Corriere di Bologna, 12 dicembre 2019
Sport, solidarietà e misure alternative. Prosegue, per il terzo anno consecutivo, l'accordo tra i Bradipi, la più importante squadra di basket in carrozzina di Bologna, e il ministero di Giustizia nella realizzazione di un progetto di reinserimento sociale che consente ad alcuni ragazzi - quest'anno saranno due - di svolgere il periodo di pena alternativa collaborando con la società felsinea.
"Chi arriva ci dà una mano sotto tutti i punti di vista: dalla gestione delle carrozzine al supporto ai nostri ragazzi fino al gioco in campo: cerchiamo di spiegare loro i movimenti di gioco, magari provano anche a sedersi per capire cosa si prova a giocare seduti", spiega Biagio Saldutto, presidente della polisportiva I Bradipi.
"L'esperienza ha già coinvolto diversi ragazzi, rivelandosi utile sia a loro sia alla polisportiva", continua Saldutto. Oggi al PalaSavena di San Lazzaro i Bradipi sono impegnati contro Bologna Basket 2016, compagine che milita nella categoria C Gold i cui giocatori, per una volta, si muoveranno in sedia a ruote.
Corriere del Mezzogiorno, 12 dicembre 2019
Sarà attivo dal lunedì al venerdì e consentirà di recapitare la corrispondenza che sarà scansionata e inviata grazie a CollegaMail, un progetto sperimentale che per il momento avrà durata di 6 mesi e che per la prima volta viene attivato in un istituto penitenziario del Sud.
Sarà attivo dal lunedì al venerdì e consentirà di recapitare la corrispondenza da e verso il carcere entro 24 ore il nuovo servizio mail per i detenuti baresi. Le loro lettere, scritte a mano, indirizzate a familiari, avvocati difensori e medici, saranno scansionate e inviate grazie a CollegaMail, un progetto sperimentale che per il momento avrà durata di 6 mesi e che per la prima volta viene attivato in un istituto penitenziario del Sud. Il progetto sarà realizzato dalla società corporativa Radici Future Produzioni grazie ad una convenzione con il Prap (Provveditorato regionale Amministrazione penitenziaria) e il patrocinio del Garante pugliese per i detenuti.
"L'obiettivo - ha spiegato Leonardo Palmisano, presidente della cooperativa - è accorciare le distanze tra il detenuto e reti sociali e tutelare un diritto garantito dalla Costituzione che è quello della comunicazione in entrata e in uscita". Il provveditore Giuseppe Martone spiega che il servizio sarà esteso a "tutti i detenuti in media sicurezza, che sono la stragrande maggioranza (52mila su 60mila in Italia)", i quali potranno "sottoscrivere un abbonamento e usare la posta elettronica per interloquire con società esterna, difensori, medici, e mantenere vivi i contatti con la famiglia. Siamo nel mondo della comunicazione in cui non esistono più confini, siamo connessi col mondo, perché non offrire questa possibilità anche alle persone private della libertà personale, con i debiti accorgimenti per garantire la sicurezza?".
Alla presentazione del progetto ha partecipato il presidente della Camera penale di Bari, Guglielmo Starace, che lo ha definito "molto importante, perché noi difensori ci rendiamo conto della difficoltà di comunicazione. Ogni lettera arrivava dopo tanti giorni, se arrivava. Grazie a questo servizio la comunicazione sarà immediata". La corrispondenza non è solo con i difensori. La direttrice del carcere di Bari, Valeria Pirè, ha ricordato che la maggior parte della corrispondenza è costituita da "lettere d'amore, così come i libri più richiesti sono le poesie d'amore. Con la distanza, i detenuti si aggrappano alla intensità dei rapporti per come li ricordano, per come li vivono in maniera mediata. All'interno dell'isolamento nella struttura carceraria la corrispondenza non può che essere di conforto".
di Fabrizio Ferrante
Comunicato stampa, 12 dicembre 2019
La nomina di Pietro Ioia a Garante dei detenuti della città di Napoli ha scatenato una pioggia di polemiche e di attacchi contro lo stesso Ioia e contro il sindaco Luigi de Magistris, "reo" di aver affidato tale incarico a un ex narcotrafficante che ha trascorso 22 anni dietro le sbarre.
