisogno di chiamare in causa la filosofia per rendersi conto che si sta diffondendo una lingua del potere la cui caratteristica è quella di mescolare realtà e verità. Una miscela abbastanza inedita, dove certo la parola "menzogna" è di casa, ma non è sufficiente per farci capire quali siano il luogo e il senso della "verità". Occorre innanzi tutto osservare come questa lingua funzioni sulla bocca dei grandi "ego" che oggi impersonano il potere politico. Prendiamo i due esempi che ciascuno di noi ormai conosce bene: Donald Trump come esempio globale e Matteo Salvini come caso locale.
Su Trump abbiamo ora a disposizione anche l'acuta cronaca di una traduttrice professionale (Bérengère Viennot, "La lingua di Trump", Einaudi), dalla quale possiamo ricavare molte informazioni, e cioè che il potente (l'"egosauro", come potremmo chiamarlo) costruisce un "sistema di verità parallele" e riesce a imporlo a chi l'ascolta. C'è chi si è preso la briga di contare quante volte Trump ha concluso con un "Credetemi" affermazioni pubbliche in cui enunciava cose palesemente contrastanti con le idee a lui del tutto abituali tipo "Non sono sessista" o "Non sono mai stato razzista". Quel "Credetemi" avrebbe dunque il potere di istituire una verità parallela rispetto alla verità comunemente circolante sulla base dei fatti. Un'"altra verità" e al tempo stesso un'"altra realtà" che essa rispecchierebbe.
La questione è più complicata di quanto sembri, se non altro perché questa verità parallela viene decisamente presa sul serio. La Viennot ricorda che il "Washington Post" ha assegnato a Trump quattro "Pinocchi", cioè il massimo tasso di menzogna disponibile, ma sanzionare di essere di fronte a una specie di re dei bugiardi non ci tranquillizza, lasciandoci molti dubbi. L'ipotesi di natura psicologica, cioè che Trump non si renda conto di mentire mentre una menzogna per essere tale chiede un minimo di consapevolezza, può valere forse come primo indizio. Per andare oltre, occorre arrivare a pensare che siamo culturalmente all'interno di un "regime di verità" (uso l'espressione di Michel Foucault) in cui il potere sta trasformando il gioco normale tra vero e falso che tutti abbiamo presente e attraverso il quale organizziamo la nostra vita quotidiana sotto lo sguardo benevolo del sapere scientifico.
Si parva licet componere magnis, come dicevano i latini, Trump e Salvini appartengono alla medesima lunghezza d'onda, basti pensare al modo con cui Salvini risponde di solito alle domande più dirette e critiche con uno spiazzamento del discorso: "Ma lei pensa che se avessi intascato quei soldi sarei qui?", "Lo chieda a quel terzo degli italiani che mi vota", oppure sterzando su un altro argomento come se non avesse sentito. Con Salvini forse solo per la prossimità materiale, ci sembrerebbe più difficile chiamare in causa l'ipotesi delle menzogne inconsapevoli, tuttavia il risultato non cambia. Nel senso che il suo "Credetemi" può restare sottinteso, visto che il patto di fiducia veritativa è comunque già stabilito senza bisogno di essere manifestato ogni volta. L'interlocutore sparisce, c'è soltanto un soggetto che ascolta se stesso e legittima così l'assenso di coloro che vivono già insieme a lui un ambito di "verità parallela".
Sono ben visibili nella lingua di Trump e in quella di Salvini delle specificità che le accomunano in quanto produttrici di una verità parallela. La loro esplicita "violenza" e la loro ricorrente "volgarità" saltano agli occhi. Violenza nel senso di una eccessiva tonalità autoritaria: parole molto dure nei confronti di chi viene di volta in volta preso di mira, soprattutto parole caratterizzate dall'imposizione di un "È così" valido sia per i nemici che per gli amici. Una violenza del linguaggio che consiste meno negli epiteti utilizzati che in una perentorietà inderogabile dell'eloquio.
Fin qui restiamo nel registro ben noto della lingua dei capi assoluti che hanno sempre dettato la loro verità in maniera perentoria, acritica, priva di ogni possibile dubbio. Lo slittamento nella volgarità è un tratto già meno ovvio: non abbassa il credito, anzi riesce a fortificarlo allestendo uno scenario iperpopulistico nel quale il capo (pensiamo soprattutto a Salvini) scende dal piedistallo e si mescola al suo "popolo" per condividerne la trivialità verbale. In un tweet finale, lui e quelli che l'hanno ascoltato si rappresentano nella rozza banalità dei tratti, unificati dalle parole pesanti in cui si sono appena riconosciuti, godendone.
