Corriere del Mezzogiorno, 3 novembre 2019
Il Garante campano dei detenuti commenta l'ipotesi di riforma: poteri accentrati nelle mani della Polizia Penitenziaria. "Schemi di decreti legislativi correttivi del riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle Forze di polizia e delle Forze armate". È una nota del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria n. 0318577 del 22.10.2019 trasmessa all'On. Ministro della Giustizia, alla Segreteria dell'On. Ministro ed alle OO.SS. rappresentative del corpo di Polizia Penitenziaria.
di Viviana Daloiso
Avvenire, 3 novembre 2019
Non basta l'umiliazione dei 12 milioni di euro stanziati ai Centri antiviolenza nel 2017 (che divisi per il numero di donne accolte e sostenute in un percorso di recupero, come ha denunciato Avvenire, fanno poco più di 70 centesimi a vittima).
C'è anche la vergogna dei fondi stanziati per l'anno in corso, il 2019, "fondi per cui non è ancora nemmeno iniziato il riparto tra le Regioni" spiega Valeria Valente, senatrice del Pd e da febbraio presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. Un ritardo di 10 mesi, "a cui si deve sommare quello medio di altri 8 o 9 delle Regioni per la procedura di effettiva assegnazione".
Concretamente questo cosa significa, onorevole?
Che da un anno gli stessi Centri antiviolenza - l'unico baluardo di difesa delle donne vittime di abusi e maltrattamenti nel nostro Paese - non solo non hanno fondi per procedere con le proprie attività, ma non sanno nemmeno se li riceveranno. Un'incertezza che di fatto impedisce la programmazione degli interventi e la stesura di nuovi progetti, oltre che penalizzare (quando non azzerare del tutto) quelli già in corso.
A cosa si deve questo ritardo?
Banalmente, ai tempi della burocrazia. Nonostante più volte, come Commissione, ci siamo mossi per sollecitare il governo precedente sul Piano di riparto, nulla è stato fatto. E siamo a novembre, quando negli anni precedenti - pur già con un enorme ritardo - si procedeva appena dopo l'estate.
E il nuovo governo?
Si sta muovendo. Proprio questa settimana abbiamo incontrato il premier Conte, che ci ha rassicurati sulla priorità di questo punto. E il ministro per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, che ha insediato mercoledì a Palazzo Chigi la cabina di regia interministeriale sulla violenza contro le donne, ha promesso che in tempi brevi arriveranno i 30 milioni di euro da destinare alla Regioni per finanziare i centri. Sono segnali di un impegno che ci rincuora, ma che va mantenuto.
I reati contro le donne sono gli unici che continuano a non diminuire, nonostante l'Italia negli ultimi anni si sia dotata di norme fortemente punitive nei confronti di chi li commette. Perché?
È vero, il quadro normativo italiano si è arricchito di interventi volti a un inasprimento delle pene sul fronte delle violenze di genere. Dalla legge contro lo stalking fino al recente Codice rosso, abbiamo assistito al tentativo "aggredire" il fenomeno dal punto di vista del diritto penale, coi risultati positivi di un aumento degli arresti e delle denunce. La tutela delle donne, però, non è aumentata. Troppi i casi di violenza, troppi i femminicidi a cui quotidianamente assistiamo quasi inermi. Questo ci dice che pene più aspre non bastano. Serve un cambio di passo, a cominciare da una presa di coscienza culturale di quello che sta accadendo.
Da dove si comincia?
Dalle università, tanto per fare un esempio. Chi si occupa di violenza sulle donne, nel nostro Paese, ancora non ha la formazione e la specializzazione necessarie per farlo. Penso agli avvocati, ai medici di base, agli psicologi, agli ufficiali di polizia: quando, in un percorso di studi standard, si incontrano moduli specifici pensati perché questi professionisti sappiano trattare il caso di una donna vittima di violenza? Chi si sta occupando di arricchire i percorsi curriculari in tal senso? Scopriamo, anzi, che sono sempre gli stessi Centri antiviolenza nella maggior parte dei casi a offrire questo tipo di formazione. Come Commissione d'inchiesta siamo impegnati su questo punto costantemente: proprio con gli atenei stiamo approntando piani di collaborazione e sensibilizzazione in tal senso. E poi siamo al lavoro coi tribunali.
