di Franco Ippolito*
Il Manifesto, 2 novembre 2019
Sapremo soltanto oggi se il nuovo governo giallorosso si è attivato davvero per impedire il rinnovo automatico dell'accordo stipulato dal governo Gentiloni il 2 febbraio 2017 con la Libia, dilaniata da una feroce guerra civile. Ieri Ginevra Bompiani ha raccontato ai lettori de Il Manifesto le atrocità subite da una ragazza somala in un campo di detenzione libico.
Numerosi racconti identici ci furono narrati da vittime e da tanti diretti testimoni, nel corso della sessione che il Tribunale Permanente dei Popoli tenne a Palermo nel dicembre 2017, su richiesta di centinaia di organizzazioni europee, per valutare e giudicare in base al diritto internazionale le politiche di esternalizzazione dei confini europei, sostenute da lauti finanziamenti al regime di Erdogan per la chiusura della rotta balcanica e alle milizie libiche per il blocco dei migranti africani. Di fatto realizzato con inaudite violenze in autentici campi di concentramento, sottratti ad ogni controllo, come risulta dagli allarmi continui dell'Unhcr sulle atrocità di ogni tipo commesse sui migranti e richiedenti asilo.
Particolare attenzione il Tribunale Permanente dei Popoli dedicò all'intesa dell'Italia con le autorità libiche, che non erano né sono in grado di garantire il rispetto dei più elementari diritti umani dei migranti, lasciati di fatto ad abusi di ogni tipo, anche per la sostanziale connivenza tra le "forze dell'ordine e della sicurezza" (cioè le stesse milizie libiche) e le organizzazioni di trafficanti di esseri umani.
In una recente intervista rilasciata a Gad Lerner, il ministro del governo che stipulò l'accordo con la Libia rivendica di "non avere mai autorizzato accordi che sacrificassero l'etica e i diritti umani". Sta di fatto che a quel sistema di atrocità, documentato da decine di verifiche da parte di organismi internazionali e dal coraggioso lavoro di alcuni giornalisti, lo Stato italiano ha fornito e continua a fornire assistenza, mezzi materiali e sostegno economico, al fine di bloccare i flussi migratori africani.
Che questo sia l'obiettivo delle politiche migratorie italiane ed europee è provato dalla mancanza di possibilità legali, sicure e controllate, di giungere in Europa per sfuggire a persecuzioni, guerre, povertà, effetti del cambiamento climatico e, più in generale, dall'assoluta assenza di iniziative politiche e di interventi strutturali idonei a prevenire i motivi di migrazione, al fine di evitare che le persone siano costrette a fuggire dal proprio Paese.
Soltanto provvedimenti di tal genere, unitamente a serie politiche di accoglienza e di integrazione, sarebbero efficaci per ridurre e governare i flussi migratori nel rispetto dei valori scritti nella Costituzione italiana e nelle Carte dei diritti fondamentali adottate in Europa. Nella stessa intervista, l'ex ministro degli interni Minniti lamenta una disparità di trattamento da parte di chi chiede a lui conto della Libia, mentre "nessuno chiede conto alla cancelliera Merkel dell'accordo stipulato un anno prima con Erdogan: sei miliardi per trattenere i profughi in Turchia".
La curiosa giustificazione assomiglia tanto ad una chiamata in correità, effettivamente ben fondata, tanto che il Tribunale Permanente dei Popoli valutò alla stessa maniera "gli accordi della vergogna stipulati" con la Turchia e con la Libia. Entrambi illegittimi sia per i contenuti, in contrasto con elementari diritti delle persone, sia per il metodo, giacché essi furono sottratti alla competenza del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, come sempre più spesso accade per intese del genere, tanto più che sovente tali accordi, sotto l'etichetta di "cooperazione allo sviluppo", nascondono il loro effettivo contenuto giuridico, ossia l'inaccettabile scambio tra denaro e persone, realizzato con il blocco delle frontiere esterne dell'Unione europea, delegato a Paesi terzi che non offrono alcuna garanzia di rispetti dei più elementari diritti umani. Su queste scelte concrete, e non su dichiarazioni e parole, va misurata il "nuovo umanesimo" del governo e la discontinuità con le precedenti inaccettabili politiche migratorie.