Ancora più significativa è, però, una terza caratteristica che comprende violenza e volgarità identificando la lingua dei potenti nella "semplificazione". Infatti la comunicazione, al fine di ottenere lo scopo di una verità parallela, deve essere la più rapida e stringata possibile, il contrario di una persuasione che si produce attraverso giri retorici e lunghi discorsi che addormentano la gente. Questo aspetto la allontana decisamente da ogni civiltà del dire che appartenga alla tradizione oratoria di tipo democratico, con un cambio di passo astuto e insieme inquietante. Poche cose, ripetute con poca attenzione alla sintassi e perfino qualche sgarbo alla grammatica della lingua.
Un esempio recente: in rete si può leggere il messaggio che Trump aveva inviato a Erdogan per chiedergli di non esagerare nel suo intervento militare contro i curdi. Senza entrare in valutazioni politiche di queste dieci righe, restiamo colpiti proprio dal linguaggio elementare, spezzato, tutto pervaso di rozzezza autoritaria: senza una subordinata, sembra quasi messo insieme da un analfabeta. Ecco come questi potenti egosauri esprimono e fanno valere la loro "verità".
E noi? Quella parte di noi, di fatto la maggioranza, che non si riconosce nella neolingua dei potenti e vuole starne al di fuori, come si comporta? Non possiamo presumere di esserne completamente immuni se pure riuscissimo a rivolgere uno sguardo critico anche all'interno delle nostre vite quotidiane. Dovremmo chiederci, innanzi tutto, a che titolo e con quali garanzie riteniamo di essere fuori dal "regime di verità" che connota la lingua e i relativi comportamenti di chi detiene il potere della comunicazione. Siamo sicuri di non esserne impigliati e di avere la volontà culturale e gli strumenti capaci di snodarci?
Non è facile rispondere di sì se consideriamo i dispositivi sociali e microsociali nei quali prende forma l'esperienza quotidiana. Il dispositivo "scuola", come funziona attualmente, non garantisce alcuna sicurezza: dalle primarie fino alle aule dell'università il nodo che stringe potere e sapere sembra solo eccezionalmente intravisto e di solito viene evitato a vantaggio di un sapere appreso acriticamente.
Il risultato è un'idea standard di competenza che non si cura del linguaggio (scritto e parlato) quasi fosse una questione secondaria. I ragazzi e i giovani traggono dall'universo informatico a loro disposizione impulsi verso una scrittura contratta e una lingua parlata ibrida e assai poco personalizzata, il che non fornisce loro né una difesa nei confronti delle parole dei potenti né un qualche strumento critico efficace per riuscire a parlare un'altra lingua.
Ancor più, negli ambiti familiari non si producono antidoti; anzi, a tutti i livelli della formazione viene premiata proprio la pratica della "verità parallela" da contrapporre alla verità spicciola e deludente dei fatti. Cosa hanno da insegnare, in senso critico e autocritico, i genitori ai figli e quale altro "gioco di verità" viene appreso dai nostri figli quando la famiglia si allarga alle amicizie e a ulteriori contatti? È un interrogativo che ci invita almeno alla perplessità, poiché sappiamo bene che la strada verso la relazione e lo scambio sociale è diventata molto stretta, mentre quella che porta a un'idea egoistica di sé, e a un linguaggio conseguente, è un'autostrada con molte corsie. E così, purtroppo, piccoli egosauri crescono.
canicattiweb.com, 4 novembre 2019
Si terrà a Lampedusa, sabato 9 e domenica 10 novembre - presso l'Aeroporto - Salone Congressi - il convegno "La frontiera del diritto e il diritto della frontiera. Dieci anni dopo di nuovo insieme a Lampedusa". L'appuntamento è promosso da Area democratica per la giustizia e dall'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione.
"Questo confronto - spiegano i promotori - nasce da un'idea maturata a luglio, quando è stato bloccato l'accesso ai porti italiani alle navi delle Ong, e perfino della Guardia Costiera, che avevano effettuato salvataggi dei naufraghi. Proprio in quei giorni, si è deciso dunque di promuovere una nuova edizione, sempre a Lampedusa, del convegno che Magistratura democratica, Medel e Movimento per la giustizia -art.3 organizzarono l'11 e il 12 settembre 2009, intitolato appunto "La frontiera del diritto e il diritto della frontiera".