Come?
Stiamo svolgendo una prima indagine, attraverso la distribuzione capillare di questionari, su come vengono affrontate le separazioni civili. Ci siamo resi conto, infatti, che l'area al di fuori del penale resta del tutto scoperta a livello di controlli e attenzioni, quando invece moltissime vittime di violenza continuata in famiglia, per paura di denunciare, intraprendono proprio la via della separazione civile per mettere al sicuro se stesse e i propri figli. Ecco, a quel livello le situazioni a rischio dovrebbero essere intercettate e accompagnate con molta più frequenza di quel che avviene. Sempre coi tribunali, poi, abbiamo avviato una serie di verifiche su alcuni casi di denunce archiviate, e poi sfociate in femminicidi. Serve che certi segnali vadano intercettati prima che le donne muoiano.
di Michele Ainis
L'Espresso, 3 novembre 2019
Hanno cominciato giocando con i numeri; finiranno, prima o poi, per dare i numeri. È la sindrome del riformatore, che ha già dannato Berlusconi e Renzi. L'ambizione di scrivere daccapo tutte le regole del gioco, di meritare un posto fra i padri della patria, consegnando ai posteri una Costituzione tutta nuova.
di Mario Tortoriello
cinquecolonne.it, 3 novembre 2019
Il percorso che i detenuti devono affrontare per avere nuovi contatti con l'ambiente esterno ed essere reinseriti nella società è alle volte lungo e tortuoso anche per via di numerosi problemi psicologici. Basti pensare che secondo i dati del Ministero della Salute il 40% dei reclusi soffre di disturbi psichici, causati da forme di dipendenza da sostanze, problemi nevrotici e di adattamento.
di Danilo Loria
strettoweb.com, 3 novembre 2019
Lo farà il 25 novembre in occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere. "La Crpo Calabria, in occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere che si celebra il 25 novembre, entrerà nelle carceri".
Lo annuncia la presidente della Commissione Cinzia Nava che aggiunge: "Daremo seguito al protocollo che abbiamo sottoscritto l'anno scorso con il Provveditore delle carceri della Calabria che ha improntato le proprie azioni di sensibilizzazione al rispetto verso la donna e al valore della non violenza all'interno delle carceri.
Infatti, molti direttori degli istituti penitenziari hanno voluto la presenza della Crpo Calabria per il mese di novembre nell'Istituto penitenziario di Cosenza, Rossano, Catanzaro e Castrovillari. Altri, ancora, a breve, indicheranno la data. Questa iniziativa continuerà anche dopo, nella consapevolezza di non dovere mai abbassare la guardia rispetto a queste tematiche di grande valore sociale e culturale. Intanto, c'è una prima data: il prossimo diciotto novembre, alle ore 16 - annuncia Cinzia Nava - nella sala Commissioni di Palazzo Campanella, alla presenza del vicario alle carceri Tortorella Rosario, presenteremo la programmazione che attiene a questa sinergia molto significativa".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 3 novembre 2019
Il Partito democratico torna alla carica sul Decreto sicurezza e annuncia che nei prossimi giorni ne chiederà la modifica. Qualcosa, però, che vada oltre i rilievi rappresentati dal Quirinale nei mesi scorsi e che preveda il ripristino di alcune garanzie, soprattutto nei confronti di chi ha diritto alla protezione umanitaria.
Che si tratti di un argomento che sta a cuore a una parte del governo è chiaro da tempo. È stato lo stesso ministro dell'Interno Luciana Lamorgese a spiegare in più occasioni che, a breve, si interverrà "per rendere conformi i testi (dei Decreti Salvini, ndr) in base a tutte le osservazioni che sono arrivate dal presidente della Repubblica".