Poco importa a diversi consiglieri comunali di opposizione a ai sindacati di Polizia Penitenziaria che Ioia sia nel tempo cambiato, diventando a tempo pieno attivista per i diritti dei detenuti e in generale al fianco dei cosiddetti ultimi.
Oltre che scrittore ed attore, autore del libro "La cella zero", diventato spettacolo teatrale in cui si raccontano le violenze che i detenuti subivano nel carcere di Poggioreale. Vicenda da cui è scaturito anche un processo.
I Radicali per il Mezzogiorno Europeo, promotori dell'iniziativa volta a ottenere l'istituzione del Garante cittadino dei detenuti e in seguito sponsor di Ioia per tale incarico, hanno preso ancora una volta posizione per difendere la scelta operata dal sindaco. In particolare, si è pronunciato l'avvocato Raffaele Minieri, della direzione nazionale di Radicali Italiani, leader dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo e ideatore della proposta di istituzione del Garante cittadino dei detenuti a Napoli.
Queste le sue parole: "Le critiche alla nomina di Pietro Ioia sono espressione di un'idea dominante in questo paese: la pena non deve mai finire. Non basta aver saldato il proprio debito con la Giustizia. Si vuole distruggere ogni speranza e possibilità di reinserimento. Non basta aver reciso ogni rapporto col crimine decenni fa. Non basta aver dimostrato concretamente e quotidianamente il proprio impegno in difesa degli ultimi e dei loro diritti. Non basta nemmeno aver rivisto criticamente il proprio passato.
Lo stigma sociale deve restare per sempre. Chi critica non solo sta negando i valori fondanti della nostra Costituzione ma sta riconoscendo inconsapevolmente l'inutilità del carcere visto che non ci sarebbe alcuna possibilità di recupero. Il problema vero è che Pietro Ioia non ha accettato il ruolo di escluso e soprattutto non ha avuto timore nel chiedere allo Stato di rispettare le proprie leggi, denunciando chi mette in gioco la credibilità delle istituzioni.
Definirlo sindacalista degli abusivi è la prova del disprezzo di classe verso chi ha dato voce alle sofferenze dei malati tumorali in carcere, dei malati di epatite abbandonati dalle famiglie, dei familiari dei detenuti che, anziani, sono costretti a lunghe file al freddo o al caldo, dei detenuti stranieri senza familiari.
Basterebbe aprire i giornali degli ultimi anni per capire di chi stiamo parlando. Basterebbe vedere il suo impegno per dire ai giovani dei quartieri difficili di non seguire la sua strada. Va ricordato che dare un contributo alla società è un diritto riconosciuto dalla nostra Costituzione a tutti. Non si capisce perché debba essere negato proprio a Pietro Ioia. Si può sbagliare e tornare per dare il proprio contributo, si può non sbagliare mai e restare a guardare le sofferenze e le ingiustizie. È una scelta e noi scegliamo la Costituzione".
di Andrea Aversa
vocedinapoli.it, 12 dicembre 2019
Il parere del Garante per i detenuti della regione Campania Ciambriello e del responsabile dell'Asl penitenziaria Acampora. Il provvedimento che avrebbe potuto rappresentare una svolta per la gestione della sanità penitenziaria c'è stato nel 2008.
Quell'anno fu varata una riforma che affidò le competenze in materia dal Ministero della Giustizia alle Asl territoriali. Con questa disposizione venne sancito un principio già reso legittimo dalla nostra Costituzione (articolo 32): a tutti i cittadini va garantito il diritto alla salute. Dunque, questo vale anche per i detenuti.
Abbiamo parlato di questo delicato argomento con il Garante per i diritti dei detenuti della regione Campania, Samuele Ciambriello. L'occasione c'è stata dopo il caso che VocediNapoli.it ha sollevato in merito alla vicenda del detenuto Antonio A., ora recluso a Caltanissetta e che da mesi è in attesa di una visita che dovrebbe accertare o meno l'esistenza di un linfonodo alla gola.
Per Ciambriello vi sono diversi aspetti che esprimono il drammatico contesto della sanità in carcere: criticità operative, carenza di risorse e personale e la non-informatizzazione delle cartelle cliniche dei detenuti. "Oggi un carcerato deve aspettare da 6 mesi ad un anno per fare una visita - ci ha detto Ciambriello - ma può capitare che quando arriva il grande giorno non siano disponibili gli agenti penitenziari che devono scortare il detenuto. Così la visita salta di nuovo".