Introdurranno i lavori, sabato 9 novembre alle ore 15, Maria Cristina Ornano, presidente di AreaDG, e Lorenzo Trucco, presidente dell'Asgi. Seguiranno i saluti del Card. Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, e del sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello. La prima sessione dedicata al tema "Le migrazioni e l'Europa" sarà presieduta da Giuseppe Salmè, già presidente di sezione della Corte di Cassazione. Seguiranno le relazioni di Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale; Guido Raimondi, già presidente Cedu-consigliere di Corte di Cassazione; Riccardo Clerici, responsabile ufficio legale dell'Alto Commissariato per i rifugiati dell'Onu.
La seconda sessione, 'Per una legislazione dell'immigrazione giusta ed efficace', sara' invece presieduta da Lorenzo Trucco, con le relazioni di Alessandro Triulzi, professore di storia dell'Africa presso l'Universita' degli Studi di Napoli 'L'Orientale', Silvia Albano, giudice della sezione immigrazione del Tribunale di Roma, Nazzarena Zorzella, avvocato - componente del comitato di redazione della rivista 'Diritto, Immigrazione e Cittadinanza', Fulvio Vassallo Paleologo, Universita' di Palermo - clinica legale per i diritti umani e Riccardo De Vito, presidente di Magistratura democratica.
Domenica 10 novembre, alle ore 9, si svolgerà la terza sessione dal titolo 'L'attuazione del diritto dell'immigrazione' presieduta da Armando Spataro, ex procuratore della Repubblica di Torino. Sono previste le relazioni di Pietro Bartolo, vice presidente della commissione Liberta' civili, Giustizia e Affari interni del Parlamento europeo, Giovanni Pettorino, ammiraglio-comandante della Guardia Costiera, Luigi Patronaggio, procuratore della Repubblica di Agrigento, Luciana Breggia, presidente della sezione immigrazione del Tribunale di Firenze; Giulio Veltri, consigliere della terza sezione del Consiglio di Stato, e Carmine Castaldo, segretario generale di Movimento per la Giustizia-Art.3.
La quarta sessione dal titolo 'L'immigrazione nella cultura, nella storia e nell'informazione', presieduta da Domenico Gallo, presidente di sezione della Corte di Cassazione, vedra' le relazioni di Simona Fraudatario, segreteria del Tribunale permanente dei popoli, i giornalisti Gad Lerner e Alessandra Ziniti, Paola Barretta, ricercatrice dell'Osservatorio di Pavia, portavoce di Carta di Roma. Le conclusioni sono infine affidate ad Eugenio Albamonte, segretario generale di AreaDG, e Luca Masera, professore associato di diritto penale presso l'Universita' degli studi di Brescia.
di Gianni Amodeo
bassairpinia.it, 4 novembre 2019
Sui percorsi della drammaturgia Armando Punzo e Rossella Menna, in conversazione al Proteatro di Baiano. Proficua e stimolante, la rivisitazione condotta a tutt'arco sul caleidoscopio delle molteplici ed eccellenti esperienze di narrazione scenica che il Teatro in carcere viene sviluppando con costante tensione innovativa ed effetti speciali da trent'anni ormai, tanto da catalizzare meritate attenzioni e crescenti consensi di critica nel segno delle degli spettacoli della Compagnia della Fortezza, il cui logo identificativo è strettamente correlato con l'omonima ed imponente struttura architettonica d'impronta medicea che ospita il penitenziario, a Volterra.
Una rivisitazione - ambientata nell'ovattata e raccolta atmosfera dei locali del Laboratorio Proteatro, in via Roma, ed animata da proiezioni filmiche con pervasive sonorità in tema - scandita dai fraseggi del puntuale e acuto dialogo, cui davano impulso con ariosità di idee Armando Punzo, napoletano d'origine e formazione, nato a Cercola, attore, drammaturgo e regista, ma soprattutto versatile ispiratore e fondatore della Compagnia, e la saggista Rossella Menna, originaria di Sperone, giovane drammaturga e studiosa di teatro, laureata nel prestigioso Dipartimento delle arti, musica e spettacolo dell'Università di Bologna, la città dove lavora, con attivo impegno sia quale redattrice di riviste e webzine di settore, oltre che "firma" di "Doppiozero", noto periodico di critica teatrale, sia quale docente di Corsi di alfabetizzazione teatrale.
L'ampio respiro e la lunga linea d'orizzonte del dialogo esplicativo - con l'efficace contrappunto della lettura di brani estratti proprio dal testo della conversazione di Armando Punzo con Rossella Menna, pubblicato da Luca Sossella editore ed intitolato "Un'idea più grande di me"- facevano risaltare i punti focali del progetto della Compagnia della Fortezza, la cui stella polare coniuga i valori della promozione e del riscatto civile con quel vigore intellettivo che riesce a trasfondere da sempre il teatro raccontando il mondo, gli uomini e le donne nei loro sogni e nelle loro inquietudini, veicolandone la conoscenza ch'è anche e soprattutto riscoperta di sé.