Da quando si è insediata al Viminale, lei non ne ha mai applicato le regole. E lo ha potuto fare proprio sulla base di quanto previsto da quelle stesse norme. Nonostante questo, però, i Dem fanno pressioni sui grillini, ed è facile che da qui alla fine dell'anno qualcosa dovrà cambiare. Ieri il segretario Nicola Zingaretti è tornato sull'argomento con un post su Facebook: "Dopo mesi di chiacchiere e bugie sono state rimesse al centro le politiche per la sicurezza - ha scritto.
Ci sono le risorse per il riordino delle carriere, 48 milioni annui per gli straordinari delle forze di polizia, risorse per il rinnovo del contratto. Dopo le bugie di Salvini sui flussi migratori svelate dal ministro Lamorgese, quello di oggi è l'inizio di un nuovo tormentone. La sicurezza la pretendiamo noi del Pd e per fortuna in Italia c'è un nuovo ministro degli Interni". Le basi per la riscrittura del Decreto sicurezza bis partono dai rilievi fatti dal Colle 1'8 agosto scorso, che ha anche ricordato l'obbligo di salvare vite in mare.
Tre le modifiche alle quali i tecnici del Viminale e di Palazzo Chigi lavoreranno: sparirà la sanzione da un milione per i comandanti che violano il divieto d'ingresso - introdotta con un emendamento - e si tornerà all'iniziale previsione contenuta nel decreto, con sanzioni da 10 mila a 50 mila euro.
Verrà, inoltre, reintrodotta la recidiva per poter confiscare le navi che non rispettano le indicazioni delle autorità e dovranno essere individuati dei criteri per l'applicazione delle sanzioni stesse: tipologia delle navi, condotte poste in essere, presenza o meno di naufraghi a bordo. Ma non è tutto, perché il Pd intende andare oltre, proprio partendo dagli effetti che il decreto sembra aver prodotto sull'immigrazione. Il provvedimento ha sostanzialmente abolito la protezione umanitaria che è una delle tre forme riconosciute in Italia per le persone straniere in difficoltà. Uno strumento legislativo nazionale che si affianca alle due forme di protezione riconosciute a livello internazionale: lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria.
Viene concessa quando non ci sono le condizioni per dare la protezione internazionale, ma ci sono comunque "seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano" per offrire protezione. Ridurne le possibilità di accesso, secondo il Pd, ha generato un maggior numero di clandestini e ha fatto trovare senza più un lavoro chi ieri ne aveva diritto in base allo status ottenuto.
Altro aspetto sul quale insisteranno i Dem, è il ripristino del sistema di accoglienza Sprar che - "pur con tutti i limiti di alcune gestioni - spiegano - è un sistema che funziona". Inoltre si chiederà di rivedere nel Decreto sicurezza bis quella parte di norma che consente al ministro dell'Interno - di concerto con i ministri dei Trasporti e della Difesa - la chiusura dei porti e il divieto di ingresso alle navi delle Ong, in base a una presunta possibilità che abbiano commesso un reato. Qualcosa che non spetta a un ministro dell'Interno - viene evidenziato - ma a un magistrato.
Il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2019
L'appello su Change.org "No ai permessi premio per i boss stragisti che non collaborino", firmato da 53.520 persone, sarebbe una "pretesa materialmente e tecnicamente eversiva". Ha lanciato macigni Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere penali, ieri su Radio Radicale.
di Gian Carlo Caselli
Gente, 3 novembre 2019
Secondo la Suprema Corte, l'ergastolo "ostativo" per chi non collabora "è incostituzionale". I detenuti non pentiti vanno trattati come gli altri. È corretto? I mafiosi si autoproclamano uomini d'onore perché convinti di essere gli unici veri uomini. Gli esterni sono persone senza identità, da assoggettare e al limite uccidere.