*Presidente della Fondazione Basso
rsi.ch, 2 novembre 2019
Reportage da Al Hasakah, dove migliaia di ex combattenti jihadisti sono sotto il controllo delle forze curde. Le migliaia di combattenti jihadisti dello Stato islamico (Isis) detenuti dalle milizie curde in Siria continuano a preoccupare la comunità internazionale, preoccupazioni che crescono dopo l'annuncio da parte degli Stati Uniti della morte del leader dell'Isis Abu Bakr al Baghdadi per il timore di attentati.
I combattenti jihadisti sotto il controllo dei curdi sono circa 12.000: si teme che l'offensiva turca nel nordest della Siria possa favorire evasioni di massa, in quanto molti curdi che controllavano le strutture carcerarie si sono dovuti spostare per combattere al fronte. L'accordo russo-turco, siglato lo scorso 22 dicembre, sembra aver calmato le acque ma i timori sul futuro dei miliziani restano.
Tra i circa 12.000 combattenti dell'IS finiti nelle carceri kurde, circa 4.000 sono siriani e altrettanti iracheni. Almeno altri 2.500 provengono però da altri paesi (molti dal Magreb), e fra di loro ci sono anche decine di europei. Secondo Parigi, per esempio, almeno una settantina hanno il passaporto francese, ma i curdi - per ora - non hanno rilasciato statistiche sulla nazionalità dei prigionieri. Finora erano detenuti in diverse strutture ma, sempre a causa dell'offensiva di Ankara, le forze curde hanno dovuto concentrarli in poche prigioni, di cui per motivi di sicurezza non vengono fornite le coordinate.
I colleghi della Rts sono però riusciti ad entrare in una di queste strutture ad Al Hasakah. Si tratta molto probabilmente di un'ex carcere del regime siriano e le immagini girate al suo interno sono sconcertanti: testimoniano di centinaia, forse migliaia, di ex combattenti dello Stato islamico con indosso solo una tuta arancione, stipati in un'unica sala, in condizioni igienico-sanitarie precarie. Ci sono uomini, ma anche ragazzi giovanissimi, poco più che bambini.
Prima non era così - sostiene ai microfoni della Rts Serkan Demirel, giornalista dell'agenzia stampa curda Firat - in ogni camera c'erano al massimo 25 prigionieri, ma dopo l'attacco di Ankara le forze curde hanno dovuto raggruppare gli jihadisti". I detenuti sono controllati notte e giorno; la sorveglianza è massima, ma i tentativi di evasione sono costanti. Molti sono malati o hanno gravi ferite, "molti cercano di scappare quando vengono portati a fare un controllo medico - spiega una guardia con il volto coperto da un passamontagna - prendono in ostaggio una guardia e tentato la fuga".
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 2 novembre 2019
Il ministro della Giustizia ordina, il tribunale esegue. Il fondatore Lev Ponomariov, storico dissidente, si rivolgerà alla Corte europea: "Un obbrobrio giuridico e un tentativo di mettere la museruola a chi si batte per la democrazia". Puntuale e implacabile come l'orologio del Cremlino che con i suoi rintocchi ricorda il cambio della guardia del picchetto d'onore sulla piazza Rossa, ieri è arrivata la sentenza del tribunale supremo di Mosca che scioglie d'imperio la storica associazione "Per il diritto dell'uomo" presente in oltre 40 città di tutta la Russia. Una misura che getta una pesante ombra sulle prospettive della democrazia nel paese.
L'epilogo era ampiamente previsto dato che era stato proprio il ministero della Giustizia Alexander Kolovanov, qualche tempo addietro, a chiedere la liquidazione della fondazione. Il febbraio scorso "Per il diritto dell'uomo" era stata anche dichiarata dal governo "agenzia straniera che opera nell'interesse di altri Stati". Preludio a una serie di multe milionarie comminate contro l'associazione che si era detta indisponibile a pagarle. Ora il suo fondatore Lev Ponomariov ha dichiarato che si rivolgerà alla Corte europea per i diritti dell'uomo per ribaltare una sentenza da lui definita "un obbrobrio giuridico e un tentativo di mettere la museruola a chi si batte per la democrazia". Il 78enne attivista ha anche confermato che il suo movimento continuerà ad esistere: "Non so ancora in quale forma ma noi ci saremo" ha sostenuto Ponomariov.