Ha affermato il Garante dei detenuti, "è assurdo che alle soglie del 2020 solo il carcere di Arienzo possegga un data base con i dati sanitari del detenuto. Per non parlare dei gravi disagi che devono sopportare i detenuti disabili. Per loro non esistono neanche strutture detentive adeguate".
"Il problema è relativo all'intero sistema-carcere. Un luogo caratterizzato dal sovraffollamento e dalla sofferenza. Un posto poco attrattivo: dico solo che c'è stato un bando - ha dichiarato Ciambriello - per assumere a tempo indeterminato alcuni psichiatri presso il penitenziario di Avellino. Non si è presentato nessuno".
"Per una popolazione carceraria composta da 7.800 detenuti - ha proseguito Ciambriello - sono disponibili solo 36 posti negli ospedali. In Campania lo scenario è questo: a Benevento il San Pio non ha un reparto detentivo. A Caserta c'è solo a Sessa Aurunca. A Napoli c'è un padiglione allestito ad hoc al Cardarelli e uno spazio al Cotugno per le malattie infettive. Altre volte la disponibilità, per soli tre posti, è giunta dal San Paolo".
Continua l'elenco fatto dal Garante in merito ai dati che dipingono questo scenario: "Il 25% dei detenuti sono tossicodipendenti e questo può aumentare il rischio del contagio di malattie infettive, pericolo già esistente a causa del sovraffollamento".
Secondo Ciambriello c'è un altro fenomeno degno di nota, quello dei detenuti esterni che sono ben, "7.660 di cui 3mila ai domiciliari. Di questi 300 sono tossici. Per quanto mi riguarda sarebbe il caso di rendere più facile per loro la possibilità di accedere alle cure. Consideriamo anche che nell'ultimo anno sono stati registrati 3 suicidi da parte dei detenuti malati che sono agli arresti domiciliari. Ad essere agevolati potrebbero essere anche quei detenuti condannati per pene minori e che stanno per finire di scontare la loro pena".
Ma non tutto è da buttare, anzi sono stati già fatti molti passi avanti. "L'Asl, grazie al lavoro del Direttore generale Ciro Verdoliva ha avviato iniziative molto interessanti. Innanzitutto gli esponenti dell'azienda sanitaria hanno visitato le carceri rendendosi conto della tragica realtà nel quale vive l'intera comunità penitenziaria. Poi, a Poggioreale, sono stati garantiti 22 medici specialisti che a turno, come all'Asl, fanno visite mediche ai detenuti.
Sono stati forniti defribillatori e tra un po' arriverà la macchina per la dialisi. Il passo successivo è quello di sviluppare una reta con l'esterno e di stabilizzare gli operatori socio-sanitari dentro le carceri".
Proprio in merito al lavoro svolto dall'Asl, VocediNapoli.it ha contattato il Dottor Lorenzo Acampora responsabile della sanità penitenziaria regionale. Secondo lui il problema è di natura strutturale: "Le carceri sono spesso edifici fatiscenti dove è impossibile allestire reparti sanitari. Un esempio è proprio Poggioreale.
E i finanziamenti per l'edilizia penitenziaria ci sono ma hanno validità triennale. Poi c'è il discorso delle tempistiche necessarie per poter fare le visite mediche, che spesso si allungano per due motivi: uno è relativo alla priorità che il sistema dà alle procedure giudiziarie rispetto a quelle sanitarie. Il secondo riguarda la volontà di molti detenuti di non farsi visitare affinché le proprie condizioni di salute peggiorino in modo da poter accedere a determinati benefici. Consideriamo che un recluso ha in media, all'anno, più prescrizioni mediche di un comune cittadino".
Acampora ha confermato i grandi passi avanti fatti dall'azienda sanitaria: "Abbiamo fatto in modo di fornire macchinari e attrezzature. Abbiamo dato la disponibilità ai detenuti di poter fare tutte le possibili visite specialistiche: ben 22. Questo ci ha permesso, oltre di garantire il diritto alla salute per i detenuti, anche di diminuire i tempi di attesa per le visite". Poi è arrivato il momento dei numeri.
