di Michele Bocci
La Repubblica, 3 novembre 2019
A Roma quattro casi di positività alla cocaina in un solo ospedale, allarme anche a Milano e in Toscana. Quattro bambini che piangono e si agitano. Tutti ricoverati nello stesso reparto, la terapia intensiva neonatale del policlinico Casilino di Roma, per lo stesso identico motivo. Sono positivi alla cocaina. In questi giorni nella più grande sala parto della capitale si può osservare una delle conseguenze drammatiche della grande diffusione della droga: l'abuso di sostanze spesso non si ferma nemmeno in gravidanza. E così vengono al mondo bambini che devono subito prendere il metadone e seguire terapie per affrontare i primi giorni di vita, con lo spettro che altri problemi provocati dalle droghe durante la gestazione, come il ritardo neurologico, si presentino più avanti.
Non è, ovviamente, solo un fenomeno circoscritto alla capitale. A Grosseto, ospedale non grande di una città medio-piccola, negli ultimi tre mesi i neonati positivi alla cocaina sono stati tre. A Milano, tra metà settembre e metà ottobre, è stata trovata droga nelle urine di sei bambini appena nati e ieri l'arresto di un uomo di 44 anni che picchiava la compagna ha riportato alla luce il caso di uno dei figli di lei, nato con un'astinenza alla cannabis. A Padova il 20 settembre un bimbo è stato tolto ai genitori perché appena dopo il parto si è scoperto che era sotto effetto di sostanze stupefacenti.
La cronaca offre esempi che non saranno trasferiti in uno studio scientifico. All'Istituto superiore di sanità dicono di non aver intenzione di farlo, perché si tratterebbe di "schedare" le persone appena nate. In più è molto difficile avere una lettura del fenomeno perché non sempre le condizioni di salute del neonato e quelle personali e sociali dei genitori spingono gli operatori sanitari a fare approfondimenti. Per svolgere l'esame tossicologico sui bambini è necessario il consenso del padre e la madre, che spesso non hanno alcuna intenzione di dare l'ok agli approfondimenti. Dalla Società italiana di neonatologia confermano che anche a livello internazionale gli studi in questo campo sono pochi.
Il vicepresidente di quella società scientifica è Piermichele Paolillo, primario proprio al Casilino. "Ci capiteranno una ventina di casi ogni anno di bambini positivi alle sostanze stupefacenti, con picchi di ricoveri come in questo momento", spiega. Nelle maternità dei grandi ospedali italiani, come Careggi a Firenze, capitano almeno una decina di casi l'anno. "Di solito - spiega Paolillo - capita che qualcosa non ci quadri nella mamma o nel padre. Se abbiamo sospetti chiediamo un esame delle urine. Si trovano cocaina, metadone oppiacei. Così si avvia un percorso che può portare a una segnalazione al tribunale dei minori che fa partire l'iter per nominare un tutore".
Il neonatologo spiega che di solito i bambini con questi problemi "all'inizio stanno bene, la sindrome di astinenza neonatale inizia dopo un po'. Il bambino diventa agitato, irritabile e bisogna usare barbiturici per sedarlo". Se il neonato non ha sintomi particolari, fondamentale per intercettare il problema, spiega Paolillo, è il ruolo delle ostetriche che anche durante il parto colgono segnali nel comportamento dei genitori. "Spesso quando parliamo con le coppie a rischio, ci danno giustificazioni. Dicono di aver preso un po' di coca qualche giorno prima a una festa, o magari di aver assunto eroina "ma fumandola, non iniettandola". Questa è la situazione, e siamo consapevoli del fatto che certamente ci sfuggono dei casi", conclude il primario.
di Raffaele K. Salinari
Il Manifesto, 3 novembre 2019
Italia-Libia. Resta però fondamentale inquadrare quel che accade sul Memorandum, che altro non è che uno scempio del diritto internazionale, in uno scenario molto più ampio, che parte da lontano, da almeno 20 anni e precisamente dalla ridefinizione dell'"intervento umanitario" che deve essere prioritariamente militare, come sancito dai bombardamenti della Serbia da parte della Nato nel 1999.