Nei prossimi giorni intanto sono previsti dei presidi di protesta nella capitale e non solo. Solo due mesi fa Ponomariov era stato condannato a 25 giorni di arresto amministrativo per essersi appellato su Facebook alla difesa dei diritti dei Testimoni di Geova, fuorilegge nella Federazione dal 2017.
Ponomariov è convinto che la decisione del tribunale di ieri sia legata alla ripresa dell'opposizione in Russia, al nuovo vento che spira a Mosca. In un'intervista concessa al portale Meduza, lo storico dissidente sovietico ha dichiarato: "A Mosca, i giovani sono cresciuti, stanno già diventando liberi e guardano all'Europa. Tra questi, ci sono quelli che sono cresciuti nello stesso modo di quando io ero in terza media: credono che la cosa principale nella loro vita sia il lavoro politico, organizzativo e sociale. Ce ne sono molti e faranno una vita normale nel nostro paese, qualunque cosa accada loro. Saranno spaventati, imprigionati e tuttavia non saranno intimiditi. Sarebbe offensivo pensare alla nazione russa che non può rigenerarsi che sia una "nazione di schiavi".
abbanews.eu, 2 novembre 2019
Una mostra a New York per far conoscere al mondo il talento e l'umanità racchiusi nelle carceri di tutto il mondo e al tempo stesso per evidenziare la mancanza di correlazione tra i tassi di criminalità e il numero dei detenuti. Nasce così l'esposizione "The writing on the wall", installata a Manhattan Hight, formata da pareti che costituiscono 3 spazi - grandi quanto le celle delle prigioni - e le cui pareti sono interamente ricoperte dalle composizioni di persone di vari istituti di reclusione del mondo, ma soprattutto statunitensi, dove - spiega Baz Dreisinger, ricercatore e docente e tra gli organizzatori della mostra - sono accolti "il maggior numero di prigionieri al mondo, oltre 2,3 milioni, di cui un terzo non ancora condannato".
Per la mostra sono state scansionate circa 2mila pagine, precisa The New York Times, di composizioni di detenuti ed ex-detenuti in Uganda, Gran Bretagna, Cina, Sudafrica, El Salvador, Norvegia, Australia e Brasile, tutti Paesi dove Baz Dreisinger ha insegnato. Il materiale è composto da lettere, poesie, elaborati sulla femminilità fino a una graphic novel disegnata a mano, ma soprattutto testi politici che esprimono idee su come migliorare il sistema carcerario. Nessuno sa meglio dei detenuti come riparare il sistema giudiziario, o meglio i sistemi giudiziari perché, sostiene Dreisinger se quello degli Stati Uniti mette dietro le sbarre soprattutto gli afroamericani e i latini, accade che in Canada, Australia e Nuova Zelanda le porte del carcere si aprono soprattutto per le popolazioni indigene e, in generali, per i più poveri.
Stando alle parole delle studioso sono "pochissime le cose che funzionano nel sistema giudiziario degli Stati Uniti" basato soprattutto "sull'esclusione sociale e l'oppressione razziale", risultati diretti della schiavitù e della segregazione; prosegue Dreisinger: "Si pensa che punire le persone in modo ossessivo ci renderà più sicuri, quando tutti i dati smentiscono questa convinzione".
E allora che sia promosso lo scrivere perché "non c'è nulla che umanizzi più della parola scritta" dice lo studioso, che oltre a essere direttore dell'Incarceration Nations Network, insegna presso il John Jay College of Criminal Justice di New York, dove ha concepito un programma di formazione che promuove gli studi universitari tra i detenuti.
Vale la pena leggere i testi selezionati, giacché oltre "a esprimere l'intera gamma della sensibilità dietro le sbarre" sono le voci di chi "avendolo vissuto, sa come riparare il sistema carcerario". La mostra The writing on the wall, visitabile fino al 10 novembre 2019, è frutto della collaborazione tra il professore Baz Dreisinger, l'artista concettuale, Hank Willis Thomas, Open Box e con la progettazione dell'allestimento di Mass Design Group.
lacnews24.it, 1 novembre 2019
Il presidente della commissione Antimafia: "Inaccettabile considerare i detenuti per mafia come comuni". I boss mafiosi "devono restare in carcere". Ed è per garantire questo obiettivo che "io ed i miei colleghi delle commissioni Antimafia, Giustizia, Affari costituzionali e Diritti umani stiamo lavorando ad un testo di legge che, recependo le giuste osservazioni della Corte costituzionale, non dimentichi che noi siamo in guerra con la mafia".