E' un vero e autentico work in progress, quello che la Compagnia con bello spirito di coesione vive e attua nel Laboratorio della Fortezza, per preparare e allestire gli spettacoli che reca in tournée e rassegne nei più svariati contesti d'ambientazione e pubblico nelle città del Centro come del Nord e del Sud. E siamo di fronte ad una meticolosa filiera di produzioni artistiche ch'è anche una complessa macchina di lavoro, resa concreta e realizzabile, grazie ai supporti istituzionali della Regione-Toscana, della Provincia di Pisa, dell'amministrazione comunale di Volterra, nel quadro delle sinergie con il Ministero di Giustizia.
All'articolato progetto fanno da lievito e anima i linguaggi e i temi che rendono viva e palpitante la narrazione dell'umano e del reale mai identici con se stessi né scontati nella loro incalzante mutevolezza, attingendo in larga misura al teatro di Genet, Brown, Becket, Shakespeare, Wiess, Rabelais, Pessoa, Brecht e via seguendo sulle tracce delle più espressive e pregnanti testimonianze della drammaturgia moderna e contemporanea, ma anche con incursioni nell'Eneide di Virgilio e nell' Orlando furioso di Ariosto.
E' un'originale e straordinaria realtà, il Teatro nel carcere, che la Compagnia costruisce nel proprio Laboratorio di formazione culturale con applicazione appassionata e impegno metodico; un'azione, per la quale si genera la trasformazione dei detenuti in attori o, meglio ancora, diventano detenuti-attori., tout court.
E proprio per evidenziare il processo di trasformazione che viene dispiegato nella rappresentazione sul palcoscenico, la dizione detenuti-attori è la più congrua di significato sia nella visione del drammaturgo napoletano che nelle dinamiche della Compagnia; è la dizione che serve a sottolineare come nell'assumere e far propria la connotazione attoriale i detenuti si proiettino simbolicamente al di là del recinto-cella, del recinto-carcere, per dare vita e forme alle identità delle persone-personaggi da interpretare.
E' il meccanismo della trasformabilità - particolarmente marcato da Punzo - che incide sulle persone, come sulle cose e sul mondo, dandone "altre" letture da distinti e nuove angolature di vista; trasformabilità che dà il senso della libertà e delle tante opzioni praticabili per la dignità del vivere.
E' del tutto convincente la concezione dell'arte teatrale che Armando Punzo è venuto maturando in tutti questi anni di esperienza con la Compagnia della Fortezza e che la conversazione con Rossella Menna ha fatto emergere; concezione di cui una compiuta testimonianza si ritrova negli spettacoli allestiti dalla Compagnia, per rappresentare opere, di cui il drammaturgo napoletano-toscano è autore, tra cui spiccano "I Pescecani ovvero quello che resta di Bertolt Brecht", "Romeo e Giulietta. Mercuzio non vuole morire", "Santo Genet, commediante e martire", "Pinocchio. Lo spettacolo della ragione", "P.P. Pasolini ovvero elogio al disimpegno", "Budini, capretti, capponi e grassi signori ovvero la scuola dei buffoni".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 4 novembre 2019
Arrestato per violenza sessuale e rapina, resta in cella per dodici mesi, poi al processo: la donna che lo ha accusato ritratta. Joel è un ragazzo peruviano di trent'anni; ne aveva undici quando è arrivato in Italia per costruirsi una vita migliore. Ma un anno fa il destino lo mette duramente alla prova: viene arrestato per violenza sessuale e rapina. Resta in cella per dodici mesi nel carcere milanese di San Vittore. Poi il colpo di scena al processo: la donna che lo ha accusato ritratta. ' Mi sono inventata tutto' dirà, e per Joel sarà di nuovo libertà.
Ma quanto gli è costato tutto questo? Ha deciso di raccontarlo in esclusiva al Dubbio a pochi giorni dalla sentenza di assoluzione. Nel racconto ci accompagna anche il suo legale di fiducia, l'avvocato Paolo Pappalardo. Partiamo dai fatti: il 9 ottobre 2018 una donna peruviana di circa quarant'anni si presenta in un commissariato milanese per esporre denuncia per stupro e rapina. Racconterà di essere stata violata nelle parti intime, presa a pugni e calci e derubata della borsa in un parco del capoluogo milanese.