Sotto la spinta delle società civile e di una piccola parte di quella politica, l'Italia ha finalmente chiesto, ai sensi dell'articolo 3 del Memorandum Italia-Libia, di riunire la commissione congiunta dei due paesi per modificare l'intesa. L'obiettivo, spiegano fonti governative, è quello di "migliorare il memorandum sul fronte dei diritti umani". Intanto però si è fatto scadere il Memorandum, che così si è automaticamente quanto tragicamente rinnovato. Dentro questa ambiguità, quali "modifiche" si vogliono davvero ottenere?
Certo, è positiva, in questo senso, la risposta del governo libico che si è detto "aperto a modifiche del memorandum d'intesa sui migranti stipulati tra Libia e Italia". Ma il memorandum per la sua struttura non è modificabile come si vuol far credere: non sono infatti emendabili né la detenzione arbitraria (carceri e campi di concentramento) che noi finanziamo, degli esseri umani torturati, stuprati, soggetti ad ogni tipo di violenza; né i nostri fondi alle milizie che chiamiamo "guardia costiera"; né il sostegno armato a questi aguzzini criminali con le dotazioni di eleganti motovedette militari; e tantomeno è emendabile l'autorizzazione fin qui data a fare la guerra alle navi umanitarie: tutti questi contenuti dell'attuale Memorandum altro non sono che crimini e vanno solo cancellati.
Ora, se questa novità della quale bisognerà attentamente verificare i contenuti, vuole veramente sanare il vulnus aperto dal rinnovo automatico, dovrà perlomeno cancellare questi misfatti. Resta però fondamentale inquadrare quel che accade sul Memorandum, che altro non è che uno scempio del diritto internazionale, in uno scenario molto più ampio, che parte da lontano, da almeno 20 anni e precisamente dalla ridefinizione dell'"intervento umanitario" che deve essere prioritariamente militare, come sancito dai bombardamenti della Serbia da parte della Nato nel 1999.
Il filo rosso, rosso sangue in questo caso, che lega due momenti solo in apparenza distanti tra loro, sia nel tempo che nello spazio, è in realtà estremamente evidente e può essere riassunto nella categoria, individuata già nel secolo scorso da Carl Schmitt, di "guerra costituente".
Dopo il crollo trenta anni fa esatti del muro di Berlino, infatti, a livello mondiale, da parte dell'unica potenza allora rimasta, gli Stati uniti leadership del mondo e da parte del capitale finanziario che non vuole regole di controllo o pagare le tasse sui suoi immensi profitti, alle industrie dell'agro-business e del farmaco che privatizzano con i brevetti le risorse genetiche naturali, l'idea di un Nuovo Ordine Mondiale costruito attorno al profitto ha cercato di imporre la sua visione del mondo. Se solo ricordiamo come e perché nacque l'Organizzazione del Commercio mondiale, il Wto e, di conseguenza, un diffuso movimento di resistenza sociale ai processi solo mercantili della globalizzazione, cogliamo il quadro di riferimento complessivo.
Ebbene di quello scenario, oggi potentissimo nelle sue espressioni di potere a livello politico mondiale e nelle conseguenze nefaste in termini di ambiente, esclusione sociale, diseguaglianze, processi migratori e via enumerando, faceva parte l'idea delle guerre di nuovo conio, al di fuori dell'egida Onu, con una valenza di riconfigurazione delle regole del Diritto Internazionale, a partire dal suo anello più debole ed esposto: i diritti umani.
Tutto questo per dire, evidentemente, che il Memorandum libico, tra i suoi effetti nefasti, già ampiamente evidenziati da tantissime associazioni, Ong, parlamentari, e soprattutto dai reportage e dalle inchieste dirette, ha anche quello di sancire, per così dire, la presunta efficacia della guerra civile-mondiale in Libia del 2011 - e poi in Siria - nel cambiare de facto le regole del diritto internazionale. In effetti la morsa che stringe l'Europa, stretta da una parte dagli accordi con Erdogan per la gestione dei rifugiati siriani, e le cui conseguenze si vedono ora in tutta la loro tragicità (e non solo rispetto al popolo curdo, ma più in generale sull'impotenza dei meccanismi multilaterali nel gestire quel conflitto); e dall'altra proprio dal Memorandum italiano con la Libia, o meglio con i poteri criminali libici, definisce le nuove dinamiche internazionali in termini di gestione dei conflitti, rispetto dei diritti umani, ruolo delle Ong, politica estera comunitaria e di cooperazione allo sviluppo, aree di sovrapposizione tra interessi dei governi e quelli della criminalità organizzata nella gestione dei flussi migratori, e molto altro ancora.