Ad annunciarlo è il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, in un video postato su Facebook a pochi giorni dalla sentenza della Consulta sul cosiddetto "ergastolo ostativo".
"Siamo in guerra con la mafia - spiega Morra - da prima del 1982, anno in cui la nostra legislazione penale ha riconosciuto la necessità di un doppio binario affiancando all'associazione a delinquere semplice l'associazione a delinquere di stampo mafioso. Ed è inaccettabile minare ora questo principio come se i detenuti per mafia fossero detenuti comuni".
Da qui - conclude Morra - la necessità di un testo "ineccepibilmente coerente con i valori della nostra Carta costituzionale", capace di "coniugare i diritti sacrosanti della persona con i doveri di tutela, di precauzione e di prudenza propri del legislatore chiamato a tutelare la comunità".
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 1 novembre 2019
La Drola, in dialetto piemontese "strana" o "buffa", è nata al "Lorusso-Cutugno" di Torino nel 2011 ed è stata la prima squadra di detenuti ammessa a partecipare a un campionato della Federugby, quello di serie C. La Dozza è seguita tre anni dopo, tra le mura della casa circondariale di Bologna. Il filo rosso è costituito dalla passione di Pietro Buffa, prima direttore dell'istituto di Torino e quindi Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria in Emilia Romagna, con la complicità dell'allora presidente federale Giancarlo Dondi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 novembre 2019
È previsto nei Decreti legislativi sul riordino delle carriere in via di approvazione. Un decreto potrebbe modificare le gerarchie all'interno degli istituti penitenziari. C'è preoccupazione per la prossima riorganizzazione delle competenze che toglierebbe poteri al direttore di carcere per trasferirli al comandante di Polizia penitenziaria.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 novembre 2019
Intervista a Cesare Mirabelli, Presidente emerito della Consulta. "Una legge è possibile. Non sarebbe possibile però una legge sull'ergastolo ostativo che reintroducesse un divieto", spiega il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli. Una valutazione che potrebbe addirittura trovarsi a esprimere il presidente della Repubblica. Perché in effetti un provvedimento che "stabilisca parametri e principi fissi da seguire per concedere o negare i permessi agli ergastolani ostativi", come auspicato sul Fatto Quotidiano dai direttori Marco Travaglio e Peter Gomez, è un tema all'ordine del giorno.
"Se reintroducesse il divieto dichiarato illegittimo della Corte, una simile norma sarebbe palesemente incostituzionale", ricorda il presidente Mirabelli, "al punto che il Capo dello Stato potrebbe valutarne il rinvio alle Camere. Certo, va tenuto conto che qualora il Parlamento riproponesse quel provvedimento, lo stesso presidente sarebbe tenuto a promulgarlo. Ma credo che un ipotesi di contrasto fra il legislatore e la Consulta sia lontana".
D'altra parte è già molto attivo il fronte schierato per una immediata replica alla pronuncia che ha eliminato il divieto assoluto di permessi agli ergastolani ostativi (condannati per mafia e terrorismo). Con il Fatto, che ha aperto una petizione on line, si sono espressi, per esempio, la capogruppo del M5S nella commissione Affari Costituzionali di Montecitorio Anna Macina (in un'intervista al Dubbio) e diversi magistrati, come il togato del Csm Sebastiano Ardita.
Il cuore del dilemma riguarda la possibilità che il legislatore dichiari tassativamente inefficace per alcune specifiche figure di ergastolani la sentenza della Corte costituzionale. Ad esempio, per chi è stato capomafia. Sarebbe legittima una norma simile?
No. Vorrebbe dire reintrodurre in altra forma il divieto che la Corte ha dichiarato incompatibile con la nostra Costituzione. Il legislatore può precisare i parametri in base ai quali il giudice valuterà quanto l'ergastolano possa essere ancora pericoloso, ma senza reintrodurre automatismi né eliminare la discrezionalità del giudice stesso. Ma mi permetta di partire dai dati che abbiamo a disposizione.
Certo...