"Noi, come Asl Napoli 1, abbiamo la gestione del carcere di Secondigliano, di Poggioreale, di Nisida e di quello psichiatrico dei Colli Aminei che è un centro di prima accoglienza per i minori. Solo i primi due penitenziari hanno un centro clinico. Le principali patologie che sono riscontrate tra i detenuti, sono di natura metabolica a causa dello scarso movimento fisico da parte dei reclusi. Poi impazzano diabete e colesterolo, malattie causate da una pessima alimentazione. Infine sono molto frequenti le bronchiti figlie dei capponi di fumo che si creano quando in un piccolo spazio fumano molti carcerati".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 12 dicembre 2019
Quest'anno il Festival delle Arti Recluse, organizzato da Artiviamoci ad Alessandria dal 6 al 15 dicembre 2019, propone non solo mostre ma anche spettacoli teatrali, concerti, laboratori di scrittura e corsi di formazione. L'iniziativa, nata con l'intento di presentare alla città le opere realizzate dai detenuti ma, già a questa seconda edizione si è arricchita di una serie di eventi in tema di risocializzazione delle persone detenute, prevenzione ed educazione alla legalità.
Tra i lavori esposti Palazzo Cutica 43 risvegli dall'ombra del laboratorio fotografico di Mara Mayer, Physis realizzata dalla Bottega di pittura di Pietro Sacchi, Mario Rossi e Luca Cavalca per la casa Funeraria Bagliano, Domandone del laboratorio di Massimo Orsi, opera ispirata alle "domandine", i moduli cartacei che in carcere sono utilizzati dai detenuti per inoltrare ogni genere di richiesta.
Hanno trovato posto invece nel corridoio dell'Ospedaletto Infantile di Alessandria due tele dedicate a Pinocchio realizzate dalla Bottega di pittura di Pietro Sacchi che vanno ad aggiungersi alle cinque tele che i detenuti hanno realizzato e voluto regalare nel 2018 ai bambini ricoverati e alle loro famiglie.
In programma per oggi all'Università di Alessandria il "Il dialogo e le sue interpretazioni" convegno sui percorsi di risocializzazione e sulle opportunità alternative alla pena. In calendario per venerdì 13 le presentazioni, da parte degli autori, del Sogno di Cora di Emanuela Nava e di La mattina dopo di Mario Calabresi, il corso di formazione per i docenti "La specificità e distintività della scuola in carcere" a cura del Cesp, Centro studi per la scuola pubblica e, in conclusione, una cena conviviale presso la Ristorazione Sociale. Il Festival delle Arti Recluse, realizzato in collaborazione con gli Istituti penitenziari di Alessandria e l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, ha coinvolto associazioni realtà culturali per un totale di 80 persone che hanno collaborato a titolo completamente volontario.
di Giordano Stabile
La Stampa, 12 dicembre 2019
Sono 250 in tutto il mondo, la maggior parte in Medio Oriente. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha calcolato che quest'anno è la Cina al primo posto fra i Paesi con più reporter incarcerati, con almeno 48, in aumento rispetto allo scorso anno. Segue la Turchia con 47, ma in deciso calo rispetto ai 68 del 2018.
In questa classifica negativa al terzo posto arrivano Arabia Saudita ed Egitto, entrambi con 26 giornalisti in prigione. In totale, almeno 250 reporter sono incarcerati in tutto il mondo a causa della loro professione. Un anno fa il Cpj aveva documentato 255 casi. Il numero rimane vicino ai 273 prigionieri registrati nel 2016, il record da quando viene pubblicata la statistica.
La Turchia ha guidato la classifica negli ultimi quattro anni, prima del forte calo nel corso del 2019, un miglioramento che però secondo la Ong non riflette "il successo degli sforzi del governo del presidente Recep Tayyip Erdogan per porre fine al giornalismo indipendente e critico". Se il Medio Oriente resta la regione critica, la situazione è in peggioramento in Cina. L'aumento dei reporter incarcerati è legato soprattutto alla repressione in corso nello Xinjiang, la regione autonoma dove vive la minoranza turcofona e musulmana degli uiguri.