E allora, in conclusione, la revisione del Memorandum va costruita a partire dal rifiuto di questo quadro geopolitico più articolato, in cui la posta in gioco va ben al di la delle relazioni italo-libiche, per inserirsi in una tendenza di denaturazione delle regole multilaterali e di una loro riscrittura a colpi di violazioni del diritto internazionale motivate da una realpolitik che di fatto le vuole radicalmente cambiare in favore del Diritto del più forte, del più ricco, della visione escludente legata ai nuovi e vecchi razzismi.
Riscrivere il Memorandum, in altre parole, significa rigettare la logica dei nuovi sovranismi, della reificazione degli esseri umani, del securitarismo versus l'inclusione, della cooperazione militare al posto di quella allo sviluppo. Speriamo che chi dice ancora di rappresentare a livello politico i valori costituzionali, comunitari, delle Nazioni unite, colga questa occasione e riesca a trovare le ragioni per un ripensamento radicale di questa aberrazione giuridica alla base del disastro libico e della stessa tragedia dei nuovi Muri eretti -a proposito del muro di Berlino caduto 30 anni fa - contro i migranti in fuga dalle nostre guerre e dalla miseria spesso prodotto del nostro modello economico di rapina
di Marco Mensurati e Fabio Tonacci
La Repubblica, 3 novembre 2019
Sar libica all'italiana, atto secondo. Comunque vada a finire la rinegoziazione tra Roma e Tripoli del memorandum di intesa, la commedia dell'esistenza di una reale, efficiente e autonoma zona Search and Rescue (Sar) di competenza della Libia, andrà avanti.
E, con essa, il ruolo occulto di "coordinatore delle operazioni in mare" assunto dalla Marina militare italiana, come dimostrano alcuni documenti visionati da Repubblica e finiti nell'indagine della procura di Agrigento. Dunque, con ordine. Da otto mesi il pm Salvatore Vella sta lavorando al caso della Mare Jonio, il rimorchiatore della piattaforma civica Mediterranea che il 20 marzo ha portato a Lampedusa cinquanta naufraghi recuperati da un gommone al largo della Libia.
Per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina sono indagati il comandante Pietro Marrone e il capo-missione Luca Casarini. Fin qui niente di originale. Tuttavia il pm agrigentino ha allargato l'inchiesta all'intero funzionamento della Sar libica, ottenendo documenti dall'Unhcr e dall'International Maritime Organization (l'ente londinese delle Nazioni Unite che tiene il registro delle zone Sar), e ascoltando gli ufficiali della nave italiana Capri, ormeggiata nel porto di Tripoli nell'ambito della missione Nauras.
Missione che, tra gli obiettivi, ha: supporto sanitario, attività di addestramento, consulenza e assistenza alle forze di sicurezza e istituzioni governative libiche, sostegno a carattere umanitario. Le conversazioni registrate il 18 marzo sul canale vhf 16 tra la Capri e il Centro soccorsi di Roma, però, svelano la vera natura di Nauras. Intorno alle 13 di quel giorno viene segnalata da Moonbird, l'aereo delle ong, la presenza di un gommone in mare. Il capo scelto A., in servizio a Roma, chiama la Capri.