Ecco, intanto noi non abbiamo le motivazioni della Consulta, e dobbiamo procedere sul piano delle ipotesi. Sappiamo però che la sentenza emanata dalla Corte si muove nella stessa direzione del giudizio espresso dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Sappiamo anche come nel nostro ordinamento sia definitivamente acquisita la funzionalità che i contatti al di fuori del carcere assumono rispetto al reinserimento del condannato. Ciò detto, la Corte di Strasburgo da parte sua ha ritenuto che la rottura dei rapporti con l'organizzazione criminale debba poter essere dimostrata anche in maniera alternativa alla collaborazione. Altrimenti, ha chiarito la Cedu, la pena diviene contraria ai principi di umanità.
Plausibile che la nostra Corte costituzionale abbia seguito la stessa linea?
Noi sappiamo per certo che la nostra Corte si è spinta oltre il perimetro, già chiarito, della cosiddetta collaborazione inesigibile. Sappiamo cioè che la sentenza del 23 ottobre scorso riguarda necessariamente la possibilità che il condannato provi di non avere più un rapporto con l'organizzazione criminale nonostante non abbia avviato la collaborazione con la giustizia.
È caso di chi teme per l'incolumità di persone care che non potrebbero essere incluse nel programma di protezione?
Nelle pronunce europea e italiana tale aspetto è certamente emerso. Ecco, qui interviene la saggezza del giudice. Perché è evidente che potrebbe esserci un pericolo, ma ora il giudice non dovrà valutarne la sussistenza in modo burocratico. Dovrà verificare in altro modo che non vi siamo più contatti con la cosca, per esempio.
Quindi l'eventuale legge non potrà introdurre nuove preclusioni...
Non può indicare casi in cui la domanda di permesso torni a essere inammissibile, a non dover essere neppure presa in considerazione. Può però precisare in che modo debbano essere provate le condizioni necessarie alla concessione del permesso. Se intervenisse così, una nuova legge non confliggerebbe con la sentenza. Se si spingesse oltre lo farebbe.
Già ora l'ordinamento indica come vincolanti le eventuali valutazioni di pericolosità contenute nei pareri che il giudice deve acquisire dalla Dna, per esempio...
E si tratta di valutazioni che hanno evidentemente un grande rilievo, considerata l'ampiezza del panorama che il procuratore nazionale Antimafia può osservare. Certo, chi è stato a capo di una organizzazione può mantenerne un controllo morale seppur non operativo. È il re in esilio che se rientra riprende il suo ruolo. Diverso è il caso del soggetto che abbia avuto una posizione diversa.
Il che vuol dire che una legge potrebbe tassativamente escludere determinati soggetti per il fatto stesso di essere stati " capi"?
No. Il legislatore può fissare dei parametri ragionevoli che il giudice deve utilizzare. Ma se stabilisse delle esclusioni tassative passeremmo dalla zuppa a pan bagnato, tanto per semplificare all'estremo. Non si può bypassare la decisione della Corte, si configurerebbe un vizio di violazione del giudicato costituzionale. In ogni caso qualunque nuova legge, ovviamente, è esposta al vaglio della stessa Corte costituzionale, oltre che a quello del presidente della Repubblica.
Secondo Milena Gabanelli i detenuti mafiosi restano in contatto con le cosche grazie ai loro avvocati...
L'avvocato ha degli obblighi deontologici, ed è sottoposto come tutti alla legge penale. Anche il peggiore dei delinquenti ha diritto ad essere difeso: è una regola di civiltà. Un conto è il difensore, altro è il consigliori, che commette reati. E comunque è chiaro come sia assai più complesso il dovere di decidere secondo diritto e con determinate garanzie. Gli inglesi portavano i detenuti indesiderati in Australia. Ma lo Stato di diritto è un'altra cosa.
di Marco Patarnello*
Corriere della Sera, 1 novembre 2019
Dopo la sentenza della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo. Parafrasando una bella canzone che impazza sul web, si potrebbe dire che la decisione della Corte costituzionale che rimuove il divieto di concedere i permessi premio ai condannati per mafia che non intendono collaborare con la giustizia ce la chiede la Corte europea per i diritti dell'uomo.