Ad aggredirla sarebbero stati due semisconosciuti per lei, ossia Joel e un suo amico. A condurre le indagini il pm Monia Di Marco che con ordinanza di custodia cautelare del 17 ottobre porta in carcere Joel accusato di stupro di gruppo (la posizione di un altro peruviano è stata stralciata perché mai trovato). ' Quando sono entrato in carcere per la prima volta ero incredulo, non capivo cosa stesse succedendo. Io sapevo di essere innocente ma nessuno mi credeva.
Col passare dei giorni ha preso il sopravvento un forte pessimismo per la mia sorte. A sostenermi c'era però il mio avvocato ma per me era tutto assurdo, mi vedevo come al mattatoio circondato da altri detenuti sofferenti per la loro situazione. Oggi giorno lì pensi che la tua vita sia finita'. E una vita serena Joel l'aveva prima di quel tragico episodio: 'avevo un lavoro da quasi dieci anni e l'ho perso; quando sono entrato in carcere mio figlio aveva pochi mesi, ora ha oltre un anno e io non ho potuto vivere le fasi della sua prima crescita. Ho perso anche la sua custodia.
Mia madre e i mie fratelli erano da poco venuti in Italia e dipendevano da me. L'ultima legnata è stata persino la perdita del miei documenti per il soggiorno'. Ma Joel non si è perso d'animo e in carcere, pur stando nel reparto dei protetti essendo accusato di un crimine a sfondo sessuale, si è dato da fare: ' lì dentro o ti riempi di pasticche per dormire per evitare gli attacchi di panico o cerchi qualcosa per far passare il tempo, per voler bene al posto in cui ti trovi; io ho imparato a cucinare, cosa che prima non mi piaceva affatto, e ho lavorato in biblioteca'.
Intanto le investigazioni si concludono e ci sia avvia al processo come ci racconta l'avvocato Pappalardo: 'durante le indagini preliminari e nell'interrogatorio di convalida abbiamo portato a conoscenza della Procura fatti che almeno avrebbero potuto mettere in dubbio la versione della querelante, come una passata denuncia fatta dal mio assistito nei confronti della donna per tentato omicidio, precedenti conversazioni su Facebook tra i due proprio su questo, e l'impossibilità della presenza del co-indagato in Italia la notte dell'aggressione perché espulso già due anni fa, come confermato da sua madre.
Purtroppo nulla è stato preso in considerazione e il mio assistito è finito in carcere e tutte le istanze di revoca del carcere sono state rigettate'. Durante la fase dibattimentale la versione della donna comincia a vacillare, grazie proprio alla prove documentali presentate dalla difesa. Poi il colpo di scena. Siccome il quadro di quanto accaduto non era chiaro, il presidente del collegio, il giudice Ambrogio Moccia, chiama, anche su richiesta della difesa, a testimoniare l'amica della querelante che era con lei quella notte al parco e che stranamente non era stata inserita nella lista dei testimoni della presunta vittima.
E proprio quella testimone ha raccontato tutta un'altra storia, ossia la stessa versione da sempre ribadita dall'imputato, già dopo l'arresto, e dai testi della difesa. Davanti ai giudici, poi, è stata chiamata di nuovo la presunta vittima dello stupro che alla fine è crollata a seguito delle domande insistenti del presidente Moccia, che ha messo in evidenza le contraddizioni del suo racconto. Alla fine la donna ha ritrattato tutto.
Dalla nuova testimonianza è emersa dunque la verità su quella notte: la donna è sì stata aggredita in quel parco ma non dai due uomini, bensì da un'altra donna, per contrasti precedenti. Le parti in aula hanno preso di nuovo la parola per le repliche ma altro colpo di scena la Procura (non c'era il pm titolare del fascicolo) ribadisce la richiesta di condanna per il peruviano. I giudici, invece, sulla base dei nuovi sviluppi nel dibattimento, hanno assolto Joel, disponendone l'immediata scarcerazione.
'In quel momento ho pianto - ci racconta Joel - e ho pensato subito a cosa avrei fatto appena uscito. In realtà ancora adesso mi sento spaesato, svuotato. Mi viene voglia di stare a casa da solo, mi è rimasta addosso la sensazione di chiuso della cella. La cosa certa è che dovrò trovare un nuovo lavoro ma qui in Italia, la mia vita è sempre qui, nonostante quanto mi sia successo'. L'avvocato ci spiega quali saranno i prossimi passi: 'siamo in attesa delle motivazioni. Il pm nella propria richiesta ha determinato anche la trasmissione degli atti alla Procura per falsa testimonianza della accusatrice.