"C'è l'ufficiale libico?", chiede. Gli rispondono che tale Mustapha sta arrivando. Richiama alle 14.02, e questa volta il capo missione Nauras, il comandante L., gli fa sapere che i libici sono in attesa di un cenno da lui per prendersi in carico il soccorso. "Sì, stanno aspettando me perché facciamo... chiudiamo l'evento e lo fanno partire, quindi magari ci aggiorniamo tra cinque minuti, ok?". Infine alle 14.17 il comandante L. conferma a Roma che sta per partire il soccorso ma c'è bisogno di un "aiutino". "Allora - dice L. - vi stiamo mandando il fax, hanno assunto (i libici, ndr) la responsabilità dell'evento, non c'è il numero dell'evento quindi ho messo evento 18 marzo 2019... tra qualche minuto uscirà la motovedetta".
Per gli avvocati di Casarini ce n'è abbastanza per chiedere al pm Vella di approfondire, per capire se la nave Capri "abbia funzionato da distaccamento esterno degli uffici della centrale operativa libica" e se, dunque, il personale militare italiano "abbia svolto ruoli non solo logistici ma decisionali". Non sono dettagli da azzeccagarbugli, perché, se il pm dovesse trovare evidenze, lo Stato italiano potrebbe anche essere accusato di respingimenti collettivi (40 mila migranti riportati in Libia da quando il memorandum è in vigore) e di concorso nelle violenze nei centri di detenzione.
Il memorandum d'intesa sottoscritto nel febbraio 2017 presupponeva la creazione di una zona Sar libica. La Sar è stata effettivamente registrata all'Imo nel giugno 2018, ma rimane un'anomalia mondiale. La Libia è l'unico paese ad averla richiesta pur non avendo porti sicuri, come dimostra la guerra civile in corso e come certifica l'Alto commissariato Onu per i rifugiati. Repubblica ha chiesto conto all'Imo, e la risposta è stata: "Le zone Sar sono dichiarate dai singoli Stati. L'Imo non ha potere autonomo di revoca".
Lo potrebbe fare su richiesta di Stati costieri vicini, ma Italia e Malta si guardano bene dal farla. "Il progetto del Centro soccorsi libico - si legge in un documento dell'Imo - è condotto dalla guardia costiera italiana e finanziato dalla Commissione Europea". È noto che il governo italiano ha anche regalato alla Libia le motovedette, compresa quella usata dagli uomini di Abdul Rahman Milad, più conosciuto col soprannome Bija, capo della guardia costiera di Zawiya e, secondo un report delle Nazioni Unite, trafficante di uomini.
Il report risale al giugno 2017, un mese dopo la visita della delegazione di Tripoli (di cui Bija faceva parte) al Cara di Mineo e al Viminale. Bija poi è stato sospeso dalla Marina libica nel giugno dell'anno seguente, proprio nel momento in cui veniva registrata la Sar. Per almeno un anno, quindi, ha collaborato con gli italiani alla sua realizzazione. Una commedia, appunto. Che il rinnovo del memorandum porterà avanti.
globalist.it, 3 novembre 2019
Lo ha dichiarato il responsabile Onu contro la tortura, lo svizzero Nils Melzer, dopo aver visitato nel carcere britannico di massima sicurezza, dov'è recluso dall'11 aprile scorso. Una denuncia da non sottovalutare: "Julian Assange continua ad essere detenuto in un carcere di massima sicurezza, in condizioni di sorveglianza e isolamento estreme e non giustificate, mostra tutti i sintomi tipici di un'esposizione prolungata alla tortura psicologica. È necessario, dunque, che il governo britannico lo liberi immediatamente per proteggere la sua salute e la sua dignità. È inoltre da escludere la sua estradizione negli Usa".
È quanto ha dichiarato il responsabile Onu contro la tortura, lo svizzero Nils Melzer, dopo aver visitato nel carcere britannico di massima sicurezza, dov'è recluso dall'11 aprile scorso, il fondatore di Wikileaks.
Le accuse - Assange è accusato di aver svelato prove di crimini di guerra e di altri illeciti commessi dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. E mentre il governo americano persegue Assange "i responsabili dei crimini da lui denunciati continuano a beneficiare dell'impunità'", ha dichiarato Melzer. E non è solo contro gli Stati Uniti che il rappresentante Onu punta il dito. "Il governo britannico, infatti - aggiunge - nonostante l'urgenza della mia richiesta di cure e libertà per Assange non ha preso alcuna misura in suo favore".