Secondo il Cpj "il numero dei giornalisti arrestati è aumentato costantemente sotto la presidenza di Xi Jinping e il consolidamento del suo potere nel Paese", mentre la repressione nello Xinjiang "ha portato all'arresto di decine di reporter". Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, ha replicato che "le istituzioni con sede negli Stati Uniti non hanno credibilità" e che la Cina "è un Paese basato sulla stato di diritto, dove nessuno è al di sopra della legge".
Fra gli altri Paesi dove la libertà di stampa è limitata ci sono l'Eritrea, con 16 giornalisti imprigionati, poi il Vietnam, 12, l'Iran, 11. Il rapporto sottolinea come "autoritarismo, instabilità, proteste" hanno portato a un aumento degli arresti in Medio Oriente. Dei 250 reporter in carcere, "l'8 per cento sono donne", in calo dal 13 per cento dello scorso anno. La maggior parte sono stati arrestati per i loro articoli su temi come "diritti umani e corruzione". Il rapporto non include però i reporter sequestrati da entità non statali, come milizie e gruppi terroristici.
Il Tirreno, 12 dicembre 2019
Una ludoteca destinata ad accogliere i minori che accedono al carcere di Livorno per far visita a genitori o parenti detenuti. L'iniziativa è stata presentata mercoledì 11 dicembre da Telefono Azzurro e della Casa circondariale di Livorno. La ludoteca, realizzata nel 2018 grazie alla collaborazione di Ikea Pisa, ha lo scopo di facilitare il ricongiungimento familiare, creando spazi ludici dove i detenuti possono intrattenersi con i loro parenti più piccoli.
L'iniziativa rientra nel progetto "Bambini e carcere" promosso da Telefono Azzurro nelle carceri di tutta Italia e a Livorno vede impegnato un gruppo di volontari opportunamente formati e periodicamente aggiornati, di età compresa tra i 18 e i 75 anni, che presta il proprio servizio due sabato al mese, oltre a prendere parte alle iniziative organizzate all'interno dell'istituto per la cura e il sostegno alla genitorialità.
Nel terzo trimestre del 2019, spiega una nota, i volontari hanno accolto in ludoteca minori dai cinque mesi ai 13 anni e, grazie ai rapporti con la direzione dell'istituto, con l'area educativa e con il personale di polizia penitenziaria, è stato possibile organizzare momenti ludici anche per i detenuti della sezione "Alta sicurezza".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 12 dicembre 2019
Di ritorno da una missione di ricerca in Camerun, Amnesty International ha pubblicato una durissima denuncia nei confronti del gruppo armato islamista Boko haram, che negli ultimi anni ha sempre più esteso oltreconfine, dalla Nigeria, le sue sanguinose azioni. Nei primi 11 mesi dell'anno, si legge nel rapporto dell'organizzazione per i diritti umani, Boko haram ha ucciso almeno 275 persone nel nord del paese. In altre parole, 25 al mese. Di queste, almeno 225 erano civili del tutto estranei al conflitto in corso da anni tra il gruppo armato e le forze di sicurezza camerunensi.
Meno male che, il 9 gennaio, il presidente Paul Biya aveva proclamato che Boko haram era stato "cacciato via" e costituiva oramai solo una "minaccia residuale". Nei mesi a seguire, la "minaccia residuale" ha razziato e incendiato case private e centri sanitari, ha ucciso un anziano non vedente e ha mozzato le orecchie a tre donne perché i loro mariti erano sfuggiti alla cattura.
Il rapporto di Amnesty International segnala anche casi di civili di religione non musulmana costretti, dietro minacce di morte, a convertirsi all'Islam, unica garanzia - dicevano quelli di Boko karam - che i loro villaggi sarebbero rimasti in pace. È più che comprensibile che i sopravvissuti e i parenti delle vittime incontrati da Amnesty International abbiano dichiarato di sentirsi "completamente abbandonati dallo stato".
di Marco Ventura
Il Messaggero, 12 dicembre 2019
La Turchia sarebbe pronta a inviare blindati per sostenere il governo di Al-Sarraj ma cerca di trovare un compromesso con la Russia. Lo Stato islamico tenta di ricostituirsi.
È guerra delle parole, per il momento, tra Bengasi e Ankara. Tra le forze del feldmaresciallo Khalifa Haftar, l'uomo forte della Cirenaica che punta a conquistare Tripoli e al dominio su tutta la Libia, e la Turchia di Erdogan che sostiene invece il governo tripolitano di unità nazionale di Al-Sarraj, il premier ufficialmente riconosciuto da Onu e Unione europea, sempre più fragile.