Valuteremo se procedere con una denuncia di calunnia nei suoi confronti. Ma sicuramente intraprenderemo la strada per il risarcimento per ingiusta detenzione. E poi dovremmo far riavere la custodia del figlio a Joel e rifare i suoi documenti'. In ultimo chiediamo all'avvocato se non abbia percepito un pregiudizio nei confronti dell'indagato, considerato il clima che stiamo vivendo in questo momento, quello per cui la donna è sempre vittima e la sua parola non va messa in discussione?
'Credo che ci sia stato del pregiudizio nel modo di trattare la vicenda da parte degli inquirenti. È stata data subito piena credibilità alla donna, mentre al mio assistito non è mai stato concesso il beneficio del dubbio, nonostante la prova documentale da noi fornita. Si sarebbero dovute approfondire le indagini e invece nulla è stato fatto'.
Joel ci saluta rivolgendo un pensiero al giudice Moccia: 'voglio ringraziarlo per quello che ha fatto, avevo fede in lui perché il mio avvocato mi aveva detto che è una persona molto scrupolosa e intuitiva. Ero nella sue mani e mi ha salvato. Tutti mi avevano già condannato ma lui ha sollevato il dubbio'.
Questa storia ci ricorda qualcosa, se per un momento abbiamo smarrito la via del dubbio appunto e del buon senso: in questo momento in carcere ci sono circa 10000 detenuti in attesa di primo giudizio, molti di loro, forse la maggioranza, saranno poi assolti. Non è vero dunque, come la vulgata pensa, che se vai in carcere sei per forza colpevole. E non è vero che la vittima donna ha sempre ragione mentre l'accusato uomo è sempre un predatore.
di Filomena Fotia
strettoweb.com, 4 novembre 2019
E' stato arrestato all'alba di oggi, insieme ad altre 4 persone, un assistente parlamentare, Antonello Nicosia, membro del Comitato nazionale dei Radicali italiani, con l'accusa di avere veicolato messaggi fuori dalle carceri. Secondo la Procura avrebbe fatto da tramite tra capimafia, alcuni dei quali al 41bis, e i clan, portando all'esterno messaggi e anche ordini. Nicosia ha accompagnato la deputata Pina Occhionero in alcune ispezioni all'interno delle carceri siciliane: durante quelle visite i boss avrebbero affidato all'assistente della parlamentare dei messaggi da recapitare all'esterno.
Sono in corso decine di perquisizioni su tutto il territorio di Sciacca (Agrigento), che vedono impiegati oltre 100 finanzieri e Carabinieri, supportati da mezzi aerei e unità cinofile, e che riguardano abitazioni, uffici, aziende e negozi nella disponibilità degli indagati coinvolti nell'operazione.
Gli inquirenti definiscono Antonello Nicosia "organico alla famiglia mafiosa saccense", già noto in quanto, tra le altre cose, condannato in via definitiva alla pena di 10 anni e 6 mesi di reclusione per partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, scarcerato da ormai oltre dieci anni. Gli approfondimenti investigativi hanno consentito di documentare, spiegano "il pieno inserimento di Nicosia nel contesto mafioso saccense".
"Sfruttando il baluardo dell'appartenenza politica, il Nicosia ha addirittura portato avanti l'ambizioso progetto di alleggerire il regime detentivo speciale di cui all'art. 41bis o di favorire la chiusura di determinati istituti penitenziari giudicati inidonei a garantire un trattamento dignitoso ai reclusi": lo scrivono i pm della Dda di Palermo.
"Bisogna cambiare nome a questo aeroporto, perché i nomi Falcone e Borsellino evocano la mafia. Perché dobbiamo sempre 'arriminare' (rimestare ndr) la stessa merda?": a parlare, senza sapere di essere intercettato nella sua auto, è Antonello Nicosia. "Ma poi sono vittime di che cosa? Di un incidente sul lavoro, no?", dice Nicosia al suo interlocutore.
"Ma poi quello là (Falcone) non era manco magistrato quando è morto, non esercitava dice ancora Nicosia - perché l'aeroporto non bisogna chiamarlo Luigi Pirandello? O Leonardo Sciascia? E che cazzo, va. O Marco Polo?", conclude ridendo.
agrigentonotizie.it, 4 novembre 2019
Il caso del carcere "Di Lorenzo" arriva in Parlamento. A chiedere chiarimenti al Ministero è il deputato di Fratelli d'Italia Carolina Varchi. "La situazione del carcere, rispetto alla quale la procura di Agrigento, dopo varie denunce, ha aperto un fascicolo a carico di ignoti sulle condizioni di vita all'interno della struttura carceraria - dice - necessita di interventi immediati".