Rifiuto d'apertura di un'inchiesta - In virtù della Convenzione contro la tortura, infatti, gli Stati di fronte ad una denuncia come quella avanzata dal rappresentante Onu devono avviare rapidamente un'inchiesta per stabilire se esiste una ragionevole ipotesi che un atto di tortura sia stato commesso. Invece, spiega Melzer, il governo britannico 5 mesi dopo la mia visita a Assange, in maggio, e la mia denuncia "ha escluso categoricamente la mia analisi senza esprimere la volontà di prendere in considerazione le mie raccomandazioni".
Inoltre, sottolinea il rappresentante Onu, "nonostante la complessità dei procedimenti avanzati contro di lui da parte del governo più potente del mondo, l'accesso di Assange alla consulenza legale e ai documenti è stato gravemente ostacolato, minando il suo diritto fondamentale di preparare la sua difesa".
Abusi che "potrebbero costargli la vita" - Melzer denuncia inoltre come "l'arbitrarietà palese sostenuta sia della magistratura che del governo suggerisce in questo caso un allarmante allontanamento dall'impegno del Regno Unito nei confronti dei diritti umani e dello Stato di diritto". Dunque "se il Regno Unito non modificherà con urgenza la situazione disumana in cui versa il fondatore di Wikileaks, Assange continuerà ad essere esposto all'arbitrarietà e agli abusi che potrebbero costargli la vita". L'ultima apparizione pubblica di Assange, dimagrito e con qualche difficoltà di parola, risale al 21 ottobre quando è comparso in tribunale a Londra per un'udienza del processo contro di lui.
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 3 novembre 2019
Il ministro dell'Interno Soylu accusa alcuni paesi europei: non potete limitarvi a revocare loro la cittadinanza e credere che poi noi ci occuperemo di loro. I miliziani sono stati catturati soprattutto in Siria durante la guerra contro il Califfato che è culminata con l'uccisione di Al Baghdadi. "La Turchia non è un albergo per terroristi". E dunque rimanda indietro, verso i rispettivi Paesi, i jihadisti che afferma di avere arrestato durante l'intervento militare in Siria, e gli altri fermati in precedenza. Liberi tutti.
Non c'è tregua - a dispetto del relativo cessate-il-fuoco che per ora tiene congelata la situazione nel nord del Paese - sulla questione dei "foreign fighters", i combattenti stranieri negli ultimi anni affiliatisi all'Isis, e che provengono tanto dall'Asia e dall'Africa, quanto in molti casi anche dall'Europa. Un argomento scottante e un tema delicato, per le difficoltà inerenti al rimpatrio dei sospetti jihadisti, e per le implicazioni e i risvolti anche familiari che contiene. Ora Ankara, sempre più in rotta di collisione con l'Occidente, e ancora più vicina alla Russia di Vladimir Putin, annuncia di volersene disfare, scaricandoli fuori dal proprio territorio.
"La Turchia non è un hotel per membri dell'Isis di nessun Paese", sbotta il ministro degli Interni turco Suleyman Soylu. Denunciando quella che indica come l'inazione europea sui prigionieri del Califfato nero. Non ci si può semplicemente limitare - sostiene il ministro - a revocare la cittadinanza agli ex terroristi, e aspettarsi che Ankara si prenda cura di loro. "Questo è inaccettabile per noi. È anche irresponsabile. Manderemo nei loro Paesi d'origine i membri dell'Isis che abbiamo catturato e detenuto".
Soylu è un fedelissimo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ed è considerato anzi un "falco" per le sue posizioni spesso ferme e le sue dichiarazioni corrosive. I terroristi a cui si riferisce non sono solo i sospetti tali, fermati dopo l'attacco turco nel nord della Siria che ha causato l'arretramento dei combattenti curdi di oltre 30 chilometri dal confine nelle ultime settimane. Ma riguarda pure gli arresti effettuati in precedenza in Turchia. Con Paesi dell'Unione europea come Francia, Germania, Belgio e Olanda che hanno rifiutato di riammetterli e processarli.