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 3 novembre 2019
Le incursioni nei parchi saranno "punite" con la realizzazione di una pista per le bici. Uno si chiama "Petra" e frequenta il parchetto di via Petrarca, l'altro s'incontra nel giardino di via Poerio: sono gruppi di ragazzini, tutti bravissimi a impennare con la bici ed esibirsi in evoluzioni alla Brumotti. Ma lo facevano sfrecciando tra le mamme e i bimbi che frequentano le aree-gioco e così la polizia municipale è intervenuta. Multe, ramanzine e un'idea nuova per andare oltre alla punizione: realizzare un bike-park insieme con loro.
L'allarme era scattato l'estate scorsa quando le famiglie che frequentano i due giardini della Rizzottaglia e della Bicocca lamentavano la presenza di gruppi di giovanissimi che creavano pericolo scorrazzando in bici tra le altalene, sporcavano e danneggiavano le panchine, entravano al supermercato di viale Giulio Cesare disturbando i clienti e procurando problemi ai dipendenti. La polizia municipale si è mossa con il nucleo di prossimità, composto da quattro agenti e un commissario che da tempo monitorano il mondo dei gruppi giovanili a Novara. Muovendosi in borghese si sono finti frequentatori del giardino, hanno osservato il comportamento dei ragazzi e poi li hanno identificati insieme ai poliziotti della questura. Sono una cinquantina di adolescenti tra i 12 e i 17 anni, quasi tutti novaresi che abitano alla Rizzottaglia e frequentano le scuole medie, il Bellini e l'Enaip.
Una volta appurate le responsabilità di ciascuno, i vigili hanno elevato sanzioni per l'ingresso molesto con le bici nel parco: "Ma fermarsi qui, alla repressione e basta, non aveva molto senso perché dopo poco tempo i ragazzini avrebbero ricominciare con gli stessi comportamenti e "inseguirli" con le multe non ci avrebbe portato lontano - dice l'assessore alla Sicurezza Luca Piantanida. Abbiamo provato a pensare che cosa si potesse fare per andare al di là della punizione e dare loro un'alternativa, comunque pretendendo sempre il rispetto delle regole".
A luglio la polizia municipale ha avviato un dialogo a un tavolo comune con la parrocchia San Francesco e i volontari, l'istituto comprensivo Bottacchi e la sua associazione delle famiglie, il progetto Agorà di piazza Donatello, i Servizi sociali del Comune, il Csi e le superiori frequentate dagli adolescenti dei due gruppi.
Ne è nata l'idea di creare un bike-park utilizzando strutture realizzate con bancali dismessi e affiggendo cartelloni con le regole da rispettare: i due gruppi di giovani verrebbero coinvolti nell'ideazione, le scuole metterebbero a disposizione i loro laboratori. "Stiamo individuando un'area disponibile: il progetto deve ancora essere approvato definitivamente ma l'amministrazione è già al lavoro - commenta Piantanida. I ragazzi sono entusiasti di quest'idea e il loro comportamento nei parchetti è migliorato".
recensione di Simonetta Sciandivasci
Il Foglio, 3 novembre 2019
Realtà e fiction. "Noi felici pochi", romanzo di una città feroce, ma non ancora Gotham City. Roma ha i suoi problemi ma non è Gotham City. L'ha detto il capo della polizia Franco Gabrielli (ma è una frase che si sente spesso, su Roma, diciamo un refrain) la scorsa settimana, quando l'assassinio di Luca Sacchi, 24 anni, sembrava ancora un fatto gravissimo ma semplice, una rapina finita male, dentro a una città che perde il conto delle rapine e delle cose che finiscono male, e che nessuno si fa sfuggire l'occasione di trasformare in metafore e diagnosi di incurabilità. Invece la storia di questo omicidio è complessa, annodata, chissà quando e se la sapremo tutta, e di Roma, per adesso, non racconta niente se non la spietatezza di chi fa di tutto per ridurla alla ragione sufficiente di tutto quello che le capita dentro, di tutti i delitti, di tutte le disfunzioni.