Il deputato parla di una "una vicenda costellata da una serie di denunce sulla situazione sconfortante della casa circondariale agrigentina, dove ai problemi di organizzazione, si aggiungono anche quelli strutturali che si ripercuotono direttamente sulla qualità di vita dei detenuti e degli agenti penitenziari" con criticità, come "le finestre delle camere detentive, oltre alle sbarre, alle quali sono applicate reti a maglia stretta che limitano l'ingresso di aria e luce.
I sei piccoli cortili passeggio di cui dispone il reparto sono spazi squallidi, con il wc alla turca, sprovvisti di panchine.
Tale situazione - continua il deputato - era già stata segnalata dal Sappe, secondo il quale l'insufficiente organico stabilito dalla legge Madia porta il personale a effettuare turni massacranti. Ad aggravare la pesantissima condizione lavorativa dei poliziotti del Petrusa il dovere gestire senza alcuna formazione specifica, dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, i criminali folli che continuano a delinquere anche dentro le galere. Forse è l'unico penitenziario in Italia dove i riscaldamenti non funzionano e le camere detentive sono prive di doccia e l'illuminazione all'interno delle camere è comandata manualmente ancora dall'operatore della Polizia penitenziaria, rendono di fatto questa una realtà da terzo mondo, denunciando, peraltro, come l'unica risposta ricevuta dalle istituzioni sia stato il
trasferimento di ben otto agenti dal reparto al nucleo traduzioni e piantonamenti nonostante a breve verrà avviato il servizio delle videoconferenze con una riduzione del lavoro di oltre il 30% a favore del nucleo, depauperando ulteriormente l'organico. Per questo il deputato chiede al Ministro della Giustizia se era a conoscenza dell'attuale situazione vissuta nella struttura agrigentina e quali misure si intendano adottare.
umbriaindiretta.it, 4 novembre 2019
Un detenuto di etnia marocchina ha tentato di impiccarsi nella sua cella nel carcere di Terni. Il fatto è accaduto sabato. La notizia arriva dal segretario del Sappe Umbria, Fabrizio Bonino. "Non appena se ne sono accorti, è stato rianimato nella Sezione detentiva e trasportato in ospedale. Ha 35 anni ed ristretto per reati di droga. Attualmente si trova in coma farmacologico presso l'ospedale. Il pur tempestivo intervento del personale di polizia penitenziaria ha sì evitato la morte dell'uomo, ma le sue condizioni sono comunque gravissime".
Bonino sottolinea come "ogni anno l'esperienza e la scrupolosità della Polizia penitenziaria cura il mal di vivere di migliaia di persone malgrado le note problematiche del sistema e, in particolare, della carenza d'organico".
Per Donato Capece, segretario generale del Sappe: "Questo nuovo drammatico evento critico commesso da un detenuto evidenzia come i problemi sociali e umani permangono, eccome!, nei penitenziari, lasciando isolato il personale di Polizia Penitenziaria a gestire queste situazioni di emergenza. Gli istituti penitenziari hanno l'obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, e l'Italia è certamente all'avanguardia per quanto concerne la normativa finalizzata a prevenire questi gravi eventi critici. Ma essi rappresentano un forte agente stressogeno per il personale di polizia e per gli altri detenuti".
"Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere - come a Terni - con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici - conclude Capece. Ma non si può e non si deve ritardare ulteriormente la necessità di adottare urgenti provvedimenti: non si può pensare che la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri".
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 4 novembre 2019
Guardo incantato Divine, il bambino nigeriano che afferra il mappamondo di plastica quasi più grande di lui e se lo mette sulle spalle andando in giro fra i banchi mentre la madre resta seduta al tavolino impegnata a studiare i tempi verbali. L'infante africano regge il peso del mondo. Di fronte al suo gesto di straordinaria evocazione simbolica, trattengo a stento la commozione. Nel piccolo allievo decifro una speciale udienza impossibile da disertare. Oggi infatti, nel giorno dei morti, non riesco a togliermi dalla mente un'altra madre e un altro bambino, i cui corpi sono stati ritrovati, poche settimane fa, abbracciati in fondo al mare al largo di Lampedusa. Erano quasi arrivati a destinazione ma, come tanti loro compagni sventurati, non ce l'hanno fatta. Ora vorrei che giocassero insieme: i sommersi e i salvati.
"In due nuotano i morti, / in due, e intorno gli scorre vino" scrisse Paul Celan, nella lingua del nemico, ("Zu zweien schwimmen die Toten, / zu zwein, umflossen von Wein"), pensando ai cadaveri dei deportati nei lager nazisti, gli unici, secondo Primo Levi, che avrebbero potuto raccontare l'abominio, se la Medusa non li avesse impietriti.