Parole che fanno seguito all'annuncio di Erdogan del possibile invio di truppe di terra per difendere Al-Sarraj dall'affondo militare del rivale Haftar, appoggiato militarmente da mercenari russi e armi emiratine, oltre che dal confinante Egitto impegnato in una campagna contro i gruppi regionali affiliati ai Fratelli musulmani (come le forze di Misurata). Sullo sfondo, il tentativo dello Stato islamico di ricostituirsi grazie al trampolino libico, trasformando il Paese in una nuova Siria, come denuncia in alcune centinaia di pagine e con dovizia di particolari un report degli esperti delle Nazioni Unite. All'attacco (verbale) Haftar.
Per bocca del suo portavoce militare Ahmed al-Mismari del sedicente esercito nazionale libico, avverte che non c'è più soluzione politica alla crisi libica ma soltanto militare: "Il tempo dei colloqui diplomatici è finito, ora è il tempo dei fucili". I turchi sarebbero pronti a inviare blindati in Libia come scudo per Al-Sarraj, con un ponte aereo verso lo scalo di Tripoli Mitiga, che riaprirà a linee libiche e regionali nelle prossime ore dopo gli attacchi da parte dell'aviazione di Haftar. Che conserva il dominio dell'aria.
"L'appoggio turco alle milizie di Tripoli - insiste al-Mismari - si è trasformato da segreto a dichiarato in quella che è una battaglia regionale, non soltanto locale". E il capo di Stato maggiore della Marina libica pro-Haftar, l'ammiraglio Farag El Mahdawi, dice di avere in tasca l'ordine del feldmaresciallo di "affondare qualsiasi nave turca si avvicini all'area". Dietro Haftar non ci sono solo Egitto e Emirati arabi uniti, ma anche la Russia di Putin e, in modo più silente da mesi per l'imbarazzo di avere assunto una posizione chiaramente non in linea con Bruxelles, la Francia di Macron. E dietro al-Sarraj, al contrario, dovrebbe esserci l'Italia che a Misurata ha pure un ospedale da campo e militari "di pace" sul terreno, e il Qatar che si oppone ai "fratelli" del Golfo sauditi e Eau.
A cercare di metter ordine e fissare un compromesso ci stanno pensando Erdogan e Putin, che ieri hanno avuto un colloquio telefonico in cui hanno parlato, fra l'altro, di Libia. L'Italia, che in Libia ha interessi strategici legati allo sfruttamento degli impianti energetici oltre che un legame storico che risale all'epoca coloniale, continua a lavorare per un compromesso insieme alla Germania che ha inaugurato un percorso negoziale attraverso il "processo di Berlino".
Ma sul campo a parlare sono i rapporti di forza e i patti tribali intrecciati con l'ingerenza di una decina di paesi, oltre che della "multinazionale" del terrore Isis (Isil in Libia). Con possibili conseguenze, per l'Italia, legate alla ripresa del traffico di migranti come effetto dell'instabilità del Paese. Allarma anche la presenza di gruppi armati di Ciad e Sudan, che si dividono tra Tripoli e Bengasi a seconda del "miglior offerente".
E il paradosso è che mentre il Paese è allo sbando, e la guerra prosegue seppure a piccole dosi, la Noc, Compagnia libica del petrolio, continua a stringere accordi, a incassare attraverso la Banca nazionale libica i proventi dei prodotti energetici, e a siglare intese. È il caso dell'acquisizione da parte della francese Total, del 16,33 per cento del giacimento petrolifero di Waha detenuto finora dalla Marathon Oil. Con la benedizione, appunto, della Noc pur teoricamente legata a Tripoli.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 12 dicembre 2019
Le presidenziali di oggi contestate nonostante i 5 candidati: "Sono tutti del Sistema". Makache vote, non si vota. Calano anche oggi per l'arteria centrale della Didouche Mourad col sangue che pulsa e i cartelli scritti a mano. "Algerie=Mafiacratie!". Fanno il serpentone dello shopping con la rabbia trattenuta di chi non vuole svendersi alle serpi del Sistema.