Di recente alcuni avvocati olandesi hanno avviato una causa contro il loro governo dopo che non aveva voluto accettare 23 donne terroriste dell'Isis e i loro 56 figli. Adesso emerge che Ankara in questo periodo avrebbe arrestato decine di membri del Califfato, ora privo del suo leader Abu Bakr al Baghdadi morto una settimana fa nel raid americano al confine con la Turchia. A quanto annuncia il quotidiano turco Daily Sabah, filo governativo e fonte oggi privilegiata e quasi ufficiale del governo conservatore di ispirazione religiosa, le forze della sicurezza di recente hanno arrestato due jihadiste olandesi che erano fuggite con i tre figli dal campo profughi di al-Hol in Siria e cercavano di rientrare in Olanda.
Sarebbero state fermate dopo avere preso contatti con l'ambasciata olandese ad Ankara, attraverso cui cercavano il rimpatrio. Erano arrivate in Turchia dopo che era scattata l'Operazione "Fonte di pace" lo scorso 9 ottobre. L'Olanda ha però chiarito di non voler riaccogliere i propri connazionali che si sono uniti al Califfato nero. A una delle due donne sarebbe stata revocata la nazionalità olandese per la sua adesione a una organizzazione terroristica, la seconda ha invece doppia nazionalità, olandese e marocchina.
Nelle scorse settimane Paesi come il Belgio e la Francia avevano cercato di affrontare la situazione dei propri "foreign fighters", presenti nelle carceri del nord della Siria controllate dai curdi. Ma la prima tregua annunciata durante il conflitto, quella di 120 ore, appariva un lasso di tempo troppo stretto per individuare i sospetti terroristi, oltre alle loro famiglie (mogli spesso sposate in loco e vari figli) e trasferirli verso l'Europa. Adesso l'accusa turca all'Europa di essere inerme, e l'annuncio di volersi liberare del peso dei jihadisti.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 3 novembre 2019
L'Onu denuncia: già 42 morti in sei settimane di proteste contro il presidente Moise che rifiuta di lasciare. Il Paese è paralizzato. A scatenare la rabbia popolare, l'economia al collasso e gli scandali di corruzione.
La rabbia haitiana tornerà in piazza questa sera per chiedere le dimissioni del presidente, Jovenal Moise, in carica dal febbraio 2017, dopo una controversa elezione, costellata da accuse di brogli e irregolarità. Le proteste vanno avanti da un anno e mezzo, nell'indifferenza del mondo. Il "primo tempo" della rivolta è cominciato nell'estate del 2018 quando - su consiglio del Fondo monetario internazionale (Fmi) da cui aveva ricevuto un prestito di 229 milioni di dollari - il governo ha deciso di eliminare i sussidi sul carburante, facendone schizzare il prezzo di oltre il 37 per cento.
Un costo improponibile per il Paese più povero dell'Occidente, dove oltre metà della popolazione sopravvive con meno di due dollari al giorno. La furia popolare è costata la poltrona al premier, Jack Guy Lafontant - prontamente silurato - mentre la misura è stata ritirata. La tensione, però, non è rientrata.
Perché, nello stesso periodo, è emerso lo scandalo dei "fondi scomparsi di Petrocaribe": trai due e i quattro miliardi di aiuti elargiti dal Venezuela intrappolati in una rete di cui corruzione in cui sarebbero coinvolti una ventina di politici, compresi vari ministri e tre capi di Stato. Le manifestazioni sono proseguite a intermittenza, mentre l'opposizione ha aumentato la pressione in Parlamento. Tre primi ministri si sono susseguiti in un drammatico valzer e ora l'incarico è vacante. La crisi istituzionale ha peggiorato ulteriormente la già precaria economia.
Il 15 settembre, così, è cominciato il "secondo tempo", con un'escalation dei cortei in corrispondenza di un ennesimo ballo del 20 per cento dei prezzi e del crollo della moneta. Data l'esasperazione generale, le dimostrazioni spesso sfociano in scontri con le forze dell'ordine o le opposte fazioni. Da sei settimane, il Paese è paralizzato.