Il racconto su Luca Sacchi e la sua fidanzata Anastasia e i suoi spacciatori è già in caldo, e l'impasto di noia, futili motivi, gioventù bruciata, valori perduti, città perduta è sul tavolo. Una delle cose che si capiscono leggendo "Noi felici pochi", il romanzo di uno scrittore che non esiste, è come queste narrazioni precostituite, affamate di moventi da cui trarre morali, incidono sul destino di certi ragazzi almeno quanto i fattori ambientali incidono sugli adolescenti di Scampia.
Patrizio Bati (traduzione di Patrick Bateman, il ricco assassino figlio di puttana di "American Psycho") è lo pseudonimo che un "laureato in legge" che "vive e lavora a Roma, sposato, ha una figlia e una collezione di foto segnaletiche di detenuti americani anni Cinquanta nel suo studio" ha usato per firmare un romanzo che è una confessione di fatti veri, botte vere, violenze continue, inutili, schifose che fondano l'amicizia di un gruppetto di ventenni pariolini, tutti di destra senza sapere cosa significhi, tutti machi senza il coraggio della solitudine, tutti spacconi senza la nobiltà di un gesto. Vanno allo stadio, a puttane, in Maremma, in barca, a ballare, quasi sempre strafatti, e non tornano mai senza addosso il sangue di qualcuno.
Si vogliono bene, ma bene davvero. E si coprono. E si aiutano. E si capiscono, anche se non lo dicono, e sanno di essere i soli a conoscere, o poter immaginare, l'inferno di ciascuno - per tutti gli altri sono mostri da riverire per non passar guai, viziati da snobbare per non perder tempo. Sono certi che non la pagheranno mai, e anche che non durerà per sempre: vent'anni ce li hanno adesso, leoni possono esserlo adesso. Poi, però, hanno un incidente, la macchina sbanda, finisce in un burrone, a bordo ci sono loro e alcune ragazze, e sono tutti troppo ubriachi.
Quello di loro che guida è destinato a una brillante carriera da magistrato per decisione di sua madre e suo padre, e sa che un incidente così manderà tutto all'aria. E allora architetta un piano per venirne fuori pulito, un piano che richiede il sacrificio di una persona, quindi un tradimento, e l'omertà di tutti, quindi un reato. Sanno, Bati e i suoi amici, come fare in modo che agli inquirenti l'incidente non sembri altro che una disgrazia, da raffinati abituali delinquenti coperti da cognomi intoccabili quali sono. Sono degli psychopariolini, e la violenza per loro non è uno sfogo, non è una conseguenza: è un mezzo, e se ne servono tanto per divertirsi quanto per salvarsi il futuro.
"Noi felici pochi" è il verso di una canzone del 1996 di Gabriele Marconi, ex giornalista romano, militante di estrema destra: "Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli, non serve un castello per noi poca gente un buco è un rifugio più che sufficiente", ed è anche una cosa che nell'"Enrico V" di Shakespeare il re dice ai soldati prima della battaglia di Azincourt, quella in cui 6 mila inglesi malridotti sconfissero 35 mila francesi gagliardi.
Roma non è Gotham City, però è piena di supereroi aspirazionali che credono che l'eroismo sia un'oligarchia fondata sul loro proprio arbitrio. È sul fare tutto ciò che si vuole e mai quello che si deve che si fonda il sentirsi e il proclamarsi eroi di questi ragazzi, la loro resistenza a chi si aspetta da loro che non siano vittime di niente, se non di loro stessi, e che se non si fanno bastare l'essere privilegiati per scegliere di fare il bene anziché il male, la responsabilità è del quartiere in cui vivono, della città, della famiglia, dello spirito del tempo, della destra che avanza. E invece no, scrive Bati. La responsabilità, a volte, è il punto in cui la vittima e il carnefice coincidono.
- Brescia. La mostra: "Avremo anche giorni migliori. Opere dalle carceri turche"
- Roma. A Rebibbia partito il Magazzino ePrice
- Nuoro. Don Salvatore Bussu, il piccolo grande prete che cambiò le carceri
- Salerno. Convegno sul tema: "Giustizialismo mediatico e populismo penale"
- L'inciviltà diffusa (e nessuno se ne occupa)