Un giorno forse un ragazzo studioso, appassionato della storia italiana del Terzo Millennio, chiederà, in buona fede, senza acrimonia, né secondi fini, ai nostri nipoti, o pronipoti, o chi per loro, insomma quando non ci saremo più, dov'eravamo al tempo in cui uomini e donne affogavano a decine, a centinaia, a migliaia, nel Mediterraneo, alle porte di casa, allo stesso modo in cui abbiamo fatto noi con gli abitanti dei paesi intorno a Buchenwald, ad Auschwitz, a Bergen-Belsen, a Sobibor, a Treblinka, a Mathausen.
Dov'erano quei cittadini tedeschi, schiacciati dal totalitarismo, quando vedevano le ceneri dei morti posarsi leggere sui rami degli alberi dei giardini davanti all'ingresso delle loro abitazioni. Come organizzavano le risposte autodifensive da formulare a se stessi, in quale maniera edificavano gli alibi interiori dietro i quali ripararsi, mettersi al sicuro, proteggersi.
E dove siamo noi adesso, cittadini italiani, che godiamo della democrazia, come facciamo a districarci nella ridda di ipotesi e discussioni per interpretare il massacro quotidiano a cui assistiamo. In quale maniera riusciamo a muoverci nei meandri dei codici insanguinati che legittimano questo scempio a cielo aperto. Che notti, le nostre! E quali antiche perfette, fantastiche, burocratiche ipocrisie. Parole false pronunciate nei consessi più autorevoli di un'Europa di cartapesta che lascia illanguidire le sue migliori stelle.
Ammettiamolo: sono domande fastidiose, come potrebbe essere il gesto di raschiare la crosta cresciuta sulla ferita appena rimarginata. Meglio non rispondere, restando in sospensione, alla maniera di retorici equilibristi abituati ad accettare la convenzione giuridica del male minore, quei miserabili scampoli di giustizia terrena costruiti apposta per noi, che siamo in grado di pagare la polizza annuale del premio assicurativo per evitare ogni rischio.
Forse è questa la ragione per cui non stacco gli occhi dal piccolo nigeriano. Lo osservo mentre sembra ridere da solo, quasi a testimoniare una sopravvivenza che, a ben riflettere, non è soltanto sua. È come se il bambino e la madre ventenne mi prendessero per mano. Loro conoscono il sentiero. Giocando col mappamondo, indicano la strada da percorrere.
Dovrò seguirli, nel tentativo di trovare il disincanto e la determinazione che consentì a un altro grande poeta, Philip Larkin, di formulare, nella sua piena maturità espressiva, in Tristi passi, una consapevolezza nuova: si era alzato durante il sonno per andare al bagno e nell'oscurità aveva osservato la luna che fuggiva tra le nuvole sfilacciate come "fumo di cannone", (cito da Enrico Testa, il traduttore), emozionandosi al ricordo di quando lo faceva tanti anni prima. Un brivido lo aveva attraversato. Di cosa si trattava? "La forza e il dolore / della gioventù non potrà tornare, / ma in qualche parte resta, per gli altri, intatta".
Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2019
Detenute per essersi ribellate a nozze forzate e convenzioni sociali. Nawal ha 16 anni e vive a Kabul, in Afghanistan. A maggio è stata arrestata e portata in carcere con l'accusa di adulterio. La sua famiglia l'ha data in sposa quando aveva solo 10 anni e l'ha costretta a vivere con un uomo molto più vecchio di lei, più anziano del padre.
Il marito l'ha poi accusata ingiustamente di adulterio, dopo che aveva perso il loro bambino. Quella di Nawal non è una storia isolata. Accade tutti i giorni in Afghanistan. Amina, Nur, Samia sono solo alcuni dei nomi delle bambine ingiustamente detenute in carcere. Per questo la ong italiana Ciai, che si occupa di sostegno all'infanzia e adozioni internazionali, grazie al supporto di Only The Brave Foundation, ha avviato un progetto a Kabul e a Herat che si chiama Bambine senza paura.
"Bambine - spiega la ong in un comunicato - che vengono private della loro libertà per avere avuto il coraggio di ribellarsi d un matrimonio forzato e prematuro, a convenzioni sociali che le costringevano a una vita senza speranza, privandole della possibilità di andare a scuola, vivere in autonomia, fare delle scelte indipendenti e realizzare le loro aspirazioni. Quello che per noi appare come legittimo, in Afghanistan è reato morale".
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