"Le scuole sono tutte chiuse come gli uffici pubblici, negozi e banche aprono a sprazzi. Le operazioni portuali funzionano al 20 per cento, complicando l'approvvigionamento di cibo, per la metà importato dall'estero. Perfino il famoso hotel Oloffson, rifugio di Graham Green, ha interrotto l'attività", racconta Maurizio Barcaro, italiano, da 25 nell'isola dove, nel 2000, ha creato Lakay Mwen, associazione che offre educazione gratuita a 2.500 bimbi di Port-au-Prince e Lakay.
"Ho vissuto momenti molto difficili ad Haiti. Ma mai come in questo momento", aggiunge. Intere porzioni di territorio sono isolate, per la presenza di barricate costruite dai manifestanti. A differenza di quelle dei vicini latinoamericani, però, la rivolta di Haiti non ha conquistato l'attenzione mediatica. Nemmeno quella politica, in realtà.
Due giorni fa, l'Alto commissario Onu per i diritti umani ha espresso forte preoccupazione le violenze e ha denunciato la morte di almeno 42 persone negli scontri tra dimostranti e forze di sicurezza, quasi uno al giorno. Altre 86 sono state ferite. Il 15 ottobre, le Nazioni Unite avevano chiuso ufficialmente la missione aperta quindici anni prima, mantenendo, però, un ufficio politico data la "difficile situazione".
La comunità internazionale, però, è rimasta in silenzio. In particolare, gli Stati Uniti mantengono il proprio sostegno a Moise, il quale rifiuta di andarsene. "Sarebbe un atto di irresponsabilità", ha detto la settimana scorsa. La Chiesa locale ha esortato più volte a trovare un dialogo. E il Consiglio delle Conferenze episcopali latino americane (Celam) ha esortato i fedeli del Continente a pregare per l'isola. A 33 anni dalla fine della sanguinosa dittatura del clan Duvalier, quest'ultima fatica a trovare un minimo di stabilità.
Eppure - quando quasi dieci anni fa un terribile terremoto polverizzò Port-au-Prince, uccidendo 316mila persone - il mondo si impegnò a ricostruire Haiti dalle macerie, una volta per tutte. La promessa è rimasta, però, sulla carta come due terzi dei quasi 14 miliardi di dollari promessi. E la quota arrivata si è persa, in gran parte, fra burocrazia e corruzione. Per le strade dissestate, soffocate dal fumo nero dei copertoni bruciati, intanto, l'insurrezione della fame prosegue.
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 3 novembre 2019
I mercenari dei gruppi agrari hanno assassinato Paul Paulino Guajajara che guidava uno dei gruppi dei "Guardiani della foresta" nello stato di Maranhão. Due giorni fa in Colombia, nella Cauca, i narcos hanno ucciso 5 indigeni di una commissione governativa che lavorava a nuove strade. È l'ultima vittima di una strage continua, sistematica, preordinata e quasi sempre impunita. Si chiamava Paulo Paulino Guajajara ed era un leader indigeno di Araribóia, nella regione di Bom Jesus das Selvas, stato di Maranhão, nord del Brasile. Da due mesi era diventato uno dei tanti "Guardiani della foresta" che le comunità indigene hanno creato per pattugliare le foreste dell'Amazzonia e fare il lavoro che lo Stato centrale non fa.
Un nemico dei taglialegna, quel vero esercito di mercenari, sbandati, piccoli e grandi criminali che, aiutati dalle politiche ambientali del presidente Bolsonaro, sono tornati a frotte nel cuore della foresta pluviale. Paul Paulino è finito al centro di una scorribanda dei nuovi invasori disposti a tutto pur di portare a termine il lavoro. Nella breve ma violenta battaglia ci ha rimesso la vita un altro guardiano, Laércio Guajajara, della stessa tribù del primo. La notizia è stata diffusa da Greenpeace che assieme a tante altre ong è particolarmente attiva nei territori presi di mira dai tagliaboschi e dagli invasori che su ordine dei potenti agrari si accaparrano fette di foresta e distese di vegetazione affidate alle tribù indigene dalla Costituzione.