"Né dialogo, né elezioni!". Raggiungono la Grande Poste e sanno bene qual è la posta in gioco dopo vent'anni: le prime presidenziali senza candidato unico, ma cinque candidati troppo uguali al regime. "Silmiya! Khawa!", pace e fratellanza. Cantano Bella Ciao, tutta la gendarmeria d'Algeri schierata con casco e manganello. "Attenti alle provocazioni".
Le bandiere dei martiri dell'indipendenza. Il tricolore a bandana. Si chiama Al Hirak, il movimento, tanto popolo e un po' di populismo: decine di migliaia, una volta anche un milione, che protestano da prima dei ragazzi libanesi e sono più imponenti, meno impotenti, dei giovani di Hong Kong.
Dieci mesi che va così, ogni settimana. Una settimana che sfilano e sfidano, ogni giorno: a primavera hanno ottenuto le dimissioni dell'eterno presidente Bouteflika; in estate, l'arresto di 400 ladroni di regime; questo 12 dicembre, non s'accontentano del "voto-farsa". Nessun dorma, si manifesta a oltranza pure di notte: il regime è sempre di mezzo, come questo giovedì elettorale, e Al Hirak resta sveglio e immobile sulle sue posizioni. No, non si vota.
Al Hirak contro Le Pouvoir. Il vero primo turno di oggi è questo. A contare non è chi viene votato, ma quanti votano. Il Movimento, unito al partito islamico, punta a stare sotto il 10% d'affluenza per poter dire che trattasi d'urne farlocche.
Il Potere spera di ripetere il 37 di due anni fa, ma s'accontenterebbe di molto meno e d'andare al secondo turno. Nessun sondaggio, niente osservatori internazionali, pochi accrediti ai media, il Parlamento europeo preoccupato dall'andazzo nel più grande Paese dell'Africa. Il preferito dell'establishment - che poi sarebbe l'esercito, 10 miliardi di budget annuo, assieme al vecchio Fronte di liberazione nazionale reduce della guerra al colonialismo francese - è un giornalista ed ex ministro della Cultura con la passione per la poesia, Azzedine Mihoubi, già capo della tv.
Meno favoriti gli altri pretendenti, soprattutto gli ex premier Abdelmadjid Tebboune e Ali Benflis. Per placare la piazza, a due giorni dal voto sono stati condannati a 15 e 12 anni due degli ultimi potenti premier di Bouteflika, Ouyahia e Sellal. Ma non basta. "Il Sistema è disperato e pronto a spacciare qualsiasi percentuale d'affluenza, altrimenti è costretto a sbaraccare tutto", dice Rabah Abdellah, direttore della Liberté, uno dei due quotidiani d'opposizione rimasti aperti, che da cinque anni vivono senza pubblicità ("è il governo che ce la blocca") sopravvivendo ad attentati e manette: "Ma stavolta la gente non è disposta ad accettare il solito risultato precotto".
Ad Algeri quasi non esistono semafori, perché la gente ancora ricorda la guerra civile anni 90 quando si sparava agli incroci ed era pericoloso fermarsi, e nessuno vuole più violenze. Ma la tensione è alta. Si manifesta a Orano, Annaba, Costantina. Nelle ambasciate s'è già venuti alle mani fra algerini expat: qualche rissa al consolato di Parigi, molte urne sono rimaste vuote. Nei villaggi sulle montagne della Cabilia dove vive la minoranza berbera, sempre emarginata dal potere arabo, rimangono aperte solo panetterie e farmacie: 10 milioni di berberi scioperano e qualche seggio è stato perfino murato con mattoni e cemento, guai a chi vota. Un po' d'ironia, ma molto poca: sui social postano il cachir, il salsicciotto di pollo agitato nei cortei e diventato il simbolo delle proteste. L'hanno scotchato a un muro, come la banana di Cattelan. Il regime oserà strapparlo e mangiarselo?
- Myanmar. Aung San Suu Kyi respinge le accuse di genocidio
- Giustizia, le controproposte del Pd. "Pagelle" ai pm sui processi persi
- I parenti delle vittime delle stragi: "Stop alla prescrizione"
- Prescrizione. La legge ingiusta di Bonafede è anche costosa
- Esperienze condivise: i direttori si "scambiano" i penitenziari