Ma non sarebbe esatto. Leggeremo le motivazioni di questa rivoluzione che la nostra Corte sta disegnando, ma la decisione italiana non si limita ad intervenire sull'ergastolo ed ha scritto una pagina che si estende a tutte le pene in materia di mafia. E che probabilmente non si limiterà ai soli permessi, ma affermerà un principio legato a doppio filo anche agli altri e ben più significativi benefici penitenziari.
Il tema è complesso e delicato, si interseca con la sofferenza profonda di molte persone e non merita di essere banalizzato con approcci scandalizzati o superficiali, ma non si può neppure pretendere che venga esaminato senza calarlo nella realtà della società italiana del 2019. Il tema del rigore carcerario nei confronti dei condannati per mafia (o per coloro che la favoreggiano, come è accaduto, ad esempio, per Dell'Utri e Cuffaro) è stato da tempo al centro di ben noti interessi criminali e politici, che tuttavia non sono mai riusciti a scalfire questa legislazione.
Oggi la Corte, verosimilmente con la penna del relatore Zanon, scrive il perimetro di questa nuova pagina sulla pena, in cui ogni parola peserà come un macigno e affida alla magistratura di sorveglianza il ruolo di Atlante. Non è questa la sede per una riflessione giuridica senza ipocrisie e senza cinismo sulla funzione della pena e sui limiti della ragion di Stato, temi difficili ed entrambi profondamente incisi dalla decisione della Corte.
Ma credo esista lo spazio - e, penso, anche il dovere - per un magistrato di sorveglianza come me per dire qualche parola comprensibile per l'opinione pubblica su un tema così incidente sul patto sociale e sulla vita della comunità italiana.
La magistratura di sorveglianza ha il petto largo e l'entusiasmo necessario per affrontare la delicata sfida che la decisione della Corte le ha lanciato e farà tutto il possibile affinché questa sia l'occasione per una migliore umanizzazione della pena e non diventi l'occasione per un arretramento nel contrasto alla mafia o per far sentire ancor più isolato e abbandonato chi già ha subito o subisce tuttora la violenza quotidiana e l'assenza dello Stato in molte zone del nostro Paese.
Ma i problemi ci sono. Quella della Corte è una decisione di raffinatissima civiltà, ma adatta ad essere calata in uno Stato solido, con un patto sociale sufficientemente condiviso, dinamiche sociali adeguatamente governate e con un ragionevole controllo del proprio territorio. Uno Stato percepito come un interlocutore presente e autorevole. Ma diversamente da quanto è avvenuto sul terrorismo, il nostro Paese non ha ancora vinto la battaglia che lo condusse alla legislazione di emergenza sul terreno della lotta alla mafia.
Ci sono ampie zone del nostro territorio che ancora oggi sono sottratte alle dinamiche e alle regole comuni e al controllo dello Stato. Tutto il Paese, sia pure in modo diverso, ne è pervaso. Sono molti gli anelli deboli della catena che regola le decisioni della magistratura di sorveglianza circa la concessione dei benefici.
È di pochi giorni fa l'allarme lanciato dal Procuratore della Repubblica di Napoli circa il controllo di taluni istituti penitenziari da parte della criminalità. Non il controllo di Platì o di San Luca, ma di importanti carceri italiani. E il Procuratore Melillo non è un allarmista o un giustizialista. Non basta che la comunità dei giuristi immagini o ritenga che l'Italia sia la punta di diamante della civiltà moderna perché l'Italia lo sia davvero.
Compete a chi ha la responsabilità di governare questo Paese fornire la magistratura e quanti operano in questo settore degli strumenti necessari a uno Stato che si vuole così importante. Compete a chi rappresenta il Paese legiferare in modo da tenere unito il patto sociale e consentire a tutti di vivere in un paese civile. Chi è dentro il carcere e chi ne è fuori.
*Giudice del Tribunale di Sorveglianza di Roma
di Elisabetta Zamparutti
Left, 1 novembre 2019
È stato scalfito ciò che sembrava intoccabile in nome di una malintesa antimafia. La decisione della Corte costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4bis, comma 1, facendo cadere il divieto assoluto per gli "ergastolani ostativi" di accedere a permessi premio, apre una breccia nel muro di cinta del fine pena mai e recepisce, almeno per i permessi premio, quanto già stabilito dalla Corte europea per i diritti dell'uomo nella sentenza Viola vs Italia che aveva fatto cadere la presunzione di pericolosità assoluta nei confronti dei detenuti di cui sopra.
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