La guerra per il controllo delle terre è una costante in molti paesi in cui si affaccia l'Amazzonia e altre importanti foreste. C'è in ballo un business che vale miliardi di dollari. Non solo terra da usare per le coltivazioni intensive, per abbattere alberi e ricavare legno da esportare. C'è il narcotraffico, ci sono le estorsioni, i pizzi, le tasse illegali per il diritto di passaggio.
Due giorni fa in Colombia, nella Cauca, regione del sud ovest dove soprusi, omicidi e violenze sono quotidiani, perché strategica per le bande di narcos e della guerriglia, sono stati uccisi 5 indigeni che facevano parte di una commissione governativa incaricata di svolgere dei rilievi, anche con l'aiuto di droni, per la costruzione di strade altre infrastrutture.
Anche questi erano tutti indigeni locali. I corpi mostravano i segni di torture. Uno è stato decapitato. La strage, secondo la comunità indigena locale, è opera di un "Gao", Gruppi armati residuali organizzati, in particolare della colonna "Dagoberto Ramos", transfughi della guerriglia che non hanno aderito all'accordo di pace del 2016. La zona, nella comunità indigena di Corinto, è nota per essere un corridoio importante per la produzione di coca e marijuana e come transito per il loro trasporto verso il Centro America e poi negli Usa. Altri due leader indigeni locali erano stati fatti fuori due giorni prima, il 29 ottobre.
Il governatore del Cauca, Óscar Rodrigo Ocampo, è sicuro che dietro questa raffica di omicidi ci sia il narcotraffico. Lo ha denunciato in un collegamento all'emittente W Radio. "Stiamo vivendo qualcosa di molto diverso dalla guerra subita negli ultimi 52 anni. I killer agiscono con determinazione e ferocia. Non ci sono precedenti e questo ci preoccupa molto". Il presidente Iván Duque ha deciso di spedire sul posto il ministro degli Interni e 300 tra soldati e squadre dei corpi speciali. La popolazione reclama sicurezza, esige il minimo di garanzia per la propria incolumità. Confrontarsi con decine di bande, ben armate e organizzate, e i gruppi dissidenti delle vecchie Farc non è facile. I territori sono stati abbandonati a lungo dallo Stato e nessuno è disposto a mollare un bottino miliardario.
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 2 novembre 2019
La Polizia penitenziaria non deve essere subordinata gerarchicamente al direttore del carcere. E lo stesso comandate di istituto non deve avere un rapporto di subordinazione gerarchica con il direttore. Questo il senso di una nota del capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria dove si parla di "rimodulazione dei rapporti gerarchici" che è stata inviata lo scorso 22 ottobre al ministro della Giustizia e alle Organizzazioni sindacali della polizia ma non ai direttori delle carceri o ai loro sindacati.
di Donato Capece*
Sappe Informa, 2 novembre 2019
Abbiamo letto con stupore i contenuti dell'articolo de Il Dubbio "Cambia la gerarchia nelle carceri: viene meno il ruolo di garanzia del direttore", firmato da Damiano Aliprandi, che commenta l'iniziativa di alcuni direttori penitenziari, che non vestono l'uniforme della Polizia Penitenziaria, non hanno alcuna preparazione e/o attitudine di polizia e né hanno superato alcuna selezione per entrare a farne parte.
lameziaoggi.it, 2 novembre 2019
Anche la Uil-Pa Polizia Penitenziaria interviene sulle polemiche che stanno imperversando circa la bozza di decreto legislativo che prevede, in casi limitati e ben circoscritti, il venir meno della dipendenza gerarchica del Comandante della Polizia penitenziaria dal Direttore del carcere.
A parlare è il massimo esponente, Gennarino De Fazio, che invita a un approccio sereno ed equilibrato, senza farne una questione ideologica. "Il carcere - esordisce De Fazio - è un luogo di muri per antonomasia, non serve erigerne altri, se mai chi ha a cuore le libertà democratiche, il rispetto della dignità delle persone detenute, l'affermazione della legge e la difesa della Costituzione deve contribuire ad abbatterli".
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